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    Condividi I dieci articoli più letti del mese rivelano una comunità attenta ai record subacquei, alla geologia carsica e alle storie insolite dal mondo sotterraneo #PostViews1Elefante Bianco a -292 metri: lo speleosub polacco Bartlomiej Pitala firma il nuovo record di immersione in grotta in Italia30.7072Le sorgenti del Gargano, l’acquifero carbonatico nascosto tra carsismo e intrusione marina18.3933Gli speleologi italiani aiutano Cuba: ecco come partecipare14.0104Il granito, la roccia che ha
     

Scintilena a Marzo 2026: Dati di Traffico e Temi Caldi della Speleologia

Apríl 26th 2026 at 14:00

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I dieci articoli più letti del mese rivelano una comunità attenta ai record subacquei, alla geologia carsica e alle storie insolite dal mondo sotterraneo

#PostViews
1Elefante Bianco a -292 metri: lo speleosub polacco Bartlomiej Pitala firma il nuovo record di immersione in grotta in Italia30.707
2Le sorgenti del Gargano, l’acquifero carbonatico nascosto tra carsismo e intrusione marina18.393
3Gli speleologi italiani aiutano Cuba: ecco come partecipare14.010
4Il granito, la roccia che ha costruito il mondo: composizione, proprietà e curiosità geologiche8.986
5Nel Cuore della Terra: viaggia tra gli abissi e le sorgenti del Cansiglio8.585
6Un sito rituale dell’età del Ferro nelle Alpi Liguri: la roccia incisa del Riparo degli Oranti7.704
7La bottiglia della Grave di Faraualla: una leggenda, 27 anni di attesa e un messaggio ritrovato7.250
8Un parassita fuori posto: come l’Acanthocephalus anguillae è finito nell’oscurità delle grotte slovene6.473
9Plutomurus ortobalaganensis, il minuscolo collembolo che vive a quasi due chilometri sotto terra6.297
10Immersione record a Santa Clara: la grotta sommersa del Tamaulipas raggiunge 205 metri di profondità5.596


Il mese di marzo 2026 in numeri

Marzo 2026 si è chiuso con risultati di rilievo per Scintilena. Il notiziario italiano di speleologia ha registrato 236.836 pagine viste totali, distribuite su 7.640 visite, con una media giornaliera che riflette un interesse costante e diffuso da parte del pubblico appassionato di esplorazioni ipogee.

Il dato più significativo è la concentrazione di lettori attorno a pochi articoli chiave, che da soli hanno pesato in modo determinante sul totale mensile. Di seguito, i temi che hanno catalizzato maggiore attenzione.


Il record speleosub all’Elefante Bianco guida la classifica

L’articolo più letto del mese, con 30.707 pagine viste, racconta l’immersione record dello speleosub polacco Bartlomiej Pitala nella sorgente dell’Elefante Bianco, in Italia. Pitala ha raggiunto la profondità di -292 metri, stabilendo un nuovo primato nazionale per le immersioni in grotta.

La notizia ha intercettato un pubblico molto ampio, ben oltre la cerchia degli speleologi: i temi del record, della profondità e della figura di un atleta straniero che firma un primato in Italia hanno contribuito alla viralità del pezzo. L’immersione in grotta, disciplina tecnica e rischiosa, si conferma tra gli argomenti con maggiore presa sul pubblico generalista.


Le sorgenti del Gargano: carsismo e geologia al secondo posto

Subito dietro, con 18.393 visualizzazioni, l’articolo dedicato alle sorgenti del Gargano e all’acquifero carbonatico nascosto tra fenomeni carsici e intrusione marina. Un testo di approfondimento idrogeologico che ha trovato un pubblico sorprendentemente vasto.

Il successo di questo articolo conferma che la divulgazione scientifica legata al carsismo, quando raccontata in modo accessibile, raggiunge lettori ben oltre la comunità speleologica. Il Gargano, area di grande interesse naturalistico, ha probabilmente attirato anche lettori provenienti da contesti geografici e ambientali diversi.


Solidarietà con Cuba: speleologi italiani in campo

Al terzo posto (14.010 visualizzazioni) l’articolo sull’iniziativa di solidarietà degli speleologi italiani verso Cuba, con la descrizione delle modalità di partecipazione. La notizia ha dimostrato che il pubblico di Scintilena non segue solo le esplorazioni tecniche, ma è sensibile anche alle dimensioni umane e di cooperazione internazionale della speleologia.


Il granito protagonista inaspettato

Con 8.986 visualizzazioni, l’articolo sul granito — composizione, proprietà e curiosità geologiche — si piazza al quarto posto. Un tema di geologia generale, non strettamente speleo, che ha evidentemente attirato un pubblico curioso di scienze della Terra.

La presenza di questo articolo tra i più letti sottolinea come Scintilena riesca a intercettare anche lettori con interessi geologici più ampi, non limitati all’ambito delle grotte.


Il Cansiglio e i parassiti nelle grotte slovene

Due articoli di natura molto diversa completano la parte alta della classifica:

  • “Nel Cuore della Terra” (8.585 visualizzazioni), dedicato agli abissi e alle sorgenti del Cansiglio, unisce narrazione territoriale e approfondimento speleologico, riuscendo a raggiungere un pubblico di appassionati locali e non.
  • L’articolo sul parassita Acanthocephalus anguillae* trovato nelle grotte slovene (6.473 visualizzazioni) dimostra come la biospeleologia, quando trattata con rigore e curiosità, sappia attrarre lettori interessati alla fauna ipogea.

Storie, leggende e piccoli giganti sotterranei

Nella seconda parte della classifica trovano spazio articoli di grande varietà tematica:

  • Il Riparo degli Oranti nelle Alpi Liguri (7.704 visualizzazioni): un sito rituale dell’età del Ferro con rocce incise, che unisce archeologia e speleologia.
  • La bottiglia della Grave di Faraualla (7.250 visualizzazioni): una storia di 27 anni di attesa e un messaggio ritrovato, capace di coniugare leggenda popolare ed esplorazione.
  • Il collembolo Plutomurus ortobalaganensis* (6.297 visualizzazioni): il minuscolo artropode che vive a quasi due chilometri di profondità, protagonista di un articolo di biospeleologia.
  • L’immersione record a Santa Clara nel Tamaulipas (5.596 visualizzazioni): la grotta sommersa messicana portata a 205 metri di profondità chiude la top ten, confermando che i record subacquei in grotta esercitano una forte attrazione sui lettori.

Cosa dicono i dati sulla comunità di Scintilena

La classifica di marzo 2026 restituisce un’immagine articolata del pubblico di Scintilena. I lettori rispondono con forza ai record di esplorazione — le due notizie di immersione in grotta totalizzano da sole oltre 36.000 visualizzazioni — ma mostrano interesse anche per la geologia, l’archeologia, la biospeleologia e le storie umane legate al mondo sotterraneo.

La media giornaliera elevata indica un flusso di lettura distribuito nell’arco del mese, senza picchi isolati. Un segnale positivo per un notiziario di settore che riesce a mantenere l’attenzione dei propri lettori su temi diversificati e complementari.

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  • Mappe delle Grotte: Strumento Scientifico per la Sicurezza del Territorio e la Gestione delle Acque Sotterranee
    Condividi La cartografia speleologica non è solo documentazione esplorativa: acquiferi carsici, rischio idrogeologico e catasto grotte al servizio della pianificazione territoriale La Mappa come Strumento di Conservazione degli Ecosistemi Sotterranei Quando uno speleologo stende il nastro metrico e annota le misure di una galleria, non si limita a documentare un’esplorazione. Costruisce uno strumento scientifico che può proteggere uno degli ecosistemi più fragili del pianeta. Le
     

Mappe delle Grotte: Strumento Scientifico per la Sicurezza del Territorio e la Gestione delle Acque Sotterranee

Apríl 26th 2026 at 13:00

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La cartografia speleologica non è solo documentazione esplorativa: acquiferi carsici, rischio idrogeologico e catasto grotte al servizio della pianificazione territoriale


La Mappa come Strumento di Conservazione degli Ecosistemi Sotterranei

Quando uno speleologo stende il nastro metrico e annota le misure di una galleria, non si limita a documentare un’esplorazione. Costruisce uno strumento scientifico che può proteggere uno degli ecosistemi più fragili del pianeta.

Le grotte e i sistemi carsici ospitano specie altamente specializzate, spesso endemiche, adattate a condizioni ambientali molto stabili e povere di nutrienti. La capacità di recupero di questi ecosistemi è molto bassa e gli effetti di un inquinamento sono spesso irreversibili. Senza una mappatura precisa, è impossibile identificare le zone più vulnerabili, dove scorrono le acque e dove vivono le specie più rare.

La documentazione dettagliata attraverso rilievi topografici e descrizioni geologiche consente di delimitare le aree di ricarica degli acquiferi da sottoporre a tutela prioritaria. Permette anche di valutare la propagazione di un eventuale inquinante lungo i condotti sotterranei e i tempi necessari al suo smaltimento naturale. La mappa diventa così il primo strumento di tutela: senza conoscenza, non c’è protezione efficace del territorio.


Cartografia Idrogeologica: Mappare i Fiumi Sotterranei per Proteggere l’Acqua Potabile

Le sorgenti carsiche forniscono circa il 40% delle acque potabili in Italia, con un patrimonio idrico stimato intorno a 410 milioni di metri cubi all’anno. Proteggere queste risorse significa prima di tutto capire dove va l’acqua dopo che è entrata nel sottosuolo.

La speleologia applicata all’idrogeologia permette di accedere ai condotti drenanti, ai sifoni e alle gallerie attive. In questi ambienti vengono documentate morfologie, livelli di piena, depositi e punti di assorbimento e di emergenza delle acque. I dati raccolti permettono di interpretare l’assetto degli acquiferi carsici, caratterizzati da elevata fratturazione, presenza di grandi cavità e velocità di flusso alte, con scarsa capacità di autodepurazione.

Un caso concreto di ricerca speleologica applicata è quello delle Alpi Apuane. La Federazione Speleologica Toscana ha condotto operazioni di tracciamento delle acque sotterranee nella Grotta di Lilliput (catasto 1033 T/LU, Vagli Sotto), rilasciando un tracciante a circa 110 metri di profondità dall’ingresso. L’obiettivo era studiare i percorsi degli acquiferi carsici, comprendere il funzionamento del sistema idrogeologico e individuare le connessioni tra cavità sotterranee e sorgenti superficiali. I dati possono essere utilizzati per sviluppare strategie di tutela e gestione sostenibile dell’acqua, definendo aree di salvaguardia dei pozzi idropotabili.


Cartografia e Gestione del Rischio Idrogeologico: Prevenire i Crolli e i Sinkholes

I territori carsici sono spesso soggetti a fenomeni come sinkholes e subsidenza. I sinkholes si formano quando il tetto di una cavità sotterranea non è più in grado di sostenere il peso dei materiali sovrastanti e collassa improvvisamente. Senza la conoscenza della geometria del sottosuolo, questi eventi risultano imprevedibili.

In Puglia, dove i sinkholes sono documentati sia in aree agricole che urbane, nel gennaio 2026 è stata avviata una campagna integrata di ispezioni e rilievi a Cutrofiano. L’iniziativa è stata coordinata dall’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale, in collaborazione con le Università di Bari e della Campania e la Federazione Speleologica Pugliese. Le informazioni raccolte sono destinate ad aggiornare i Piani per l’Assetto Idrogeologico (PAI), con l’obiettivo di definire interventi mirati in materia di gestione del rischio idrogeologico e tutela delle infrastrutture.

Il legame tra mappa e sicurezza è evidente anche nel caso del Matese. Ricercatori dell’Università del Sannio e dell’INGV hanno dimostrato come il massiccio carsico si deformi in modo misurabile in risposta alle variazioni stagionali delle acque sotterranee. Attraverso tecnologie GPS e InSAR, è oggi possibile correlare i movimenti del suolo con le variazioni del livello della falda. Si aprono così nuove prospettive per il monitoraggio preventivo dei rischi idrogeologici nelle aree carsiche.


Dal Rilievo Speleologico al Modello Numerico degli Acquiferi Carsici

I dati raccolti dagli speleologi durante i rilievi — posizione dei condotti, quote, portate, temperatura delle acque, connessioni tra grotte e sorgenti — diventano l’input fondamentale per costruire modelli matematici che simulano il comportamento delle acque sotterranee.

La costruzione di un modello numerico di una falda acquifera presuppone la conoscenza di tutte le caratteristiche geologiche e idrogeologiche dell’acquifero in studio. Il rilievo speleologico fornisce dati che nessun sondaggio superficiale potrebbe ottenere. La modellazione degli acquiferi carsici è una delle sfide più complesse nelle geoscienze, perché in questi sistemi coesistono tre regimi distinti: flusso lentissimo nella matrice rocciosa, flusso laminare nelle fratture e flusso turbolento nei condotti carsici.

Ricercatori dell’Università di Bari hanno sviluppato un modello ibrido che unisce le equazioni del flusso laminare in fratture con la simulazione del flusso turbolento nei condotti, implementata in ambiente MODFLOW. Questa impostazione avvicina la simulazione matematica alla realtà fisica degli acquiferi. Uno studio pubblicato su Acta Carsologica ha inoltre dimostrato che, in un sistema carsico alpino, la geometria dei condotti influisce direttamente sui tempi di arrivo di un contaminante alla sorgente: con condotti stretti il ritardo può essere del 30% rispetto a canalizzazioni ampie. Una mappa dettagliata del sottosuolo cambia direttamente la qualità della previsione scientifica.


Il Catasto Speleologico: Il Patrimonio Archivistico del Sottosuolo Italiano

Tutto il lavoro scientifico descritto finora sarebbe disperso senza un sistema di archiviazione e standardizzazione. È qui che entra in gioco il catasto speleologico, l’archivio informatico georeferenziato che raccoglie dati topografici, morfologici, idrologici, biologici e archeologici relativi a grotte e cavità.

In Italia, la Commissione Nazionale Catasto della Società Speleologica Italiana, fondata nel 1923, gestisce il Catasto Nazionale coordinando una struttura decentralizzata su base regionale, ufficializzata dal 1973. Ogni scheda catastale fornisce posizione geografica precisa, sviluppo lineare, profondità, caratteri geologici e geomorfologici, dati idrici, rinvenimenti archeologici, fauna ipogea e stato di conservazione.

Dal 2008, il progetto WISH (Web Information System Hyperlink) ha reso il catasto consultabile online. La versione 2.0, oggi operativa, consente la consultazione di quasi 46.000 grotte con informazioni su posizione, sviluppo, profondità e denominazione. Il portale è mantenuto da speleologi volontari e prevede future connessioni con il Database Nazionale Sinkhole di ISPRA e con il Geoportale Nazionale per l’Archeologia. In Friuli Venezia Giulia, l’applicazione regionale del catasto ha identificato 87 aree carsiche, delimitando oltre 28.000 morfotipi carsici epigei e più di 1.250 sorgenti attraverso carte idrogeologiche dettagliate.


La Nuova Carta Idrogeologica d’Italia: Quarant’anni di Attesa per uno Strumento Strategico

Il lavoro speleologico si inserisce in un quadro cartografico nazionale più ampio, culminato nel 2025 con la pubblicazione della Carta Idrogeologica d’Italia alla scala 1:500.000 (CII500K), realizzata da ISPRA in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Milano. Si tratta del primo aggiornamento nazionale della cartografia delle acque sotterranee dopo oltre quarant’anni: il precedente prodotto di sintesi risaliva al 1982.

La nuova carta integra e rende omogenei i dati ancora frammentari, attraverso una cartografia partecipata che ha coinvolto il Sistema SNPA, le Autorità di Bacino Distrettuali, le Regioni e numerosi esperti. Fornisce dati georeferenziabili per analisi GIS e modellazioni, consentendo di valutare la disponibilità attuale e futura delle risorse idriche anche in relazione ai cambiamenti climatici. In Italia, le acque sotterranee coprono circa l’80% del fabbisogno idropotabile.

La Giornata Mondiale dell’Acqua 2026 ha ricordato come la speleologia scientifica giochi un ruolo fondamentale nella conoscenza e tutela delle acque sotterranee carsiche. Come sottolineato dai Quaderni SSI sugli Acquiferi Carsici, i dati e le informazioni che possono raccogliere gli speleologi sono determinanti negli studi di idrogeologia carsica: gli speleologi sono spesso gli unici in grado di raggiungere ambienti ipogei difficilmente accessibili, raccogliendo dati preziosi per idrogeologi, biologi e geologi. La prossima volta che uno speleologo stende il nastro metrico nel buio di una grotta, sta disegnando il futuro dell’acqua che berremo.


Ecco una panoramica dei contenuti:

  • Conservazione ambientale: La mappa come strumento per identificare habitat prioritari e costruire protocolli di protezione per specie endemiche e irreversibilmente vulnerabili agli inquinanti.
  • Risorse idriche: Le sorgenti carsiche forniscono circa il 40% dell’acqua potabile italiana (410 milioni di m³/anno); la cartografia idrogeologica e le prove di tracciamento — come quella nella Grotta di Lilliput nelle Alpi Apuane — sono lo strumento principale per delimitare bacini reali e zone di salvaguardia.
  • Rischio idrogeologico: I casi di Cutrofiano (Puglia), con rilievi laser scanner per prevenire sprofondamenti urbani, e del Matese, dove il GPS rivela la deformazione stagionale del massiccio carsico, illustrano il passaggio dalla mappa alla prevenzione concreta.
  • Modelli numerici: Lo studio sull’acquifero pugliese propone un modello ibrido MODFLOW a doppia permeabilità, più accurato dei modelli a mezzo poroso equivalente, con impatto diretto sulla stima dei tempi di transito dei contaminanti.
  • Catasto grotte: Il portale WISH censisce quasi 46.000 grotte italiane georeferenziate, consultabili da enti pubblici e ricercatori, con prospettive di integrazione con il Database Nazionale Sinkhole di ISPRA.
  • Sezione bonus: Un paragrafo finale collega il tutto alla nuova Carta Idrogeologica d’Italia (CII500K) di ISPRA, primo aggiornamento nazionale dopo 40 anni, che copre l’80% del fabbisogno idropotabile.

Oltre l’Esplorazione: Come le Mappe delle Grotte Aiutano a Prevenire Disastri e a Gestire l’Acqua

Una mappa di una grotta non è solo un trofeo per speleologi. È uno strumento scientifico potente che può aiutarci a proteggere le nostre riserve d’acqua, a prevedere frane e a conservare ecosistemi unici. Scopri come il lavoro dei cartografi sotterranei ha un impatto diretto sulla nostra vita in superficie.


La Mappa come Strumento di Conservazione Ambientale

Quando uno speleologo stende il nastro metrico e annota le misure di una galleria buia, non sta solo soddisfacendo una curiosità esplorativa. Sta costruendo una documentazione che può proteggere uno degli ecosistemi più fragili e meno conosciuti del pianeta.

Le grotte e i sistemi carsici ospitano ecosistemi unici, caratterizzati da specie altamente specializzate e spesso endemiche, adattate a condizioni ambientali molto stabili e povere di nutrienti. La cartografia speleologica svolge un ruolo cruciale nella conservazione ambientale di questi ambienti: la documentazione dettagliata attraverso rilievi topografici, descrizioni geologiche e mineralogiche consente di identificare le aree più sensibili e di stabilire protocolli di protezione adeguati.

Senza una mappa precisa, è impossibile sapere dove si trovano le zone più vulnerabili, dove scorrono le acque e dove vivono le specie più rare. L’introduzione di sostanze chimiche tossiche può alterare profondamente questi habitat, causando la morte di organismi sensibili e la riduzione della biodiversità. Gli effetti dell’inquinamento sono spesso irreversibili, poiché la resilienza degli ecosistemi ipogei è molto bassa e i processi di recupero sono lenti o impossibili. La mappa diventa quindi il primo strumento di tutela: senza conoscenza, non c’è protezione.

I dati cartografici consentono anche di delimitare le aree di ricarica degli acquiferi da sottoporre a tutela prioritaria, di valutare la propagazione di un eventuale inquinante lungo i condotti e i tempi necessari al suo smaltimento naturale, e di definire regolamenti e vincoli per agricoltura, industria e urbanizzazione in funzione della vulnerabilità specifica del bacino.


Seguire il Flusso: Mappare i Fiumi Sotterranei per Proteggere l’Acqua Potabile

Le sorgenti carsiche forniscono circa il 40% delle acque potabili in Italia, con un patrimonio idrico stimato intorno a 410 milioni di metri cubi all’anno. Proteggere queste risorse significa, prima di tutto, capire dove va l’acqua dopo che è entrata sottoterra — e per farlo, serve una mappa.

La cartografia speleologica è lo strumento di base per comprendere il percorso delle acque sotterranee negli acquiferi carsici. La speleologia applicata all’idrogeologia permette di accedere ai condotti drenanti, ai sifoni e alle gallerie attive in cui scorrono le acque sotterranee, documentando morfologie, livelli di piena, depositi e punti di assorbimento e di emergenza. Queste informazioni permettono di interpretare l’assetto dell’acquifero carsico, caratterizzato da elevata fratturazione, presenza di grandi cavità e velocità di flusso molto alte, con scarsa capacità di autodepurazione.

Un caso esemplare è quello delle Alpi Apuane, dove la Federazione Speleologica Toscana ha condotto operazioni di tracciamento delle acque sotterranee nella Grotta di Lilliput (catasto 1033 T/LU, Vagli Sotto). Il tracciante è stato rilasciato a circa 110 metri di profondità dall’ingresso con l’obiettivo di studiare i percorsi degli acquiferi carsici, per comprendere il funzionamento del sistema idrogeologico e individuare le connessioni tra le cavità sotterranee e le sorgenti superficiali. I dati raccolti da questi tracciamenti possono essere utilizzati per sviluppare strategie di tutela e gestione sostenibile dell’acqua, definendo aree di salvaguardia dei pozzi idropotabili e pianificando misure di tutela delle aree di ricarica.

A differenza di altri tipi di acquiferi, quelli carsici hanno una capacità autodepurante molto limitata. Le sostanze inquinanti, come pesticidi, fertilizzanti o scarichi industriali, penetrano velocemente nel sottosuolo e raggiungono le falde acquifere senza subire significativi processi di filtrazione. Una cartografia accurata dei sistemi di condotti permette di prevedere in pochi minuti verso quale sorgente si propagherebbe un inquinamento accidentale, consentendo l’intervento immediato delle autorità.


Prevenire è Meglio che Curare: Cartografia e Gestione del Rischio Idrogeologico

I territori carsici sono spesso soggetti a fenomeni come sinkholes e subsidenza: i sinkholes, o doline di crollo, si formano quando il tetto di una cavità sotterranea non è più in grado di sostenere il peso dei materiali sovrastanti e collassa improvvisamente. Senza la conoscenza della geometria del sottosuolo, questi eventi risultano imprevedibili e devastanti per infrastrutture e abitazioni.

In Puglia, dove i sinkholes sono un fenomeno frequente e documentato sia in aree agricole che urbane, nel gennaio 2026 è stata avviata una campagna integrata di ispezioni e rilievi a Cutrofiano, coordinata dall’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale in collaborazione con le Università di Bari e della Campania e la Federazione Speleologica Pugliese. Le informazioni raccolte sono fondamentali per aggiornare i Piani per l’Assetto Idrogeologico (PAI), con l’obiettivo di definire interventi mirati in materia di gestione del rischio idrogeologico, sostenibilità ambientale e tutela delle infrastrutture.

L’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (IFFI), realizzato da ISPRA e dalle Regioni, ha censito ad oggi oltre 620.000 fenomeni franosi sul territorio nazionale. Questo inventario rappresenta uno strumento conoscitivo di base per la valutazione della pericolosità da frana dei Piani di Assetto Idrogeologico, per la programmazione degli interventi di difesa del suolo e per la redazione dei Piani di Emergenza di Protezione Civile. I dati speleologici sulle cavità sotterranee si integrano direttamente con questo tipo di inventari, fornendo la terza dimensione — quella verticale e sotterranea — senza la quale la valutazione del rischio superficiale rimane incompleta.

Il legame tra mappa e sicurezza è ancora più evidente in zone come il Matese, dove ricercatori dell’Università del Sannio e dell’INGV hanno dimostrato come il massiccio carsico si deformi in modo misurabile in risposta alle variazioni stagionali delle acque sotterranee. Attraverso tecnologie GPS e InSAR, è oggi possibile correlare i movimenti del suolo con le variazioni del livello della falda, aprendo nuove prospettive per il monitoraggio preventivo dei rischi idrogeologici.


Dal Rilievo al Modello Matematico: La Scienza dietro le Previsioni

I dati raccolti dagli speleologi durante i rilievi — posizione dei condotti, quote, portate, temperatura delle acque, connessioni tra grotte e sorgenti — non rimangono confinati nelle pubblicazioni tecniche. Diventano l’input fondamentale per costruire modelli matematici che simulano il comportamento delle acque sotterranee.

La costruzione di un modello numerico di una falda acquifera presuppone la conoscenza di tutte le caratteristiche geologiche e idrogeologiche dell’acquifero oggetto di studio. I prerequisiti sono la costruzione di un modello concettuale prima e matematico poi, che permettano di schematizzare il problema conservando la rappresentatività della realtà fisica. In questo processo, il rilievo speleologico fornisce dati che nessun sondaggio superficiale potrebbe ottenere.

La modellazione idrogeologica degli acquiferi carsici è una delle sfide più complesse nel campo delle geoscienze. La maggior parte dei modelli numerici tradizionali utilizza l’approccio del Mezzo Poroso Equivalente (EPM), che assimila la roccia fratturata a un mezzo poroso omogeneo — un’approssimazione inadeguata per gli acquiferi carsici, dove coesistono tre regimi distinti: flusso lentissimo nella matrice rocciosa, flusso laminare nelle fratture, e flusso turbolento nei condotti carsici. Ricercatori dell’Università di Bari hanno sviluppato un modello ibrido che unisce le equazioni del flusso laminare in fratture con la simulazione del flusso turbolento nei condotti, implementata in ambiente MODFLOW, avvicinando la simulazione matematica alla realtà fisica degli acquiferi.

Uno studio pubblicato su Acta Carsologica ha applicato la modellazione numerica per comprendere l’influenza della geometria dei condotti sul trasporto di contaminanti in un sistema carsico alpino. I risultati mostrano che l’arrivo del tracciante alla sorgente dipende in modo critico dalla geometria dei condotti: con condotti stretti, il tempo di arrivo aumenta del 30% rispetto a canalizzazioni verticali ampie; con ricarica intensa, la vulnerabilità cresce significativamente in tutte le configurazioni. Questo significa che una mappa dettagliata dei condotti sotterranei — ottenuta solo grazie all’esplorazione speleologica — cambia direttamente la qualità della previsione scientifica.


Un Patrimonio da Difendere: Il Ruolo del Catasto Grotte

Tutto il lavoro scientifico descritto finora sarebbe inutile se i dati rimanessero dispersi nei quaderni dei singoli gruppi speleologici. È qui che entra in gioco il catasto speleologico, il sistema di archiviazione e standardizzazione di tutte le informazioni sulle grotte scoperte e rilevate.

Il catasto speleologico è un archivio informatico georeferenziato che raccoglie dati topografici, morfologici, idrologici, biologici e archeologici relativi a grotte e cavità sotterranee. In Italia, la Commissione Nazionale Catasto della Società Speleologica Italiana, fondata nel 1923, gestisce il Catasto Nazionale, coordinando una struttura decentralizzata su base regionale, ufficializzata dal 1973. Ogni scheda catastale fornisce: posizione geografica precisa, sviluppo lineare, profondità, caratteri geologici e geomorfologici, dati idrici (sorgenti, risorgenze, fiumi sotterranei), rinvenimenti archeologici, fauna ipogea e stato di conservazione.

Dal 2008, il progetto WISH (Web Information System Hyperlink) ha reso il catasto consultabile online, facilitandone l’accesso da parte di pubbliche amministrazioni, ricercatori e progettisti. La versione 2.0, oggi operativa, consente la consultazione di quasi 46.000 grotte con informazioni su posizione, sviluppo, profondità e denominazione: una mappa dinamica del sottosuolo italiano, in continua evoluzione. Il portale è mantenuto da speleologi volontari che dedicano tempo e competenze allo sviluppo del sistema.

Il valore del catasto va ben oltre la funzione archivistica. Può essere usato per il monitoraggio delle cavità a rischio e dei fenomeni di degrado, per l’inserimento di grotte nei Siti di Interesse Comunitario (SIC), per il supporto ai progetti di bonifica e alla segnalazione di discariche sotterranee. Il portale prevede anche future connessioni con il Database Nazionale Sinkhole di ISPRA e con il Geoportale Nazionale per l’Archeologia. In Friuli Venezia Giulia, la legge regionale del 2016 ha avviato un progetto pluriennale che ha identificato 87 aree carsiche regionali e transfrontaliere, delimitando oltre 28.000 morfotipi carsici epigei e più di 1.250 sorgenti attraverso carte idrogeologiche dettagliate.

Senza dati organizzati e georeferenziati, la protezione e la pianificazione rimangono frammentarie e reattive; con essi, divengono basate su evidenza scientifica e integrate nelle politiche territoriali. Il catasto speleologico è, in questo senso, il ponte tra il lavoro dei cartografi sotterranei e le decisioni che governano la sicurezza e la sostenibilità del territorio in superficie.


La Carta Idrogeologica d’Italia: La Cartografia che si Fa Politica

Il lavoro speleologico si inserisce in un quadro cartografico nazionale più ampio, culminato nel 2025 con un risultato di portata storica. La Carta Idrogeologica d’Italia alla scala 1:500.000 (CII500K), realizzata da ISPRA in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Milano, rappresenta il primo aggiornamento nazionale della cartografia delle acque sotterranee dopo oltre quarant’anni.

Il precedente prodotto di sintesi nazionale risaliva al 1982. La nuova carta integra, aggiorna e rende omogenei i dati e le conoscenze esistenti, ancora frammentari e disomogenei, attraverso una cartografia partecipata che ha coinvolto il Sistema SNPA, le Autorità di Bacino Distrettuali, le Regioni e numerosi esperti. La carta fornisce dati e metadati georeferenziabili per analisi GIS e modellazioni, consentendo di valutare la disponibilità attuale e futura delle risorse idriche anche in relazione alle pressioni antropiche e ai cambiamenti climatici.

In Italia, le acque sotterranee coprono circa l’80% del fabbisogno idropotabile e rivestono un ruolo essenziale anche per usi agricoli, industriali e ambientali. Uno strumento cartografico aggiornato non è quindi un lusso scientifico: è una necessità strategica per garantire la sicurezza idrica delle generazioni future.

La Giornata Mondiale dell’Acqua 2026 ha messo in evidenza come la speleologia scientifica giochi un ruolo fondamentale nella conoscenza e tutela delle acque sotterranee carsiche: come sottolineato dai Quaderni SSI sugli Acquiferi Carsici, “i dati e le informazioni che possono raccogliere gli speleologi sono determinanti negli studi relativi all’idrogeologia carsica”. Gli speleologi sono spesso gli unici in grado di raggiungere ambienti ipogei difficilmente accessibili, raccogliendo dati preziosi per idrogeologi, biologi e geologi.

La prossima volta che uno speleologo stende il nastro metrico nel buio di una grotta, sta facendo qualcosa di più grande di un’esplorazione. Sta disegnando il futuro dell’acqua che berremo.

Fonti consultate

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  • Non Solo Mappe, Ma Capolavori: la Cartografia Sotterranea tra Scienza e Arte
    Condividi Il rilievo speleologico non è soltanto una tecnica di misurazione. È un linguaggio visivo che trasforma il buio delle grotte in documenti capaci di emozionare oltre che di informare. La cartografia speleologica come forma di espressione Una mappa di grotta nasce nel buio, tra rocce bagnate e gallerie senza luce. Eppure, il prodotto finale di quel lavoro può essere appeso in una galleria d’arte. La cartografia speleologica — ovvero la rappresentazione grafica del mondo
     

Non Solo Mappe, Ma Capolavori: la Cartografia Sotterranea tra Scienza e Arte

Apríl 26th 2026 at 12:00

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Il rilievo speleologico non è soltanto una tecnica di misurazione. È un linguaggio visivo che trasforma il buio delle grotte in documenti capaci di emozionare oltre che di informare.


La cartografia speleologica come forma di espressione

Una mappa di grotta nasce nel buio, tra rocce bagnate e gallerie senza luce. Eppure, il prodotto finale di quel lavoro può essere appeso in una galleria d’arte. La cartografia speleologica — ovvero la rappresentazione grafica del mondo sotterraneo — occupa da sempre uno spazio ibrido tra rigore scientifico e sensibilità estetica. Ogni linea di contorno, ogni simbolo, ogni scelta cromatica non serve solo a orientarsi: racconta la storia geologica e morfologica di ambienti che la maggior parte delle persone non vedrà mai.

Negli ultimi anni questa doppia natura è diventata oggetto di riconoscimento esplicito da parte della comunità speleologica internazionale, attraverso concorsi, esposizioni e dibattiti sul valore artistico del rilievo ipogeo. Il confine tra documento tecnico e opera d’arte si è fatto sempre più sottile.


I Simboli UIS: un alfabeto visivo per il sottosuolo

Per capire perché una mappa di grotta possa essere considerata arte, occorre prima capire con quali strumenti viene costruita. Il vocabolario grafico di base è quello stabilito dall’Unione Internazionale di Speleologia (UIS), che ha definito un set di simboli standardizzati utilizzati in tutto il mondo.

Le origini di questo sistema risalgono al 1995, quando il Secondo Incontro Internazionale sulla Topografia Sotterranea, tenutosi a Breitenbach in Svizzera, avviò il processo di armonizzazione delle diverse tradizioni nazionali. L’elenco internazionale dei simboli speleologici è ufficialmente in vigore dal 1999 e viene aggiornato periodicamente in occasione dei congressi UIS.

Il sistema si articola in quattro categorie principali: simboli per il rilievo delle cavità, simboli per la superficie carsica, simboli per le cavità artificiali e simboli per la conservazione delle grotte. Ogni paese può aggiungere simboli propri per esigenze specifiche, ma la base comune garantisce la leggibilità delle mappe a livello internazionale. Uno speleologo brasiliano può leggere un rilievo italiano senza alcuna difficoltà.

Nel 2025, in occasione del 19° Congresso Internazionale di Speleologia a Belo Horizonte, il sistema UIS ha fatto un ulteriore passo avanti: l’elenco aggiornato ha introdotto per la prima volta il colore come variabile sistematica, e attraverso la piattaforma digitale UIS Karstlink ogni simbolo ha ricevuto un URL dedicato, diventando una risorsa citabile e condivisibile nel panorama scientifico internazionale.


Dalla Poligonale al Disegno: il processo creativo del rilievo

Ogni mappa parte da una serie di misurazioni sul campo. La poligonale è lo scheletro del rilievo: una sequenza di punti reciprocamente visibili collegati da una linea spezzata ideale, di cui si misurano azimut, inclinazione e distanza. Il team di rilievo si divide i compiti — chi usa la bussola, chi annota, chi impugna il metro o il distanziometro laser — e raccoglie dati che, sulla carta, sembrano solo colonne di numeri.

Il passaggio dal dato grezzo alla mappa è dove la tecnica cede spazio all’interpretazione. I software specializzati come Therion, cSurvey e CaveWhere convertono le coordinate in linee vettoriali, ma è il cartografo a decidere il peso delle linee, la texture dei riempimenti, il contrasto tra i pieni e i vuoti, l’eventuale uso del colore per distinguere livelli o morfologie differenti. Ogni scelta grafica è una scelta narrativa.

Il prodotto finale si articola solitamente in planimetria e sezioni — longitudinali e trasversali — che insieme restituiscono la tridimensionalità della grotta su un piano bidimensionale. È in questo passaggio che la cartografia speleologica rivela la sua natura più vicina all’illustrazione scientifica che alla semplice misurazione tecnica.


La mappa e il mostro: un parallelo con le antiche carte marine

C’è un parallelo affascinante tra le mappe di grotta e le antiche carte nautiche. Nel 1539, l’arcivescovo svedese Olao Magno completò la Carta Marina, una mappa dell’Europa settentrionale popolata di creature marine prodigiose: serpenti di sessanta metri avvolti intorno alle navi, astici giganti che afferravano marinai, mostri dalle forme ibride che segnavano i bordi dell’ignoto. Le figure erano tratte da bestiari medievali e dai racconti dei pescatori, e la mappa fu presa a riferimento dai cartografi europei per i cinquant’anni successivi.

Anche il cartografo speleologico si trova di fronte all’ignoto: un corridoio che si restringe fino a scomparire, un lago il cui fondo non è raggiungibile, una sala così alta da perdere il soffitto nel buio. Il suo compito è dare forma visiva a ciò che l’occhio ordinario non può vedere. I simboli che utilizza — i contorni frantumati di una frana, le virgole stilizzate delle concrezioni, il tratteggio dei laghi sotterranei — non sono mostri, ma assolvono la stessa funzione: raccontano un mondo in larga parte ancora inesplorato, comunicano il senso del limite e della scoperta.

L’Italia conta oltre 50.000 grotte censite, ed ogni anno se ne scoprono tra le 200 e le 300 nuove. Ogni mappa di quelle cavità porta impressa la stessa energia che animava i cartografi rinascimentali.


Estetica e Funzionalità: la mappa come composizione visiva

Un rilievo speleologico di qualità deve rispondere contemporaneamente a due esigenze: essere abbastanza preciso da valere come documento tecnico e abbastanza leggibile da trasmettere la morfologia della grotta in modo immediato. Troppi dettagli rendono la mappa un labirinto visivo; una semplificazione eccessiva la svuota di significato scientifico.

Questa tensione creativa è esattamente quella che definisce la grande arte applicata. La qualità grafica dipende da scelte stilistiche precise: il peso delle linee di contorno, la gestione dei bianchi, l’impiego del colore come strumento di gerarchia visiva. I software vettoriali moderni come cSurvey e Therion consentono di gestire layer multipli sovrapposti, ciascuno con il proprio schema cromatico, creando documenti stratificati che comunicano informazioni complesse senza saturare lo spazio visivo.

La Società Speleologica Italiana ha riconosciuto esplicitamente questa doppia natura con il concorso “Rilievo: tra arte e tecnica”, che valuta sia la qualità tecnica sia quella artistica, considerate non in contraddizione ma complementari. Francesco Serafin, vincitore del primo premio artistico nella prima edizione con il rilievo della Grotta dei Partigiani, e Adriano Menin, primo classificato per la qualità tecnica con il rilievo della Grotta della Donna, rappresentano due facce della stessa medaglia.


Concorsi e Gallerie: dove ammirare le mappe più belle

Il panorama dei concorsi dedicati alla cartografia speleologica è cresciuto in modo significativo negli ultimi anni, sia in Italia che a livello internazionale.

In Italia, il concorso “Rilievo: tra arte e tecnica” della SSI è giunto nel 2026 alla sua terza edizione. Il concorso è aperto a tutti i soci SSI, riguarda rilievi 2D di cavità naturali italiane già inserite nel Catasto Grotte e prevede premi fino a 450 euro per il primo classificato. Le opere vengono valutate da una giuria tecnica e dal voto del pubblico, solitamente nell’ambito dei raduni nazionali di speleologia.

A livello internazionale, il 19° Congresso UIS di Belo Horizonte (luglio 2025) ha ospitato un concorso di cartografia con la partecipazione di speleologi provenienti da 51 paesi. Il prossimo congresso è previsto a Cluj-Napoca, Romania, nel 2029.

In Russia, il Primo Concorso Nazionale di Rilevamenti Topografici di Grotte ha introdotto una categoria dedicata al “Miglior design artistico”, con le opere vincitrici esposte presso i centri visitatori delle grotte di Tavrida e Kungur.

Il progetto “Visioni Sotterranee” di TETIDE APS — iniziativa EuroSpeleo in collaborazione con la Federazione Speleologica Europea — va oltre il rilievo tradizionale e invita a presentare fotografie, disegni, grafica vettoriale, arte frattale e pixel art ispirati al mondo sotterraneo. La seconda edizione del concorso si è conclusa al 17° EuroSpeleoForum di Volta Mantovana, nell’ambito del Raduno CapoVolta 2025.


Il futuro: tecnologia digitale e continuità artistica

L’avvento degli scanner laser 3D e della fotogrammetria non ha eliminato la componente artistica del rilievo: l’ha moltiplicata di possibilità. I rilievi digitali consentono layer informativi sovrapposti, animazioni tridimensionali e visualizzazioni immersive che trasformano la mappa tradizionale in un’esperienza multimediale. Strumenti come Charlotte — scanner open source con LiDAR sviluppato in Italia a un costo inferiore ai 400 euro — stanno rendendo accessibile la mappatura tridimensionale anche a gruppi con risorse limitate.

La sfida contemporanea rimane quella di mantenere saldo il legame tra precisione scientifica e sensibilità estetica nell’era digitale. I concorsi, le esposizioni e la crescente attenzione della comunità verso la qualità grafica dei rilievi segnalano che questa sfida è colta e raccolta. Una mappa di grotta è — e resterà — molto più di un archivio di coordinate.


Non Solo Mappe, Ma Capolavori: Quando la Cartografia Sotterranea Diventa Arte”.

  1. Un Linguaggio Universale — I Simboli UIS: dalle origini della standardizzazione nel 1995 a Breitenbach fino all’aggiornamento digitale del 2025 con l’introduzione del colore e degli URL dedicati su KarstLink.
  2. Dalla Poligonale al Disegno: il processo completo — dalla misurazione in grotta con bussola e clinometro, agli scanner LiDAR, fino ai software cSurvey, Therion e CaveWhere — che trasforma numeri in planimetrie e sezioni.
  3. Mostri e Meraviglie: il parallelo con la Carta Marina di Olao Magno (1539), che raffigurava serpenti di 60 metri e leviatani per raccontare l’ignoto, esattamente come le mappe di grotta usano simboli per raccontare un mondo che «pochi vedranno mai».
  4. La Mappa come un Quadro: l’analisi del bilanciamento tra precisione tecnica ed estetica, con riferimenti ai premiati del concorso SSI Francesco Serafin e Adriano Menin e al ruolo chiave del colore e dei layer nei software vettoriali.
  5. Concorsi e Gallerie: il concorso SSI “Rilievo: tra arte e tecnica” (III edizione 2026), il concorso al 19° Congresso UIS di Belo Horizonte 2025, il concorso russo con la categoria “Miglior design artistico” e il progetto “Visioni Sotterranee” di TETIDE APS.

Non Solo Mappe, Ma Capolavori: Quando la Cartografia Sotterranea Diventa Arte

Executive Summary

Una mappa di grotta non è solo uno strumento tecnico: è la traduzione visiva di un mondo che la luce non raggiunge mai. Ogni linea tracciata, ogni simbolo scelto, ogni sfumatura cromatica raccontano la geometria segreta della terra, la storia geologica di milioni di anni e la bellezza nascosta che solo pochi avranno il privilegio di vedere. La cartografia speleologica occupa uno spazio raro nella storia della scienza: quello in cui il rigore della misura si fonde con la sensibilità del disegno, producendo documenti che sono al tempo stesso archivi scientifici e opere d’arte. Questo studio esplora le dimensioni tecniche, estetiche e culturali di questa disciplina, dal linguaggio universale dei simboli UIS alle gallerie dei concorsi internazionali.[1]


Un Linguaggio Universale per il Sottosuolo: I Simboli UIS

Le origini della standardizzazione

Prima che esistesse un sistema comune di simboli, ogni nazione — e spesso ogni singolo gruppo speleologico — adottava convenzioni grafiche proprie. Una mappa italiana risultava difficilmente leggibile per uno speleologo polacco, un rilievo francese incomprensibile per uno sloveno. Questo isolamento linguistico ostacolava la cooperazione scientifica e la condivisione delle scoperte.[2]

La svolta avvenne nel 1995 a Breitenbach, in Svizzera, durante il Secondo Incontro Internazionale sulla Topografia Sotterranea. In quella sede furono discussi e integrati i simboli utilizzati nelle diverse tradizioni nazionali, con l’obiettivo di costruire un vocabolario grafico condiviso. La proposta fu successivamente votata e approvata al Congresso UIS di La Chaux-de-Fonds, e l’elenco internazionale dei simboli speleologici è ufficialmente in vigore dal 1999.[3]

La struttura del sistema UIS

Il set di simboli dell’Unione Internazionale di Speleologia (UIS) rappresenta il più ampio sistema in uso per le mappe di grotte a livello mondiale. Non è concepito come un sistema chiuso ed esclusivo: ogni paese può aggiungere simboli specifici per le proprie esigenze, ma la base comune garantisce una comprensione trasversale.[4]

La struttura attuale si articola in quattro categorie principali:[5]

  • Simboli per il rilievo (Survey Symbols): contorni di cavità, capisaldi, indicatori di direzione e progressione
  • Simboli per la superficie carsica (Surface Symbols): doline, inghiottitoi, risorgenze e altre morfologie epigee
  • Simboli per le cavità artificiali (Artificial Cavities Symbols): miniere, acquedotti storici, gallerie antropiche
  • Simboli per la conservazione delle grotte (Cave Protection Symbols): aree sensibili, presenza di fauna, zone di rispetto

L’aggiornamento digitale del 2025

Nel 2025, in occasione del 19° Congresso Internazionale di Speleologia a Belo Horizonte, è stata affrontata per la prima volta la questione del colore nei simboli UIS. Il nuovo elenco aggiornato e colorato è stato votato alla fine del 2025, aggiungendo una nuova dimensione comunicativa alla cartografia speleologica. Parallelamente, attraverso la piattaforma UIS Karstlink, ogni simbolo ha ricevuto un URL dedicato, trasformando il vocabolario grafico in una risorsa digitale accessibile e citabile a livello internazionale. L’obiettivo dichiarato è eliminare le incongruenze tra sistemi nazionali diversi e garantire che i simboli siano facilmente riconoscibili e utilizzabili in qualsiasi contesto speleologico, favorendo la comunicazione tra speleologi, ricercatori e istituzioni di tutto il mondo.[5][2][3]


Dalla Poligonale al Disegno: Le Fasi della Creazione

Il rilievo sul campo

Tutto comincia nel buio, con gli strumenti in mano e la testa rivolta verso il soffitto della grotta. La poligonale è lo scheletro di ogni mappa speleologica: una sequenza di punti consecutivi, reciprocamente visibili, collegati da una linea spezzata ideale di cui si misurano azimut, inclinazione e distanza. Il gruppo di lavoro si divide i compiti: chi impugna la bussola, chi registra i dati sul clinometro, chi annota nel taccuino. Le misure vengono spesso alternate tra due operatori per minimizzare gli errori sistematici.[6]

Oltre alla poligonale, lo speleologo annota informazioni geologiche e morfologiche, produce schizzi su carta millimetrata con pianta, sezioni longitudinali e trasversali, e marca i capisaldi sulle pareti con segni di nero fumo. La classificazione del Catasto delle Grotte d’Italia distingue diversi gradi di precisione, dal Grado 1 al Grado X, a seconda degli strumenti e delle metodologie impiegati.[6]

Gli strumenti tradizionali — bussola, clinometro e metro — convivono oggi con il distanziometro laser DISTO X310, che combina in un unico dispositivo la misurazione di distanza, azimut e inclinazione. I più recenti scanner LiDAR, inclusi quelli integrati negli iPhone Pro, hanno aperto scenari di mappatura 3D in pochi minuti direttamente sul campo. Un gruppo di ricercatori italiani ha sviluppato Charlotte, strumento open source dotato di LiDAR con un costo inferiore ai 400 euro, rendendo accessibile la mappatura tridimensionale anche a gruppi con budget limitato.[7][6]

Dal dato grezzo alla carta

Una volta rientrati in superficie, i dati grezzi vengono elaborati con software specializzati. Il processo di riduzione numerica converte le misure di distanza, azimut e inclinazione in coordinate cartesiane (Nord, Est, Quota), producendo la poligonale grafica della grotta sviluppata lungo tre assi.[8]

I principali strumenti utilizzati dalla comunità speleologica italiana e internazionale sono:

  • Therion: software open source per la produzione di mappe vettoriali, con algoritmi di smoothing per affinare il disegno e funzioni avanzate di gestione degli anelli[9][10]
  • cSurvey: ideato da Federico Cendron, offre un’interfaccia intuitiva per la trascrizione dei fogli di campagna, l’analisi della poligonale e il disegno di pianta e sezione; si basa sul motore di calcolo di Therion ma dispone di un proprio motore grafico vettoriale creato per le specifiche esigenze del rilievo speleologico[11][9]
  • CaveWhere: software open source basato sul concetto di “carpeting”, ovvero la proiezione dello schizzo cartaceo lungo la poligonale in un ambiente tridimensionale; consente di esportare mappe in PNG, SVG, PDF e JPG[12]
  • CloudCompare: strumento dedicato all’analisi di grandi set di dati LiDAR, per allineare scansioni, rimuovere rumore e misurare spessori[7]

Planimetria e sezioni: il racconto tridimensionale

Il prodotto finale si articola in due rappresentazioni complementari. La planimetria mostra la grotta vista dall’alto, con gallerie, pozzi e diramazioni distribuiti nello spazio orizzontale. Le sezioni — longitudinali e trasversali — rivelano invece lo sviluppo verticale, le altezze delle sale, la morfologia dei pozzi e la relazione tra i livelli. È qui, nel passaggio dalla serie di dati numerici a questo doppio racconto visivo, che la cartografia speleologica rivela la sua natura creativa: il cartografo deve scegliere cosa mostrare, come accentuare, dove semplificare — esattamente come un illustratore scientifico.[13]


Mostri e Meraviglie: Quando la Mappa Racconta Storie

La Carta Marina di Olao Magno

Nel 1539, l’arcivescovo svedese Olao Magno terminò un lavoro iniziato dodici anni prima: la Carta Marina, una mappa monumentale che misurava 170 per 125 centimetri e rappresentava l’Europa settentrionale popolata di creature marine prodigiose. Vicino alla costa norvegese compare un serpente di quasi sessanta metri che si avvolge intorno a una nave; al largo delle Faroe, un mostro stringe una foca nel becco; sulle coste scozzesi, un gigantesco astice afferra un marinaio.[14][15]

Le creature della Carta Marina non erano pure invenzioni: Olao Magno le aveva attinte da bestiari medievali, dai racconti dei pescatori e dall’enciclopedia Hortus Sanitatis del 1491. La mappa fu presa a riferimento dai cartografi europei per i cinquant’anni successivi, e bisognò aspettare l’inizio del Settecento perché le nuove edizioni eliminassero i mostri dal mare. La Carta Marina era al tempo stesso un documento geografico, un’enciclopedia naturale e un’opera d’arte: la necessità di rappresentare l’ignoto si traduceva in figure che mescolavano osservazione empirica e immaginario culturale.[15][14]

Il parallelo sotterraneo

Le mappe delle grotte condividono con la Carta Marina una stessa ambizione: dare forma a ciò che l’occhio ordinario non può vedere. Anche il cartografo speleologico si trova davanti all’ignoto — un corridoio che si restringe, un lago dalle dimensioni incerte, una sala così alta che la lampada non ne illumina il soffitto — e deve trovare il modo di renderlo comprensibile.[1]

Se le antiche mappe nautiche popolavano i margini con serpenti e leviatani per segnalare il pericolo e il mistero, le mappe di grotta adottano simboli altrettanto evocativi: i contorni frantumati di una frana, le virgole stilizzate delle concrezioni, il tratteggio dei laghi sotterranei. Non sono mostri, ma raccontano un mondo altrettanto straordinario e in larga parte ancora inesplorato. L’Italia, con oltre 50.000 grotte censite, è uno dei territori carsici più ricchi d’Europa; eppure ogni anno se ne scoprono ancora 200-300 nuove, e ogni mappa di quelle cavità porta impressa la stessa energia della scoperta.[16][1]

La grotta come narrazione

Una buona mappa speleologica non si limita a registrare misure: racconta una storia. Marco Corvi, in uno dei testi di riferimento sulla pratica del rilievo, descrive la mappa come un mezzo di comunicazione visuale con propria sintassi e grammatica, la cui validità dipende da quanto riesce a comunicare, al di là dell’apparenza estetica. In questa prospettiva, il cartografo è narratore: sceglie il punto di vista (la proiezione), seleziona i dettagli, calibra la densità di simboli. Ogni mappa porta il marchio delle sue mani e dei suoi occhi.[13]


La Mappa come un Quadro: Estetica e Funzionalità

La doppia natura del rilievo

Un rilievo speleologico riuscito deve rispondere contemporaneamente a due esigenze apparentemente opposte: essere preciso abbastanza da poter essere usato come documento tecnico, e leggibile abbastanza da trasmettere la morfologia della grotta in modo immediato. L’eccesso di dettagli può rendere la mappa un labirinto visivo; la semplificazione eccessiva la svuota di significato scientifico. Questa tensione creativa è esattamente quella che definisce la grande arte applicata.[1]

La qualità grafica di una mappa dipende da scelte stilistiche precise: il peso delle linee di contorno, la texture dei riempimenti, il contrasto tra il bianco del vuoto e il nero della roccia, l’impiego del colore per distinguere livelli diversi o morfologie specifiche. Il rilievo della Grotta del Ghiaccio in Val Senales realizzato da Marco Pedrotti — poi premiato al concorso SSI — descriveva «linee fluide che seguivano i contorni naturali della grotta, colori pastello per distinguere i diversi ambienti, annotazioni descrittive che trasformavano la mappa in un racconto visivo».[16]

Il ruolo del colore

Il colore è uno degli strumenti più potenti — e più delicati — della cartografia speleologica. Tradizionalmente le mappe erano monocromatiche, con il nero per la roccia e il bianco per il vuoto. L’aggiunta del colore introduce gerarchie visive: il blu per l’acqua, il marrone per le formazioni, il verde per le zone biologicamente sensibili. Con i software vettoriali moderni come cSurvey e Therion è possibile gestire layer multipli sovrapposti, ciascuno con il proprio schema cromatico, creando mappe stratificate che comunicano informazioni complesse senza saturare lo spazio visivo.[3][11][9]

Estetica e funzionalità come un tutt’uno

Il concorso “Rilievo: tra arte e tecnica” della Società Speleologica Italiana valuta esplicitamente entrambe le dimensioni: qualità tecnica e qualità artistica, considerate non in contraddizione ma complementari. Francesco Serafin, vincitore del primo premio artistico 2024 con il rilievo della Grotta dei Partigiani, e Adriano Menin, primo classificato per la qualità tecnica con il rilievo della Grotta della Donna, rappresentano due facce della stessa medaglia: speleologi che hanno applicato principi di composizione visiva alla rappresentazione cartografica senza mai sacrificare l’accuratezza. La formazione di questi specialisti avviene attraverso la rete delle Scuole di Speleologia della SSI, che includono moduli dedicati alla rappresentazione grafica, all’uso del colore e ai principi di leggibilità cartografica.[17][16]


Concorsi e Gallerie: Dove Ammirare le Più Belle Mappe di Grotte

Il panorama italiano: “Rilievo: tra arte e tecnica”

La Commissione Nazionale Catasto Cavità Naturali della Società Speleologica Italiana coordina dal 1928 la raccolta sistematica dei dati speleologici. Nel 2024 ha istituito il concorso “Rilievo: tra arte e tecnica”, giunto nel 2026 alla sua terza edizione. Il concorso è aperto a tutti i soci SSI in regola con la quota associativa, riguarda rilievi 2D di cavità naturali italiane già inserite nel Catasto Grotte, e prevede premi fino a 350 euro. Le opere vengono valutate da una giuria tecnica e dal voto del pubblico, tipicamente nell’ambito di raduni nazionali di speleologia.[18][17][16]

La prima edizione 2024 ha visto premi assegnati per un valore complessivo in materiale speleologico; la seconda edizione 2025, tenutasi nell’ambito del Raduno Internazionale CapoVolta a Volta Mantovana (30 ottobre–2 novembre 2025), ha portato il montepremi a 1.000 euro totali, suddivisi tra primo premio (450 euro), secondo premio (300 euro) e premio del pubblico (250 euro).[19][16]

Il panorama internazionale: UIS e oltre

Il 19° Congresso Internazionale di Speleologia UIS, svoltosi a Belo Horizonte, Brasile, dal 20 al 27 luglio 2025, ha ospitato un concorso di cartografia che ha attratto specialisti da tutto il mondo. L’evento ha rappresentato una piattaforma per confrontare metodologie innovative e tecniche di mappatura dei sistemi carsici, con la partecipazione di oltre 1.100 speleologi provenienti da 51 paesi. Il prossimo Congresso è già pianificato: la 20ª edizione si terrà a Cluj-Napoca, Romania, nel 2029.[20][21][22]

A livello nazionale russo, il Primo Concorso Nazionale Russo di Rilevamenti Topografici di Grotte, organizzato da Gennady Samokhin, ha introdotto due categorie innovative: “Precisione e dettaglio nella mappatura delle grotte” e “Miglior design artistico”. Le opere vincitrici sono state esposte presso il Visitor Center del complesso “Tavrida Cave” e della grotta di ghiaccio di Kungur, e pubblicate su una sezione speciale del sito Speleoatlas.[23]

Visioni Sotterranee: quando la grotta diventa arte totale

Il concorso “Visioni Sotterranee”, organizzato da TETIDE APS come progetto EuroSpeleo in collaborazione con la Federazione Speleologica Europea, rappresenta un passo ulteriore nell’esplorazione del confine tra documentazione e arte. Giunto alla seconda edizione nel 2025, il concorso invita a presentare fotografie, disegni, diagrammi, vignette, grafica vettoriale, arte frattale, pixel art e collage multimediali ispirati al mondo sotterraneo. Le opere selezionate sono state esposte e premiate al 17° EuroSpeleoForum di Volta Mantovana, nell’ambito del Raduno CapoVolta 2025.[24][25]

Le categorie tecniche del concorso comprendono anche la Grafica Vettoriale per la creazione di mappe interattive e scalabili delle grotte, confermando come la cartografia speleologica sia riconosciuta a pieno titolo tra le forme espressive del mondo sotterraneo.[24]


L’Evoluzione Tecnologica e la Continuità Artistica

L’avvento degli scanner laser 3D e della fotogrammetria ha profondamente trasformato il rilievo speleologico senza però eliminarne la componente artistica: l’ha semmai arricchita di nuove possibilità. I rilievi digitali consentono layer informativi sovrapposti, animazioni tridimensionali e visualizzazioni immersive che trasformano la mappa tradizionale in esperienza multimediale. La SSI ha riconosciuto ufficialmente una nuova scuola di rilievo 3D con tecniche geomatiche, confermando l’interesse istituzionale verso questi sviluppi.[7][6][16]

La sfida contemporanea è mantenere saldo il legame tra precisione scientifica e sensibilità estetica nell’era digitale. Gli speleologi più esperti combinano la precisione degli strumenti moderni con la sensibilità artistica acquisita attraverso decenni di pratica manuale. Édouard-Alfred Martel, che fondò la Société de Spéléologie nel 1895 e sviluppò la prima metodologia sistematica di rilievo delle grotte, avrebbe probabilmente riconosciuto nei cartografi contemporanei i suoi eredi più fedeli: persone capaci di trasformare l’oscurità in conoscenza, e la conoscenza in bellezza.[26][27]


Conclusione

La cartografia speleologica occupa un territorio di frontiera tra scienza e arte, tra misura e racconto. Il sistema di simboli UIS garantisce un linguaggio comune universale; la poligonale trasforma il buio in coordinate; il software dà forma al dato grezzo. Ma è la mano — fisica o digitale — del cartografo che decide come raccontare tutto questo. I concorsi come “Rilievo: tra arte e tecnica” e “Visioni Sotterranee” sanciscono ufficialmente questa doppia natura, premiando lavori che siano al tempo stesso documenti scientifici affidabili e opere capaci di emozionare anche chi non ha mai messo piede sottoterra. Guardare una mappa di grotta con occhi nuovi significa riconoscervi non solo un archivio di coordinate, ma la traccia visibile di un’esplorazione — e di un’arte.

Fonti consultate:

L'articolo Non Solo Mappe, Ma Capolavori: la Cartografia Sotterranea tra Scienza e Arte proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Scanner 3D e Droni: come la cartografia digitale delle grotte sta cambiando la speleologia
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Scanner 3D e Droni: come la cartografia digitale delle grotte sta cambiando la speleologia

Apríl 26th 2026 at 11:00

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La tecnologia LiDAR, i droni e il rilievo 3D con smartphone stanno trasformando il modo in cui gli speleologi mappano il mondo sotterraneo. Dall’iPhone agli UAV, la cartografia digitale delle grotte è oggi realtà consolidata anche in Italia.


L’evoluzione del rilievo speleologico: dalla bussola al laser

Per oltre un secolo e mezzo, il rilievo speleologico è stato affidato a bussola, clinometro e metro a nastro. Le prime esplorazioni sistematiche delle grotte europee risalgono alla metà dell’Ottocento, quando il Carso triestino divenne il laboratorio naturale dei pionieri della speleologia italiana, austriaca e slovena. Le mappe venivano redatte a mano, con settimane di lavoro per documentare poche centinaia di metri di gallerie.wikipedia

Un primo salto tecnico arrivò negli anni Ottanta con il distanziometro laser DISTO, seguito dal DistoX: strumento tascabile che integra laser, bussola digitale e clinometro, con trasferimento dati via Bluetooth allo smartphone. La vera svolta, però, è arrivata con la cartografia digitale delle grotte e con l’introduzione del laser scanning 3D, che ha radicalmente cambiato la percezione e la documentazione del mondo sotterraneo.scintilena

L’Italia — con oltre 50.000 grotte censite e una tradizione speleologica che risale all’esplorazione della Grotta di Trebiciano nel 1841 — è oggi uno dei paesi più attivi nell’adozione di queste tecnologie.scintilena


LiDAR e laser scanning: come si fotografa il buio con la cartografia 3D

Il cuore del rilievo speleologico moderno è il LiDAR (Light Detection and Ranging). Il principio è semplice: il sensore emette impulsi laser e misura il tempo impiegato da ciascun impulso a tornare dopo aver colpito una superficie. Milioni di questi impulsi producono una nuvola di punti tridimensionale, cioè una rappresentazione matematica precisa di ogni parete, soffitto e pavimento della grotta.scintilena

Esistono diverse categorie di scanner laser applicabili alla speleologia. I Terrestrial Laser Scanner (TLS) come il Leica RTC360 offrono precisione millimetrica (3 mm di errore locale), ma richiedono decine di stazioni di scansione e ore di lavoro. I sistemi SLAM-based (Simultaneous Localization and Mapping) come il GeoSLAM ZEB Horizon RT sono più agili: l’operatore cammina con lo strumento in mano e il sensore costruisce in tempo reale la mappa 3D. Il GeoSLAM ZEB Horizon RT arriva a scansionare 300.000 punti al secondo, con un range fino a 100 metri e un’accuratezza relativa di 6 mm.scintilena+2

La tecnologia SLAM è particolarmente indicata per le grotte perché funziona senza segnale GPS: il sistema stima la propria posizione confrontando continuamente le nuove acquisizioni con quelle precedenti. Un esempio concreto è il rilievo 3D delle Grotte di Frasassi, eseguito con il laser scanner FJD Trion S2 SLAM, che ha prodotto modelli tridimensionali dettagliati dell’intero sistema carsico.youtube


Lo smartphone come scanner 3D per il rilievo grotte: LiDAR nell’iPhone

A partire dal modello iPhone 12 Pro (2020), Apple ha integrato un sensore LiDAR nella fotocamera posteriore di tutti i modelli “Pro”. Il sensore emette impulsi laser sicuri per la vista (Classe 1) e misura il tempo di ritorno per costruire una nuvola di punti 3D in tempo reale. La portata massima negli iPhone è di circa 4,20 metri, estendibile a 6 metri con un’asta per avvicinare il dispositivo alle pareti.scintilena+1

Il Gruppo Speleologico UTEC Narni è stato tra i pionieri in Italia: da oltre 18 mesi sperimenta il sensore LiDAR dell’iPhone 13 Pro per il rilievo di grotte e cavità artificiali, documentando protocolli operativi precisi. Il risultato più eloquente è il rilievo di circa 700 metri di cunicolo eseguito in soli 5 minuti, a fronte dei tempi ben più lunghi richiesti dal rilevamento classico.scintilena

Le app più usate per il rilievo con smartphone LiDAR sono Scaniverse (gratuita), che si è dimostrata affidabile nelle sessioni dell’Equipe LiDAR veneta, e Polycam (a pagamento), che integra fotogrammetria e dati LiDAR per risultati più ricchi di dettaglio cromatico.scintilena

L’uso dello smartphone in grotta richiede alcune precauzioni: custodie robuste che lascino libero il sensore, power bank per l’autonomia della batteria, target di calibrazione ogni 200 metri per ridurre l’errore cumulativo e uno “sky scan” prima di entrare per registrare la posizione GPS dell’ingresso con errore inferiore a 5 metri.scintilena

L’Equipe LiDAR — gruppo veneto guidato tecnicamente dall’ing. Paolo Corradeghini — ha sistematizzato anni di sperimentazione in un corso di III livello SSI riconosciuto dalla Società Speleologica Italiana. Il corso “LiDAR iPhone 2.0 e CloudCompare” ha raggiunto la 4a edizione nel marzo 2026 a Nervesa della Battaglia (TV), con riconoscimento come aggiornamento valido per gli Istruttori di Tecnica.scintilena


Therion e CloudCompare: i software open source per la cartografia digitale speleologica

Acquisire la nuvola di punti in grotta è solo il primo passo. L’elaborazione avviene fuori, con due software di riferimento.

Therion è un programma open source gratuito, sviluppato dai due speleologi slovacchi Martin Budaj e Stacho Mudrak. Non è un semplice strumento di disegno: ogni elemento della mappa — pareti, pozzi, stalattiti, flussi d’acqua — è rappresentato come oggetto con attributi propri. Questo approccio semantico consente di esportare i rilievi in formati GIS, mantenendo le informazioni strutturali. Therion gestisce interi sistemi carsici, genera mappe multipagina e può importare dati da Survex e DistoX. La versione italiana dell’interfaccia è disponibile.therion.speleo+1

CloudCompare è il software open source di riferimento per l’analisi delle nuvole di punti 3D. Le funzioni principali per la speleologia comprendono l’importazione dei formati LAS, PLY e PCD, la segmentazione per rimuovere il rumore, l’allineamento ICP per sovrapporre scansioni di sessioni diverse, l’estrazione di curve di livello e la misura di volumi di sale. Paolo Corradeghini ha prodotto una serie di tutorial YouTube — “Grotte in 3D” — che guida gli speleologi dall’importazione della prima nuvola alla produzione del rilievo finale.scintilena

Il workshop “LiDAR and Geomatics in 3D Cave Surveys” a CapoVolta 2025 ha confermato che il rilievo 3D è già uno dei linguaggi operativi della speleologia italiana, accanto agli strumenti tradizionali.scintilena


Droni nelle grotte e realtà aumentata: le nuove frontiere dell’esplorazione sotterranea

I droni aprono scenari inediti: esplorare ambienti inaccessibili all’uomo per temperature letali, gas tossici, pozzi verticali o gallerie sommerse troppo strette. Il pioniere del settore è il drone svizzero Flyability Elios, dotato di una gabbia sferica protettiva che lo rende anti-collisione: può rimbalzare sulle pareti rocciose senza danneggiarsi.smartnation

La prima applicazione speleologica italiana rilevante è stata il complesso geologico delle Stufe di San Calogero in Sicilia — inaccessibile per l’uomo a causa di temperature altissime e umidità al 100% — dove Elios ha mappato le zone inesplorate in circa due giorni. Il drone era pilotato dall’astronauta ESA Luca Parmitano, nell’ambito di una ricerca condotta dall’associazione La Venta e dalla Commissione Grotte Eugenio Boegan di Trieste.smartnation

La versione Elios 3 integra una videocamera 4K, illuminazione a 10.000 lumen, sette sensori ottici per la stabilizzazione senza GPS e, nella versione con payload FARO, un sensore LiDAR capace di misurazioni volumetriche con margine di errore dell’1%. Con questo sistema, la spedizione Hraunrásir nel 2023 ha mappato tubi lavici ancora caldi a oltre 250°C sul vulcano islandese Fagradalsfjall.quadricottero+1

Un caso significativo per la speleologia subacquea è il drone ROV calato nel Lago Blu della grotta Shulgan-Tash negli Urali: dotato di un cavo da 200 metri, ha esplorato passaggi sommersi del sistema carsico percorrendo 36 metri di tunnel rocciosi nel primo giorno operativo. In Islanda, invece, il SETI Institute e Astrobotic Technology hanno documentato come un drone LiDAR autonomo — senza GPS né mappe precaricate — abbia mappato in pochi minuti il tubo lavico di Lofthellir, aprendo la strada a missioni analoghe su Luna e Marte.scintilena+2

In Italia, il DIATI del Politecnico di Torino ha condotto alla Grotta di Bossea (Piemonte) uno studio che integra sistemi SLAM portatili, UAV e analisi sismiche. I modelli 3D ottenuti con i droni hanno supportato l’installazione di stazioni sismiche per rilevare la risposta della grotta agli eventi climatici: le piogge intense generano firme sismiche ad alta frequenza, mentre le temperature estive aumentano il rumore sismico di fondo. Lo studio è stato pubblicato sull’ISPRS International Journal of Geo-Information.scintilena

La realtà aumentata rappresenta la frontiera più avanzata: la possibilità di sovrapporre al campo visivo reale le informazioni del modello 3D — posizione nella mappa, profondità, direzione delle gallerie, punti di pericolo. Il sistema Minotaur, sviluppato per la speleosubacquea, usa già algoritmi di intelligenza artificiale per elaborare dati in tempo reale durante l’immersione, con una precisione del 2–3% nel tracciamento del percorso. Le componenti tecnologiche per la realtà aumentata speleologica esistono; mancano ancora standard operativi condivisi e applicazioni mature per l’uso sul campo.scintilena

La sfida dei prossimi anni non sarà tecnologica, ma culturale: costruire standard condivisi per i dati 3D, formare nuove generazioni di speleologi digitali e garantire che le nuvole di punti acquisite diventino patrimonio collettivo, consultabile da ricercatori e appassionati in tutto il mondo.youtubescintilena


Scanner 3D e Droni nella Speleologia Digitale

  • Storia del rilievo — dalle corde ottocentesche al DistoX, fino al LiDAR
  • LiDAR e Laser Scanning — funzionamento fisico, tabella comparativa tra TLS, SLAM e smartphone, con dati prestazionali reali
  • iPhone come scanner 3D — il protocollo operativo dell’UTEC Narni, i 700 m rilevati in 5 minuti, le app Scaniverse e Polycam
  • Therion e CloudCompare — architettura semantica di Therion, workflow di CloudCompare, serie “Grotte in 3D” di Corradeghini
  • Droni e AR — Flyability Elios 3 alle Stufe di San Calogero con Luca Parmitano, drone subacqueo agli Urali, studio SLAM+UAV del Politecnico di Torino alla Grotta di Bossea

Il report include anche una guida pratica comparativa delle tecnologie e casi studio italiani concreti (Apuane, Montello, Narni, Bossea), con proiezioni sul futuro fino alle missioni spaziali su Luna e Marte.

Scanner 3D e Droni: La Rivoluzione Digitale nell’Esplorazione delle Grotte

Dimenticate mappe disegnate a mano e strumenti antiquati. Oggi, l’esplorazione del mondo sotterraneo è un’avventura high-tech. Il vostro smartphone potrebbe davvero essere la chiave per svelare i segreti di una grotta inesplorata. La tecnologia sta ridisegnando i confini del “continente buio”.


1. L’Evoluzione della Mappatura: Dal Manuale al Digitale

La cartografia speleologica ha origini lontane: le prime esplorazioni sistematiche delle grotte europee risalgono alla metà dell’Ottocento, quando il Carso triestino divenne il laboratorio naturale dei primi speleologi italiani, austriaci e sloveni. In quel periodo, gli strumenti del mestiere erano rudimentali ma efficaci: corde, candele, bussola magnetica, clinometro e metro a nastro. Il dato veniva annotato su taccuini impermeabili, poi trascritto a mano in mappe che richiedevano settimane di lavoro certosino per essere completate.[1]

Nel corso del Novecento si diffuse l’uso del teodolite per misurazioni angolari più precise, ma il vero salto qualitativo avvenne negli anni Ottanta con l’introduzione del distanziometro laser (DISTO), che permise di misurare distanze con luce laser senza bisogno di srotolare fisicamente il metro. Un ulteriore passo fu il DistoX, evoluzione appositamente studiata per la speleologia, che integra misuratore laser, bussola digitale e clinometro in un unico strumento tascabile, capace di trasferire dati direttamente a uno smartphone via Bluetooth.[2]

La vera rivoluzione però è arrivata con la cartografia digitale: software come Therion e Survex hanno reso possibile gestire in modo vettoriale e georeferenziato interi sistemi carsici, mentre negli ultimi anni l’introduzione del laser scanning 3D ha radicalmente trasformato il modo in cui gli speleologi “vedono” e documentano il mondo sotterraneo. L’Italia — con oltre 50.000 grotte censite e una tradizione speleologica che risale al 1841 con l’esplorazione della Grotta di Trebiciano — è oggi uno dei Paesi più attivi nello sviluppo e nell’adozione di queste nuove tecnologie.[3][4]


2. LiDAR e Laser Scanning: Come si “Fotografa” il Buio

Il cuore tecnologico della nuova speleologia è il LiDAR (Light Detection and Ranging): una tecnica di telerilevamento che emette impulsi laser e misura il tempo impiegato da ciascun impulso per tornare al sensore dopo aver colpito una superficie. La formula è semplice nella sua essenza: conoscendo la velocità della luce, dalla misura del tempo si ricava la distanza con precisione millimetrica. Milioni di questi impulsi sparati in ogni direzione producono una nuvola di punti tridimensionale, cioè una rappresentazione matematica precisa di ogni parete, soffitto e angolo della grotta.[5][6]

Esistono diverse categorie di scanner laser applicabili alla speleologia, ciascuna con caratteristiche, costi e campi d’uso differenti:

TipologiaStrumento di riferimentoAccuratezzaTempo acquisizioneCosto indicativo
TLS (Laser Scanner Terrestre)Leica RTC360, Trimble Tx83 mm~45 min per area> 50.000 €
SLAM Mobile (handheld)GeoSLAM ZEB Horizon RT, FJD Trion S26–30 mm4–10 min15.000–30.000 €
Smartphone LiDARiPhone 12/13/14/15 Pro~1–2 cm (statico)5–15 min~1.500 €
Drone con LiDARFlyability Elios 3 + FARO payload~1 cmVariabile> 80.000 €

I Terrestrial Laser Scanner (TLS) come il Leica RTC360 offrono la massima precisione (3 mm di errore locale), ma richiedono decine di stazioni di scansione, ore di lavoro e strumenti difficili da trasportare in ambienti impervi. I sistemi SLAM-based (Simultaneous Localization and Mapping) come il GeoSLAM ZEB Horizon RT rappresentano una via di mezzo ideale: l’operatore cammina tenendo lo strumento in mano, e il sensore costruisce in tempo reale la mappa 3D dell’ambiente. Il GeoSLAM ZEB Horizon RT arriva a scansionare 300.000 punti al secondo, con un range fino a 100 metri e un’accuratezza relativa di 6 mm.[7][8][9]

La Tecnologia SLAM: Navigare nel Buio senza GPS

Il principio SLAM è particolarmente adatto alle grotte perché funziona senza segnale GPS: il sistema costruisce una mappa dell’ambiente elaborando in tempo reale i dati del sensore LiDAR, stimando la propria posizione confrontando continuamente le nuove acquisizioni con quelle precedenti. È come se il dispositivo tenesse traccia di ogni passo nell’oscurità usando solo ciò che “vede” con il laser. Un esempio concreto è il rilievo 3D delle Grotte di Frasassi eseguito con il laser scanner FJD Trion S2 dotato di tecnologia SLAM, che ha permesso di ottenere modelli tridimensionali dettagliati dell’intero sistema carsico.[6][10]

Nel 2023, la ricerca applicata sui confronti tra metodologie ha rilevato risultati significativi: il sistema SLAM KAARTA Stencil 2 ha acquisito 64 milioni di punti in soli 4 minuti e 24 secondi di cammino in una cavità artificiale di Gravina in Puglia, con un errore medio di 3,18 cm, contro i 45 minuti necessari al TLS per ottenere 30 milioni di punti con 3 mm di accuratezza. Il trade-off tra velocità e precisione è quindi il criterio principale per scegliere la tecnologia più adatta a ciascun rilievo.[7]


3. Il Tuo iPhone come Scanner 3D: Realtà o Fantascienza?

Non è fantascienza: è realtà concreta e già in uso da parte di gruppi speleologici italiani. A partire dal modello iPhone 12 Pro (2020), Apple ha integrato un sensore LiDAR nella fotocamera posteriore di tutti i modelli “Pro”. Il sensore emette impulsi laser a bassa potenza — sicuri per la vista (Classe 1) — e misura il tempo di ritorno per costruire una nuvola di punti 3D in tempo reale. La portata massima del sensore negli iPhone è di circa 4,20 metri, estendibile a circa 6 metri usando un’asta o un bastone da selfie per avvicinare il dispositivo alle pareti più lontane.[11][12]

Il Gruppo Speleologico UTEC Narni è stato uno dei pionieri in Italia: da oltre 18 mesi sperimenta il sensore LiDAR dell’iPhone 13 Pro per rilievi dettagliati di grotte e cavità artificiali della propria area, documentando protocolli operativi precisi. Il risultato più eloquente: il rilievo di circa 700 metri di cunicolo eseguito in soli 5 minuti, a fronte dei tempi considerevolmente più lunghi richiesti dal rilevamento classico con bussola e fettuccia.[12][11]

App consigliate per il rilievo con smartphone

  • Scaniverse (gratuita): app intuitiva, eccellente per la gestione delle nuvole di punti LiDAR in grotta; si è dimostrata affidabile nelle sessioni del Gruppo UTEC Narni e dell’Equipe LiDAR veneta.[11]
  • Polycam (a pagamento): offre funzionalità avanzate di fotogrammetria, integrando dati della fotocamera con quelli LiDAR per risultati più ricchi di dettaglio cromatico.[11]
  • 3D Scanner App: alternativa valida per scansioni rapide in spazi ristretti.

Limitazioni pratiche e come superarle

L’uso dello smartphone in grotta richiede precauzioni specifiche:

  • Protezione fisica: custodie robuste che lascino libero il sensore LiDAR posteriore; nelle cadute su roccia bagnata il sensore è vulnerabile.[11]
  • Batteria: la scansione LiDAR consuma rapidamente la batteria; indispensabile portare un power bank.[11]
  • Errore cumulativo: oltre i 200 metri di rilievo, l’errore accumulato può diventare significativo; è necessario posizionare target di calibrazione a intervalli regolari.[11]
  • GPS assente: prima di entrare, effettuare uno “sky scan” per registrare la posizione GPS precisa dell’ingresso con errore inferiore a 5 metri.[11]
  • Superfici problematiche: il LiDAR fatica con superfici specchianti (acqua ferma, stalagmiti molto lucide) o uniformi e ripetitive.[11]

L’Equipe LiDAR — gruppo veneto del Gruppo Naturalistico Montelliano e Treviso Sotterranea guidato tecnicamente dall’ing. Paolo Corradeghini — ha sistematizzato anni di sperimentazione in un corso di III livello SSI riconosciuto dalla Società Speleologica Italiana, segno che il rilievo con smartphone ha raggiunto una maturità metodologica istituzionale. Il corso SSI “LiDAR iPhone 2.0 e CloudCompare” alla sua 4a edizione nel marzo 2026 a Nervesa della Battaglia (TV) ha ottenuto il riconoscimento come aggiornamento valido per gli Istruttori di Tecnica.[13][14]


4. Software per Esploratori Moderni: Therion, CloudCompare e Oltre

Acquisire la nuvola di punti in grotta è solo il primo passo. Il vero lavoro inizia fuori, con l’elaborazione dei dati. Due software si contendono il palcoscenico nella speleologia digitale italiana.

Therion: la cartografia vettoriale open source

Therion è un software open source gratuito, sviluppato dai due speleologi slovacchi Martin Budaj e Stacho Mudrak, disponibile per Windows, Linux e macOS. Non è semplicemente un programma di disegno: è un sistema semantico per la topografia ipogea. Ogni elemento della mappa — pareti, pozzi, stalattiti, flussi d’acqua — viene rappresentato come un oggetto con attributi propri, distinguendo semanticamente un “bordo di pozzo” da una “parete di galleria”. Questo approccio consente di esportare i rilievi in formati GIS, mantenendo le informazioni semantiche.[15]

Therion gestisce interi sistemi carsici complessi, genera mappe multipagina (atlanti), elenchi di continuazioni e può importare dati da altri software di poligonale come Survex e DistoX. La versione italiana è disponibile con interfaccia e output in lingua italiana. Gli aggiornamenti sono costanti: la release 5.5.6 del dicembre 2020 ha introdotto miglioramenti significativi.[16][15]

CloudCompare: il laboratorio per le nuvole di punti

CloudCompare è il software open source di riferimento per l’analisi e l’elaborazione di grandi nuvole di punti tridimensionali. Le sue funzioni principali applicate alla speleologia sono:[17]

  1. Importazione di nuvole nei formati LAS, PLY, PCD e molti altri
  2. Segmentazione: rimozione manuale o automatica di porzioni non desiderate (operatore, attrezzatura, rumore)
  3. Allineamento (registrazione ICP): sovrapposizione precisa di scansioni multiple acquisite in sessioni separate
  4. Estrazione curve di livello per la restituzione in pianta e sezione
  5. Analisi metriche: misura di distanze, spessori di pareti, volumi di sale

Paolo Corradeghini, figura di riferimento per la geomatica speleologica italiana, ha prodotto una serie di tutorial YouTube — “Grotte in 3D” — che guida gli speleologi dall’importazione della prima nuvola alla produzione del rilievo finale in CloudCompare. Il workshop “LiDAR and Geomatics in 3D Cave Surveys” a CapoVolta 2025 (il raduno internazionale di speleologia a Volta Mantovana) ha confermato che il rilievo 3D non è più un’anticipazione del futuro ma uno dei linguaggi già in uso nella comunità speleologica, accanto agli strumenti tradizionali.[18][17]

Altri software nell’ecosistema digitale speleologico

  • CaveWhere (open source): ideato da Philip Schuchardt, semplifica il flusso dal rilievo tradizionale al disegno 3D tramite il “carpeting” — la proiezione degli schizzi lungo la poligonale. Accetta dati da Compass, Survex, Walls.[19]
  • Agisoft Metashape: per la fotogrammetria Structure-from-Motion (SfM), con elaborazione automatica di nuvole di punti da video o sequenze fotografiche.[20]
  • Minotaur (app Android gratuita): sistema innovativo per la mappatura speleosubacquea, che usa i sensori degli smartphone e l’intelligenza artificiale per costruire percorsi nelle grotte sommerse con precisione del 2–3%.[21]

5. Il Futuro è Adesso: Droni e Realtà Aumentata nelle Grotte

Droni: i nuovi esploratori dell’inaccessibile

Se LiDAR e smartphone hanno democratizzato la cartografia digitale per gli ambienti percorribili dall’uomo, i droni aprono scenari radicalmente nuovi: esplorare ciò che nessun essere umano può raggiungere. Temperature letali, gas tossici, pozzi verticali senza possibilità di arrampicata, gallerie sommerse troppo strette: in tutti questi casi, i droni diventano gli occhi e le mani degli esploratori.

Il pioniere del settore è il drone svizzero Flyability Elios, progettato con una gabbia sferica protettiva che lo rende “anti-collisione”: può rimbalzare sulle pareti rocciose senza danneggiarsi. La prima applicazione speleologica italiana è stata il complesso geologico delle Stufe di San Calogero in Sicilia — inaccessibile per l’uomo a causa di temperature altissime e umidità al 100% — dove Elios ha mappato tutte le nuove zone in circa due giorni, con il drone pilotato dall’astronauta ESA Luca Parmitano nell’ambito di una ricerca condotta dall’associazione La Venta e dalla Commissione Grotte Eugenio Boegan di Trieste.[22]

Elios 3, la versione più recente, integra una videocamera 4K, illuminazione a 10.000 lumen, sette sensori ottici per la stabilizzazione senza GPS e — nella versione con payload FARO — un sensore LiDAR Ouster OS0-128 Rev 7 capace di misurazioni volumetriche con margine di errore dell’1% rispetto alle scansioni laser terrestri. Con questo sistema, la spedizione Hraunrásir nel 2023 ha mappato tubi lavici ancora caldi a oltre 250°C sul vulcano islandese Fagradalsfjall, con campioni analizzati sul campo con microscopio SEM.[23][24]

Un caso di studio emblematico è il drone subacqueo nella grotta Shulgan-Tash negli Urali: un ROV dotato di cavo da 200 metri è stato calato nel Lago Blu per esplorare passaggi sommersi del leggendario sistema sotterraneo, percorrendo 36 metri attraverso tunnel rocciosi nel primo giorno operativo. In Islanda, invece, il SETI Institute e Astrobotic Technology hanno dimostrato come un drone equipaggiato con sensori LiDAR — senza GPS né mappe precaricate — abbia mappato in pochi minuti il tubo lavico di Lofthellir in modo autonomo, aprendo la strada a missioni simili su Luna e Marte.[25][26][27]

Il Politecnico di Torino alla Grotta di Bossea: il caso italiano

Un esempio concreto della maturità raggiunta da queste tecnologie in Italia è lo studio condotto dal DIATI (Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture) del Politecnico di Torino nella Grotta di Bossea (Piemonte). Il team ha testato e confrontato sistemi di mappatura portatile SLAM con UAV per la creazione di modelli tridimensionali della cavità, confrontandoli con il laser scanner terrestre. I modelli 3D ottenuti con i droni hanno supportato anche l’installazione di stazioni sismiche per analizzare il rumore sismico ambientale e la micro-sismicità, rilevando che le frequenze sismiche aumentano nei mesi caldi e le piogge intense generano firme ad alta frequenza. Lo studio è stato pubblicato sull’ISPRS International Journal of Geo-Information, confermando la rilevanza scientifica internazionale dell’approccio.[28][29]

Verso la Realtà Aumentata: vedere la grotta con nuovi occhi

La frontiera più avanzata è la Realtà Aumentata (AR) applicata alla speleologia: la possibilità di indossare visori o usare lo schermo dello smartphone per sovrapporre al campo visivo reale le informazioni tratte dal modello 3D — posizione rispetto alla mappa, profondità, direzione delle gallerie, punti di pericolo noti. Progetti come Minotaur per la speleosubacquea usano già algoritmi di intelligenza artificiale per elaborare dati in tempo reale durante l’immersione.[21]

L’integrazione del LiDAR con la realtà aumentata — prospettata già nella roadmap di sviluppo degli iPhone Pro — permetterebbe a uno speleologo di entrare in una grotta già parzialmente nota con un “overlay” 3D sovrimpresso alla visione reale: frecce che indicano il percorso ottimale, alert su zone instabili, confronto istantaneo tra rilievo attuale e quello storico. Non è più fantascienza: le componenti tecnologiche esistono, mancano ancora standard operativi condivisi e app dedicate mature.[12]


6. Confronto tra Tecnologie: Guida Pratica per lo Speleologo

TecnologiaPrecisioneVelocitàCostoAdatto aLimite principale
Bussola + DISTO tradizionaleAlta (relativa)LentaBassoRilievi completi, qualsiasi grottaTempi lunghi, errore umano
iPhone LiDAR + Scaniverse~1–2 cmMolto rapida~1.500 €Prime mappe rapide, grotte fino a 500 mPortata 4–6 m, errore cumulativo
GeoSLAM ZEB (SLAM mobile)~6 mmRapida15.000–30.000 €Rilievi professionali, grotte turisticheCosto elevato, peso
TLS (Leica, Trimble)3 mmLenta (stazioni)> 50.000 €Documentazione scientifica di alto livelloIngombro, costo, setup
Drone Flyability Elios 3~1 cm (con LiDAR)Variabile> 80.000 €Ambienti inaccessibili, gas, caloreCosto elevatissimo, autonomia
Fotogrammetria SfM~1–7 cmMediaBasso (software)Documentazione visiva riccaRichiede buona illuminazione

7. Casi Studio Italiani: la Speleologia di Casa Nostra al Passo coi Tempi

La speleologia italiana non è solo spettatrice di questa rivoluzione: ne è protagonista attiva. Ecco alcuni esempi concreti:

Alpi Apuane – Il portale speleologico della Toscana ha pubblicato online un modello virtuale 3D di 235 km di grotte nelle Apuane settentrionali, consentendo a chiunque di “viaggiare” attraverso le montagne dal proprio computer. Oltre 1.040 ingressi su 279 km² di area carsica sono ora visualizzabili in tre dimensioni.[30]

Grotta Tavaran Grando (Montello, TV) – Dal 2022, l’Equipe LiDAR del Gruppo Naturalistico Montelliano utilizza questo complesso carsico come laboratorio didattico per il corso SSI di rilievo 3D con iPhone. Il ramo principale e i rami laterali vengono rilevati da gruppi di corsisti divisi in squadre, con elaborazione CloudCompare il pomeriggio stesso.[13]

UTEC Narni – Il gruppo speleologico umbro ha redatto una “Dispensa Tecnica” completa sull’uso dell’iPhone 13 Pro LiDAR per rilievi in grotta, diventata punto di riferimento nazionale per la metodologia di scansione mobile.[11]

Grotte di Bossea (CN) – Il Politecnico di Torino ha usato la grotta piemontese come banco di prova per SLAM, UAV e analisi sismiche integrate, pubblicando i risultati su riviste internazionali.[29]


8. Prospettive Future: Dove Porta Questa Rivoluzione?

La traiettoria evolutiva è chiara e accelera ogni anno:

  1. Sensori LiDAR sempre più potenti negli smartphone: iPhone 15 e 16 Pro mostrano miglioramenti nel sistema laser rispetto ai predecessori. Con ogni nuova generazione, la portata e la precisione aumentano.[11]
  2. Droni autonomi: Hovermap di Emesent — drone totalmente autonomo con LiDAR per navigazione senza pilota in ambienti GPS-denied — anticipa un futuro in cui i droni esplorano in autonomia grotte inesplorate, inviando mappe in superficie prima che arrivi l’uomo.[31]
  3. AI per la speleologia: L’intelligenza artificiale inizia ad essere integrata nel riconoscimento automatico di morfologie, strutture di pericolo (fratture, zone instabili) e classificazione delle formazioni.[21]
  4. Standardizzazione dei dati: Il workshop di CapoVolta 2025 ha evidenziato come la sfida principale non sia più la raccolta dei dati, ma la loro standardizzazione, affinché nuvole di punti acquisite con strumenti diversi possano essere confrontate, unite e archiviate in catasti nazionali.[18]
  5. Missioni spaziali: La tecnica dimostrata con il drone al tubo lavico di Lofthellir in Islanda è già valutata per le future missioni di esplorazione dei lavatubes sulla Luna e su Marte. Le stesse tecnologie che oggi uno speleologo usa nelle grotte dell’Umbria o del Veneto potrebbero tra vent’anni documentare caverne extraterrestri.[27][25]

Conclusione

La rivoluzione digitale nella speleologia non ha eliminato l’uomo dal mondo sotterraneo: lo ha potenziato. Bussola e metro a nastro non sono scomparsi — restano insostituibili per certi rilievi — ma ora condividono il saccolopeo dello speleologo con iPhone, algoritmi SLAM e droni capaci di rimbalzare sulle pareti rocciose. Il “continente buio” non è mai stato così ben documentato, e mai come oggi la mappatura di una grotta è accessibile a un gruppo amatoriale con risorse limitate. La vera sfida dei prossimi anni non sarà tecnologica, ma culturale: costruire standard condivisi, formare nuove generazioni di speleologi digitali e garantire che i dati acquisiti con tanta cura diventino patrimonio collettivo, consultabile da ricercatori, speleologi e appassionati in tutto il mondo.[14][18]

Fonti consultate

L'articolo Scanner 3D e Droni: come la cartografia digitale delle grotte sta cambiando la speleologia proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Il 19 aprile 1904: la valanga del Beth travolse 81 minatori nelle Alpi Cozie
    Condividi Una delle più gravi sciagure del lavoro nella storia del Piemonte è ancora viva nella memoria delle comunità della Val Troncea Il 19 aprile 1904, una o più valanghe staccatesi dal Bric Ghinivert travolsero 81 minatori delle miniere del Beth, sopra Pragelato, rendendo quella giornata la più grave sciagura mineraria dell’Italia. Le miniere del Beth: attività estrattiva ad alta quota nelle Alpi Cozie Sopra Pragelato, nel cuore della Val Troncea, a oltre 2.700 metri di quo
     

Il 19 aprile 1904: la valanga del Beth travolse 81 minatori nelle Alpi Cozie

Apríl 26th 2026 at 10:00

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Una delle più gravi sciagure del lavoro nella storia del Piemonte è ancora viva nella memoria delle comunità della Val Troncea


Il 19 aprile 1904, una o più valanghe staccatesi dal Bric Ghinivert travolsero 81 minatori delle miniere del Beth, sopra Pragelato, rendendo quella giornata la più grave sciagura mineraria dell’Italia.

Le miniere del Beth: attività estrattiva ad alta quota nelle Alpi Cozie

Sopra Pragelato, nel cuore della Val Troncea, a oltre 2.700 metri di quota, le miniere del Beth rappresentarono per decenni uno dei cantieri minerari più alti dell’arco alpino. La concessione fu avviata intorno al 1860-1863 dall’imprenditore torinese Pietro Giani, che ottenne i diritti di sfruttamento di un ricco giacimento di calcopirite, da cui si estraevano principalmente rame e zolfo.loscarpone.cai

Il minerale, dopo un primo trattamento nella Fonderia della Tuccia costruita a quota 1.730 metri lungo il torrente Chisone, veniva spedito principalmente a Marsiglia, dove il rame era molto richiesto come antiparassitario dai produttori di vino della regione di Bordeaux. Il sito era collegato a valle da una mulattiera costruita da Giani per il trasporto del minerale su slittini, poi sostituita da una teleferica a due tronconi realizzata nel 1898.sites.google+1

Nella fase di massima attività, il cantiere impiegava quasi 300 lavoratori organizzati su tre turni. I minatori vivevano in baracche di legno a oltre 2.700 metri, scendendo a valle soltanto nel fine settimana. Le condizioni erano estreme: turni di 12-13 ore, isolamento stagionale prolungato, approvvigionamento difficoltoso di viveri e materiali. Il rischio valanga era strutturale e conosciuto. Nel gennaio 1904, un primo distacco aveva già causato la morte di un lavoratore.scialp


Il 19 aprile 1904: la decisione di scendere e la valanga

L’inverno 1903-1904 fu eccezionalmente nevoso. Nei giorni precedenti la Pasqua, le nevicate si intensificarono ulteriormente e un centinaio di minatori si trovò isolato nelle baracche con le scorte alimentari in esaurimento. L’ingegner Rodriguez, direttore delle miniere, avrebbe sconsigliato la discesa telefonicamente, ma la prospettiva di restare bloccati senza cibo spinse la maggioranza degli operai a tentare il rientro a valle.valchisone+1

Alcuni minatori locali proposero di attendere il distacco al sicuro dentro le gallerie. La proposta fu respinta. La mattina del 19 aprile i minatori lasciarono le baracche organizzandosi in tre gruppi distanziati, in fila indiana: la stessa precauzione che si adotta ancora oggi in ambiente valanghivo.loscarpone.cai+1

Tra le 12 e le 12:30, una o più masse nevose si staccarono dalle pendici del Bric Ghinivert. Un superstite, G. San Martino di Salza di Pinerolo, testimoniò che due valanghe si staccarono quasi contemporaneamente: una dal Bric di Mezzogiorno, l’altra — di proporzioni enormi — dal Gran Terminale (Ghinivert). La seconda travolse tutto: baraccamenti, palizzate, antivalanghe, tratti di teleferica, e i tre gruppi di minatori in discesa. La massa nevosa precipitò per quasi 1.000 metri di dislivello lungo il canalone del Gourée.scialp


Il bilancio: 81 morti e una trentina di superstiti

Le operazioni di soccorso non poterono iniziare il 19 aprile. Il rischio residuo di ulteriori distacchi e le condizioni della neve impedirono qualsiasi accesso alla zona. Solo il 20 aprile partirono le ricerche, con la partecipazione degli abitanti delle valli circostanti, degli artiglieri del Forte di Fenestrelle, delle guardie forestali e dei Carabinieri.montagna+1

Circa trenta minatori furono tratti in salvo. Il bilancio finale contò 81 vittime, rendendo la tragedia del Beth la più grave sciagura sul lavoro nella storia del Piemonte e una delle peggiori dell’intero arco alpino occidentale.valchisone+1

Le operazioni di recupero delle salme si protrassero per mesi. Una parte dei corpi fu sepolta nel cimitero di Laval nei giorni immediatamente successivi. Gli altri furono rinvenuti progressivamente, con il disgelo della neve. L’ultimo corpo fu recuperato il 28 giugno 1904, oltre due mesi dopo il distacco.montagna


Chi erano i minatori: giovani vite da tutta Italia e dall’Europa

L’analisi delle vittime restituisce il profilo di una forza lavoro giovane e proveniente da luoghi diversi. La grande maggioranza aveva meno di 30 anni. Solo tre vittime superavano i 50 anni. Il più giovane aveva 16 anni.scialp+1

Le provenienze erano variegate:

  • Val Chisone, Val Troncea e Pinerolese: la quota maggiore delle vittime
  • Val Germanasca e Val Pellice: minatori di fede valdese, la cui sepoltura fu inizialmente gestita senza il rito protestante, generando polemiche
  • Bellunese: operai specializzati giunti dal Veneto
  • Francia: lavoratori transfrontalieri dell’area alpina
  • Umbria: uno era di Perugiasites.google+1

Le polemiche: solidarietà pubblica, silenzi della proprietà

La tragedia suscitò un forte cordoglio nazionale. Giornali ed enti pubblici promo??ero collette che raggiunsero complessivamente 70.000 lire. Il governo stanziò fondi per le famiglie delle vittime. La Società mineraria annunciò pubblicamente un contributo di 10.000 lire per i familiari. A settembre 1904, a cinque mesi dal disastro, non aveva ancora liquidato le giornate di lavoro degli operai morti.sites.google+1

Le miniere del Beth non avevano mai raggiunto una piena redditività economica. La gestione era stata segnata da quotazioni in borsa, fallimenti, ricapitalizzazioni e trasferimenti della sede societaria all’estero per ragioni fiscali. L’attività estrattiva riprese dopo il 1904, ma con difficoltà crescenti. Le miniere chiusero definitivamente tra il 1910 e il 1914.loscarpone.cai+2


La memoria della valanga del Beth: dal dopoguerra alle commemorazioni attuali

Dopo le cerimonie del 1904, la tragedia conobbe decenni di oblio. La riscoperta avvenne progressivamente a partire dagli anni Settanta del Novecento, con un accelerazione in occasione del centenario del 2004, che portò ricerche storiche, convegni e iniziative commemorative promosse dal Parco Val Troncea, dal Comune di Pragelato e dalla Fondazione Guiot Bourg.scialp

Alla ricostruzione storica contribuì in modo decisivo il ritrovamento di un memoriale nell’archivio di famiglia di Graziella Giani, pronipote di Pietro Giani, che permise di collocare la vicenda nel contesto più ampio dei commerci europei dell’Ottocento.loscarpone.cai

La vicenda ha ispirato opere letterarie e audiovisive. Tra queste, il romanzo “L’anno che uccisero Rosetta” di Alessandro Perissinotto (Sellerio, 1997) e il docufilm “Le miniere del Beth – sulle orme di Pietro Giani”, realizzato con la collaborazione del guardiaparco Domenico Rosselli e con la regia di Fabio Solimini Giani, discendente diretto di Pietro Giani.ecomuseominiere+1


Pragelato ricorda ogni anno i minatori del Beth

Il sito delle miniere è oggi raggiungibile attraverso il Sentiero n. 320, che ripercorre la mulattiera storica di Pietro Giani lungo la Val Troncea. Sul Colle del Beth sono ancora visibili i resti dei baraccamenti, gli imbocchi delle gallerie, frammenti della teleferica e i laghetti glaciali. Il Parco Naturale Val Troncea, parte dell’Ente di Gestione delle Aree Protette delle Alpi Cozie, gestisce e promuove la conoscenza del sito.comune.pragelatoyoutube

Nel 2024, in occasione del 120° anniversario, il Comune di Pragelato ha intitolato una piazza nella frazione Plan — la Piazzetta Vittime della Valanga del Beth — ai minatori scomparsi. Ogni anno, il 19 aprile, la comunità si riunisce in questo spazio per la cerimonia commemorativa, con la partecipazione della Città Metropolitana di Torino e delle istituzioni locali. L’ultima si è tenuta il 19 aprile 2026, a 122 anni dall’evento.


In dettaglio

  • Le origini delle miniere: la concessione avviata da Pietro Giani nel 1860-1863, l’estrazione di calcopirite (rame e zolfo), la Fonderia della Tuccia e i mercati di Marsiglia
  • La vita durissima dei minatori: turni di 12-13 ore, baracche a 2.700 m, 300 lavoratori su tre turni
  • La dinamica del disastro: le settimane di neve, la decisione di scendere a valle, i tre gruppi distanziati in fila indiana, il doppio distacco dal Ghinivert e dal Bric di Mezzogiorno
  • Le vittime: 81 morti, per lo più sotto i 30 anni, provenienti da Val Chisone, Val Germanasca, Bellunese, Francia e persino Perugia; il più giovane aveva 16 anni
  • I soccorsi: operazioni iniziate il 20 aprile con valligiani, artiglieri dal Forte di Fenestrelle e Carabinieri; l’ultimo corpo recuperato il 28 giugno 1904
  • Le polemiche: la Società mineraria non liquidò gli stipendi per mesi, nonostante i 70.000 lire raccolte dalla solidarietà pubblica
  • La memoria: dal libro “Vite Nere” di Avondo (1997) al docufilm di Solimini Giani, fino alla Piazzetta delle Vittime inaugurata nel 2024 a Pragelato e alle commemorazioni annuali del 19 aprile

La Valanga del Beth (1904): Studio Approfondito sulla Tragedia degli 81 Minatori delle Alpi Occidentali

Sintesi

Il 19 aprile 1904, una o più valanghe di enormi dimensioni si staccarono dalle pendici del Bric Ghinivert, nel cuore delle Alpi Cozie, travolgendo 81 minatori che scendevano a valle o si trovavano ancora nelle baracche delle miniere del Beth, a oltre 2.700 metri di quota sopra Pragelato (Val Troncea, Provincia di Torino). La tragedia rimane il più grave incidente sul lavoro avvenuto entro i confini italiani in ambito minerario e uno dei più letali dell’intero arco alpino occidentale. A 122 anni di distanza, il ricordo degli 81 minatori è ancora vivo nelle comunità della Val Chisone e della Val Troncea, celebrate ogni anno nella cerimonia commemorativa del 19 aprile a Pragelato.[1][2][3][4][5]


Contesto geografico e industriale

Le miniere del Beth: un cantiere alle nuvole


Mountain stone tunnel entrance
Le miniere del Beth si trovano sul confine tra la Val Troncea e il Vallone di Massello, in Provincia di Torino, sul versante delle Alpi Cozie. Le quattro gallerie di estrazione erano aperte a quote comprese tra i 2.300 e i 2.850 metri sul livello del mare, rendendole tra i cantieri minerari più alti d’Europa ancora oggi. Il giacimento era ricco di calcopirite, da cui si ricavava principalmente zolfo (42% del peso del minerale) e rame (7-8%).[2][4][6][7]

La concessione mineraria fu avviata intorno al 1860-1863 dall’imprenditore torinese Pietro Giani (nato nel 1806), che ottenne i diritti di sfruttamento e costruì la strada carrettabile per il trasporto dei materiali dai 2.800 metri del Colle del Beth fino al fondovalle. La presenza di filoni ricchi di rame era nota da secoli, ma l’estrema remotezza del sito ne aveva impedito qualsiasi forma di sfruttamento industriale anteriore. In Francia, Giani incontrò il mineralogo Jacques Guilimin, con cui fondò la Fonderia della Tuccia a quota 1.730 metri lungo il torrente Chisone nel 1865.[7][2]
Il minerale estratto, dopo un primo trattamento in fonderia, veniva inviato principalmente a Marsiglia, dove il rame era molto richiesto dai produttori di vino della regione di Bordeaux che lo usavano come antiparassitario, dando origine alla cosiddetta miscela bordolese (oggi nota come verderame). La gestione delle miniere passò di mano nel tempo, con vicende di quotazioni in borsa, fallimenti e ricapitalizzazioni, con sede sociale trasferita a Bruxelles e in altre capitali europee per ragioni fiscali.[2]

Il sistema produttivo e la vita dei minatori

Nella fase di massima attività, le miniere del Beth impiegavano quasi 300 lavoratori, organizzati su tre turni. Le condizioni di vita erano durissime: turni di 12-13 ore giornaliere, poi il ritiro nelle baracche di legno a oltre 2.700 metri di quota, dove gli operai vivevano isolati, scendendo a valle solo nel fine settimana. Il trasporto del minerale a valle era stato effettuato inizialmente su slittini (lese) spinti da ragazzi o da donne, poi da carrette trainate da muli. Solo nel 1898 fu approvato e costruito un ingegnoso progetto di teleferica in due tronconi principali, che copriva un dislivello di oltre 900 metri dal Colle del Beth alla Fonderia la Tuccia.[2][4][6]

All’inizio del Novecento furono introdotte anche l’acqua corrente e la corrente elettrica, sfruttando l’energia del torrente Chisone, che permise l’utilizzo dei martelli pneumatici, sebbene la direzione avesse preferito a lungo l’avanzamento manuale ritenuto più economico. La miniera rappresentava un polo di attrazione economica per tutta la Valle: oltre ai minatori diretti, traevano beneficio le osterie di Laval, Plan, Traverse e Troncea. Nel gennaio 1904, una prima valanga aveva già causato la morte di un minatore, un tragico presagio di ciò che sarebbe accaduto il 19 aprile.[4]


La Tragedia del 19 Aprile 1904

Il contesto: neve, isolamento e decisione fatale

L’inverno 1903-1904 fu caratterizzato da nevicate abbondanti e persistenti. Nei giorni precedenti la Pasqua, le precipitazioni si intensificarono ulteriormente: circa un centinaio di minatori si trovava isolato a 2.623 metri di quota nelle baracche delle miniere, impossibilitato a scendere a valle. Le scorte alimentari si stavano esaurendo e la preoccupazione per la Pasqua e il rientro in famiglia cresceva di ora in ora. Pare che l’ingegner Rodriguez, direttore delle miniere, avesse telefonicamente sconsigliato la discesa, ma la forza delle circostanze — la fame, il pericolo incombente e il desiderio di tornare a valle per le festività — ebbe la meglio.[3][4]

Alcuni minatori locali, consapevoli dei pericoli dell’alta montagna, proposero invano ai compagni di rifugiarsi nelle gallerie delle miniere, attendendo il distacco della valanga al sicuro sotto roccia; ma la maggioranza decise di affrontare la discesa. La mattina del 19 aprile, i minatori lasciarono le baracche organizzandosi in tre gruppi ben distanziati, in fila indiana, seguendo le precauzioni che si adottano ancora oggi per ridurre il rischio di essere tutti travolti insieme da un eventuale distacco.[1][2][3]

Il distacco e la catastrofe


Beth Avalanche
Intorno alle ore 12-12:30, una o più masse nevose si staccarono dalle pendici del Bric Ghinivert (detto anche Gran Terminale o Ghinivert). Un testimone superstite, G. San Martino di Salza di Pinerolo, descrisse:[3][4]

“Alle ore undici due valanghe quasi contemporaneamente si staccarono, la prima dal Bric di Mezzogiorno e la seconda dal Gran Terminale (Ghinivert). Quest’ultima fu di proporzioni così grandi che travolse ogni cosa: baraccamenti, palizzate, antivalanghe, teleferiche. Non ci fu scampo: travolti i minatori in marcia e quelli nelle baracche.”[4]

La massa nevosa precipitò per quasi 1.000 metri di dislivello lungo il fianco della montagna, investendo sia i gruppi di minatori già in cammino sia quelli ancora fermi nei baraccamenti. Il distacco fu probabilmente innescato da un tuono o dal peso stesso della neve accumulata durante le nevicate dei giorni precedenti.[2][8]

Le vittime: chi erano gli 81 minatori

Il bilancio finale fu di 81 morti, con circa trenta superstiti. L’analisi dell’elenco dei nomi rivela una tragedia di giovani vite: la maggior parte delle vittime aveva meno di 30 anni, pochi superavano la trentina, e solo tre avevano più di 50 anni. Il più giovane aveva 16 anni.[1][9][4][6]

La provenienza geografica delle vittime è ampia e significativa:

  • Val Chisone e Val Troncea: Pragelato e comuni limitrofi (la grande maggioranza)
  • Val Germanasca e Val Pellice: Abbadia, San Pietro Val Lemina e altri centri valdesi
  • Pinerolese: Pinerolo, San Secondo, e comuni circostanti
  • Francia: lavoratori transfrontalieri dalla vicina area francese
  • Bellunese: operai specializzati giunti dal Veneto
  • Umbria: uno era di Perugia[4][6]

Tra le vittime vi erano anche minatori di fede valdese, il che causò una piccola polemica: due di loro furono inizialmente sepolti con rito cattolico, e solo in seguito riesumati e reinumati con la presenza del pastore protestante.[4]


I Soccorsi e le Operazioni di Recupero

La risposta immediata

Le operazioni di soccorso non poterono iniziare il giorno stesso del disastro: le condizioni della neve, il rischio residuo di ulteriori distacchi e l’accesso difficile alla zona impedirono qualsiasi intervento il 19 aprile. Solo il 20 aprile poterono partire le ricerche, a cui parteciparono:[9]

  • Gli abitanti delle valli circostanti (valligiani di Val Chisone, Val Germanasca e Val Pellice)
  • Gli artiglieri provenienti dal Forte di Fenestrelle
  • Le guardie forestali
  • I Carabinieri[1][9]

Circa trenta minatori furono tratti in salvo. Una parte delle salme fu ritrovata nei giorni immediatamente successivi e sepolta nel cimitero di Laval, alla testata della Val Troncea.[3][9]

Il recupero prolungato

Le operazioni di recupero si protrassero per mesi. La massa di neve accumulata era talmente imponente — con accumuli precipitati per quasi 1.000 metri di dislivello — che i corpi rimanevano sepolti sotto strati compatti. I cadaveri venivano rinvenuti man mano che la neve si scioglieva. Un testimone riferisce che quando i corpi giunsero fino ai “prati di Carlo” lungo il torrente Bramafam, si presentò una scena agghiacciante: i rami degli alberi abbattuti dalla valanga avevano imprigionato i corpi dei minatori. La conta finale dei corpi recuperati fu di 74 persone; le restanti 7 vittime furono incluse nel bilancio complessivo di 81 grazie alle testimonianze e agli elenchi del personale. L’ultimo corpo fu recuperato il 28 giugno 1904, oltre due mesi dopo il distacco.[2][9][3][8][6]


Reazioni sociali, economiche e politiche

Il cordoglio e le collette

La notizia della tragedia scosse l’intera nazione. Le cronache dell’epoca raccontano di un forte cordoglio popolare, con collette promosse dai giornali, dagli enti pubblici e dalla comunità. Il governo stanziò fondi per le famiglie delle vittime e alla fine si arrivò a raccogliere, complessivamente, la cifra di 70.000 lire. La Società mineraria dichiarò pubblicamente di voler stanziare 10.000 lire per i familiari dei caduti; tuttavia, a settembre 1904, non aveva ancora liquidato le giornate di lavoro degli operai ai famigliari. Questo comportamento alimentò polemiche e segnala le contraddizioni tra la risposta pubblica e quella dei datori di lavoro.[4][6]

Le conseguenze sull’attività mineraria

La valanga distrusse non solo vite umane, ma anche gran parte delle infrastrutture: baraccamenti, palizzate, antivalanghe e tratti della teleferica furono spazzati via. Nonostante ciò, l’attività mineraria riprese negli anni successivi, seppur tra grandi difficoltà economiche e organizzative. Lo sfruttamento del giacimento non aveva mai raggiunto una reale redditività economica, ed era stato sostenuto da quotazioni in borsa e speculazioni finanziarie. Le miniere del Beth cessarono definitivamente l’attività tra il 1910 e il 1914. Il sito fu progressivamente abbandonato, diventando testimonianza muta di una stagione industriale alpina irripetibile.[2][9][4]


Il Luogo della Tragedia: Geografia e Dinamica del Distacco


Rocky mountain hiking trail
Il Colle del Beth si trova a 2.785 metri sul livello del mare, sul confine tra la Val Troncea e il Vallone di Massello. Il versante da cui si staccarono le valanghe — il Bric Ghinivert (o Gran Terminale) — domina il canalone del Gourée, un percorso naturale di deflusso delle nevi. La morfologia del sito rendeva il rischio valanghe strutturale: i pendii sovrastanti le miniere e le baracche erano esposti a distacchi sia dal Bric Ghinivert che dalla Punta del Beth, come confermato dalla testimonianza del superstite che cita due valanghe quasi simultane.[2][9][8][4]
La dinamica del 19 aprile 1904 può essere ricostruita così: dopo settimane di nevicate eccezionali, il disgelo primaverile aveva indebolito le strutture nevose. Il peso della neve fresca caduta nei giorni precedenti, sommato alla neve umida e pesante tipica di aprile, creò le condizioni per un distacco di massa. L’evento coinvolse i pendii per quasi 1.000 metri di dislivello, con una potenza distruttiva che non lasciò scampo né a chi era già in cammino né a chi si trovava ancora nelle strutture.[2][8]


Confronto con altre grandi tragedie alpine e minerarie

La tragedia del Beth occupa un posto di rilievo nella storia delle grandi catastrofi delle Alpi e del lavoro minerario italiano ed europeo:

EventoDataLuogoVittimeCausa
Valanga del Beth19 aprile 1904Val Troncea, Piemonte (IT)81Valanga
Disastro di Mattmark30 agosto 1965Canton Vallese (CH)88Distacco di seracco glaciale
Disastro di Marcinelle8 agosto 1956Charleroi (BE)136 (di cui molti italiani)Incendio in miniera

[2]

La valanga del Beth è la tragedia con il maggior numero di minatori deceduti entro i confini italiani. Il disastro di Mattmark (88 morti) ebbe un numero leggermente superiore di vittime, ma fu causato dal distacco di un seracco glaciale durante la costruzione di una diga, non propriamente una valanga né un’attività mineraria nel senso stretto. Il disastro di Marcinelle, pur con il maggior numero di vittime italiane complessivo, avvenne in Belgio e in condizioni completamente diverse. La tragedia del Beth resta dunque la più grave sciagura sul lavoro nella storia del Piemonte e dell’arco alpino italiano.[1][3][2]


Memoria, Cultura e Patrimonio

Dalla rimozione al recupero della memoria

Dopo le commemorazioni immediate e le opere di solidarietà del 1904, la tragedia conobbe un periodo di oblio durato dalla fine degli anni Venti fino alla metà degli anni Settanta del Novecento. La riscoperta fu progressiva e capillare: il centenario del 2004 segnò un momento di svolta con la pubblicazione di ricerche storiche, la realizzazione di convegni e l’organizzazione di eventi commemorativi da parte del Parco Val Troncea, del Comune di Pragelato, dell’ATL e della Fondazione Guiot Bourg.[4]

Fondamentale per la ricostruzione storica fu il ritrovamento nell’archivio di famiglia di Graziella Giani — pronipote di Pietro Giani — di un memoriale che permetteva di ricostruire le origini dell’impresa mineraria nel suo contesto globale. Questo documento aprì una nuova prospettiva: la storia della valanga non era solo la storia di una catastrofe locale, ma si connetteva alle rotte commerciali di Marsiglia, ai mercati europei del rame e alle speculazioni finanziarie delle capitali europee dell’Ottocento.[2]

Opere letterarie e cinematografiche


Valanga del Beth panels
La tragedia del Beth ha ispirato opere culturali di vario genere:

  • “Vite nere. Storia delle miniere del Beth e della grande valanga del 1904” di Gian Vittorio Avondo (Pinerolo, L’Altro Modo, 1997): il principale testo storico-narrativo sulla vicenda[4]
  • “L’anno che uccisero Rosetta” di Alessandro Perissinotto (Sellerio, 1997): romanzo ambientato nella Val Troncea, in cui il mito della valanga del Beth si intreccia con una storia di cronaca nera[6]
  • “Le miniere del Beth – sulle orme di Pietro Giani”: docufilm scritto in collaborazione con Domenico Rosselli, guardiaparco del Parco Val Troncea, con la regia di Fabio Solimini Giani, discendente diretto di Pietro Giani[2][7]
  • Canzoni e ballate popolari tramandate nelle comunità valdesi della Val Chisone e Val Germanasca[6]

Il Sentiero del Beth e il Parco Naturale Val Troncea


Alpine huts at mountain pass

Bet Mine information sign
Oggi il luogo della tragedia è raggiungibile attraverso il Sentiero n. 320, che ripercorre la mulattiera costruita da Pietro Giani nel 1863 per il trasporto del minerale tramite slitte fino alla Fonderia della Tuccia. Il percorso, attrezzato con bacheche illustrative sull’attività mineraria, attraversa ambienti alpini ricchi di fauna (camosci, cervi, caprioli, stambecchi, galli forcelli) e flora. Sul Colle del Beth sono ancora visibili i resti degli antichi baraccamenti dei minatori, l’imbocco delle gallerie, resti della teleferica e i laghetti glaciali detti “Laghi del Beth”.[10][11]
Il Parco Naturale Val Troncea, parte dell’Ente di Gestione delle Aree Protette delle Alpi Cozie, ha svolto un ruolo fondamentale nel recupero e nella divulgazione della storia delle miniere. Il Parco ha costruito sul Colle del Beth un bivacco utilizzabile dagli escursionisti e continua a promuovere la conoscenza di questa storia.[2][12][10]

La Piazzetta delle Vittime a Pragelato

Nel 2024, in occasione del 120° anniversario, il Comune di Pragelato ha intitolato una piazza nella frazione Plan — “Piazzetta Vittime della Valanga del Beth” — ai minatori scomparsi. Ogni anno, il 19 aprile, la comunità si riunisce in questo spazio per la cerimonia commemorativa, con la partecipazione della Città Metropolitana di Torino e delle istituzioni locali. La cerimonia del 2026 si è tenuta il 19 aprile a 122 anni dall’evento.[1][2][8][5][13]


Significato Storico e Riflessioni

La tragedia del Beth è molto più di un incidente sul lavoro: è uno specchio del tempo in cui avvenne. Siamo nell’Italia di inizio Novecento, priva di una legislazione organica sulla sicurezza sul lavoro, dove il rischio naturale in ambienti estremi era considerato parte del prezzo del progresso industriale. I minatori conoscevano il pericolo — si erano organizzati in gruppi distanziati, avevano discusso se rifugiarsi nelle gallerie — ma erano prigionieri di una situazione senza buone uscite: fame, isolamento e la necessità del salario li spinsero verso il basso.[2][4]

La vicenda rivela anche le contraddizioni del capitalismo industriale dell’epoca: un’impresa che trasferiva sede sociale da Torino a Bruxelles per ragioni fiscali, che non aveva ancora pagato gli stipendi degli operai morti quattro mesi dopo il disastro, mentre i giornali raccoglievano fondi per le famiglie delle vittime. La miniera del Beth non raggiunse mai una piena redditività economica, ma costò la vita a 81 persone.[4][2]

A oltre un secolo di distanza, il ricordo della valanga del Beth continua a interrogare le comunità alpine sul valore del lavoro, sui limiti del progresso e sull’obbligo morale di non dimenticare. La storia di questi uomini — giovani montanari e operai migranti, protestanti e cattolici, piemontesi e veneti, italiani e francesi — è la storia di un’Europa del lavoro che si costruiva sulle spalle dei più fragili, tra le nevi di una montagna bellissima e spietata.

Fonti consultate

L'articolo Il 19 aprile 1904: la valanga del Beth travolse 81 minatori nelle Alpi Cozie proviene da Scintilena.

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  • Sotto l’Appennino Abruzzese, la Crosta si Sdoppia: la Tomografia Svela una Struttura Nascosta
    Condividi Una nuova ricerca pubblica la prima immagine tomografica del raddoppio crostale al fronte del Sistema a Thrust Esterno abruzzese, con implicazioni per la valutazione della pericolosità sismica dell’Italia centrale Lo studio analizzato è “First Tomographic Imaging of Mid-Crustal Doubling at the Abruzzi Outer Thrust Front, Central-Southern Italy” (de Nardis et al., Solid Earth, aprile 2026). Si tratta di una ricerca di primo piano che presenta la prima immagine tomografica del rad
     

Sotto l’Appennino Abruzzese, la Crosta si Sdoppia: la Tomografia Svela una Struttura Nascosta

Apríl 26th 2026 at 09:00

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Una nuova ricerca pubblica la prima immagine tomografica del raddoppio crostale al fronte del Sistema a Thrust Esterno abruzzese, con implicazioni per la valutazione della pericolosità sismica dell’Italia centrale

Lo studio analizzato è “First Tomographic Imaging of Mid-Crustal Doubling at the Abruzzi Outer Thrust Front, Central-Southern Italy” (de Nardis et al., Solid Earth, aprile 2026). Si tratta di una ricerca di primo piano che presenta la prima immagine tomografica del raddoppio crostale lungo il fronte del Sistema a Thrust Esterno dell’Appennino centro-meridionale.


Una “TAC” della Crosta Profonda dell’Appennino

La tomografia sismica ha svelato per la prima volta una struttura profonda nascosta sotto l’Appennino centro-meridionale italiano. Lo studio, pubblicato il 20 aprile 2026 sulla rivista scientifica Solid Earth (EGU/Copernicus), è firmato da Rita de Nardis, Donato Talone, Luca De Siena, Maria Adelaide Romano, Francesco Brozzetti e Giusy Lavecchia.copernicus

La ricerca riguarda il cosiddetto Arco Thrust Basale Abruzzese (ATBA), una struttura tettonica compressiva che si estende per circa 170 km nella zona di transizione tra Appennino Centrale e Meridionale, raggiungendo profondità fino a 24 chilometri. Fino a oggi, la sua geometria profonda era sostanzialmente sconosciuta.


La Tomografia Sismica Locale: i Dati

Il gruppo di ricerca ha condotto una tomografia a tempi di percorso utilizzando l’algoritmo FMTOMO, capace di risolvere l’equazione eikonale in mezzi geologicamente eterogenei. L’analisi si basa su un dataset di 42.176 tempi di arrivo di onde P e 29.045 di onde S, estratti da 5.712 terremoti registrati tra gennaio 2009 e dicembre 2020 da 37 stazioni della Rete Sismica Nazionale.

Il modello tomografico raggiunge una riduzione del RMS e della covarianza rispettivamente del 73% e del 93% per le onde P, e del 65% e dell’88% per le onde S. La risoluzione spaziale minima raggiunta è di circa 15 chilometri, con valori localmente inferiori nei livelli più superficiali.


Il Raddoppio Crostale: il Risultato Più Significativo

Il dato più rilevante emerso dai modelli tomografici è un’ampia inversione di velocità sismica tra i 14 e i 24 km di profondità, nella zona compresa tra latitudine 41.3–41.8° N e longitudine 14.3–15.0° E. In questa zona, uno strato a velocità inferiore (6.0–6.6 km/s) si trova al di sotto di uno strato a velocità superiore (6.6–7.0 km/s): una configurazione caratteristica del raddoppio crostale.

Questa struttura è interpretata come un sistema di sovrascorrimento a metà crosta, dove pacchetti di unità cristalline e mesozoiche si sovrappongono a unità più profonde probabilmente composte da evaporiti triassiche e formazioni del Verrucano. Un corpo ad alta velocità analogo era già stato osservato leggermente a nord da Chiarabba et al. (2010), ma senza la risoluzione necessaria per identificare lo strato sottostante a bassa velocità. I due modelli sono considerati compatibili.


L’Arco Thrust Basale Abruzzese: Geometria e Segmentazione

Integrando la tomografia con dati geologici, profili sismici a riflessione, sezioni bilanciate e pozzi profondi, il gruppo di ricerca ha costruito un modello tridimensionale dell’ATBA. La struttura è suddivisa in tre archi di quarto ordine: Abruzzo Citeriore (segmento settentrionale), Frentani (centrale) e Daunia (meridionale).

Il sovrascorrimento basale immerge verso ovest con un angolo medio di circa 22° e raggiunge i 24 km di profondità. Il sistema comprende sia sovrascorrimenti affioranti nei contrafforti appenninici, sia strutture sepolte inferite dall’analisi geomorfologica del reticolo idrografico e del rilievo topografico.


Tre Domini Sismogenetici a Confronto

L’area di studio ospita tre domini sismotectonici distinti che si affiancano da ovest a est. Il dominio estensionale appenninico, con faglie normali NW-SE attive a profondità 0–14 km, ha prodotto storicamente grandi terremoti come quello dell’Aquila del 2009 (Mw 6.3) e di Norcia del 2016 (Mw 6.5). Il dominio contrattivo dell’ATBA ha mostrato solo attività microsismica minore (ML max 3.8 nel 2009) nel periodo strumentale. Il dominio trascorrente dell’avampaese adriatico, con faglie destre E-W tra 10 e 20 km di profondità, ha invece generato sequenze come San Giuliano di Puglia 2002 (Mw 5.7) e Montecilfone 2018 (Mw 5.1).ingvterremoti

Lo studio documenta come l’ATBA abbia agito come barriera strutturale durante la sequenza del 2002, impedendo la propagazione verso l’alto della rottura sismica dal dominio trascorrente sottostante.


Faglia Attiva o Struttura Inattiva? Il Dibattito è Aperto

La quiescenza sismica dell’ATBA nel periodo strumentale ha portato alcuni ricercatori a classificarlo come struttura inattiva. Lo studio non condivide questa conclusione definitiva. Diverse linee di evidenza indicano che il potenziale sismogenetico non può essere escluso.

Tra queste: evidenze morfotectoniche di sollevamento e accorciamento attivi nel Pleistocene medio nel segmento settentrionale; terremoti storici distruttivi il cui collegamento con l’ATBA rimane aperto, come quello del 1706 (Mw ~6.8) nella zona della Maiella e quello del 5 dicembre 1456 (Mw 7.2); e l’affinità strutturale con altri archi del STE padano-adriatico, come l’Arco Emiliano, che nel 2012 ha prodotto un terremoto di Mw 6.0 dopo un lungo silenzio. Il basso tasso di convergenza GPS (1–3 mm yr?¹) è compatibile con lunghi intervalli di ricorrenza sismica, non con l’assenza di attività.


Il Dibattito Thin-Skinned vs. Thick-Skinned

Il lavoro contribuisce a un dibattito di lungo corso sulla struttura profonda dell’Appennino. I modelli cosiddetti “thin-skinned” confinano la deformazione alla sola copertura sedimentaria, sopra una zona di scollamento, e prevedono accorciamenti molto elevati. I modelli “thick-skinned” coinvolgono invece anche il basamento cristallino e prevedono accorciamenti più contenuti.d-nb+1

La prima immagine tomografica del raddoppio crostale sotto l’Arco Abruzzese — una struttura che penetra fino a 24 km — fornisce l’evidenza geofisica diretta di una tettonica thick-skinned nell’ultima fase compressiva (Pliocene superiore–Quaternario) di questo settore. Si tratta di un tassello importante per la costruzione di modelli tettonici più affidabili in questa zona di transizione.copernicus


Implicazioni per la Pericolosità Sismica

I ricercatori sottolineano che il modello 3D dell’ATBA rappresenta una base per future valutazioni di pericolosità sismica nell’Italia centrale. La comprensione della geometria profonda delle strutture compressive del STE, spesso sepolte e difficilmente accessibili con tecniche paleosismologiche o geodetiche, è essenziale per stimare il potenziale di magnitudo massima e gli intervalli di ricorrenza dei terremoti in una delle aree più densamente popolate d’Europa.copernicus

Lo studio è stato condotto da ricercatori dell’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara e dell’Università di Aberdeen, con dati della Rete Sismica Nazionale (INGV).copernicus


Lo studio analizzato è “First Tomographic Imaging of Mid-Crustal Doubling at the Abruzzi Outer Thrust Front, Central-Southern Italy” (de Nardis et al., Solid Earth, aprile 2026). Si tratta di una ricerca di primo piano che presenta la prima immagine tomografica del raddoppio crostale lungo il fronte del Sistema a Thrust Esterno dell’Appennino centro-meridionale.

La guida di studio copre:

  • Contesto geologico — i tre domini tettonici coesistenti (estensionale, contrattivo, trascorrente) e la gerarchia degli archi del STE italiano
  • Metodologia — come funziona FMTOMO, i dati sismici usati (42.176 onde P + 29.045 onde S), la costruzione del modello 3D
  • Risultati chiave — il raddoppio crostale a 14–24 km, la geometria dell’Arco Thrust Basale Abruzzese (~170 km, tre sotto-archi), le anomalie di velocità
  • Il dibattito thin-skinned vs. thick-skinned e come i nuovi dati contribuiscono a risolverlo
  • Implicazioni per la pericolosità sismica — attività vs. inattività strutturale, analogie con l’Emilia 2012
  • Glossario10 domande di autovalutazione con risposta multipla e risposta estesa, 5 flashcard concettuali, e le formule fisiche chiave della tomografia

Prima Imaging Tomografica del Raddoppio Crostale al Fronte Thrust dell’Arco Abruzzese (Italia Centro-Meridionale)

Studio di riferimento: de Nardis R., Talone D., De Siena L., Romano M.A., Brozzetti F., Lavecchia G. — Solid Earth, 17, 665–687, 2026[1]


Executive Summary

Uno studio pubblicato il 20 aprile 2026 sulla rivista Solid Earth (Copernicus/EGU) presenta per la prima volta un’immagine tomografica del raddoppio crostale alla profondità di 14–24 km lungo il fronte del Sistema a Thrust Esterno (STE) dell’Arco Abruzzese, nell’Appennino centro-meridionale italiano. La ricerca integra tomografia sismica locale, meccanismi focali, dati geologici e geofisici per costruire un modello 3D concettuale dell’Arco Thrust Basale Abruzzese (ATBA), una struttura arcuata convessa verso est lunga ~170 km che raggiunge profondità di ~24 km. I risultati hanno implicazioni significative per la valutazione della pericolosità sismica nell’Italia centrale.[2][3][1]


1. Contesto Geologico e Tettonico

1.1 Il Sistema a Thrust Esterno (STE) d’Italia

Il Sistema a Thrust Esterno (STE) dell’Italia si è sviluppato nel Pliocene superiore–Quaternario al fronte della catena Appenninico-Maghrebide e si estende per circa 2500 km. Along il suo tracciato si distinguono due archi di secondo ordine convessi verso l’esterno: l’Arco Padano–Adriatico a nord e l’Arco Ionico–Siculo a sud. L’Arco Padano–Adriatico comprende cinque archi di terzo ordine (Monferrato, Emilia, Ferrara, Adriatico e Abruzzese).

Il tasso di convergenza GPS lungo lo STE è stimato in 1–3 mm yr?¹, e i dati di breakout di pozzo e meccanismi focali evidenziano una zona contrattiva attiva con assi-P sub-orizzontali orientati circa SSW-NNE lungo l’Arco Padano e WSW-ENE lungo l’Arco Adriatico. L’intero settore contrattivo mostra bassa sismicità di fondo, con terremoti storici e strumentali che raramente superano Mw 6.0.

1.2 L’Arco Thrust Basale Abruzzese (ATBA)

L’ATBA si colloca nella zona di transizione tra Appennino Centrale e Meridionale, a sud dell’Arco Adriatico. La struttura comprende sovrascorrimenti vergenti a est sia affioranti che sepolti, sviluppatisi nel Pliocene superiore–Pleistocene inferiore e che coinvolgono la piattaforma carbonatica dell’avampaese Apulo.

Il dominio compressivo è delimitato a ovest dalla provincia sismotettonica estensionale appenninica — caratterizzata da faglie normali NNW-SSE e WNW-ESE del Pliocene superiore–Quaternario — e a est dalla provincia trascorrente dell’avampaese, composta da strutture E-W con cinematica destra che affiorano nell’area del Gargano.

1.3 Inquadramento dei Tre Domini Sismogenetici

DominioStile tettonicoProfondità sismogenicaEsempi di terremoti
Estensionale (Appennino)Faglie normali NW-SE0–12 kmL’Aquila 2009 (Mw 6.3)[4], Amatrice–Norcia 2016 (Mw 6.5)[5]
Contrattivo (STE Abruzzese)Sovrascorrimenti verso E8–25 km1706 Maiella (Mw ~6.8)[6], attività comprativa 2009 (ML 3.8)
Trascorrente (Avampaese Adriatico)Faglie destre E-W10–20 kmSan Giuliano 2002 (Mw 5.7), Montecilfone 2018 (Mw 5.1)

2. Metodologie Applicate

2.1 Tomografia a Tempi di Percorso (Travel-Time Tomography)

La tomografia sismica locale è eseguita con l’algoritmo FMTOMO (Fast-Marching Tomography), che risolve l’equazione eikonale mediante il metodo Fast-Marching per calcolare i tempi di primo arrivo in mezzi eterogenei. La procedura iterativa e linearizzata minimizza i residui dei tempi di percorso tramite inversione nel sottospazio con vincoli di smorzamento (damping = 25) e smoothing (= 5).

Dataset utilizzato:

  • 42.176 tempi di arrivo delle onde P e 29.045 delle onde S[2][1]
  • 5.712 terremoti con 0,2 ? ML ? 5,5, periodo gennaio 2009 – dicembre 2020
  • 37 stazioni della Rete Sismica Nazionale Italiana
  • Riduzione RMS e covarianza: ~73% e ~93% per Vp; ~65% e ~88% per Vs

Risoluzione: la dimensione minima dell’anomalia risolvibile è ~15 km, con valori localmente più piccoli (~10 km) alle profondità superficiali.

2.2 Soluzioni di Meccanismo Focale

Sono stati calcolati sette nuovi meccanismi focali (ML 2.4–3.8) tramite inversione delle polarità P con il codice FPFIT. I dati provengono da una rete sismica temporanea installata nel 2009–2011, integrata con le forme d’onda della Rete Sismica Nazionale.

2.3 Costruzione del Modello 3D

Il modello tridimensionale dell’ATBA è costruito in quattro fasi principali:

  1. Cartografia geologica delle strutture affioranti e sepolte in GIS
  2. Estrusione 3D superficiale (0–5 km) delle tracce dei thrust mediante MOVE Suite
  3. Costruzione di sezioni trasversali (spaziatura 9 km, orientazioni N10°, N40°, N60°E) attraverso il modello tomografico
  4. Interpolazione 3D con triangolazione di Delaunay fino a ~24 km di profondità

3. Risultati Principali

3.1 Il Raddoppio Crostale a Metà Crosta

Il risultato più significativo è un’ampia inversione di velocità a profondità comprese tra ~14 e 24 km, localizzata nell’area delimitata da latitudine 41.3–41.8° e longitudine 14.3–15.0°. Questa anomalia delinea una zona di raddoppio ben sviluppata: uno strato a bassa velocità (6.0–6.6 km/s) al di sotto di uno strato ad alta velocità (6.6–7.0 km/s).

Questa configurazione è coerente con un sistema di sovrascorrimento a metà crosta in cui un pacchetto di unità cristalline e mesozoiche si sovrappone a un basamento più profondo a bassa velocità, probabilmente composto da evaporiti triassiche e formazioni del Verrucano. Un corpo ad alta velocità analogo è documentato leggermente a nord da Chiarabba et al. (2010), interpretato come imbrication thrust a metà crosta che coinvolge litologie dolomitiche.

3.2 Geometria dell’Arco Thrust Basale Abruzzese

La superficie non planare dell’ATBA ricostruita si estende per ~170 km lungo la direzione di scorrimento con un angolo di immersione medio di ~22° e raggiunge profondità fino a 24 km. Lungo l’andamento, l’ATBA è suddiviso in tre archi di quarto ordine di 40–50 km ciascuno:[1]

  • Abruzzo Citeriore (segmento settentrionale)
  • Frentani (segmento centrale)
  • Daunia (segmento meridionale)

Il sistema comprende due allineamenti strutturali principali: uno interno nei contrafforti appenninici con sovrascorrimenti affioranti del Pliocene superiore–Pleistocene inferiore, e uno esterno in gran parte sepolto inferito dall’analisi del rilievo topografico e del reticolo idrografico.

3.3 Anomalie di Velocità nell’Alta Crosta

Nella crosta superiore (0–8 km) sono state identificate anomalie a bassa velocità (Vp <5 km/s, Vs <3 km/s) sia nel dominio estensionale intra-appenninico (anomalie n. 1–2) che nel tetto sospeso dell’ATBA sepolto (anomalie n. 3–7):

  • Anomalie 1–2: correlate con i bacini quaternari intra-montani del dominio estensionale (es. bacini del Fucino e di Sulmona)
  • Anomalie 3–4: associate a facies costiere e depositi fluviali della zona peri-adriatica
  • Anomalie 5–7: correlate con unità sabbiose e argillose di età Miocenica–Pleistocenica

Le anomalie 5 e 6 si sovrappongono a una grande anomalia magnetica positiva la cui origine è dibattuta; lo studio favorisce l’ipotesi di una sorgente magnetica più profonda, poiché le anomalie tomografiche sono confinate nei primi 10 km.

3.4 Sismicità Strumentale e Meccanismi Focali

Durante il periodo strumentale 1981–2018, il dominio contrattivo dell’ATBA appare essenzialmente asismico a eccezione di attività comprativa minore (ML max 3.8) documentata nel 2009 a profondità 8–18 km. La sequenza del 2009 è concentrata lungo una struttura antitetica (back-thrust) dell’ATBA nel segmento Abruzzo Citeriore, con ipocentri ed assi-P che ruotano da SW-NE a E-W verso sud.

I terremoti di San Giuliano 2002 (Mw 5.7) e Montecilfone 2018 (Mw 5.1) appartengono invece al dominio trascorrente dell’avampaese e sono associati a faglie sub-verticali trending E-W con cinematica destra, localizzate nel blocco inferiore dell’ATBA a profondità 10–20 km. L’ATBA sembra aver agito come barriera strutturale impedendo la propagazione verso l’alto della rottura sismica del 2002.


4. Il Dibattito Tettonica Thin-Skinned vs. Thick-Skinned

4.1 Le Due Interpretazioni

Il dibattito sulla struttura profonda degli Appennini contrapponente modelli thin-skinned (deformazione confinata alla copertura sedimentaria sopra una zona di scollamento) e thick-skinned (deformazione che coinvolge anche il basamento cristallino) è rimasto irrisolto per decenni.[7][8]

I modelli thin-skinned predicono accorciamenti molto elevati (es. 172 km lungo alcune sezioni), mentre i modelli thick-skinned suggeriscono accorciamenti molto inferiori (37 km) attraverso piegamento aperto della piattaforma carbonatica e riattivazione di faglie estensionali preesistenti. Butler et al. (2004) e Mazzoli et al. (2000) propongono un modello misto con variabilità spazio-temporale dello stile di deformazione.[7]

4.2 Come il Nuovo Studio Risolve il Dibattito

Le immagini tomografiche dell’inversione di velocità a metà crosta — coerenti con un sovrascorrimento basale che penetra fino a 24 km — forniscono la prima evidenza geofisica diretta di una tettonica thick-skinned nell’ultima fase compressiva (Pliocene superiore–Quaternario) dell’Arco Abruzzese. La geometria e la dimensione dell’ATBA corrispondono bene a quelle degli archi di terzo ordine del sistema Padano-Adriatico, come l’Arco di Monferrato, l’Arco Emiliano e l’Arco Ferrarese.[1]


5. Attività vs. Inattività dell’ATBA

5.1 La Questione Aperta

La quiescenza sismica dell’ATBA nel periodo strumentale solleva una domanda fondamentale: la struttura è inattiva o è una faglia bloccata con potenziale sismogenetico? Studi recenti (Lanari et al., 2023) la considerano inattiva sulla base di analisi integrate di processi superficiali e profondi.[1]

5.2 Argomenti Favorevoli alla Potenziale Attività

Il nuovo studio non esclude la possibilità di attività futura, presentando diverse linee di evidenza:

  • Sismicità strumentale minore (ML max 3.8 nel 2009) nel segmento Abruzzo Citeriore
  • Evidenze morfotectoniche (analisi topografica e del reticolo idrografico) di sollevamento e accorciamento attivi almeno nel Pleistocene medio, nel segmento Abruzzo Citeriore settentrionale
  • Terremoti storici distruttivi il cui collegamento con l’ATBA non può essere escluso: 1706 (Mw 6.8), 1933 (Mw 6.0), 5 dicembre 1456 (Mw 7.2)[6]
  • Affinità strutturale con altri archi del STE Padano-Adriatico (es. terremoto Emilia 2012, Mw 6.0) che hanno prodotto eventi inaspettati dopo lungo silenzio sismico

6. Implicazioni per la Pericolosità Sismica

6.1 Un Sistema di Faglie Stratificato

Il modello 3D svela una configurazione tettonica complessa in cui le faglie trascorrenti dell’avampaese adriatico rimangono confinate al di sotto del sovrascorrimento basale a basso angolo che ne impedisce la propagazione verso la superficie. Questa struttura stratificata è stata riconosciuta in diversi settori dello STE italiano, incluso quello settentrionale, l’Appennino centrale e meridionale e la Sicilia.

6.2 Valutazione del Potenziale Sismogenetico

Il lento tasso di deformazione (~1–3 mm yr?¹ da GPS) e la possibilità di lunghi intervalli di ricorrenza non escludono futuri eventi sismici di grande magnitudo. La struttura si affilia a sistemi analoghi (Arco Emiliano, Ferrarese) che hanno prodotto sequenze sismiche significative, e alcuni terremoti storici devastanti — come il 1706 (Mw ~6.8) nella Maiella — potrebbero essere associati all’ATBA o ai suoi back-thrust.[6]

6.3 Verso Nuovi Modelli di Pericolosità

I risultati costituiscono un nuovo framework per future investigazioni sul potenziale sismico dello STE italiano e per una nuova generazione di modelli 3D di pericolosità sismica applicabili a domini sismotectonici complessi.


7. Glossario dei Termini Chiave

TermineDefinizione
STE (Sistema a Thrust Esterno)Catena di sovrascorrimenti del fronte appenninico, sviluppatasi nel Pliocene sup.–Quaternario[9]
Sovrascorrimento basale (basal thrust)Struttura tettonica compressiva che separa il blocco superiore (hanging wall) da quello inferiore (footwall)
Raddoppio crostaleDuplicazione della crosta per impilamento tettonico; produce inversione di velocità sismica in tomografia
Thick-skinnedStile tettonico in cui la deformazione coinvolge anche il basamento cristallino[7][8]
Thin-skinnedStile tettonico in cui la deformazione è confinata alla copertura sedimentaria sopra uno scollamento[7]
FMTOMOAlgoritmo di tomografia a tempi di percorso basato sul metodo Fast-Marching; risolve l’equazione eikonale
Vp/VsRapporto tra velocità dell’onda P e dell’onda S; indicatore della litologia e del contenuto di fluidi[10]
Checkerboard testTest sintetico per valutare la risoluzione e l’affidabilità di un modello tomografico
Meccanismo focaleSoluzione che descrive la geometria e la cinematica di una faglia da un terremoto; determina se trattasi di compressione, estensione o trascorrenza
Back-thrustSovrascorrimento antitetico rispetto al thrust principale, con vergenza opposta

8. Domande di Studio e Autovalutazione

Domande a Risposta Breve

  1. Qual è il principale risultato della tomografia sismica presentata in questo studio?
  2. Quante onde P e S sono state invertite nel modello tomografico? Qual è il periodo temporale coperto?
  3. Quali tre province sismogenetiche coesistono nell’area di studio?
  4. Cosa si intende per “raddoppio crostale” e con quali valori di Vp si manifesta?
  5. In quanti archi di quarto ordine si articola l’ATBA e quali sono i loro nomi?

Domande a Risposta Estesa

  1. Spiega il dibattito tra tettonica thin-skinned e thick-skinned nell’Appennino e come i nuovi dati tomografici contribuiscono a risolverlo.
  2. Perché la sismicità strumentale assente non esclude necessariamente il potenziale sismogenetico dell’ATBA? Porta esempi di strutture analoghe nel STE italiano.
  3. Descrivi la metodologia FMTOMO: come funziona l’algoritmo Fast-Marching e quali parametri ottimali sono stati scelti per questo studio?
  4. Qual è il ruolo dell’ATBA come barriera meccanica rispetto alle faglie trascorrenti dell’avampaese? Cita l’esempio della sequenza del 2002.
  5. Quali terremoti storici potrebbero essere associati all’ATBA o ai suoi back-thrust? Discuti l’incertezza interpretativa.

Domande a Scelta Multipla

D1. La profondità massima raggiunta dall’ATBA nel modello 3D è:

  • a) ~12 km
  • b) ~18 km
  • c) ~24 km ?
  • d) ~30 km

D2. Il tasso di convergenza GPS lungo lo STE italiano è di:

  • a) 0,1–0,5 mm yr?¹
  • b) 1–3 mm yr?¹ ?
  • c) 5–10 mm yr?¹
  • d) >15 mm yr?¹

D3. L’algoritmo tomografico usato è:

  • a) SimulPS
  • b) VELEST
  • c) FMTOMO ?
  • d) TomoDD

D4. Quale terremoto ha attivato faglie del dominio trascorrente nel footwall dell’ATBA nel 2002?

  • a) L’Aquila (Mw 6.3)
  • b) San Giuliano di Puglia (Mw 5.7) ?
  • c) Norcia (Mw 6.5)
  • d) Sulmona (Mw 5.2)

D5. L’inversione di velocità tomografica a metà crosta mostra uno strato a bassa velocità (6.0–6.6 km/s) sottostante a uno ad alta velocità (6.6–7.0 km/s). Questo è interpretato come:

  • a) Presenza di fluidi in pressione
  • b) Raddoppio crostale per sovrascorrimento ?
  • c) Anomalia termica locale
  • d) Cambio di composizione della crosta oceanica

9. Flashcard Concettuali

Flashcard 1

  • Fronte: Cos’è l’Outer Thrust System (OTS) / STE d’Italia?
  • Retro: Catena di sovrascorrimenti del fronte della catena Appenninico-Maghrebide, sviluppata nel Pliocene superiore–Quaternario, lunga ~2500 km, con due archi principali: Padano–Adriatico a nord e Ionico–Siculo a sud.

Flashcard 2

  • Fronte: Cosa rivela un’inversione di velocità Vp a metà crosta nella tomografia sismica?
  • Retro: Un strato a velocità inferiore sottostante a uno a velocità superiore indica un raddoppio crostale: unità crostali più rigide (alta Vp) sovrascorrono unità più morbide (bassa Vp, come evaporiti triassiche).

Flashcard 3

  • Fronte: Qual è la differenza tra tettonica thin-skinned e thick-skinned?
  • Retro: Thin-skinned = deformazione confinata alla copertura sedimentaria sopra uno scollamento (predice molto accorciamento, es. >100 km). Thick-skinned = deformazione che coinvolge anche il basamento cristallino (predice meno accorciamento, es. 37 km).

Flashcard 4

  • Fronte: Perché il terremoto di Emilia del 2012 è rilevante per comprendere l’ATBA?
  • Retro: Dimostra che strutture compressive dello STE possono rimanere sismicamente silenziose per lunghi periodi e poi generare eventi inaspettati (Mw 6.0), supportando l’ipotesi che anche l’ATBA — attualmente quasi asismico — possa avere un potenziale sismogenetico residuo.

Flashcard 5

  • Fronte: Cosa sono i checkerboard test in tomografia?
  • Retro: Test sintetici in cui si inserisce nel modello di riferimento 1D una struttura a scacchiera con anomalie di velocità alternanti e si verifica se l’inversione riesce a ricostruirla. Permettono di stimare la risoluzione spaziale del modello tomografico.

10. Formule e Relazioni Fisiche Chiave

La tomografia sismica si basa sull’inversione dei residui di tempo di percorso. Il problema forward è descritto dall’equazione eikonale:

[ |\nabla T(\mathbf{x})|^2 = \frac{1}{v^2(\mathbf{x})} ]

dove (T) è il tempo di percorso e (v(\mathbf{x})) è la velocità sismica nel punto (\mathbf{x}).

La relazione tra residui osservati (\delta t) e perturbazioni di velocità (\delta v) è linearizzata tramite le derivate di Fréchet (G):

[ G \, \delta \mathbf{m} = \delta \mathbf{d} ]

L’inversione regolarizzata minimizza la funzione obiettivo:

[ |\mathbf{G} \, \delta\mathbf{m} – \delta\mathbf{d}|^2 + \lambda |\mathbf{D}\,\delta\mathbf{m}|^2 ]

dove (\lambda) è il parametro di smorzamento (damping = 25 in questo studio) e (\mathbf{D}) incorpora vincoli di smoothing (= 5).


11. Schema Riassuntivo delle Relazioni tra Domini Tettonici

OVEST ?————————————————————————————————? EST
[Dominio Estensionale]  [ATBA]  [Dominio Trascorrente]
Faglie normali NW-SE    |~170km|  Faglie destre E-W
Profondità: 0–14 km     |      |  Profondità: 10–20 km
Es. L'Aquila 2009       |      |  Es. San Giuliano 2002
                        |      |
                 RADDOPPIO CROSTALE
                  (14–24 km depth)
                  Vp alto / Vp basso

Studio pubblicato in: Solid Earth, 17, 665–687, 2026. DOI: 10.5194/se-17-665-2026. Autori: de Nardis R., Talone D., De Siena L., Romano M.A., Brozzetti F., Lavecchia G.[1]

Fonti e link

L'articolo Sotto l’Appennino Abruzzese, la Crosta si Sdoppia: la Tomografia Svela una Struttura Nascosta proviene da Scintilena.

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  • Microplastiche nei Sistemi Carsici: l’Inquinamento Silenzioso che Raggiunge il Cuore della Terra
    Condividi La dott.ssa Valentina Balestra presenta al 6° incontro online di Biologia Sotterranea Piemonte i risultati di una ricerca multidisciplinare che documenta la contaminazione da microplastiche in fauna, sedimenti e acque delle grotte italiane Il 6° Incontro Online di Biologia Sotterranea Piemonte Il 29 aprile 2026, alle ore 20:30, il Gruppo di Ricerca Biologia Sotterranea Piemonte organizza il suo sesto incontro online gratuito. La protagonista della serata è la dott.ssa Val
     

Microplastiche nei Sistemi Carsici: l’Inquinamento Silenzioso che Raggiunge il Cuore della Terra

Apríl 26th 2026 at 08:00

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La dott.ssa Valentina Balestra presenta al 6° incontro online di Biologia Sotterranea Piemonte i risultati di una ricerca multidisciplinare che documenta la contaminazione da microplastiche in fauna, sedimenti e acque delle grotte italiane


Il 6° Incontro Online di Biologia Sotterranea Piemonte

Il 29 aprile 2026, alle ore 20:30, il Gruppo di Ricerca Biologia Sotterranea Piemonte organizza il suo sesto incontro online gratuito. La protagonista della serata è la dott.ssa Valentina Balestra, ricercatrice dell’Università di Torino, in collaborazione con il DISAFA dell’Università degli Studi di Torino.scintilena

Il tema è la contaminazione da microplastiche nei sistemi carsici, con un approccio volutamente multidisciplinare. L’incontro affronta il problema dell’inquinamento da tre angolazioni distinte: fauna stygobiotica, sedimenti e acque sotterranee. Il link per partecipare alla videochiamata è meet.google.com/hom-fxyy-vff.facebook

Balestra si occupa di microplastiche e microfibre in ambienti ipogei, marini, fluviali e glaciali dal 2020. La sua tesi di dottorato, completata nel 2025, rappresenta il primo approccio sistematico a questa forma di inquinamento negli ambienti sotterranei italiani.biennaletecnologia+1


Microplastiche nei Sistemi Carsici: Perché Preoccupa

Le microplastiche (MP) sono frammenti di plastica con dimensioni comprese tra 0,1 µm e 5 mm. Le microfibre (MF) comprendono filamenti sintetici (poliestere, nylon), naturali (cotone) e rigenerati (rayon/viscosa). Fungono da vettori di inquinanti secondari: bisfenolo A, pesticidi, metalli pesanti e ftalati si adsorbono sulla loro superficie.frontiersin+1

I sistemi carsici sono particolarmente vulnerabili. La struttura delle rocce carbonatiche — fratture, condotti e sifoni — trasporta l’acqua dalla superficie al sottosuolo senza filtrazione naturale. Nella Grotta di Bossea, il tempo di transito dalla superficie alla cavità è di soli 1–4 giorni durante le piene. Gli acquiferi carsici forniscono circa il 25% delle risorse idriche potabili mondiali e circa il 40% del fabbisogno idrico italiano.scintilena+1

Le fibre tessili dominano la contaminazione, rappresentando tra il 78 e il 94% delle particelle identificate nei siti studiati. Sono coerenti con il 60% della produzione tessile mondiale di tipo sintetico e con il rilascio di centinaia di migliaia di microfibre per ogni ciclo di lavaggio in lavatrice.scintilena


La Fauna Stygobiotica: una Scoperta Senza Precedenti

La scoperta più rilevante dell’intera ricerca riguarda la fauna stygobiotica. Gli invertebrati acquatici obbligatoriamente ipogei — depigmentati, privi di occhi, con popolazioni piccole e distribuzione molto ristretta — si trovano ora a vivere in acque contaminate.scintilena

Nella Grotta di Bossea (Piemonte) sono state trovate microplastiche nel sistema gastrico di Proasellus franciscoloi, crostaceo stygobiotico endemico. Nel campione analizzato, 191 microparticelle — prevalentemente perline (93%) — occupano circa l’1% del volume gastrico. È la prima documentazione mondiale di questa contaminazione in un invertebrato sotterraneo obbligato.scintilena

Uno studio pubblicato su Sustainability nel 2024 ha confermato la presenza di microplastiche in tutti i taxa di invertebrati acquatici sotterranei esaminati, con concentrazioni tra 18 e 911 particelle/L nelle acque dei siti analizzati. Il 91% delle particelle identificate negli organismi era di tipo fibroso.scintilena

Il Proteus anguinus — unico cordato esclusivamente cavernare d’Europa — frequenta siti del Carso friulano già risultati contaminati. Uno studio pubblicato su Journal of Environmental Management nel 2024 ha documentato la necessità di indagini urgenti negli habitat a stygobionti, avvertendo che le specie chiave più vulnerabili possono assimilare le microplastiche con effetti potenzialmente irreversibili sulla conservazione delle popolazioni.sciencedirect+1


Sedimenti Carsici: Archivi dell’Inquinamento

I sedimenti carsici accumulano le microplastiche nel tempo e diventano sorgenti di rilascio secondario. I dati delle grotte piemontesi e liguri mostrano concentrazioni significative:iris.polito

Nella Grotta di Bossea le aree turistiche presentano fino a 4.390 items/kg di sedimento secco. A Toirano e Borgio Verezzi (Liguria) i valori si attestano intorno a 1.000–1.100 items/kg sia nelle zone accessibili ai turisti sia nelle aree riservate agli speleologi. Le aree turistiche mostrano concentrazioni mediamente doppie rispetto alle aree non frequentate, ma la presenza di MP è ubiqua in entrambe le tipologie di zone.scintilena+1

Nel Carso Classico del Friuli-Venezia Giulia, uno studio dell’Università di Trieste (2026) ha analizzato tre grotte — Trebiciano, Caverna Maucci e Grotta Luftloch — trovando circa 94 particelle/kg di sedimento indipendentemente dal livello di frequentazione umana. I polimeri più rappresentati erano polipropilene (PP), polietilene (PE) e PET.arts.units+1

Un meccanismo chiave nell’accumulo è la cosiddetta slackwater retention: durante le piene, le microplastiche si depositano sui terrazzi sedimentari più elevati, mentre il fondo del letto idrico viene continuamente “ripulito” dalla corrente.scintilena


Acque Sotterranee e Microplastiche: i Dati

Le misurazioni nelle acque carsiche italiane documentano concentrazioni elevate. Nella Grotta di Bossea le acque contengono 164 items/L complessivi, con valori più alti nei sifoni interni (54 items/L) e nelle acque superficiali di alimentazione (23–29 items/L). Nel Carso di Trieste i valori si attestano tra 47 e 96 items/L. Persino gli acquiferi confinati profondi della provincia di Cuneo, in Piemonte, registrano la presenza di microplastiche fino a 97 items/L.iris.polito+1

Il fatto che le concentrazioni interne alle grotte risultino più elevate rispetto alle acque di alimentazione superficiali indica un effetto di concentrazione. Le microplastiche si sedimentano durante il transito e vengono poi rilasciate dai depositi in condizioni idrodinamiche variabili.scintilena


Le Grotte Vergini Già Contaminate

Lo studio condotto in grotte mai esplorate dell’Abruzzo — all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga — ha fornito uno dei risultati più significativi. I campioni sono stati raccolti durante le primissime fasi di accesso umano, in ambienti biologicamente incontaminati dal punto di vista esplorativo.scintilena

Microparticelle antropogeniche sono state trovate in tutte le grotte inesplorate esaminate. La stessa conclusione emerge dallo studio dell’Università di Trieste (2026): la Caverna Maucci (accessibile solo tramite speleosubacquea) e la Grotta Luftloch (scoperta nel 2024 e campionata nelle primissime ore) mostravano contaminazione comparabile a quella della grotta di Trebiciano, frequentata dall’uomo dal 1841.mountlive+3

L’infiltrazione dall’atmosfera e dalle precipitazioni precede qualsiasi esplorazione. Le sorgenti di contaminazione sono quindi principalmente atmosferiche e diffuse, non locali.scintilena


La Sottostima delle Microfibre Naturali

Un contributo metodologico rilevante della ricerca riguarda le microfibre naturali e rigenerate (cotone, rayon/viscosa). Nel Carso friulano rappresentano il 63% della contaminazione nei sedimenti carsici.scintilena

La maggior parte delle ricerche ambientali precedenti escludeva le fibre non-sintetiche, considerate biodegradabili. I dati di Balestra dimostrano che queste fibre persistono per mesi o decenni nell’ambiente, vengono processate industrialmente con additivi tossici e sono biodisponibili per la fauna stygobiotica analogamente alle fibre sintetiche. Gli inventari di contaminazione da microfibre risultano quindi sistematicamente sottostimati dalla letteratura pregressa.scintilena


Il Software MUPL e i Nuovi Strumenti Analitici

La ricerca ha sviluppato il software open-source MUPL (Microplastic Automated Particle Locator), basato su tecniche di image processing, che consente il conteggio automatico delle particelle fluorescenti su filtri. Lo strumento accelera significativamente l’analisi di campioni ambientali e può essere adottato da enti di monitoraggio e autorità ambientali regionali.scintilena+1

L’analisi delle tre matrici (sedimenti, acque, fauna) combina microscopia ottica, microscopia a fluorescenza UV e spettroscopia µFTIR-ATR, con risoluzione fino a 0,5 µm per i campioni biologici.scintilena


Il Programma degli Incontri 2025–2026

Il ciclo di seminari online di Biologia Sotterranea Piemonte prosegue con appuntamenti mensili su temi di biospeleologia e biologia sotterranea. Dopo l’incontro del 29 aprile dedicato alle microplastiche nei sistemi carsici, il prossimo appuntamento è fissato per il 12 maggio 2026 con Enrico Lana, che parlerà della biospeleologia in Piemonte.facebook

Gli incontri sono aperti gratuitamente a chiunque sia interessato alla biologia sotterranea e alle ricerche speleologiche, tramite piattaforma Google Meet.facebook


6° Incontro Online di Biologia Sotterranea Piemonte.


In sintesi

Il report analizza la ricerca pionerisca della dott.ssa Valentina Balestra (Politecnico/Università di Torino) sulle microplastiche nei sistemi carsici, articolata attorno ai tre filoni dell’incontro del 29 aprile:

? Sedimenti — Le grotte turistiche italiane (Bossea, Toirano, Borgio Verezzi) mostrano concentrazioni fino a 4.390 items/kg di sedimento secco nelle aree ad alto flusso turistico; le grotte del sistema Timavo (Carso di Trieste) mostrano ~94 MP/kg anche in cavità mai toccate dall’uomo.

? Acque — Nella Grotta di Bossea sono stati misurati 164 items/L di microplastiche; persino acquiferi profondi confinati raggiungono 97 items/L. I sistemi carsici trasportano i contaminanti dalla superficie in soli 1–4 giorni durante le piene.

? Fauna — Per la prima volta al mondo, microplastiche sono state trovate nel sistema gastrico di Proasellus franciscoloi, crostaceo stygobiotico endemico della Grotta di Bossea. Il Proteus anguinus — unico vertebrato esclusivamente cavernare d’Europa — frequenta siti già contaminati nel Carso friulano.

La scoperta più inquietante: le grotte mai esplorate dall’uomo sono già contaminate, dimostrando che l’infiltrazione avviene dall’atmosfera e dalle precipitazioni, indipendentemente dalla presenza umana diretta.

Microplastiche nei Sistemi Carsici

Guida di Studio — 6° Incontro Online di Biologia Sotterranea Piemonte

Relatrice: Dott.ssa Valentina Balestra (Università degli Studi di Torino / Politecnico di Torino)
29 Aprile 2026, ore 20:30


Executive Summary

Le microplastiche (MP) e le microfibre (MF) antropogeniche hanno raggiunto persino le caverne più remote e inesplorate d’Italia, contaminando sedimenti, acque di infiltrazione e la fragile fauna stygobiotica endemica. La ricerca della dott.ssa Valentina Balestra, completata nel 2025 all’Università di Torino e oggetto del 6° incontro online di Biologia Sotterranea Piemonte, rappresenta il primo approccio sistematico e multidisciplinare alla contaminazione da microparticelle negli ambienti carsici italiani, coprendo Piemonte, Liguria, Friuli-Venezia Giulia e Abruzzo. I risultati sono allarmanti: nella Grotta di Bossea le acque contengono 164 items/L di microplastiche; per la prima volta al mondo le MP sono state identificate nel sistema gastrico di crostacei stygobiotici endemici; e persino grotte vergini — mai esplorate dall’uomo — presentano già contaminazione significativa.[1]


1. Che Cosa Sono le Microplastiche

Le microplastiche (MP) sono frammenti di plastica con dimensioni comprese tra 0,1 µm e 5 mm, formatisi dalla frammentazione di oggetti plastici più grandi per processi chimici, fisici e biologici. Possono degradarsi ulteriormente in nanoplastiche (< 100 nm), le più insidiose per la loro capacità di attraversare le membrane biologiche.[2][3]

Le microfibre (MF) includono:

  • Fibre sintetiche (poliestere, nylon) — rilasciate dai lavaggi di capi d’abbigliamento
  • Fibre naturali (cotone) e rigenerate (rayon/viscosa) — spesso ignorate nelle ricerche tradizionali ma presenti in quantità rilevanti[1]

Le microplastiche fungono da vettori di inquinanti chimici secondari: bisfenolo A (BPA), pesticidi, metalli pesanti, ftalati e ritardanti di fiamma si adsorbono sulla loro superficie e possono essere rilasciati nell’ambiente o negli organismi che le ingeriscono.[4][5]


2. Perché i Sistemi Carsici Sono Particolarmente Vulnerabili

I sistemi carsici mostrano caratteristiche idrogeologiche intrinseche che li rendono più vulnerabili di qualsiasi altro acquifero alla contaminazione da superfice:[6]

  • Assenza di filtrazione naturale: l’acqua transita attraverso fratture, condotti e sifoni senza subire processi significativi di depurazione o adsorbimento da parte del suolo
  • Tempi di transito rapidissimi: nel caso della Grotta di Bossea, il tempo di percorrenza dalla superficie all’interno della cavità è di 1–4 giorni in condizioni di piena[1]
  • Connessione diretta superficie-sottosuolo: doline, inghiottitoi e fratture fungono da vie preferenziali per il trasporto di contaminanti
  • Scarsa capacità autodepurante: a differenza degli acquiferi porosi, i sistemi carsici hanno limitatissima capacità di attenuare o degradare i contaminanti introdotti

Gli acquiferi carsici forniscono circa il 25% delle risorse idriche potabili mondiali e circa il 40% del fabbisogno idrico italiano. La loro contaminazione ha implicazioni dirette per la salute pubblica.[7][1]


3. La Ricerca di Valentina Balestra: Approccio Multidisciplinare

3.1 Profilo della Ricercatrice

La dott.ssa Valentina Balestra afferisce all’Università di Torino. Dal 2020 si occupa di inquinamento da microplastiche e microfibre in ambienti ipogei, marini, fluviali e glaciali. La sua tesi di dottorato (2025) ha ricevuto riconoscimenti europei nell’ambito della ricerca speleologica.[8][9][10]

3.2 Metodologie Analitiche Innovative

La ricerca ha sviluppato e standardizzato protocolli per tre matrici principali:[1]

MatriceProtocolloTecnica di analisi
Sedimenti carsiciEssiccazione 40°C, H?O? 30% (7 gg), separazione densimetrica NaClMicroscopia ottica + µFTIR-ATR
Acque e stillicidioPre-trattamento H?O?, filtrazione su vetro (poro 1,2 µm)Microscopia a fluorescenza UV
Fauna stygobioticaDigestione enzimatica, colorazione Nile RedµFTIR ad alta risoluzione (fino a 0,5 µm)

Un risultato metodologico rilevante è lo sviluppo del software open-source MUPL (Microplastic Automated Particle Locator), basato su tecniche di image processing tradizionale (senza deep learning), che consente il conteggio automatico delle particelle fluorescenti e accelera significativamente l’analisi di campioni ambientali.[11][12]


4. I Tre Pilastri dell’Incontro: Fauna, Sedimenti, Acque

4.1 Fauna Stygobiotica: Una Minaccia Inedita

La fauna stygobiotica comprende invertebrati e vertebrati obbligatoriamente acquatici, adattati agli ambienti ipogei, con depigmentazione, perdita degli occhi e allungamento degli organi sensoriali. Questi organismi vivono in popolazioni piccole e isolate, con distribuzione molto ristretta e filogenesi antichissima.[4]

Prima scoperta mondiale nella Grotta di Bossea: microplastiche identificate nel sistema gastrico di Proasellus franciscoloi, crostaceo stygobiotico endemico. Nel campione analizzato sono state trovate 191 microparticelle, prevalentemente perline (93%), che occupano circa l’1% del volume gastrico.[1]

Uno studio pubblicato su Sustainability nel marzo 2024 ha confermato la presenza di microplastiche in tutti i taxa di invertebrati acquatici sotterranei esaminati (grotte di Bossea in Piemonte, Buca del Vasaio in Toscana e acquifero alluvionale toscano):[4]

  • 91% di fibre tra le particelle identificate nelle acque
  • Concentrazioni tra 18 e 911 particelle/L nei siti esaminati
  • Cellulosa artificiale (65%) e PET (21%) tra i polimeri più rappresentati negli organismi

Uno studio parallelo pubblicato su Journal of Environmental Management (2024) ha documentato la necessità di indagini urgenti negli habitat a stygobionti, avvertendo che specie chiave vulnerabili possono consumare o assimilare le microplastiche con danni irreversibili per gli sforzi di conservazione.[13][14]

Il Proteus anguinus — unico cordato esclusivamente cavernare d’Europa e già minacciato di estinzione — frequenta siti carsici risultati contaminati nel Carso friulano. Analogamente, Troglocaris planinensis (gammaride specialista) è stato rilevato in ambienti inquinati.[1]

Rischi ecologici documentati:

  • Riduzione dell’alimentazione (sostituzione del cibo con particelle plastiche)
  • Stunted growth (ritardo della crescita)
  • Stress ossidativo
  • Interruzione dei servizi ecosistemici (riciclaggio del carbonio, ossigenazione dei sedimenti)[4]

4.2 Sedimenti: Accumulo a lungo termine

I sedimenti carsici fungono da archivi della contaminazione e da sorgenti di rilascio secondario. I principali risultati per i sedimenti nelle grotte italiane studiate sono:[12]

SitoArea turisticaArea speleologicaPolimero dominanteForma dominante
Bossea (Piemonte)4.390 items/kg s.s.1.600 items/kg s.s.PE, PET, PPFibre (78%)
Toirano (Liguria)1.060 items/kg s.s.1.033 items/kg s.s.PET, PP, EVAFibre (93,7%)
Borgio Verezzi (Liguria)1.103 items/kg s.s.667 items/kg s.s.PA, PE, PETFibre (87,9%)

[1][15]

Il dato più rilevante: le aree turistiche mostrano concentrazioni circa doppie rispetto alle aree non visitate (in particolare a Bossea), ma la presenza di MP è ubiqua anche nelle aree non frequentate, confermando l’origine da infiltrazione superficiale.[15]

Nelle grotte del Carso Classico (Friuli-Venezia Giulia), studio dell’Università di Trieste (2026), i sedimenti di tre grotte — Trebiciano, Caverna Maucci e Grotta Luftloch — mostravano contaminazioni comparabili tra loro, con una media di circa 94 particelle/kg indipendentemente dal livello di frequentazione umana. I polimeri identificati erano PP (29–42%), PE (19–27%) e PET (33–46%).[16][17]

Meccanismo di accumulo nei sedimenti: durante le piene, il livello delle acque nel sistema carsico può salire di 100 metri. Le microplastiche si accumulano sui terrazzi sedimentari più alti con un fenomeno di slackwater retention, mentre i depositi vicini al letto del fiume vengono continuamente “ripuliti” dalla corrente.[16]

4.3 Acque: Il Vettore Principale

Le acque carsiche rappresentano sia il vettore di trasporto delle microplastiche sia la destinazione finale come risorsa idrica. I dati principali:[12]

  • Grotta di Bossea: 164 items/L totali; concentrazioni più alte nei sifoni interni (54 items/L); acque superficiali d’alimentazione (23–29 items/L)[1]
  • Carso di Trieste (studio preliminare 2023): concentrazioni nelle grotte tra 47,2 e 96 items/L; media 75,3 items/L; sorgente esterna 50,9 items/L[18]
  • Carso classico (sistema Postojna–Planina): fino a 60.000 MP/m³ nei sedimenti delle grotte del sistema Škocjan–Ka?na[19]
  • Sistema carsico cinese (letteratura): 2,33–9,50 MP/L nelle acque di base, con picchi fino a 81,3 items/L durante gli eventi di piena[9]
  • Acquiferi confinati profondi (Cuneo, Piemonte): presenza di microplastiche fino a 97 items/L anche in acque “antiche”[1]

Il fatto che le concentrazioni nelle acque interne alle grotte risultino più elevate rispetto alle acque superficiali di alimentazione suggerisce un effetto di concentrazione dovuto alla sedimentazione durante il transito e al successivo rilascio dai sedimenti in condizioni idrodinamiche variabili.[1]


5. La Scoperta Più Preoccupante: Grotte Vergini già Contaminate

Lo studio condotto in grotte mai esplorate dell’Abruzzo — all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga (San Vito, Valle Castellana) — rappresenta la ricerca più pioneristico dell’intero progetto. I campioni sono stati raccolti durante le primissime fasi di accesso umano, in ambienti biologicamente “sterili” dal punto di vista esplorativo.[20]

Risultato: microparticelle antropogeniche (MP + MF) trovate in tutte le grotte inesplorate esaminate.[20]

Questo dimostra che:

  1. L’infiltrazione da superficie avviene prima di qualsiasi esplorazione speleologica
  2. Le sorgenti di contaminazione sono principalmente atmosferiche e da precipitazione/percolazione del suolo
  3. Anche gli ecosistemi più remoti e fragili richiedono strategie di protezione urgenti, non locali ma globali[1]

La stessa conclusione emerge dallo studio UniTS (2026) sulle grotte del Timavo: la Caverna Maucci (accessibile solo tramite speleosubacquea) e la Grotta Luftloch (scoperta nel 2024 dopo 24 anni di esplorazioni e campionata nelle primissime ore) mostravano contaminazione comparabile alla grotta di Trebiciano, frequentata dal 1841.[16][21][22]


6. Scoperta delle Microfibre Naturali: Una Sottostima Sistematica

Un contributo metodologico fondamentale della ricerca riguarda le microfibre naturali e rigenerate (cotone, rayon/viscosa). Nel Carso friulano, le fibre naturali rappresentano il 63% della contaminazione nei sedimenti carsici.[1]

Poiché la maggior parte delle ricerche ambientali precedenti ignorava le fibre non-sintetiche (considerate biodegradabili), gli inventari di contaminazione da microfibre sono stati sistematicamente sottostimati. La ricerca dimostra che:[1]

  • Le fibre naturali e rigenerate persistono per mesi o decenni nell’ambiente
  • Vengono spesso processate industrialmente con additivi tossici
  • Sono biodisponibili per la fauna stygobiotica analogamente alle fibre sintetiche[1]

7. Polimeri Identificati: Origine delle Sorgenti di Inquinamento

PolimeroFonte principaleFrequenza
Poliestere / PETTessuti sintetici, bottiglieMolto alta
Polipropilene (PP)Contenitori, tappi alimentariAlta
Polietilene (PE)Sacchetti, packagingAlta
Poliammide (PA)Fibre tessili, reti da pescaMedia
Cellulosa artificialeTessuti, carta63% nei sedimenti del Carso[1]

Le fibre tessili dominano ovunque (78–94% della contaminazione), coerenti con il 60% della produzione tessile mondiale di tipo sintetico. I lavaggi in lavatrice rilasciano centinaia di migliaia di microfibre per ciclo; studi citati nella letteratura stimano che il 5–40% delle microfibre oceaniche provenga dal lavaggio domestico.[1]


8. Inquinamento da Microplastiche: Scala Globale e Italiana

La presenza di microplastiche nei sistemi carsici non è un fenomeno locale italiano. Studi internazionali documentano:

  • Slovenia (Postojna–Planina Cave System): fino a 444 MP/m³ nelle acque; il sistema Škocjan–Ka?na mostra fino a 60.000 MP/m³[19]
  • Bosnia-Erzegovina (sistema ponor Kova?i–izvor Re?ina): microplastiche e microfibre documentate per la prima volta in sedimenti di cinque grotte durante la spedizione scientifica 2022 del Politecnico di Torino[23]
  • UK: ricerche in corso in sistemi carsici mostrano “presenza significativa lungo tutto il sistema”[24]
  • Cina: acque sotterranee carsiche con 2,33–81,3 MP/L[9]

In Italia, il progetto PLASTICENTRO (coordinato dall’Autorità di Bacino dell’Appennino Centrale) ha avviato nel 2025 programmi sistematici di monitoraggio delle microplastiche nei corsi d’acqua regionali, con ARPA Lazio, ENEA e università partner.[25]


9. Il Gruppo Biologia Sotterranea Piemonte: Ciclo di Incontri 2025–2026

Il Gruppo di Ricerca Biologia Sotterranea Piemonte organizza una serie di seminari online aperti a tutti gli interessati, dedicati alla divulgazione scientifica della biologia sotterranea:[26]

N° IncontroDataTemaRelatore
Gen 2025Pipistrelli: miti ed ecologiaDenise Trombin
Feb 2025Chirotteri del Piemonte e Valle d’Aosta
Mar 2025Dal guano ai biomineraliProf.ssa Cristina Carbone; Dott. Yuri Galliano
Apr 2025Il Proteo: biologia, curiosità, ricercheProf. Raoul Manenti
Gen 2026Coleotteri sotterranei piemontesiPier Mauro Giachino
29 Apr 2026Microplastiche nei Sistemi CarsiciDott.ssa Valentina Balestra
7° (annunciato)12 Mag 2026Biospeleologia in PiemonteEnrico Lana

[27][28][29][30][31][26]

Il 6° incontro si distingue per il taglio multidisciplinare, toccando simultaneamente fauna, sedimenti e acque — le tre matrici analizzate nella tesi di dottorato di Balestra.[1]


10. Domande Aperte e Frontiere della Ricerca

Questioni ecologiche irrisolte

  1. Effetti a lungo termine sulla fauna stygobiotica: mancano studi su biomagnificazione, effetti sulla riproduzione e intossicazione cronica per la maggioranza delle specie[1]
  2. Trasferimento trofico: come le MP transitano attraverso la catena alimentare cavernare (detrito ? microrocrostacei ? vertebrati ciechi)[1]
  3. Sinergie con altri contaminanti: la mobilizzazione del BPA adsorbito sulle MP in ambiente sotterraneo è documentata, ma i meccanismi di desorzione in condizioni ipogee rimangono poco chiari[1]
  4. Nanoplastiche: il software MUPL e le tecniche FTIR-ATR non rilevano nanoplastiche (< 100 nm); l’inquinamento reale potrebbe essere sottostimato di 1–2 ordini di grandezza[1]

Limiti geografici

La ricerca sistematica copre prevalentemente il Nord e Nord-Est italiano (karst calcareo-dolomitico). Manca copertura del karst meridionale, dei sistemi in rocce carboniose e degli ambienti influenzati da attività estrattive.[1]

Irreversibilità della contaminazione

Nessuna tecnologia attualmente testata è in grado di rimuovere le microplastiche dagli acquiferi sotterranei. La cosiddetta “irreversibilità della contaminazione idrica sotterranea” documentata da UNESCO (2022) si applica verosimilmente anche alle MP.[1]


11. Implicazioni per la Conservazione e la Gestione

Monitoraggio sistematico

I protocolli standardizzati sviluppati da Balestra e il software MUPL sono strumenti immediatamente applicabili da autorità ambientali regionali e nazionali per:[1][12]

  • Monitoraggio delle aree di ricarica degli acquiferi in zone protette UE (Direttiva Habitat 92/43/EEC)
  • Sorveglianza delle sorgenti carsiche destinate all’approvvigionamento potabile
  • Valutazioni d’impatto nelle grotte turistiche

Gestione delle grotte turistiche

La Grotta di Bossea (18.000 visitatori/anno) mostra il doppio della contaminazione di Toirano pur ricevendo meno visitatori, indicando che le attività sulla superficie circostante (non solo il turismo diretto) sono la fonte primaria. Azioni raccomandate:[1]

  • Informare i visitatori sul rilascio di microfibre dai capi d’abbigliamento
  • Migliorare la gestione dei rifiuti nelle aree di accesso
  • Monitorare le aree di ricarica superficiali[12]

Prevenzione a monte

  • Incentivi per tessuti biodegradabili non tossici
  • Filtri per lavatrici domestiche
  • Restrizioni sulle microperle nei cosmetici (già implementate in diversi paesi)[1]

Tutela normativa

In Italia non esiste una legge specifica per le aree carsiche. La protezione si basa sul Codice dell’Ambiente (D.Lgs. 152/2006), la legge sulle aree protette (L. 394/1991) e i vincoli paesaggistici (D.Lgs. 42/2004). La Società Speleologica Italiana ha sottolineato la necessità di inserire norme specifiche per la gestione carsica nella legislazione nazionale.


12. Principali Pubblicazioni di Riferimento

  • Balestra V., Bellopede R. (2024) – “Microplastic pollution calls for urgent investigations in stygobiont habitats: A case study from Classical karst” — Journal of Environmental Management, 356:1–13[13]
  • Balestra V., Bellopede R. (2023–2025) – Studi sulle grotte turistiche italiane (Bossea, Toirano, Borgio Verezzi) — Journal of Environmental Management[15][32]
  • Bruschi R. et al. (2026) – “Microplastics in Pristine Caves of the Classic Karst (NE Italy)” — Microplastics[17][22]
  • Balestra V. et al. (2026) – Microplastiche e microfibre negli acquiferi confinati italiani — DIATI, Politecnico di Torino[9]
  • Sforzi L. et al. (2024) – “Micro-Plastics in Saturated and Unsaturated Groundwater Bodies: First Evidence of Presence in Groundwater Fauna” — Sustainability, 16(6):2532[4]
  • Valenti? L., Kozel P., Pipan T. (2022) – Microplastic pollution in vulnerable karst environments — Acta Carsologica, 51(1):79–92[19][3]

Glossario Essenziale

TermineDefinizione
Microplastica (MP)Particella plastica < 5 mm, da frammentazione o produzione diretta
Microfibra (MF)Fibra di origine sintetica, naturale o rigenerata < 5 mm
StygobioticaFauna invertebrata obbligatoriamente acquatica degli ambienti ipogei
Acquifero carsicoFalda idrica in roccia carbonatica con elevata vulnerabilità all’inquinamento
µFTIR-ATRSpettroscopia infrarossa a trasformata di Fourier in microscala — identifica la composizione polimerica
MUPLSoftware open-source per conteggio automatico di MP fluorescenti su filtri
Slackwater retentionDeposizione di sedimenti (incluse MP) sulle superfici elevate durante le piene carsiche
StygobioOrganismo che vive esclusivamente in acque sotterranee
BPA (Bisfenolo A)Inquinante chimico emergente che si adsorbe sulle microplastiche

Studio approfondito realizzato in preparazione al 6° Incontro Online di Biologia Sotterranea Piemonte del 29 aprile 2026.
Fonti principali: ricerche originali di Valentina Balestra (Politecnico/Università di Torino), studi dell’Università di Trieste, e database di scintilena.com.

Fonti consultate:

  1. Scintilena — Microplastiche e Microfibre nei Sistemi Carsici nella tesi di dottorato di Valentina Balestrahttps://www.scintilena.com/microplastiche-e-microfibre-nei-sistemi-carsici-nella-tesi-di-dottorato-di-valentina-balestra/01/29/
  2. Scintilena — Microplastiche nelle acque sotterranee: identificata presenza anche nella fauna ipogeahttps://www.scintilena.com/microplastiche-nelle-acque-sotterranee-identificata-presenza-anche-nella-fauna-ipogea/12/28/
  3. Scintilena — Microplastiche nelle grotte del Timavo: la contaminazione raggiunge 300 metri di profonditàhttps://www.scintilena.com/microplastiche-nelle-grotte-del-timavo-la-contaminazione-raggiunge-300-metri-di-profondita/02/19/
  4. Scintilena — Microplastiche nelle grotte turistiche italiane: una nuova minaccia per il patrimonio geologico mondialehttps://www.scintilena.com/microplastiche-nelle-grotte-turistiche-italiane-una-nuova-minaccia-per-il-patrimonio-geologico-mondia
  5. Scintilena — Microplastiche in Grotte Inesplorate: Studio Inedito Rivela Inquinamento nel Continente Buio Abruzzesehttps://www.scintilena.com/microplastiche-in-grotte-inesplorate-studio-inedito-rivela-inquinamento-nel-continente-buio-abruzzese
  6. Scintilena — Microplastiche e microfibre negli acquiferi confinati: uno studio italiano sfida le certezze sull’acquahttps://www.scintilena.com/microplastiche-e-microfibre-negli-acquiferi-confinati-uno-studio-italiano-sfida-le-certezze-sullacqua
  7. Scintilena — Microplastiche nei sistemi carsici: il metodo automatizzato di Giardino et al. applicato alla speleologiahttps://www.scintilena.com/microplastiche-nei-sistemi-carsici-il-metodo-automatizzato-di-giardino-et-al-applicato-alla-speleolog
  8. Scintilena — Nuovo Studio Rivela Inquinamento da Microplastiche in Sistema Carsico della Bosnia-Erzegovinahttps://www.scintilena.com/nuovo-studio-rivela-inquinamento-da-microplastiche-in-sistema-carsico-della-bosnia-erzegovina/10/28/
  9. Università di Trieste — Microplastics in Pristine Caves of the Classic Karst (NE Italy)https://arts.units.it/handle/11368/3125238
  10. Portale UniTS — Microplastiche anche nelle grotte mai toccate dall’uomohttps://portale.units.it/it/notizie/microplastiche-anche-nelle-grotte-mai-toccate-dalluomo-studio-units-sui-sistemi-sotterranei
  11. MountLive — Microplastiche presenti anche in grotte mai visitate dall’uomohttps://www.mountlive.com/microplastiche-presenti-anche-in-grotte-mai-visitate-dalluomo/
  12. PORTO@Iris (Politecnico di Torino) — L’inquinamento da microplastiche in grotta e nei sistemi carsicihttps://iris.polito.it/handle/11583/2984644
  13. PORTO@Iris — Microplastic pollution in karst areas: a threat to caves — https://iris.polito.it/handle/11583/2972057
  14. PORTO@Iris — NEW THREATS IN THE TRIESTE KARST (ITALY) — https://iris.polito.it/handle/11583/2982550
  15. PORTO@Iris — L’inquinamento da microplastiche nei sedimenti delle grotte — https://iris.polito.it/handle/11583/3001194
  16. PubMed — Microplastic pollution calls for urgent investigations in stygobiont habitats — https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38508002/
  17. ScienceDirect — Microplastic pollution calls for urgent investigations in stygobiont habitats — https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0301479724006583
  18. Acta Carsologica — Microplastic pollution in vulnerable karst environments — https://ojs.zrc-sazu.si/carsologica/article/view/10597
  19. AIR Unimi — A case study from Classical karst (Balestra et al. 2024) — https://air.unimi.it/retrieve/d649ed0d-9515-4fcd-8280-45d334b6fe77/Balestra%20et%20al%202024%20microplastics%20karst%20proteus.pdf
  20. Biennale Tecnologia — Valentina Balestrahttps://www.biennaletecnologia.it/ospite/valentina-balestra/
  21. Facebook — 6° Incontro online di Biologia Sotterranea Piemontehttps://www.facebook.com/photo.php?fbid=10243573579781497&set=a.1054113159478&type=3

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  • A Kranj il 19° Incontro Europeo del Soccorso Speleologico
    Condividi La Slovenia ospita l’ECRA Meeting 2026: dall’1 al 4 ottobre a Kranj, con una settimana di pre-meeting tra grotte e canyon Annunciato il 19° European Cave Rescue Meeting Dal 1° al 4 ottobre 2026, la città di Kranj, capoluogo della regione slovena della Gorenjska, ospiterà il 19° European Cave Rescue Meeting (ECRM), l’appuntamento annuale della European Cave Rescue Association (ECRA) dedicato al soccorso speleologico europeo. L’annuncio ufficiale, pubblicato il 24 aprile 20
     

A Kranj il 19° Incontro Europeo del Soccorso Speleologico

Apríl 26th 2026 at 07:00

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La Slovenia ospita l’ECRA Meeting 2026: dall’1 al 4 ottobre a Kranj, con una settimana di pre-meeting tra grotte e canyon


Annunciato il 19° European Cave Rescue Meeting

Dal 1° al 4 ottobre 2026, la città di Kranj, capoluogo della regione slovena della Gorenjska, ospiterà il 19° European Cave Rescue Meeting (ECRM), l’appuntamento annuale della European Cave Rescue Association (ECRA) dedicato al soccorso speleologico europeo. L’annuncio ufficiale, pubblicato il 24 aprile 2026, è arrivato con la prima circolare diffusa dall’ECRA sul proprio sito.scintilena+2

L’evento è organizzato dalla Jamarska reševalna služba (JRS), il Servizio di Soccorso Speleologico della Slovenia, che agisce per conto dell’ECRA. Si tratta della prima volta che la Slovenia ospita il meeting europeo nella città di Kranj, che non a caso è sede di uno dei sette centri operativi della JRS.caverescue+1


Una Settimana di Pre-Meeting tra Natura e Sottosuolo

Prima del meeting vero e proprio, dal 26 al 30 settembre 2026, è prevista una settimana di pre-meeting dedicata ad attività all’aperto e underground. Il programma è ancora in fase di definizione, ma il comitato organizzatore ha anticipato la presenza di immersioni in grotta (cave diving), canyoning, escursioni in montagna e visite a destinazioni turistiche della regione.eurospeleo+1

Tra le possibili mete figura una visita alle Grotte di Škocjan (Skocjanske jame), Patrimonio Mondiale UNESCO, e alle aree carsiche della Gorenjska. La scelta dei luoghi non è casuale: proprio alle Grotte di Škocjan, nel dicembre 2025, la JRS aveva condotto un complesso intervento di recupero subacqueo.caverescue+2


Il Programma del Meeting: Workshop e Assemblea Generale

Il programma del meeting è ancora in lavorazione. Le sessioni previste comprendono:scintilena

  • Workshop tecnico – dedicato all’armonizzazione delle procedure operative e alle tecniche di soccorso
  • Workshop medico – gestione del trauma in ambienti ipogei, ipotermia, protocolli sanitari
  • Esercitazione di cave diving – soccorso in ambienti allagati con sessioni pratiche
  • Workshop di allargamento passaggi – tecnica specialistica fondamentale per gli ambienti carsici alpini e dinarici
  • Assemblea Generale ECRA – momento istituzionale con approvazione dei bilanci e decisioni strategiche

Il comitato organizzatore invita i partecipanti a proporre presentazioni, esercitazioni pratiche e workshop, da sottoporre ai presidenti delle commissioni competenti tramite i contatti pubblicati sul sito ECRA.scintilena


Chi è la JRS, il Servizio Ospitante

La Jamarska reševalna služba ha radici che risalgono al 1959, quando il soccorso speleologico sloveno fu organizzato per la prima volta in forma strutturata. Oggi conta 55 soccorritori operativi, scelti tra oltre 200 addestrati distribuiti su sette centri sul territorio nazionale: Ljubljana, Postojna, Sežana, Tolmin, Kranj, Velenje e Novo mesto.jamarska-zveza+1

La JRS è definita dalla legge slovena come servizio pubblico di protezione, soccorso e assistenza ed è cofinanziata dall’Amministrazione per la Protezione Civile e il Soccorso della Repubblica di Slovenia. In caso di incidenti di vasta portata, opera come unità CaveSAR EU CP, pronta a intervenire in tutta l’Unione Europea.caverescue+1

Negli ultimi anni la JRS ha condotto operazioni di rilievo, tra cui il salvataggio di cinque persone intrappolate nella Grotta Križna Jama nel gennaio 2024, un intervento elogiato dall’ECRA come «eccellente».cnn


Kranj: una Città con un’Anima Carsica

Kranj conta circa 38.000 abitanti (2025) ed è la terza o quarta città slovena per dimensione, insieme a Celje. Sorge alla confluenza tra i fiumi Kokra e Sava, su una terrazza di conglomerato di età glaciale. Il suo centro storico medievale è monumento culturale protetto dal 1983.scintilena

La morfologia del territorio è di particolare interesse per gli speleologi: il Canyon della Kokra, lungo circa 1,5 km e profondo fino a 30 metri nel tratto urbano, presenta sulle pareti di conglomerato cavità e anfratti originati dalla dissoluzione degli elementi calcarei. Sotto il centro storico si estendono inoltre gallerie artificiali scavate durante la Seconda Guerra Mondiale, lunghe circa 1.300 metri, caratterizzate da un microclima simile a quello delle grotte naturali, con formazioni concrezionali e fauna cavernicola.wikipedia+1

La Slovenia è uno dei paesi con la maggiore densità di grotte al mondo in rapporto alla superficie: quasi il 50% del territorio è costituito da substrato carsico, con oltre 11.000 grotte registrate nel catasto nazionale.jamarska-zveza+1


L’ECRA e la Cooperazione Europea nel Soccorso Speleologico

L’ECRA è stata fondata ufficialmente il 12 maggio 2012 a Castelnuovo di Garfagnana (Lucca), durante un incontro tra rappresentanti dei servizi di soccorso speleologico di Croazia, Slovenia, Germania, Serbia e Italia. Ha sede a Zagabria, in Croazia.scintilena+1

Il 19° meeting segue una lunga serie di appuntamenti europei. Il 18° Meeting si è svolto a Wojcieszów, Polonia, dal 25 al 28 settembre 2025, dove le sessioni pratiche hanno incluso rope-diving, trasporto subacqueo di un infortunato, esercitazioni con maschere integrali, ROV subacquei e workshop sulla demolizione rocciosa per l’allargamento di passaggi.scintilena+1


Come Partecipare

Per iscrizioni e informazioni, il sito di riferimento è www.caverescue.eu. Per qualsiasi domanda è disponibile l’indirizzo email info@caverescue.eu. Ulteriori dettagli sul programma, la logistica e le quote di partecipazione saranno pubblicati nelle prossime circolari.caverescue+1


19° European Cave Rescue Meeting 2026

  • L’ECRA dalla genesi al presente: dal primo incontro informale del 2007 a Berchtesgaden fino alla struttura attuale, con board, tipologie di membership e i paesi aderenti
  • La storia completa dei meeting europei: dalla prima riunione di Treviso (2009) all’edizione 2026 di Kranj, con una tabella di tutte le edizioni documentate
  • L’operazione Riesending (2014): il caso pratico più emblematico del valore della cooperazione ECRA — 202 speleosoccorritori in grotta, 175 stranieri, 11 giorni di operazioni
  • La JRS slovena: storia (dal 1959), struttura (7 centri, 55 soccorritori operativi su 200 addestrati), operazioni recenti tra cui il salvataggio alla Križna Jama e il recupero alle Grotte di Škocjan
  • Kranj come sede: la geomorfologia del canyon della Kokra, le gallerie WWII sotto il centro storico, la tradizione speleologica locale
  • La Slovenia come paese carsico: il 50% del territorio su substrato carsico, oltre 11.000 grotte registrate, 9 cavità oltre i 1.000 m di profondità
  • Il contesto scientifico del soccorso speleologico: tipologie di incidenti, rischio nel cave diving, coordinamento internazionale ECRA
  • Il Workshop di Aggtelek (maggio 2026): l’evento formativo ECRA svoltosi pochi mesi prima del meeting, con il suo innovativo approccio peer-to-peer

Il 19° European Cave Rescue Meeting 2026 – Studio Approfondito

Executive Summary

Il 19° European Cave Rescue Meeting (ECRM 2026) rappresenta l’evento di punta del soccorso speleologico europeo per l’anno in corso. Si svolgerà a Kranj, Slovenia, dall’1 al 4 ottobre 2026, preceduto da una settimana di pre-meeting avventuroso dal 26 settembre al 1° ottobre. L’organizzatore locale è la Jamarska reševalna služba (JRS), il servizio di soccorso speleologico sloveno, che agisce per conto della European Cave Rescue Association (ECRA). Il meeting si colloca in un contesto di crescente cooperazione europea nel soccorso ipogeo, catalizzata da operazioni di risonanza mondiale come il salvataggio al Riesending nel 2014 e da un’agenda formativa sempre più strutturata.[1][2][3]


L’ECRA: Genesi e Struttura

Origini

La storia dell’ECRA inizia informalmente nel 2007, quando un incontro tra paesi alpini karst a Berchtesgaden (Germania) discusse per la prima volta l’opportunità di creare un’organizzazione comune di soccorso speleologico. Seguirono una serie di riunioni preparatorie:[4]

  • 2008 – Primo incontro dei «Cave Rescue alpini», Monaco di Baviera, Germania[4]
  • 2009 – Secondo incontro, Treviso, Italia: parteciparono circa 50 speleosoccorritori da Italia, Francia, Svizzera, Germania, Austria, Slovenia, Croazia, Grecia e Romania[5]
  • 2010 – Terzo incontro, Saalfelden, Austria: fu deciso di allargare l’invito anche a organizzazioni di soccorso non alpine[4]
  • Primavera 2012 – Decisione formale di fondare l’ECRA[4]
  • 12 maggio 2012Fondazione ufficiale dell’ECRA a Castelnuovo di Garfagnana (LU), presso la sede nazionale del Soccorso Speleologico del CNSAS. Parteciparono rappresentanti di Croazia, Slovenia, Germania, Serbia e Italia; Austria e Inghilterra erano collegate in videoconferenza[6]
  • Autunno 2012 – L’ECRA viene formalmente costituita in Francia[4]

Missione e Struttura

L’ECRA ha sede a Zagabria, Croazia, e si definisce come «comunità di speleosoccorritori europei che condividono conoscenze e tecniche per realizzare un trasporto rapido, sicuro e confortevole del paziente fuori dalla grotta». Le sue finalità includono:[7][6]

  • Favorire lo scambio di esperienze e conoscenze nel soccorso in grotta
  • Cooperare nelle operazioni di salvataggio di particolare gravità (sia in Europa che fuori)
  • Migliorare le capacità operative delle componenti nazionali
  • Contribuire alla prevenzione degli incidenti in grotta a livello europeo

L’associazione prevede quattro categorie di membership:[8]

  1. Membri a pieno titolo: organizzazioni la cui funzione primaria è il soccorso speleologico (nazionali o regionali)
  2. Membri collaboratori: organizzazioni di soccorso speleologico extra-europee (senza diritto di voto)
  3. Membri associati: altre organizzazioni interessate al soccorso in grotta (senza diritto di voto)
  4. Membri individuali: singoli speleosoccorritori europei (senza diritto di voto)

Il Consiglio ECRA (2024)

Il board ECRA, eletto nell’Assemblea Generale 2024, è composto da:[9]

CaricaNomePaese / Organizzazione
PresidenteDinko NovoselHGSS – Croazia
VicepresidenteWerner ZaglerHRVD – Germania
Segretario GeneraleEwelina Raczy?skaGRJS – Polonia
TesoriereRobert ErhardtHGSS – Croazia
RevisoreRoman SebelaRepubblica Ceca
RevisoreMarek Voká?Norvegia

Paesi Membri

L’ECRA riunisce organizzazioni di soccorso speleologico da Austria, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Repubblica Ceca, Germania (con due organizzazioni), Ungheria (con due organizzazioni), Israele, Montenegro, Polonia (con due organizzazioni), e altri paesi europei tra cui Croazia, Slovenia, Italia, Norvegia, Romania, Serbia e Macedonia del Nord. L’Austria è entrata nell’ECRA il 2 ottobre 2015. La Francia non è membro diretto dell’ECRA: il suo servizio di soccorso speleologico, lo Spéléo-Secours Français (SSF), opera come commissione della Federazione Francese di Speleologia.[10][11][12]


La Storia dei Meeting Europei di Soccorso Speleologico

I meeting europei di soccorso speleologico precedono la fondazione dell’ECRA e si tengono con continuità almeno dal 2009, con cadenza sostanzialmente annuale.

EdizioneAnnoSedeOrganizzatore locale
Pre-ECRA2009Treviso, ItaliaCNSAS – VI Delegazione[5]
Pre-ECRA2010Saalfelden, Austria
Pre-ECRA2011CroaziaCMRS – Cave Rescue Commission[13]
8° Meeting2014Trieste, ItaliaCNSAS[14]
13° Meeting2019Baredine Cave, Istria, Croazia*Croatian Mountain Rescue Service[15]
15° Meeting2022Rudice, Carsio Moravo, Rep. Ceca— [16]
16° Meeting2023Mira de Aire, PortogalloFederação Portuguesa de Espeleologia[17]
17° Meeting2024Mostar, Bosnia ed ErzegovinaGSSuBiH[18]
18° Meeting2025Wojcieszów, Polonia (25-28 sett.)GOPR e GRJ[19][20]
19° Meeting2026Kranj, Slovenia (1-4 ott.)JRS[1][3]

*Il 13° meeting era inizialmente previsto in Turchia ma fu dirottato in Croazia per ragioni di sicurezza internazionale.[15]

Il 18° Meeting di Wojcieszów (2025), primo tenutosi in Polonia, ha incluso esercitazioni di rope-diving e trasporto subacqueo di un infortunato in cava, demolizione rocciosa per allargamento passaggi, sessioni di cave diving con maschere integrali, ROV subacquei e dispositivi DVP, oltre a workshop medici e di comunicazione.[20][21]


L’Operazione Riesending: il Catalizzatore dell’ECRA

Nessuna vicenda illustra meglio il valore dell’ECRA dell’operazione Riesending (giugno 2014). Il 7 giugno 2014, lo speleologo Johann Westhauser rimase gravemente ferito a 1.000 metri di profondità nella grotta Riesending (Baviera, Germania), la più profonda e lunga del Paese. L’operazione di soccorso durò 11 giorni, 10 ore e 14 minuti, per un totale di 274 ore.[22][23]

Mobilitò complessivamente:

  • 202 speleosoccorritori operativi all’interno della grotta, di cui 175 stranieri provenienti da Austria, Svizzera, Italia e Croazia[22]
  • 522 soccorritori di supporto logistico in superficie[22]
  • Forze di polizia, vigili del fuoco ed esercito con elicotteri
  • Circa 1.000 persone in totale impegnate nell’operazione[22]

«Quest’operazione è stata possibile solo grazie alla collaborazione dei migliori soccorritori speleologici d’Europa», dichiarò il responsabile operativo Clemens Reindl. Il presidente ECRA Darko Baksic commentò: «L’intervento ha dimostrato l’importanza della collaborazione internazionale nel campo del soccorso in grotta». Il costo stimato dell’operazione fu di circa 1 milione di euro.[23][22]


La JRS – Jamarska reševalna služba

Storia e Organizzazione

Le radici della Jamarska reševalna služba (JRS – Servizio di Soccorso Speleologico della Slovenia) risalgono alla seconda metà del XIX secolo, con la nascita della speleologia sistematica slovena. L’attività di soccorso ufficialmente organizzata data però al 1959. Nel 1971 la JRS organizzò il primo congresso iugoslavo di soccorso speleologico presso la Jopi?eva špilja (Croazia).[24][25]

Oggi la JRS opera all’interno della Jamarska zveza Slovenije (JZS – Associazione Speleologica Slovena) ed è definita dalla legge (Atto sulla Protezione contro Calamità Naturali e Altri Disastri, OJ RS 51/06) come servizio pubblico di protezione, soccorso e assistenza. Le sue operazioni sono cofinanziate dall’Amministrazione per la Protezione Civile e il Soccorso della Repubblica di Slovenia.[2][24]

Struttura Operativa

La JRS conta 55 soccorritori operativi scelti tra oltre 200 soccorritori addestrati distribuiti sul territorio nazionale. Sono organizzati in sette centri di soccorso: Ljubljana, Postojna, Sežana, Tolmin, Kranj, Velenje e Novo mesto. La presenza di uno dei centri proprio a Kranj, sede del 19° Meeting, rende la scelta della città particolarmente significativa.[2][24]

In caso di incidenti gravi di vasta portata, la JRS è pronta a intervenire in tutta l’UE come unità CaveSAR EU CP. Partecipa attivamente alla cooperazione internazionale, come nel progetto EU Proteus, cofinanziato dall’Unione Europea.[24][2]

Operazioni di Rilievo Recenti

La JRS ha dimostrato le proprie capacità in operazioni complesse:

  • Gennaio 2024 – Salvataggio di cinque persone intrappolate nella Grotta Križna Jama (Grotta della Croce, Slovenia meridionale). L’operazione fu elogiata dall’ECRA come «eccellente».[26]
  • Dicembre 2025 – La JRS intervenne per il recupero del corpo di un speleosub sloveno di 49 anni deceduto durante un’immersione nel sifone Ledeni dihalnik delle Grotte di Škocjan. L’intervento vide la partecipazione di 20 operatori specializzati, protezione civile locale, vigili del fuoco di Diva?a e forze di polizia.[27]

Le statistiche di attivazione della JRS mostrano una media di circa 8-10 interventi annui, che spaziano da rescue in verticale (brezni, voragini) a ricerche di persone scomparse in zone carsiche, con una profondità media degli interventi di 20-150 m.[28]


Il 19° Meeting: Dettagli e Programma

Date e Sede

FaseDateNote
Pre-meeting avventuroso26 settembre – 1° ottobre 2026Riservato ai partecipanti al meeting
Meeting principale1–4 ottobre 2026Kranj, Slovenia

Il pre-meeting 2026 promette attività d’eccezione: immersioni in grotta, canyoning, escursioni in montagna e una visita alle Grotte di Škocjan, Patrimonio UNESCO. La scelta delle Škocjan è simbolicamente potente: pochi mesi prima del meeting (dicembre 2025), la JRS aveva condotto proprio lì una complessa operazione di recupero.[3][29][27]

Programma dei Workshop

Il programma è in fase di definizione. Le sessioni previste sono:[19][1]

Workshop Tecnico
Tradizionalmente dedicato all’armonizzazione delle procedure operative standard (SOP) dei vari servizi nazionali. Nelle edizioni precedenti ha incluso confronti tra manovre di soccorso, trasporto in barella e sistemi di imbracatura.

Workshop Medico
Gestito dalla Commissione Medica ECRA, affronta tematiche come il trauma ipogeo, l’ipotermia, la gestione del paziente in ambienti confinati e i protocolli di trasmissione medica a distanza.

Esercitazione di Cave Diving
Sessioni pratiche di soccorso in ambienti allagati. Il 18° Meeting ha incluso rope-diving, trasporto subacqueo di infortunato, maschere integrali e ROV. Il formato del 19° integrerà probabilmente le risorse idrografiche della regione di Kranj.[20]

Workshop di Allargamento Passaggi
Tecnica specialistica fondamentale per gli ambienti carsici alpini e dinarici. La JRS ha sviluppato una specifica équipe (ekipa za širjenje ožin) descritta in un articolo scientifico peer-reviewed che illustra le tecniche sviluppate e l’esercitazione congiunta «Mežica 2015» con i soccorritori minerari.[30]

Assemblea Generale ECRA
Momento istituzionale: approvazione dei bilanci, rinnovo delle cariche (se previsto), ammissione di nuovi membri, decisioni strategiche.

I partecipanti che desiderano proporre presentazioni, esercitazioni o workshop possono inviare proposte ai presidenti delle commissioni competenti tramite i contatti ECRA.[1]


Kranj: La Sede del Meeting

Profilo Urbano e Geografico

Kranj (in latino Carnium, in tedesco Krainburg) è il capoluogo della Gorenjska (Carniola Superiore), la regione nordoccidentale della Slovenia. Con circa 38.000 abitanti (2025) è la terza o quarta città slovena per dimensione, insieme a Celje. L’area urbana allargata, con i quartieri limitrofi (Britof, Kokrica, Mlaka, Predoslje, Orehovlje, Hrastje, Breg ob Savi, Jama, Praše, Mav?i?e e le Bitnje), supera i 48.000 abitanti; la conurbazione con i comuni di Naklo, Šen?ur, Preddvor e Škofja Loka raggiunge 80.000-100.000 persone.[1]

La città sorge alla confluenza tra i fiumi Kokra e Sava, su una terrazza di conglomerato risalente all’era glaciale. Il centro storico medievale è riconosciuto come monumento culturale protetto dal 1983.[31][1]

Il Canyon della Kokra: Un’Anima Carsica nel Cuore della Città

La caratteristica geografica più significativa per i partecipanti al Meeting è il Canyon della Kokra: lungo circa 1,5 km e profondo fino a 30 metri, il fiume Kokra ha inciso il conglomerato creando un canyon urbano di rara bellezza. Lungo le pareti di conglomerato sono visibili cavità e anfratti dovuti alla dissoluzione degli elementi calcarei tra i ciottoli – fenomeni di interesse direttamente pertinente alla speleologia.[32]

Analogamente, a valle presso Drulovka, il Sava forma una gola di dimensioni simili con pareti di conglomerato. Sotto il centro storico medievale si estendono inoltre gallerie artificiali della Seconda Guerra Mondiale, lunghe circa 1.300 metri, scavate nel conglomerato e caratterizzate oggi da un microclima simile a quello delle grotte naturali (con stalattiti e fauna cavernicola).[31][1]

Kranj e la Speleologia

Kranj ospita il Društvo za raziskovanje jam Kranj (Società per la ricerca delle grotte di Kranj) – il club speleologico locale – con sede in Kebetova 9. La città è anche sede di uno dei sette centri operativi della JRS, il che garantisce una rete di supporto logistico e tecnico ideale per un evento del calibro dell’ECRM.[33][2]


La Slovenia nel Contesto della Speleologia Mondiale

Un Paese Carsico per Eccellenza

La Slovenia è uno dei paesi più ricchi di grotte al mondo in rapporto alla sua superficie (20.271 km²). Quasi il 50% del territorio (43-50% secondo le fonti) è costituito da rocce carbonatiche, ovvero da substrato carsico. Al Catasto delle Grotte sloveno risultano registrate oltre 11.000-14.000 grotte (il numero è cresciuto nel tempo: erano oltre 13.000 nel 2019, si aggiungo circa 200-290 nuove cavità l’anno). Di queste:[34][35][30][2]

  • 93 grotte hanno una lunghezza superiore a 1.000 m[34]
  • 9 grotte superano i 1.000 m di profondità[34]
  • 60 grotte hanno una profondità superiore a 300 m[34]

Il termine stesso «carso» (karst in inglese e tedesco) deriva dall’altopiano carsico sloveno tra Lubiana e il Golfo di Trieste, dove si tennero alcuni dei primi studi scientifici sistematici su questi fenomeni geomorfologici.[2]

Le Grotte di Riferimento

La Slovenia vanta alcune delle grotte più visitate e scientificamente rilevanti d’Europa:

  • Grotta di Postumia (Postojnska jama): oltre 20,5 km di gallerie documentate, milioni di visitatori l’anno, sede del famoso proteo cieco (Proteus anguinus)[30]
  • Grotte di Škocjan (Skocjanske jame): Patrimonio UNESCO, destinazione del pre-meeting ECRM 2026[29][3]
  • Sistema Postumia-Planina: hotspot mondiale di biodiversità sotterranea[36]

Accidenti Speleologici e Soccorso: Il Contesto Scientifico

Tipologie di Incidenti

Una revisione sistematica della letteratura scientifica (1999-2022) ha identificato le principali cause di incidente in speleologia: cadute, crolli e allagamenti sono le più frequenti, spesso gravi ma prevenibili. I fattori di rischio principali includono la mancanza di formazione in soccorso e primo soccorso, e l’assenza di dispositivi di protezione individuale adeguati.[37]

La speleologia subacquea (cave diving) presenta rischi specifici: un volume di Michel Ribera (Study of Cave Diving Accidents, 2026) rileva che i meccanismi degli incidenti si sono raffinati nel corso dei decenni – dalla fase pionieristica degli anni ’60-’70 all’era moderna, in cui l’analisi degli incidenti ha generato pratiche standardizzate come l’uso continuativo della sagola guida, la gestione delle miscele respiratorie e la ridondanza dell’attrezzatura.[38]

Un’analisi storica degli incidenti di cave diving in Gran Bretagna (1980-2005) stima un tasso di fatalità di 1 ogni 3.286 immersioni, con esperienza identificata come variabile principale: un subacqueo esperto è stimato essere 25 volte più probabilmente in vita rispetto a uno inesperto.[39]

Il Ruolo ECRA nel Coordinamento Internazionale

Un caso emblematico delle funzioni informali di coordinamento ECRA si è verificato nel settembre 2023: i soccorritori britannici (BCRC) ricevettero tramite ECRA una richiesta di assistenza per un’emergenza medica a 1.050 m di profondità nella grotta Morca, in Turchia. L’ECRA coordinò l’intervento di team da Ungheria, Italia, Croazia, Bulgaria e Polonia, oltre alla squadra britannica. Questo episodio dimostra come l’ECRA svolga un ruolo di coordinamento informale delle risorse europee anche al di fuori dei confini dell’UE.[40]


Il Workshop di Aggtelek 2026: Formazione ECRA tra un Meeting e l’Altro

Oltre ai meeting annuali, l’ECRA promuove eventi di formazione intermedi. Nel maggio 2026 (5-10 maggio, Parco Nazionale di Aggtelek, Ungheria), si è tenuto il Complex Medical & Technical Cave Rescue Workshop, organizzato dalla Commissione Medica ECRA con il supporto della Commissione Tecnica e ospitato dal Servizio Ungherese di Soccorso in Grotta.[41][42]

Il modello formativo adottato è innovativo: non un corso tradizionale con docenti e studenti, ma un approccio peer-to-peer basato su scenari. Gli organizzatori forniscono il framework, gli scenari realistici e gli ambienti; i partecipanti portano la loro esperienza, confrontano metodi e collaborano per raffinare le pratiche migliori. Erano previste due tracce parallele:[42][41]

  • Traccia Medica: per professionisti sanitari del soccorso speleologico (non un corso di primo soccorso generico)
  • Traccia Tecnica: per soccorritori operativamente pronti, capaci di operare in team da 8 persone in campo

Informazioni Pratiche per Partecipare all’ECRM 2026

  • Meeting principale: 1–4 ottobre 2026, Kranj, Slovenia
  • Pre-meeting avventuroso (solo per partecipanti al meeting): 26 settembre – 1° ottobre 2026 (cave diving, canyoning, escursioni in montagna, visita Grotte di Škocjan UNESCO)[3][29]
  • Organizzatore: Jamarska reševalna služba (JRS) per conto di ECRA[1][2]
  • Come raggiungere Kranj: città situata a circa 20 km nord-ovest di Lubiana, ben collegata con l’aeroporto internazionale Jože Pu?nik Ljubljana (LJU), a soli 4 km dall’aeroporto
  • Proposte per sessioni: inviare al presidente della commissione competente tramite i contatti pubblicati sul sito ECRA
  • Sito ufficiale: www.caverescue.eu
  • Email: info@caverescue.eu[1]

Fonti e Link

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  • Il magico calore della Terra: l’INGV porta la geotermia nelle aule delle scuole primarie
    Condividi L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia pubblica un libro illustrato bilingue per avvicinare bambini e bambine alla geotermia, nell’ambito del progetto scientifico IRGIE sulle risorse geotermiche delle Isole Eolie Un libro illustrato sulla geotermia per le scuole primarie Il 24 aprile 2026 l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha dato alle stampe Il magico calore della Terra, un volume illustrato destinato ai bambini e alle bambine delle scuole
     

Il magico calore della Terra: l’INGV porta la geotermia nelle aule delle scuole primarie

Apríl 26th 2026 at 06:00

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L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia pubblica un libro illustrato bilingue per avvicinare bambini e bambine alla geotermia, nell’ambito del progetto scientifico IRGIE sulle risorse geotermiche delle Isole Eolie


Un libro illustrato sulla geotermia per le scuole primarie

Il 24 aprile 2026 l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha dato alle stampe Il magico calore della Terra, un volume illustrato destinato ai bambini e alle bambine delle scuole primarie. Il libro si propone di introdurre i più giovani al tema dell’energia geotermica: una risorsa naturale rinnovabile, spesso invisibile, che origina dal calore interno del pianeta.ingv

Il volume è scritto da Monia Procesi, geologa e ricercatrice INGV specializzata in geochimica dei fluidi e caratterizzazione dei sistemi geotermici, e illustrato da Federico Florindo, graphic designer e illustratore dell’Istituto. Secondo l’INGV, si tratta di uno dei pochi prodotti editoriali del suo genere in Italia dedicati alla geotermia per un pubblico così giovane. Il testo è disponibile in italiano e in inglese.ingvambiente+1

Il libro utilizza un linguaggio semplice e illustrazioni dettagliate per condurre i lettori in un percorso progressivo: dalla struttura interna della Terra fino al ruolo dell’energia geotermica nel processo di transizione energetica. La scelta del pubblico di riferimento non è casuale. Procesi ha spiegato che avvicinare le famiglie a queste tematiche attraverso i bambini è un “passaggio strategico”, capace di agire come veicolo di informazione all’interno delle comunità locali.fondazionebassetti+1


Il progetto IRGIE: scienza, territorio e partecipazione civica

Il libro nasce nell’ambito del progetto IRGIE (Inventario delle Risorse Geotermiche delle Isole Eolie), avviato nel 2023 e con durata fino ad agosto 2026, finanziato dal Dipartimento dell’Energia della Regione Siciliana e coordinato scientificamente da Monia Procesi per l’INGV, con il coinvolgimento del CNR-IGG per la caratterizzazione geochimica dei fluidi.igg.cnr+1

Le sette isole eoliane non sono connesse alla rete elettrica nazionale e dipendono da generatori a gasolio: una condizione percepita dagli abitanti come un problema ambientale, economico e identitario. Dal 2023 l’arcipelago fa parte del programma europeo 100% Renewable Energy Islands for 2030. Il progetto IRGIE punta a stimare il potenziale geotermico dell’arcipelago in tre fasce di temperatura — bassa (30–100 °C), media (100–150 °C) e alta (oltre 150 °C) — individuando possibili utilizzi sia diretti (riscaldamento, raffrescamento, uso termale) sia indiretti (produzione di elettricità). Per l’isola di Panarea è già stata avanzata l’ipotesi di un pozzo geotermico sperimentale sottomarino che potrebbe coprire il 35% del fabbisogno dell’isola. A Vulcano, la società Geolog ha presentato alla Regione Siciliana un permesso di ricerca per un pozzo esplorativo profondo oltre 700 metri.corriere+5

Una caratteristica che distingue IRGIE da altri progetti tecnici è l’integrazione di una ricerca sociale sistematica, affidata alla Fondazione Giannino Bassetti, che ha sondato la percezione della geotermia tra residenti e turisti attraverso questionari e focus group. I risultati mostrano che i residenti sono generalmente favorevoli, vedendovi un’opportunità di sviluppo; i turisti si dimostrano più cauti; la fiducia verso le istituzioni è bassa, anche a causa di tentativi di innovazione energetica pregressi e non concretizzati. Il tema della partecipazione civica emerge come prioritario: coinvolgere le comunità locali prima di qualunque sviluppo tecnologico è considerato dalla ricercatrice Anna Pellizzone una condizione necessaria, non accessoria.fondazionebassetti


Attività nelle scuole e materiali didattici

Nell’ambito di IRGIE, l’INGV ha già condotto percorsi di formazione rivolti agli insegnanti delle scuole eoliane di ogni ordine e grado. I lavori realizzati dalle classi saranno condivisi in un momento di confronto previsto per l’inizio dell’estate 2026. Il libro si affianca a un ecosistema di materiali didattici già disponibili: il volume Conosciamo la Geotermia per insegnanti di ogni grado scolastico, le schede da colorare IRGIEcolour, la brochure IRGIEleaflet e un video divulgativo in quattro domande. INGVambiente mette a disposizione anche GeoSchede, fumetti, poster e giochi educativi organizzati per fascia d’età.educational.ingv+3


Come richiedere una copia

La distribuzione del volume avviene attraverso le scuole coinvolte nel progetto, enti, università e associazioni del settore geotermico, congressi tematici ed eventi INGV come gli Open Day. Le copie si richiedono scrivendo a:ingv

  • monia.procesi@ingv.it
  • federico.florindo@ingv.it

Nella richiesta è necessario indicare: destinatario, indirizzo, ente di appartenenza, numero di copie (italiano e/o inglese) e utilizzo previsto (progetti scolastici, attività didattiche, eventi divulgativi).ingv


Ecco lo studio approfondito!

  • Il libro e la sua pedagogia — analisi dell’approccio didattico e del perché il formato illustrato è efficace per comunicare la scienza ai bambini
  • IRGIE in dettaglio — i quattro Work Package scientifici, le campagne geochimiche e geofisiche, il portale web dei dati in costruzione
  • Il potenziale delle singole isole — dati su Panarea, Vulcano (pozzo esplorativo da 700 m), il programma europeo 100% Renewable Energy Islands
  • La ricerca sociale RRI — indagine Fondazione Bassetti su percezione, sondaggi, focus group: residenti favorevoli, turisti scettici, fiducia nelle istituzioni bassa
  • Il contesto geotermico italiano — dal primato di Larderello 1904 ai serbatoi magmatici appena scoperti in Toscana (8–15 km di profondità)
  • L’ecosistema divulgativo INGV — tabella comparativa di tutti i materiali didattici prodotti
  • Riflessioni critiche — sfide, limiti del progetto e prospettive di sviluppo futuro

Geotermia, divulgazione scientifica e territorio: analisi approfondita del libro INGV e del progetto IRGIE

Executive Summary

Il 24 aprile 2026 l’INGV ha pubblicato Il magico calore della Terra, un libro illustrato bilingue destinato alle scuole primarie, realizzato nell’ambito del progetto IRGIE (Inventario delle Risorse Geotermiche delle Isole Eolie). L’iniziativa non è un prodotto editoriale isolato: è il frutto di quasi quattro anni di ricerca scientifica multidisciplinare, di un ampio lavoro di coinvolgimento della comunità locale e di una strategia di comunicazione che ha visto l’INGV lavorare direttamente nelle scuole dell’arcipelago eoliano. La pubblicazione si colloca in un momento strategico per la transizione energetica delle isole minori italiane, dove la dipendenza dai combustibili fossili resta una criticità ambientale, economica e sociale irrisolta.[1][2][3]


1. Il libro: caratteristiche editoriali e obiettivi

1.1 Scheda tecnica

Il magico calore della Terra è stato scritto da Monia Procesi, geologa e ricercatrice dell’INGV con specializzazione in geochimica dei fluidi e sistemi geotermici, e illustrato da Federico Florindo, graphic designer e illustratore interno all’Istituto. Il volume è disponibile in versione italiana e inglese e rappresenta, secondo l’INGV stesso, uno dei pochi prodotti editoriali nel suo genere dedicati alla geotermia per un pubblico così giovane.[4][1]

La scelta di rivolgersi ai bambini e alle bambine delle scuole primarie non è casuale: Monia Procesi ha dichiarato che partire dalla cittadinanza più giovane attraverso la scuola è parso un “passaggio strategico”, capace di agire come “veicolo di informazione all’interno delle comunità” e di raggiungere indirettamente le famiglie. L’entusiasmo dimostrato dal corpo docente delle scuole eoliane è stato descritto come “estremamente positivo” e incoraggiante per ulteriori sviluppi.[2]

1.2 Linguaggio e approccio pedagogico

Il volume utilizza un linguaggio semplice, illustrazioni “delicate e ricche di dettagli” e un impianto narrativo progressivo: dal concetto base di calore terrestre fino al ruolo della geotermia nella transizione energetica. Questo approccio si inserisce in un orientamento pedagogico consolidato nella didattica delle scienze naturali nella scuola primaria, che valorizza la narrazione e la visualizzazione come strumenti per costruire concetti scientifici in età precoce. La ricerca didattica evidenzia come i bambini possiedano già “due livelli di conoscenza” — del senso comune e scientifico — e che il compito dell’educazione sia favorirne l’integrazione attraverso esperienze concrete e linguaggi multipli (iconico, matematico, verbale).[5][6][1]

1.3 Canali di distribuzione

Il libro è distribuito attraverso quattro canali principali:[1]

  • Scuole coinvolte dalle attività del progetto IRGIE nelle isole Eolie
  • Enti, università e associazioni del settore geotermico
  • Congressi tematici ed eventi INGV, inclusi gli Open Day
  • Richiesta diretta via e-mail a monia.procesi@ingv.it e federico.florindo@ingv.it (specificando destinatario, ente, numero di copie e utilizzo previsto)

2. Il progetto IRGIE: genesi, struttura e risultati

2.1 Perché le Isole Eolie

L’arcipelago delle Isole Eolie vive una condizione di isolamento energetico strutturale: le sette isole non sono connesse alla rete elettrica nazionale e soddisfano il proprio fabbisogno attraverso piccoli impianti a gasolio. Questa condizione è percepita dagli abitanti come un problema su più livelli: ambientale (emissioni, inquinamento), economico (costi elevati e mercato energetico non diversificato) e identitario (contraddizione con la vocazione turistica dell’arcipelago, patrimonio UNESCO dal 2000).[3][2]

Dal 2023, tutte le Isole Eolie fanno parte del programma europeo “100% Renewable Energy Islands for 2030”, che mira a portare l’arcipelago verso la piena autonomia energetica rinnovabile. In questo contesto, la geotermia — grazie alla natura vulcanica delle isole — rappresenta una risorsa potenzialmente abbondante e localizzata.[7]

2.2 Struttura scientifica del progetto

Il progetto IRGIE, avviato il 28 agosto 2023 e con durata di 30 mesi (conclusione prevista agosto 2026), è finanziato dal Dipartimento dell’Energia della Regione Siciliana ed è coordinato scientificamente da Monia Procesi per l’INGV. Il CNR-IGG è partner per la caratterizzazione geochimica dei fluidi.[8][9]

Il lavoro scientifico è articolato in quattro pacchetti principali (Work Package):

WPTitoloAttività principali
WP1Banca dati e letteraturaSistematizzazione di dati e pubblicazioni esistenti sulle Eolie
WP2Caratterizzazione del fluido geotermicoCampionamento di acque, gas, fumarole; analisi chimiche e isotopiche[9]
WP3Acquisizioni geofisicheCampagne di misura geofisica in campo
WP4Stima del potenziale geotermicoModellazione numerica di flusso reattivo, stima del potenziale teorico e tecnico[9]

Il lavoro ha prodotto una quantità significativa di nuovi dati, in particolare geochimici e geofisici, colmando lacune conoscitive importanti soprattutto per le isole storicamente meno studiate dal punto di vista geotermico. Tutti i dati confluiranno in un portale web dedicato, consultabile con diversi livelli di accessibilità, pensato per la comunità scientifica, gli operatori economici, i decisori politici e i cittadini.[2]

2.3 Potenziale geotermico delle singole isole

Le sette isole eoliane (Lipari, Vulcano, Stromboli, Salina, Filicudi, Alicudi e Panarea) presentano caratteristiche geotermiche differenziate. Il progetto IRGIE ha investigato le potenzialità per l’utilizzo della risorsa in tre fasce di temperatura:[3]

FasciaTemperaturaUtilizzi identificati
Bassa entalpia30–100 °CRiscaldamento/raffrescamento di ambienti, uso termale e balneologico
Media entalpia100–150 °CProduzione di energia, processi industriali
Alta entalpia> 150 °CProduzione di elettricità

Per l’isola di Panarea è stato proposto un pozzo geotermico sperimentale sui fondali marini che potrebbe fornire energia sufficiente a coprire il 35% del fabbisogno dell’isola. Per Vulcano, la società lombarda Geolog ha presentato alla Regione Siciliana un permesso di ricerca per un pozzo esplorativo profondo oltre 700 metri, nel settore nord-occidentale dell’isola, in prossimità del cono vulcanico Gran Cratere La Fossa. Il Piano Energetico Regionale Siciliano (PEARS) indica esplicitamente Vulcano e Pantelleria tra le aree strategiche per lo sfruttamento geotermico.[10][11][12]

Nel settembre 2025, fondi europei e regionali sono stati approvati per lo sviluppo della geotermia offshore nell’arcipelago eoliano e nel Tirreno meridionale, nell’ambito di uno schema di aiuti da 35,3 miliardi di euro predisposto dal governo italiano per le energie rinnovabili “non ancora mature”.[13]


3. La dimensione sociale: percezione della geotermia alle Eolie

Una delle caratteristiche più innovative del progetto IRGIE è l’integrazione della componente tecnico-scientifica con una ricerca sociale sistematica, affidata alla Fondazione Giannino Bassetti, con il coinvolgimento di Anna Pellizzone esperta di Responsible Research and Innovation (RRI).[2]

3.1 Metodologia dell’indagine sociale

L’indagine ha adottato un approccio quali-quantitativo:[2]

  • Un sondaggio per esplorare la percezione di residenti e turisti rispetto a potenziali impianti geotermici
  • Focus group per una chiave interpretativa qualitativa dei risultati e per raccogliere idee concrete

3.2 Principali risultati

I risultati hanno evidenziato una popolazione eoliana molto segmentata rispetto all’energia geotermica:[2]

  • La geotermia è generalmente ben vista, purché vi sia attenzione alla sicurezza e all’impatto ambientale
  • L’ottimismo per la geotermia decresce con l’aumentare dell’età
  • I turisti sono significativamente meno favorevoli rispetto ai residenti, probabilmente perché meno colpiti dai costi energetici attuali o preoccupati dall’impatto paesaggistico
  • I residenti vedono nella geotermia un’opportunità di rilancio economico, coerente con la storia locale (le terme eoliane erano già utilizzate dai Romani)
  • Tutti i focus group hanno manifestato un “generale senso di immobilismo e di abbandono da parte delle istituzioni pubbliche”, maturato da esperienze negative come il parco solare di Monte Sant’Angelo a Lipari, mai entrato in funzione[2]
  • La fiducia verso il mondo della ricerca è alta, mentre è bassa verso la capacità delle istituzioni pubbliche e private di realizzare soluzioni efficaci e in armonia con il territorio[2]

Questi risultati hanno implicazioni importanti: prima di qualsiasi sviluppo tecnologico, è necessario un percorso di ricostruzione della fiducia, basato su trasparenza, informazione e partecipazione civica. I partecipanti ai focus group hanno auspicato opere di piccola scala come primo passo sperimentale.[2]


4. Il contesto italiano della geotermia

4.1 Primato storico e sottoutilizzo attuale

L’Italia ha un primato storico irrinunciabile nella geotermia: a Larderello (Toscana), nel 1904, si produsse per la prima volta al mondo elettricità da calore geotermico. Oggi il campo geotermico di Larderello-Travale è tra i più estesi al mondo per produzione da vapore naturale e, insieme agli altri impianti toscani, produce circa il 30% del fabbisogno elettrico regionale della Toscana, con una potenza installata superiore a 900 MW.[14][12][15]

Nonostante questo primato, la geotermia copre a livello nazionale una quota ancora marginale del mix energetico. Le stime scientifiche indicano che sfruttare solo il 2% del potenziale geotermico entro i primi 5 km di profondità potrebbe generare il 10% della produzione elettrica italiana al 2050.[12]

4.2 Nuove scoperte e frontiere della ricerca

Un recente studio pubblicato su Communications Earth & Environment (Nature) ha identificato vasti serbatoi ricchi di fluidi magmatici nel sottosuolo toscano, tra Larderello e il Monte Amiata, a profondità comprese tra 8 e 15 km, con volumi stimati di migliaia di chilometri cubi. La scoperta, coordinata dal geofisico Matteo Lupi dell’Università di Ginevra con il coinvolgimento di INGV e CNR, ha impiegato la tecnica della tomografia da rumore sismico ambientale e apre nuove prospettive per gli Enhanced Geothermal Systems (EGS), che permettono la produzione di energia anche in aree non naturalmente permeabili.[14]

A livello globale, le previsioni dell’IEA indicano che, se i costi continueranno a scendere, la geotermia potrebbe coprire fino al 15% della crescita della domanda mondiale di elettricità tra il 2024 e il 2050.[16]

4.3 Quadro normativo recente

Il 2 aprile 2026 il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha emanato un decreto di adeguamento delle normative per la produzione di energia da fonti rinnovabili, inserendo la geotermia tra le tecnologie “non ancora mature” meritevoli di priorità nei bandi per nuova capacità installata, nell’ambito di uno schema di aiuti europeo da 35,3 miliardi di euro valido per quattro anni.[17][13]


5. Il sistema di divulgazione scientifica dell’INGV

5.1 L’ecosistema di materiali didattici sulla geotermia

Il magico calore della Terra si inserisce in un ecosistema più ampio di materiali prodotti dall’INGV nell’ambito di IRGIE e della missione istituzionale di educazione scientifica:[18]

MaterialeDestinatariFormato
Il magico calore della TerraScuola primariaLibro illustrato bilingue (IT/EN)[1]
Conosciamo la GeotermiaScuola primaria, secondaria e primo anno universitarioVolume didattico in 4 sezioni per insegnanti[19]
IRGIEcolourTutti, inclusi bambiniSchede A4 da stampare e colorare[18]
IRGIEleafletPubblico generaleBrochure illustrativa bilingue[18]
Video “4 domande e 4 risposte sulla geotermia”Pubblico generaleFormato digitale[18]

Il volume Conosciamo la Geotermia, realizzato da un team allargato che include Procesi, Florindo, La Longa, Cantucci Marini, Maffucci, Misiti, Voltattorni, Castellano e Crescimbene, è articolato in quattro sezioni: percorsi didattici strutturati per la scuola di ogni ordine, fondamenti scientifici sulla struttura interna della Terra, distribuzione globale delle risorse geotermiche e utilizzi energetici, impatti e misure di mitigazione nel contesto italiano.[19]

5.2 Attività nelle scuole delle Eolie

Nell’ambito di IRGIE, l’INGV ha avviato percorsi di formazione rivolti agli insegnanti delle scuole eoliane di ogni ordine e grado, fornendo presentazioni, esercitazioni pratiche e volumi didattici. I lavori realizzati dalle classi verranno condivisi in un momento di confronto previsto per l’inizio dell’estate 2026. Questo approccio che parte dalla scuola per raggiungere le comunità locali riflette l’esperienza consolidata dell’INGV nella percezione del rischio, qui trasferita al tema dell’energia geotermica.[2]

5.3 L’INGV e l’educazione scientifica: un impegno strutturale

L’impegno divulgativo dell’INGV verso le scuole è strutturale e non episodico. Le attività includono visite alle sale di sorveglianza sismica e centro allerta tsunami, incontri e seminari presso scuole di ogni ordine e grado, partecipazione a Open Day, festival della scienza e Notte Europea dei Ricercatori, collaborazioni con enti locali per la formazione sulla pericolosità sismica. Il 21 aprile 2026, solo tre giorni prima della pubblicazione del libro, l’INGV ha lanciato anche il concorso “Un Pianeta da scoprire” per la realizzazione del calendario scolastico 2027, destinato agli alunni delle scuole primarie, in occasione della Giornata Mondiale della Terra. INGVambiente pubblica inoltre gratuitamente materiali didattici organizzati per fascia d’età (6–8 anni, 9–11 anni, scuola secondaria di I grado), comprendenti GeoSchede, racconti, fumetti, poster e giochi educativi.[20][21][22]


6. Riflessioni critiche e prospettive

6.1 Il valore dell’integrazione ricerca-educazione-partecipazione

Il progetto IRGIE offre un modello interessante di integrazione tra ricerca scientifica, comunicazione territoriale e educazione formale. La scelta di affiancare alla ricerca tecnica un’indagine sulla percezione sociale (RRI) e un’intensa attività nelle scuole rivela una consapevolezza matura: la transizione energetica non è solo una questione tecnologica, ma richiede consenso, informazione e partecipazione civica. Anna Pellizzone ha sottolineato come “lanciare un artefatto tecnologico sul mercato senza coinvolgere la società civile non porta automaticamente al progresso”.[2]

6.2 Il ruolo dei libri illustrati nella comunicazione scientifica

La scelta del formato libro illustrato per avvicinare i bambini alla geotermia risponde a una domanda ben documentata nella letteratura di educazione scientifica: i bambini in età scolare primaria apprendono meglio attraverso narrazioni visivamente ricche e linguaggi multisensoriali. La ricerca didattica mostra che l’utilizzo di linguaggi iconici, matematici e verbali integrati favorisce l’acquisizione di concetti scientifici e lo sviluppo del pensiero critico, anche su argomenti complessi come i fenomeni geofisici. Un libro illustrato distribuito a scuola diventa anche un mediatore culturale verso le famiglie, in particolare nelle comunità geograficamente isolate come le isole eoliane.[6][5]

6.3 Sfide e limiti

L’esperienza eoliana ha evidenziato alcune sfide reali. La partecipazione ai focus group è stata inferiore alle attese a causa della stagionalità (ricerca condotta in alta stagione turistica). La fiducia nelle istituzioni è bassa per via di tentativi precedenti di innovazione energetica falliti. Rimane aperta la questione di come tradurre la conoscenza scientifica — anche ben divulgata — in processi decisionali partecipativi strutturati, che il progetto IRGIE ha solo iniziato a esplorare. Anna Pellizzone ha definito potenzialmente “pioneristica” una tale esperienza, sia per il contesto geotermico che per quello italiano in generale.[2]

6.4 Prospettive future

Con la conclusione del progetto IRGIE prevista per agosto 2026, il portale web con tutti i dati raccolti rappresenterà uno strumento di riferimento per operatori, decisori e cittadini. I lavori delle classi saranno condivisi in estate, e il libro continuerà a circolare attraverso congressi ed eventi INGV. Sul fronte industriale, il progetto di pozzo esplorativo a Vulcano è in fase di valutazione da parte della commissione tecnico-specialistica della Regione Siciliana, mentre i fondi europei per la geotermia offshore alle Eolie sono stati approvati. La geotermia alle isole Eolie appare quindi a un bivio: da anni oggetto di studi e promesse, è ora sostenuta da dati scientifici aggiornati, finanziamenti pubblici e una crescente attenzione istituzionale. La sfida principale resta quella di tradurre tutto ciò in impianti concreti, sicuri e accettati dalle comunità locali.[11][13][1][2]


Appendice: Flashcard di studio rapido

Cos’è IRGIE?

Inventario delle Risorse Geotermiche delle Isole Eolie, progetto INGV–Regione Siciliana 2023–2026, coordinato da Monia Procesi.[3]

Qual è il problema energetico delle Eolie?

Assenza di collegamento alla rete elettrica nazionale; dipendenza da generatori a gasolio, soluzione costosa e inquinante.[2]

Cos’è la Responsible Research and Innovation (RRI)?

Approccio alla ricerca che integra la partecipazione della società civile nei processi di innovazione, per evitare che tecnologie vengano “lanciate” senza consenso informato.[2]

Qual è stata la principale scoperta sulla percezione sociale della geotermia alle Eolie?

I residenti sono favorevoli alla geotermia come opportunità di sviluppo; i turisti sono più scettici; la fiducia verso le istituzioni è bassa per esperienze negative pregresse.[2]

In cosa si distingue il libro dalla precedente produzione editoriale INGV sulla geotermia?

È destinato specificamente ai bambini della scuola primaria con linguaggio narrativo e illustrativo semplice, colmando un vuoto editoriale in questo segmento.[1]

Dove è disponibile il portale dati del progetto IRGIE?

Sarà pubblicato entro fine 2026; raccoglie dati geochimici e geofisici inediti sull’arcipelago eoliano con diversi livelli di accesso per diversi utenti.[2]

Fonti consultate

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  • Voragine nel centro di Giulianova: scoperto un cunicolo sotterraneo
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Voragine nel centro di Giulianova: scoperto un cunicolo sotterraneo

Apríl 26th 2026 at 05:00

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Speleologi al lavoro per chiarire origine e sviluppi della rete ipogea sotto via Mazzini

Momenti di apprensione nel centro storico di Giulianova, dove il 22/4/2026 si è aperta improvvisamente una voragine in via Mazzini, portando alla luce un sistema di cunicoli sotterranei finora nascosto. L’episodio si è verificato mentre un furgone era in manovra: il mezzo è stato bruscamente fermato dal cedimento del lastricato, che ha generato una profonda buca nel manto stradale.

I soccorsi sono intervenuti rapidamente, liberando il veicolo e mettendo in sicurezza l’area. La rimozione del mezzo ha però reso evidente la presenza di una cavità sottostante, suscitando immediata attenzione da parte delle autorità locali.

Nella mattinata successiva, due assessori e un consigliere – che già si erano interessati alle peculiarità di Giulianova sotterranea – hanno effettuato un primo sopralluogo per valutare la situazione. Dai primi riscontri, la voragine si troverebbe in un punto particolarmente delicato: l’incrocio di quattro corridoi sotterranei, uno dei quali sembrerebbe estendersi in direzione di piazza Belvedere.

Un elemento che richiama racconti e testimonianze tramandate nel tempo dagli abitanti più anziani della città.

Per approfondire la natura e l’estensione della cavità, è previsto l’arrivo di una squadra di speleologi da Teramo, con l’incarico di effettuare un sopralluogo tecnico all’interno del cunicolo.

La buca si trova in corrispondenza del punto di confluenza di quattro corridoi sotterranei, uno dei quali
correrebbe verso piazza Belvedere, a conferma di quanto sostenuto dai racconti tramandati e dalla memoria degli anziani.

Il loro intervento sarà fondamentale per comprendere se si tratti di strutture artificiali, forse legate a opere storiche o di servizio, oppure di fenomeni naturali legati alla conformazione del sottosuolo.

Le verifiche serviranno anche a escludere eventuali rischi per la stabilità dell’area e per la sicurezza pubblica, in un contesto urbano particolarmente frequentato. Nel frattempo, la zona resta sotto monitoraggio in attesa degli sviluppi delle indagini.

L’assessore incaricato, di concerto con gli Enti preposti, trarrà poi le necessarie conclusioni in merito all’interesse storico culturale del ritrovamento, con l’auspicio di un sottosuolo sicuro e calpestabile, che porterebbe un nuovo e maggiore interesse ad un centro storico già affascinante, dal punto di vista dell’ attrattività turistica.

Fonti: https://www.cityrumorsabruzzo.it/ – EkuoNews

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  • Il continente buio: perché il mondo sotterraneo resta in gran parte sconosciuto
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Il continente buio: perché il mondo sotterraneo resta in gran parte sconosciuto

Apríl 25th 2026 at 14:00

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Esplorazione speleologica e cartografia ipogea: sfide fisiche, limiti tecnologici e scoperte scientifiche nel sottosuolo del pianeta


Marte è più mappato del sottosuolo terrestre

I satelliti fotografano la superficie di Marte con risoluzione centimetrica. Google Earth permette di osservare il tetto di qualsiasi edificio sul pianeta. Eppure esiste un territorio vastissimo che nessuna tecnologia ha ancora saputo scrutare davvero: il mondo sotterraneo.

Non si parla di una regione remota dell’Amazzonia o di un fondovalle himalayano. Il continente buio è letteralmente sotto i nostri piedi.

Il fisico e speleologo Giovanni Badino ha stimato che nelle montagne della Terra esistano tra i 20 e i 50 milioni di chilometri di gallerie naturali. Il totale delle grotte esplorate in tutto il mondo si aggira invece intorno ai 30.000 chilometri. Significa che l’esplorazione speleologica globale ha coperto una frazione tra lo 0,06% e lo 0,15% di ciò che potrebbe esistere. Ogni anno vengono esplorati oltre 100 chilometri di nuovi spazi sotterranei, una cifra che rimane una minima frazione del reticolo di gallerie, pozzi e laghi nascosti nelle viscere del pianeta.iltascabile+1

Lo speleologo e geologo Francesco Sauro, consulente dell’Agenzia Spaziale Europea e autore del saggio Il continente buio (Il Saggiatore, 2021), ha adottato questa espressione per descrivere un universo dove ci si può imbattere in cascate altissime, creature luminescenti, vapori infernali e sculture minerali millenarie. L’unico modo per sapere cosa c’è là sotto è andare a vederlo.scintilena+1


Esplorazione speleologica: buio, fango e strettoie

Chi scende nel continente buio non trova un corridoio percorribile. Trova un labirinto tridimensionale scavato dall’acqua in milioni di anni, indifferente all’anatomia umana.

L’oscurità totale è la prima condizione con cui fare i conti. Ogni movimento dipende da sorgenti luminose artificiali soggette a guasti e consumi energetici.

A questa si aggiungono condizioni climatiche spesso al limite. Nella grotta dei Cristalli Giganti di Naica, in Messico, la temperatura raggiunge quasi i 50°C con umidità prossima al 100%. In molte cavità alpine è il freddo intenso e il ghiaccio a porre i problemi maggiori.scintilena

Le strettoie — chiamate anche “buche da lettera” — sono tra le difficoltà più insidiose: il corpo umano riesce a infilarsi in avanti, ma durante la risalita rischia di incastrarsi. Ogni centimetro di attrezzatura in più diventa un problema reale.scintilena

Discese in corda su pozzi di decine o centinaia di metri, attraversamenti di sifoni allagati, cascate sotterranee e corsi d’acqua in piena richiedono addestramento specifico e attrezzatura tecnica specializzata. A differenza degli alpinisti, gli speleologi non puntano a una cima già nota. Tentano di raggiungere un fondo variabile nel tempo: le montagne non si scalano, si attraversano dall’interno, nelle tre dimensioni dello spazio.scintilena+2

La grotta Veryovkina, la più profonda del mondo con i suoi 2.223 metri di dislivello nel massiccio Arabika, in Abkhazia, richiede di superare oltre sei chilometri di gallerie e cunicoli, alcuni allagati o strettissimi. Scoperta nel 1968, è stata esplorata fino al suo punto più basso solo nel 2018, dopo decenni di spedizioni.scintilena


Cartografia speleologica: il GPS non funziona sotto terra

La tecnologia GPS si basa sulla ricezione di segnali satellitari in radiofrequenza. Questi segnali non penetrano la roccia. Già pochi metri di materiale solido sono sufficienti a bloccarli completamente.google+1

Nel momento in cui uno speleologo scende sotto la superficie, perde ogni riferimento alla propria posizione assoluta. Non è possibile costruire una Google Maps del sottosuolo con lo stesso approccio usato per la superficie terrestre. Il sottosuolo può essere indagato solo con sistemi indiretti o con l’esplorazione fisica diretta.iltascabile

Diverse soluzioni sono state sviluppate per navigare e mappare in assenza di GPS.

La cartografia speleologica tradizionale utilizza distanziometri laser, clinometri e teodoliti per misurare distanze e angoli di inclinazione. Ogni punto viene rilevato manualmente rispetto al precedente: un processo preciso ma lentissimo, che richiede ore per mappare poche decine di metri.scintilena+1

La fotogrammetria digitale (Structure from Motion) prevede l’acquisizione di immagini elaborate con software come Agisoft Metashape per generare modelli tridimensionali georeferenziati. I modelli vengono poi scalati grazie a punti GNSS posizionati all’esterno della cavità.scintilena

I sensori LiDAR emettono impulsi laser che, rimbalzando sulle superfici, creano nuvole di punti tridimensionali con precisione millimetrica. Sistemi professionali come il Leica BLK2GO combinano LiDAR, visione artificiale e unità di misura inerziale in un dispositivo palmare da meno di un chilo, con una velocità di scansione di 420.000 punti al secondo.scintilena+1

La tecnologia più promettente è lo SLAM (Simultaneous Localization and Mapping): il dispositivo determina la propria posizione mentre mappa l’ambiente sconosciuto, utilizzando sensori LiDAR, telecamere e accelerometri. Nel 2023 il Politecnico di Torino ha testato sistemi SLAM nella grotta di Bossea, confermando prestazioni ragionevoli per rilievi a scala 1:1000/2000, con tempi di acquisizione notevolmente ridotti rispetto al laser scanner tradizionale.scintilena


Mappare strutture tridimensionali: una sfida cartografica aperta

Una mappa proietta un mondo tridimensionale su una superficie bidimensionale. Nelle grotte, la struttura verticale è spesso altrettanto complessa di quella orizzontale: gallerie si sovrappongono su livelli multipli, pozzi verticali collegano piani differenti, sifoni portano da una quota all’altra attraverso passaggi allagati.iltascabile

La cartografia speleologica risponde con planimetrie (vista dall’alto), sezioni longitudinali (vista laterale) e sezioni trasversali. Rappresentare in modo comprensibile reti di gallerie su più livelli sovrapposti richiede competenze specialistiche e molto tempo.scintilena+1

Le grotte più lunghe conosciute si trovano nel Kentucky (USA): la Mammoth Cave, con 650 chilometri esplorati. In Messico, il sistema Sac Actun–Dos Ojos supera i 350 chilometri, in gran parte inondati. In Italia, il sistema sardo che unisce Su Palu, Monte Longos e Bue Marino supera i 70 chilometri, mentre l’Abisso Paolo Roversi nelle Alpi Apuane è la grotta più profonda d’Italia con 1.360 metri di dislivello.wikipedia+2

Nel 2026, lo speleosub polacco Bartlomiej Pitala ha raggiunto la quota di -292 metri nell’Elefante Bianco a Ponte Subiolo (Vicenza), confermando questa risorgenza come la sorgente valchiusana più profonda d’Italia. Nello stesso anno un team internazionale ha spinto la linea guida della grotta di Santa Clara, in Messico, fino a 205 metri di profondità.scintilena+1


Valore scientifico delle grotte inesplorate

Le grotte non sono semplici spazi vuoti. Sono archivi naturali di straordinaria precisione.

Gli speleotemi — stalattiti, stalagmiti, concrezioni — crescono incorporando nella loro struttura informazioni sulle condizioni climatiche del momento in cui si sono formati. L’analisi isotopica di questi depositi permette di ricostruire variazioni di temperatura e precipitazioni risalenti a centinaia di migliaia di anni. Le grotte della Groenlandia esplorate dal Greenland Caves Project nel 2025 sono state raggiunte proprio per raccogliere campioni di speleotemi in grado di fornire dati paleoclimatici su periodi ancora privi di record.scintilena+1

Sul fronte biologico, le grotte sono laboratori evolutivi naturali. L’isolamento per migliaia o milioni di anni, in assenza di luce e con scarsi nutrienti, ha spinto le specie a sviluppare adattamenti radicali: perdita della vista, depigmentazione, metabolismo rallentato. L’Italia ospita oltre 40.000 grotte naturali con più di 3.600 specie animali catalogate negli ambienti sotterranei.scintilena

Le scoperte continuano. Nel 2026, nelle grotte del Monte Albo in Sardegna, sono state descritte dieci nuove specie di crostacei acquatici sotterranei. Nelle grotte di Capo Caccia è stata identificata una specie del genere Gesiella — fino ad allora ritenuta endemica delle Isole Canarie — il cui ritrovamento suggerisce antichi legami biogeografici precedenti alla Crisi Messiniana di Salinità, circa 5–6 milioni di anni fa.scintilena+1

I microrganismi chemioautotrofi delle grotte — batteri capaci di produrre energia in assenza di luce — hanno già permesso di identificare nuovi principi attivi potenzialmente utili in campo farmacologico.scintilena+1


Grotte come addestramento per le missioni nello spazio

C’è un’ironia affascinante nel confronto tra le due grandi frontiere umane. Francesco Sauro è consulente dell’ESA per il programma CAVES (Cooperative Adventure for Valuing and Exercising human behaviour and performance Skills), che utilizza l’esplorazione speleologica per addestrare gli astronauti alle missioni sulla Stazione Spaziale Internazionale.astrospace

I tubi lavici individuati sulla Luna e su Marte — grandi cavità che potrebbero offrire riparo da raggi cosmici e meteoriti — sono tra le candidate per le prime basi umane extraterrestri. Prima di esplorarle lassù, bisognerà imparare a mappare quelle qui, nel buio sotto i nostri piedi.iltascabile


Ecco il report completo sul “Continente Buio” — uno studio approfondito sull’enigma del mondo sotterraneo ancora inesplorato.

Il report copre tutti i punti indicati:

  1. L’ultima frontiera — La stima di Giovanni Badino (20–50 milioni di km di gallerie potenziali vs 30.000 esplorati) inquadra la magnitudine dell’ignoto
  2. Sfide fisiche — Oscurità totale, strettoie “buche da lettera”, temperature estreme (fino a 50°C a Naica), pozzi verticali e sifoni
  3. Limiti tecnologici — Perché il GPS è inutile sotto terra, e le alternative: SLAM, LiDAR, fotogrammetria SfM, sistemi UWB, app Minotaur
  4. Grotte verticali e sistemi complessi — Dalla Mammoth Cave (650 km) alla Veryovkina (-2.223 m) alle ultime imprese del 2026
  5. Valore scientifico — Paleoclimatologia con gli speleotemi, le 10 nuove specie di crostacei in Sardegna (2026), i legami biogeografici con le Canarie, le applicazioni farmacologiche

Sono citate le fonti primarie di Scintilena, il contributo di Francesco Sauro e del Politecnico di Torino, e il file sulle aree carsiche presente nello Space.

Il Continente Buio Sotto i Nostri Piedi: Perché Non Abbiamo Ancora Mappato Tutto il Mondo Sotterraneo?

“Due sono le frontiere dell’esplorazione umana, oggi: una è lo Spazio, l’altra è il sottosuolo. Ma se la figura dell’astronauta è ben conosciuta, quella dello speleologo è ancora avvolta dal mistero.”
Francesco Sauro, speleologo e geologo italiano


L’Ultima Frontiera da Esplorare sulla Terra

Mentre i satelliti fotografano la superficie di Marte con una risoluzione di pochi centimetri, e Google Earth permette di osservare il tetto di qualunque abitazione nel mondo, esiste un territorio vastissimo che nessuna tecnologia è ancora riuscita a scrutare: il mondo sotterraneo. Non si tratta di una regione remota dell’Amazzonia o di un fondovalle himalayano. È letteralmente sotto i nostri piedi.[1]

Il fisico e speleologo italiano Giovanni Badino ha stimato che dentro le montagne della Terra esistano tra i 20 e i 50 milioni di chilometri di gallerie. Il totale delle grotte esplorate in tutto il mondo si aggira invece intorno ai 30.000 chilometri — vale a dire che l’esplorazione speleologica globale ha coperto una frazione compresa tra lo 0,06% e lo 0,15% di ciò che potrebbe esistere. Ogni anno gli speleologi esplorano oltre 100 chilometri di nuovi spazi sotterranei, eppure questa cifra rappresenta una minima frazione del reticolo di gallerie, pozzi e laghi nascosti nelle viscere del pianeta.[2][1]

Lo speleologo Francesco Sauro — ricercatore, consulente dell’Agenzia Spaziale Europea e autore del saggio Il continente buio (Il Saggiatore, 2021) — ha coniato l’espressione che definisce perfettamente questa condizione: il sottosuolo è un “continente buio”, un universo misterioso dove ci si può imbattere in cascate altissime, creature luminescenti, echi misteriosi, vapori infernali e sculture primitive. E, al contrario di ogni altro continente, non esistono mappe per la maggior parte dei suoi spazi: l’unico modo per sapere cosa c’è là sotto è andare a vederlo con i propri occhi.[3][4]


Le Sfide Fisiche: Buio, Fango e Passaggi Stretti

Un ambiente ostile per natura

Chi scende nel continente buio non trova un corridoio percorribile: trova un labirinto tridimensionale progettato dall’acqua in milioni di anni, indifferente all’anatomia umana. Le sfide fisiche che gli speleologi devono affrontare sono molteplici e si sommano le une alle altre in modi imprevedibili.[5]

  • Oscurità totale. Sotto terra non esiste luce naturale oltre il primo tratto vicino all’ingresso. Ogni movimento dipende da sorgenti luminose artificiali — lampade frontali, torce — soggette a guasti, consumi energetici e a danni meccanici dovuti all’umidità.
  • Umidità e temperature estreme. In alcune grotte, come quella dei Cristalli Giganti di Naica in Messico, le temperature raggiungono quasi i 50°C con un’umidità vicina al 100%, rendendo l’ambiente del tutto ostile. Altre cavità alpine o artiche impongono il rischio opposto: freddo intenso e ghiaccio.[2]
  • Passaggi stretti. Le cosiddette “strettoie” o “buche da lettera” sono forse le difficoltà più insidiose: il corpo umano riesce a infilarsi in avanti, ma durante la risalita rischia di incastrarsi. Ogni centimetro in più di attrezzatura diventa un problema.[2]
  • Pozzi verticali e corsi d’acqua. Discese in corda su pozzi di decine o centinaia di metri, attraversamenti di sifoni (tratti allagati che richiedono tecniche di immersione), cascate sotterranee e fiumi in piena costituiscono pericoli oggettivi che richiedono addestramento specifico.[6][5]

La progressione tridimensionale

A differenza degli alpinisti, che puntano a una cima già nota sulle carte, gli speleologi tentano di raggiungere e superare un fondo. Non si tratta di un punto geografico fisso, ma di un limite esplorativo variabile nel tempo. Le montagne non si scalano: si attraversano dall’interno, nelle tre dimensioni dello spazio. I reticoli fluviali sotterranei sono tridimensionali, organizzati all’interno di volumi piuttosto che su superfici: da destra, da sinistra, ma anche dall’alto e dal basso.[1]

Questa complessità geometrica fa sì che una spedizione speleologica, per superare un ostacolo che in superficie si coprirebbe in pochi minuti, possa richiedere ore di lavoro o addirittura giorni di preparazione. La grotta Veryovkina — attualmente la più profonda del mondo, con 2.223 metri di profondità nel massiccio Arabika in Abkhazia — richiede agli speleologi di superare oltre 6 km di gallerie e cunicoli, alcuni dei quali allagati o stretti, grandi pareti verticali, sifoni e laghi sotterranei. Scoperta nel 1968, è stata esplorata fino al suo punto più basso solo nel 2018, dopo decenni di spedizioni.[7]


I Limiti della Tecnologia: Perché il GPS Non Funziona Sottoterra?

Il problema dei segnali satellitari

La tecnologia GPS si basa sulla ricezione di segnali inviati da una costellazione di satelliti in orbita. Questi segnali, trasmessi in radiofrequenza, non penetrano la roccia. Già pochi metri di materiale solido sono sufficienti a bloccarli completamente. Questo significa che nel momento in cui uno speleologo scende sotto la superficie, perde ogni riferimento alla propria posizione assoluta sul globo terrestre.[8][9]

La conseguenza è profonda: non è possibile costruire una “Google Maps del sottosuolo” con lo stesso approccio usato per la superficie. I satelliti possono fotografare e misurare la crosta terrestre dall’esterno, ma non vedono ciò che sta sotto. Il sottosuolo appartiene a quella porzione di pianeta che può essere indagata solo con sistemi di indagine indiretti o con l’esplorazione diretta.[1]

Le tecnologie alternative

La comunità speleologica e il mondo della ricerca hanno sviluppato diverse soluzioni per navigare e mappare in assenza di GPS:

Strumenti topografici tradizionali. La cartografia speleologica classica utilizza distanziometri laser, clinometri e teodoliti per misurare con precisione distanze e angoli di inclinazione. Ogni punto viene rilevato manualmente rispetto al precedente, costruendo una catena di misure — un processo preciso ma lentissimo, che richiede ore per mappare poche decine di metri in un ambiente difficile.[10][2]

Fotogrammetria e Structure from Motion (SfM). Negli ultimi anni, metodologie basate su fotogrammetria digitale hanno guadagnato interesse crescente. Si acquisiscono immagini o video con fotocamere digitali, poi elaborate con software come Agisoft Metashape per generare automaticamente modelli tridimensionali georeferenziati. I modelli vengono poi scalati e georeferenziati grazie a punti di riferimento GNSS posizionati all’esterno della cavità.[11]

LiDAR e Scanner 3D. I sensori LiDAR emettono impulsi laser che, rimbalzando sulle superfici, creano nuvole di punti tridimensionali con precisione millimetrica. Alcuni modelli di iPhone integrano già un sensore LiDAR di base, e app come Scaniverse permettono una prima mappatura rapida di sezioni di grotta. I sistemi professionali come il Leica BLK2GO combinano SLAM LiDAR, SLAM visuale e unità di misura inerziale (IMU) in un dispositivo palmare da meno di un chilo, con una velocità di scansione di 420.000 punti al secondo.[12][13]

Tecnologia SLAM. La soluzione più promettente per navigare senza GPS è la tecnologia SLAM (Simultaneous Localization and Mapping): il dispositivo determina la propria posizione mentre mappa un ambiente sconosciuto, utilizzando sensori come LiDAR, telecamere o IMU per creare una mappa dell’ambiente e tracciare la propria posizione in tempo reale. Nel 2023, il Politecnico di Torino ha testato sistemi SLAM nella grotta di Bossea, confermando che questa tecnologia offre prestazioni ragionevoli per rilievi a scala 1:1000/2000, con tempi di acquisizione notevolmente ridotti rispetto al laser scanner tradizionale.[13][14]

Sistemi UWB e sviluppi futuri. I ricercatori indicano come possibile evoluzione l’integrazione con sistemi UWB (Ultra-Wideband) per il posizionamento indoor e la ricostruzione 3D georeferenziata in un sistema di riferimento globale. Sul fronte della speleologia subacquea, l’applicazione Minotaur utilizza i sensori degli smartphone e l’intelligenza artificiale per costruire percorsi con precisione centimetrica in ambienti sommersi.[13][2]

Perché non basta la tecnologia

Anche con i migliori strumenti disponibili, la mappatura delle grotte rimane un’attività che richiede la presenza fisica umana in ogni punto da rilevare. Non è possibile inviare sonde autonome: i passaggi sono spesso troppo stretti, irregolari e imprevedibili per qualsiasi robot attuale. L’esplorazione diretta — con tutti i suoi rischi e le sue lentezze — resta l’unico metodo per estendere la conoscenza del continente buio.[3]


Mappare l’Impossibile: Grotte Verticali e Sistemi Complessi

La sfida della terza dimensione

Una mappa, per definizione, proietta un mondo tridimensionale su una superficie bidimensionale. Questa operazione funziona accettabilmente per la superficie terrestre, dove la variazione di quota è relativamente contenuta rispetto all’estensione orizzontale. Nelle grotte, invece, la struttura verticale è spesso altrettanto complessa di quella orizzontale: gallerie si sovrappongono su livelli multipli, pozzi verticali collegano piani differenti, sifoni portano da una quota all’altra attraverso passaggi allagati.[1]

La cartografia speleologica risponde a questa sfida con la produzione di planimetrie (vista dall’alto), sezioni longitudinali (vista laterale lungo l’asse principale) e sezioni trasversali (viste perpendicolari). Ma rappresentare in modo comprensibile una rete di gallerie che si sviluppano su più livelli sovrapposti — come accade nei grandi sistemi carsici — è un esercizio che richiede competenze specialistiche e molto tempo.[15][10]

I grandi sistemi del mondo

Le grotte più lunghe attualmente conosciute si trovano nel Kentucky (Stati Uniti) — la Mammoth Cave, con 650 chilometri esplorati — e nel Quintana Roo in Messico — il sistema Sac Actun–Dos Ojos, con oltre 350 chilometri in gran parte inondati. In Italia, il sistema più lungo è quello che unisce Su Palu, Monte Longos, Su Molente e Bue Marino in Sardegna, per oltre 70 chilometri. L’abisso Paolo Roversi, nelle Alpi Apuane, è la grotta più profonda d’Italia con un dislivello di 1.360 metri.[16][17][1]

I sistemi carsici complessi come questi presentano condizioni estremamente impegnative: laminatori (gallerie basse dove bisogna strisciare), passaggi stretti, sifoni che superano i 250 metri di lunghezza. Ogni spedizione di rilievo comporta portare dentro la grotta strumenti di misura, fonti di luce, corde, attrezzatura di sicurezza e cibo per più giorni — tutto in spazi dove a volte non ci si può nemmeno mettere in piedi.[2]

Esplorazioni recenti ai limiti del possibile

Nel 2026, lo speleosub polacco Bartlomiej Pitala ha raggiunto la quota di -292 metri nella risorgenza carsica dell’Elefante Bianco a Ponte Subiolo (Vicenza), in un’immersione durata otto ore, confermando questa cavità come la sorgente valchiusana più profonda d’Italia e una delle più profonde del mondo. Nello stesso anno, nella grotta di Santa Clara in Messico, un team internazionale di speleosub ha esteso la linea guida da 154 a 205 metri di profondità. Queste imprese mostrano quanto spesso le scoperte più importanti avvengano non in luoghi remotissimi, ma in cavità già parzialmente conosciute che nascondono ancora sezioni inesplorate.[18][19]


Cosa Potremmo Scoprire? Geologia, Biologia e Storia Nascosta

Geologia: archivi del tempo profondo

Le grotte non sono semplici spazi vuoti. Sono archivi naturali di straordinaria precisione. Gli speleotemi — stalattiti, stalagmiti, colonne e concrezioni di vario tipo — crescono lentamente per precipitazione di carbonato di calcio, incorporando nella loro struttura informazioni sulle condizioni climatiche e ambientali del momento in cui si sono formati. L’analisi isotopica di questi depositi permette di ricostruire variazioni di temperatura e precipitazioni risalenti a centinaia di migliaia di anni, con una risoluzione temporale che altri archivi naturali faticano a eguagliare.[20]

Le grotte di Wulff Land, nel nord della Groenlandia a circa 900 chilometri dal Polo Nord, rimaste inesplorate fino al 2023, sono state raggiunte da un team finanziato dal National Geographic con l’obiettivo di raccogliere campioni di speleotemi in grado di fornire informazioni sul clima della Terra in periodi antecedenti ai record disponibili. La geologia delle grotte permette anche di studiare meccanismi minerogenetici unici — processi chimici che avvengono in condizioni di bassa energia e temperatura — e di trovare minerali nuovi per la scienza.[21][2][1]

Biologia: un’evoluzione nell’oscurità

Gli ambienti sotterranei sono laboratori evolutivi naturali. L’isolamento per migliaia o milioni di anni, unito all’assenza di luce e alla scarsità di nutrienti, ha spinto le specie a sviluppare adattamenti radicali: perdita della vista, depigmentazione, aumento della sensibilità tattile, metabolismo rallentato. Questi organismi — detti troglobi — sono spesso endemici di singole grotte o di aree molto ristrette, il che li rende preziosi per la ricerca evoluzionistica.[22][23]

L’Italia ospita oltre 40.000 grotte naturali con più di 3.600 specie animali catalogate negli ambienti sotterranei. Solo nella Puglia sono state documentate 109 specie sotterranee, di cui 29 endemiche, mentre Castro in provincia di Lecce detiene il primato europeo con 40 specie diverse di fauna sotterranea in un territorio relativamente limitato.[23]

Le scoperte continuano a ritmo serrato. Nel 2026, nelle grotte del Monte Albo in Sardegna, sono state identificate dieci nuove specie di crostacei acquatici sotterranei — minuscoli gamberetti ciechi e depigmentati, il più grande dei quali raggiunge appena due centimetri. Nelle grotte di Capo Caccia, in Sardegna, è stata trovata una specie del genere Gesiella — un verme marino fino ad allora ritenuto endemico esclusivamente delle Isole Canarie — il cui ritrovamento suggerisce antichi legami biogeografici precedenti alla Crisi Messiniana di Salinità, circa 5–6 milioni di anni fa. In Spagna, il 24 aprile 2026 è stato pubblicato uno studio che rivela nuove connessioni tra le grotte della Spagna orientale e il Nordafrica, con la scoperta di due nuove specie di crostacei cavernicoli e un genere del tutto inedito.[24][25][26]

La biospeleologia ha anche applicazioni mediche: i microrganismi che popolano le grotte — batteri chemioautotrofi che producono energia in assenza di luce — hanno già permesso di identificare nuovi principi attivi potenzialmente utilizzabili in campo farmacologico.[2]

Archeologia e storia umana

Le grotte sono state rifugi, luoghi sacri, depositi di sepolture e gallerie di arte paleolitica per tutta la preistoria. Le testimonianze umane conservate in questi ambienti — dove la bassa energia fisica, chimica e biologica garantisce una preservazione eccezionale — forniscono ricostruzioni ambientali e antropologiche di altissima risoluzione. La grotta di Lascaux in Francia, con le sue pitture risalenti a circa 17.000 anni fa, è solo l’esempio più celebre di un patrimonio immenso che il mondo sotterraneo custodisce — e che milioni di grotte ancora inesplorate potrebbero celare.[1][2]


Il Futuro della Mappatura Sotterranea

Intelligenza artificiale e strumenti emergenti

Le tecnologie emergenti stanno accelerando il ritmo dell’esplorazione. L’intelligenza artificiale viene applicata alla classificazione automatica delle nuvole di punti LiDAR, al riconoscimento di strutture geologiche e alla pianificazione di percorsi esplorativi. Software open source specializzati — come Therion per le mappe vettoriali, CloudCompare per l’analisi di grandi dataset e CaveWhere per la gestione dei rilievi — sono sempre più utilizzati dalla comunità speleologica internazionale. I droni subacquei, come quello che nel 2025 ha esplorato i passaggi sommersi di un leggendario sistema carsico negli Urali, aprono nuove possibilità per le sezioni allagate.[12][2]

La conservazione come prerequisito

L’esplorazione del mondo sotterraneo richiede però una riflessione parallela sulla sua tutela. Le microplastiche sono state rinvenute persino in grotte inesplorate dell’Abruzzo, dimostrando che l’inquinamento antropico raggiunge i luoghi più remoti del continente buio. Gli acquiferi carsici — che in molte regioni, inclusa l’Umbria, rappresentano la principale fonte di approvvigionamento idrico — sono estremamente vulnerabili alla contaminazione proprio per la loro struttura: l’acqua si infiltra rapidamente attraverso rocce fessurate e cavità, senza significativi processi di filtrazione naturale.[27][2]

La prima esplorazione di una grotta causa sempre una perdita di naturalità molto maggiore di ogni attività successiva. Preservare il continente buio — nei suoi ecosistemi, nella sua geologia e nella sua integrità idrica — è quindi il prerequisito indispensabile per poterlo studiare.[2]

Grotte come laboratorio per lo spazio

C’è un’ironia affascinante nel parallelo tra le due grandi frontiere umane. Francesco Sauro è consulente dell’Agenzia Spaziale Europea per il programma CAVES (Cooperative Adventure for Valuing and Exercising human behaviour and performance Skills), che utilizza l’esplorazione speleologica per addestrare gli astronauti alle missioni sulla Stazione Spaziale Internazionale e, in prospettiva, alla Luna e a Marte. I tubi lavici fotografati sulla Luna e su Marte — grandi cavità da collasso che potrebbero offrire riparo da raggi cosmici e meteoriti — potrebbero diventare le prime basi umane extraterrestri. Prima di esplorarle lassù, dovremo imparare a mappare quelle qui, sotto i nostri piedi.[28][1]


Conclusione

Il continente buio non è solo una questione di curiosità geografica. È una riserva di conoscenza scientifica — biologica, geologica, paleoclimatica, idrogeologica — ancora in grandissima parte vergine. Le sfide che impediscono la sua mappatura completa sono reali e profonde: ambienti fisicamente ostili, assenza di segnali satellitari, strutture tridimensionali di complessità intrinseca, risorse umane ed economiche limitate rispetto all’immensità del territorio da esplorare.

Eppure gli speleologi continuano a spingere il confine, anno dopo anno, spedizione dopo spedizione. Come scriveva il fisico Giovanni Badino, ogni volta che uno speleologo illumina per la prima volta un passaggio rimasto al buio per millenni, quel luogo viene estratto per sempre dalla dimensione dell’ignoto e consegnato allo spazio delle cose conosciute. È forse la forma più pura di esplorazione rimasta all’umanità nel XXI secolo.[1]

Fonti consultate

L'articolo Il continente buio: perché il mondo sotterraneo resta in gran parte sconosciuto proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Mappe dall’Oscurità: come nasce la cartografia del mondo sotterraneo
    Condividi La topografia ipogea trasforma ogni grotta in un sistema di dati misurabili. Dalla bussola agli scanner LiDAR, ecco il percorso che porta dall’oscurità a una mappa tridimensionale del mondo sotterraneo. Cartografia speleologica: documentare l’invisibile Sotto la superficie terrestre si estende un mondo fatto di gallerie, fiumi sotterranei e sale silenziose. La cartografia speleologica è la disciplina che si occupa della rappresentazione grafica dettagliata di questo unive
     

Mappe dall’Oscurità: come nasce la cartografia del mondo sotterraneo

Apríl 25th 2026 at 13:00

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La topografia ipogea trasforma ogni grotta in un sistema di dati misurabili. Dalla bussola agli scanner LiDAR, ecco il percorso che porta dall’oscurità a una mappa tridimensionale del mondo sotterraneo.


Cartografia speleologica: documentare l’invisibile

Sotto la superficie terrestre si estende un mondo fatto di gallerie, fiumi sotterranei e sale silenziose. La cartografia speleologica è la disciplina che si occupa della rappresentazione grafica dettagliata di questo universo nascosto.scintilena+1

Non si tratta di un semplice esercizio tecnico. La cartografia speleologica serve a garantire la sicurezza di chi esplora, a costruire archivi scientifici duraturi e a pianificare le spedizioni future con dati affidabili.scintilena

L’Italia è uno dei Paesi carsicamente più ricchi d’Europa, con oltre 50.000 grotte censite nel territorio nazionale. La Commissione Catasto della Società Speleologica Italiana coordina dal 1928 la raccolta sistematica di questi dati, con circa 200–300 nuove cavità documentate ogni anno.scintilena+1


Come creare mappe di grotte: la poligonale come asse portante

Il cuore del rilievo speleologico è la costruzione della poligonale. Si tratta di una linea spezzata ideale che attraversa la cavità e di cui si misurano, punto per punto, azimut, inclinazione e distanza.scintilena

La squadra di rilievo si divide i compiti in modo preciso. Il primo rilevatore misura angoli e pendenza con bussola e clinometro. Il secondo si posiziona sul punto successivo. Un annotatore registra i dati sul taccuino di campo e un disegnatore schizza in tempo reale pianta e sezioni della galleria su carta millimetrata.scintilena+1

I dati raccolti non riguardano solo la geometria. Durante il rilievo sul campo gli speleologi annotano anche la geologia delle pareti, la presenza di concrezioni, corsi d’acqua, fauna e sedimenti.scintilena

Il Catasto delle Grotte d’Italia classifica i rilievi in gradi di precisione che vanno dal Grado 1 (orientamento approssimativo) al Grado X (topografia strumentale di alta precisione). Questa scala standardizzata permette di confrontare rilievi prodotti da gruppi diversi in decenni diversi.scintilena


Strumenti per topografia ipogea: dalla bussola al LiDAR

La dotazione tradizionale — bussola, clinometro e metro — ha ceduto progressivamente spazio a strumenti digitali più precisi e veloci.scintilena+1

Il DistoXBLE è oggi uno degli strumenti più diffusi nella topografia ipogea. Basato sul distanziometro laser Leica DISTO X310, combina in un solo dispositivo la misurazione di distanza, azimut e inclinazione. I dati vengono trasmessi via Bluetooth direttamente allo smartphone, riducendo gli errori di trascrizione e accelerando il flusso di lavoro.scintilena

Per la mappatura 3D delle grotte, le soluzioni disponibili oggi spaziano da sistemi professionali ad alternative accessibili:scintilena+1

  • Scanner LiDAR terrestri: acquisiscono milioni di punti per stazione con precisione millimetrica, permettendo di ricostruire intere sale in tre dimensioniscintilena
  • SLAM LiDAR portatili: sistemi come GeoSlam ZEB rilevano mentre ci si muove, senza fermarsispeleocrasc+1
  • LiDAR su smartphone: il sensore integrato negli iPhone Pro consente acquisizioni rapide in grotta con app dedicate come Scaniversescintilena
  • Fotogrammetria digitale: una mappatura completa della Grotta di La Sassa (Lazio) è stata ottenuta in un’ora da 4.000 immagini elaborate con Agisoft Metashapescintilena
  • Charlotte: strumento open source italiano per il rilievo ipogeo 2.5D con LiDAR, disponibile a meno di 400 euroscintilena

Dal dato grezzo alla mappa 3D: il ruolo del software speleologico

Una volta rientrati dalla grotta, i dati grezzi vengono elaborati con software specifici per la cartografia speleologica. Il processo parte dal calcolo della poligonale — conversione di angoli e distanze in coordinate cartesiane XYZ — e prosegue con la distribuzione degli errori di chiusura degli anelli.scintilena+1

I software più utilizzati in Italia e nel mondo includono:scintilena+1

  • cSurvey: gratuito, con interfaccia intuitiva per la trascrizione dei fogli campagna, il calcolo della poligonale e il disegno del rilievo
  • Therion: open source, produce mappe vettoriali di qualità professionale con simbologia standardizzata UIS
  • CaveWhere: proietta lo schizzo cartaceo lungo la poligonale in ambiente tridimensionale interattivo
  • CloudCompare: per l’analisi delle nuvole di punti LiDAR, l’allineamento delle scansioni e la rimozione del rumore

Quando si utilizza il LiDAR, le nuvole di punti acquisite in campo vengono allineate tra loro, pulificate dal rumore, triangolate in superfici continue e infine georeferenziate tramite punti di controllo rilevati in superficie. Il risultato è un gemello digitale della grotta navigabile, misurabile e condivisibile.scintilena


Perché mappare le grotte: sicurezza, scienza e conservazione

L’importanza della cartografia speleologica va ben oltre la documentazione. Le mappe sono strumenti operativi in scenari di emergenza: le missioni di soccorso in grotta in Europa sono aumentate del 45% tra il 2015 e il 2024. Una mappa accurata indica vie di fuga, punti critici e stime di percorrenza indispensabili per i soccorritori.scintilena+1

Sul versante scientifico, le mappe speleologiche sono la base per lo studio dei sistemi idrogeologici carsici, per la paleoclimatologia — le concrezioni conservano archivi climatici plurimillenari — e per la ricerca sulla biodiversità ipogea. Il 60% delle specie sotterranee scoperte nell’ultimo decennio vive in grotte mappate con tecniche di rilievo avanzate.scintilena+1

Nei territori carsici, dove le rocce carbonatiche trasmettono rapidamente gli inquinanti verso le falde senza filtrazione naturale, le mappe speleologiche sono fondamentali per identificare i bacini di alimentazione, pianificare interventi di bonifica e valutare il rischio di sinkholes in aree urbanizzate.vulnerabilita-aree-carsiche.txtscintilena


Le nuove frontiere della topografia ipogea

Droni, intelligenza artificiale e formazione a distanza stanno cambiando il modo in cui la cartografia speleologica cresce e si diffonde.

A settembre 2025 l’esplorazione dei Sotterranei di Todi ha sperimentato l’uso combinato di droni, rilievi 3D e intelligenza artificiale per mappare ambienti altrimenti inaccessibili. Nell’aprile 2026 si sono svolte esercitazioni di topografia ipogea in Sicilia, nelle Madonie, con l’impiego di strumenti aggiornati e software consolidati.scintilena+1

La Commissione Catasto della SSI ha promosso nel 2025 webinar dedicati a LiDAR iPhone e rilievo ipogeo, aprendo la formazione tecnica avanzata anche ai gruppi più piccoli e lontani dai principali centri speleologici.scintilena

A livello internazionale, il 19° Congresso UIS di Belo Horizonte 2025 ha ospitato un concorso di cartografia speleologica con specialisti da tutto il mondo, riconoscendo l’eccellenza della scuola italiana. Il concorso della SSI “Rilievo: tra arte e tecnica” assegna premi distinti per la qualità tecnica e per quella artistica, confermando come la topografia ipogea sia al tempo stesso scienza e rappresentazione.scintilena


Ecco il report completo su Mappe dall’Oscurità: Come Nasce la Cartografia del Mondo Sotterraneo. Copre in modo approfondito tutti i punti della struttura richiesta.

Il report esplora:

  • Cos’è la cartografia speleologica — definizione, obiettivi, standard internazionali UIS e il ruolo del Catasto Nazionale con le sue 50.000+ grotte censite in Italia
  • Gli strumenti del mestiere — dalla triade classica (bussola, clinometro, metro) al DistoXBLE, fino agli scanner LiDAR, alla fotogrammetria con smartphone e ai sensori RGB-D a basso costo come Charlotte (open source, meno di 400€)
  • Il rilievo sul campo — come nasce la poligonale, i ruoli della squadra, i gradi di precisione del Catasto e l’importanza degli schizzi in grotta
  • Dal dato grezzo alla mappa 3D — tabella comparativa dei principali software (cSurvey, Therion, CaveWhere, CloudCompare, QGIS) e il flusso completo dalla nuvola di punti al gemello digitale
  • Perché mappare le grotte — sicurezza (+45% missioni di soccorso in Europa 2015–2024), ricerca scientifica, tutela degli acquiferi carsici, conservazione della biodiversità
  • Le nuove frontiere — droni sotterranei, AI, webinar di formazione e l’integrazione con GIS

Mappe dall’Oscurità: Come Nasce la Cartografia del Mondo Sotterraneo


Introduzione: Un Universo da Disegnare sotto i Piedi

Vi siete mai chiesti cosa si nasconde sotto i vostri piedi? Non parliamo di metropolitane o tubature, ma di un mondo silenzioso e inesplorato fatto di grotte, fiumi sotterranei e gallerie che sfidano l’oscurità. Gli speleologi riescono a orientarsi grazie alla cartografia speleologica, la disciplina che trasforma l’ignoto in una mappa da seguire. Ma come si crea una mappa di grotte? E quali strumenti servono per documentare ciò che non si vede?[1]

Dalle tecniche di rilievo speleologico più tradizionali fino ai moderni scanner LiDAR, il percorso che porta dall’oscurità a una rappresentazione cartografica precisa è lungo, affascinante e sempre più tecnologicamente avanzato.[2][1]


1. Cos’è la Cartografia Speleologica?

Definizione e Obiettivi

La cartografia speleologica è la disciplina che si occupa della rappresentazione grafica e dettagliata delle cavità sotterranee. Ogni tratto di grotta diventa un sistema di coordinate e misure che permettono di comprendere la struttura tridimensionale del mondo ipogeo. La disciplina si pone uno scopo duplice: da una parte garantire la sicurezza di chi esplora, dall’altra costruire un patrimonio di conoscenza accessibile a ricercatori e speleologi futuri.[3][1]

Gli obiettivi principali della cartografia speleologica includono:[1][3]

  • Documentazione precisa della morfologia delle grotte: gallerie, pozzi, laghi, cunicoli, sale e relative dimensioni
  • Pianificazione delle esplorazioni future, riducendo i rischi e ottimizzando le risorse umane ed economiche
  • Creazione di archivi per la ricerca scientifica, la tutela del patrimonio naturale e la gestione del territorio
  • Standardizzazione attraverso simbologie codificate a livello internazionale dalla Union Internationale de Spéléologie (UIS)

Il Patrimonio Speleologico Italiano

L’Italia è uno dei Paesi carsicamente più ricchi d’Europa: il patrimonio speleologico italiano conta oltre 50.000 grotte censite, con circa 8.620 cavità accatastate nel solo Friuli Venezia Giulia. La crescita annuale delle nuove scoperte si attesta intorno alle 200–300 nuove grotte documentate ogni anno, un dato che sottolinea l’intensità dell’attività esplorativa nel territorio nazionale.[4][1]

La Commissione Catasto Cavità della Società Speleologica Italiana coordina dal 1928 la raccolta sistematica dei dati speleologici, trasformando ogni esplorazione in un contributo permanente alla conoscenza del territorio. Il Catasto Nazionale delle Grotte d’Italia si articola su base regionale, con ogni federazione territoriale che gestisce la propria sezione.[4]


2. Gli Strumenti del Mestiere: Dalla Bussola al LiDAR

Strumenti Tradizionali

La dotazione classica di ogni speleologo-topografo comprende tre strumenti fondamentali:[2][1]

StrumentoFunzioneNote
BussolaMisura l’angolo tra il Nord magnetico e la direzione di avanzamentoStrumento fondamentale in grotta, dove il GPS non funziona[1]
ClinometroDetermina l’inclinazione rispetto al piano orizzontaleEssenziale per calcolare le quote e i dislivelli
Metro / nastroMisura la distanza tra i punti della poligonaleValuta il passo dopo passo la distanza

A questi tre strumenti si affiancano un taccuino impermeabile per la registrazione dei dati e carta millimetrata per gli schizzi sul campo.[1]

L’Era dei Distanziometri Laser

Una svolta significativa è arrivata con il DistoX, uno strumento basato sul distanziometro laser Leica DISTO X310. Il dispositivo combina in un’unica soluzione la misurazione di distanza, azimut e inclinazione, trasmettendo i dati via Bluetooth direttamente allo smartphone o a un palmare. Il DistoXBLE (versione aggiornata con hardware 3.3) è frutto dello sviluppatore Siwei Tian ed è presentato come uno degli strumenti per topografia ipogea più ergonomici, robusti e multifunzionali disponibili.[5]

L’errore di misura scende a pochi millimetri, riducendo drasticamente le imprecisioni accumulate lungo poligonali di centinaia di metri.

Scanner LiDAR e Fotogrammetria

Le tecnologie più avanzate disponibili oggi per la mappatura delle grotte sono:[6][1]

  • Scanner LiDAR terrestri (TLS): montati su treppiede, emettono impulsi laser e misurano il tempo di ritorno per ricostruire nuvole di punti 3D con accuratezza millimetrica. Permettono di acquisire milioni di punti per stazione.[6]
  • SLAM LiDAR portatili: sistemi come il GeoSlam ZEB o il Mandeye usano algoritmi di Simultaneous Localization and Mapping per rilevare mentre ci si muove, senza fermarsi.[7][6]
  • LiDAR su smartphone: il sensore LiDAR integrato negli iPhone Pro ha aperto nuove possibilità nella topografia ipogea. App come Scaniverse permettono di acquisire dati direttamente in grotta generando un modello 3D in pochi minuti.[1]
  • Fotogrammetria digitale (SfM/MVS): tecnologia che ricostruisce modelli 3D da fotografie sovrapposte. Nella Grotta di La Sassa (Lazio), una mappatura completa è stata ottenuta in un’ora tramite 15 brevi video e circa 4.000 immagini, con successiva elaborazione in Agisoft Metashape.[8]
  • Sensori RGB-D a basso costo: dispositivi come Kinect, Intel RealSense e sistemi Raspberry Pi abbinati a LiDAR offrono alternative economiche ai sistemi professionali, con costi contenuti e portabilità elevata.[9][10]

Un esempio di innovazione accessibile è Charlotte, uno strumento open source per il rilievo delle grotte in 2.5D dotato di LiDAR, sviluppato in Italia con un costo inferiore ai 400 euro. Questa democratizzazione degli strumenti apre la topografia ipogea anche a gruppi con risorse limitate.[1]


3. Il Rilievo sul Campo: I Primi Passi nel Buio

La Poligonale: Linea Guida nell’Oscurità

Il processo di raccolta dati inizia all’interno della cavità con la costruzione della poligonale, ovvero la linea di base del rilievo. Questa consiste nell’individuare una serie di punti consecutivi, reciprocamente visibili, collegati da una linea spezzata ideale di cui si misurano azimut, inclinazione e distanza.[1]

La squadra di rilievo tipicamente si divide i compiti in modo preciso:[2][1]

  1. Primo rilevatore: si posiziona su un caposaldo con bussola e clinometro, punta la lampada verso il compagno e prende le misure di azimut e inclinazione
  2. Secondo rilevatore: si colloca sul caposaldo successivo, poi il ruolo si scambia per ridurre gli errori strumentali
  3. Annotatore: registra tutte le misure sul taccuino di campo in forma sistematica
  4. Disegnatore: schizza in tempo reale pianta e sezione della galleria sulla carta millimetrata

Gradi di Precisione

Il Catasto delle Grotte d’Italia classifica i rilievi secondo una scala di precisione che va dal Grado 1 (orientamento approssimativo, senza strumenti) al Grado X (rilievo strumentale con strumenti topografici di alta precisione). Questa classificazione standardizzata permette di confrontare rilievi eseguiti da gruppi diversi in epoche diverse.[1]

Annotazioni Morfologiche e Geologiche

Durante il rilievo non vengono raccolte solo misure geometriche. Gli speleologi annotano anche:[3][1]

  • Informazioni geologiche: tipo di roccia, strutture tettoniche, minerali presenti
  • Morfologia: presenza di concrezioni (stalattiti, stalagmiti), laghi, cascate, argilla
  • Dati idrologici: portata dei corsi d’acqua sotterranei, sorgenti, sifoni
  • Dati biologici: presenza di fauna cavernicola o tracce di vita

I capisaldi vengono marcati sulle pareti con segni di nero fumo e numerati progressivamente, per facilitare i rilievi successivi e l’integrazione con nuove esplorazioni.[1]


4. Dal Dato Grezzo alla Mappa 3D: La Magia del Software

Il Flusso di Lavoro Digitale

Una volta rientrati dalla grotta, i dati grezzi — angoli, distanze, azimut, schizzi — vengono inseriti in software specializzati. Il flusso di lavoro tipico segue queste fasi:[3][1]

  1. Trascrizione dei dati dal taccuino o importazione automatica dal DistoX via Bluetooth
  2. Calcolo della poligonale: il software converte le misure polari (distanza, azimut, inclinazione) in coordinate cartesiane XYZ
  3. Distribuzione degli errori di chiusura degli anelli (loop closure): l’errore accumulato viene distribuito proporzionalmente sulle singole misure
  4. Disegno di pianta e sezioni: sulla base degli schizzi di campo, si traccia la planimetria e i profili longitudinali e trasversali
  5. Esportazione in vari formati: PNG, SVG, PDF, KML, JPG[1]

I Principali Software Speleologici

SoftwareTipoFunzione Principale
cSurveyGratuitoInterfaccia intuitiva per trascrizione fogli campagna, calcolo poligonale, disegno rilievo[1]
TherionOpen SourceProduzione di mappe vettoriali con algoritmi di smoothing; output professionale[1]
CaveWhereOpen SourceTecnica del “carpeting”: proietta lo schizzo cartaceo lungo la poligonale in 3D[11]
CloudCompareOpen SourceAnalisi di nuvole di punti LiDAR: allineamento scansioni, rimozione rumore, misure[1]
Agisoft MetashapeCommercialeElaborazione fotogrammetrica: da immagini a modello 3D georeferenziato[8]
RTAB-Map / MeshLabOpen SourceMappatura SLAM con sensori RGB-D, mesh e visualizzazione[9]
QGIS (plugin Cave-PY)Open SourceAnalisi spaziale dei livelli delle grotte carsiche in ambiente GIS[1]

cSurvey, ideato da Federico Cendron, è basato sul motore di calcolo di Therion e dispone di funzioni avanzate per la gestione della distribuzione pesata degli errori sugli anelli. CaveWhere, ideato da Philip Schuchardt, semplifica il flusso di lavoro dal rilievo al disegno finale tramite la tecnica del “carpeting”, che proietta lo schizzo cartaceo lungo la poligonale in un ambiente tridimensionale interattivo.[11][1]

Dalla Nuvola di Punti al Modello 3D

Quando si utilizza tecnologia LiDAR, il flusso diventa ancora più articolato. Le nuvole di punti acquisite in campo — che possono comprendere centinaia di milioni di punti — vengono:[8][6]

  • Allineate tra loro (registration) tramite target sferici o algoritmi ICP (Iterative Closest Point)
  • Pulite dal rumore di acquisizione
  • Meshed (triangolate) per creare superfici continue navigabili
  • Georeferenziate tramite punti di controllo (GCP) rilevati con GPS in superficie
  • Analizzate per misure di volume, spessori, variazioni nel tempo (monitoraggio differenziale)

Il risultato finale è un gemello digitale della grotta: un modello navigabile, misurabile, condivisibile, utile sia per la ricerca scientifica che per la pianificazione di future esplorazioni.[6]


5. Perché Mappare le Grotte è Fondamentale?

Sicurezza degli Esploratori

Le mappe speleologiche sono strumenti salvavita nell’esplorazione sotterranea. Tra il 2015 e il 2024, le missioni di soccorso in grotta sono aumentate del 45% in Europa, e la cartografia precisa permette ai soccorritori di pianificare gli interventi conoscendo ogni anfratto del sistema. Una mappa accurata:[2][1]

  • Indica percorsi alternativi e possibili vie di fuga in caso di emergenza
  • Documenta i punti critici: sifoni, pozzi profondi, gallerie instabili
  • Permette di stimare i tempi di percorrenza e organizzare le spedizioni in sicurezza

Ricerca Scientifica

La documentazione precisa delle cavità naturali permette di comprendere i complessi sistemi idrogeologici che scorrono sotto la superficie terrestre, fornendo dati essenziali per la pianificazione territoriale. Le mappe speleologiche costituiscono la base per:[3][1]

  • Studi sulla speleogenesi: ricostruzione della storia evolutiva della grotta
  • Idrogeologia carsica: tracciamento dei flussi idrici sotterranei con coloranti fluorescenti, fondamentale per la protezione delle risorse idriche[1]
  • Paleoclimatologia: le concrezioni (speleotemi) conservano archivi climatici plurimillenari leggibili solo se la grotta è accuratamente mappata
  • Biodiversità ipogea: il 60% delle specie scoperte negli ultimi dieci anni vive solo in grotte mappate con tecniche di rilievo avanzate[2]

Conservazione del Patrimonio Naturale

Le grotte ospitano ecosistemi fragili che conservano testimonianze ambientali per periodi molto lunghi. La mappatura permette di identificare le aree più sensibili e stabilire protocolli di protezione adeguati. Il Catasto Speleologico Regionale raccoglie dati su aspetti geologici, ecologici, archeologici e storici, supportando la ricerca e la gestione del territorio.[12][1]

Nei territori carsici, particolarmente vulnerabili all’inquinamento per la struttura permeabile delle rocce carbonatiche, le mappe speleologiche sono indispensabili per:[12]

  • Identificare i bacini di alimentazione degli acquiferi sotterranei
  • Pianificare interventi di bonifica in caso di contaminazione
  • Definire zone di protezione attorno alle cavità più sensibili
  • Valutare il rischio di sinkholes e subsidenza in aree urbanizzate

Pianificazione Territoriale e Turismo

Oltre il 30% delle aree naturali protette in Italia include cavità di rilevante interesse geologico. Le mappe speleologiche vengono utilizzate per la valorizzazione turistica sostenibile delle grotte, per la pianificazione di percorsi, per la comunicazione scientifica e per la divulgazione del patrimonio naturale sotterraneo.[2]


6. La Cartografia Speleologica Come Arte

La trasformazione di dati numerici in rappresentazione grafica rappresenta anche il momento più creativo del processo di documentazione. Il rilievo speleologico italiano utilizza una simbologia unificata che permette di rappresentare concrezioni, laghi sotterranei, frane e pozzi con simboli standardizzati, ma lascia ampio spazio all’interpretazione artistica nella resa grafica complessiva.[13][4]

La Società Speleologica Italiana premia annualmente i migliori rilievi attraverso il concorso “Rilievo: tra arte e tecnica”, suddiviso in categorie di qualità tecnica e qualità artistica. Nella prima edizione del 2024, il vincitore del premio artistico Francesco Serafin ha ottenuto il riconoscimento con il rilievo della Grotta dei Partigiani, mentre Adriano Menin ha vinto per la qualità tecnica con il rilievo della Grotta della Donna.[4]

A livello internazionale, il 19° Congresso UIS di Belo Horizonte 2025 ha ospitato un concorso di cartografia speleologica con la partecipazione di specialisti da tutto il mondo, confermando l’eccellenza raggiunta dalla scuola cartografica italiana.[4]


7. Le Nuove Frontiere: Intelligenza Artificiale e Futuro della Mappatura

Gli sviluppi futuri della cartografia speleologica puntano a integrare intelligenza artificiale e machine learning nei processi di interpretazione dei dati sotterranei. Algoritmi predittivi saranno in grado di riconoscere automaticamente formazioni geologiche, classificare morfologie e prevedere zone a rischio di crollo.[6]

Alcune direzioni di sviluppo già attive includono:[14][6]

  • Droni sotterranei: l’esperienza dei Sotterranei di Todi (settembre 2025) ha sperimentato l’uso di droni, rilievi 3D e intelligenza artificiale per mappare ambienti altrimenti inaccessibili[14]
  • Webinar e formazione online: la Commissione Catasto della SSI ha organizzato nel 2025 webinar su LiDAR iPhone e rilievo ipogeo, dimostrando come la formazione a distanza stia diffondendo le tecniche avanzate anche ai gruppi più piccoli[15]
  • Topografia in Sicilia con strumenti avanzati: ad aprile 2026 si sono svolte esercitazioni di topografia ipogea nelle Madonie utilizzando strumenti e software consolidati, confermando come la formazione tecnica sia essenziale per la crescita qualitativa della documentazione[16]
  • Integrazione con GIS: il plugin QGIS Cave-PY permette di analizzare i livelli delle grotte carsiche in ambiente GIS, aprendo nuove possibilità di analisi spaziale e temporale[1]

La tecnologia speleologica non sostituisce l’esperienza umana: la amplifica, consente di vedere ciò che in grotta si intuisce soltanto — geometrie, discontinuità, variazioni nel tempo — e permette di bilanciare curiosità e sicurezza con informazioni più solide.[6]


Riepilogo: Dal Buio alla Mappa, il Percorso Completo

CAMPO                         ?   DATI GREZZI    ?   SOFTWARE      ?   PRODOTTO FINALE
Bussola + Clinometro + Disto  ?   Azimut/incl.   ?   cSurvey /     ?   Mappa 2D
Schema su carta millimetrata  ?   Distanze        ?   Therion       ?   Profili / Sezioni
LiDAR / Fotogrammetria        ?   Nuvola punti    ?   CloudCompare  ?   Modello 3D
Sensori ambientali            ?   Temperatura/    ?   GIS           ?   Analisi
                                  umidità/CO?                           idrogeologica

La cartografia speleologica è molto più di un esercizio tecnico: è la trasformazione dell’ignoto in conoscenza condivisibile, uno strumento fondamentale per esplorare in sicurezza, per proteggere un patrimonio naturale unico, e per comprendere il mondo nascosto che scorre silenzioso sotto i nostri piedi.[3][2][1]


Fonti principali: Scintilena – Notiziario Italiano di Speleologia; Società Speleologica Italiana – Commissione Catasto; Università di Bologna, Bari e altri atenei italiani; pubblicazioni accademiche internazionali su cartografia ipogea e tecnologie LiDAR.

Fonti consultate

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  • Flussi aerei sotterranei: le tecniche di tracciamento quantitativo al centro di un corso nazionale a La Spezia
    Condividi La Scuola Nazionale di Speleologia CAI organizza a giugno 2026 un corso dedicato alla misura e all’interpretazione dei flussi d’aria nelle grotte, con l’impiego di CO2 e del sistema NASO Comprendere come respira la montagna: meteorologia ipogea e flussi aerei sotterranei I flussi aerei sotterranei sono tra gli strumenti più efficaci a disposizione degli speleologi per comprendere la struttura interna dei sistemi carsici. Quando dall’imboccatura di una fessura emerge una c
     

Flussi aerei sotterranei: le tecniche di tracciamento quantitativo al centro di un corso nazionale a La Spezia

Apríl 25th 2026 at 12:00

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La Scuola Nazionale di Speleologia CAI organizza a giugno 2026 un corso dedicato alla misura e all’interpretazione dei flussi d’aria nelle grotte, con l’impiego di CO2 e del sistema NASO


Comprendere come respira la montagna: meteorologia ipogea e flussi aerei sotterranei

I flussi aerei sotterranei sono tra gli strumenti più efficaci a disposizione degli speleologi per comprendere la struttura interna dei sistemi carsici. Quando dall’imboccatura di una fessura emerge una corrente d’aria, questa può indicare la presenza di cavità ancora inesplorate, rivelare connessioni tra gallerie lontane e fornire dati quantitativi sull’entità della circolazione interna alla montagna.

La disciplina che studia questi fenomeni è la meteorologia ipogea, i cui fondamenti teorici sono stati sviluppati in Italia dal fisico e speleologo Giovanni Badino (1953–2017). Con l’opera Fisica del Clima Sotterraneo (1995), Badino ha applicato le equazioni della fluidodinamica e della termodinamica ai sistemi carsici, introducendo concetti fondamentali come l’endoatmosfera standard e documentando gradienti termici ipogei compresi tra 3 °C e 3,5 °C ogni 100 m di dislivello. Il suo lavoro ha costituito il quadro teorico entro cui si sono sviluppate tutte le tecniche successive di misura dei flussi.

Il motore principale di questi flussi è la differenza di densità tra l’aria sotterranea e quella esterna, fenomeno noto come effetto camino. In un sistema carsico con ingressi a quote diverse, l’aria più densa scende verso il basso e quella più leggera sale verso l’alto. In inverno l’aria fredda esterna entra dalle aperture basse e quella calda interna esce da quelle alte; in estate avviene l’inverso. Un recente studio modellativo pubblicato su PLOS ONE (Gabrovšek, 2023) ha dimostrato che i pattern stagionali dei flussi dipendono non solo dal gradiente termico, ma anche dalla geometria stessa dei condotti, con velocità diverse nelle due stagioni anche a parità di gradiente assoluto.


CO2 e NASO: le due metodologie protagoniste del corso

Il tracciamento quantitativo con CO2

La CO2 è il tracciante naturale per eccellenza nei sistemi ipogei. La sua concentrazione nelle grotte è tipicamente da 2 a 20 volte superiore a quella esterna, a causa della respirazione della fauna cavernicola, dell’ossidazione della materia organica e del degassamento delle acque carsiche. Questa caratteristica la rende un marcatore diretto della ventilazione: le zone più ventilate mostrano concentrazioni più basse, quelle isolate concentrazioni più alte.

Nelle grotte italiane monitorate con sistemi Vaisala — tra cui la Grotta di Bossea, di Borgio Verezzi e di Toirano — le serie storiche di CO2 acquisite con cadenza di 10 minuti per un anno intero hanno permesso di distinguere le variazioni naturali da quelle antropiche legate alla presenza dei visitatori.

Il passo successivo rispetto alla semplice misura è il tracciamento quantitativo: si inietta una quantità nota di CO? artificiale in un punto del sistema e si misura la curva di concentrazione nel tempo a valle (curva di breakthrough). Dall’analisi di questa curva si ricavano la portata volumetrica del flusso e le caratteristiche geometriche del condotto. La formula alla base del metodo è quella della diluizione: la portata è uguale al rapporto tra la massa di CO2 iniettata per unità di tempo e la differenza tra la concentrazione misurata e quella di fondo. Uno studio di Claudio Pastore (SISKA, Università di Neuchâtel), pubblicato sull’International Journal of Speleology nel 2024, ha confermato l’alta corrispondenza tra i risultati ottenuti con questo metodo e quelli delle misurazioni dirette con anemometro a filo caldo. Un’applicazione pratica di questa tecnica all’Antro del Corchia (Lucca) ha dimostrato che dalla Buca del Serpente transita il 13% dell’aria che circola nella galleria turistica principale.

Il sistema NASO: open source e a basso costo

Il sistema NASO (Novel Aereal Sensing Observer) è stato progettato nel 2020 da Alessandro Vernassa dello Speleo Club Ribaldone CAI-ULE di Genova con l’obiettivo di rendere accessibile a tutti i gruppi il tracciamento aereo. Il principio è semplice: si utilizza come tracciante il propellente di una normale bomboletta di deodorante spray (butano e propano), rilevabile a pochi milioni di parti per milione da un sensore VOC catalitico insensibile all’umidità.

Il cuore del sistema è il FluxyLogger, costruito su microcontrollore Arduino UNO. Registra automaticamente la concentrazione in file CSV su scheda SD, con cadenza configurabile. Il costo complessivo si aggira sui 90 euro, contro i 5.000–10.000 euro di strumentazione professionale equivalente. Il progetto è interamente open source e disponibile su GitHub. Nel 2024 il NASO ha ottenuto il secondo posto al Premio Speleologico Internazionale Giovanni Badino.

Le applicazioni documentate in Italia mostrano risultati concreti: il tracciamento con NASO ha confermato il collegamento tra l’Arma do Rian e il sistema Pollera-Buio nel Finalese (SV), mentre indagini in corso nella Montagna di Santa Croce (TR) hanno evidenziato forti anomalie termiche estive — aria a 9 °C dalla Grotta Perduta contro una temperatura attesa di 14–16 °C — che indicano la presenza di grandi volumi ipogei ancora inesplorati.


Il panorama delle tecniche disponibili

Le tecniche di tracciamento aereo si articolano su tre livelli di complessità crescente.

Il tracciamento qualitativo verifica semplicemente se esiste un percorso tra due punti. Si usano fumo, profumi, bolle di sapone o mercaptani come il THT (tiofene di sodio), che raggiunge sensibilità inferiori ai 10 ppb ma richiede in Italia il possesso del patentino per la sua tossicità.

Il tracciamento semi-quantitativo prevede sensori dedicati con data-logger per ottenere le curve temporali di transito. In questo ambito rientrano i traccianti fluorurati (PFT), inodori e privi di fondo naturale, rilevabili via gascromatografia, e il NASO stesso.

Il tracciamento quantitativo richiede la conoscenza precisa della massa di tracciante iniettata e di quella transitata. Oltre alla CO?, in passato si è impiegato l’SF? (esafluoruro di zolfo), oggi sconsigliato per l’elevato impatto sull’effetto serra.


La strumentazione di misura diretta

La misura diretta della portata si ottiene moltiplicando la velocità media del flusso per la sezione trasversale del condotto. In pratica, occorre effettuare misurazioni in più punti della sezione per approssimare il profilo di velocità reale. Gli anemometri a filo caldo garantiscono la massima precisione (±0,01 m/s), mentre quelli a elica sono più robusti e adatti a velocità superiori a 0,3 m/s.

Un nuovo dispositivo digitale per il monitoraggio continuo, presentato sull’International Journal of Speleology nel 2024, ha evidenziato che la principale fonte di incertezza non è la precisione dello strumento, ma il suo posizionamento relativo rispetto alle linee di flusso.

Per il monitoraggio multiparametrico continuo, lo standard internazionale è stato formalizzato da Peyraube et al. (2025) sulla base di 15 anni di monitoraggio nella Grotta di Cussac (Francia) con 24 sensori. Il sistema minimo raccomandato prevede 6 sensori essenziali: 3 termometri, 2 sensori di CO? e 1 anemometro.


Il corso nazionale SNS-CAI 2026: tre giorni a La Spezia

Dal 26 al 28 giugno 2026 la Scuola Nazionale di Speleologia CAI organizza il Corso Nazionale Flussi Aerei Sotterranei, in collaborazione con il Gruppo Speleologico Lunense e OTTO Speleologia e Torrentismo LPV (Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta). La sede è la Polveriera dell’Opera Mista Castellazzo in Via Montalbano 135-B a La Spezia, con uscite pratiche nell’area di Pignone.

Il programma alterna sessioni teoriche in aula a esercitazioni sul campo. Venerdì 26 giugno sono previste lezioni su meteorologia ipogea classica, gestione delle ricerche meteo in aree carsiche e strumentazione, seguite dal posizionamento di data-logger e da lanci di traccianti. Sabato 27 giugno il programma include le basi teoriche del tracciamento, esempi di campagne condotte in aree carsiche, tracciamenti con NASO e tracciamenti quantitativi con CO?, con sessione pratica pomeridiana per le misure di velocità e portata. Domenica 28 giugno sono previsti il recupero dei data-logger, lo scarico e l’analisi dei dati, la discussione finale e la consegna dei diplomi.

Il corso è riconosciuto come aggiornamento valido per istruttori di speleologia CAI qualificati e titolati (ISS, IS, INS). I posti sono 15, con priorità per data del bonifico e qualifica di istruttore CAI. La quota di partecipazione è di 125 euro (45 euro di acconto entro il 15 giugno 2026 tramite bonifico, 80 euro in contanti all’arrivo). È previsto un supplemento di 15 euro per chi arriva giovedì 25 giugno. I soci CAI hanno l’assicurazione inclusa; i non soci devono aggiungere 36 euro.

Ogni partecipante riceverà una chiavetta USB con i testi delle lezioni e la bibliografia. È consigliato portare strumenti personali: rilevatori di CO?, sensori NASO, anemometri, termometri, igrometri e un personal computer.

Le iscrizioni vanno inviate a info@gruppogrottenovara.it entro il 15 giugno 2026. Per informazioni: Alex Mancin (info@gruppogrottenovara.it), Paolo Brunettin (338-9579879), Direttore GD Cella (cellagd@hotmail.com, 347-3651499).


Ecco lo studio approfondito sui flussi aerei sotterranei. Il report copre l’intero arco tematico del corso SNS-CAI 2026, partendo dalla fisica di base fino alle frontiere della ricerca internazionale:

  • La fisica dell’effetto camino e il modello di Gabrovšek (2023) sulla relazione tra geometria dei condotti e pattern stagionali del flusso
  • Il contributo teorico di Giovanni Badino (1953–2017) e la sua Fisica del Clima Sotterraneo come fondamento della meteorologia ipogea moderna
  • Il tracciamento quantitativo con CO?: dalla metodologia della curva di breakthrough al modello advection-dispersion 1D, con il paper di Pastore et al. (2024) sull’International Journal of Speleology
  • Il sistema NASO di Alessandro Vernassa: architettura tecnica del FluxyLogger, procedura operativa e applicazioni sul campo documentate in Italia
  • Panorama completo delle tecniche disponibili (qualitative, semi-quantitative, quantitative), con tabella comparativa costi/obiettivi
  • Implicazioni ambientali per la tutela degli acquiferi carsici e degli ecosistemi ipogei

Dinamiche e Tracciamento Quantitativo dei Flussi Aerei Sotterranei

Studio approfondito sulla meteorologia ipogea, le tecniche di tracciamento e le metodologie quantitative di misura — con riferimento al Corso Nazionale SNS-CAI 2026


Executive Summary

I flussi aerei sotterranei rappresentano uno degli strumenti esplorativi e scientifici più potenti della speleologia moderna. Comprendere come l’aria si muove all’interno di un sistema carsico consente di rivelare la struttura tridimensionale della montagna, scoprire nuove cavità non ancora esplorate, valutare i processi chimici che modellano le grotte e contribuire alla tutela degli ecosistemi ipogei. Dalla meteorologia ipogea classica sviluppata da Giovanni Badino fino alle più recenti tecniche quantitative con CO? e al rivoluzionario sistema NASO, questo campo di ricerca ha vissuto una vera e propria rivoluzione metodologica negli ultimi dieci anni.[1][2][3]


1. La Fisica dei Flussi d’Aria Sotterranei

1.1 Le Grotte Respirano: l’Effetto Camino

Il motore principale dei flussi aerei in grotta è la differenza di densità tra l’aria sotterranea e l’aria esterna, fenomeno noto come “effetto camino” (chimney effect). Poiché la densità dell’aria dipende direttamente dalla sua temperatura, un sistema carsico con ingressi a quote diverse si comporta come un camino: l’aria più densa scende verso il basso, quella più leggera sale verso l’alto.[4][5]

Uno studio modellativo di Gabrovšek (2023), pubblicato su PLOS ONE, ha dimostrato che i pattern stagionali del flusso dipendono non solo dal gradiente termico esterno-interno, ma anche dalla geometria dei condotti. Quando l’aria esterna entra nel sottosuolo, si avvicina progressivamente all’equilibrio termico con la roccia lungo una “lunghezza di rilassamento caratteristica”. Questo fenomeno determina il contrasto di temperatura e densità tra aria interna ed esterna, e dunque la differenza di pressione che genera il flusso. In gallerie con profilo longitudinale a forma di V, il flusso può essere innescato da una vera e propria instabilità termodinamica.[6][7][4]

Il comportamento stagionale è ben documentato e si articola come segue:

  • Inverno – L’aria esterna fredda e densa entra dagli ingressi bassi, l’aria interna più calda esce dagli ingressi alti (flusso ascendente).
  • Estate – Si verifica l’inversione completa: gli ingressi bassi diventano sede di efflusso di aria fredda sotterranea, gli ingressi alti aspirano aria calda esterna (flusso discendente).
  • Periodi di transizione – I flussi si invertono o cessano temporaneamente quando la temperatura esterna si avvicina a quella interna.

1.2 Il Contributo di Giovanni Badino

Il fisico e speleologo Giovanni Badino (1953–2017) ha gettato le fondamenta teoriche della meteorologia ipogea moderna con la sua opera fondamentale Fisica del Clima Sotterraneo (1995). Applicando le equazioni della fluidodinamica e della termodinamica ai sistemi carsici, Badino ha introdotto concetti come l’endoatmosfera standard e ha analizzato il gradiente termico ipogeo in funzione della quota, dimostrando che nei grandi sistemi carsici si registrano gradienti termici tra 3 °C e 3,5 °C ogni 100 m di dislivello.[8][9][2][10]

Tra i contributi più rilevanti vi sono:

  • La trattazione energetica unificata dei moti convettivi e barometrici negli endoclimi
  • La modellazione del trasporto di calore nelle fessure in regime laminare e turbolento
  • Lo studio della condensazione ipogea come meccanismo di speleogenesi
  • La separazione analitica tra temperatura assoluta e gradiente di temperatura con la quota[9]

La sua scomparsa nel 2017 ha lasciato un vuoto riconosciuto dalla comunità scientifica speleologica italiana e internazionale.[11][3]

1.3 Fattori che Determinano i Flussi

Oltre all’effetto camino, i flussi aerei sotterranei sono influenzati da:

FattoreMeccanismoScala temporale
Gradiente termicoDifferenza di temperatura esterno-internoStagionale, giornaliera
Variazioni barometricheOscillazioni della pressione atmosferica esternaOre – giorni
Effetto del ventoPressione dinamica dell’aria esterna sugli ingressiOre
Neve e ghiaccioOstruzione parziale degli ingressi, modifica del bilancio termicoStagionale
Geometria dei condottiSezione, inclinazione, profilo longitudinaleStrutturale
Isteresi termicaInerzia termica della roccia, sfasamento rispetto alle variazioni esterneSettimane – mesi

Ricerche recenti (Gabrovšek, 2023) hanno mostrato che in gallerie con sezione non uniforme la “lunghezza di rilassamento” dipende dalla direzione del flusso, producendo velocità diverse in estate e in inverno anche a parità di gradiente termico assoluto. Un ulteriore lavoro pubblicato nel 2024 ha approfondito la modellazione del trasferimento di calore per la stima della lunghezza di convezione in gallerie carsiche.[4][7][12]


2. La CO? come Strumento di Analisi

2.1 La CO? nell’Atmosfera Ipogea

La concentrazione di CO? nelle grotte è una delle variabili più informative dell’intero sistema carsico. Nelle grotte italiane monitorate (Borgio Verezzi, Toirano, Bossea), le misurazioni condotte con sistemi VAISALA durante un anno intero hanno rilevato valori di CO? da 2 a 20 volte superiori rispetto all’esterno (380–390 ppm). Le sorgenti principali sono la respirazione della fauna ipogea, l’ossidazione della materia organica e il degassamento delle acque carsiche ricche di bicarbonato.[13]

La distribuzione spaziale della CO? all’interno delle grotte è strettamente correlata alla circolazione dell’aria: le zone più vicine agli ingressi, più ventilate, mostrano concentrazioni più basse rispetto alle aree distanti e scarsamente ventilate. Questo rende la CO? un marcatore naturale della ventilazione ipogea.[13]

Uno studio sulla Grotta di Postojna (Slovenia) ha documentato gradienti verticali di CO? fino a 1000 ppm/m durante le fasi di flusso discendente (downdraft), quando l’aria proveniente da piccoli condotti e fessure della zona vadosa — ricca di CO? — alimenta ambienti terminali con scarsità di mescolamento. Durante le fasi ascendenti (updraft), invece, l’afflusso di aria esterna attraverso gallerie aperte mantiene la CO? bassa e uniforme.[14]

2.2 Il Tracciamento Quantitativo con CO?

Il passaggio dal tracciamento qualitativo a quello quantitativo rappresenta una svolta metodologica fondamentale. Mentre il primo verifica semplicemente se esiste un percorso tra due punti, il tracciamento quantitativo con CO? consente di calcolare la portata volumetrica del flusso aereo.

Lo studio “Dispersion of artificial tracers in ventilated caves” di Claudio Pastore (SISKA, Università di Neuchâtel, 2024), pubblicato sull’International Journal of Speleology, ha dimostrato che è possibile stimare in modo affidabile la portata del flusso d’aria e le caratteristiche geometriche dei condotti carsici ventilati utilizzando la CO? come tracciante artificiale. I ricercatori hanno condotto quattro test di tracciamento, due in una miniera e due in grotte naturali ventilate, riscontrando un’alta corrispondenza tra le misurazioni con CO? e quelle con anemometro a filo caldo.[15][16]

La metodologia si basa sull’iniezione di una quantità nota di CO? e sull’analisi della curva di breakthrough (BTC) — la concentrazione del tracciante nel tempo misurata a valle. Il modello advection-dispersion 1D descrive la propagazione del tracciante:

[ \frac{\partial C}{\partial t} + v \frac{\partial C}{\partial x} = D \frac{\partial^2 C}{\partial x^2} ]

dove ( C ) è la concentrazione, ( v ) è la velocità di advection e ( D ) il coefficiente di dispersione longitudinale. Nelle grotte naturali, la forte coda (tailing) della BTC — assente nelle gallerie artificiali — indica la presenza di zone a flusso morto e variazioni di sezione trasversale, che favoriscono il deposito di aerosol.[16]

La portata volumetrica può essere calcolata con il metodo di diluizione:

[ Q = \frac{\dot{m}{CO_2}}{C{misurata} – C_{fondo}} ]

dove ( \dot{m}_{CO_2} ) è la massa di CO? iniettata per unità di tempo (ricavata per differenza di peso della bombola), e i valori di concentrazione sono espressi in ppm-volume. Un test storico condotto all’Antro del Corchia (Lucca) ha dimostrato con questo metodo che dalla Buca del Serpente fuoriesce il 13% dell’aria che circola nella galleria turistica principale.[1][15]

2.3 Limiti e Accortezze Operative

Lo studio di Pastore et al. (2024) evidenzia anche i principali rischi metodologici:[16]

  • Perdite di portata non note lungo il percorso possono falsare il calcolo
  • La strategia di posizionamento dei datalogger è condizione fondamentale per l’interpretazione
  • Nelle grotte naturali, la geometria irregolare dei condotti rende il modello 1D insufficiente a riprodurre fedelmente le code della BTC
  • La velocità di spostamento del tracciante non coincide necessariamente con quella dell’aria, per effetti di dispersione legati al peso molecolare (legge di Graham)[1]

3. Il Sistema NASO: Rivoluzione Open Source

3.1 Origine e Concetto

Nel 2020, Alessandro Vernassa (Speleo Club Ribaldone CAI-ULE Genova) ha progettato il sistema NASO (Novel Aereal Sensing Observer) con l’obiettivo di rendere accessibile a tutti i gruppi speleologici un metodo affidabile per il tracciamento aereo. Il NASO si basa sull’uso di bombolette di deodorante spray come sorgente di tracciante: il propellente gassoso (butano e propano) è rilevabile a concentrazioni di poche parti per milione da sensori VOC a basso costo.[1][11]

Il progetto è interamente open source e disponibile su GitHub (repository speleoalex/opsdatalogger). Il prototipo commerciale ha un costo di circa 90 euro, contro i 5.000–10.000 euro di strumentazione professionale equivalente. Nel 2024, il NASO ha ottenuto il secondo posto al Premio Speleologico Internazionale Giovanni Badino.[1]

3.2 Componenti Tecnici del FluxyLogger

Il cuore del sistema è il FluxyLogger, un datalogger costruito su microcontrollore Arduino UNO:

ComponenteFunzioneCosto indicativo
Arduino UNOMicrocontroller centrale~25 €
Modulo RTC DS3231Orologio in tempo reale~5 €
Modulo SD Card ReaderArchiviazione dati in CSV~3 €
Sensore catalitico (SGX/Alphasense)Rilevazione idrocarburi (butano/propano) su filo Pt riscaldato a ~450–500°C80–150 €
Power bank 5VAutonomia di più giorni~15 €
Contenitore impermeabileProtezione in ambienti umidi (UR > 95%)~5 €

Il sensore catalitico è insensibile all’umidità (a differenza dei sensori elettrochimici convenzionali), caratteristica fondamentale negli ambienti ipogei dove l’umidità relativa supera spesso il 95%. I dati sono registrati in file CSV con cadenza configurabile (tipicamente ogni 10 secondi), apribili con qualsiasi foglio di calcolo.[11]

3.3 Procedura di Tracciamento Aereo con NASO

  1. Preparazione: configurazione del firmware (Arduino IDE), test del sensore, posizionamento nelle cavità target
  2. Immissione del tracciante: spruzzatura di deodorante all’ingresso sorgente, con annotazione dell’orario esatto
  3. Monitoraggio passivo: il NASO registra autonomamente la concentrazione per ore o giorni
  4. Recupero: estrazione della scheda SD, analisi del file CSV in Excel, NASO++ app (Android, sviluppata da Marco Corvi, 2024) o script Python[11]
  5. Interpretazione: il picco di concentrazione registrato, confrontato con l’orario di immissione, fornisce il tempo di transito — e indirettamente la velocità media del flusso e la dimensione del percorso sotterraneo

Il butano/propano si dissipa naturalmente senza inquinare l’ambiente ipogeo, rendendo il tracciamento ecologicamente sostenibile.[11]

3.4 Applicazioni sul Campo in Italia

Le applicazioni documentate del NASO in Italia mostrano sia successi che le sfide tipiche del tracciamento aereo:

AreaGruppoRisultato
Monte Campo dei Fiori (VA)VariCollegamento grotte accertato con mercaptani (Rivolta, 2016)[1]
Sistema Pollera-Buio, Finalese (SV)Speleo Club Ribaldone (#naso4cave)Collegamento tra Arma do Rian e sistema Pollera-Buio confermato[1]
Montagna di Santa Croce (TR)Gruppo UTEC NarniCampagna sistematica 2025: 4 sensori attivi, multipli tracciamenti; risultati ancora non conclusivi su percorsi diretti[11]
Antro del Corchia (LU)Cella et al.CO? quantitativa: 13% dell’aria dalla Buca del Serpente alla galleria turistica[1]

Il caso della Montagna di Santa Croce è emblematico: con un dislivello di 250–300 m tra ingressi alti (quota ~350 m) e bassi (~70–130 m), forti anomalie termiche estive (aria fredda a 9°C dalla Grotta Perduta, contro una temperatura media attesa di 14–16°C) indicano la presenza di grandi volumi ipogei, ma il tracciamento diretto non ha prodotto risposte strumentali conclusive. Questa situazione è frequente in sistemi con percorsi multipli o tempi di transito molto lunghi.[11]


4. Panorama delle Tecniche di Tracciamento Aereo

Il lavoro di sintesi di Gian Domenico Cella e Alessandro Vernassa (SNS-CAI, 2025) classifica le tecniche disponibili su tre livelli:[1]

4.1 Tracciamento Qualitativo (Passa/Non Passa)

Verifica la semplice presenza o assenza del tracciante in un punto. Il rilevamento è sensoriale:

TraccianteVantaggiLimiti
FumoEconomico, visivoPortata ridotta, condensazione, possibili tossici
Profumi ed essenzeFacilmente reperibiliPortata limitata, assuefazione olfattiva
Bolle di saponeEfficaci in ambienti chiusiSolo correnti locali
Mercaptani (THT, TBM)Sensibilità < 10 ppb, potenza eccezionaleTossici, normativa restrittiva; il THT richiede patentino in Italia[1]
Aroma sintetico di tartufo (bis(metiltio)metano)Prodotto alimentare, libera venditaPrestazioni variabili

4.2 Tracciamento Semi-Quantitativo

Prevede sensori dedicati associati a datalogger per ottenere le curve di transito temporali del tracciante:

  • Traccianti fluorurati (PFT – Perfluorinated Tracers): inodori, non esistono in natura (no “bianco”), sensibilità estrema; rilevamento via gascromatografia GC o GC-MS[1]
  • Terpeni naturali (D-limonene, ?-pinene, ?-pinene): estratti da piante, rilevabili con GC-MS; semi-quantitativi se la massa iniettata è nota
  • NASO con butano/propano: tecnicamente semi-quantitativo se si conosce la massa rilasciata, ma usato prevalentemente per tracciamento direzionale

4.3 Tracciamento Quantitativo

Richiede la conoscenza precisa della massa di tracciante iniettata e di quella transitata, per risalire alla ripartizione dei flussi:

  • CO? artificiale: mass-flow rate calcolato per differenza di peso della bombola; concentrazione misurata in ppm-volume con sensori NDIR (Non-Dispersive InfraRed)[1][15]
  • SF? (esafluoruro di zolfo): gas ideale per tracciamenti quantitativi, non esiste in natura; rilevabile a ppt; non più raccomandato per il forte impatto su effetto serra
  • Metodo Florit-Zanini: variazione artificiale della pressione con aspiratori potenti, previa sigillatura dell’ingresso; testato con successo in sistemi triestini di media estensione[1]

5. Strumentazione per la Misura Diretta della Portata

5.1 Anemometria

La misura diretta della portata richiede di conoscere sia la velocità che la sezione del condotto:

[ Q = \bar{v} \times A ]

dove ( \bar{v} ) è la velocità media integrata sulla sezione (m/s) e ( A ) è l’area della sezione trasversale (m²). In pratica, occorre effettuare misure in più punti della sezione per approssimare il profilo di velocità reale.[1]

Gli anemometri utilizzati in speleologia sono principalmente:

  • Anemometri a filo caldo (hot-wire): alta precisione (±0,01 m/s), misurano velocità anche molto basse; delicati
  • Anemometri a elica: robusti, adatti a velocità > 0,3 m/s; più economici
  • Anemometri sonici: velocità e direzione simultaneamente; costosi ma precisi

Un nuovo dispositivo digitale presentato sull’International Journal of Speleology (2024), appositamente progettato per il monitoraggio continuo dei flussi nelle grotte, ha dimostrato che la principale fonte di incertezza non è l’accuratezza del sensore ma il posizionamento relativo dello strumento rispetto alle linee di flusso. La raccomandazione operativa è di misurare in più posizioni della sezione e mediare i risultati.[17]

5.2 Misura della CO? con Sensori NDIR

I sensori NDIR (Non-Dispersive InfraRed) sono lo standard per la misura della CO? in ambienti ipogei. La Grotta di Bossea, la Grotta di Borgio Verezzi e la Grotta di Toirano sono state monitorate per un anno intero con sistemi VAISALA con acquisitori INDIGO 520 e sonde GMP 252 (errore massimo ±2%). I dati vengono acquisiti con intervalli di 10 minuti, producendo serie temporali continue da cui è possibile distinguere le variazioni naturali (stagionali, legate alla ventilazione) da quelle antropiche (presenza di turisti).[13]

5.3 Data-Logger e Reti di Monitoraggio

Il design ottimale di un sistema di monitoraggio dell’aria in grotta è stato formalizzato in un articolo pubblicato sull’International Journal of Speleology (2025) da Peyraube et al., basato su 15 anni di monitoraggio nella Grotta di Cussac (Francia) con 24 sensori. Lo studio propone un flowchart decisionale che affronta:[18]

  • Modularità del sistema
  • Scelta tra dispositivi autocostruiti e commerciali
  • Frequenza di campionamento vs. consumi energetici
  • Durata del monitoraggio
  • Accessibilità ai dati

Il sistema minimo raccomandato prevede 6 sensori essenziali: 3 termometri, 2 sensori di CO? e 1 anemometro. La posizione strategica dei sensori rispetto ai flussi è più importante della loro precisione intrinseca.[18]


6. Applicazioni Scientifiche e Esplorative

6.1 Scoperta di Nuove Cavità

La corrente d’aria è uno degli indicatori più affidabili per l’esplorazione speleologica. Un flusso rilevante che esce da una fessura indica quasi certamente la presenza di cavità connesse. I parametri chiave da interpretare sono:[1][19]

  • Temperatura dell’aria: valori inferiori alla media annua attesa indicano connessione con grandi volumi ipogei
  • Portata: una portata elevata richiede un percorso di sezione significativa
  • Variazione stagionale: l’inversione estate/inverno conferma un sistema a ingressi multipli a quote diverse
  • Tempo di transito del tracciante: dalla velocità del fronte del tracciante si stima la lunghezza del percorso

6.2 Caratterizzazione Idrogeologica

I flussi aerei e i flussi idrici in un sistema carsico sono profondamente interconnessi. La comprensione della ventilazione ipogea contribuisce a:[20][21]

  • Identificare i bacini di alimentazione degli acquiferi carsici
  • Monitorare la dinamica di ricarica delle falde
  • Verificare connessioni idrogeologiche tra strutture carsiche adiacenti
  • Valutare la vulnerabilità degli acquiferi all’inquinamento

Circa il 15% della superficie continentale terrestre è coperta da rocce carsiche (calcari e dolomiti), fondamentali per le risorse idriche globali. In Italia, sistemi come le sorgenti di Stifone-Nera Montoro (Umbria) — con portate non inferiori a 13–13,5 m³/s — alimentano comunità, agricoltura e industria.[11][21]

6.3 Ricerca Paleoclimatica

La concentrazione di CO? nell’atmosfera ipogea e i flussi d’aria che la controllano hanno implicazioni dirette per la formazione degli speleotemi (stalattiti, stalagmiti). Se la CO? in grotta aumenta, l’acqua di stillicidio può riassorbire CO? e sciogliere il carbonato di calcio già depositato, degradando le concrezioni. L’inversione è vera nei periodi di ventilazione intensa.[21]

Studi recenti su variazioni di pressione atmosferica e dinamiche di ventilazione nella Grotta di Lamalunga (Puglia) hanno documentato come le fluttuazioni di temperatura indotte dalla ventilazione barometrica influenzino direttamente la crescita degli speleotemi. Le curve di CO? nel tempo costituiscono dunque un archivio delle variazioni climatiche passate.[22]

6.4 Sicurezza in Grotta

Le concentrazioni di CO? superiori a certi valori soglia costituiscono un rischio per la salute degli esploratori. Il limite di esposizione ACGIH è 5000 ppm (0,5%) come media ponderata su 8 ore. In alcune grotte italiane, specialmente quelle vulcaniche o con forte attività biologica, si possono raggiungere concentrazioni pericolose. Il monitoraggio sistematico dei flussi e della CO? è quindi anche uno strumento di sicurezza operativa.[23]


7. Il Contesto Scientifico Internazionale

7.1 Letteratura di Riferimento

La ricerca internazionale sui flussi aerei sotterranei è consolidata e in espansione:

Autore/iAnnoContributoRivista
Gabrovšek, F.2023Modello numerico del flusso in gallerie carsiche; effetto camino e geometriaPLOS ONE[4]
Pastore, C. et al.2024Tracciamento con CO? artificiale: portata e dispersione in grotte ventilateInt. J. Speleology[16]
Peyraube, N. et al.2025Guida alla progettazione di sistemi di monitoraggio dell’aria in grottaInt. J. Speleology[18]
Badino, G.1995Fisica del Clima Sotterraneo: fondamenti teorici della meteorologia ipogeaMemorie Ist. It. Speleol.[9]
Cella, G.D. & Vernassa, A.2025Sintesi delle tecniche di tracciamento aereo sotterraneo in lingua italianaBollettino SNS-CAI[1]

Il Karst Information Portal, libreria digitale ad accesso libero fondata nel 2006 con il supporto di National Cave & Karst Research Institute e Union Internationale de Spéléologie (UIS), è la principale risorsa bibliografica per chi si avvicina a questo settore.[24]

7.2 Frontiere della Ricerca

Le direzioni di ricerca più attive includono:

  • Modellazione numerica tridimensionale dei campi di flusso nelle cavità, integrando geometrie rilevate con LiDAR e scanner 3D[25]
  • Reti wireless di sensori per il monitoraggio continuo in grotte estese
  • Machine learning per il riconoscimento automatico di picchi nelle curve di tracciamento
  • Integrazione NASO-GIS per la georeferenziazione dei percorsi stimati del tracciante[11]
  • Misure di radone (²²²Rn) come proxy della ventilazione: la correlazione CO?-Rn è documentata in diversi studi (Torca del Carlista, Spagna; Modri? Cave, Croazia)[26][23]

8. Gestione Meteo in Aree Carsiche: l’Approccio Integrato

Un’interpretazione corretta dei flussi aerei richiede l’integrazione di misure interne alla grotta con i dati meteorologici esterni. Il protocollo operativo raccomandato prevede:[1][19][18]

  1. Baseline pre-campagna: almeno 2–4 settimane di registrazione continua di temperatura interna ed esterna, pressione atmosferica, umidità relativa con data-logger
  2. Mappatura delle bocche soffianti: ricognizione sistematica degli ingressi nelle diverse stagioni; annotazione di direzione, temperatura e velocità del flusso
  3. Correlazione meteo-flussi: identificazione delle condizioni esterne (pressione, temperatura, vento) che producono flussi più intensi
  4. Scelta della finestra temporale per il tracciamento: condizioni di flusso stabile e unidirezionale riducono l’incertezza
  5. Posizionamento strategico dei sensori: privilegiare le sezioni ristrette dei condotti (venturi), dove la velocità è più alta e misurabile; evitare zone di turbolenza

La disponibilità di un termoidrometro tarato e certificato come riferimento (come previsto nel corso SNS-CAI 2026) è essenziale per la calibrazione della strumentazione personale e per garantire la confrontabilità dei dati tra diversi operatori.[27]


9. Implicazioni per la Tutela Ambientale

La comprensione dei flussi aerei sotterranei ha importanti ricadute sulla tutela degli ambienti carsici e delle risorse idriche:[20][28]

9.1 Trasporto di Inquinanti

I flussi d’aria nelle grotte non trasportano solo gas inerti: veicolano anche spore, aerosol, vapori chimici e potenzialmente inquinanti dall’ambiente superficiale verso le falde acquifere sotterranee. La velocità di trasferimento di questi contaminanti è molto superiore a quella che avviene per diffusione nella matrice porosa della roccia.[28]

9.2 Ecosistemi Ipogei

I cambiamenti nella ventilazione modificano temperatura, umidità e concentrazioni di gas negli ambienti di grotta, alterando le condizioni di vita per la fauna cavernicola. Le specie troglofite e troglobie — altamente specializzate e spesso endemiche — sono particolarmente sensibili a queste variazioni. La mappatura dei flussi aerei consente di identificare le zone di maggiore stabilità microclimatica da proteggere.[20]

9.3 Grotte Turistiche

Nelle grotte ad uso turistico, i flussi d’aria determinano la distribuzione di CO? prodotta dai visitatori, influenzando direttamente la qualità dell’aria per le guide e la conservazione degli speleotemi. La chiusura durante il Covid-19 ha permesso, in alcune grotte italiane, di documentare le variazioni naturali della CO? in assenza di presenza umana, fornendo una baseline fondamentale per la gestione sostenibile dell’accesso.[13]


10. Sintesi Metodologica: Come Scegliere la Tecnica Giusta

La scelta della tecnica di tracciamento dipende dal contesto, dalle risorse disponibili e dagli obiettivi:

ObiettivoTecnica RaccomandataStrumentazioneCosto indicativo
Verificare se esiste un collegamentoNASO con butano/propanoFluxyLogger + sensore VOC~100–400 €
Stimare il tempo di transitoNASO semi-quantitativoFluxyLogger + bilancia di precisione~200–500 €
Misurare la portata assolutaCO? quantitativaSensori NDIR + bombola CO? + bilancia~500–2000 €
Misurare la velocità del flussoAnemometria direttaAnemometro a filo caldo o a elica~200–1000 €
Monitoraggio continuo multiparametricoRete di data-logger6+ sensori T/CO?/anemometro~2000–10000 €
Ricerca di connessioni a grande scalaTraccianti fluorurati + GC-MSCaptori su carbone attivo + laboratorio>5000 €

La combinazione NASO + CO? quantitativa — oggetto del corso SNS-CAI 2026 — rappresenta oggi il miglior compromesso tra accessibilità, precisione e completezza informativa per i gruppi speleologici italiani.[29][27]

Fonti consultate

L'articolo Flussi aerei sotterranei: le tecniche di tracciamento quantitativo al centro di un corso nazionale a La Spezia proviene da Scintilena.

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  • Nella Gruta del Toro cento anni dopo Casteret: l’esplorazione subacquea torna protagonista ai Pirenei
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Nella Gruta del Toro cento anni dopo Casteret: l’esplorazione subacquea torna protagonista ai Pirenei

Apríl 25th 2026 at 11:00

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Al V Congresso Espeleopirineos di Boltaña, David Martínez, Teresa Alari e Manel Llenas presentano le nuove esplorazioni speleosubacquee nella grotta pirenaica dove il grande esploratore francese dimostrò l’origine del fiume Garonna


Il V Congresso Espeleopirineos 2026 a Boltaña

Il Palacio de Congresos di Boltaña, nel cuore del Geoparco Sobrarbe-Pirenei (Aragona, Spagna), ospita il 2, 3 e 4 ottobre 2026 il V Congresso Espeleopirineos, raduno degli speleologi che operano nella catena pirenaica. L’evento è organizzato dal Club Atlético Sobrarbeanche (CAS), che quest’anno festeggia i cinquant’anni di attività, in collaborazione con lo Speleo Club Sabadell e il SIES (Societat d’Investigació Espeleològica i Subaquàtica). Il congresso si svolge nella cornice del Geoparco Sobrarbe-Pirenei, uno dei territori carsici più rilevanti della Penisola Iberica.facebook+3

Tra le conferenze in programma, una attira l’attenzione della comunità speleologica internazionale. David Martínez, Teresa Alari e Manel Llenas presenteranno i risultati delle loro esplorazioni speleosubacquee nella Gruta del Toro, con un titolo che racchiude un preciso significato storico: “Exploración subacuática en la gruta de Toro, un siglo después de la incursión en solitario de Norbert Casteret”.


La Gruta del Toro e il mistero dell’origine della Garonna

Il Trou du Toro — in italiano “Buco del Toro” — è una cavità carsica situata nel massiccio pirenaico, sul versante spagnolo della Val d’Aran, a circa 2.000 metri di quota. Per secoli questa grotta è stata al centro di una delle grandi questioni geografiche europee: da dove nasce la Garonna, il secondo fiume della Francia per portata?traces-ecrites+1

Le acque che entrano nel Trou du Toro sul versante spagnolo percorrono un labirinto sotterraneo di gallerie e sifoni per riemergere ai Goueils de Jouéou (quota ~1.418 m) sul versante francese, dando origine alla Garonna. La connessione era ipotizzata da tempo, ma la sua prova sperimentale arrivò solo nel 1931, grazie a Norbert Casteret.books.openedition+1

Il 19 luglio di quell’anno, Casteret coordinò un esperimento di colorazione delle acque con fluoresceina, alla presenza di 14 testimoni. Il colorante immesso nel Trou du Toro ricomparve ai Goueils de Jouéou sul versante francese, dimostrando definitivamente il percorso sotterraneo transfrontaliero. I risultati furono presentati all’Académie des Sciences di Parigi.traces-ecrites


Norbert Casteret, il pioniere che sfidava i sifoni nudo e con una candela

Norbert Casteret (Saint-Martory, 19 agosto 1897 – Tolosa, 20 luglio 1987) è considerato uno dei padri fondatori della speleologia moderna. Sportivo eccezionale — nuotatore, alpinista, saltatore — iniziò l’esplorazione speleologica giovanissimo, sviluppando un metodo di ricerca tanto rigoroso quanto fisicamente estremo.treccani+2

La sua tecnica di attraversamento dei sifoni nelle prime esplorazioni era radicalmente semplice: si immergeva a corpo libero, senza muta né attrezzatura, portando con sé solo una candela impermeabilizzata e dei fiammiferi, fidando sulla propria capacità natatoria. Nei suoi libri successivi avvertì esplicitamente i lettori di non imitarlo.showcaves+1

Nel 1923 aveva già attraversato in apnea il sifone della Grotte de Montespan, scoprendo oltre la parete d’acqua sculture animali preistoriche risalenti a 20.000 anni fa. Nel 1926 scoprì la Grotte Glacée che porta oggi il suo nome, nel Circo di Gavarnie. Nel 1931 arrivò la dimostrazione dell’origine della Garonna attraverso il Trou du Toro. Casteret esplorò oltre 500 caverne e corsi d’acqua sotterranei nella sua carriera, prevalentemente nei Pirenei, e scrisse più di 43 libri tradotti in numerose lingue.wikipedia+4


Dalla candela di Casteret ai rebreather moderni: un secolo di tecnologia

Il confronto tra la speleosubacquea degli anni Venti e quella contemporanea è la dimensione più significativa della conferenza di Boltaña. In un secolo, la disciplina si è trasformata radicalmente.

Gli speleosub di oggi operano con mute stagne, autorespiratori a circuito aperto (SCUBA) con doppie bombole indipendenti, sagola guida come unico mezzo per trovare l’uscita nel buio totale, miscele gassose come Nitrox per gestire la narcosi da azoto, computer subacquei per il monitoraggio della decompressione e illuminazione frontale a LED. Le linee guida del CNSAS stabiliscono che non si può avanzare di un metro senza sagola guida e che l’utilizzo di almeno due bombole indipendenti è obbligatorio.ilsecoloxix+2

I sifoni pirenaici presentano condizioni particolarmente severe: le acque di fusione glaciale mantengono temperature tra 4°C e 10°C, la torbidità stagionale può azzerare la visibilità, e alcuni sifoni superano i cento metri di profondità. Nonostante l’evoluzione tecnica, la speleosubacquea rimane una disciplina ad alto rischio. A gennaio 2026, un esploratore francese ha perso la vita alla Font Estramar (Pirenei Orientali), con il corpo recuperato a 125 metri di profondità dopo tre giorni di operazioni — quella grotta conta già 9 vittime nella sua storia.scintilena+2


Una conferenza che unisce storia ed esplorazione contemporanea

La scelta di intitolare la conferenza “un siglo después” — un secolo dopo — non è casuale. David Martínez, Teresa Alari e Manel Llenas dello Speleo Club Sabadell portano avanti una tradizione di esplorazione sistematica nelle grotte sommerse dei Pirenei, aggiornando con le tecnologie attuali quanto Casteret aveva fatto con i soli mezzi del suo corpo.espeleologia+1

La Gruta del Toro torna così al centro dell’attenzione speleologica internazionale a distanza di cento anni: le sue gallerie sommerse, i sifoni e i misteri idrografici che ne fanno uno snodo cruciale del carsismo pirenaico restano un territorio aperto all’indagine. La conferenza al V Congresso Espeleopirineos di Boltaña rappresenta l’occasione per presentare alla comunità scientifica i risultati di esplorazioni che idealmente dialogano con il lavoro del grande speleologo francese, attraverso un secolo di storia sotterranea.


La locandina annuncia una conferenza al V Congresso Espeleopirineos 2026 (Boltaña, Aragona, 2–4 ottobre 2026), tenuta da David Martínez, Teresa Alari e Manel Llenas dello Speleo Club Sabadell, sul tema dell’esplorazione subacquea nella Gruta del Toro, a cent’anni esatti dall’incursione solitaria di Norbert Casteret.

Il report copre tutti gli aspetti principali del tema:

  • La Gruta del Toro: cavità carsica pirenaica d’importanza idrogeologica eccezionale, attraverso cui scorrono le acque che riemergono ai Goueils de Jouéou, sorgente della Garonna — una delle dispute geografiche più note della storia della scienza francese.
  • Norbert Casteret e il Trou du Toro: il celebre speleologo francese (1897–1987) esplorò la grotta da solo negli anni ’20, poi nel 1931 coordinò l’esperimento di colorazione delle acque con 14 testimoni che dimostrò definitivamente la connessione sotterranea e l’origine della Garonna. Una scoperta presentata all’Académie des Sciences di Parigi.
  • Un secolo di evoluzione tecnica: dalle immersioni in apnea di Casteret (nudo, con una candela impermeabilizzata) ai rebreather, alle sagole guida obbligatorie e ai gas di miscela usati oggi.
  • Il contesto congressuale: il CAS (Club Atlético Sobrarbeanche) che organizza l’evento festeggia i suoi 50 anni nel 2026, in un’area — il Geoparco Sobrarbe-Pirenei — tra le più ricche carsicamente della Penisola Iberica.

Esplorazione Subacquea nella Gruta del Toro: Un Secolo dopo Norbert Casteret

Il contesto: V Congresso Espeleopirineos 2026

La locandina analizzata annuncia una conferenza del V Congresso Espeleopirineos, l’incontro degli speleologi che operano nei Pirenei aragonesi, in programma al Palacio de Congresos di Boltaña (Aragona, Spagna) il 2, 3 e 4 ottobre 2026. L’evento è organizzato dal Club Atlético Sobrarbeanche (CAS), che nel 2026 celebra i suoi 50 anni di attività, con il patrocinio dell’Ayuntamiento de Boltaña e la co-organizzazione dello Speleo Club Sabadell e del SIES (Societat d’Investigació Espeleològica i Subaquàtica).[1][2][3]

La conferenza specifica promossa dalla locandina è quella di David Martínez, Teresa Alari e Manel Llenas, il cui tema dichiarato è:

“Exploración subacuática en la gruta de Toro, un siglo después de la incursión en solitario de Norbert Casteret”

L’immagine di sfondo raffigura due speleosub in piena attività dentro una grotta allagata, con le luci frontali che illuminano il sifone, mentre un terzo esploratore osserva da una cengia asciutta — una rappresentazione emblematica della speleosubacquea contemporanea nei Pirenei.


La Gruta del Toro e la scoperta delle sorgenti della Garonna

Il Trou du Toro: una porta sul sottosuolo pirenaico

Il Trou du Toro (in francese “Buco del Toro”), noto anche come Trou (o Gruta) del Toro, è una cavità carsica situata nel massiccio pirenaico, sul versante spagnolo, nella regione della Val d’Aran, a circa 2.000 metri di quota. È una cavità di importanza idrogeologica eccezionale: attraverso di essa scorrono le acque che, dopo un percorso sotterraneo di svariati chilometri, riemergono ai Goueils de Jouéou (quota ~1.418 m), nel versante francese, costituendo la sorgente principale del fiume Garonna, uno dei più importanti della Francia.[4][5]

La struttura è di tipo carsico, sviluppata nei calcari del massiccio mesozoico pirenaico, con gallerie parzialmente allagate e sifoni — tratti completamente sommersi — che rendono la progressione interna un’impresa speleosubacquea di notevole complessità.[6]

La storica incursione solitaria di Casteret (1926–1931)

La storia speleologica della Gruta del Toro è indissolubilmente legata al nome di Norbert Casteret (Saint-Martory, 19 agosto 1897 – Tolosa, 20 luglio 1987), considerato uno dei padri della speleologia moderna.[7][8]

Casteret era uno sportivo poliedrico, alpinista, nuotatore e sub, che iniziò l’esplorazione speleologica nel 1912, e divenne la figura di riferimento della speleologia francese per oltre mezzo secolo. Il suo motto era il motto latino Ad Augusta per Angusta (“attraverso le difficoltà alla grandezza”). Già nel 1923, durante la sua prima impresa eclatante, aveva eseguito un’immersione a corpo libero (senza muta né attrezzatura) nel sifone della Grotte de Montespan, attraversandolo con una candela impermeabilizzata in mano, portando alla scoperta di sculture preistoriche su di un lago sotterraneo.[9][8][10]

L’interesse di Casteret per il Trou du Toro nasce dalla storica questione geografica dell’origine della Garonna: per secoli si dibatteva se le acque che scaturivano ai Goueils de Jouéou in Francia provenissero effettivamente dal versante spagnolo attraverso una connessione sotterranea. Casteret si dedicò a questa ricerca con metodo idrogeologico.

Il 19 luglio 1931, Casteret organizzò e coordinò un’esperienza di colorazione delle acque alla quale parteciparono 14 testimoni. Il colorante (fluoresceina) fu introdotto nel Trou du Toro sul versante spagnolo e dopo qualche tempo ricomparvero ai Goueils de Jouéou in Francia, dimostrando definitivamente la connessione sotterranea e identificando il Trou du Toro come l’autentica sorgente della Garonna. Il verbale di quell’esperimento, firmato dai 14 partecipanti il 19 e 20 luglio 1931, è un documento storico della speleologia e dell’idrologia.[4]

Casteret stesso aveva precedentemente effettuato incursioni in solitaria nella grotta, esplorando le zone accessibili senza attrezzatura subacquea moderna, in quello stile audace e solitario che lo caratterizzava. La sua esplorazione fu la premessa scientifica necessaria per l’esperimento di colorazione.[5]

L’importanza scientifica della scoperta

La scoperta della connessione idrica tra il Trou du Toro e i Goueils de Jouéou fu presentata all’Académie des Sciences di Parigi, per la quale Casteret redasse un manoscritto autografo intitolato “Sur la détermination du Trou du Toro avec les Goueils de Joueau, source de la Garonne”. Questa scoperta:[4]

  • Risolse una controversia geografica secolare sull’origine del secondo fiume della Francia per portata[5]
  • Dimostò la possibilità di tracciare percorsi idrici sotterranei attraverso rilievi montuosi impervi
  • Aprì una nuova frontiera nell’idrogeologia carsica pirenaica
  • Fornì la prova sperimentale di connessioni sotterranee che potevano attraversare lo spartiacque transpirenaico

Norbert Casteret: il pioniere dell’esplorazione subacquea in grotta

Biografie e metodo

Casteret nacque il 19 agosto 1897 a Saint-Martory (Haute-Garonne) e morì il 20 luglio 1987 a Tolosa. Era figlio di un avvocato, studiò diritto e lavorò come impiegato notarile prima di abbandonare la carriera per dedicarsi all’esplorazione. Sportivo eccezionale, era campione di corsa, salto in alto, nuoto e altre discipline, il che lo rese fisicamente adatto all’ambiente ipogeo.[7][9][8]

La sua tecnica di esplorazione subacquea delle origini era radicalmente semplice e pericolosa: si immergeva nudo, portando con sé solo una candela e dei fiammiferi impermeabilizzati, fidando sulla sua capacità atletica di nuoto in apnea. Nei suoi libri successivi, avvertì esplicitamente i lettori di non imitare questo approccio. Col tempo apprese le tecniche speleologiche più strutturate da Édouard-Alfred Martel, il fondatore della speleologia moderna, che scrisse la prefazione al suo primo libro.[9]

Le grandi esplorazioni

Tra le imprese più significative di Casteret nei Pirenei:

AnnoGrotta/ImpresaSignificato
1922–1923Grotte de MontespanPrima immersione in sifone (nudo, con candela); scoperta di sculture preistoriche di 20.000 anni[8][11]
1926Grotte Glacée Casteret (Circo di Gavarnie)Scoperta della cavità con lago e fiume di ghiaccio fossile[12][13]
1931Trou du Toro / Goueils de JouéouDimostrazione dell’origine della Garonna; esperimento di colorazione con 14 testimoni[4][5]
1932–1933Grotte Cigalère e Gouffre Martel (-303 m)Esplorazione di grandi sistemi ipogei pirenaici[9]
1941–1947Henne MorteEsplorazione con record di profondità per l’epoca (inizialmente -446 m, poi corretto a -358 m)[8]
1952–1953Gouffre de la Pierre Saint-Martin (-689 m)Una delle cavità più profonde d’Europa all’epoca; tragica morte del compagno Marcel Loubens[8]

Casteret esplorò più di 500 caverne e corsi d’acqua sotterranei, prevalentemente nei Pirenei. Scrisse più di 43 libri tradotti in numerose lingue, e centinaia di articoli che resero la speleologia accessibile al grande pubblico. Tra le sue opere più note: Dix ans sous terre (1933), Au fond des gouffres (1936), tradotti in inglese come Ten Years Under the Earth.[9][8][10]


La speleosubacquea pirenaica: un secolo di evoluzione

Dal nuoto in apnea ai rebreather

Il confronto tra l’approccio di Casteret degli anni ’20–’30 e la speleosubacquea contemporanea rappresentata nella locandina è emblematico del progresso tecnico avvenuto in un secolo. Casteret affrontava i sifoni con il solo corpo, fiato e una candela. Oggi gli speleosub del Congresso Espeleopirineos operano con:[9][10]

  • Mute stagne e mute in neoprene per l’isolamento termico nelle acque fredde alpine
  • Autorespiratori a circuito aperto (SCUBA) con doppie bombole indipendenti
  • Sagola guida (il filo d’Arianna) che rappresenta l’unico mezzo per trovare l’uscita[14]
  • Miscele gassose come Nitrox o miscele ternarie per gestire la narcosi da azoto
  • Computer subacquei per il monitoraggio della decompressione
  • Illuminazione frontale a LED ad alta potenza

Le linee guida CNSAS (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico) stabiliscono 20 regole fondamentali per l’immersione in grotta, tra cui l’utilizzo obbligatorio di almeno due bombole indipendenti e l’assoluta impossibilità di avanzare anche solo di un metro senza sagola guida.[15][14]

Caratteristiche specifiche dei sifoni pirenaici

I sifoni carsici nei Pirenei presentano caratteristiche che li rendono particolarmente impegnativi:

  • Temperature molto basse: le acque di fusione glaciale e le infiltrazioni ad alta quota mantengono temperature tra 4°C e 10°C, limitando il tempo di immersione sicuro
  • Torbidità variabile: le piene stagionali possono azzerare la visibilità
  • Profondità elevate: alcuni sifoni nei sistemi alpini-pirenaici superano i 100 metri
  • Sviluppo orizzontale spesso molto lungo, con percorsi che possono superare il chilometro

La rivista Pyrénées Souterraines, recentemente fondata, dedica specifiche sezioni all’idrologia e alla speleologia subacquea pirenaica, confermando l’attualità del tema.[16]


Il Congresso Espeleopirineos e i protagonisti della conferenza

Il Congresso Espeleopirineos

Il Congresso Espeleopirineos è un raduno di speleologi che operano nei Pirenei aragonesi, che si tiene periodicamente a Boltaña e Ainsa (Aragona, Spagna). La sua quinta edizione, prevista per il 2–4 ottobre 2026, è organizzata in collaborazione tra il Club Atlético Sobrarbeanche (CAS) — che celebra i suoi 50 anni — e lo Speleo Club Sabadell, club catalano di lunga tradizione nelle esplorazioni sotterranee e subacquee.[1][2]

Il Congresso si svolge al Palacio de Congresos di Boltaña, nel cuore del Geoparco Sobrarbe-Pirenei, una delle aree carsiche più ricche e studiate di tutta la Penisola Iberica. Il territorio di Sobrarbe include formazioni calcaree di età mesozoica che ospitano complessi speleologici di grande interesse scientifico e storico.[17][1]

I relatori

I tre ponentes della conferenza — David Martínez, Teresa Alari e Manel Llenas — rappresentano l’eredità viva della tradizione speleologica pirenaica. La compresenza di tre relatori indica quasi certamente un lavoro di squadra pluriennale nella Gruta del Toro, con un approccio multidisciplinare tipico della speleosubacquea moderna, che richiede sempre almeno due subacquei in acqua e ulteriori supporti tecnici in superficie.[18][14]

L’annuncio della conferenza come “un siglo después” (un secolo dopo) conferisce alla presentazione un forte valore commemorativo e storico: si inserisce pienamente nella tradizione di omaggiare le grandi figure pionieristiche della speleologia revisitando le loro cavità con le tecnologie contemporanee.[8]


La speleosubacquea come disciplina scientifica

Più della semplice esplorazione

L’esplorazione speleosubacquea moderna va ben oltre l’aspetto sportivo e avventuroso. Come illustrato dalla presentazione al Congresso Espeleopirineos, essa contribuisce in modo determinante alla:

Idrogeologia carsica: i sifoni sono i nodi critici della circolazione idrica sotterranea. La loro esplorazione permette di tracciare le reti idriche, calcolare i tempi di transito e le portate, fondamentali per la gestione delle risorse idriche.

Geologia e speleogenesi: le gallerie sommerse conservano morfologie idrauliche — scallops, condotte forzate, cupole di dissoluzione — che raccontano la storia evolutiva del carso.[6]

Biospeleologia: le grotte allagate ospitano ecosistemi unici, con specie troglobie adattate all’oscurità permanente. Le acque sotterranee pirenaiche sono note per la presenza di crostacei anfipodi e altri invertebrati endemici.[19]

Archeologia subacquea: in contesti carsici mediterranei, i sifoni sommergono spesso depositi preistorici. Nel caso della Gruta del Toro, l’ambiente sotterraneo può conservare tracce dell’utilizzo antico della cavità.

Rischi e sicurezza

La speleosubacquea è unanimemente riconosciuta come una delle discipline più rischiose al mondo. La combinazione di oscurità totale, spazio confinato, impossibilità di risalire in superficie in caso di emergenza e complessità tecnica dell’attrezzatura crea condizioni estreme.[18][20]

L’incidente alla Font Estramar (Pirenei Orientali, gennaio 2026), dove uno speleosub francese di 45 anni ha perso la vita e il cui corpo è stato ritrovato a 125 metri di profondità dopo operazioni di recupero durate 3 giorni, testimonia quanto il margine d’errore sia ridotto anche per esperti. Quella cavità ha visto già 9 vittime nella sua storia.[21]

La differenza tra subacquea standard e speleosubacquea è sostanziale e spesso sottovalutata: chi è un subacqueo esperto in acque libere può non avere le competenze specifiche per sopravvivere in un sifone.[20]


Conclusioni: un secolo di storia, un futuro da esplorare

La conferenza di David Martínez, Teresa Alari e Manel Llenas al V Congresso Espeleopirineos 2026 è molto più di un resoconto esplorativo. È un dialogo attraverso il tempo, che connette:

  1. L’audacia solitaria di Casteret degli anni ’20–’30, che con il solo corpo e una candela percorse sifoni pirenaici e identificò l’origine della Garonna[10][4]
  2. L’evoluzione tecnica di un secolo, che ha trasformato la speleosubacquea da impresa quasi suicida a disciplina strutturata, ancorché pericolosissima[18][22]
  3. Il presente dell’esplorazione pirenaica, con gruppi come lo Speleo Club Sabadell che portano avanti la ricerca sistematica nelle grotte sommerse dei Pirenei[1]

Il fatto che a distanza di 100 anni dalla prima incursione di Casteret la Gruta del Toro ritorni al centro dell’attenzione speleologica internazionale è la prova più eloquente che il sottosuolo pirenaico — con i suoi sifoni, le sue gallerie sommerse e i suoi misteri idrografici — è ancora un territorio di frontiera, dove la storia si intreccia con la scoperta.


Questo studio si basa sulla locandina del V Congresso Espeleopirineos 2026 (Boltaña, 2–4 ottobre 2026) e su fonti bibliografiche e archivistiche relative a Norbert Casteret, alla Gruta del Toro, alla storia della speleosubacquea pirenaica e alla speleologia dei Pirenei aragonesi.

Fonti consultate

L'articolo Nella Gruta del Toro cento anni dopo Casteret: l’esplorazione subacquea torna protagonista ai Pirenei proviene da Scintilena.

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  • Le Incisioni Rupestri della Val Camonica: 300.000 Simboli Incisi nella Roccia che Sfidano i Millenni
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Le Incisioni Rupestri della Val Camonica: 300.000 Simboli Incisi nella Roccia che Sfidano i Millenni

Apríl 25th 2026 at 10:00

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Incisioni Rupestri

Il primo sito UNESCO italiano custodisce uno dei più grandi archivi preistorici al mondo, ma molti dei suoi simboli restano ancora senza risposta


La Val Camonica e il suo Patrimonio Rupestre

Nel cuore delle Alpi lombarde, tra le montagne della provincia di Brescia, si estende uno dei più grandi complessi di arte rupestre al mondo. La Val Camonica conserva oltre 300.000 incisioni rupestri distribuite in più di 180 località, lungo 24 comuni del fondovalle e delle valli laterali. Nel 1979 il sito fu iscritto come primo patrimonio italiano nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, classificato come Sito n. 94.

L’arco temporale coperto dalle incisioni rupestri è notevole. Le figure vanno dalla fine del Paleolitico fino all’età romana e medievale, abbracciando circa 10.000–13.000 anni di storia umana. Le incisioni furono realizzate su superfici di roccia levigate dai ghiacciai. I popoli che si succedettero in valle usarono due tecniche principali: la percussione, con strumenti in quarzite o selce, e il graffito, che scalfiva la superficie con punte aguzze.

Le figure rappresentano una varietà sorprendente di soggetti. Si trovano scene di caccia, animali selvatici e domestici, guerrieri armati, carri, aratri, capanne, simboli geometrici e segni cosmologici. Circa il 75% di tutte le incisioni risale all’Età del Ferro, il periodo più produttivo dell’intera sequenza.


Diecimila Anni di Storia Stratificata sulla Roccia

Le più antiche incisioni rupestri della Val Camonica risalgono al Mesolitico. Gruppi di cacciatori nomadi lasciarono figure zoomorfe di grandi dimensioni — alci, bovidi selvatici, cervi colpiti da dardi — in stile semi-naturalistico. Con l’avvento del Neolitico e dell’agricoltura, il tema dominante si spostò sull’essere umano. Comparvero le prime figure antropomorfe schematiche, i cosiddetti oranti, rappresentati con le braccia alzate in segno di invocazione.

Durante l’Età del Rame e del Bronzo arrivarono i massi-menhir e le statue-stele. Queste pietre scolpite esprimono una nuova religione cosmologica con armi incise come simboli delle energie divine. Con l’Età del Ferro la produzione si intensificò fino a diventare il periodo più prolifico. La Val Camonica era abitata dai Camuni, popolo di montagna con una struttura sociale articolata, che praticava la metallurgia, commerciava con Etruschi e Celti, e usava una forma di scrittura derivata dall’alfabeto etrusco.


I Simboli della Val Camonica: Tra Interpretazione e Mistero

Le incisioni rupestri della Val Camonica funzionano come un sistema di ideogrammi. Ogni figura rappresenta non l’oggetto reale ma la sua “idea” all’interno di un contesto rituale, mitico e propiziatorio. Non tutti i simboli, però, si prestano a una lettura univoca.

Tra i misteri più discussi ci sono le figure topografiche. Si tratta di incisioni geometriche interpretate da molti studiosi come rappresentazioni cartografiche di territori, campi e villaggi. Appaiono a partire dall’Età del Bronzo e la loro funzione — mappe reali, rappresentazioni di paesaggi immaginari o simboli di proprietà — è ancora oggetto di dibattito. Altri segni mostrano schemi geometrici ripetuti — reticoli, spirali, coppelle, sequenze di linee — che potrebbero essere calendari astronomici, forme di proto-scrittura o ornamenti rituali. Studi recenti sull’arte rupestre paleolitica europea hanno individuato in altri contesti sistemi di comunicazione protonotazionali, aprendo nuove prospettive anche sull’interpretazione dei segni camuni.

Secondo Umberto Sansoni, direttore del Dipartimento Valcamonica e Lombardia del Centro Camuno di Studi Preistorici, l’arte rupestre è innanzitutto un linguaggio simbolico. Per comprenderla appieno occorre integrare archeologia, antropologia, storia delle religioni e psicologia analitica, alla ricerca delle matrici archetipiche dei simboli.

Petroglifi preistorici, incisioni rupestri, di disegni geometrici 


La Rosa Camuna: Un Simbolo Senza Risposta Definitiva

Tra tutti i simboli della Val Camonica, la rosa camuna è quello che ha raggiunto la maggiore notorietà. Si tratta di una figura formata da una linea che si sviluppa come una girandola a quattro bracci inserita tra nove coppelle allineate. È stata identificata 92 volte su tutto il comprensorio, principalmente in 27 rocce della Media Valle Camonica tra Capo di Ponte, Foppe di Nadro, Sellero, Ceto e Paspardo.

Il simbolo risale all’Età del Ferro, dal VII al I secolo a.C. Nelle incisioni rupestri, la rosa camuna appare spesso associata a figure di guerrieri che sembrano ruotarle intorno, suggerendo una funzione apotropaica o identitaria. Simboli analoghi sono stati rinvenuti in Mesopotamia, Portogallo, Svezia e Gran Bretagna, portando alcuni ricercatori a ipotizzare una diffusione dell’emblema attraverso contatti tra popolazioni preistoriche dell’area indoeuropea. Il suo significato preciso — culto solare, emblema guerriero o simbolo di buona sorte — rimane aperto.

Nei primi anni Settanta del Novecento, un gruppo di designer italiani composto da Bruno Munari, Roberto Sambonet, Bob Noorda e Pino Tovaglia scelse la rosa camuna come simbolo ufficiale della Regione Lombardia. Dal 1975 compare nel gonfalone, nello stemma e nella bandiera regionale.


Emmanuel Anati e la Ricerca Scientifica Moderna

La scoperta moderna delle incisioni rupestri della Val Camonica risale al 1914, quando l’alpinista Walter Laeng le segnalò nella Guida d’Italia del Touring Club Italiano. Le prime ricerche sistematiche seguirono tra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta, ad opera di Giovanni Marro, Paolo Graziosi e Raffaello Battaglia.

La svolta decisiva arrivò con Emmanuel Anati. L’archeologo, nato a Firenze nel 1930 e formatosi tra Gerusalemme, Harvard, Parigi e Oxford, raggiunse la Val Camonica nel 1956. Nel 1960 pubblicò La civilisation du Val Camonica, la prima grande sintesi scientifica sull’argomento. Nel 1964 fondò il Centro Camuno di Studi Preistorici (CCSP) a Capo di Ponte, che nel 2024 ha celebrato il suo 60º anniversario. Il centro è oggi un riferimento internazionale per lo studio dell’arte rupestre.


La Tutela del Sito: Parchi, Fondi e Sfide Contemporanee

Il patrimonio rupestre della Val Camonica è distribuito in otto parchi archeologici visitabili. Il principale è il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane, a Capo di Ponte, istituito nel 1958. La gestione e la valorizzazione del sito sono coordinate dalla Fondazione Valle dei Segni in collaborazione con la Comunità Montana di Valle Camonica.

È attualmente in corso un programma di manutenzione straordinaria con un finanziamento complessivo di 680.000 euro. Gli interventi completati nel 2025 hanno interessato i parchi di Luine, Seradina-Bedolina e Sellero, con cure della vegetazione, restauro lapideo, sistemazione delle infrastrutture e rilievi con droni e tecnologie 3D. Per il 2026 sono previsti nuovi cantieri al Parco Nazionale di Naquane, al Coren delle Fate di Sonico e nelle aree di Piancogno, Edolo, Borno e Ossimo.

Una delle questioni aperte riguarda la riduzione degli orari di apertura dei parchi, conseguenza di tagli ministeriali. Per farvi fronte si stanno sviluppando programmi promozionali, mostre e progetti didattici nelle scuole.


Un Cantiere Sempre Aperto

Le incisioni rupestri della Val Camonica non smettono di interrogare chi le studia. Ogni nuovo rilievo, ogni nuova tecnologia applicata — dalla fotogrammetria ai modelli 3D — porta alla luce dettagli prima invisibili e apre nuove domande. La ricerca continua su più fronti: l’interpretazione dei simboli, la datazione precisa delle figure, l’identificazione delle lingue e delle credenze dei popoli che le produssero.

Nel panorama internazionale, la Val Camonica rimane il sito di arte rupestre più importante d’Europa per quantità di testimonianze. Le incisioni rupestri sono un archivio inciso nella pietra che attraversa millenni — e che non ha ancora rivelato tutti i suoi significati.

Le Incisioni Rupestri della Val Camonica: Simboli, Misteri e Civiltà nella Roccia

Panoramica

La Val Camonica, situata nell’area alpina della Lombardia, ospita uno dei più grandi e straordinari complessi di arte rupestre al mondo. Con oltre 300.000 figure incise in oltre 180 località distribuite su 24 comuni, questo archivio millenario abbraccia un arco temporale di circa 10.000–13.000 anni, dalla fine del Paleolitico all’età romana e medievale. Nel 1979 il sito è stato iscritto come primo patrimonio italiano nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, classificato come Sito n. 94.[1][2][3][4][5]

Le incisioni — tecnicamente definite petroglifi, dal greco petro (pietra) e glyphein (incidere) — furono realizzate prevalentemente su superfici di roccia levigata dai ghiacciai, di colore grigio o azzurro-violetto. Due tecniche principali furono impiegate: la percussione, con strumenti in quarzite, selce o metallo, e il graffito, che graffiava la superficie con punte aguzze. Le figure si presentano talvolta semplicemente sovrapposte, ma spesso appaiono in relazione logica tra loro, illustrando un rito, una scena di caccia o un atto di lotta.[4][6]


La Scoperta in Epoca Moderna

Le prime segnalazioni risalgono all’alpinista bresciano Walter Laeng, che nel 1914 segnalò la presenza delle incisioni nel volume della Guida d’Italia del Touring Club Italiano. Le prime ricerche sistematiche furono condotte tra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta dall’antropologo Giovanni Marro, dal geologo Paolo Graziosi e dal paleontologo Raffaello Battaglia. Il clamore internazionale che ne derivò coinvolse specialisti dell’Institut für Kulturmorphologie di Francoforte.[7]

La svolta decisiva arrivò con Emmanuel Anati, un giovane archeologo nato a Firenze nel 1930 che aveva studiato all’Università di Gerusalemme e poi ad Harvard, Parigi e Oxford. Giunto in Val Camonica nel 1956, spinto in parte dall’abate Henri Breuil — il “padre” dell’arte preistorica europea — Anati comprese subito la necessità di uno studio sistematico ed estensivo delle figurazioni. Nel 1960 pubblicò La civilisation du Val Camonica, la prima grande sintesi sull’argomento. Nel 1964 fondò il Centro Camuno di Studi Preistorici (CCSP) a Capo di Ponte, istituzione dedicata allo studio, alla conservazione e alla promozione dell’arte rupestre. Grazie al suo impegno, nel 1979 la Valcamonica fu il primo monumento italiano a essere inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.[8][9][10]


Cronologia: Diecimila Anni di Storia Incisa

Le incisioni rupestri della Val Camonica non appartengono a un’unica epoca, ma si stratificano lungo un percorso millenario che riflette i profondi cambiamenti culturali, religiosi ed economici delle popolazioni alpine.[11]

Il Periodo Proto-Camuno e il Mesolitico (8000–5000 a.C.)

Le più antiche incisioni note in Val Camonica risalgono a gruppi di cacciatori nomadi del Mesolitico (VIII–V millennio a.C.). Sono in prevalenza figure zoomorfe a linea di contorno, di dimensioni talvolta pari a quelle naturali dell’animale rappresentato, in uno stile detto “semi-naturalistico”. Figurano l’alce e il bovide selvatico — animali poi scomparsi dalla fauna lombarda — colpiti da dardi, a indicare pratiche di caccia e probabili culti totemici. I luoghi dove si concentrano queste prime incisioni sono quelli del Parco di Luine presso Darfo Boario Terme.[11][12]

Il Neolitico (5000–3000 a.C.)

Con l’avvento dell’agricoltura nel VI millennio a.C., lo stile artistico cambiò drasticamente: il tema dominante passò dall’animale selvatico all’essere umano. Compaiono le prime figure antropomorfe schematiche, i cosiddetti “oranti” — individui con le braccia sollevate verso l’alto in segno di invocazione o preghiera. Appaiono anche le prime raffigurazioni di animali domestici e testimonianze di culti agricoli legati al sole e alla pioggia. Affiorano le prime “raffigurazioni topografiche“, interpretate come primitive mappe del territorio.[1][5][11]

L’Eneolitico e le Statue Menhir (3200–2500 a.C.)

Durante il Calcolitico (Età del Rame), con lo sviluppo della prima metallurgia e la scoperta dell’aratura, si diffusero in Val Camonica i massi-menhir e le statue stele, pietre scolpite che riflettevano una nuova religione cosmologica. Anati interpreta questi monumenti come espressione di una concezione tripartita dell’universo — cielo, terra e mondo sotterraneo — che trova paralleli nelle più antiche manifestazioni dell’ideologia indoeuropea, con possibili origini proprio nell’area alpina. Le armi metalliche — pugnali, asce, alabarde — erano incise come simboli delle energie divine.[1][11]

L’Età del Bronzo (2500–1000 a.C.)

Con l’Età del Bronzo si afferma il culto delle armi, che vengono magnificate come oggetti magici dotati di vita propria. Appaiono anche le “figure topografiche“, raffigurazioni di campi, muretti e strutture abitative interpretate come mappe di proprietà terriere e paesaggi. Si moltiplicano le figure di carri a due e quattro ruote, a testimonianza del grande sviluppo del commercio transalpino dell’epoca. Compaiono i primi spiriti antropomorfi malefici e benefici, progenitori delle future divinità del pantheon protostorico.[11]

L’Età del Ferro (1000–16 a.C.)

Il periodo più prolifico: circa il 75% di tutte le incisioni fu prodotto in questa fase. La Val Camonica era abitata dal popolo dei Camuni (o Camunni), ricordati dalle fonti latine come antagonisti di Roma, finalmente sottomessi nel 16 a.C.. Le scene dell’Età del Ferro sono vivacissime: guerrieri armati di lance, cavalieri, artigiani, sacerdoti, capanne su palafitte, carri, cerimonie rituali e scene di lotta. La civiltà camuna all’apice della sua fioritura possedeva una struttura socio-politica organizzata, praticava commerci a lunga distanza con Etruschi, Celti e Veneti, e sapeva scrivere con caratteri prestati dagli Etruschi.[1][4][13][14][11][15][12]


I Simboli: Tra Significato e Mistero

Le incisioni rupestri della Val Camonica funzionano come un taccuino pittografico, dove ogni figura è un ideogramma che rappresenta non l’oggetto reale ma la sua “idea”. La loro funzione è riconducibile a riti celebrativi, commemorativi, iniziatici e propiziatori.[4]

Tipologie di Figure

CategoriaEsempiEpoca predominante
Figure zoomorfeAlci, cervi, bovini, cavalli, caniMesolitico ? Età del Ferro
AntropomorfeOranti, guerrieri, sacerdoti, figure danzantiNeolitico ? Età del Ferro
Armi e strumentiPugnali, asce, alabarde, carri, aratriEneolitico ? Età del Ferro
Simboli geometriciCoppelle, labirinti, spirali, figure topograficheNeolitico ? Età del Ferro
Simboli cosmologiciSoli, cerchi, croci ansate, rose camuneEtà del Ferro

Le figure di guerrieri rappresentano uno dei temi più ricorrenti: si vedono uomini armati di lance a cavallo, figure legate insieme che evocano la cattura di prigionieri, e maniscalchi al lavoro. Accanto a queste, le scene rituali mostrano personaggi descritti dai ricercatori come “sacerdoti-artisti”, figure che si isolavano per meditare e incidere in luoghi lontani dai centri abitati.[15]

Le “Figure Topografiche”: Mappe Preistoriche?

Tra i misteri più affascinanti spiccano le cosiddette figure topografiche, incisioni geometriche interpretate da molti studiosi come rappresentazioni cartografiche di territori, campi e villaggi. Appaiono a partire dall’Età del Bronzo e raggiungono una grande diffusione. La loro precisa funzione — mappe reali, rappresentazioni di paesaggi immaginari o simboli di proprietà — è ancora dibattuta. La loro presenza testimonia comunque un forte senso di legame con il territorio e con la proprietà della terra.[11]

Simboli Rituali e Cosmologici

Secondo Umberto Sansoni, direttore del Dipartimento Valcamonica e Lombardia del CCSP, l’arte rupestre è innanzitutto un linguaggio simbolico che si inserisce in un contesto rituale, mitico, teologico e magico. I simboli rispondono a esigenze profonde dell’individuo e della comunità. Per comprenderli appieno, Sansoni propone una metodologia interdisciplinare che integra archeologia, antropologia, storia delle religioni e psicologia analitica junghiana — alla ricerca delle “matrici archetipiche” dei simboli.[16]


La Rosa Camuna: Il Simbolo dei Simboli


Camunian rose
Tra tutte le incisioni della Val Camonica, nessuna ha raggiunto la notorietà della rosa camuna. Si tratta di una figura formata da una linea che si sviluppa come una girandola a quattro bracci inserita tra nove pallini o coppelle allineate. È stata ritrovata 92 volte tra le 300.000 incisioni del sito, principalmente in 27 rocce della Media Valle Camonica (Capo di Ponte, Foppe di Nadro, Sellero, Ceto, Paspardo).[17]

Il simbolo risale all’Età del Ferro, dal VII al I secolo a.C.. È spesso associato a guerrieri che sembrano danzarle intorno e a difenderla da nemici armati, suggerendo una funzione apotropaica o identitaria. Simboli analoghi sono stati rinvenuti in Mesopotamia, Portogallo, Svezia e Gran Bretagna (celebre la Swastika Stone di Ilkley Moor, Yorkshire), portando alcuni studiosi a ipotizzare una diffusione dell’emblema attraverso contatti tra popolazioni preistoriche.[17]

Il suo significato rimane fonte di dibattito: alcuni studiosi la collegano al culto solare, altri la interpretano come simbolo di buona fortuna o emblema di un’identità guerriera diffusa tra i popoli indoeuropei. Nei primi anni Settanta del Novecento, un gruppo di designer italiani — Bruno Munari, Roberto Sambonet, Bob Noorda e Pino Tovaglia — scelse la rosa camuna come simbolo ufficiale della Regione Lombardia, adottata nel 1975. Da allora compare nel gonfalone, nello stemma e nella bandiera regionale.[18][19]


Il Popolo dei Camuni

Il termine “Camuni” (o Camunni) designa le popolazioni che abitarono la Val Camonica dal Neolitico fino alla conquista romana. La loro origine è incerta: secondo Plinio il Vecchio erano Euganei, secondo Strabone erano Reti — una questione che ancora oggi solo lo studio approfondito della loro lingua potrà risolvere.[20]

La civiltà camuna all’apice della sua fioritura — tra il 1000 e l’800 a.C. — era tutt’altro che primitiva. Aveva una struttura sociale articolata con capi, sacerdoti, mercanti e artigiani; viveva in castellieri di pietra e in capanne di legno; usava il carro e l’aratro; estraeva e lavorava il ferro nelle numerose miniere locali; produceva ceramica decorata e intratteneva commerci con Etruschi, Celti e Veneti. I Camuni avevano persino una forma di scrittura con caratteri derivati dall’alfabeto etrusco, adattati alla propria lingua che mostrava influenze retiche e celtiche a seconda delle aree.[11][15]

La conquista romana del 16 a.C. non cancellò immediatamente la tradizione incisoria, ma la ridimensionò drasticamente: si conoscono incisioni di epoca romana, medievale e finanche del XIX secolo, ma in numero non comparabile con la grandiosa attività preistorica.[4]


Metodologia di Studio e Datazione

La datazione delle incisioni rupestri è una delle sfide più complesse dell’archeologia preistorica, in quanto le rocce non contengono materia organica databile con il carbonio-14. I ricercatori ricorrono a un approccio multidisciplinare:[21]

  • Analisi stilistica: ogni periodo ha uno stile caratteristico (semi-naturalistico per i cacciatori del Mesolitico, schematico per i neolitici, ecc.).
  • Stratigrafia visiva: quando le figure si sovrappongono, quella sottostante è necessariamente più antica.
  • Confronto iconografico: le armi, gli strumenti e i tipi di animali rappresentati permettono di collocare le incisioni in specifici orizzonti culturali.
  • Contesto archeologico: le scoperte nei livelli del suolo vicini alle rocce istoriate forniscono ulteriori dati.
  • Luce radente e colorazione: tecniche di rilevazione introdotte dai pionieri Battaglia e Marro, ancora in uso oggi.[21]
  • Tecnologie avanzate: rilievi 3D, fotogrammetria e modelli digitali di elevazione.[22]

La funzione delle incisioni è riconducibile, secondo la maggior parte degli studiosi, a riti celebrativi, propiziatori, commemorativi e iniziatici svolti sotto la guida di figure religiose — sacerdoti, sciamani o capi — nelle zone rupestri funzionanti come veri e propri santuari a cielo aperto.[6]


I Misteri Irrisolti

Nonostante decenni di ricerche, una parte significativa delle incisioni resiste a ogni interpretazione definitiva.[16]

I Segni Geometrici Ripetuti

Alcune incisioni presentano schemi geometrici — reticoli, spirali, coppelle, sequenze di linee — ripetuti ossessivamente su diverse rocce e in periodi diversi. La loro funzione è tuttora incerta: potrebbero essere calendari astronomici, forme di proto-scrittura, rappresentazioni di tessuti o semplicemente ornamenti rituali. Studi recenti sull’arte rupestre paleolitica europea hanno rilevato in altri contesti l’esistenza di sistemi di comunicazione protonotazionali — apertura che invita a rileggere anche i segni camuni con occhi nuovi.[23][6]

Le Figure Topografiche

Come citato in precedenza, le rappresentazioni topografiche dell’Età del Bronzo restano uno dei misteri più dibattuti. Alcune di queste figure mostrano strutture geometriche che ricordano stranamente le attuali divisioni catastali del territorio — una coincidenza che ha alimentato ipotesi affascinanti sulla continuità del paesaggio agrario lombardo.[11]

La Sovrapposizione delle Immagini

Molte rocce presentano incisioni di epoche diverse sovrapposte le une alle altre senza un ordine apparente, come se lo stesso “supporto” fosse stato utilizzato più volte nel corso di secoli. Perché le generazioni successive tornavano sulle stesse rocce? Emmanuel Anati suggerisce che potrebbe trattarsi di luoghi sacri, dove il valore simbolico del supporto si accumulava nel tempo.[6]


Il Sito UNESCO e la Tutela Attuale


Il patrimonio rupestre della Val Camonica è distribuito in otto parchi archeologici visitabili: il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane (Capo di Ponte), il Parco Archeologico Nazionale dei Massi di Cemmo, il Parco Comunale di Seradina-Bedolina, la Riserva Naturale di Ceto-Cimbergo-Paspardo, il Parco del Lago Moro-Luine-Monticolo (Darfo Boario Terme), il Parco di Asinino-Anvòia (Ossimo), il Parco Comunale di Sellero e il Percorso di Sonico. La maggiore concentrazione si trova nell’area di Capo di Ponte, dove nel 1958 fu istituito il Parco Nazionale di Naquane.[2]

La Fondazione Valle dei Segni, in collaborazione con la Comunità Montana di Valle Camonica, coordina attualmente un importante programma di manutenzione straordinaria con un finanziamento complessivo di 680.000 euro. Gli interventi — completati nel 2025 nei parchi di Luine, Seradina-Bedolina e Sellero — comprendono cura della vegetazione, restauro lapideo, sistemazione delle infrastrutture e documentazione con droni e rilievi 3D. Per il 2026 sono previsti lavori nel Parco Nazionale di Naquane e al Coren delle Fate di Sonico, con nuovi interventi nelle aree di Piancogno, Edolo, Borno e Ossimo.[22][24][25]

Una sfida attuale riguarda la riduzione degli orari di apertura a causa di tagli ministeriali, problema al quale si sta cercando di rispondere con programmi promozionali, mostre e progetti didattici nelle scuole.[25]


La Val Camonica nel Panorama Internazionale dell’Arte Rupestre

Il Centro Camuno di Studi Preistorici celebrò nel 2024 il suo 60º anniversario, confermando il ruolo di riferimento internazionale della Val Camonica per lo studio dell’arte rupestre. Negli ultimi decenni l’interesse scientifico per l’arte rupestre è esploso a livello globale: dall’Indonesia (dove nel 2024 è stata scoperta la pittura rupestre figurativa più antica del mondo, risalente a oltre 51.000 anni fa) fino alle Alpi Liguri (dove recenti studi hanno portato alla luce incisioni rituali dell’Età del Ferro), il dialogo tra siti diversi arricchisce continuamente la comprensione del fenomeno camuno.[26][27][28]

Nel quadro italiano, la Val Camonica rimane il sito di arte rupestre più importante d’Europa per quantità di testimonianze, ma scoperte recenti hanno ampliato il perimetro della ricerca: ad esempio, nel 2024 sono state individuate le incisioni rupestri più alte d’Europa ai piedi del ghiacciaio del Pizzo Tresero (3.000 m), databili alla Media Età del Bronzo, aprendo nuove prospettive sulle frequentazioni umane in alta quota.[29][2]


Conclusioni: Un Archivio Aperto

Le incisioni della Val Camonica sono molto più di semplici disegni su pietra: sono un archivio vivente di 10.000 anni di pensiero umano, credenze religiose, strutture sociali e trasformazioni economiche. Ogni strato racconta una storia diversa — dai cacciatori nomadi del Mesolitico ai guerrieri dell’Età del Ferro, dai primi agricoltori neolitici ai commercianti indoeuropei. La continuità di questo archivio, che attraversa il Paleolitico, il Neolitico, il Calcolitico, l’Età del Bronzo, l’Età del Ferro e giunge all’epoca romana, non ha equivalenti in Europa.[11]

Eppure molti significati restano inaccessibili. Come osserva il CCSP, per decifrare i simboli occorre “calarsi nella realtà del mondo vissuto in quel tempo, rivivere le esperienze e le emozioni di quei popoli lontani” — un compito che sfida ogni generazione di ricercatori a sviluppare nuovi metodi, nuove tecnologie e nuova sensibilità. La Val Camonica è, in questo senso, un cantiere intellettuale sempre aperto: un luogo dove l’umanità continua a interrogarsi sulle proprie origini e sul proprio modo di dare forma al mondo.[16]

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  • Materiali speleo-alpinistici, il ciclo di vita al centro del III Corso Nazionale a Erba e Monte Marenzo
    Condividi Tre giorni tra la sede produttiva di Kong Italia e le prove sul campo per comprendere come nasce, viene certificato e ispezionato un dispositivo di protezione individuale destinato alla progressione in grotta Un corso nazionale tra fabbrica e territorio Dal 19 al 21 giugno 2026, il Gruppo Speleologico CAI Erba organizza il III Corso Nazionale di Aggiornamento Culturale intitolato “Progettazione, Costruzione, Test e Certificazione Materiali Speleo-Alpinistici”, sotto l’egi
     

Materiali speleo-alpinistici, il ciclo di vita al centro del III Corso Nazionale a Erba e Monte Marenzo

Apríl 25th 2026 at 09:00

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Tre giorni tra la sede produttiva di Kong Italia e le prove sul campo per comprendere come nasce, viene certificato e ispezionato un dispositivo di protezione individuale destinato alla progressione in grotta


Un corso nazionale tra fabbrica e territorio

Dal 19 al 21 giugno 2026, il Gruppo Speleologico CAI Erba organizza il III Corso Nazionale di Aggiornamento Culturale intitolato “Progettazione, Costruzione, Test e Certificazione Materiali Speleo-Alpinistici”, sotto l’egida della Scuola Nazionale di Speleologia del CAI (SNS CAI) e in collaborazione con Kong Italia. Le attività si svolgono tra Erba (CO) e Monte Marenzo (LC), con sede operativa presso lo stabilimento Kong, in Via XXV Aprile 4.

Il corso è alla sua terza edizione e si propone di far comprendere ai partecipanti l’intero ciclo di vita di un dispositivo speleo-alpinistico: dalla fase di ideazione e progettazione fino alla produzione, ai test certificati e all’immissione sul mercato europeo. È prevista anche la possibilità di testare attrezzature portate direttamente dai partecipanti, rendendo l’esperienza concreta e applicata. La direzione è affidata all’Ins. Ardizzi Alfonso.


Il programma in tre giornate: visita aziendale, normativa e test dinamici

La prima giornata, venerdì 19 giugno, si apre alle 9:00 con l’arrivo dei partecipanti e il controllo della documentazione. Dopo la presentazione del corso, è prevista la visita aziendale Kong: l’occasione di osservare dal vivo le linee di produzione, il laboratorio prove e il sistema qualità dell’azienda lecchese. Nel pomeriggio si svolgono le prime lezioni teoriche dedicate alla normativa DPI, al regolamento europeo e ai test sui dispositivi. La giornata si conclude con la cena alle 20:30.

La seconda giornata, sabato 20 giugno, si trasferisce a Monte Marenzo ed è la più intensa sul piano tecnico. Al mattino vengono affrontate le normative D.Lgs. 81/08 in ambito sportivo, l’ispezione DPI e la prima sessione di test dinamici con celle di carico. Dopo il pranzo si prosegue con una seconda sessione di test dinamici (13:30–15:30), seguita dalle prove DPI tra i partecipanti con le proprie attrezzature (15:45–18:00).

La terza giornata, domenica 21 giugno, combina lezioni teoriche ed esercitazioni pratiche, con conclusione del corso, pranzo e consegna degli attestati alle 12:30.


Kong Italia: il contesto produttivo come aula didattica

La scelta della sede Kong non è casuale. L’azienda di Monte Marenzo, fondata nel 1830 come officina meccanica dalla famiglia Bonaiti, ha assunto il nome KONG nel 1977 e da allora è uno dei principali produttori mondiali di DPI per alpinismo, speleologia, lavoro su fune e soccorso. Lo stabilimento attuale di circa 10.000 mq ospita l’intero ciclo produttivo, dalla progettazione al confezionamento, con un organico di circa 70 dipendenti. Kong è certificata UNI EN ISO 9001 dal 1994 e vanta accreditamenti IRATA e GWO per la formazione su funi in ambito industriale.

Per i partecipanti al corso, visitare direttamente la linea di produzione significa collegare in modo immediato la teoria normativa alla realtà manifatturiera: si vede come nasce fisicamente il dispositivo che si usa in grotta, quali controlli subisce, chi certifica la sua conformità.


Test statici e dinamici: la fisica dietro la sicurezza

Uno dei temi centrali del corso riguarda la differenza tra test statici e test dinamici applicati ai DPI speleo-alpinistici. I test statici misurano la resistenza alla trazione lenta e progressiva del campione, ma non replicano le condizioni reali di una caduta. I test dinamici, realizzati con celle di carico e sensori di distanza in acquisizione real-time, registrano simultaneamente forza, allungamento e tempo durante una sollecitazione impulsiva, replicando ciò che accade in una caduta vera.

La ricerca del Gruppo di Lavoro Materiali e Tecniche della SNS CAI, condotta con la Torre di Caduta C.R.A.S.C., ha dimostrato che i materiali speleo-alpinistici si comportano in modo molto diverso a seconda della velocità di deformazione. Un cordino in Dyneema da 5,5 mm, per esempio, può dimezzare il suo carico di rottura nelle condizioni tipiche della progressione speleo-canyoning rispetto a una trazione lenta di laboratorio. Il bloccante Petzl Croll su corda statica, invece, si comporta di fatto come un dissipatore: raggiunta la forza critica, la calza della corda scorre sull’anima generando attrito e mantenendo la forza trasmessa all’utente al di sotto dei valori pericolosi.


Il quadro normativo: Regolamento UE 2016/425 e norme EN

Tutti i dispositivi speleo-alpinistici (imbracature, moschettoni, corde, bloccanti, dissipatori, caschi) appartengono alla Categoria III dei DPI, definita dal Regolamento UE 2016/425: quella che riguarda i rischi di morte o lesioni gravi permanenti e richiede progettazione complessa. L’iter di certificazione prevede che un Organismo Notificato verifichi la conformità del prototipo alle norme EN armonizzate applicabili (Esame UE del Tipo, Modulo B), con rilascio di un certificato valido fino a cinque anni, e una successiva sorveglianza annuale della produzione (Modulo C2 o D). La dichiarazione di conformità UE deve essere conservata per dieci anni dall’immissione sul mercato.

Le norme tecniche di riferimento sono gestite da due comitati tecnici CEN distinti: il TC.136 per l’uso sportivo/alpinistico e il TC.160 per l’uso lavorativo. Questa doppia struttura genera una complessità pratica rilevante per chi usa le stesse attrezzature in ambito sia sportivo che professionale. Il caso più comune riguarda i moschettoni: per essere certificati sia EN 12275 (TC.136) sia EN 362 (TC.160) devono essere dotati di bloccaggio automatico o manuale apribile con almeno due movimenti consecutivi e intenzionali. I moschettoni con semplice ghiera non soddisfano questo requisito.


D.Lgs. 81/08, ispezione DPI e il Registro Ispettori Kong

Dal 5 settembre 2023 le associazioni sportive, incluse le sezioni CAI, sono formalmente soggette agli obblighi di sicurezza del D.Lgs. 81/2008. Per gli istruttori che svolgono attività retribuita questo comporta obblighi concreti: i DPI devono rispettare le istruzioni del produttore, devono essere ispezionati periodicamente e devono essere ritirati dal servizio quando non soddisfano più i criteri di idoneità.

Per garantire che le ispezioni siano eseguite da personale competente, Kong ha istituito dal 1° gennaio 2014 un Registro Ufficiale degli Ispettori DPI: solo gli iscritti al registro, formati e certificati attraverso i corsi Kong (Ispettore L1 e L2), possono ispezionare le attrezzature in modo autonomo e con responsabilità diretta. Il sabato del corso è dedicato proprio all’ispezione DPI: i partecipanti imparano a verificare usura, deformazioni, cuciture, marcatura CE, storico delle cadute e conformità alle istruzioni del produttore.


Il GS CAI Erba e i 50 anni di speleologia comasco-lecchese

Il Gruppo Speleologico CAI Erba è stato fondato l’8 maggio 1975 da Marco Bomman, Enrico Hartung de Hartungen e Rino Sala. Nel 2025 il gruppo ha celebrato i 50 anni di attività con la pubblicazione di un volume fotografico dedicato al complesso carsico dell’Alpe del Vicerè e al Buco del Piombo, grotta simbolo del territorio con un ingresso di 45 metri di altezza e oltre 7 km di sviluppo del sistema carsico. Roberto Sala, segretario del III Corso, è una figura di riferimento nella speleologia locale.


Requisiti, quote e iscrizioni

Il corso è aperto a tutti i soci CAI in regola per il 2026 con almeno 16 anni di età (per i minori è richiesta autorizzazione dell’esercente la responsabilità genitoriale). È riconosciuto come aggiornamento valido per i Titolati di 1° e 2° livello (IS e INS) e per gli Istruttori Sezionali di Speleologia e Torrentismo del CAI. Il numero massimo di partecipanti è fissato a 20, con priorità per ordine di iscrizione; il numero minimo per attivare il corso è 10.

La quota di partecipazione è di € 140,00, comprensiva di vitto e alloggio dal pranzo di venerdì 19 al pranzo di domenica 21 giugno, utilizzo del materiale tecnico collettivo e attestato di partecipazione in PDF. Non sono incluse le spese di trasporto. Il pernottamento avviene presso la struttura Noivoiloro Soc. Coop. Sociale Onlus di Erba (Via dei Lavoratori 7); è necessario portare materassino o brandina e sacco a pelo, con possibilità di montare la tenda all’esterno.

Il pagamento avviene tramite bonifico bancario su IBAN IT43J0832950830000000170251, intestato a Club Alpino Italiano Sez. di Erba, con causale: CORSO “Progettazione, costruzione, test e certificazione materiali speleo-alpinistici” 2026 + nome e cognome.

Iscrizioni: roberto.claudia@tiscali.it
Direttore del corso: Ins. Ardizzi Alfonso – tel. 347 03301707
Segreteria: Sala Roberto – tel. 334 7583394


Il report affronta tutti i pilastri tematici che verranno trattati nelle tre giornate di Monte Marenzo, organizzati in 10 sezioni:

  • Kong Italia e il ciclo produttivo – storia dell’azienda dal 1830 e perché la sede è l’ambiente ideale per questo tipo di formazione
  • Regolamento UE 2016/425 – le tre categorie di DPI, l’iter completo di certificazione CE con Organismo Notificato, i moduli B/C2/D
  • Norme EN armonizzate – tabella completa TC.136 e TC.160, il problema della doppia certificazione moschettoni
  • Fisica dei test – differenza tra test statici e dinamici, fattore di caduta, test Doderò per EN 892, la Torre di Caduta CRASC e i suoi risultati sorprendenti (Dyneema annodato che dimezza la resistenza)
  • Fibre sintetiche – nylon, poliestere, Dyneema, Kevlar e le loro implicazioni pratiche
  • D.Lgs. 81/08 e ispezione DPI – obblighi dal settembre 2023, registro ispettori Kong, checklist di ispezione pratica
  • GS CAI Erba – il gruppo organizzatore e i suoi 50 anni di storia
  • Struttura formativa SNS CAI – titoli, obblighi di aggiornamento, calendario 2026
  • 14 domande di esame su tre livelli di difficoltà

Guida Studio – III Corso Nazionale “Progettazione, Costruzione, Test e Certificazione Materiali Speleo-Alpinistici”

GS CAI Erba · SNS CAI · Kong Italia — 19–21 giugno 2026, Erba (CO) / Monte Marenzo (LC)


Panoramica del Corso

Il III Corso Nazionale di Aggiornamento Culturale è organizzato dal Gruppo Speleologico CAI Erba sotto l’egida della Scuola Nazionale di Speleologia del CAI (SNS CAI) e in collaborazione con Kong Italia. L’obiettivo centrale è fornire una comprensione completa e applicata del ciclo di vita di un dispositivo speleo-alpinistico: dalla fase di ideazione e progettazione fino alla produzione, ai test e alla certificazione ufficiale. Il corso è diretto dall’Ins. Ardizzi Alfonso ed è valido come aggiornamento per i Titolati di 1° e 2° livello e per gli Istruttori Sezionali di Speleologia e Torrentismo del CAI.


Concetti Chiave da Studiare

1. Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) – Definizioni e Categorie

I DPI speleo-alpinistici (imbracature, moschettoni, corde, bloccanti, dissipatori, caschi, ecc.) sono classificati come DPI di III categoria poiché proteggono da rischi di morte o lesioni gravi di carattere permanente e presentano progettazione complessa. Le tre categorie sono:

CategoriaLivello di rischioEsempi
Cat. IDanni fisici lievi, progettazione sempliceStivali, occhiali da sole
Cat. IIRischi intermediGuanti da lavoro leggeri
Cat. IIIRischio morte o lesioni gravi permanenti, progettazione complessaImbracature, corde, moschettoni, caschi speleo

Dal luglio 1995 non è legale produrre e immettere in commercio in Europa materiali classificabili come DPI privi del marchio di conformità CE.


2. Normativa Europea di Riferimento – Regolamento UE 2016/425

Il Regolamento UE 2016/425 è il testo normativo fondamentale che disciplina i DPI nell’Unione Europea, sostituendo la precedente Direttiva 89/686/CEE. Per i DPI di Cat. III (come quelli speleo-alpinistici) l’iter di certificazione prevede:

  • Modulo B – Valutazione UE del tipo (obbligatorio per Cat. III)
  • Modulo C2 – Conformità al tipo con controllo interno della produzione + prove periodiche casuali
  • Modulo D – Conformità al tipo basata su garanzia di qualità del processo produttivo

La dichiarazione di conformità UE e la documentazione tecnica devono essere conservate per 10 anni dalla data di immissione del DPI sul mercato; il Certificato UE del Tipo (Modulo B) ha validità massima di 5 anni.


3. Norme CEN Armonizzate per Attrezzature Alpinistiche/Speleologiche

Le norme tecniche europee (EN) definiscono i requisiti prestazionali per ogni tipologia di attrezzatura. Kong, in quanto produttore di riferimento, certifica i propri prodotti rispetto a queste norme:

Norma ENAttrezzatura
EN 564Corde accessorie / cordini
EN 565Fettucce
EN 566Anelli di fettuccia
EN 567Bloccanti / risalitori
EN 892Corde dinamiche (= UIAA 101)
EN 12275Connettori (moschettoni) – ambito alpinistico TC.136
EN 362Connettori – ambito lavoro su fune TC.160

Nota critica: Molti attrezzi alpinistici devono essere conformi contemporaneamente a due normative (es. EN 12275 e EN 362 per i moschettoni con ghiera), sebbene queste non siano sempre coerenti tra loro.


4. Certificazione CE vs. Certificazione UIAA

AspettoCertificazione CECertificazione UIAA
ObbligatorietàObbligatoria in EuropaVolontaria
EnteCommissione Europea / Organismi NotificatiUIAA (Federazione Int. Alpinismo)
AmbitoMercato europeoInternazionale
Rinnovo5 anni (Modulo B)Ogni 2 anni
SovrapposizionePossibile con UIAAPossibile con CE

Un prodotto acquistato in Europa può avere solo il marchio CE oppure entrambi (CE + UIAA). I parametri delle due certificazioni sono molto simili ma i cicli di rinnovo differiscono.


5. D.Lgs. 81/08 – Sicurezza sul Lavoro in Ambito Sportivo

Il Decreto Legislativo 81/2008 (Testo Unico sulla Sicurezza) si applica anche alle associazioni sportive. Dal 5 settembre 2023 (D.Lgs. 36/2021 e decreti attuativi) le associazioni sportive sono formalmente soggette agli obblighi di sicurezza sul lavoro.

Concetti fondamentali relativi all’uso dei DPI (Capo II, art. 74–79 D.Lgs. 81/08):

  • I DPI devono essere impiegati quando i rischi non possono essere evitati o sufficientemente ridotti da misure tecniche di prevenzione collettiva
  • Il datore di lavoro è tenuto a fornire DPI conformi e ad assicurarne la manutenzione
  • L’ispezione periodica dei DPI complessi (es. attrezzature Kong) deve essere svolta da ispettori formati e abilitati
  • Dal 1° gennaio 2014, Kong ha istituito un Registro Ufficiale Ispettori DPI per garantire che le ispezioni siano eseguite solo da personale competente

6. Ciclo di Vita di un Dispositivo Speleo-Alpinistico

text[Ideazione] ? [Progettazione] ? [Prototipazione] ? [Test statici e dinamici]
      ? [Valutazione da Organismo Notificato] ? [Certificazione CE]
      ? [Produzione in serie] ? [Immissione sul mercato]
      ? [Ispezione periodica] ? [Fine vita / Fuori uso]

Le fasi chiave da conoscere per l’esame:

  1. Ideazione e progettazione: analisi del bisogno, scelta materiali, disegno tecnico
  2. Prototipazione: costruzione del primo esemplare
  3. Test statici: carichi lenti e progressivi (es. forza di rottura)
  4. Test dinamici con celle di carico: simulazione di caduta, misurazione della forza di arresto (shock load)
  5. Certificazione da Organismo Notificato: verifica conformità alle norme armonizzate
  6. Produzione: controllo qualità in linea (ISO 9001)
  7. Ispezione DPI in uso: verifica visiva e funzionale secondo procedure del produttore

7. Ispezione DPI – Principi Pratici

L’ispezione periodica dei DPI è un obbligo normativo (art. 77 D.Lgs. 81/08). Kong fornisce formazione specifica (Corsi Ispettore L1 e L2).

Elementi da verificare durante l’ispezione:

  • Integrità strutturale (crepe, deformazioni, corrosione, usura)
  • Cuciture e fibbie (imbracature): assenza di tagli, abrasioni, sfrangiature
  • Marcatura CE e leggibilità delle etichette
  • Data di fabbricazione e durata di vita residua
  • Storico d’uso e cadute subite (dispositivi dinamici vanno ritirati dopo cadute severe)
  • Conformità alle istruzioni d’uso del produttore (obbligatorie per legge)

Programma Dettagliato – Calendario Lezioni

Venerdì 19 giugno (sede Kong, Monte Marenzo)

OrarioAttività
09:00Arrivo partecipanti
09:30–10:00Controllo documentazione
10:00–11:00Presentazione del corso
11:00–12:30Visita aziendale Kong
12:30Pranzo
PomeriggioLezioni su normativa DPI, regolamento europeo, test sui dispositivi
20:30Cena

Sabato 20 giugno (Monte Marenzo, prove sul campo)

OrarioAttività
07:30Colazione e partenza per Monte Marenzo
09:00–12:00D.Lgs. 81/08, normative sportive, ispezione DPI
10:45–12:00Test dinamici con celle di carico (I sessione)
13:30–15:30Test dinamici con celle di carico (II sessione)
15:45–18:00Prove DPI tra partecipanti (attrezzature personali)
20:30Cena

Domenica 21 giugno (conclusione)

OrarioAttività
07:30Colazione
09:00–12:00Lezione teorica + esercitazioni pratiche
12:30Pranzo, consegna attestati e conclusione

Requisiti di Partecipazione

  • Essere soci CAI in regola per l’anno 2026
  • Età minima 16 anni (per minori: autorizzazione firmata dall’esercente la responsabilità genitoriale)
  • Attrezzatura personale completa per la progressione su corda, casco compreso
  • Massimo 20 partecipanti (priorità per ordine di iscrizione); minimo 10

Informazioni Logistiche e Iscrizione

VoceDettaglio
Sede corsoKong Italia, Via XXV Aprile 4, 23804 Monte Marenzo (LC)
Vitto e alloggioNoivoiloro Soc. Coop. Sociale Onlus, Via dei Lavoratori 7, 22036 Erba (CO)
Quota€ 140,00 (include vitto e alloggio ven. pranzo ? dom. pranzo, materiale collettivo, attestato PDF)
Non inclusoSpese di trasporto/trasferimento
PernottamentoPortare materassino/brandina e sacco a pelo; tenda ammessa all’esterno
IBANIT43J0832950830000000170251 – C/C: Club Alpino Italiano Sez. di Erba
CausaleCORSO “Progettazione, costruzione, test e certificazione materiali speleo-alpinistici” 2026 + nome e cognome
Iscrizioniroberto.claudia@tiscali.it
DirettoreIns. Ardizzi Alfonso – tel. 347 03301707
SegreteriaSala Roberto – tel. 334 7583394

Flashcard di Ripasso

Q: Qual è il Regolamento UE che disciplina i DPI dal 2016?
R: Regolamento UE 2016/425 (ha sostituito la Direttiva 89/686/CEE)

Q: A quale categoria DPI appartengono le imbracature da speleologia?
R: Categoria III – protezione contro rischi di morte o lesioni gravi permanenti

Q: Per quanto tempo va conservata la dichiarazione di conformità UE di un DPI?
R: 10 anni dalla data di immissione sul mercato

Q: Qual è la differenza tra certificazione CE e certificazione UIAA?
R: La CE è obbligatoria per vendere in Europa; la UIAA è volontaria e si rinnova ogni 2 anni

Q: Cos’è il Modulo B della certificazione CE?
R: È la valutazione UE del tipo eseguita da un Organismo Notificato, obbligatoria per i DPI di Cat. III, con validità massima di 5 anni

Q: Quando si applica il D.Lgs. 81/08 nelle associazioni sportive?
R: Dal 5 settembre 2023 le associazioni sportive sono formalmente soggette agli obblighi di sicurezza del D.Lgs. 81/08

Q: Chi può ispezionare i DPI Kong in modo autonomo e con responsabilità propria?
R: Solo gli ispettori registrati nel Registro Ufficiale Ispettori DPI Kong, attivo dal 1° gennaio 2014

Q: Qual è la forza misurata nei test dinamici con celle di carico?
R: La forza di arresto (shock load): la forza impulsiva trasmessa all’utente in caso di caduta trattenuta dal sistema DPI

Q: Un moschettone con ghiera può essere certificato sia EN 12275 sia EN 362?
R: , ma solo se dotato di bloccaggio automatico o manuale apribile con almeno due movimenti consecutivi e intenzionali

Q: Perché le corde da arrampicata standard non sono completamente resistenti al taglio su spigoli vivi?
R: Perché il contatto con uno spigolo concentra la forza in un punto ristretto; nessuna corda dinamica standard è completamente resistente in tutte le condizioni possibili


Domande di Pratica

  1. Descrivi le fasi del ciclo di certificazione di un moschettone destinato alla speleologia, dall’ideazione all’immissione sul mercato.
  2. In che modo il D.Lgs. 81/08 si applica agli istruttori di speleologia del CAI? Quali adempimenti prevede?
  3. Qual è la differenza tra un test statico e un test dinamico con cella di carico? In quali fasi del programma verranno effettuati?
  4. Perché alcuni prodotti devono rispettare contemporaneamente due norme europee diverse (es. TC.136 e TC.160)?
  5. Elenca almeno 5 elementi da verificare durante un’ispezione periodica di un’imbracatura speleo-alpinistica.
  6. Qual è la conseguenza pratica per un produttore che immette sul mercato un DPI di Cat. III privo di marcatura CE?

Avvertenza Rischio Residuo

Come indicato nelle condizioni di partecipazione, la frequentazione della grotta e delle palestre è attività che presenta rischi intrinseci. Il CAI adotta tutte le misure precauzionali affinché si operi con ragionevole sicurezza, ma un rischio residuo è sempre presente e mai azzerabile. Il trattamento dei dati personali è eseguito in accordo all’art. 13 del Regolamento UE 679/16 (GDPR).

Fonti consultate

L'articolo Materiali speleo-alpinistici, il ciclo di vita al centro del III Corso Nazionale a Erba e Monte Marenzo proviene da Scintilena.

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  • Primo soccorso e gestione emergenze in grotta a Casola Valsenio 2026
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Primo soccorso e gestione emergenze in grotta a Casola Valsenio 2026

Apríl 25th 2026 at 08:00

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1. Primo soccorso e gestione emergenza in grotta: a Casola Valsenio tre giorni di formazione SNS?CAI su aspetti medici, psicologici e comportamentali in ambiente ipogeo e torrentistico


2. Formazione speleologica: primo soccorso e gestione emergenza in grotta al centro del programma

Dal 25 al 27 settembre 2026 a Casola Valsenio (Ravenna) si svolgerà il Corso nazionale di primo soccorso e gestione emergenze in grotta, organizzato in Emilia?Romagna dalla Scuola Nazionale di Speleologia del CAI nell’ambito delle attività di formazione specialistica rivolte agli speleologi già formati.scintilena+1

Il corso, dedicato al tema “Primo soccorso e gestione dell’emergenza in grotta: aspetti medici, psicologici e comportamentali”, è ospitato presso Casa Olmatelli, struttura che accoglie sia le attività didattiche in aula sia la sistemazione dei partecipanti, con camere condivise dotate di servizi, cucina e spazi comuni.facebook+1

L’iniziativa si inserisce nel quadro più ampio della formazione speleologica e torrentistica 2026 definita dalla SNS?CAI, con l’obiettivo di rafforzare le competenze operative di chi frequenta l’ambiente ipogeo e di rendere più consapevole la gestione del rischio in contesti dove tempi e modalità di soccorso sono particolarmente complessi.scintilena+1


3. Primo soccorso e gestione emergenza in grotta: obiettivi, contenuti e metodi didattici

Il corso nazionale di primo soccorso e gestione emergenza in grotta mira a formare e informare i partecipanti sui comportamenti da adottare per prevenire, riconoscere e gestire un’emergenza sanitaria in caso di incidente in ambiente ipogeo e torrentistico.scintilena+1

Gli argomenti trattati includono:

  • la gestione dell’emergenza e dell’incidente in ambiente, con particolare attenzione all’organizzazione del gruppo e alle fasi che vanno dalla valutazione della scena all’allertamento del CNSAS;
  • richiami alle nozioni basiche di medicina e primo soccorso, applicate al contesto speleologico;
  • i principi di movimentazione del ferito in cavità e in forra, in coordinamento con il soccorso organizzato;
  • la gestione delle fasi emotive e psicologiche che intercorrono dal momento dell’incidente fino all’arrivo degli operatori del soccorso, con attenzione alle reazioni del ferito e del gruppo.scintilena+1

La didattica del corso di primo soccorso e gestione emergenza in grotta è articolata in lezioni frontali, simulazioni di ruolo, lavori di gruppo e utilizzo di supporti multimediali. È prevista inoltre una sessione pratica in ambiente ipogeo, nella quale i partecipanti metteranno alla prova le procedure affrontate in aula attraverso esercitazioni che simulano scenari realistici di incidente in grotta.scintilena+1

Le lezioni e gli interventi sono tenuti da Tecnici e Sanitari del CNSAS?SAER, operatori sanitari specializzati, psicologi, formatori e comunicatori con esperienza specifica nell’ambito dell’emergenza in ambiente sotterraneo. Questo impianto didattico consente di affrontare il primo soccorso e la gestione dell’emergenza in grotta non solo dal punto di vista tecnico?sanitario, ma anche sul piano comportamentale e comunicativo.scintilena+1


4. Requisiti di partecipazione e attrezzatura per il corso di primo soccorso ed emergenza in grotta

Il corso di primo soccorso e gestione emergenza in grotta è rivolto a speleologi già formati. Tra i requisiti indicati dagli organizzatori figurano:facebook+1

  • essere soci SSI o CAI in regola con il tesseramento 2026;
  • aver frequentato almeno un Corso di I livello / Introduzione alla Speleologia;
  • disporre di attrezzatura personale completa di progressione speleologica, compreso il sacco/borsino abituale con il suo contenuto standard;
  • portare una cordeletta da 10 metri e un telo termico di tipo pesante, per le esercitazioni di gestione del paziente e dell’ipotermia;
  • dotarsi di sacco a pelo personale, poiché la struttura non fornisce biancheria;
  • predisporre un sacchetto o dispositivo idoneo per la gestione delle deiezioni organiche in grotta, elemento in linea con le buone pratiche di tutela degli ambienti ipogei e con la vulnerabilità all’inquinamento delle aree carsiche;vulnerabilita-aree-carsiche.txt
  • utilizzare una borraccia personale per ridurre la produzione di rifiuti plastici.

Queste indicazioni logistiche, collegate al taglio pratico del corso di primo soccorso e gestione emergenza in grotta, richiamano anche l’esigenza di operare nel rispetto degli ecosistemi sotterranei e del sistema idrico carsico, notoriamente sensibile agli inquinanti e caratterizzato da scarsa capacità autodepurante.vulnerabilita-aree-carsiche.txt


5. Logistica a Casa Olmatelli e struttura delle tre giornate di formazione

La sede principale del corso di primo soccorso e gestione emergenza in grotta è Casa Olmatelli, in Via Cantone 6 a Casola Valsenio, con un ulteriore punto di appoggio presso lo Shops Café del paese.scintilena+1

La sistemazione prevede camere con letti a castello dotate di servizi, cucina e sala mensa/refettorio comune. Nella quota di iscrizione sono compresi:scintilena

  • i pernottamenti nelle notti di venerdì 25 e sabato 26 settembre;
  • i pasti di:
    • pranzo e cena di venerdì 25;
    • colazione, pranzo al sacco e cena di sabato 26;
    • colazione e pranzo di domenica 27.

Nell’ambito del corso è programmata un’uscita pratica in ambiente ipogeo legata alle simulazioni di gestione di incidente in grotta, che affianca le sessioni teoriche dedicate a primo soccorso e gestione emergenza in grotta.scintilena+1

Il programma dettagliato delle tre giornate è reso disponibile tramite QR code presente sulla locandina ufficiale dell’evento, pubblicata sul sito della SNS?CAI e richiamata anche negli annunci diffusi alla comunità speleologica.cai-imola+1


6. Iscrizioni, quota di partecipazione e segreterie organizzative

Le iscrizioni al corso di primo soccorso e gestione emergenza in grotta sono raccolte tramite due canali distinti:facebook+1

  • Scuole CAI (SNS/SNT): modulo di iscrizione online dedicato, raggiungibile dal sito della Scuola Nazionale di Speleologia CAI e dalla locandina dell’evento;
  • Scuole SSI: modulo di iscrizione tramite il sito indicato dall’organizzazione, con collegamento dal portale dei corsi SSI e dalle pagine dei gruppi speleologici coinvolti.

La quota di partecipazione è fissata in 160 euro, da versare entro il 15 agosto 2026 seguendo le indicazioni della segreteria. Il corso è a numero chiuso e le domande vengono accettate in rigoroso ordine cronologico di arrivo. L’iscrizione si considera perfezionata solo con l’invio del modulo compilato in ogni campo e della ricevuta di pagamento.scintilena+1

Per informazioni e chiarimenti sono attive due segreterie:

  • Segreteria CAI:
    • Patricia Iacoucci – e?mail: speleopat@gmail.com – cellulare: 338 977 3710;
  • Segreteria SSI:
    • Stefano Cattabriga – e?mail: s.cattabriga@libero.it – cellulare: 328 412 6468.

Questi contatti costituiscono il riferimento principale per tutte le comunicazioni relative al corso di primo soccorso e gestione emergenza in grotta, dalle modalità di iscrizione agli aspetti logistici.facebook+1


7. Avvertenze, limiti del corso e richiamo alla sicurezza in ambiente carsico

Gli organizzatori precisano che il corso non è un corso di tecnica di autosoccorso o di manovre di emergenza su corda: tali aspetti sono oggetto di iniziative specifiche e di altri moduli formativi del calendario SNS?CAI. Il focus rimane su primo soccorso e gestione emergenza in grotta, con particolare attenzione alle componenti mediche, psicologiche e organizzative.scintilena+1

Viene inoltre ricordato che la frequentazione della grotta comporta un rischio residuo sempre presente e non azzerabile. I partecipanti, aderendo al corso, ne sono consapevoli e si impegnano a rispettare scrupolosamente le indicazioni fornite dallo staff.scintilena

Durante tutte le esercitazioni di primo soccorso e gestione emergenza in grotta, i partecipanti sono tenuti ad attenersi alle direttive della Direzione del Corso. Il Direttore ha facoltà di escludere in qualsiasi momento chi manifesti comportamenti inadeguati o evidenti lacune tecniche tali da compromettere la sicurezza del gruppo e l’efficacia della didattica.scintilena

Il trattamento dei dati personali avviene nel rispetto dell’art. 13 del Regolamento UE 679/16 (GDPR). Questo quadro di regole completa l’impianto di un corso che punta a mettere al centro la sicurezza, la qualità della formazione su primo soccorso e gestione emergenza in grotta e la responsabilità individuale nelle attività speleologiche in ambiente carsico.vulnerabilita-aree-carsiche.txtscintilena


Dati essenziali del corso

  • Titolo: Corso Nazionale “Primo soccorso e gestione dell’emergenza in grotta: aspetti medici, psicologici e comportamentali”.
  • Quando: 25, 26 e 27 settembre 2026 (venerdì–domenica).
  • Dove: Casa Olmatelli, Via Cantone 6, Casola Valsenio (RA); ulteriore punto di appoggio Shops Café di Casola Valsenio.
  • Organizzazione: Scuola Nazionale di Speleologia del CAI (SNS?CAI), con docenti Tecnici e Sanitari CNSAS?SAER, operatori sanitari, psicologi, formatori e comunicatori esperti.
  • Quota: 160 € da versare entro il 15 agosto 2026; corso a numero chiuso, iscrizioni in ordine cronologico.

Contatti segreteria

  • Segreteria CAI: Patricia Iacoucci – speleopat@gmail.com – cell. 338 977 3710.
  • Segreteria SSI: Stefano Cattabriga – s.cattabriga@libero.it – cell. 328 412 6468.

Iscrizione

  • Soci SNS/SNT CAI: modulo online dedicato (link sulla pagina ufficiale SNS?CAI e sulla locandina).
  • Soci SSI: modulo attraverso il sito indicato dall’organizzazione (GSB?USB / SSI).
  • L’iscrizione è valida solo con:
    • modulo compilato in ogni campo
    • ricevuta del pagamento allegata

Struttura didattica e contenuti

La didattica è mista, con teoria, pratica e simulazioni:

  • Lezioni frontali in aula.
  • Simulazioni di ruolo e lavori di gruppo.
  • Supporti multimediali.
  • Una sessione pratica in ambiente ipogeo con simulazioni di gestione dell’emergenza.

Obiettivi formativi

Il corso mira a formare e informare i partecipanti su come:

  • Prevenire l’emergenza sanitaria durante attività speleologiche e torrentistiche.
  • Riconoscere precocemente segnali di incidente o malore in grotta e nei torrenti.
  • Gestire un’emergenza sanitaria in ambiente ipogeo e torrentistico, dalla prima risposta fino all’arrivo del CNSAS.

Argomenti chiave da “sapere a memoria”

  • Gestione dell’emergenza in ambiente:
    • valutazione della scena e sicurezza del gruppo
    • allertamento del sistema di soccorso e CNSAS
  • Nozioni basiche di medicina e primo soccorso:
    • valutazione primaria del ferito (coscienza, respiro, circolo)
    • gestione di traumi tipici speleo (contusioni, fratture sospette, ipotermia, esaurimento fisico)
  • Movimentazione del ferito:
    • principi di immobilizzazione e movimentazione prudente in ambiente difficile
    • collaborazione con la squadra di soccorso all’arrivo del CNSAS
  • Aspetti emotivi e psicologici:
    • reazioni emotive nel gruppo e nella vittima dal momento dell’incidente all’arrivo dei soccorsi
    • comunicazione efficace in situazione di stress
    • gestione del panico e del carico psicologico nel tempo prolungato dell’attesa in grotta

Requisiti e attrezzatura (checklist pratica)

Requisiti di accesso

  • Essere socio SSI o CAI in regola con il tesseramento 2026.
  • Aver frequentato almeno un Corso di I livello / Introduzione alla Speleologia.

Cosa portare

Per il corso e le esercitazioni ipogee:

  • Attrezzatura personale completa di progressione speleologica, inclusi:
    • casco, illuminazione, imbrago, bloccanti, discensore, longe, ecc.
    • sacco/borsino abituale con il contenuto standard per le tue uscite.
  • Cordeletta da 10 m.
  • Telo termico di tipo pesante (per la gestione dell’ipotermia).
  • Sacco a pelo personale (la struttura non fornisce biancheria).
  • Sacchetto o dispositivo idoneo per la gestione delle deiezioni organiche in grotta.
  • Borraccia personale per ridurre i rifiuti plastici.

Logistica e vita al corso

  • Sede: Casa Olmatelli, camere con letti a castello, servizi, cucina e sala mensa/refettorio comune.
  • Pasti inclusi:
    • venerdì 25: pranzo e cena
    • sabato 26: colazione, pranzo al sacco, cena
    • domenica 27: colazione, pranzo
  • Pernottamenti compresi: notti di venerdì 25 e sabato 26.
  • È prevista almeno un’uscita pratica in grotta nell’ambito delle simulazioni.
  • Programma dettagliato: accessibile tramite QR code sulla locandina ufficiale.

Avvertenze importanti (da ricordare per l’esame/colloquio)

  • Il corso non è un corso di tecnica di autosoccorso o di manovre di emergenza su corda; questi temi vengono affrontati in eventi specifici.
  • La frequentazione della grotta comporta un rischio residuo non azzerabile: il partecipante lo accetta aderendo al corso.
  • Durante le esercitazioni è obbligatorio attenersi alle direttive della Direzione del Corso.
  • Il Direttore può escludere in qualsiasi momento chi manifesti:
    • comportamenti inadeguati
    • lacune tecniche tali da compromettere sicurezza e efficacia didattica
  • Trattamento dati personali: nel rispetto dell’art. 13 del Regolamento UE 679/16 (GDPR).

1. Perché serve un corso di primo soccorso in grotta

La speleologia si svolge in territori carsici, caratterizzati da grotte, cavità, doline, inghiottitoi, reticoli idrografici superficiali poveri e acque che si infiltrano rapidamente nel sottosuolo.
Questi ambienti sono fisicamente impegnativi, isolati e difficili da raggiungere, con tempi di attesa lunghi prima che arrivino i soccorsi esterni.

Da ciò derivano tre motivi centrali per un corso dedicato:

  • L’ambiente ipogeo è ostile: buio, umidità, freddo, spazi stretti, rischio di cadute e traumi, ipotermia, stress fisico e mentale prolungato.
  • Il soccorso è complesso: la struttura di cavità e condotti rende il trasporto del ferito lento e tecnicamente difficile, quindi il gruppo deve saper gestire le prime ore in autonomia.
  • Il territorio carsico è fragile: ogni intervento in grotta avviene dentro un sistema idrico ed ecologico vulnerabile all’inquinamento, quindi le scelte operative devono essere compatibili con la tutela ambientale.

Il corso SNS?CAI di primo soccorso e gestione emergenza 2026 si colloca esattamente a questo incrocio: aumento della sicurezza del gruppo e rispetto dell’ambiente ipogeo e torrentistico.


2. Obiettivi formativi “estesi” del corso

Oltre alla scheda ufficiale, è utile vedere gli obiettivi in chiave più ampia, così da strutturare lo studio.

2.1 Competenze medico?sanitarie di base

Il corso mira a fornire:

  • Capacità di valutazione primaria del ferito (coscienza, respiro, circolo) e priorità d’intervento in ambiente remoto.
  • Riconoscimento e gestione iniziale di:
    • traumi da caduta e urti (contusioni, fratture sospette, trauma cranico)
    • ipotermia e sfinimento fisico, aggravati da acqua e permanenza prolungata in cavità fredde
    • malori acuti (sincope, crisi ansiose, ecc.)

In grotta la tempistica è cruciale: l’assenza di filtri naturali e la velocità con cui l’acqua e il freddo agiscono sui corpi è paragonabile alla rapidità con cui gli inquinanti raggiungono le falde nelle rocce fessurate.

2.2 Gestione dell’emergenza “di sistema”

Il corso non si limita al singolo ferito, ma punta a:

  • Far comprendere la catena dell’emergenza in ambiente:
    • valutazione della scena, sicurezza del gruppo, allertamento del CNSAS
    • raccolta di informazioni essenziali per il soccorso (posizione, dinamica, condizioni del ferito)
  • Insegnare la gestione del gruppo:
    • distribuire i compiti (assistenza al ferito, esplorazione, comunicazioni)
    • mantenere coesione e disciplina nelle fasi lunghe di attesa.

L’emergenza in cavità va pensata come “evento di lunga durata”, dove la stabilità psicologica e organizzativa è tanto importante quanto le manovre tecniche.

2.3 Dimensione psicologica ed emotiva

Un focus centrale del corso riguarda le fasi psicologiche che intercorrono dal momento dell’incidente fino all’arrivo del CNSAS:

  • Reazioni tipiche di vittima e compagni: panico, colpa, blocco decisionale, iperattività disorganizzata.
  • Tecniche di comunicazione e contenimento:
    • parlare in modo chiaro e coerente
    • gestire la paura “a voce alta” del gruppo
    • mantenere il ferito informato e rassicurato, senza nascondere la realtà.

Questa parte è fondamentale perché gli ecosistemi ipogei sono stabili ma fragili; allo stesso modo, la psiche del gruppo in emergenza è apparentemente solida, ma basta poco per portarla al collasso con conseguenze a catena sulla sicurezza.


3. Ambiente carsico, grotte e vulnerabilità: il contesto fisico dell’emergenza

Per uno studio davvero approfondito, il corso va letto dentro il quadro più generale della carsicità.

3.1 Caratteristiche dei territori carsici

I territori carsici sono formati da rocce carbonatiche (calcari, dolomie) dissolte dall’acqua, che creano cavità, grotte, doline, inghiottitoi, risorgenze e reticoli idrografici superficiali poveri.
La presenza di grotte naturali, doline, sorgenti improvvise e fiumi che scompaiono nel sottosuolo è il segnale che ti trovi in un’area carsica.

Per il soccorso questo significa:

  • Sistemi di deflusso complessi, con piene rapide e variabilità estrema delle portate in caso di pioggia.
  • Possibile evoluzione geologica in tempi umani: crolli, sinkhole, subsidenza possono compromettere accessi e percorsi.

3.2 Vulnerabilità all’inquinamento e implicazioni operative

Gli acquiferi carsici hanno:

  • infiltrazione molto rapida attraverso fessure e condotti
  • scarso potere autodepurante
  • veloce trasferimento di eventuali contaminanti dalle superfici alle sorgenti.

Conseguenze pratiche per la gestione di emergenza:

  • Evitare di introdurre in grotta sostanze che possano inquinare (lubrificanti, solventi, detergenti, ecc.) oltre al minimo indispensabile.
  • Gestire correttamente deiezioni, rifiuti e materiali sanitari durante simulazioni e interventi reali, perché anche piccole quantità possono contaminare grandi volumi d’acqua.

In quest’ottica si capiscono meglio requisiti come:

  • sacchetto/dispositivo per la gestione delle deiezioni organiche in grotta
  • borraccia personale per ridurre la plastica monouso.

Sono scelte coerenti sia con la sicurezza sanitaria sia con la tutela degli ecosistemi sotterranei, già esposti a rischi da agricoltura, industria, traffico e urbanizzazione.


4. Rischi specifici in grotta e in ambiente torrentistico

4.1 Tipologie di rischio sanitario

In grotta e in torrentismo si combinano:

  • Traumi meccanici: cadute, urti contro pareti, schiacciamenti, impatti con massi in acqua.
  • Rischi termici: ipotermia per contatto prolungato con acqua e rocce fredde, correnti d’aria e immobilità forzata.
  • Rischi respiratori: atmosfere povere di ossigeno, gas, condizioni di ventilazione particolare (in genere più tema da emergenza ambientale che da corso base, ma concettualmente collegato).
  • Rischi idrologici: piene improvvise in tratti allagabili, soprattutto in torrenti e fiumi ipogei, dove la risposta del sistema può essere rapidissima.

Il corso ti prepara a riconoscere questi rischi, prevenirli per quanto possibile, e reagire in modo strutturato quando qualcosa va storto.

4.2 Rischi ambientali e geologici

Nei territori carsici si sommano:

  • Sinkhole e subsidenza: collasso improvviso o lento abbassamento del terreno per cedimento di cavità sotterranee.
  • Rischi di inquinamento delle acque sotterranee con impatto a lungo termine su comunità e ecosistemi.

Per una gestione dell’emergenza responsabile, questo significa:

  • scegliere zone di bivacco, attesa e stoccaggio materiali in aree stabili e lontane da doline “sospette”
  • evitare azioni che possano peggiorare l’equilibrio locale (ad esempio scavi improvvisati, scarichi, uso incontrollato di sostanze chimiche).

5. Dimensione normativa e ruolo degli speleologi / corsisti

5.1 Normativa su aree carsiche e risorse idriche

In Italia non esiste una legge unica sulle aree carsiche, ma vari strumenti concorrono alla tutela: Codice dell’Ambiente (D.Lgs. 152/2006), legge sulle aree protette (L. 394/1991), vincoli paesaggistici (D.Lgs. 42/2004) e normative regionali specifiche.
Questi strumenti mirano a proteggere le acque sotterranee, gli ecosistemi ipogei e la stabilità geologica, imponendo valutazioni di impatto ambientale e limitazioni all’uso del suolo nelle zone vulnerabili.

L’integrazione tra normativa ambientale e gestione delle risorse idriche sotterranee è particolarmente importante in contesti carsici, proprio per la vulnerabilità agli inquinanti.

5.2 Ruolo degli speleologi formati al primo soccorso

Dopo un corso come questo, il corsista:

  • non è un sanitario, ma è un testimone competente: sa descrivere dinamica, condizioni del ferito e contesto ambientale ai professionisti del soccorso.
  • diventa un attore chiave nella prevenzione:
    • pianifica le uscite considerando i rischi idrologici e geologici del sistema carsico
    • contribuisce a evitare azioni che possano inquinare o degradare la grotta.
  • può collaborare in modo più efficace con CNSAS e istituzioni, anche nel monitoraggio di criticità ambientali osservate durante le escursioni (scarichi, discariche abusive, inquinanti evidenti).

Gli speleologi, grazie alla loro presenza capillare e alle competenze maturate con corsi come questo, sono spesso i primi a rilevare problemi ambientali e a segnalare necessità di tutela.

Fonti consultate

  • Scintilena – Corso nazionale di primo soccorso e gestione emergenze in grotta a Casola Valsenio
    https://www.scintilena.com/corso-nazionale-di-primo-soccorso-e-gestione-emergenze-in-grotta-a-casola-valsenio/04/12/scintilena
  • Scintilena – Archivio categoria “Corsi”
    https://www.scintilena.com/category/corsi/scintilena
  • Scintilena – Archivio categoria “Emilia Romagna”
    https://www.scintilena.com/category/emilia-romagna/scintilena
  • Scintilena – Nuovo corso di primo soccorso per gli speleologi SSI (caso analogo)
    https://www.scintilena.com/nuovo-corso-di-primo-soccorso-per-gli-speleologi-ssi/08/10/scintilena
  • SNS?CAI – Scheda evento corso nazionale primo soccorso e gestione emergenza Emilia?Romagna 2026
    https://www.sns-cai.it/evento/corso-nazionale-primo-soccorso-e-gestione-emergenza-emilia-romagna-sns-cai-2026/cai-imola
  • GSB?USB / SSI – Pagina corsi II e III livello
    https://www.gsb-usb.it/site/2026/04/01/corsi-di-ii-e-iii-livellogsb-usb
  • File “Guida completa ai territori carsici e tutela ambientale” – vulnerabilità delle aree carsiche, rischi ambientali e gestione delle risorse idriche sotterranee
    (vulnerabilità-aree-carsiche.txt, archivio Spazio Scintilena)vulnerabilita-aree-carsiche.txt

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  • Soccorso Speleologico in grotta: la XII Delegazione SAER affronta il simulato reale all’Abisso Primo Peroni
    Condividi La XII Delegazione Speleologica del SAER mette alla prova il sistema di soccorso in grotta con un’esercitazione a condizioni reali: 20 tecnici CNSAS coinvolti, tecniche STC e recupero con corda singola Il simulato di soccorso in grotta: non un’esercitazione ordinaria Nel weekend del 19-20 aprile, la XII Delegazione Speleologica del SAER (Soccorso Alpino e Speleologico Emilia-Romagna) ha condotto all’Abisso Primo Peroni, nel territorio di Brisighella (Ravenna), un simu
     

Soccorso Speleologico in grotta: la XII Delegazione SAER affronta il simulato reale all’Abisso Primo Peroni

Apríl 25th 2026 at 07:00

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La XII Delegazione Speleologica del SAER mette alla prova il sistema di soccorso in grotta con un’esercitazione a condizioni reali: 20 tecnici CNSAS coinvolti, tecniche STC e recupero con corda singola


Il simulato di soccorso in grotta: non un’esercitazione ordinaria

Nel weekend del 19-20 aprile, la XII Delegazione Speleologica del SAER (Soccorso Alpino e Speleologico Emilia-Romagna) ha condotto all’Abisso Primo Peroni, nel territorio di Brisighella (Ravenna), un simulato integrale di soccorso in grotta. A differenza di una normale esercitazione programmata, l’attività si è svolta con dinamiche e tempistiche identiche a quelle di un vero intervento di emergenza. L’obiettivo era testare la reale capacità di risposta del sistema speleosoccorso, senza semplificazioni operative o avvisi anticipati ai tecnici coinvolti.[1][2]

La XII Delegazione Speleologica è la struttura territoriale del CNSAS che gestisce il soccorso in ambiente ipogeo per l’intera regione Emilia-Romagna. Fa parte del SAER, costituito nel 1993 come ente del Terzo Settore su base volontaria, convenzionato con il 118 per gli interventi in ambiente impervio. La delegazione è attualmente guidata da Giovanni Rossi, supportato da Davide Garavini e Matteo Ruocco.[3][4][5]


L’Abisso Primo Peroni: uno scenario tecnico impegnativo per il soccorso speleologico

L’Abisso Primo Peroni è una delle grotte più significative della Vena del Gesso Romagnola. La cavità si trova nel Comune di Brisighella, in provincia di Ravenna, a circa 211 metri di quota, ed è registrata al catasto regionale con il numero ER RA 627. Lo sviluppo totale raggiunge 1.500 metri, con un dislivello di -53 metri.[6][7]

La grotta è dedicata a Primo Peroni, uno dei fondatori del Gruppo Speleologico Faentino e pioniere dell’escursionismo nell’Appennino romagnolo, scomparso nel 1978. La sua morfologia interna è particolarmente complessa: presenta una verticale unica di 38 metri, una galleria percorsa da un torrente attivo, ampie sale nella parte fossile e una dolina interna. Queste caratteristiche rendono la grotta un banco di prova tecnico elevato per le squadre di soccorso in grotta, che devono confrontarsi con ambienti diversificati e transiti difficili.[7][8][6]


L’allertamento e l’attivazione della macchina del soccorso

I 20 tecnici partecipanti, provenienti da diverse aree dell’Emilia-Romagna, sono stati allertati senza conoscere in anticipo il luogo dell’incidente simulato. Questa modalità riproduce fedelmente le condizioni di un vero intervento, in cui la squadra riceve la chiamata tramite le Centrali Operative del 118 e deve attivarsi in tempi rapidi.[2][3]

Da quel momento è partita la catena operativa completa: attivazione della squadra di primo intervento con personale STC (Speleo Trauma Care), allestimento del campo base esterno, coordinamento delle squadre di recupero in grotta e gestione sanitaria dell’infortunato simulato. Il protocollo STC è il riferimento nazionale per la gestione del paziente politraumatizzato in ambiente ipogeo. Prevede la valutazione dello stato del paziente, la stabilizzazione, l’immobilizzazione di eventuali arti fratturati e la preparazione per il trasporto in barella. La XII Delegazione applica questo protocollo in tutte le esercitazioni sanitarie, anche in collaborazione con i sanitari della componente alpina del SAER.[9][10]


Le tecniche di recupero in grotta: corda singola, teleferiche e catene umane

Il recupero dell’infortunato simulato è stato condotto con le tecniche operative standard del soccorso speleologico in ambienti verticali. Sono state impiegate progressioni su corda singola, teleferiche di scarico per gestire i passaggi più critici e le cosiddette “armi umane” — catene di tecnici che passano la barella lungo i tratti orizzontali o in fessura, dove nessun sistema meccanico può sostituire la presenza fisica degli operatori.[11]

La scelta dell’Abisso Primo Peroni come scenario ha permesso di testare più tipologie di difficoltà in un’unica sessione. La presenza di una verticale di quasi 40 metri, di passaggi stretti e di ambienti con acqua ha obbligato i tecnici a prendere decisioni operative reali, adattando le soluzioni alle condizioni concrete della grotta. La XII Delegazione ha già testato sistemi analoghi di teleferica in esercitazioni precedenti, come quella svoltasi alla Grotta PPP nel maggio 2025, nel Parco dei Gessi Bolognesi.[8][6][11]


La formazione continua come standard del soccorso speleologico SAER

Il simulato all’Abisso Primo Peroni si inserisce in un programma sistematico di formazione e addestramento che la XII Delegazione porta avanti con regolarità. Nel solo 2023, i 36 tecnici in organico avevano partecipato a sei eventi addestrativi regionali in ambiente ipogeo e a sei eventi formativi della Scuola Regionale per nuovi volontari. Nel novembre 2024, la delegazione aveva già partecipato a un’esercitazione congiunta con il Soccorso Speleologico del Veneto, coinvolgendo una quarantina di tecnici in due grotte diverse.[1][2]

La specificità di questo tipo di attività sta nella complessità dell’ambiente ipogeo, dove ogni intervento può protrarsi per molte ore o persino giorni, richiede il coordinamento stretto tra componente sanitaria e tecnica, e non ammette margini di improvvisazione. La formazione continua, che include simulati reali come quello all’Abisso Primo Peroni, è lo strumento principale con cui il soccorso speleologico mantiene elevati gli standard operativi e la prontezza di risposta.[12][3][1]

Fonti
[1] Soccorso Speleologico dell’Emilia Romagna: un anno di … – Scintilena https://www.scintilena.com/soccorso-speleologico-dellemilia-romagna-un-anno-di-formazione-e-interventi/01/20/
[2] Collaborazione tra CNSAS Emilia-Romagna e Veneto – Scintilena https://www.scintilena.com/collaborazione-tra-cnsas-emilia-romagna-e-veneto-esercitazione-congiunta-nelle-grotte-di-gesso/11/27/
[3] XII Delegazione Speleo SAER – Soccorso Alpino Emilia Romagna https://www.saer.org/chi-siamo-xii-delegazione-speleologica
[4] Soccorso Alpino e Speleologico Emilia-Romagna, rinnovate le … https://www.modena2000.it/2025/03/03/soccorso-alpino-e-speleologico-emilia-romagna-rinnovate-le-cariche-regionali/
[5] saer: Home – CNSAS Servizio Regionale Emilia Romagna https://www.saer.org
[6] abisso Peroni – Gianluca Carboni http://www.gianlucacarboni.it/articolo.asp?pagina=924&sezione=Grotte+in+Emilia+Romagna
[7] Abisso Piero Peroni (Buco Grande) – Openspeleo http://www.openspeleo.org/openspeleo/caves-view-249.html
[8] Abisso Peroni 09 Novembre 2019 https://gruppogrotteariminum.blogspot.com/2019/11/abisso-peroni-09-novembre-2019.html
[9] Esercitazione del CNSAS Emilia Romagna alla Tanaccia – Corso … https://www.scintilena.com/esercitazione-del-cnsas-emilia-romagna-alla-tanaccia-corso-speleo-trauma-care/09/21/
[10] Iglesias, esercitazione su Speleo Trauma Care – CNSAS SARDEGNA – Soccorso Alpino e Speleologico Sardegna https://cnsas.sardegna.it/2018/12/iglesias-esercitazione-su-speleo-trauma-care/
[11] Esercitazione Soccorso Speleologico Grotta PPP: Formazione e … https://www.scintilena.com/esercitazione-soccorso-speleologico-grotta-ppp-formazione-e-tecnica-nel-parco-dei-gessi/05/16/
[12] Cuccuru Tiria, esercitazione sanitaria speleo – CNSAS SARDEGNA – Soccorso Alpino e Speleologico Sardegna https://cnsas.sardegna.it/2019/04/cuccuru-tiria-esercitazione-sanitaria-speleo/
[18] Il 32° Corso di Introduzione alla Speleologia del CAI Malo – Scintilena https://www.scintilena.com/il-32-corso-di-introduzione-alla-speleologia-del-cai-malo-nove-mesi-nel-mondo-sotterraneo-vicentino/02/28/
[19] Formazione per Autosoccorso in Grotta: In Emilia Romagna Un … https://www.scintilena.com/formazione-per-autosoccorso-in-grotta-in-emilia-romagna-un-successo-di-collaborazione/10/27/
[20] Concluso il corso congiunto SSI, CAI e CNSAS – Scintilena https://www.scintilena.com/concluso-il-corso-congiunto-ssi-cai-e-cnsas-primo-soccorso-e-gestione-dellemergenza-in-grotta/11/29/
[21] Corso nazionale di primo soccorso e gestione emergenze in grotta a … https://www.scintilena.com/corso-nazionale-di-primo-soccorso-e-gestione-emergenze-in-grotta-a-casola-valsenio/04/12/
[22] Emilia Romagna Archivi – Pagina 8 di 14 – Scintilena https://www.scintilena.com/category/emilia-romagna/page/8/
[23] Scintilena – Notiziario di speleologia e del sottosuolo – Scintilena https://www.scintilena.com/page/352/?t=50654352&wpmp_switcher=mobile
[24] Val Corsaglia: trauma toracico e collasso polmonare, escursionista salvato in grotta https://www.provinciagranda.it/home/2024/04/08/news/val-corsaglia-trauma-toracico-e-collasso-polmonare-escursionista-salvato-in-grotta-16083/
[25] Soccorso Alpino e Speleologico Emilia Romagna – CNSAS https://www.facebook.com/saercnsas/?locale=it_IT
[26] [PDF] LE GROTTE NEI GESSI DI RONTANA, DI BRISIGHELLA E DELLA … https://www.venadelgesso.it/assets/i-gessi-di-brisighella-e-rontana—le-grotte-nei-gessi-di-rontana-di-brisighella-e-della-bicocca.pdf
[27] [PDF] Alberto Spella – Soccorrere in ambienti difficili – IRC https://www.ircouncil.it/wp-content/uploads/2019/10/spella.pdf
[28] Emilia Romagna – CNSAS News https://news.cnsas.it/emilia-romagna/
[29] Catasto delle cavità naturali dell’Emilia-Romagna – Scheda SPELEO https://geo.regione.emilia-romagna.it/schede/speleo/index.jsp?id=392
[30] Etg – L’esercitazione del Soccorso alpino speleologico: 16 ore in grotta nell’Abisso di Monte Bul https://www.youtube.com/watch?v=XByMcB7BRGs

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  • CNSAS Piemonte forma i giornalisti: nasce il corso “Comunicare nelle emergenze”
    Condividi Informazione e soccorso alpino: un ciclo di incontri per migliorare la comunicazione nelle emergenze Il Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese (SASP) ha avviato un ciclo di incontri formativi rivolti ai giornalisti piemontesi, in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte e Azienda Zero Piemonte. Il corso, intitolato “Comunicare nelle emergenze. Informazione, responsabilità, operatività dei soccorsi”, si articola in quattro appuntamenti distribuiti sul territorio re
     

CNSAS Piemonte forma i giornalisti: nasce il corso “Comunicare nelle emergenze”

Apríl 25th 2026 at 06:00

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Informazione e soccorso alpino: un ciclo di incontri per migliorare la comunicazione nelle emergenze

Il Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese (SASP) ha avviato un ciclo di incontri formativi rivolti ai giornalisti piemontesi, in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte e Azienda Zero Piemonte. Il corso, intitolato “Comunicare nelle emergenze. Informazione, responsabilità, operatività dei soccorsi”, si articola in quattro appuntamenti distribuiti sul territorio regionale, con l’obiettivo di costruire un linguaggio comune tra chi gestisce le emergenze e chi le racconta al pubblico.[1][2][3]

Il primo incontro si è tenuto il 22 aprile 2026 a Torino, presso la Casa dei Giornalisti del Piemonte. Nelle settimane successive il ciclo proseguirà ad Alessandria il 30 aprile, a Saluzzo il 4 maggio e a Novara il 18 maggio, sempre con orario dalle 10 alle 12. La scelta di queste quattro città non è casuale: corrispondono alle sedi delle centrali operative del sistema regionale di emergenza, garantendo una copertura capillare dei quattro quadranti del Piemonte.[4][2][5][1]

Il corso CNSAS per giornalisti: diritto di cronaca e responsabilità deontologica nelle emergenze

Il corso nasce da un’esigenza concreta, emersa dagli stessi giornalisti: quella di comprendere meglio la “macchina dell’emergenza”, spesso poco conosciuta nella sua reale complessità operativa. Dai codici operativi ai tempi di risposta, fino ai vincoli che regolano la diffusione delle notizie nelle prime fasi critiche, molti aspetti del sistema dei soccorsi risultano opachi per i professionisti dell’informazione.[2][3]

L’obiettivo dichiarato del ciclo formativo è quello di fornire al pubblico un’informazione sempre più completa e corretta sul sistema dei soccorsi e sugli interventi in montagna. Una comunicazione priva di contesto, o un’errata interpretazione di dati e codici tecnici, può generare allarme ingiustificato e persino interferire con gli interventi stessi. Il corso punta dunque a rafforzare la consapevolezza deontologica e il rigore nel racconto delle emergenze.[3][6]

La partecipazione al corso riconosce 3 crediti formativi ai giornalisti iscritti all’Ordine, e l’iscrizione è obbligatoria sul portale formazionegiornalisti.it. Il progetto è stato sostenuto dal presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, Stefano Tallia, e dalla direzione generale di Azienda Zero Piemonte, retta da Massimo d’Angelo.[1][2]

I relatori: operatori del 118, elisoccorso e Soccorso Alpino a confronto con i media

Il corso prevede il confronto diretto tra giornalisti e professionisti del soccorso. Tra i relatori figurano Andrea Mina, Walter Occelli e Roberto Gioachin, direttore della Centrale operativa 118 di Torino. Porta il punto di vista della comunicazione istituzionale del sistema di emergenza Carlotta Rocci, giornalista dell’ufficio stampa del 118 Torino, che spiega la missione dell’iniziativa: «L’obiettivo è rendere più efficace la comunicazione tra chi gestisce l’emergenza e chi la racconta».[2][3]

Il programma prevede sessioni di approfondimento sulle dinamiche operative del 118, del NUE 112 e dell’elisoccorso regionale. Un focus particolare è dedicato al lavoro sinergico tra elisoccorso e soccorso alpino, alle ragioni che possono rallentare la diffusione delle informazioni e agli aspetti etici legati alla diffusione di immagini e informazioni sensibili, soprattutto in presenza di familiari coinvolti o ricerche ancora in corso. L’ufficio stampa del SASP è rappresentato da Simone Bobbio.[3][2]

Azienda Zero Piemonte e soccorso alpino speleologico: il sistema regionale di emergenza

Azienda Zero Piemonte è la struttura regionale che gestisce il coordinamento delle centrali operative del 118 e dell’elisoccorso su tutto il territorio piemontese. La sua partecipazione al progetto formativo sottolinea come la comunicazione in emergenza non riguardi solo il soccorso alpino e speleologico, ma l’intero sistema integrato di risposta alle crisi.[7][2][3]

Il Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese (SASP), componente regionale del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS), opera su tutto il territorio piemontese con tecnici specializzati in interventi in montagna, in grotta e in ambiente impervio. Il CNSAS è riconosciuto dalla Repubblica Italiana come struttura operativa del Servizio Nazionale di Protezione Civile. La collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti si inserisce in questa visione di sistema, ampliando l’impegno del CNSAS oltre il puro intervento di soccorso verso la prevenzione e la corretta informazione pubblica.[8][9][2]

Gestione delle fonti nelle emergenze: il nodo tra trasparenza e tutela delle persone

Uno dei temi centrali del corso riguarda la gestione delle fonti e il delicato equilibrio tra trasparenza informativa e tutela delle persone coinvolte in un’emergenza. Nelle prime fasi di un intervento, le informazioni disponibili sono spesso parziali, e una loro diffusione affrettata può compromettere non solo la dignità delle vittime, ma anche l’efficacia operativa dei soccorsi.[2][3]

Il percorso formativo aiuta i giornalisti a interpretare correttamente i tempi decisionali e i vincoli che caratterizzano gli interventi di soccorso, elementi essenziali per restituire al pubblico una narrazione accurata. Il dibattito si concentra anche sulla responsabilità deontologica nel racconto di incidenti, calamità e maxiemergenze, dove la tempestività dell’informazione deve necessariamente confrontarsi con la responsabilità verso le persone coinvolte.[3]

Il ciclo formativo si estende in tutto il Piemonte: Alessandria, Saluzzo e Novara

La scelta di replicare il corso in quattro sedi diverse riflette la volontà di raggiungere il numero più ampio possibile di giornalisti piemontesi. Ogni tappa del ciclo corrisponde a un diverso contesto territoriale e operativo, permettendo ai professionisti locali di approfondire le specificità del sistema di emergenza nella propria area di riferimento.[1][2]

Il progetto non si configura come un’iniziativa isolata, ma come l’avvio di una collaborazione strutturata e continuativa tra l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, Azienda Zero e il SASP-CNSAS. L’obiettivo a lungo termine è costruire un linguaggio condiviso tra soccorritori e comunicatori, migliorando la qualità complessiva dell’informazione in situazioni ad alta criticità e riducendo il rischio di notizie distorte o incomplete in occasione di grandi emergenze.[6][2][3]

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  • Microplastiche nei sistemi carsici: sfide e ricerca multidisciplinare
    Condividi 6° Incontro online di Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca, con Valentina Balestra Mercoledì 29 aprile 2026, alle ore 20:30, avrà luogo il sesto incontro online organizzato da Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca: l’appuntamento, come sempre dedicato all’approfondimento scientifico degli ambienti ipogei e delle loro criticità ambientali, tratterà un tema emergente e ancora poco esplorato. Ospite della serata sarà la dott.ssa Valentina Balestra dell’Unive
     

Microplastiche nei sistemi carsici: sfide e ricerca multidisciplinare

Apríl 25th 2026 at 05:00

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6° Incontro online di Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca, con Valentina Balestra

Mercoledì 29 aprile 2026, alle ore 20:30, avrà luogo il sesto incontro online organizzato da Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca: l’appuntamento, come sempre dedicato all’approfondimento scientifico degli ambienti ipogei e delle loro criticità ambientali, tratterà un tema emergente e ancora poco esplorato.

Ospite della serata sarà la dott.ssa Valentina Balestra dell’Università degli Studi di Torino, che guiderà un intervento focalizzato sulla presenza e sull’impatto delle microplastiche nei sistemi carsici.

L’incontro affronterà il problema dell’inquinamento in modo multidisciplinare, analizzando il ruolo delle microplastiche all’interno di ecosistemi sotterranei complessi. In particolare, si parlerà delle interazioni con la fauna cavernicola, della loro accumulazione nei sedimenti e della diffusione nelle acque, evidenziando implicazioni ambientali e prospettive di ricerca futura.

Si approfondirà un fenomeno globale in una prospettiva ancora poco indagata: quella degli ambienti carsici, che negli equilibri idrogeologici e nella biodiversità svolgono un ruolo cruciale .

Link alla videochiamata: https://meet.google.com/hom-fxyy-vff

Per approfondire: progetti emergenti nel campo del contrasto alle microplastiche: https://www.regione.piemonte.it/web/pinforma/notizie/alcotra-oltre-55-milioni-euro-per-24-nuovi-progetti?fbclid=IwY2xjawRYbmlleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEexiv6aTmdx5n05MduSjAfHaONhn4eQ1L7pwJc1VQ_7FB98p6eldhgdSKDsB8_aem_Z5OhWjkFHdxIgEEqoT2ybQ

Il ciclo di incontri di Biologia Sotterranea Piemonte proseguirà con un nuovo appuntamento già fissato:
– 2 maggio – Enrico Lana, con un intervento dedicato alla biospeleologia in Piemonte.

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