Il 26 maggio 1986 gli speleologi superarono l’ostruzione che per decenni aveva nascosto uno dei più straordinari sistemi carsici del mondo. Tutto era cominciato da un indizio familiare agli speleologi: un fortissimo soffio d’aria proveniente dal sottosuolo.
C’era una grotta, ma sembrava finire quasi subito. E poi c’era quel vento.
La storia moderna della Lechuguilla Cave, nel New Mexico, ha qualcosa di profondamente speleologico: prima delle grandi gallerie, delle esplorazioni internazionali, delle spettacolari concrezioni di gesso e delle ricerche scientifiche, ci fu un indizio apparentemente semplice. Aria che passava attraverso un accumulo di detriti dove, in teoria, non avrebbe dovuto esserci altro.
Quarant’anni fa quell’intuizione portò a uno degli sfondamenti più importanti della speleologia moderna.
Una piccola grotta che non convinceva gli speleologi
Lechuguilla si trova nel Carlsbad Caverns National Park, nelle Guadalupe Mountains del New Mexico.
Prima del 1986 era considerata dal National Park Service una cavità di scarsa importanza. All’ingresso si apriva un pozzo di circa 27 metri, seguito da appena 122 metri di passaggi asciutti apparentemente senza prosecuzione. All’inizio del Novecento vi era stato estratto per un breve periodo anche guano di pipistrello.
Non sembrava esserci molto altro da vedere.
Ma dagli anni Cinquanta gli speleologi che visitavano la cavità notarono qualcosa di difficile da ignorare: dal fondo ostruito della grotta proveniva un forte vento.
Non esisteva un passaggio evidente. L’aria, però, suggeriva esattamente il contrario.
Se un volume così importante d’aria riusciva a muoversi attraverso i detriti, da qualche parte oltre quell’ostruzione doveva esserci spazio. E probabilmente molto.
Scavare seguendo il vento
Nel corso degli anni diversi speleologi tentarono di trovare la prosecuzione.
La svolta arrivò nel 1984, quando un gruppo di speleologi del Colorado ottenne dal National Park Service l’autorizzazione a scavare nell’ostruzione.
Non si trattò quindi di una scoperta improvvisa. Fu il risultato di un’intuizione coltivata per decenni e di un lavoro di disostruzione portato avanti con la convinzione che quel vento non potesse provenire dal nulla.
La letteratura speleologica statunitense descrive il flusso d’aria come eccezionale: in determinate condizioni il rumore proveniente dall’ostruzione ricordava quello di un treno merci sotterraneo. La polvere poteva essere sollevata e spinta verso l’alto lungo il pozzo d’ingresso.
Poi, il 26 maggio 1986, accadde quello che gli speleologi aspettavano.
L’ostruzione cedette verso la cavità sottostante e il gruppo riuscì a entrare in grandi gallerie percorribili.
Dietro quella frana non c’era semplicemente una prosecuzione.
C’era Lechuguilla.
Da poche centinaia di metri a centinaia di chilometri
Quello sfondamento cambiò completamente la storia della grotta.
Le esplorazioni partirono a un ritmo impressionante. Speleologi provenienti dagli Stati Uniti e successivamente da molti altri Paesi parteciparono alle campagne di esplorazione, rilievo e ricerca.
Secondo il National Park Service, sono stati cartografati oltre 233 chilometri di gallerie, con un dislivello che raggiunge 489 metri.
Il dato riportato nella pagina ufficiale del Parco è però riferito alla situazione del 2019 e deve quindi essere letto come un valore minimo consolidato, non necessariamente come la misura aggiornata dell’attuale sviluppo esplorato.
La National Speleological Society, presentando il volume Lechuguilla Cave: Discoveries in a Hidden Splendor, parla infatti di oltre 240 chilometri esplorati.
Ma i numeri, per quanto impressionanti, raccontano solo una parte della storia.
Una grotta che ha cambiato anche la scienza delle grotte
Lechuguilla si è rivelata un ambiente sotterraneo eccezionale non soltanto per le dimensioni.
Le esplorazioni hanno incontrato enormi depositi di gesso e zolfo giallo, concrezioni e mineralizzazioni di straordinaria varietà: giganteschi “lampadari” di gesso, lunghissimi cristalli e filamenti, cannule, perle di grotta, balloon di idromagnesite ed eccentriche subacquee.
Alcune morfologie erano praticamente sconosciute prima dell’esplorazione della cavità.
Lechuguilla ha inoltre fornito elementi fondamentali per comprendere la speleogenesi ipogenica legata all’acido solforico nelle Guadalupe Mountains. La presenza di grandi quantità di gesso e zolfo ha contribuito a rafforzare un modello genetico molto diverso dalla classica dissoluzione del calcare operata dalle acque meteoriche provenienti dalla superficie.
La grotta è diventata così un enorme laboratorio naturale nel quale geologia, mineralogia, microbiologia e speleologia si incontrano.
I batteri di Lechuguilla e la resistenza agli antibiotici
Di un altro aspetto sorprendente della grotta Scintilena si è occupata recentemente, nell’articolo “Batteri delle profondità già resistenti agli antibiotici”, pubblicato il 28 marzo 2026.
In ambienti profondi e fortemente isolati di Lechuguilla sono stati studiati microrganismi dotati di meccanismi naturali di resistenza agli antibiotici, nonostante non fossero stati precedentemente esposti ai farmaci utilizzati dalla medicina moderna.
Queste ricerche hanno contribuito a mostrare come la resistenza agli antibiotici non sia esclusivamente una conseguenza dell’attività umana: alcuni dei meccanismi biologici che oggi osserviamo hanno origini molto più antiche.
È uno degli esempi più affascinanti di come una scoperta nata dall’ostinazione di alcuni speleologi davanti a una frana abbia finito per aprire nuove strade anche alla ricerca scientifica.
Il vento come promessa di vuoto
A quarant’anni dallo sfondamento del 1986, forse l’aspetto più suggestivo della storia di Lechuguilla rimane proprio il suo inizio.
Gli speleologi non vedevano la prosecuzione.
Non potevano conoscere le dimensioni del sistema che si trovava sotto di loro. Non avevano davanti una grande finestra nera o un pozzo inesplorato.
Avevano una frana e del vento.
Ma per chi esplora le grotte il movimento dell’aria può essere una misura invisibile del vuoto. Una corrente importante attraverso una strettoia, una fessura o un accumulo di detriti può raccontare l’esistenza di ambienti che ancora nessuno ha visto.
A Lechuguilla quell’indizio conduceva a uno dei più grandi sistemi sotterranei conosciuti.
Dopo decenni di tentativi e due anni di nuovi scavi, il 26 maggio 1986 gli speleologi riuscirono finalmente a seguirlo.
E il vento aveva ragione.
Fonti
National Park Service – Carlsbad Caverns National Park, Lechuguilla Cave. Fonte principale per la storia dell’ingresso, gli scavi iniziati nel 1984, lo sfondamento del 26 maggio 1986, sviluppo, profondità, mineralizzazioni e attività scientifica.
National Speleological Society, pubblicazioni e materiali dedicati alla Lechuguilla Cave e alla storia delle esplorazioni.
Patricia Kambesis, Sixty-Five and Still Going Strong, Journal of Cave and Karst Studies. Ricostruzione della storia delle esplorazioni nelle Guadalupe Mountains e del ruolo della scoperta di Lechuguilla.
Scintilena, Marina Abisso, Batteri delle profondità già resistenti agli antibiotici, 28 marzo 2026.
Scintilena, Per Natale regala un bel libro: Lechuguilla Cave: Discoveries in a Hidden Splendor, 9 dicembre 2023
Uno studio condotto sul vulcano siciliano ha chiarito come due specie di ragni del genere Meta si dividano le grotte laviche in base all’altitudine e al microclima. I dati raccolti tra il 2020 e il 2021 mostrano che Meta menardi occupa le cavità più fredde e elevate, mentre Meta bourneti preferisce quote inferiori e temperature più miti.[1][2]
Ragni di grotta sull’Etna: Meta menardi e Meta bourneti si dividono per temperatura e altitudine
Biospeleologia e conservazione: il riscaldamento globale potrebbe spingere Meta bourneti verso l’alto, minacciando le popolazioni relitte di Meta menardi nelle grotte laviche siciliane
Segregazione di nicchia nelle grotte laviche dell’Etna
Il genere Meta (Araneae, Tetragnathidae) include due tra i ragni più diffusi nella zona crepuscolare degli ambienti ipogei europei: Meta menardi e Meta bourneti. Entrambe le specie presentano un ciclo vitale che combina una fase dispersiva epigea e una fase sedentaria ipogea, spiegando la loro ampia distribuzione.[1][3]
Sull’Etna, recenti osservazioni avevano già segnalato la presenza di entrambe le specie, con Meta menardi limitata a poche grotte ad alta quota dove Meta bourneti risulta assente. Per comprendere i fattori ecologici alla base di questa segregazione, un team dell’Università di Torino ha condotto indagini di campo in 40 cavità vulcaniche tra il dicembre 2020 e il dicembre 2021.[1]
I risultati evidenziano un effetto dominante della temperatura nella separazione delle due specie lungo il gradiente altimetrico, che va dal livello del mare fino a 2.300 metri. Meta menardi colonizza grotte sopra i 1.200 metri (media 1.430 ± 110 m), con temperature interne intorno ai 10,1 °C e precipitazioni più elevate. Meta bourneti, invece, si trova generalmente sotto gli 800 metri (media 800 ± 330 m), in ambienti più caldi (13,7 ± 1,9 °C) e con minori precipitazioni.[1]
Nessuna delle due specie è stata rilevata oltre i 1.600 metri. Le grotte non colonizzate da ragni Meta risultavano generalmente più fredde di 8,0 °C e caratterizzate da precipitazioni ancora più abbondanti.[1]
Età del substrato lavico e habitat esterno: fattori secondari
Oltre a temperatura e altitudine, sono stati valutati anche l’età del substrato lavico e il tipo di habitat esterno alla grotta. Entrambe le specie tendono a colonizzare grotte formate in colate laviche antiche, superiori a 1.000 anni, spesso associate a vegetazione ben sviluppata come boschi o arbusteti.[1]
Tuttavia, l’analisi statistica non ha rivelato differenze significative tra le due specie rispetto all’età della lava o all’habitat circostante. Questi fattori sembrano quindi favorire la colonizzazione in generale, senza influenzare in modo differenziale la scelta tra Meta menardi e Meta bourneti.[1]
Riscaldamento globale e rischio per Meta menardi in Sicilia
Lo scenario attuale di riscaldamento globale potrebbe alterare significativamente questo equilibrio. Un aumento delle temperature medie favorirebbe l’espansione verso l’alto di Meta bourneti, specie più termofila, portandola a entrare in contatto con le popolazioni relitte di Meta menardi.[1][2]
Questa sovrapposizione potrebbe determinare competizione diretta o esclusione competitiva, con possibili effetti negativi sulla sopravvivenza di Meta menardi in Sicilia. Inoltre, lo spostamento verso quote superiori esporrebbe questa specie a maggiori rischi vulcanici, data la dinamica attività dell’Etna.[1]
Secondo gli autori, la popolazione siciliana di Meta menardi appare quindi destinata a essere progressivamente sostituita da Meta bourneti, con il rischio concreto di estinzione locale per la prima specie.[1]
Biospeleologia e conservazione: i ragni Meta come bioindicatori
La sensibilità di questi ragni alle variazioni microclimatiche li rende ottimi bioindicatori dello stato di salute degli ecosistemi sotterranei. La Società Speleologica Italiana ha scelto proprio Meta menardi e Meta bourneti come “Animali di Grotta dell’Anno” per il 2026, sottolineando il loro ruolo di sentinelle del cambiamento climatico negli ambienti ipogei.[2][3]
Monitorare la distribuzione di queste specie permette di cogliere precocemente gli effetti del riscaldamento globale sulle grotte, fornendo dati utili per strategie di conservazione mirate. La biospeleologia assume così un valore applicativo diretto nella tutela della biodiversità sotterranea.[2][3]
Ulteriori novità sugli studi dei ragni di grotta
Oltre allo studio etneo, recenti ricerche hanno approfondito la vulnerabilità dei ragni ipogei ai cambiamenti climatici. Una meta-analisi globale pubblicata nel 2026 conferma che il clima influisce su fisiologia, comportamento e disponibilità di habitat per le specie sotterranee, con effetti variabili a seconda del taxon e del contesto ecologico.[4]
In Italia, un dataset aperto sulle comunità di ragni sotterranei delle Alpi occidentali, pubblicato nel 2025, offre uno strumento prezioso per studi eco-evolutivi e per valutare la vulnerabilità di queste specie alle pressioni ambientali.[1][5][6]
Un altro studio del 2025 ha evidenziato come la riduzione dell’umidità, combinata con l’aumento delle temperature, possa ridurre drasticamente la sopravvivenza di artropodi di grotta, sottolineando l’importanza di considerare stress climatici multipli nella conservazione.[7]
Questi contributi confermano che i ragni del genere Meta, per la loro sensibilità e distribuzione, rappresentano modelli ideali per comprendere gli impatti del cambiamento climatico sugli ecosistemi sotterranei.[2][8]
Fonti
Nicolosi G., Piano E., Isaia M. (2022). Niche segregation in Meta spiders (Araneae, Tetragnathidae) on Mount Etna (Sicily, Italy). Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia, s. II, 42, 2022.
The European Zoological Journal – “Evidence of population stress linked to droughts in cave-dwelling spiders: the case of Meta bourneti in north-western Italy” (2025) URL: https://doi.org/10.1080/24750263.2025.2536018
Nuovi dati sulla biodiversità sotterranea nel Nord Piemonte
La fauna ipogea della Valle Strona è stata oggetto di un approfondito studio condotto da Denise Trombin ed Enrico Lana, ricercatori del gruppo Biologia Sotterranea Piemonte. Le indagini, avviate nel 2016 e proseguite negli anni successivi, hanno interessato 12 cavità naturali dell’area, portando a una caratterizzazione preliminare ma significativa della fauna sotterranea presente in questo settore del Nord Piemonte.
I risultati delle ricerche hanno permesso di triplicare le entità faunistiche conosciute rispetto alle sporadiche registrazioni pubblicate nel secolo scorso, identificando 46 taxa almeno a livello di genere e 36 entità a livello di specie.
Composizione faunistica e specie specializzate
La fauna ipogea della Valle Strona comprende organismi appartenenti a tre Phyla principali: Arthropoda, Chordata e Mollusca.
Gli Artropodi rappresentano il gruppo più ricco, con 7 classi, 16 ordini, 29 famiglie, 37 generi e 26 specie identificate. I Cordati presentano 2 classi con 3 specie totali, mentre i Molluschi sono rappresentati da 7 specie distribuite in 8 generi.
Tra le specie di maggiore interesse biologico spiccano alcuni elementi specializzati tipici della fauna ipogea alpina. Sono stati confermati la presenza di Alpioniscus feneriensis (Parona, 1880), un isopode troglobio, e dei generi Niphargus (Amphipoda) e Oroposoma (Diplopoda).
Il genere Niphargus, di specie non ancora identificata, è stato rilevato esclusivamente nella Caverna delle Streghe di Sambughetto, mentre Alpioniscus feneriensis è presente anche nella grotta Böcc dal Faij e nella grotta del Rio Bagnone 5.
Un’osservazione particolarmente significativa riguarda la prima segnalazione di Stafilinidi Pselafini in ambiente ipogeo nella Caverna delle Streghe, appartenenti alle specie Bryaxis collaris, B. kruegeri e Pselaphogenius quadricostatus. Sono inoltre degni di nota i ritrovamenti di Ischyropsalis carli nella Caverna delle Streghe e di Ischyropsalis dentipalpis nella Grotta dell’Alpe Ravinella.
Assenza significativa di Coleotteri specializzati
Un aspetto particolarmente interessante emerso dallo studio della fauna ipogea della Valle Strona riguarda l’assenza totale di Coleotteri specializzati appartenenti alle tribÙ dei Trechini e dei Leptodirini, nonostante questi siano presenti in altre aree vicine del Piemonte settentrionale.
Nelle zone limitrofe della Valle Sesia, del Biellese, della bassa Valle d’Aosta e del Torinese sono infatti documentati generi di Leptodirini come Archeoboldoria, Canavesiella e Dellabeffaella, completamente assenti nell’area di studio. Analogamente, i Carabidi Trechini fortemente specializzati dei generi Doderotrechus e Duvalius, che popolano le valli centro-meridionali del Piemonte e ricompaiono in provincia di Varese, non sono stati rinvenuti in Valle Strona.
Questa discontinuità degli areali distributivi rappresenta un elemento di notevole interesse biogeografico e richiede un’analisi approfondita delle cause storiche e ambientali che hanno determinato tale distribuzione.
Influenza delle glaciazioni pleistoceniche
La spiegazione più probabile per l’assenza di questi elementi specializzati risiede nella storia geologica e geomorfologica dell’area, in particolare nell’intenso effetto dei periodi glaciali durante il Pleistocene.
Secondo la classica teoria del cosiddetto “effetto Pleistocenico”, formulata da Barr e Holsinger nel 1985, le forme ancestrali avrebbero trovato rifugio negli ambienti stabili e umidi delle grotte durante i periodi di condizioni superficiali sfavorevoli. L’isolamento che ne è derivato avrebbe favorito fortemente le dinamiche di speciazione, caratterizzando le attuali biocenosi ipogee in termini di rarità, endemicità, genetica e troglomorfia.
L’analisi della carta GK500-LGM, preparata da SchlÜchter nel 2009, che mostra la massima estensione dei ghiacciai in Svizzera e in parte del territorio italiano durante l’ultima epoca glaciale (circa 24.000 anni fa), indica che l’area della Valle Strona non era coperta dal ghiaccio.
Tuttavia, secondo Motta (2014), l’area mostra segni di copertura glaciale durante il Pleistocene, in netto contrasto con i dati della cartografia svizzera. Cella e Ricci (1985) segnalano inoltre che nei pressi dell’ingresso della Caverna delle Streghe di Sambughetto sono rinvenibili grossi ciottoli di probabile trasporto glaciale.
Un’intensa pressione climatica durante i periodi glaciali del Pleistocene potrebbe spiegare la totale mancanza di elementi specializzati appartenenti ai Leptodirini e ai Trechini, modificando la distribuzione di questi organismi in modo permanente.
Le 12 cavità investigate
Le ricerche hanno interessato dodici cavità naturali dell’area: Caverna delle Streghe (PI2501), Grotta dell’Alpe Ravinella (PI2676), Balm del Diaulin (PI2836), Balm del Diau (PI2696), le sei Grotte del Torrente Bagnone (PI2825-PI2830), Bocc dal Faij (PI2677) e Grotta Cadente (PI2678).
La metodologia adottata ha previsto la ricerca diretta a vista all’interno delle cavità e nei pressi degli ingressi. Gli organismi sono stati fotografati e identificati in loco quando possibile; per i generi e le specie più rare sono stati raccolti campioni successivamente affidati agli specialisti per la determinazione tassonomica.
Classificazione biospeleologica: troglobi, troglofili e troglosseni
Per comprendere appieno la fauna ipogea della Valle Strona è utile approfondire la classificazione biospeleologica degli organismi cavernicoli, che distingue tre categorie fondamentali in base al grado di adattamento all’ambiente sotterraneo.
Troglobi
I troglobi sono organismi strettamente legati all’ambiente cavernicolo, capaci di riprodursi soltanto in esso e generalmente dotati di modificazioni morfologiche e fisiologiche che li rendono particolarmente adatti a vivere in condizioni di oscurit๹ permanente, atmosfera non ventilata, umidit๹ ambientale elevata e temperatura relativamente costante.
Questi animali mostrano gli adattamenti più spinti per la vita sotterranea: nascono, si riproducono e muoiono esclusivamente all’interno delle grotte o di ambienti similari. Presentano caratteristiche tipiche come micro- o anoftalmia (riduzione o assenza degli occhi), depigmentazione (perdita della colorazione), atterismo (riduzione delle ali negli insetti), metabolismo rallentato e sviluppo di organi sensoriali particolarmente sviluppati per compensare l’assenza di luce.
Nella fauna ipogea della Valle Strona, esempi di troglobi includono Alpioniscus feneriensis e le specie del genere Niphargus, completamente adattati alla vita sotterranea.
Troglofili
I troglofili sono organismi che, pur frequentando abitualmente l’ambiente cavernicolo, possono rinvenirsi anche in ambienti diversi da questo. Non presentano adattamenti anatomici o fisiologici particolari all’ambiente sotterraneo come i troglobi, ma hanno un bisogno vitale ponctuale del milieu souterrain.
Questa categoria si suddivide ulteriormente in due gruppi:
Subtroglofili: abitano le grotte regolarmente o solo in alcuni periodi della loro vita, ma rimangono legati alla superficie per alcune funzioni biologiche, come l’alimentazione. Esempi includono alcuni ditteri, limonidi e pipistrelli che frequentano le grotte solo in determinati periodi dell’anno o del giorno.
Eutroglofili: mostrano una netta preferenza per le grotte e particolari adattamenti comportamentali, pur non essendo completamente vincolati a tale ambiente. Possono abbandonare le cavit๹ per escursioni esterne in ambienti comunque idonei alle loro necessità biologiche.
Nella Valle Strona, specie come Trechus lepontinus e vari molluschi rientrano in questa categoria ecologica.
Troglosseni
I troglosseni (o trogloxeni) sono animali che fanno parte solo accidentalmente della fauna cavernicola. Appartengono a questo gruppo tutte quelle specie che normalmente vivono nell’ambiente epigeo e che entrano in grotta per caso: trasportati dalle acque meteoriche, dal vento, per caduta accidentale, per sfuggire ai predatori o per cercare fresco nei periodi estivi.
Questi organismi non sono in grado di stabilire una popolazione sotterranea permanente e la loro presenza nelle cavit๹ è episodica e non riproduttiva. Nella fauna della Valle Strona, diversi artropodi di superficie rientrano in questa categoria.
Prospettive di ricerca future
Gli autori dello studio sottolineano la necessità di proseguire le ricerche nella Caverna delle Streghe di Sambughetto e nelle altre cavit๹ della Valle Strona, con l’obiettivo di caratterizzare la fauna sotterranea con un maggior grado di dettaglio.
Le indagini future potranno contribuire non solo alla conoscenza della biodiversità ipogea dell’area, ma anche alla ricostruzione della storia geologica della Caverna delle Streghe e all’analisi delle dinamiche biogeografiche che hanno determinato l’attuale distribuzione della fauna ipogea nel Nord Piemonte.
La discontinuità degli areali distributivi osservata, con l’assenza di gruppi specializzati presenti nelle zone limitrofe, rappresenta un elemento di particolare interesse per la biospeleologia e la biogeografia delle Alpi occidentali, meritevole di ulteriori approfondimenti multidisciplinari.
Venerdì 28 agosto passeggiata serale con esperti per conoscere da vicino la vita e le abitudini dei chirotteri
Venerdì 28 agosto, dalle 20:30 alle 23:00, la Riserva Naturale Regionale Oasi WWF dei Ghirardi, nel territorio di Borgo Val di Taro (Parma), ospita una Bat-Night, serata dedicata alla scoperta dei pipistrelli e della fauna notturna.
Accompagnati da esperti, i partecipanti potranno conoscere la vita segreta dei chirotteri e delle falene, approfondendone abitudini, caratteristiche e importanza per gli ecosistemi e per la nostra vita quotidiana. L’incontro prevede una breve passeggiata serale nei dintorni del Centro Visite della Riserva.
La partecipazione è gratuita, con iscrizione obbligatoria presso il Centro Visite. Per informazioni e prenotazioni è possibile contattare il numero 349 773 6093 tramite SMS o WhatsApp.
L’appuntamento è al Centro Visite della Riserva, località Predelle di Porcigatone, Borgo Val di Taro (PR).
Evento presso Riserva Naturale Regionale Oasi WWF dei Ghirardi, Borgo Val di Taro (Parma), Emilia-Romagna
Un modello statistico ad alta affidabilità per prevedere l’habitat del coleottero cavernicolo
Uno studio recente ha applicato i modelli di distribuzione delle specie (SDM) per analizzare l’idoneità ambientale di Duvalius carantii, un coleottero ipogeo endemico delle Alpi sud-occidentali.
La ricerca, condotta da Marco Tolve dell’Università degli Studi di Torino insieme a Pier Mauro Giachino, Elena Piano e Marco Isaia, ha utilizzato l’algoritmo MaxEnt per elaborare 31 occorrenze georeferenziate della specie, ottenendo un modello predittivo con prestazioni elevate (AUC medio 0,907) [web:2][file:1].
I risultati indicano che quattro fattori spiegano la distribuzione attuale di D. carantii: la temperatura media annuale (38,6% di importanza), la distanza dai ghiacciai pleistocenici del Last Glacial Maximum (40,1%), l’escursione termica media diurna (17,5%) e la stagionalità³² delle precipitazioni (3,7%) [file:1]. Nel complesso, temperatura e distanza dai ghiacciai antichi spiegano quasi l’80% dell’idoneità bioclimatica del coleottero ipogeo.
Metodologia e risultati del modello di distribuzione
Il team di ricerca ha calibrato il modello all’interno dell’area accessibile (M-area), costruendo un buffer di 30 km attorno ai punti di occorrenza noti. Sono state utilizzate 19 variabili bioclimatiche da WorldClim, dati di elevazione e la distanza dalle masse glaciali pleistoceniche ricostruite da Ehlers et al. (2011), con anelli di distanza di 1 km [file:1].
L’area prevista dal modello si sovrappone agli areali di altre specie di Duvalius in Italia e Francia, oltre a Doderotrechus spp. nel settore settentrionale. Questa sovrapposizione di nicchia bioclimatica suggerisce un’elevata vicarianza geografica tra le specie di coleotteri sotterranei delle Alpi occidentali, con areali profondamente modellati dalle dinamiche glaciali del Pleistocene [file:1].
Vicarianza ecologica e variabilità intraspecifica
Un aspetto interessante emerso dallo studio riguarda due località occidentali che non rientrano nell’area predetta come idonea. Questo dato apre nuove linee di ricerca sulle dinamiche che hanno plasmato l’areale attuale di Duvalius carantii e sulle relazioni con le specie ecologicamente vicarianti vicine [file:1].
I ricercatori sottolineano la necessità di specifici studi tassonomici e morfologici sulla variabilità di D. carantii per chiarire i pattern di variabilità intraspecifica ancora non scoperti. L’approccio SDM si conferma uno strumento fondamentale per indagare aspetti ecologici, biogeografici, evolutivi e conservazionistici della fauna ipogea [file:1][web:2].
Classificazione della fauna cavernicola: troglobi, troglofili e troglosseni
La biospeleologia classifica gli organismi che frequentano le grotte in tre categorie principali, basate sul loro grado di adattamento all’ambiente ipogeo. Questa classificazione, proposta originariamente da Schiner nel 1854 e perfezionata da Racovitza nel 1907, rimane uno strumento utile per comprendere l’ecologia sotterranea [web:3][web:8].
Troglobi: i veri cavernicoli obbligati
I troglobi (o troglobionti) sono organismi perfettamente adattati alla vita ipogea e incapaci di svincolarsene. Presentano adattamenti morfologici e fisiologici marcati: sono anoftalmi (privi di organi visivi funzionali), depigmentati, con zampe e antenne allungate e organi sensoriali specializzati [web:10][web:12][file:1]. Compiono l’intero ciclo vitale all’interno delle grotte e rappresentano lo stadio evolutivo più avanzato di adattamento all’ambiente sotterraneo. Duvalius carantii rientra in questa categoria, essendo un coleottero ipogeo endemico strettamente legato all’habitat cavernicolo [file:1].
Troglofili: organismi con legami parziali con la grotta
I troglofili sono organismi presenti con regolarità³¹ nelle grotte ma non obbligatoriamente legati ad esse per l’intero ciclo vitale. Questa categoria si suddivide in due gruppi:
Subtroglofili: abitano le grotte regolarmente o solo in alcuni periodi della vita, ma rimangono legati alla superficie per alcune funzioni biologiche (ad esempio per nutrirsi). I pipistrelli rappresentano un esempio classico di subtroglofili [web:15][web:18][file:1].
Eutroglofili: mostrano una netta preferenza per le grotte e possiedono adattamenti morfologici e fisiologici particolari, pur potendo vivere e in alcuni casi riprodursi anche nell’ambiente epigeo [web:4][web:12].
I troglosseni (o trogloxeni) sono organismi la cui presenza in grotta è sporadica e accidentale. Vi capitano per caduta, trasporto passivo da parte dell’acqua o altri meccanismi involontari. Sono incapaci di stabilire una popolazione sotterranea e non entrano a far parte dell’ecosistema cavernicolo in senso ecologico [web:9][web:13][web:14]. Possono costituire un importante apporto di nutrimento per la fauna ipogea, ma non sono considerati parte integrante della comunità sotterranea.
Implicazioni per la conservazione e la ricerca futura
Lo studio di Duvalius carantii si inserisce in un contesto più ampio di applicazione degli SDM alla fauna ipogea. Nonostante i modelli di distribuzione delle specie abbiano visto un aumento esponenziale delle pubblicazioni negli ultimi anni, gli SDM relativi ad artropodi sotterranei sono rimasti in ritardo rispetto a quelli per organismi epigei [file:1][web:2].
La ricerca evidenzia come le transizioni climatiche passate abbiano avuto un’influenza profonda sulla fauna sotterranea, guidando la colonizzazione ipogea e plasmando i pattern distributivi attuali. La distanza dai ghiacciai pleistocenici emerge come fattore determinante, confermando il ruolo delle dinamiche glaciali nel modellare la biodiversità³² cavernicola delle Alpi sud-occidentali [file:1][web:3].
Fonti
Tolve M., Giachino P.M., Piano E., Isaia M. “Habitat suitability of Duvalius carantii (Sella 1874) (Coleoptera, Carabidae: Trechini)”. XXIII Congresso Nazionale di Speleologia, Ormea (CN) 2-5 giugno 2022. Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia s. II, 42, 2022.
Phillips S.J., Anderson R.P., Schapire R.E. (2006). “Maximum entropy modeling of species geographic distributions”. Ecological Modelling, 190(3-4): 231-259. https://doi.org/10.1016/j.ecolmodel.2005.03.026
Mammola S., Leroy B. (2018). “Applying species distribution models to caves and other subterranean habitats”. Ecography, 41(7): 1194-1208. https://doi.org/10.1111/ecog.03532
Sket B. (2008). “Can we agree on an ecological classification of subterranean animals?”. Journal of Natural History, 42(21-22): 1549-1563. https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/00222930801995762
HowStuffWorks. “The Three Types of Cave Life”. https://science.howstuffworks.com/life/biology-fields/cave-biology1.htm
Subterranean Biology. “Towards a biologically meaningful classification of subterranean organisms”. https://subtbiol.pensoft.net/article/9759/
Museo Civico di Storia Naturale di Trieste. “Sala La Grotta”. https://museostorianaturaletrieste.it/visita/ambienti-e-microcosmi-del-carso/sala-la-grotta/
Un metodo non invasivo per il monitoraggio di Speleomantes ambrosii e nuove ricerche ampliano le conoscenze sulla fauna ipogea
Stime più affidabili per la conservazione dei geotritoni
Stimare quanti geotritoni vivano in una grotta è più complesso di quanto possa suggerire un semplice conteggio. Gli individui possono restare nascosti nelle fessure, spostarsi tra pareti e detriti oppure risultare meno attivi in condizioni ambientali non favorevoli. Il numero osservato durante un sopralluogo non coincide quindi necessariamente con l’abbondanza reale della popolazione.
Lo studio presentato al XXIII Congresso Nazionale di Speleologia, svolto a Ormea dal 2 al 5 giugno 2022, affronta questo problema applicando il metodo del doppio osservatore a tre popolazioni di geotritone di Ambrosi, Speleomantes ambrosii. La ricerca è stata realizzata da Giacomo Rosa, Andrea Costa, Fabrizio Oneto e Sebastiano Salvidio, con il coinvolgimento del DISTAV dell’Università degli Studi di Genova e del Gruppo Speleologico Ligure Arturo Issel.
Il protocollo utilizza modelli N-mixture multinomiali. Questi modelli consentono di stimare l’abbondanza tenendo separata la quantità reale di animali dalla probabilità che ciascun individuo venga rilevato. Il metodo non richiede il riconoscimento individuale e può essere svolto durante un unico sopralluogo.
Geotritone di Ambrosi, il caso delle tre grotte liguri
Le tre cavità studiate si trovano nella provincia della Spezia e hanno uno sviluppo lineare rispettivamente di 15, 27 e 39 metri. Ogni grotta è stata suddivisa in sezioni di un metro. Le sezioni comprendevano le due pareti laterali e il soffitto, diventando repliche spaziali per l’analisi statistica.
Gli osservatori hanno contato 202 geotritoni nella prima grotta, sette nella seconda e 34 nella terza. Le stime corrette dell’abbondanza sono risultate pari a 207 individui nella prima cavità, con intervallo di confidenza al 95% tra 185 e 231; sette nella seconda, con intervallo tra due e 13; e 35 nella terza, con intervallo tra 24 e 46.
La probabilità di osservazione è stata superiore allo 0,80 in tutti i siti. Il risultato indica che, in quelle condizioni di campionamento, la maggior parte degli animali presenti era rilevabile. La differenza tra i conteggi diretti e le stime è stata quindi contenuta, anche se il modello ha permesso di quantificare l’incertezza associata ai dati.
Perché il doppio osservatore riduce i costi
Il metodo del doppio osservatore presenta alcuni vantaggi rispetto alla cattura-marcatura-ricattura e al campionamento per rimozione. Queste tecniche possono richiedere più visite, personale dedicato, attrezzature e autorizzazioni specifiche. La manipolazione degli anfibi aumenta inoltre la necessità di adottare rigorose procedure igieniche per ridurre il rischio di trasmissione di patogeni.
Nel protocollo ligure, due operatori lavorano nello stesso momento e registrano gli individui rilevati. Le osservazioni vengono poi analizzate in modo da stimare la probabilità di rilevamento. Il sistema è economico e non richiede marcature fisiche. Per questo può essere adatto a programmi di monitoraggio a lungo termine, a condizione che le visite siano standardizzate e che siano rispettate le autorizzazioni previste per le specie protette.
Il metodo non sostituisce ogni altra tecnica. La scelta dipende dalla domanda di ricerca. Se l’obiettivo è seguire sopravvivenza, crescita o spostamenti individuali, la foto-identificazione o la cattura-ricattura possono fornire informazioni aggiuntive. Se l’obiettivo principale è stimare l’abbondanza con un basso impatto, il doppio osservatore può essere una soluzione efficace.
Dal conteggio alla foto-identificazione spaziale
Le ricerche più recenti stanno ampliando il quadro metodologico. Nel 2025 uno studio su una popolazione ligure di Speleomantes strinatii ha applicato la cattura-ricattura spaziale, o SCR, a 104 individui riconosciuti attraverso il disegno ventrale. Il lavoro ha analizzato l’uso dello spazio, l’attività stagionale e le differenze tra maschi, femmine e subadulti.
Le femmine hanno percorso in media 0,60 metri al giorno, contro 0,22 metri rilevati per i maschi durante il monitoraggio. Gli animali sono risultati più attivi in estate e hanno mostrato una preferenza per le zone interne della cavità e per le pareti più rugose. La griglia permanente e la localizzazione precisa delle osservazioni hanno permesso di collegare la presenza dei geotritoni alla struttura dei microhabitat.
La foto-identificazione evita, in alcuni casi, la marcatura fisica. Le immagini possono inoltre fornire misure biometriche, informazioni sulla colorazione e dati sulla condizione corporea. Il riconoscimento fotografico deve essere accompagnato da procedure coerenti, perché illuminazione, angolazione e qualità delle immagini possono influenzare il confronto tra individui.
Il monitoraggio nazionale tra 2021 e 2024
Un dataset pubblicato nel 2024 raccoglie quattro anni di monitoraggio su 66 popolazioni di Speleomantes, in ambienti sotterranei e di superficie. Il progetto ha prodotto 3.836 immagini di alta qualità e comprende le otto specie conosciute del genere, distribuite nell’Italia continentale, a San Marino e in Sardegna, oltre a popolazioni ibride.
Le attività hanno seguito uno sforzo di campionamento standardizzato. Gli operatori hanno registrato dati demografici, peso, lunghezza, sesso, classe di età, presenza di parassiti e malformazioni. Le immagini sono state calibrate con riferimenti cromatici e metrici. La lunghezza muso-cloaca è stata utilizzata per distinguere giovani e adulti, evitando di basarsi soltanto sulla lunghezza totale, che può essere alterata dalla perdita e dalla rigenerazione della coda.
Il dataset può essere integrato con studi precedenti e, per alcune popolazioni, estendere la serie temporale fino a sette anni. Una serie ripetuta è essenziale per distinguere le normali variazioni stagionali da un reale declino demografico. Il monitoraggio consente inoltre di individuare cambiamenti nella condizione corporea e nella frequenza di parassiti o malformazioni.
Nuove informazioni dalle popolazioni italiane
Nel 2024 è stata descritta una nuova popolazione di Speleomantes italicus nel territorio di Valle Castellana, nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Sono stati osservati due individui in ambiente epigeo, a 933 metri di quota, in un’area prossima al limite meridionale della distribuzione della specie in Abruzzo.
La segnalazione amplia le conoscenze sulla distribuzione locale e richiede ulteriori sopralluoghi per definire l’estensione della popolazione. Gli autori hanno evidenziato la necessità di verificare la presenza di altre microstazioni e di eventuali habitat sotterranei vicini. Nelle aree ai margini dell’areale, anche pochi nuovi siti possono avere un valore rilevante per la conservazione.
Un altro studio pubblicato nel 2025 ha analizzato l’abbondanza stagionale di Speleomantes flavus, endemico del massiccio del Monte Albo, in Sardegna. Gli individui tendevano a concentrarsi in settori relativamente freddi e umidi, non lontani dall’ingresso. L’abbondanza è stata messa in relazione con temperatura, umidità, illuminamento e presenza di invertebrati potenzialmente utilizzabili come prede.
Minacce, patogeni e qualità dell’habitat
I geotritoni dipendono da condizioni microclimatiche ristrette. La respirazione cutanea richiede superfici umide e aria con elevata umidità relativa. Alterazioni della copertura forestale, riduzione dell’umidità, aumento delle temperature e modifiche degli ingressi delle cavità possono ridurre la disponibilità di rifugi idonei.
La diffusione di patogeni rappresenta un ulteriore elemento di attenzione. Un’indagine nazionale sul fungo chitrido Batrachochytrium dendrobatidis ha analizzato 1.274 tamponi cutanei appartenenti a 18 specie di anfibi, rilevando il patogeno in 13 specie e in 56 località note dell’Italia peninsulare e della Sardegna. Il dato non dimostra automaticamente un impatto sui geotritoni, ma sostiene l’utilità di una sorveglianza sanitaria coordinata.
Durante le visite in grotta sono necessarie disinfezione delle attrezzature, separazione dei materiali tra siti e riduzione della manipolazione. Le procedure devono essere definite con ricercatori, enti gestori e gruppi speleologici. La tutela riguarda anche la cavità nel suo insieme, perché umidità, suolo, detrito organico e vegetazione esterna sono parte dello stesso sistema ecologico.
Una rete di dati per le grotte italiane
Il doppio osservatore, la foto-identificazione e i modelli N-mixture o SCR rispondono a domande diverse ma complementari. Il primo metodo stima l’abbondanza riducendo l’effetto degli individui non rilevati. La foto-identificazione segue gli individui senza necessariamente ricorrere a marcature invasive. La cattura-ricattura spaziale aggiunge informazioni su densità, movimenti e uso dei microhabitat.
Per rendere confrontabili i risultati servono protocolli condivisi. Devono essere registrati almeno data, orario, temperatura, umidità, superficie osservata, numero di operatori, condizioni della cavità e posizione degli animali. Le coordinate dei siti più sensibili possono essere rese meno precise nei dataset pubblici, così da limitare il rischio di disturbo o raccolta illegale.
Le nuove ricerche confermano che il monitoraggio dei geotritoni non è soltanto un esercizio di conteggio. È uno strumento per valutare la qualità dell’ambiente sotterraneo, riconoscere segnali precoci di cambiamento e orientare le decisioni di conservazione. Per le grotte italiane, la continuità delle osservazioni e la collaborazione tra università, parchi, enti locali e speleologi restano elementi centrali.
Fonti
Rosa G., Costa A., Oneto F., Salvidio S., “Optimizing monitoring of an endemic terrestrial salamander (Speleomantes ambrosii): comparing cost-effectiveness of different methods for abundance estimation”, Biologia, 2022. URL: https://link.springer.com/10.1007/s12210-022-01099-0
Ricerche speleologiche e monitoraggio dei chirotteri indicano le cavità dei Lessini Vicentini come rifugi importanti per Rhinolophus ferrumequinum e Rhinolophus hipposideros
Uno studio dedicato alla presenza dei rinolofidi nei Lessini Vicentini documenta il ruolo delle cavità carsiche per la conservazione dei pipistrelli in Veneto. La ricerca, realizzata da Andrea Pereswiet-Soltan con il Club Speleologico Proteo di Vicenza, è stata condotta nell’ambito del progetto “Ruolo ecologico-funzionale delle principali cavità dei Lessini Vicentini per la chirotterofauna”.
Il progetto è stato finanziato dalla Federazione Speleologica Veneta e si è sviluppato nel triennio 2009-2011. L’indagine ha riguardato otto tra le maggiori grotte dell’area compresa attorno all’Altopiano Faledo-Casaron. L’attenzione si è concentrata su due specie appartenenti alla famiglia Rhinolophidae: il rinolofo maggiore, Rhinolophus ferrumequinum, e il rinolofo minore, Rhinolophus hipposideros.
Rinolofidi e grotte: specie sensibili al disturbo
I rinolofidi sono tra i pipistrelli più facilmente osservabili negli ambienti sotterranei. Il loro comportamento, con gli individui appesi liberamente alle volte e spesso avvolti nelle ali, li rende riconoscibili durante i controlli speleologici.
La loro fisiologia li rende sensibili alle variazioni del microclima. Sono specie stenoterme e risentono degli aumenti di temperatura provocati dalla presenza umana, dall’illuminazione artificiale e dalla modifica della ventilazione naturale. Durante l’ibernazione, un risveglio forzato può determinare un consumo rilevante delle riserve energetiche accumulate in autunno.
I rinolofidi selezionano in genere ambienti umidi e relativamente stabili. Per l’ibernazione preferiscono microambienti con temperature comprese, secondo il testo dello studio, tra 7 e 10 °C. La scelta della zona della grotta dipende dalla morfologia della cavità, dalla circolazione dell’aria e dalla disponibilità di nicchie con condizioni costanti.
Il monitoraggio nei Lessini Vicentini
La ricerca ha utilizzato tre principali metodologie: catture con reti mist-net, monitoraggio bioacustico e controlli visivi all’interno delle grotte. Nel lavoro presentato vengono analizzati soprattutto i dati ottenuti attraverso il monitoraggio acustico e le osservazioni dirette.
Il rilevamento bioacustico è stato svolto con un bat detector Pettersson D500x. Nei mesi di aprile e giugno le registrazioni sono state effettuate dal tramonto alla mezzanotte. A luglio e novembre il monitoraggio è stato esteso all’intera notte.
Il dispositivo registrava automaticamente file della durata di cinque secondi. Ogni sonogramma contenente almeno tre impulsi di ecolocalizzazione veniva considerato un contatto di presenza. I dati sono stati poi sommati per le diverse ore di registrazione e per le due specie considerate.
Le grotte analizzate presentavano caratteristiche ambientali diverse. Il Buso della Pisatela, la Grotta dei Partigiani, il Buso del Vento e la Tana del Tasso avevano ingressi piccoli, collocati all’interno di boschi cedui con presenza di alberi maturi. La Grotta della Stria e il Buco del Soglio si trovavano invece in prossimità del limite tra bosco e aree aperte.
Il Buso della Rana aveva un ingresso ampio e alto, rivolto verso un ambiente più aperto. La cavità risultava sottoposta a una forte pressione antropica, per la frequentazione da parte di speleologi ed escursionisti.
Il ruolo del Buso della Pisatela
I risultati hanno evidenziato una diversa distribuzione dell’attività notturna tra le cavità. Rhinolophus hipposideros ha mostrato una maggiore attività presso le grotte collocate all’interno del bosco, un ambiente favorevole alle attività di foraggiamento della specie.
La presenza acustica non sempre coincideva con il numero di esemplari osservati durante il giorno o durante i controlli invernali. In alcune cavità, come la Grotta dei Partigiani, la Tana del Tasso e il Buso del Vento, l’attività notturna era significativa, mentre gli individui osservati all’interno risultavano pochi.
Il Buso della Rana ha registrato una maggiore attività di Rhinolophus ferrumequinum. Durante i controlli sono stati osservati con regolarità esemplari appesi nella cavità. Gli avvistamenti di rinolofo minore sono risultati più sporadici.
Il sito più importante è risultato il Buso della Pisatela. La grotta ha mostrato una consistente attività notturna nel periodo estivo e una presenza numerosa durante l’inverno. Il 7 marzo 2020 sono stati osservati quattro rinolofi maggiori e 67 rinolofi minori.
La morfologia articolata della cavità potrebbe spiegare la sua rilevanza. La presenza di numerosi ambienti interni permette ai pipistrelli di selezionare microclimi differenti e di trovare zone adatte all’ibernazione.
Durante le registrazioni notturne di luglio, circa due terzi dell’attività si concentravano tra il tramonto e la mezzanotte. Il dato potrebbe essere collegato non solo all’uscita serale per il foraggiamento, ma anche a interazioni sociali, pause temporanee, abbeveramento o cattura di insetti sulle pareti della grotta.
Il Buco del Soglio e la pressione della fruizione
Il Buco del Soglio ha mostrato una presenza relativamente costante delle due specie, anche se con numeri contenuti. Gli individui osservati si aggiravano intorno alle dieci unità. La cavità può quindi avere un ruolo nell’ibernazione dei pipistrelli, pur non ospitando una colonia numerosa.
Lo studio evidenzia una possibile criticità. La sistemazione del sentiero di accesso e la messa in sicurezza dell’interno della grotta, realizzate in occasione delle iniziative per il centenario della Prima guerra mondiale, hanno migliorato la fruizione umana della cavità. Sarebbe necessario verificare se questi interventi abbiano modificato la presenza dei pipistrelli.
Il caso mostra un principio importante per la gestione delle grotte: la rilevanza di un sito non dipende soltanto dal numero di animali presenti. Anche pochi individui possono indicare l’utilizzo della cavità come rifugio stagionale. Questo aspetto è particolarmente importante per i rinolofi, che possono occupare le volte in modo disperso e risultare meno visibili durante i controlli.
Le azioni in Italia contro il disturbo nelle grotte
In Italia la riduzione del disturbo dei pipistrelli nelle grotte frequentate dagli speleologi si basa su una combinazione di norme, monitoraggi e misure gestionali.
Le principali azioni adottate o previste sono:
chiusure stagionali delle cavità durante l’ibernazione e il periodo riproduttivo;
limitazione degli accessi nei siti Natura 2000 e nelle aree protette;
autorizzazione preventiva per ricerca, monitoraggio e interventi tecnici;
installazione di cancelli o griglie progettati per consentire il passaggio dei pipistrelli;
divieto di illuminare direttamente gli animali e gli ingressi delle grotte;
regolamentazione del numero di visitatori e delle dimensioni dei gruppi;
registrazione delle visite e accompagnamento da parte di personale formato;
monitoraggio bioacustico, conteggio degli individui e controllo degli ingressi;
coinvolgimento di chirotterologi nelle decisioni di gestione;
informazione rivolta a speleologi, escursionisti, gestori e amministrazioni locali.
Un esempio concreto è rappresentato dalle misure adottate per la Grotta de Su Coloru in Sardegna. Il piano di gestione prevede il divieto di accesso dal 15 novembre al 31 marzo, durante l’ibernazione, e dal 1° maggio al 30 agosto, durante il periodo riproduttivo. Sono inoltre vietati l’illuminazione degli ingressi, la sosta, la fotografia e la produzione di rumori vicino agli animali svernanti o in riproduzione. Le visite sono consentite in periodi prestabiliti, con registrazione, accompagnamento e numero massimo di partecipanti.[1]
Le linee guida ISPRA sottolineano la necessità di censire i rifugi, raccogliere dati comparabili e programmare i monitoraggi in modo da evitare che la ricerca produca un disturbo superiore ai benefici conoscitivi. Il monitoraggio può comprendere osservazioni presso il rifugio, conteggi all’involo, rilevamento ultrasonoro e archiviazione dei dati in banche dati dedicate.[2]
Norme, responsabilità e buone pratiche speleologiche
La tutela dei pipistrelli deriva dalla Legge 157/1992, dal D.P.R. 357/1997 e successive modifiche, dalla Direttiva Habitat 92/43/CEE, dalla Convenzione di Berna e dall’Accordo EUROBATS. Tutti i chirotteri europei sono sottoposti a protezione e i loro siti di riproduzione e riposo non devono essere danneggiati o distrutti.
Nel caso di attività che possano incidere su un sito Natura 2000, può essere necessaria la Valutazione di Incidenza Ambientale. Il quadro normativo si integra con i piani di gestione delle ZSC e delle ZPS, con i regolamenti dei parchi e con le disposizioni regionali.
Per gli speleologi, la prevenzione del disturbo comincia prima dell’ingresso in grotta. È necessario verificare la presenza di divieti o chiusure temporanee, consultare i gestori del sito e segnalare eventuali osservazioni di pipistrelli agli enti competenti. Durante l’esplorazione occorre mantenere la distanza dagli animali, evitare di illuminarli direttamente, non fotografarli da vicino e ridurre rumori e soste nelle aree occupate.
Le chiusure fisiche devono essere progettate con attenzione. Una griglia non corretta può ostacolare il volo, modificare la ventilazione o alterare il microclima della grotta. Le soluzioni chirotterofile, con spazi adeguati e valutati da specialisti, devono impedire l’accesso umano senza creare una barriera per i pipistrelli.[1][3]
Una gestione basata sui dati
Il lavoro sui Lessini Vicentini mostra come la collaborazione tra speleologi e chirotterologi possa produrre informazioni utili alla conservazione. Le grotte non sono soltanto luoghi di passaggio o ambienti da esplorare. Sono rifugi, aree di foraggiamento, siti di svernamento e possibili luoghi di interazione sociale.
Per il Buso della Pisatela, e più in generale per le cavità dei Lessini Vicentini, sarebbe utile proseguire il monitoraggio in più stagioni. I dati raccolti nel periodo 2009-2011 e le osservazioni successive costituiscono una base per verificare l’evoluzione delle presenze, gli effetti della frequentazione e l’eventuale cambiamento delle condizioni microclimatiche.
Una gestione efficace non richiede necessariamente l’esclusione permanente degli speleologi. Richiede, prima di tutto, accessi programmati, periodi di chiusura biologica, comportamenti corretti e decisioni fondate su monitoraggi ripetuti. In questo modo la ricerca speleologica può continuare a contribuire alla conoscenza degli ambienti sotterranei senza compromettere i rifugi dei pipistrelli.
Fonti
Andrea Pereswiet-Soltan, “Cenni sulla presenza dei rinolofidi (Chiroptera: Rhinolophidae) nei Lessini Vicentini (Veneto, Italia)”, in La melodia delle grotte, Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia, serie II, volume 42, 2022. Testo fornito per la redazione.
Chirotteri, conservazione e ricerca in Lombardia: dal Life Gestire 2020 al monitoraggio delle colonie e al progetto LIFE NatConnect2030
Il Piano d’Azione per i Chirotteri in Lombardia rappresenta uno dei principali strumenti regionali per la conservazione dei pipistrelli e dei loro habitat.
Approvato con deliberazione del Consiglio regionale n. 1028 del 17 dicembre 2018, il documento è nato da un percorso partecipato che ha coinvolto enti pubblici, ricercatori, associazioni, gestori di aree protette e mondo speleologico.
Il Piano è stato sviluppato nell’ambito del progetto europeo LIFE IP Gestire 2020, coordinato da Regione Lombardia.
L’obiettivo era rafforzare la tutela della biodiversità lombarda attraverso una migliore conoscenza delle specie, la formazione degli operatori e la realizzazione di interventi concreti sul territorio.[1][2]
Un piano partecipato per la conservazione dei chirotteri
Il documento regionale prende in esame 28 specie di pipistrelli presenti in Lombardia in modo stabile o occasionale.
Per ciascuna specie sono stati raccolti dati sulla distribuzione, sull’ecologia, sull’uso degli habitat e sullo stato di conservazione.
Il Piano individua inoltre le pressioni che possono compromettere la sopravvivenza delle popolazioni.
Tra queste figurano il disturbo nei rifugi ipogei, la chiusura inadeguata delle grotte, la ristrutturazione degli edifici, la perdita di alberi maturi e deperienti, la riduzione degli insetti disponibili e l’inquinamento luminoso.
Il percorso di elaborazione ha coinvolto anche la Federazione Speleologica Lombarda.
In tre incontri pubblici e tecnici sono stati coinvolti circa 50 speleologi e rappresentanti del settore. Il confronto ha permesso di definire misure specifiche per le cavità naturali e artificiali.
Tra le azioni previste rientrano:
la formazione degli speleologi sul riconoscimento e sulla gestione dei chirotteri;
la redazione di manuali tecnici;
l’integrazione dei dati sulla biodiversità nel Catasto regionale delle grotte;
l’adeguamento dei regolamenti per la fruizione degli ambienti ipogei;
la definizione di regole per le attività speleologiche nelle aree Natura 2000;
il monitoraggio dei rifugi riproduttivi, invernali e di swarming.
Il Piano è stato successivamente recepito negli strumenti regionali di pianificazione.
Gli indirizzi sulla tutela dei pipistrelli sono confluiti nel Piano Territoriale Regionale e nel Regolamento Edilizio Tipo.
Le informazioni sulle priorità, sui costi e sulle misure necessarie sono state utilizzate anche per il Prioritised Action Framework, approvato dalla Regione Lombardia nel 2021.[1][3]
Dal Piano agli interventi nelle grotte
Una delle applicazioni più concrete del Piano è stata il progetto Sos.Chiro, realizzato nel 2021 dal Parco Regionale Campo dei Fiori.
L’intervento ha riguardato quattro cavità della ZSC “Grotte del Campo dei Fiori”: Grotta di Cima Paradiso, Büs del Remeron, Grotta XXV Aprile e Grotta Totò il Magnifico.
I cancelli preesistenti sono stati sostituiti con strutture progettate per consentire il passaggio dei pipistrelli e la circolazione dell’aria. Sono state inoltre realizzate staccionate perimetrali.
Il monitoraggio successivo ha documentato il ritorno dei chirotteri in alcune cavità che erano rimaste inutilizzate per diversi anni.
Nella Grotta di Cima Paradiso, per esempio, il passaggio degli animali è stato rilevato dopo un’assenza che durava da oltre 50 anni.
La progettazione delle chiusure deve essere valutata caso per caso. Le indicazioni tecniche del Piano ricordano che alcune specie, come il miniottero (Miniopterus schreibersii), possono reagire negativamente anche alla presenza di cancelli permeabili.
Quando possibile, è quindi preferibile limitare l’accesso umano con recinzioni esterne, senza modificare l’ingresso della cavità.[4]
I risultati del monitoraggio 2022-2023
Le attività più recenti disponibili sono quelle realizzate tra la primavera del 2022 e l’autunno del 2023 nell’ambito dell’azione D3 di LIFE Gestire 2020.
Il monitoraggio ha interessato 18 siti lombardi, tra grotte, miniere, edifici storici, chiese, darsene e aree di passaggio migratorio.
Sono state valutate 16 colonie estive, autunnali o invernali di importanza regionale e, in alcuni casi, nazionale.
Le indagini hanno utilizzato conteggi all’involo, telecamere a infrarossi, rilevatori ultrasonori e campionamenti bioacustici.
La rete territoriale ha coinvolto esperti, Guardie ecologiche volontarie, speleologi e personale degli enti gestori.[5][6]
Il confronto con il precedente monitoraggio regionale del 2017-2018 ha prodotto un quadro articolato:
quattro colonie hanno mostrato un aumento degli individui;
cinque colonie sono risultate sostanzialmente stabili;
cinque colonie hanno evidenziato una diminuzione;
per una parte dei siti il confronto non è stato possibile per mancanza di dati omogenei.
Tra i risultati più rilevanti emerge quello della Miniera di Zu, in provincia di Bergamo. Nel 2022 sono stati stimati circa 870 pipistrelli, appartenenti con ogni probabilità a tre specie di interesse comunitario: rinolofo maggiore, vespertilio di Capaccini e miniottero.
Nel 2017 erano stati conteggiati 254 individui. L’incremento autunnale è quindi risultato superiore al 300 per cento, anche se la stabilità dell’ingresso è condizionata dal rischio di crolli.
Alla Grotta Buco del Frate, in provincia di Brescia, sono stati rilevati circa 400 individui appartenenti ad almeno quattro specie dell’Allegato II della Direttiva Habitat.
Il sito è considerato di importanza nazionale. La presenza del rinolofo maggiore, che in passato formava colonie numerose, resta invece molto ridotta rispetto ai dati storici.
Nel Bucone di Tremezzo, sul Lago di Como, sono stati conteggiati circa 385 vespertili di Capaccini. Il dato è inferiore ai circa 600 individui rilevati nel 2017.
La colonia è quindi considerata un elemento da seguire con attenzione, anche per la presenza di lavori infrastrutturali nell’area della variante della Tremezzina.
A Palazzo Gallio, a Gravedona, il monitoraggio del 2023 ha registrato una nursery di rinolofo maggiore composta da 39 adulti e 16 giovani.
Alla Rocca Castello di Romanengo, in provincia di Cremona, la colonia di vespertilio smarginato ha raggiunto 152 individui nel luglio 2023, compresi 33 giovani.
Nuove segnalazioni e migrazione attraverso le Alpi
Il monitoraggio regionale ha prodotto anche nuove informazioni sulla distribuzione dei pipistrelli in Lombardia.
Due colonie riproduttive di vespertilio smarginato sono state individuate in edifici storici delle province di Cremona e Lecco tra il 2018 e il 2021.
Nel 2023, inoltre, un gruppo speleologico ha segnalato una colonia nell’Abisso Spino, in provincia di Brescia.
La cavità è stata inserita tra i siti di monitoraggio regionale e ha confermato la presenza di più specie, tra cui rinolofo maggiore, vespertilio smarginato, vespertilio criptico e orecchione bruno.
Un risultato particolarmente significativo riguarda il Passo di Spino, nell’Alto Garda Bresciano. I rilevamenti hanno documentato per la prima volta in Lombardia un passaggio migratorio di pipistrelli attraverso l’arco alpino. Sono state identificate tre specie migratrici a lungo raggio: pipistrello di Nathusius (Pipistrellus nathusii), pipistrello soprano (Pipistrellus pygmaeus) e nottola di Leisler (Nyctalus leisleri).[5]
Il barbastello (Barbastella barbastellus) non è stato invece rilevato nei transetti della Valle Camonica, come già accaduto nel monitoraggio precedente. La specie è stata però individuata nella Riserva Naturale Monticchie, durante le indagini per la revisione delle misure di conservazione delle Zone Speciali di Conservazione.
Dalle ricerche a LIFE NatConnect2030
La conclusione di LIFE Gestire 2020 non ha interrotto le attività di conservazione. Dal 2024 è operativo LIFE NatConnect2030, progetto europeo della durata di nove anni, con Regione Lombardia come capofila e 16 partner istituzionali e scientifici.
Il progetto dispone di un budget superiore a 46 milioni di euro e interessa 843 siti Natura 2000 distribuiti nell’Italia settentrionale. Le attività comprendono il ripristino degli habitat, il rafforzamento della connettività ecologica, l’adattamento ai cambiamenti climatici, il contenimento delle specie aliene invasive e il miglioramento della governance della Rete Natura 2000.[7]
Per i pipistrelli lombardi, LIFE NatConnect2030 rappresenta la prosecuzione del lavoro avviato con il Piano d’Azione. La collaborazione tra Regione, Federazione Speleologica Lombarda e Istituto Oikos punta a mantenere attiva la rete di monitoraggio delle grotte e a migliorare la gestione dei rifugi.
La partecipazione degli speleologi resta essenziale. Le cavità naturali sono spesso difficili da raggiungere e richiedono competenze tecniche specifiche. Le osservazioni raccolte durante le esplorazioni possono fornire indicazioni su specie presenti, stagionalità, accessibilità e condizioni del microclima.
Il monitoraggio deve però essere svolto con protocolli condivisi. Nei periodi di ibernazione e riproduzione, rumori, luci e passaggi ravvicinati possono causare un consumo energetico elevato o l’abbandono della colonia. La conoscenza del sito deve quindi precedere ogni intervento, compresa l’installazione di cancelli, la manutenzione degli ingressi e la regolamentazione degli accessi.
Una panoramica delle scoperte recenti
Le principali evidenze emerse dagli studi lombardi più recenti possono essere così riassunte:
la Lombardia ospita 28 specie di chirotteri, con una presenza distribuita tra ambienti ipogei, edifici storici, boschi, corsi d’acqua e aree agricole;
il monitoraggio 2022-2023 ha interessato 18 siti regionali;
la Miniera di Zu ha registrato un forte aumento degli individui rispetto al 2017;
il Buco del Frate resta un sito di importanza nazionale, con almeno quattro specie dell’Allegato II;
il Bucone di Tremezzo ospita una colonia rilevante di vespertilio di Capaccini, in calo rispetto al precedente rilievo;
nuove colonie di vespertilio smarginato sono state documentate in edifici storici;
l’Abisso Spino ha aggiunto un nuovo sito ipogeo alla rete regionale;
il Passo di Spino ha fornito i primi dati lombardi su una rotta migratoria attraverso le Alpi;
la presenza del barbastello resta difficile da rilevare in alcuni settori montani, mentre la specie è stata confermata in altre aree regionali;
il progetto LIFE NatConnect2030 sta proseguendo il lavoro di monitoraggio, formazione e gestione integrata degli habitat.
Il quadro complessivo non è uniforme. Alcune colonie mostrano segnali positivi, mentre altre evidenziano riduzioni o necessità di controllo. Il Piano d’Azione per i Chirotteri in Lombardia ha fornito una base comune per leggere questi cambiamenti e orientare gli interventi.
La conservazione dei pipistrelli dipende dalla continuità dei monitoraggi, dalla tutela dei rifugi e dalla collaborazione tra istituzioni, ricercatori, speleologi e comunità locali.
Fonti [1] Piano d’azione per i chirotteri in Lombardia https://www.regione.lombardia.it/content/dam/rl/canali-tematici-servizi/06-ambiente-e-territorio/05-biodiversita/piani-azione-specie-di-interesse-comunitario/allegati/piano-di-azione-per-i-chirotteri-in-lombardia.pdf [2] 29-Pipistrelli-troglofili.ppt.txt 29-Pipistrelli-troglofili.ppt.txt [3] DELIBERAZIONE N° XI / 5028 Seduta del 12/07/2021 https://naturachevale.it/wp-content/uploads/2021/07/Quadro-di-Azioni-Prioritarie-PAF-per-Natura-2000-in-Lombardia-per-il-quadro-finanziario-pluriennale-2021-2027-aggiornato-luglio-2021.pdf [5] N https://naturachevale.it/wp-content/uploads/2019/12/A13-SCHEDE-TECNICHE-DI-INTERVENTO-CHIROTTERI.pdf [6] [PDF] LIFE GESTIRE 2020 Nature Integrated Management to 2020 https://naturachevale.it/wp-content/uploads/2024/03/D3_Deliverable-IV-interim-report_monitoraggio_chirotteri_2023.pdf [7] Aggiornamento sullo stato di conservazione dei chirotteri in … https://naturachevale.it/news/aggiornamento-sullo-stato-di-conservazione-dei-chirotteri-in-lombardia-materiali-evento-11-dicembre-2023/ [8] Il progetto LIFE NatConnect2030 | Natura che vale https://naturachevale.it/news/il-progetto-life-natconnect2030/ [10] Notulae to the Italian alien vascular flora: 13 https://italianbotanist.pensoft.net/article/85863/download/pdf/ [11] life gestire 2020 – Bandi e Servizi – Regione Lombardia https://www.bandi.regione.lombardia.it/servizi/servizio/bandi/dettaglio/ambiente-energia/parchi-aree-protette/programma-regionale-interventi-territoriali-salvaguardia-biodiversit-life-gestire-2020-RLT12020010785 [12] Towards the new Checklist of the Italian Fauna https://escholarship.org/content/qt0jv6h904/qt0jv6h904.pdf?t=rderzc [13] Monitoraggio e allertamento – Regione Lombardia https://www.regione.lombardia.it/sicurezza-e-protezione-civile/pianificazione-allertamento-e-gestione-emergenze/monitoraggio-e-allertamento [14] Analyses of occurrence data of 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Aperto a.a. 2026-27 https://portale.unipv.it/it/didattica/corsi-di-laurea/ammissioni/corsi-di-laurea-magistrale-ciclo-unico-medicina-e-chirurgia-e-odontoiatria-e-protesi-dentaria/contributo-semestre-aperto-aa-2026-27 [33] Building Greener Cities Together: Urban Afforestation Requires Multiple Skills to Address Social, Ecological, and Climate Challenges https://www.mdpi.com/2223-7747/14/3/404 [34] Gruppi di ricerca https://dicar.dip.unipv.it/it/ricerca/gruppi-di-ricerca [35] Prevalence and risk factors associated with cat parasites in Italy: a multicenter study https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8441231/ [36] Regolazioni dell’invarianza idraulica e idrologica in Italia https://unitesi.unipv.it/handle/20.500.14239/33161 [37] Use of Mechanical Chest Compression for Resuscitation in Out-Of-Hospital Cardiac Arrest—Device Matters: A Propensity-Score-Based Match Analysis https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10342898/ [38] | Dipartimento di Sanità Pubblica, Medicina Sperimentale e … 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Le registrazioni acustiche di Nycteris thebaica documentano per la prima volta con solide evidenze la specie e l’intera famiglia dei Nycteridae in Europa. I ricercatori ipotizzano sull’isola una piccola popolazione finora sfuggita ai monitoraggi: ora la sfida è individuarne i rifugi e ricostruirne l’origine.
Per quasi due secoli è rimasto un fantasma nella zoologia siciliana. Non un animale estinto e neppure, necessariamente, un nuovo arrivato dall’Africa: potrebbe essere semplicemente un pipistrello così difficile da rilevare da essere rimasto fuori dai radar della ricerca.
Ora una serie di registrazioni effettuate a Pantelleria fornisce la prima evidenza solida della presenza in Europa di Nycteris thebaica, specie africana conosciuta in inglese anche come Egyptian slit-faced bat, il pipistrello egiziano dalla faccia fessurata.
La scoperta è descritta nello studio “A ghost from the past: Acoustic evidence for the long-overlooked occurrence of the African bat Nycteris thebaica in Europe”, pubblicato nel 2026 sulla rivista scientifica Global Ecology and Conservation da Danilo Russo, Luca Cistrone, Andrea Biddittu e Mirjam Knörnschild.
Il risultato è particolarmente importante perché non aggiunge soltanto una specie alla chirotterofauna europea: Nycteris thebaica rappresenta anche il primo membro della famiglia dei Nycteridae documentato con solide evidenze in Europa.
Un fantasma che viene dal passato
Il titolo, “A ghost from the past”, non è casuale: la storia affonda le radici nella letteratura zoologica siciliana dell’Ottocento, nella quale comparivano indicazioni della possibile presenza di pipistrelli riconducibili al genere Nycteris.
Quelle antiche segnalazioni, tuttavia, non potevano essere verificate in maniera affidabile: mancavano esemplari conservati e informazioni sufficientemente precise per stabilire con certezza l’identità degli animali osservati.
Per quasi 200 anni le indicazioni sono quindi rimaste sospese tra storia della zoologia e mistero.
Le registrazioni effettuate a Pantelleria riportano oggi sorprendentemente alla luce quel vecchio interrogativo.
Il pipistrello che “sussurra”
Uno degli aspetti più affascinanti della scoperta riguarda proprio il modo in cui l’animale è stato individuato.
Nycteris thebaica è adattata a volare lentamente e molto vicino al terreno, anche in ambienti complessi. Soprattutto, utilizza segnali di ecolocalizzazione estremamente deboli.
Per questa caratteristica appartiene a quei pipistrelli che vengono definiti “whispering bats”, letteralmente pipistrelli che “sussurrano”: questo comportamento potrebbe aver contribuito a renderne tanto difficile l’individuazione con i normali sistemi di monitoraggio acustico.
Durante un monitoraggio passivo condotto a Pantelleria, i ricercatori hanno rilevato alcuni segnali insoliti: l’anomalia li ha spinti a modificare il metodo di ricerca.
I rilevatori sono stati collocati a meno di mezzo metro dal terreno e impostati con un’elevata sensibilità, in modo da intercettare i debolissimi ultrasuoni emessi da animali che volano a bassa quota: la nuova strategia ha funzionato.
Le registrazioni hanno restituito richiami di ecolocalizzazione con caratteristiche compatibili con quelle di Nycteris thebaica. Ma non soltanto.
Sono state rilevate anche vocalizzazioni sociali e, in almeno una sequenza, segnali riconducibili alla presenza contemporanea di due individui in volo.
Non è un semplice visitatore africano
È un dettaglio particolarmente importante: la presenza di più individui e di vocalizzazioni sociali rende meno convincente l’ipotesi di un unico pipistrello arrivato accidentalmente dall’Africa.
I ricercatori ritengono plausibile che a Pantelleria possa esistere una piccola popolazione residente, rimasta fino a oggi inosservata proprio a causa delle particolari caratteristiche ecologiche e acustiche della specie.
In altre parole, il pipistrello potrebbe non essere arrivato adesso, ma essere lì da molto tempo.
E’ un’ipotesi che rende ancora più significativo il richiamo alle misteriose segnalazioni zoologiche del XIX secolo.
Pantelleria, ponte tra Africa ed Europa
La scoperta accende nuovamente i riflettori anche sulla straordinaria posizione biogeografica di Pantelleria.
L’isola vulcanica si trova nel Canale di Sicilia, tra la costa nordafricana e la Sicilia, in una posizione cruciale per comprendere gli scambi faunistici tra Africa ed Europa.
Gli autori dello studio prendono in considerazione anche una prospettiva paleogeografica.
Durante le fasi glaciali del passato, quando il livello del Mediterraneo era più basso di quello attuale, le distanze di mare aperto tra le terre emerse del Canale di Sicilia risultavano ridotte.
Pantelleria e altre terre del Mediterraneo centrale potrebbero quindi avere svolto il ruolo di “stepping stones”, vere e proprie pietre di guado biogeografiche che avrebbero facilitato la dispersione verso nord di specie provenienti dall’Africa.
La popolazione di Nycteris thebaica individuata a Pantelleria potrebbe quindi rappresentare una presenza periferica di origine africana molto più antica di quanto si possa immaginare.
Per stabilirlo saranno però necessarie ulteriori ricerche.
Ora bisogna trovare i rifugi
Le registrazioni acustiche sono solo l’inizio della ricerca.
Uno dei prossimi obiettivi sarà infatti individuare i rifugi utilizzati dagli animali, verificare le dimensioni della popolazione e ottenere dati che permettano di confermarne anche geneticamente l’origine.
Sarà poi importante capire se Nycteris thebaica sia presente esclusivamente a Pantelleria oppure se piccole popolazioni possano essere sopravvissute inosservate anche in altre isole del Canale di Sicilia o nella stessa Sicilia.
La ricerca dovrà infine chiarire lo stato di conservazione di questa popolazione e valutarne le possibili minacce.
Tra quelle prese in considerazione dagli studiosi figurano gli incendi e la presenza di gatti domestici liberi di vagare, potenziali predatori di animali che, per le loro abitudini di volo a bassissima quota, potrebbero risultare particolarmente vulnerabili.
La scoperta insegna anche un metodo di ricerca
La storia del “fantasma” di Pantelleria contiene anche una lezione metodologica che va oltre la scoperta di una singola specie: quando un animale non viene rilevato, infatti, non significa necessariamente che non esista. Può anche significare che non lo stiamo cercando nel modo giusto.
Nel caso di Nycteris thebaica, è stato necessario cambiare prospettiva: abbassare i rilevatori quasi fino al terreno, aumentarne la sensibilità e mettersi in ascolto di segnali molto più deboli di quelli normalmente registrati durante i monitoraggi dei pipistrelli.
Il dettaglio tecnico ha trasformato un’anomalia acustica in una scoperta biogeografica, e lascia aperta una domanda affascinante: quanti altri “fantasmi” potrebbero essere ancora presenti nel Mediterraneo, semplicemente perché non abbiamo ancora imparato ad ascoltarli?
Grazie ad Henry De Santis, presidente dello Speleo Club Ribaldone, per aver l’articolo pubblicato sulla Sicilia, da cui è partita la ricerca delle fonti scientifiche alla base di questo articolo.
Fonti e approfondimenti
Russo D., Cistrone L., Biddittu A., Knörnschild M. (2026), A ghost from the past: Acoustic evidence for the long-overlooked occurrence of the African bat Nycteris thebaica in Europe, Global Ecology and Conservation, 70, e04377. DOI: 10.1016/j.gecco.2026.e04377 – https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2351989426003276?via%3Dihub
Ein Geist aus der Vergangenheit: Seit zwei Jahrhunderten übersehene afrikanische Fledermaus in Europa entdeckt, comunicazione sulla ricerca pubblicata da VBIO – Verband Biologie, Biowissenschaften & Biomedizin in Deutschland.
Pantelleria, torna il “fantasma del passato”: trovata la presenza di un animale, è l’unica presenza in Europa, La Sicilia.