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  • Barranco di Trevélez, morto un uomo dopo la caduta in una pozza durante il canyoning
    Condividi Nel barranco di Trevélez, nella provincia di Granada, i soccorsi hanno raggiunto l’area impervia ma hanno potuto solo constatare il decesso. La Federazione andalusa aveva già raccomandato di non effettuare il percorso fino a nuova comunicazione. Un uomo è morto sabato 19 settembre nel barranco di Trevélez, nell’Alpujarra di Granada, dopo essere caduto in una pozza mentre praticava canyoning. L’allarme è arrivato al servizio di emergenza 112 dell’Andalusia alle 14.10. Sul posto sono
     

Barranco di Trevélez, morto un uomo dopo la caduta in una pozza durante il canyoning

September 21st 2026 at 12:52

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Nel barranco di Trevélez, nella provincia di Granada, i soccorsi hanno raggiunto l’area impervia ma hanno potuto solo constatare il decesso. La Federazione andalusa aveva già raccomandato di non effettuare il percorso fino a nuova comunicazione.

Un uomo è morto sabato 19 settembre nel barranco di Trevélez, nell’Alpujarra di Granada, dopo essere caduto in una pozza mentre praticava canyoning. L’allarme è arrivato al servizio di emergenza 112 dell’Andalusia alle 14.10. Sul posto sono intervenuti Guardia Civil e Centro di Emergenza Sanitaria 061.

Le fonti disponibili non indicano al momento identità, età e provenienza della vittima. Non sono state rese pubbliche neppure le circostanze tecniche che hanno preceduto la caduta. I soccorritori, una volta raggiunto l’uomo, ne hanno confermato il decesso.

Canyoning nel barranco di Trevélez e il dispositivo di soccorso

La stampa locale riferisce che l’attività era in corso nel barranco di Trevélez, nel territorio comunale di Carataunas, nella comarca dell’Alpujarra. Alcune prime ricostruzioni parlano di discesa in corda doppia; altre definiscono l’attività come barranquismo, il termine spagnolo per canyoning o discesa di canyon.

La zona presenta accessi difficili. Per questo sono stati mobilitati gli specialisti del Gruppo di soccorso e intervento in montagna della Guardia Civil, il GREIM, insieme alle altre componenti dell’apparato di emergenza. Secondo una delle cronache, nel dispositivo ha operato anche l’unità aerea; un particolare che evidenzia la complessità logistica dell’intervento, non le cause dell’incidente.

Il fatto è avvenuto nel corso della giornata di sabato. L’orario della chiamata al 112 è l’elemento cronologico più preciso diffuso dalle fonti consultate. Gli accertamenti sulle dinamiche spettano alle autorità competenti. Non è possibile stabilire dalle informazioni finora rese note se abbiano avuto un ruolo il livello dell’acqua, la configurazione della pozza, l’attrezzatura o altri fattori.

Barranco di Trevélez: caratteristiche e punti critici del percorso

Il barranco di Trevélez è un itinerario fluviale caratterizzato da strettoie, pareti verticali, salti e pozze. La rete provinciale di itinerari di Granada descrive un accesso con una prima calata frazionata e verticale di circa 19 metri, seguito da una successione di manovre su corda, disarrampicate e passaggi in acqua.

La stessa scheda segnala tratti nei quali l’idrodinamica può diventare pericolosa con portata elevata. In particolare, viene indicata una seconda pozza, conosciuta come “la lavadora”, dove una controcorrente poco visibile può ostacolare l’uscita. Nel prosieguo sono segnalati altri punti con forti movimenti d’acqua, controcorrenti e un sifone che può risultare meno riconoscibile quando il flusso aumenta.

Queste informazioni descrivono le criticità generali dell’itinerario e non costituiscono una ricostruzione dell’episodio del 19 settembre. Ogni discesa richiede la verifica diretta delle condizioni del giorno, delle portate e dello stato delle attrezzature fisse, oltre a competenze adeguate per la progressione in ambiente acquatico verticale.

L’avviso sul Cañón del Río Trevélez prima dell’incidente

Nel mese di luglio 2026 la Federazione andalusa di speleologia e discesa di canyon e barranchi, in coordinamento con il GREIM, ha pubblicato una raccomandazione di astensione dalla discesa del Cañón del Río Trevélez fino a nuovo avviso. Il testo attribuisce l’avviso ai cambiamenti geomorfologici intervenuti nel corso d’acqua e ai danni o spostamenti delle installazioni, ancora da verificare.

L’avviso è un elemento rilevante per chi frequenta il barranco di Trevélez. Non permette però di associare automaticamente quelle condizioni alla caduta mortale di sabato. Serviranno eventuali comunicazioni degli inquirenti per chiarire se il divieto tecnico fosse ancora vigente nel punto interessato e quale fosse lo stato effettivo del percorso al momento dell’incidente.

La vicenda richiama l’importanza di distinguere le descrizioni storiche di un canyon dalla sua situazione reale. Piene, trasporto di sedimenti, caduta di blocchi e danneggiamento degli ancoraggi possono modificare rapidamente un tracciato. La consultazione di avvisi federali e dei servizi locali deve precedere ogni ingresso in forra.

Informazioni da attendere sul decesso nel barranco di Trevélez

Al 21 settembre non risultano diffusi dati pubblici ulteriori sulla vittima né una spiegazione ufficiale dell’accaduto. È quindi necessario evitare conclusioni sulle responsabilità e sulle cause. Le informazioni confermate restano la caduta in una pozza, l’attivazione dei soccorsi alle 14.10 e la constatazione del decesso sul posto.

Per la comunità speleologica e torrentistica, il caso ribadisce il valore della pianificazione. La valutazione del rischio deve includere bollettini, portata osservata, aggiornamenti sugli ancoraggi, vie di fuga, capacità del gruppo e tempi di attivazione dei soccorsi. Nel barranco di Trevélez, dove sono presenti tratti acquatici e verticali impegnativi, queste verifiche assumono un rilievo particolare.

Fonti

Canyoning incidente

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  • Súhrn speleo noviniek (39. týždeň 2026)
    🔦 Prehľad speleologických noviniek Macedónski speleológovia pokračujú v dlhodobom prieskume jaskyne Solunska glava 5 v pohorí Jakupica, ktorá dosiahla hĺbku 400 metrov [1][2], zatiaľ čo v Česku prebiehajú exkurzie a kontroly jaskýň, ako napríklad v Ondrášových dierach alebo na Mazáku [10]. Na Slovensku sa dokumentujú jaskyne ako Bystrianska či Hrušovská, čo prispieva k ich ochrane a výskumu [5][6]. Sk_Speleo Macedónsko, pohorie Jakupica, jaskyňa Solunska glava 5, – 400 m 📅 2026-09-20 Face
     

Súhrn speleo noviniek (39. týždeň 2026)

September 21st 2026 at 09:11
Súhrn speleo noviniek (39. týždeň 2026)
🔦 Prehľad speleologických noviniek
Macedónski speleológovia pokračujú v dlhodobom prieskume jaskyne Solunska glava 5 v pohorí Jakupica, ktorá dosiahla hĺbku 400 metrov [1][2], zatiaľ čo v Česku prebiehajú exkurzie a kontroly jaskýň, ako napríklad v Ondrášových dierach alebo na Mazáku [10]. Na Slovensku sa dokumentujú jaskyne ako Bystrianska či Hrušovská, čo prispieva k ich ochrane a výskumu [5][6].

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  • Grotta Vittorio Vecchi, a Sezze emerge una tana di iena del Pleistocene
    Condividi La terza campagna di scavo nella cavità dei Monti Lepini ha indagato un livello di antico e ha restituito nuovi materiali del II millennio a.C. A Sezze, la terza campagna di scavo archeologico nella Grotta Vittorio Vecchi ha portato all’individuazione di un livello pleistocenico interpretato come tana di iena preistorica. Le indagini hanno riguardato anche i depositi funerari e cultuali del II millennio a.C., nei quali sono stati rinvenuti vasi, fibule in bronzo e manufatti in osso
     

Grotta Vittorio Vecchi, a Sezze emerge una tana di iena del Pleistocene

September 21st 2026 at 08:00

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La terza campagna di scavo nella cavità dei Monti Lepini ha indagato un livello di antico e ha restituito nuovi materiali del II millennio a.C.

A Sezze, la terza campagna di scavo archeologico nella Grotta Vittorio Vecchi ha portato all’individuazione di un livello pleistocenico interpretato come tana di iena preistorica. Le indagini hanno riguardato anche i depositi funerari e cultuali del II millennio a.C., nei quali sono stati rinvenuti vasi, fibule in bronzo e manufatti in osso lavorato.

La notizia riguarda una cavità già nota per la sua lunga frequentazione preistorica. Il nuovo dato aggiunge una fase molto più antica alla sequenza di evidenze conservate nella grotta. Secondo quanto comunicato al termine delle ricerche, si tratta della prima testimonianza finora individuata di una tana di iena pleistocenica sui Monti Lepini.

Grotta Vittorio Vecchi e la tana di iena di 50mila anni fa

Le ricerche hanno esaminato per la prima volta un livello del Pleistocene nella Grotta Vittorio Vecchi. Questo livello è stato ricondotto a una tana di iena la cui datazione è ancora in corso. Il riconoscimento, allo stato attuale delle indagini, segnala quindi la presenza di questi carnivori nel territorio lepino durante il Pleistocene superiore.

L’espressione “tana di iena” indica un deposito formato o modificato dalla frequentazione dei grandi carnivori. Nelle grotte, le iene potevano accumulare resti delle prede e lasciare tracce della propria attività. La definizione puntuale del contesto di Sezze dipenderà dagli studi sui reperti faunistici, sulle eventuali tracce di rosicchiamento e sulla stratigrafia del deposito.

Il risultato ha interesse territoriale. Non dimostra soltanto la presenza di fauna pleistocenica nella cavità, ma apre una nuova prospettiva di ricerca sulle dinamiche ambientali e sui popolamenti animali dei Monti Lepini nel periodo considerato. Le comunicazioni disponibili non indicano ancora la specie attribuita né un elenco dei resti faunistici rinvenuti. Questi elementi richiederanno analisi specialistiche e successive pubblicazioni.

Scavi archeologici nella Grotta Vittorio Vecchi

La campagna è stata condotta dal professor Mario Federico Rolfo dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, insieme a Rolfo lo scavo è stato coordinato anche da Angelica Ferracci e Francesca Cortese, dottoranda e ricercatrice di Roma Tor Vergata. L’attività si è svolta con il Comune di Sezze e con l’autorizzazione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Lazio. Hanno partecipato anche geologi dell’INGV e dell’Università di Pisa, insieme a ricercatori, dottorandi e laureandi.

Nel settore riferibile al II millennio a.C. sono emersi numerosi vasi, fibule in bronzo e oggetti in osso lavorato. I materiali contribuiscono alla lettura delle pratiche cultuali svolte nella Grotta Vittorio Vecchi. La cavità conserva infatti una documentata fase di uso funerario e rituale nella protostoria.

Le ricerche avviate nel 2024 avevano già confermato una frequentazione cultuale e funeraria di circa 4mila anni fa. In quelle indagini erano state segnalate aree di combustione, resti animali di pecore, capre e maiali, semi combusti e numerosi frammenti ceramici. Erano emersi anche resti umani, in parte dispersi nelle zone più strette e impervie della cavità.

Dalla necropoli dell’Età del Bronzo al Pleistocene

La Grotta Vittorio Vecchi era stata scoperta dagli speleologi. Le campagne di scavo del 1988 e del 1989 avevano accertato l’uso della cavità come sepolcreto per oltre 40 persone di una comunità insediata nell’area. Lo studio della ceramica e degli oggetti metallici ha collocato quella utilizzazione tra l’antica e la media Età del Bronzo, nella prima metà del II millennio a.C.

La nuova indagine mette così in relazione due tempi molto distanti della storia della cavità. Da una parte vi è la frequentazione animale attribuita al Pleistocene superiore. Dall’altra vi sono le pratiche funerarie e cultuali delle comunità protostoriche. La continuità delle ricerche consentirà di chiarire la successione dei depositi e le trasformazioni subite dall’ambiente sotterraneo.

La lettura archeologica richiede prudenza. I materiali e le datazioni comunicati sono parte di un lavoro in corso. L’équipe ha annunciato che i risultati saranno illustrati alla cittadinanza in un convegno previsto nell’ambito del Natale Setino. Per la comunità speleologica, la Grotta Vittorio Vecchi resta un caso di interesse perché riunisce in una stessa cavità evidenze paleontologiche, archeologiche e di uso rituale del sottosuolo.

Fonti

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  • Soccorso speleologico francese a Saint-Sauveur: ritrovato senza vita il sub britannico disperso nel Lot
    Condividi Alla résurgence di Calès si sono concluse le ricerche: il corpo è stato localizzato a 88 metri. Attivata l’inchiesta della procura di Cahors Il soccorso speleologico francese è intervenuto alla résurgence di Saint-Sauveur, nel comune di Calès, dipartimento del Lot, dopo la scomparsa di uno speleosub britannico di 43 anni impegnato nell’esplorazione della parte profonda della cavità. Le ricerche, avviate nella serata di venerdì 18 settembre, si sono concluse domenica con il ritro
     

Soccorso speleologico francese a Saint-Sauveur: ritrovato senza vita il sub britannico disperso nel Lot

September 21st 2026 at 07:07

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Alla résurgence di Calès si sono concluse le ricerche: il corpo è stato localizzato a 88 metri. Attivata l’inchiesta della procura di Cahors

Il soccorso speleologico francese è intervenuto alla résurgence di Saint-Sauveur, nel comune di Calès, dipartimento del Lot, dopo la scomparsa di uno speleosub britannico di 43 anni impegnato nell’esplorazione della parte profonda della cavità.

Le ricerche, avviate nella serata di venerdì 18 settembre, si sono concluse domenica con il ritrovamento del corpo a 88 metri di profondità. La procura di Cahors ha aperto un’indagine per accertare le cause della morte.

Soccorso speleologico francese: l’allarme alla résurgence Saint-Sauveur

Secondo le informazioni disponibili, il sub era entrato venerdì 18 settembre intorno alle 15.30 nel gouffre di Saint-Sauveur. L’allarme è scattato dopo le 20, quando non è riemerso come previsto. Il sito si trova nel territorio di Calès, nel nord del Lot, ed è una risorgenza del fiume Ouysse.

La cavità è conosciuta nell’ambiente della speleologia subacquea. Il sistema comprende gallerie sommerse e richiede elevata preparazione tecnica. La profondità conosciuta supera i 180 metri. In un contesto simile, tempi, profondità, configurazione dei passaggi e logistica delle attrezzature condizionano in modo diretto ogni intervento.

La Prefettura del Lot ha attivato la disposizione specifica ORSEC per il soccorso in ambiente sotterraneo. Il provvedimento permette di organizzare e coordinare risorse specialistiche per incidenti in cavità naturali, artificiali, asciutte o sommerse. L’attivazione ha coinvolto soccorritori speleologici, vigili del fuoco, gendarmeria e autorità locali.

Le squadre SSF e la ricerca nella zona emersa

Il Soccorso speleologico francese del Lot ha diretto le operazioni sotterranee. Sono arrivati rinforzi di tecnici di soccorso dello Spéléo Secours Français dalle aree Provenza-Alpi-Costa Azzurra, Occitania e Rodano-Alpi-Auvernia. La mobilitazione ha richiesto il trasporto e la gestione di grandi quantitativi di materiale specifico per la progressione e la sicurezza in ambiente ipogeo allagato.

Una parte delle verifiche ha interessato una zona emersa individuata come possibile rifugio. Le ricerche in questo settore non hanno dato esito. Le fonti locali hanno riferito dell’esistenza, attorno agli 80 metri, di una campana d’aria che poteva rappresentare un possibile punto di riparo. Anche quel controllo non ha portato al ritrovamento del sub.

Nella prima comunicazione operativa, diffusa dal Spéléo Secours Français, l’intervento risultava sospeso su decisione delle autorità. Le informazioni diffuse successivamente indicano che le attività di ricerca sono proseguite con nuovi specialisti, compresi i gendarmi della brigata nautica di Marseillan e gli speleosub della Federazione francese di speleologia.

Ritrovamento a 88 metri e indagine aperta

Domenica sera la procuratrice di Cahors, Clara Ribeiro, ha comunicato che il corpo del sub britannico era stato individuato immerso a 88 metri di profondità. Al momento del ritrovamento non era stato possibile procedere al recupero. Le autorità hanno annunciato un nuovo tentativo in tempi rapidi.

L’inchiesta aperta dalla procura dovrà stabilire la dinamica dell’accaduto. Al momento non risultano confermate informazioni su eventuali problemi alle attrezzature, esaurimento della riserva di gas, difficoltà di orientamento, incastri o cause mediche. Per questa ragione, ogni ricostruzione tecnica sulle cause resta prematura.

Fonti

Soccorso speleologico francese

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  • Suoni e Voci in Grotta dell’Orso: il 26 settembre un ascolto ipogeo a Gabrovizza
    Condividi Sottotitolo: Suoni e Voci in Grotta dell’Orso porta il 26 settembre 2026 voce, flauto, handpan e percussioni nella cavità carsica di Sgonico, con il supporto tecnico della Società di Studi Carsici “A. F. Lindner” APS. Suoni e Voci in Grotta dell’Orso il 26 settembre Sabato 26 settembre 2026 la Grotta dell’Orso, in località Gabrovizza nel comune di Sgonico, ospiterà “Suoni e Voci in Grotta … dell’Orso”. L’appuntamento è fissato alle 16:30. Da Gabrovizza partiranno le navette diret
     

Suoni e Voci in Grotta dell’Orso: il 26 settembre un ascolto ipogeo a Gabrovizza

September 21st 2026 at 06:00

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Sottotitolo: Suoni e Voci in Grotta dell’Orso porta il 26 settembre 2026 voce, flauto, handpan e percussioni nella cavità carsica di Sgonico, con il supporto tecnico della Società di Studi Carsici “A. F. Lindner” APS.

Suoni e Voci in Grotta dell’Orso il 26 settembre

Sabato 26 settembre 2026 la Grotta dell’Orso, in località Gabrovizza nel comune di Sgonico, ospiterà “Suoni e Voci in Grotta … dell’Orso”. L’appuntamento è fissato alle 16:30. Da Gabrovizza partiranno le navette dirette al punto di inizio del sentiero verso la cavità.

L’iniziativa è affidata a Sara, alla voce, al tamburo e ai sonagli, e a Samuel, alla voce, al flauto, all’handpan e ai sonagli. La proposta viene presentata come una cerimonia sonora e come l’avvio di un percorso di esplorazione acustica in cavità naturali. L’intento dichiarato è cercare ambienti nei quali le condizioni dello spazio sotterraneo possano accompagnare differenti pratiche vocali e strumenti provenienti da varie tradizioni.

Nel programma di Suoni e Voci in Grotta dell’Orso sono indicati canto armonico, o overtone singing, canti rituali intuitivi, flauto, handpan, tamburo sciamanico e sonagli. Il repertorio non è quindi annunciato come un concerto convenzionale. Il pubblico sarà invitato a un ascolto raccolto, in relazione con le risonanze e gli echi della galleria.

L’evento è realizzato con il supporto tecnico dei soci della Società di Studi Carsici “A. F. Lindner” APS di Ronchi dei Legionari. La collaborazione associa la proposta musicale alla presenza di persone qualificate per l’accompagnamento lungo il breve tratto iniziale di discesa.

Grotta dell’Orso di Gabrovizza, dati e storia della cavità

La scelta della Grotta dell’Orso colloca Suoni e Voci in Grotta dell’Orso in un sito di rilievo per il Carso triestino. La cavità è censita dal Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia con il numero 33 e con il numero locale 7VG. Il nome sloveno riportato dal Catasto è Gabrovška pe?ina.

La cavità si trova nel territorio comunale di Sgonico/Zgonik, a quota 211 metri. Il Catasto indica uno sviluppo planimetrico di 175 metri, una profondità di 39 metri e un volume calcolato di 24.092 metri cubi. L’ingresso, di tipo orizzontale, è stimato in 17,7 metri per 7,3 metri. Si apre sul fondo di una dolina boscata.

L’ambiente interno è descritto come una galleria ampia e regolare, con alcune svolte nette. Lo stillicidio è intenso in più punti e può rendere fangosi alcuni tratti. Nella parte finale, colate e concrezioni calcitiche chiudono il passaggio verso ulteriori vani. Questi elementi richiedono una frequentazione attenta e compatibile con la fragilità del luogo.

La Grotta dell’Orso è nota anche per il suo interesse archeologico e paleontologico. La denominazione richiama i resti di Ursus spelaeus rinvenuti nel corso di scavi storici. Nella parte iniziale sono stati svolti scavi in epoche diverse, con il ritrovamento di resti murari preistorici. La scheda regionale ricorda inoltre l’uso della cavità come rifugio durante il primo conflitto mondiale e, nel 1945, durante i bombardamenti del vicino abitato di Gabrovizza.

In questo quadro, Suoni e Voci in Grotta dell’Orso si svolge in uno spazio che non è una grotta turistica. La sua storia naturale e culturale rende necessario distinguere l’esperienza proposta dagli artisti dalla libera fruizione non organizzata della cavità.

Ascolto in grotta e cura dell’ambiente sotterraneo

Portare suoni e voci nel sottosuolo significa confrontarsi con un ambiente dalla risposta acustica diversa da una sala. Pareti, geometrie della galleria, volume e presenza di superfici umide contribuiscono alla percezione dei suoni. Gli organizzatori indicano proprio la ricerca di cavità con particolari condizioni acustiche come punto di partenza del progetto.

La dimensione esperienziale non elimina le regole di attenzione proprie della speleologia. In una cavità con depositi, concrezioni e tracce storiche, il passaggio deve restare sui percorsi indicati. Non vanno toccate le formazioni calcaree né le pareti che conservano segni del passato. Torce e attrezzature personali vanno impiegate con prudenza, evitando di abbandonare oggetti o rifiuti.

Il supporto tecnico annunciato per Suoni e Voci in Grotta dell’Orso assume quindi un ruolo pratico. Serve a rendere ordinato l’accesso e a fornire assistenza nella breve discesa iniziale. La presenza di accompagnatori non sostituisce l’attenzione individuale: ogni partecipante deve scegliere abbigliamento e calzature coerenti con un percorso all’aperto e con un ambiente ipogeo umido.

Informazioni pratiche per partecipare a Suoni e Voci in Grotta

Il ritrovo è previsto alle ore 16:30 di sabato 26 settembre a Gabrovizza, nel comune di Sgonico, in provincia di Trieste. Le navette condurranno i partecipanti verso l’inizio del sentiero per la Grotta dell’Orso. L’organizzazione raccomanda la prenotazione e informa che sarà gradita un’offerta libera.

Per partecipare non sono richieste attrezzature speleologiche. Sono invece consigliati scarponi o stivali di gomma, una torcia preferibilmente frontale e un giubbotto: la temperatura interna indicata dagli organizzatori è di circa 12 °C. Può essere utile portare un tappetino di gomma per sedersi o distendersi durante l’ascolto.

Per informazioni e prenotazioni: Samuel, WhatsApp 340 716 7148; Sara, WhatsApp 347 383 4448; email suonievoicingrotta@gmail.com. I profili Instagram segnalati sono sara.ritual.sounds per Sara Montina e suoni_oltre_lo_specchio per Samuel Codarin.

Fonti

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  • “Bellezza e fragilità”: a Massa le immagini rubate al buio
    Condividi Dal 21 settembre all’11 ottobre, Villa Cuturi a Massa ospita “Bellezza e fragilità – Immagini rubate al buio”, mostra fotografica temporanea promossa dalla Federazione Speleologica Toscana, con il patrocinio del Comune di Massa. La mostra accompagna il pubblico in luoghi normalmente sottratti allo sguardo: ambienti profondi e silenziosi, nei quali l’acqua, la roccia e il tempo hanno costruito paesaggi di straordinaria suggestione. Le fotografie portate in superficie dagli speleologi
     

“Bellezza e fragilità”: a Massa le immagini rubate al buio

September 21st 2026 at 05:30

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Dal 21 settembre all’11 ottobre, Villa Cuturi a Massa ospita “Bellezza e fragilità – Immagini rubate al buio”, mostra fotografica temporanea promossa dalla Federazione Speleologica Toscana, con il patrocinio del Comune di Massa.

La mostra accompagna il pubblico in luoghi normalmente sottratti allo sguardo: ambienti profondi e silenziosi, nei quali l’acqua, la roccia e il tempo hanno costruito paesaggi di straordinaria suggestione. Le fotografie portate in superficie dagli speleologi non raccontano soltanto la bellezza del mondo sotterraneo, ma ne mettono in evidenza anche la vulnerabilità.

Il titolo scelto racchiude perfettamente questa duplice natura. Le grotte sono scrigni di forme, colori, depositi e testimonianze naturali modellati nell’arco di tempi lunghissimi; allo stesso tempo, però, sono ambienti estremamente delicati, nei quali un gesto distratto o un comportamento poco rispettoso possono lasciare conseguenze permanenti.

Le immagini “rubate al buio” diventano così un mezzo di conoscenza e sensibilizzazione. Dietro ogni scatto ci sono esplorazione, competenza tecnica, studio del territorio e la capacità di muoversi con attenzione in luoghi difficili. C’è soprattutto la volontà di condividere con tutti ciò che soltanto pochi hanno la possibilità di osservare direttamente.

Un’occasione preziosa per tutti: appassionati di fotografia, speleologi, famiglie, studenti e chiunque desideri conoscere meglio il patrimonio carsico e sotterraneo della Toscana. Un patrimonio affascinante, ancora in parte da esplorare, che deve essere studiato, rispettato e protetto.

Un sincero plauso va alla Federazione Speleologica Toscana, realtà sempre attiva e presente nella divulgazione, nella formazione e nella tutela dell’ambiente ipogeo.

“Bellezza e fragilità – Immagini rubate al buio” sarà visitabile a Villa Cuturi, a Massa, dal 21 settembre all’11 ottobre. Un invito a lasciarsi sorprendere dalla bellezza nascosta sotto i nostri piedi e, nello stesso tempo, a riflettere sulla responsabilità collettiva di conservarla.

Fonte e maggiori informazioni: Federazione Speleologica Toscana – “Bellezza e fragilità: immagini rubate al buio”? https://www.speleotoscana.it/2026/09/20/bellezza-e-fragilita-immagini-rubate-al-buio-2/

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  • Due grotte, mille indizi: a Como il corso nazionale di geologia speleologica
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Due grotte, mille indizi: a Como il corso nazionale di geologia speleologica

September 21st 2026 at 05:00

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Dal 25 al 27 settembre 2026 il Gruppo Speleologico Comasco propone tre giornate dedicate a imparare a leggere la storia delle grotte attraverso forme, rocce, riempimenti e strutture geologiche. Il corso nazionale sarà preceduto da due lezioni online e unirà teoria e osservazioni direttamente sul campo

Le registrazione all’evento appaiono chiuse, ma l’evento è tanto interessante che vale la pena comunque parlarne: gli interessati possono sempre chiedere informazioni su una riedizione del corso

Non basta percorrere una grotta per conoscerla. Pareti, sedimenti, fratture, forme di erosione e riempimenti possono conservare gli indizi di una storia iniziata molto prima dell’arrivo degli speleologi.

È proprio questa capacità di “leggere” una grotta al centro del Corso nazionale di geologia speleologica “Due grotte, mille indizi”, organizzato dal Gruppo Speleologico Comasco, gruppo di attività della Sezione CAI di Como, in programma dal 25 al 27 settembre 2026.

Dalla carta geologica alla grotta

Il percorso formativo prevede due lezioni preliminari a distanza e tre giornate in presenza.

La parte introduttiva è dedicata all’inquadramento geologico e geomorfologico dell’area, alla lettura delle carte geologiche e all’utilizzo di C-Survey, software impiegato per lavorare con i dati dei rilievi delle grotte.

Durante le giornate in presenza teoria e attività sul terreno si alterneranno per affrontare la storia geologica del territorio, i processi speleogenetici, cioè i fenomeni che portano alla formazione e all’evoluzione delle grotte, e le trasformazioni avvenute nel Neogene e nel Quaternario.

Un’attenzione particolare sarà dedicata anche all’acquisizione dei dati strutturali e alla loro rappresentazione, mettendo subito in pratica in grotta quanto appreso durante le lezioni.

Imparare a riconoscere gli indizi

L’obiettivo non è soltanto acquisire nozioni di geologia, ma soprattutto imparare un metodo di osservazione.

Morfologie, depositi e strutture possono infatti raccontare fasi diverse della vita di una cavità. Durante il corso i partecipanti saranno guidati a collegare ciò che osservano a fenomeni come il carsismo, la tettonica, i movimenti gravitativi e le successive fasi di riempimento.

Mettendo insieme questi indizi diventa possibile ricostruire, almeno in parte, la successione degli eventi che hanno modellato una grotta e collegarla alla più ampia storia geologica del territorio.

Le attività sul campo

Il corso avrà sede presso l’Oratorio della Parrocchia di San Cassiano, in località Breccia a Como, mentre le attività sul terreno interesseranno il Parco Campo dei Fiori e Grotta Volpe.

Per partecipare è necessario essere soci CAI in regola con il tesseramento 2026 e avere almeno 15 anni; per i minorenni è richiesta l’autorizzazione di chi esercita la responsabilità genitoriale. È inoltre necessario disporre dell’equipaggiamento adatto alle escursioni e alla progressione in grotte suborizzontali, compresi casco omologato, illuminazione principale e di riserva e calzature adeguate.

Il corso è riconosciuto anche come aggiornamento tematico per gli Istruttori titolati e qualificati di Speleologia.

Iscrizioni chiuse

La quota prevista era di 160 euro, comprendente pasti, materiale didattico digitale e coperture assicurative CAI. La scadenza per le iscrizioni era fissata al 6 settembre 2026 e la pagina della Scuola Nazionale di Speleologia indica attualmente che le registrazioni sono chiuse.

Per informazioni resta disponibile l’indirizzo speleologia@caicomo.it; il referente organizzativo indicato è Mario Noseda Pedraglio.

Programma e informazioni sulla pagina ufficiale SNS-CAI

Scintilena ne aveva già parlato

Scintilena aveva presentato “Due grotte, mille indizi” il 14 giugno 2026, raccontando l’impostazione particolare di un corso pensato per trasformare la geologia speleologica in un’esperienza concreta sul campo. Con l’avvicinarsi dell’appuntamento, torniamo a segnalarlo sulla base delle informazioni pubblicate dalla Scuola Nazionale di Speleologia del CAI.

Due grotte, mille indizi: il precedente articolo di Scintilena

Fonte: Scuola Nazionale di Speleologia – Club Alpino Italiano https://www.sns-cai.it/evento/corso-nazionale-di-geologia-speleologica-lombardia-gs-comasco-2026

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PICOS 2026, 1.024 metri di rilievi nel carsismo di Castil–Tortorios–Moñas–Urriello

September 20th 2026 at 07:00

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La campagna estiva nei Picos de Europa amplia le conoscenze del settore e riporta l’attenzione su Moñas, sulle correnti d’aria e sul monitoraggio delle cavità con neve e ghiaccio

La campagna PICOS 2026 si è svolta dal 1° al 21 agosto nel settore Castil–Tortorios–Moñas–Urriello del Macizo Central dei Picos de Europa, nelle Asturie. Secondo il resoconto di Zape Speleo riportato nel dossier di campagna, hanno partecipato 26 speleologi. Il lavoro ha aggiunto 1.024 metri di nuovi rilievi.

Il totale topografato nei settori indicati supera ora i 39 chilometri. È un dato di campagna che dovrà essere consolidato negli archivi topografici e nelle successive pubblicazioni tecniche. PICOS 2026 conferma comunque che l’area conserva numerosi obiettivi esplorativi aperti.

PICOS 2026 e le prosecuzioni nel settore Moñas

Il settore di Moñas è indicato come il fronte più promettente della campagna PICOS 2026. Le cavità M-15, M-3 e M-101 presentano prosecuzioni ancora aperte. Le squadre hanno inoltre segnalato correnti d’aria, nuovi pozzi e meandri da sviluppare.

In questo tipo di esplorazione l’aria è un indicatore operativo importante. La documentazione storica di Zape Speleo ricorda che, d’estate, una cavità alpina tende in genere a richiamare aria verso l’interno. Una bocca che soffia con temperature esterne elevate può quindi indicare un collegamento con aperture poste a quota maggiore. È una lettura utile per orientare la ricerca, non una dimostrazione di connessione tra due sistemi.

L’interpretazione delle correnti richiede misure ripetute. Direzione, velocità, temperatura esterna e interna, pressione e condizioni meteorologiche vanno registrate nello stesso punto e con protocolli comparabili. Solo così i segnali osservati durante PICOS 2026 potranno essere valutati nel tempo.

Torca del Valle del Agua e i dati del rilievo

La VA-1, Torca del Valle del Agua, è indicata con 9.797 metri di sviluppo ed è la cavità più estesa nella lista di campagna. Il confronto con il valore di 4.414 metri pubblicato dalla stessa realtà esplorativa nel 2009 mostra quanto sia cresciuta la porzione conosciuta e rilevata nel tempo.

Il confronto non descrive necessariamente un’espansione lineare della grotta. Può riflettere nuove vie, ricongiungimenti, riscoperta di rami, revisione dei dati e miglioramento della copertura topografica. La pagina storica di Zape Speleo riferisce anche una rete di tubi freatici alla quota di circa -900 metri, elemento che distingue questa cavità nel quadro di esplorazioni molto verticali.

PICOS 2026 si inserisce quindi in una ricerca di lungo periodo. La revisione di cavità già note resta parte centrale del metodo. Passaggi trascurati, deviazioni non percorse e modifiche delle condizioni interne possono riaprire obiettivi che in precedenza sembravano conclusi.

Carsismo dei Picos de Europa e grandi verticali

La prevalenza di pozzi profondi nei Picos de Europa ha una base geologica e idrogeologica precisa. I calcari carboniferi molto potenti costituiscono il principale acquifero carsico. Il loro spessore supera i 2 chilometri nella sintesi idrogeologica del Parco; altri studi richiamano un impilamento verticale di oltre 3 chilometri in alcuni assetti strutturali.

Conta anche il dislivello. Tra le cime e le incisioni dei fiumi possono esserci fino a 2.300 metri. Fratture, faglie e piani di sovrascorrimento guidano la circolazione sotterranea. Le intercalazioni silicoclastiche, meno permeabili, compartimentano l’acquifero. Limitano molti sviluppi orizzontali e favoriscono l’organizzazione verticale delle simas.

Nel Parco nazionale la ricarica avviene soprattutto per infiltrazione diretta ed è influenzata dalla neve. Le barriere silicoclastiche condizionano la direzione dei flussi, orientati in prevalenza verso nord. Questo inquadramento aiuta a leggere i risultati di PICOS 2026 senza trasformare ipotesi locali in conclusioni generali.

Farfáu de la Viña, neve e ghiaccio nelle cavità

Il dossier richiama l’ipotesi di drenaggio verso la sorgente del Farfáu de la Viña, nel bacino del Cares. La fonte storica del gruppo segnala una colorazione positiva delle acque del settore Castil alla sorgente, posta a circa 8 chilometri in linea d’aria. Per altre cavità e sifoni vengono invece avanzate connessioni per prossimità, quote e lettura delle topografie.

La distinzione è essenziale. Una colorazione positiva fornisce un’evidenza diretta del collegamento idrologico tra il punto immesso e la risorgenza. La continuità ipotizzata per sistemi vicini resta un modello da sottoporre a nuove prove con traccianti, misure di portata e confronto tra eventi idrologici.

Durante PICOS 2026 sono state osservate minore disponibilità d’acqua, ritiro di neve e ghiaccio e ampliamento di sale glaciali. Queste osservazioni meritano attenzione. Le grotte ghiacciate dei Picos sono sensibili ai regimi termici e alle precipitazioni nivali. Studi sul clima della Spagna riportano perdite di masse di ghiaccio in cavità dei Picos e collegano il fenomeno a temperature più alte, minore neve e variazioni degli eventi piovosi.

Una sola campagna non basta per dimostrare una tendenza climatica. Servono serie di misure. Un programma essenziale dovrebbe prevedere fotografie da capisaldi fissi, rilievi periodici di neve e ghiaccio, datalogger di temperatura e umidità, misure della portata alle sorgenti e annotazione delle condizioni meteorologiche. PICOS 2026 può così offrire una base utile per un monitoraggio ripetibile.

Dati da verificare e prossime attività

I 1.024 metri di nuovi rilievi, gli oltre 39 chilometri complessivi e i dati di ogni singola cavità vanno attribuiti al resoconto PICOS 2026. La loro verifica richiederà il deposito o la consultazione delle topografie aggiornate. Anche il dato della VA-1 andrà letto insieme alla data di aggiornamento, al perimetro considerato e alle eventuali connessioni incluse.

Le priorità emerse sono chiare: avanzare nelle prosecuzioni di Moñas, controllare il valore di profondità della M-3, documentare le condizioni microclimatiche delle cavità e rafforzare le verifiche idrologiche nel bacino del Cares. Il settore Castil–Tortorios–Moñas–Urriello resta un laboratorio di esplorazione e di ricerca sul carsismo profondo dei Picos de Europa.

Fonti

PICOS 2026 — Dossier di ricerca

Campagna nel Macizo Central dei Picos de Europa: Castil–Tortorios–Moñas–Urriello

Oggetto. Analisi critica del resoconto di campagna 1–21 agosto 2026, con inquadramento geomorfologico, idrogeologico e conservazionistico.

Fonti e metodo. Il nucleo dei dati 2026 è il resoconto fornito dall’utente, attribuito alla pagina Picos General del blog Zape Speleo. La pagina ricostruisce anche la logica esplorativa storica del settore: esplorazione prevalentemente verticale, ricerca e interpretazione delle correnti d’aria, revisioni di vecchie vie e modello di drenaggio verso il Farfáu de la Viña. Il contesto scientifico è verificato con lavori di Università di Oviedo/IGME e guida IGME del Parco. I dati 2026, salvo dove indicato, sono quindi dati di campagna da considerare provvisori fino a pubblicazione di rilievi e catasto aggiornati.


1. Sintesi esecutiva

La campagna ha prodotto 1.024 m di nuovo rilievo topografico e ha portato il patrimonio documentato nei settori Castil–Tortorios–Moñas–Urriello a oltre 39 km di condotti. Hanno partecipato 26 speleologi, in periodi frazionati dal 1° al 21 agosto, provenienti da 11 gruppi di Spagna, Portogallo e Francia.

Il risultato più importante non è un nuovo grande record di profondità, ma l’apertura di un portafoglio di obiettivi coerenti con il modello del carsismo dei Picos:

  1. Moñas è il settore più dinamico. M-15 e M-3 restano apertamente in esplorazione; M-101 aggiunge una nuova verticale attiva; sei nuove entrate incrementano il potenziale di connessioni.
  2. Le correnti d’aria guidano le decisioni. La perdita, l’inversione o la riapparizione dell’aria viene usata per scegliere tra meandri, risalite, finestre e bypass di blocchi.
  3. Ghiaccio e neve sono una variabile esplorativa e ambientale. Assenza di nevai presso il campo, minore portata della Fuente del Valle del Agua e revisione di cavità storicamente ostruite da ghiaccio sono segnali osservativi rilevanti, ma non costituiscono da soli una serie climatica.
  4. La topografia modifica anche i valori “noti”. Il caso CZ-1/2, cresciuto da 319 a 589 m e da -169 a -191 m senza nuove prosecuzioni, mostra quanto bocche, precisione strumentale e chiusure topografiche possano cambiare il dato catastale.
  5. L’interesse idrogeologico resta alto. Il modello storico del gruppo mette in relazione Castil-Carbonal, Valle del Agua, Carnizoso, Piedras Verdes e Urriello con la sorgente del Farfáu de la Viña; questa è un’ipotesi sostenuta per parte del settore da colorazioni e coerenza topografica, ma le nuove connessioni non sono ancora dimostrate.

2. Contesto del Macizo Central

Perché i Picos producono simas così profonde

I Picos de Europa sono un carsismo alpino di calcari carboniferi, scolpito anche da glacialismo e intensa incisione fluviale. Nel Parco sono state riconosciute migliaia di cavità e centinaia di chilometri di condotti. La ricerca geologica attribuisce l’eccezionale concentrazione di grandi verticali a tre fattori combinati:

  • sovrapposizione tettonica di oltre 3 km di serie carbonatica;
  • fino a circa 2.300 m di dislivello tra le quote alte e gli alvei profondamente incisi;
  • decenni di documentazione speleologica sistematica.

Gli acquitardi silicoclastici, spesso molto inclinati o subverticali, compartimentano lateralmente l’acquifero carsico. Ne risulta una forte continuità verticale, favorevole a pozzi e simas profonde, ma una continuità laterale più limitata: per questo molti sistemi sono verticalmente spettacolari senza raggiungere gli sviluppi orizzontali di alcuni grandi carsismi alpini o cantabrici.

Cosa significa per la campagna 2026

Nel lessico operativo del rapporto:

  • torca: cavità/sima, normalmente a prevalente sviluppo verticale;
  • meandro: condotto stretto e tortuoso, spesso strutturalmente guidato;
  • P-40: pozzo di circa 40 m;
  • cabecera de pozo: testa del pozzo;
  • pasamanos: traverso attrezzato su corda;
  • ventana: apertura o livello sospeso che può dare accesso a un ramo;
  • cota -X: dislivello verticale rispetto alla quota di ingresso, non quota assoluta sul livello del mare;
  • sifone: tratto completamente allagato;
  • nevero: accumulo di neve persistente; non è automaticamente equivalente a ghiaccio di grotta.

La strategia descritta da Zape Speleo è tecnicamente coerente con questo ambiente: le fratture e i pozzi offrono accessi verticali; i meandri, le finestre e i punti d’aria sono i luoghi in cui cercare la continuità di rete. La revisione di vie date per chiuse è altrettanto importante della prospezione di nuove bocche.


3. Risultati per settore

Moñas

Cavità Dati 2026 Stato e interpretazione

M-15, Torca del Coterón de Moñas sviluppo 551 ? 617 m (+66 m); nuovi rami fino a -139 m; via storica a -146 m Una sequenza di pozzi conduce alla base di una grande verticale/chimenea >60 m. Il meandro di fondo pareva terminale, ma un passaggio superiore scoperto nell’ultimo giorno riapre l’esplorazione in un reticolo labirintico con flussi d’aria aspiranti ed espiranti. Ipotesi dichiarata: possibile collegamento a CT-1, con sistema potenziale di circa -999 m; non dimostrato.

M-3, Torca de las Moñas sviluppo totale 1.485 m; profondità massima -385 m; rami a -200, -281 e ramo attuale a circa -343 m La stretta prosecuzione bassa è stata superata da un “equipo mini”, che ha percorso ~100 m di meandro fino a una testa di pozzo. Finestre e traversi verso altri rami non hanno dato prosecuzioni. Una via storica è stata spinta a circa -281 m. È il principale target di profondità del settore Moñas.

M-101, Torca de la Jorcadina de las Moñas145 m di sviluppo; -108 m Forte corrente d’aria iniziale, temporaneamente persa in un tappo di blocchi e fango. Superato il tappo, nuovi pozzi portano a una sala con due opzioni: condotto discendente instabile e diaclasi diagonale alta percorribile con lavoro. Ramo genuinamente aperto.

M-103 non quantificato Bocca nota dal 2025, saggiata nel 2026; aria e qualche sviluppo.

M80 circa -30 m Pozzo nascosto con aria espirante che diventa aspirante al fondo. Le piccole bocche vicine con aria possono essere indizi di un sistema di interconnessioni superficiali.

Lettura speleogenetica. M-15 e M-3 non sono solo “cavità che continuano”: sono nodi in un’area dove l’aria suggerisce comunicazioni tra ingressi e quote diverse. In estate, secondo l’impostazione presentata dal gruppo, una bocca che espira con temperatura esterna elevata può comportarsi da ingresso basso connesso a aperture superiori; è un criterio euristico utile, da verificare con temperatura, pressione e morfologia, non una prova di connessione.

Jou de Castil e laderas

Cavità Dati 2026 Stato e interpretazione PC-31 nessuna nuova prosecuzione Riesaminata l’ultima incognita lasciata nel 2024; cavità disattrezzata. È un esempio di chiusura metodica di un obiettivo. PC-3 profondità raggiunta -63 m Riscoperta una cavità con importante tappo di ghiaccio. Un meandro sospeso, con forte aria, conduce a un P-40; l’aria si perde alla testa del pozzo. Risalite e traversi sopra, a metà e alla base non hanno ancora restituito una prosecuzione. Il fondo esplorato è sotto la quota del ghiaccio, stimata attorno a -40 m.

Significato. PC-3 segnala sia un potenziale di esplorazione oltre la barriera glaciale sia una vulnerabilità: in ambienti glacio-carsici, l’arretramento del ghiaccio può rendere fisicamente accessibili spazi prima ostruiti, ma può anche destabilizzare blocchi e sedimenti e trasformare il regime idrico e termico della cavità.

Valle del Agua e Carnizoso

Cavità / sistema Dati 2026 Stato e interpretazione VA-9, Cueva Valleyu dati metrici non ancora pubblicati Nuova cavità remota; l’ingresso è un meandro sospeso che approfondisce con dimensioni non esigue. Obiettivo appena avviato. CZ-1 e CZ-2 sviluppo 319 ? 589 m (+270 m); profondità -169 ? -191 m (+22 m) Riesplorazione di cavità con neve/ghiaccio interno in diminuzione. Le sale profonde di ghiaccio risultano ampliate, ma non sono state trovate nuove prosecuzioni. Il rapporto attribuisce prudenzialmente il salto di dati anche a differenze tra bocche e al rilievo elettronico: non va letto automaticamente come 270 m di nuova scoperta.


4. Sistemi principali e scala dei dati

Quadro dichiarato nel rapporto 2026

Sistema o cavità Sviluppo Profondità / rami terminali Nota Piedras Verdes (PC-26) 3.043 m -1.165 m; sifone -22 m, quindi -1.187 m Uno dei grandi obiettivi verticali del settore. Sistema Castil–Carbonal (PC-15–CT-14) 4.786 m -1.019 m; sifone -9 m, quindi -1.028 m Sistema idrogeologicamente centrale nel modello del gruppo. Torca del Valle del Agua (VA-1) 9.797 m rami a -468, -906, -925, -974 m Il maggiore sviluppo nella lista di campagna. Torca de la Pared de Carbonal (CT-1) 7.781 m rami a -331, -378, -993, -956 m Possibile riferimento per M-15; nessuna connessione confermata. Sistema de Carnizoso (CZ-3–VA-5) 4.130 m -687 m Sistema distinto da CZ-1/2. Torca de las Moñas (M-3) 1.485 m -385 m; rami a -200, -281 e ~-343 m in esplorazione Il valore “-3343 m” nel testo fornito è manifestamente un refuso: contesto e frase precedente indicano circa -343 m. Torca del Coterón de Moñas (M-15) 617 m -146 e -139 m In esplorazione.

La somma dei soli sette sistemi elencati è 31.639 m. Il totale di “oltre 39 km” per i settori comprende quindi almeno 7.361 m ulteriori di cavità minori, rami e sistemi non inclusi nella lista sintetica. Questa differenza è normale in un inventario di settore e non è un’incoerenza.

Cosa dicono i confronti storici

Il sito Zape Speleo registra per VA-1, nel 2009, 4.414 m di sviluppo a -900 m e ricorda la presenza di una rete di tubi freatici attorno a -900 m. Il dato 2026 di 9.797 m mostra quindi, sul lungo periodo, più del raddoppio della lunghezza topografata. Il confronto è utile per misurare la crescita esplorativa, non per desumere automaticamente un aumento della cavità fisica: la grotta non “si è allungata”, è aumentata la sua parte conosciuta e rilevata.

La letteratura scientifica colloca il contesto in una delle maggiori concentrazioni mondiali di simas profonde. Uno studio del 2017 riporta che, nei Picos, il 14% delle simas oltre 1 km allora considerate a scala mondiale ricadeva nel massiccio; il dato è storico e non va trasformato in una classifica attuale senza un aggiornamento globale omogeneo.


5. Idrogeologia: aria, acqua e possibili connessioni

Il modello Farfáu de la Viña

La pagina storica di Zape Speleo afferma che una colorazione ha dato esito positivo alla surgencia del Farfáu de la Viña, nel Río Cares, a circa 8 km in linea d’aria dall’area descritta. Il gruppo propone che Sistema Castil–Carbonal, Carnizoso, Piedras Verdes, Valle del Agua e Torca Urriello drenino, totalmente o in parte, verso quell’asse di recapito.

Il modello è geologicamente plausibile nel quadro di un acquifero carsico ad alta energia verticale e di sorgenti a bassa quota, ma va espresso correttamente:

  • una colorazione positiva dimostra una connessione idraulica tra punto di immissione e punto di restituzione nelle condizioni del test;
  • prossimità geografica, quote e analogie topografiche rafforzano un’ipotesi, ma non sostituiscono un test di tracciamento per ogni cavità;
  • un sifone terminale non identifica di per sé la sorgente finale; può essere un tratto locale di un percorso più lungo.

Correnti d’aria: valore e limiti

L’aria è il “tracciante” operativo più immediato della campagna. Il rapporto usa tre segnali:

  1. aria forte in un ingresso o meandro: priorità esplorativa;
  2. perdita dell’aria in un tappo o in un pozzo: ricerca del bypass, ad esempio in alto in una chimenea o dietro blocchi;
  3. aria aspirante/espirante in punti diversi: possibile differenza di quota e connessione tra bocche.

L’interpretazione deve però incorporare meteo, ciclo diurno, temperatura esterna, volume della cavità e geometria delle aperture. Per trasformare un indizio in dato robusto sarebbero utili serie di temperatura, umidità, pressione e velocità/direzione dell’aria alle bocche, correlate con la meteorologia esterna.


6. Ghiaccio, neve e cambiamento ambientale

Il resoconto 2026 registra tre osservazioni dirette:

  • nessun nevaio vicino al campo e trasporto d’acqua a spalla dalla Fuente del Valle del Agua;
  • riduzione percepita della portata della sorgente;
  • riesame di simas con neve/ghiaccio interno, tra cui CZ-1/2 e PC-3, perché l’abbassamento dei ghiacci può aprire nuovi volumi.

Queste osservazioni sono importanti, ma una lettura scientificamente prudente richiede di separare meteo stagionale, bilancio nivale pluriennale e evoluzione del ghiaccio sotterraneo. Le cavità glaciali dei Picos sono oggetto di ricerca specifica e sono considerate archivi climatici fragili; una pubblicazione del 2025 tratta esplicitamente i loro cambiamenti negli ultimi quindici anni. Il dato di una singola campagna non consente tuttavia di quantificare un trend climatico locale né di attribuirne la causa.

Protocollo utile per le prossime campagne

  • Fotografare le fronti di ghiaccio dagli stessi punti fissi, con scala e coordinate.
  • Rilevare periodicamente quota e morfologia della superficie del ghiaccio con distanziometro/laser scanner o fotogrammetria.
  • Installare datalogger in aria e, dove appropriato, nel ghiaccio: temperatura, umidità e pressione.
  • Misurare la portata della Fuente del Valle del Agua con metodo replicabile e annotare data, precipitazioni, fusione nivale e ora.
  • Tenere separati in catasto: nuova prosecuzione, disostruzione di passaggio preesistente, correzione strumentale e revisione di collegamento tra bocche.
  • Valutare la stabilità di blocchi e sedimenti dopo il ritiro del ghiaccio prima di riattrezzare le vie.

7. Valutazione critica dei risultati

Punti forti

  • Esplorazione multi-obiettivo. La campagna non concentra risorse su un solo fondo: combina nuove bocche, grandi sistemi, revisioni e verifiche di ghiaccio.
  • Capacità di revisione. M-15, M-3 e PC-3 mostrano che una chiusura apparente può dipendere dalla prospettiva, dalla taglia del team, dall’attrezzatura o dalla lettura dell’aria.
  • Rilievo come risultato scientifico. I 1.024 m topografati sono un prodotto durevole, fondamentale per la comparazione interannuale e il modello idrogeologico.
  • Logistica cooperativa. L’uso di elicottero e la disponibilità delle strutture di Casa Cipriano hanno ridotto il peso dei trasporti; ciò permette di dedicare più tempo alle attività sotterranee, pur richiedendo gestione rigorosa dell’impatto ambientale.

Limiti e cautele

  • Le potenziali connessioni M-15–CT-1 e le destinazioni idrologiche sono ipotesi operative, non fatti acquisiti.
  • La profondità dei rami va riferita sempre alla singola bocca e alla topografia chiusa; una connessione non implica automaticamente il valore di profondità prospettato senza calcolare quote assolute e percorso del sistema.
  • Il dato CZ-1/2 include dichiaratamente possibili differenze dovute a bocche e tecnica di misura; non deve essere presentato come nuova esplorazione netta di 270 m.
  • La diminuzione di neve, ghiaccio o portata osservata nel 2026 è un segnale da documentare, non una prova autonoma di causalità climatica.

8. Domande d’esame / flashcard

  1. Perché i Picos de Europa ospitano molte simas profonde ma relativamente pochi sistemi molto lunghi?
    Per la potente serie calcarea e il grande dislivello topografico, che favoriscono lo sviluppo verticale, mentre acquitardi subverticali compartimentano lateralmente l’acquifero e limitano la continuità orizzontale.
  2. Che cosa indica una corrente d’aria in una cavità alpina?
    Può indicare una comunicazione con altri volumi o bocche e guidare la ricerca di prosecuzioni; da sola non dimostra una connessione né la direzione del drenaggio idrico.
  3. Qual è il risultato numerico principale della campagna 2026?
    1.024 m di nuovi rilievi e oltre 39 km complessivi topografati nei settori considerati.
  4. Quali sono i principali obiettivi aperti a Moñas?
    M-15, M-3 e M-101, oltre alle nuove bocche M-103 e M80.
  5. Perché CZ-1/2 richiede prudenza nell’interpretazione?
    L’aumento di sviluppo e profondità è associato al ritiro del ghiaccio, ma il rapporto segnala anche differenze tra bocche e maggiore precisione del rilievo elettronico, senza nuove prosecuzioni trovate.
  6. Che cosa rende importante la sorgente del Farfáu de la Viña?
    È il recapito indicato da una colorazione per parte delle acque del settore ed è centrale nel modello di drenaggio verso il Río Cares.
  7. Quale cavità ha il maggior sviluppo nella lista 2026?
    Torca del Valle del Agua (VA-1), con 9.797 m.
  8. Che errore editoriale è presente nel testo fornito?
    Il valore “-3343 m” attribuito al ramo in esplorazione di M-3 è incoerente con il testo e va letto con ogni probabilità come “circa -343 m”.

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  • Etna, a ottobre il corso nazionale di speleologia in ambiente vulcanico
    Condividi Dall’8 all’11 ottobre 2026 sull’Etna il corso nazionale di aggiornamento dedicato alla vulcanospeleologia, organizzato dalla Sezione dell’Etna del CAI. Conferenze, grotte laviche, crateri sommitali, rilievo 3D ed escursioni sul campo per conoscere uno degli ambienti sotterranei più particolari d’Italia. Si avvicina l’appuntamento con il corso nazionale “La Speleologia in ambiente vulcanico”, in programma dall’8 all’11 ottobre 2026 sulle pendici dell’Etna, con sede logistica nel terr
     

Etna, a ottobre il corso nazionale di speleologia in ambiente vulcanico

September 20th 2026 at 06:00

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Dall’8 all’11 ottobre 2026 sull’Etna il corso nazionale di aggiornamento dedicato alla vulcanospeleologia, organizzato dalla Sezione dell’Etna del CAI. Conferenze, grotte laviche, crateri sommitali, rilievo 3D ed escursioni sul campo per conoscere uno degli ambienti sotterranei più particolari d’Italia.

Si avvicina l’appuntamento con il corso nazionale “La Speleologia in ambiente vulcanico”, in programma dall’8 all’11 ottobre 2026 sulle pendici dell’Etna, con sede logistica nel territorio di Milo, in provincia di Catania.

Organizzato dalla Sezione dell’Etna del Club Alpino Italiano, il corso è un aggiornamento culturale valido per Titolati e Qualificati di Speleologia del CAI ed è aperto anche agli speleologi in possesso dei requisiti tecnici richiesti.

Prima la teoria, poi l’Etna

Il percorso formativo comincerà ancora prima dell’arrivo in Sicilia, con due conferenze in FAD, cioè a distanza: la prima il 29 settembre, dedicata al vulcanismo e agli aspetti petrografici, e la seconda il 6 ottobre, dedicata agli aspetti morfologici. Entrambi gli incontri sono previsti alle ore 21.

Dall’8 ottobre ci si sposterà invece direttamente sull’Etna, alternando lezioni ed escursioni.

Il programma affronta il vulcanismo etneo, la vulcanospeleogenesi, cioè i processi attraverso i quali si formano le cavità in ambiente vulcanico, la flora e la fauna delle grotte laviche e le tecniche di rilevamento topografico, comprese quelle tridimensionali.

Dentro le grotte vulcaniche dell’Etna

Una parte importante del corso sarà naturalmente dedicata alle attività sul terreno.

Sono previste escursioni ai crateri sommitali dell’Etna, alle gallerie di scorrimento lavico della Grotta di KTM e della Grotta dei Tre Livelli, ai basalti colonnari dell’Alcantara e alle cavità legate alle fratture eruttive, tra cui la Grotta delle Palombe e i Pozzi dell’Eruzione del 1923.

Il programma comprende anche un’uscita in battello lungo la costa, da Catania a Santa Maria la Scala, per osservare le testimonianze delle eruzioni sottomarine e costiere.

L’alternanza fra teoria e osservazione diretta consentirà quindi di affrontare la vulcanospeleologia da diversi punti di vista: dalla genesi delle cavità alla loro morfologia, fino agli aspetti biologici e alle moderne tecniche utilizzate per documentarle.

Chi può partecipare

Per partecipare è necessario avere almeno 18 anni, essere soci CAI con tessera in corso di validità ed essere in grado di procedere autonomamente su sola corda. È richiesto inoltre il certificato medico previsto per l’attività sportiva.

La priorità è riservata agli istruttori della Scuola Nazionale di Speleologia CAI — INS, IS e ISS — ma il corso è aperto anche agli altri speleologi che possiedono i requisiti richiesti.

Il numero massimo indicato è di 20 partecipanti non residenti.

Quota, alloggio e organizzazione

La quota di partecipazione è di 150 euro, comprensiva di vitto, alloggio e materiale didattico.

La sede sarà una struttura riservata sulle pendici dell’Etna, nel territorio di Milo, dotata di posti letto, servizi e docce. I pasti saranno preparati e serviti nella struttura.

Per chi raggiungerà Catania con i mezzi pubblici è prevista la possibilità di organizzare un servizio navetta, contattando preventivamente la segreteria. Gli spostamenti durante le escursioni saranno effettuati con mezzi dell’organizzazione.

Per informazioni è possibile contattare Giuseppe Priolo al 347 603 0335 (giuseppe.priolo@sns-cai.it) oppure Giovanni Fichera al 338 843 0763 (giovanni.fichera@sns-cai.it). La segreteria del Gruppo Grotte Catania risponde all’indirizzo segreteria@gruppogrottecatania.it.

Programma completo, iscrizioni e informazioni sul sito SNS-CAI

Scintilena aveva già presentato il corso lo scorso 18 febbraio, quando era stato diffuso il primo programma dell’iniziativa. Ora, con l’avvicinarsi delle date, torniamo a segnalarlo facendo riferimento alle informazioni pubblicate sulla pagina ufficiale della Scuola Nazionale di Speleologia del CAI : Etna 2026, speleologia in ambiente vulcanico – il precedente articolo di Scintilena

Fonte: Scuola Nazionale di Speleologia – Club Alpino Italianohttps://www.sns-cai.it/evento/corso-la-speleologia-in-ambiente-vulcanico-sicilia-ggc-ottobre-2026/

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  • Dalle cave del Vicentino alle grotte della Luna: una telecamera per esplorare i lava tube
    Condividi Sui Monti Lessini è stata sperimentata DaedalusCam, una speciale telecamera panoramica progettata per scendere nei grandi pozzi della Luna e ricostruirne le pareti in tre dimensioni. Dopo i test nei tunnel lavici di Lanzarote, in futuro le prove potrebbero continuare nelle grotte dell’Etna. Prima di scendere in una grotta sulla Luna, meglio fare qualche prova sulla Terra: è quello che stanno facendo i ricercatori impegnati nello sviluppo di DaedalusCam, un sistema di telecamere prog
     

Dalle cave del Vicentino alle grotte della Luna: una telecamera per esplorare i lava tube

September 20th 2026 at 05:00

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Sui Monti Lessini è stata sperimentata DaedalusCam, una speciale telecamera panoramica progettata per scendere nei grandi pozzi della Luna e ricostruirne le pareti in tre dimensioni. Dopo i test nei tunnel lavici di Lanzarote, in futuro le prove potrebbero continuare nelle grotte dell’Etna.

Prima di scendere in una grotta sulla Luna, meglio fare qualche prova sulla Terra: è quello che stanno facendo i ricercatori impegnati nello sviluppo di DaedalusCam, un sistema di telecamere progettato per esplorare i lava tube lunari: grandi cavità di origine vulcanica che si trovano sotto la superficie della Luna.

La scorsa estate lo strumento è stato provato sui Monti Lessini, nel Vicentino. Per il test è stata scelta la Cava Bertocchi, tra San Pietro Mussolino e Nogarole Vicentino, dove il tipo di basalto presente è considerato un buon equivalente terrestre delle rocce vulcaniche che la missione potrebbe incontrare sulla Luna.

Questa volta DaedalusCam non è stata calata in una grotta: è stata montata sotto un drone e fatta volare sopra la cava. L’obiettivo era verificare se le immagini raccolte dalle sue quattro telecamere potessero essere utilizzate per ricostruire in tre dimensioni un ambiente roccioso complesso.

Il risultato, secondo i ricercatori, è stato positivo.

Le grotte della Luna

Quando parliamo di grotte lunari non dobbiamo immaginare cavità scavate dall’acqua come molte delle grotte che conosciamo sulla Terra: sono soprattutto tunnel di lava, o lava tube.

Il principio è quello che conosciamo anche nei territori vulcanici terrestri: durante un’eruzione, la parte superficiale di una colata può raffreddarsi e solidificarsi mentre al di sotto la lava continua a scorrere. Quando il flusso termina, può rimanere un condotto vuoto: una vera e propria grotta vulcanica.

Sulla Luna sono stati individuati grandi pozzi che sembrano costituire l’accesso a sistemi sotterranei molto più estesi. Secondo quanto spiegato da Emanuele Simioni, ricercatore dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica, il principale ente pubblico italiano dedicato alla ricerca in astronomia e astrofisica) di Padova, alcune di queste strutture potrebbero proseguire per decine di chilometri sotto la superficie lunare. È proprio lì sotto che vorremmo riuscire a guardare.

Andare sottoterra sulla Luna

Le grotte lunari interessano i geologi, naturalmente, ma sono considerate importanti anche pensando a una futura presenza umana sulla Luna. Il motivo è abbastanza intuitivo: la roccia sopra la testa è un ottimo tetto.

All’interno dei lava tube la temperatura potrebbe essere più stabile rispetto alla superficie e la copertura rocciosa offrirebbe protezione dai meteoriti, dai raggi cosmici e dalle radiazioni. Inoltre queste cavità sono considerate interessanti anche per la possibile presenza di ghiaccio d’acqua.

Con il “piccolo” problema che si conosce l’esistenza di alcuni ingressi, ma non si sa praticamente nulla di ciò che si trova sotto.

Da qui nasce Daedalus, il progetto dell’Agenzia spaziale europea (ESA) per mandare un robot dove un astronauta, almeno per ora, non potrebbe andare.

Un robot appeso a una corda sopra un pozzo lunare

L’idea di Daedalus ha qualcosa di sorprendentemente familiare per uno speleologo.

Un rover, cioè un veicolo robotico capace di muoversi sulla superficie lunare, dovrebbe raggiungere il bordo di uno dei grandi pozzi che danno accesso alle cavità sotterranee. Da lì, un robot di forma sferica verrebbe calato nel vuoto mediante un cavo, un po’ come una sonda che scende in un pozzo.

Il cavo avrebbe due funzioni fondamentali: fornire energia e permettere la trasmissione dei dati.

La discesa prevista è di circa 50 metri. Durante questo tratto le telecamere fotograferebbero continuamente le pareti, permettendo di ricostruire la forma del pozzo e di osservare come cambiano gli strati geologici con la profondità. Poi dovrebbe accadere qualcosa di ancora più interessante: arrivato in fondo, il robot potrebbe sganciarsi dal cavo e proseguire da solo nella grotta.

Non è previsto che torni indietro. Una volta staccato dal cavo e addentratosi nel buio, le telecamere non potrebbero più essere utilizzate, perché il sistema non dispone di una propria illuminazione. L’esplorazione proseguirebbe quindi con gli altri sensori del robot.

L’obiettivo: un pozzo di 50 metri sulla Luna

Uno dei siti scelti come possibile obiettivo di Daedalus si trova nella regione dei Marius Hills, nell’Oceanus Procellarum, vicino all’equatore lunare. L’ingresso ha un diametro di circa 50 metri e soprattutto presenta una caratteristica che rende l’esplorazione tutt’altro che semplice: è praticamente verticale.

In altre parole, prima ancora di esplorare la grotta bisogna riuscire a superarne il pozzo d’ingresso: qui entra in gioco DaedalusCam.

Quattro occhi per vedere quasi tutto

Il nome può sembrare complicato, ma il principio di DaedalusCam è abbastanza semplice.

Lo strumento è composto da quattro PanCam. PanCam significa sostanzialmente panoramic camera, cioè camera panoramica.

Ognuna possiede un campo visivo enorme, ancora più ampio di quello dei comuni obiettivi fisheye. Riesce quindi a vedere non soltanto ciò che ha davanti, ma anche molto di ciò che si trova lateralmente.

Mettendo insieme quattro di queste camere, il robot può avere una visione praticamente completa di ciò che lo circonda.

Avere tanti “occhi” serve: se un particolare della parete viene fotografato da più posizioni e angolazioni, un computer può confrontare le immagini e ricavarne la posizione nello spazio. In questo modo una serie di fotografie può diventare un modello tridimensionale della grotta. In sostanza, è fotogrammetria, un termine non nuovo per chi frequenta le grotte: fotografie parzialmente sovrapposte dello stesso ambiente possono essere utilizzate per ricostruirne digitalmente forme e dimensioni.

Le PanCam hanno inoltre una zona centrale capace di riprendere con una risoluzione circa tre volte maggiore rispetto alla parte panoramica: una sorta di “vista d’aquila” destinata a osservare in dettaglio particolari delle pareti. Con appositi filtri potrà fornire anche informazioni sulla loro composizione.

Come fa il computer a capire dove si trova? Qui compare una di quelle sigle che fanno sembrare tutto molto più difficile di quanto sia: SLAM. Significa Simultaneous Localization and Mapping: più o meno, localizzarsi e costruire contemporaneamente una mappa.

Immaginiamo di entrare in una grotta che nessuno ha mai rilevato. Mentre avanziamo dobbiamo fare due cose nello stesso momento: capire dove ci troviamo rispetto al punto da cui siamo partiti e costruire progressivamente la mappa dell’ambiente che stiamo attraversando.

Un algoritmo SLAM cerca di farlo automaticamente. Il computer osserva le immagini, riconosce punti e forme già incontrati – uno spigolo, una roccia, una particolare geometria della parete – e li utilizza come riferimenti. Dal modo in cui questi elementi cambiano posizione da un’immagine alla successiva può ricostruire sia il movimento della telecamera sia la geometria dell’ambiente.

Sono tecniche utilizzate anche dai robot e nei sistemi di navigazione autonoma.

Nel caso di DaedalusCam servono quindi a prendere una quantità enorme di fotografie panoramiche e rimetterle al posto giusto, fino a ricostruire digitalmente la cavità.

La prova nella cava dei Monti Lessini

Il test nel Vicentino era importante perché per la prima volta sono state utilizzate tutte e quattro le PanCam insieme.

Il Politecnico di Milano ha realizzato la parte meccanica necessaria per montare DaedalusCam su un drone, che è stato quindi fatto volare sopra la cava.

La campagna è durata due giorni: uno dedicato alla preparazione e alla programmazione e uno alle operazioni vere e proprie.

Al lavoro hanno partecipato il Dipartimento di Geologia, il Politecnico di Milano, Planetek, l’Agenzia spaziale italiana e l’INAF, con ricercatori di Padova e Napoli.

Anche fotografare una cava, però, si è rivelato meno semplice del previsto.

na telecamera che vede quasi dappertutto ha un evidente vantaggio, ma anche un inconveniente: rischia di vedere anche il Sole. E avere il Sole direttamente nell’inquadratura non è la condizione ideale per ottenere fotografie utilizzabili.

Durante il test è stato quindi necessario studiare attentamente il percorso e l’orientamento del drone per evitare che la luce solare entrasse direttamente nel campo visivo delle quattro camere: le immagini sono state comunque acquisite con successo e successivamente elaborate per ottenere un modello tridimensionale della cava.

Ora arriverà una verifica importante: confrontare questa ricostruzione con misure indipendenti dell’intera cava ottenute mediante un laser altimetro. In questo modo sarà possibile capire quanto il modello costruito utilizzando soltanto le immagini corrisponda alla realtà.

Prima della Luna, le grotte della Terra

La cava vicentina non è il primo ambiente terrestre utilizzato per mettere alla prova questa tecnologia.

Le singole PanCam erano già state sperimentate nei tunnel lavici di Lanzarote, alle Isole Canarie. In quel caso si trattava di vere grotte accessibili alle persone e la camera era stata trasportata direttamente all’interno delle cavità.

Tunnel lavico nella Cueva de los Verdes, Lanzarote (Isole Canarie), dove sono stati effettuati precedenti test delle PanCam. Foto: Luis Miguel Bugallo Sánchez (Lmbuga) – Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Sui Monti Lessini si è fatto un passo diverso: utilizzare per la prima volta le quattro camere insieme, montate su un drone, e verificare la capacità dell’intero sistema di ricostruire un ambiente delle dimensioni paragonabili a quelle del pozzo lunare scelto come obiettivo. Il prossimo esperimento potrebbe interessare molto da vicino gli speleologi italiani.

Il gruppo sta infatti valutando una futura campagna di test nelle grotte vulcaniche dell’Etna. Resta da stabilire quale sia la stagione migliore per effettuarla.

E ora viene da chiedersi quando entreremo davvero in una grotta lunare, ma occorre frenare un po’ l’entusiasmo.

Nelle prime fasi del progetto si era parlato del 2033 per la missione Daedalus. Quella data, però, non è mai stata confermata. Le indicazioni successive hanno spostato l’orizzonte oltre il 2033 e al momento non esiste una data di lancio definitiva.

La tecnologia, intanto, continua a essere sviluppata e provata sulla Terra, aspetto ugualmente affascinante, soprattutto per gli speleologi.

Per esplorare per la prima volta una cavità di un altro corpo celeste bisogna affrontare problemi che, nella loro essenza, sono sorprendentemente familiari: come scendere in un pozzo, come vedere nel buio, come capire dove ci troviamo e come costruire una mappa di un ambiente nel quale nessuno è mai entrato.

Cambiano la gravità, la tecnologia e – parecchio – la distanza da casa.

Il problema di partenza, però, resta il solito, quello di ogni esplorazione speleologica: c’è un buco, e vogliamo sapere cosa c’è sotto.

Fonte: Valentina Guglielmo, “Dalle cave del Vicentino alle grotte sulla Luna”, Media INAF, 14 settembre 2026. L’articolo originale è pubblicato con licenza CC BY-NC-SA 4.0https://www.media.inaf.it/2026/09/14/dalle-cave-del-vicentino-alle-grotte-sulla-luna/

NB: non ho una mente scientifica e ho cercato di raccontare tutto questo nel modo più semplice possibile, prima di tutto per capirlo io. Se ho commesso errori o imprecisioni, vi chiedo di segnalarli: correggerò volentieri.

L'articolo Dalle cave del Vicentino alle grotte della Luna: una telecamera per esplorare i lava tube proviene da Scintilena.

Počas prieskumu / od roku 1992 - doposiaľ/ na planine Jakupica v Macedónsku sme navštívili - preskúmali aj takúto jaskyňu, Leden...

Počas prieskumu / od roku 1992 - doposiaľ/ na planine Jakupica v Macedónsku sme navštívili - preskúmali aj takúto jaskyňu, Ledenik. - 120 m. foto L. Štubňa



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  • Acquifero della Riviera Maya: CINDAQ trasforma il rilievo di Ox Bel Ha in una rete di dati
    Condividi Dalla speleosubacquea alla gestione dell’acquifero carsico del Quintana Roo, il lavoro coordinato da Sam Meacham integra riesplorazione, GIS, droni e ricerca idrologica Il rilievo speleosubacqueo nella Riviera Maya non è più soltanto la rappresentazione di una successione di condotti sommersi. Nel sistema di Ox Bel Ha, nel Quintana Roo messicano, il dato raccolto in immersione viene collegato a cenotes, uso del suolo, foresta e infrastrutture. L’obiettivo è comprendere meglio l’acqu
     

Acquifero della Riviera Maya: CINDAQ trasforma il rilievo di Ox Bel Ha in una rete di dati

September 19th 2026 at 14:00

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Dalla speleosubacquea alla gestione dell’acquifero carsico del Quintana Roo, il lavoro coordinato da Sam Meacham integra riesplorazione, GIS, droni e ricerca idrologica

Il rilievo speleosubacqueo nella Riviera Maya non è più soltanto la rappresentazione di una successione di condotti sommersi. Nel sistema di Ox Bel Ha, nel Quintana Roo messicano, il dato raccolto in immersione viene collegato a cenotes, uso del suolo, foresta e infrastrutture. L’obiettivo è comprendere meglio l’acquifero della Riviera Maya e rendere leggibile un ambiente che, dalla superficie, resta in gran parte invisibile.

L’impostazione è al centro del lavoro di CINDAQ, Centro Investigador del Sistema Acuífero de Quintana Roo. L’organizzazione, fondata da Sam Meacham nel 2000, dichiara di facilitare la ricerca, promuovere l’educazione e sostenere la conservazione delle risorse naturali e culturali associate a cenotes e fiumi sotterranei del Quintana Roo. Il caso di Ox Bel Ha mostra come l’esplorazione possa produrre informazioni utili anche oltre il perimetro della grotta.

CINDAQ e il rilievo digitale di Ox Bel Ha

L’articolo “Data for Divers”, pubblicato nel 2020 da InDepth, descrive il passaggio verso una documentazione digitale integrata. Linee di rilievo, profondità, fotografie, annotazioni di campagna, dati geospaziali, immagini aeree e modelli tridimensionali possono essere sovrapposti e interrogati nello stesso progetto. La mappa resta un prodotto essenziale, ma diventa anche la base per interpretare la posizione dei condotti rispetto alle trasformazioni della superficie.

La storia esplorativa di Ox Bel Ha risale agli anni Novanta. Le prime attività furono in larga misura autofinanziate. La nascita di CINDAQ rese possibile raccogliere fondi e strutturare progetti di ricerca, educazione e conservazione. Oggi il gruppo collega la documentazione del sistema con iniziative nell’area di Ox Bel Ha, nella riserva della biosfera di Sian Ka’an e in altri contesti del Quintana Roo.

La posta in gioco non riguarda solo la lunghezza dei passaggi. Nella penisola dello Yucatán l’idrografia superficiale è limitata. Le precipitazioni ricaricano l’acquifero attraverso la matrice calcarea porosa, le fratture, le fessure e i cenotes. I condotti esplorabili costituiscono quindi una parte, molto visibile per i subacquei, di un acquifero della Riviera Maya più esteso e complesso.

Resurvey: controllare le linee storiche

Il riesame dei rilievi precedenti, o resurvey, è una delle attività centrali del programma. Non serve soltanto a ottenere dati più recenti. Permette di verificare collegamenti, correggere scostamenti locali, aggiornare i riferimenti GPS e riportare annotazioni su morfologia, geologia e navigazione.

Nel 2018 CINDAQ dichiarava 18 chilometri di rilievi complessivi a Ox Bel Ha: 12 chilometri di nuova esplorazione e 6 di riesame. Nel 2019 l’attività raggiunse 80 chilometri, composti da 30 chilometri di nuovi passaggi e 50 chilometri di linee già esistenti ricontrollate. Nei primi 14 giorni del gennaio 2020 furono riportati 8,445 chilometri di resurvey e 11,277 chilometri di nuove esplorazioni.

Il valore del controllo emerge anche sul piano territoriale. Ripercorrere settori frequentati anni prima consente di individuare lead non sviluppati, verificare dati storici e tornare in zone rese più accessibili da nuovi percorsi terrestri. Le nuove strade possono facilitare la logistica, ma sono anche un indicatore della pressione insediativa in un’area dove sviluppo, qualità delle acque e integrità delle cavità sono strettamente collegati.

I risultati pubblicati da CINDAQ per il 2023 riportano 47,434 chilometri di linee riesaminate, 26,136 chilometri di passaggi allora non noti e dieci nuovi ingressi nel sistema. Alla fine di quell’anno la lunghezza rilevata confermata di Ox Bel Ha era indicata in 496,804 chilometri. Il rapporto 2025 segnala che il resurvey può avvicinarsi al completamento, senza chiudere il capitolo dell’esplorazione: restano numerosi rami da verificare e un sistema sotterraneo dinamico da documentare.

MNemo, Ariane e GIS per l’acquifero della Riviera Maya

La digitalizzazione del rilievo utilizza MNemo, uno strumento che viene fissato alla sagola tra due punti di ancoraggio. Durante il percorso registra lunghezza, profondità o inclinazione e direzione. I dati possono essere trasferiti nel software Ariane, che consente di costruire una stick map tridimensionale e visualizzarla su base satellitare.

Secondo le specifiche del produttore, MNemo dichiara una precisione di 10 centimetri per la profondità, dello 0,5% più o meno 3,6 centimetri per la lunghezza e di 1,5 gradi per la direzione. L’errore di chiusura atteso è intorno all’1%. Si tratta di specifiche dello strumento, non di una garanzia applicabile in modo automatico a ogni rilievo. Calibrazione, riferimenti iniziali affidabili, interferenze magnetiche, esecuzione in acqua e revisione dei dati restano decisivi.

Nell’intervista del 2020 Meacham riferiva una poligonale superiore a 5 chilometri con un errore di chiusura inferiore all’1%. Il dato dimostra il potenziale operativo della procedura nel contesto descritto. L’importazione delle linee storiche in Ariane permette inoltre di confrontare rilievi realizzati in epoche diverse e di limitare le trascrizioni manuali.

Il progetto impiega anche GIS, ArcGIS, GPS, droni e fotogrammetria. Le ortofoto georeferenziate permettono di osservare il cambiamento della superficie. I modelli 3D dei passaggi possono essere messi in relazione con la topografia e con i dati aerei. Video a 360 gradi e sistemi di visualizzazione immersiva hanno una funzione distinta: aiutano a comunicare a proprietari, tecnici, ricercatori e amministratori ciò che non è direttamente osservabile dall’esterno.

Ox Bel Ha e la dinamica dell’acquifero costiero

Lo studio del 2024 pubblicato in Geophysical Research Letters chiarisce perché la conoscenza dell’acquifero della Riviera Maya richieda dati raccolti anche dentro le cavità. Ricercatori di USGS e CNR-IRSA hanno installato strumenti idroacustici e altri sensori in un condotto di Ox Bel Ha, accessibile dal Cenote Bang, per osservare le alocline che separano acqua dolce, salmastra e salata.

L’indagine si è svolta tra marzo e agosto 2018. Gli strumenti hanno documentato la risposta della colonna d’acqua alle maree e alle precipitazioni. Durante la tempesta tropicale Carlotta, il 16 giugno, furono misurati 226 millimetri di pioggia giornaliera nella stazione meteorologica di riferimento. La velocità del flusso nello strato salmastro aumentò fino a 0,19 metri al secondo verso il mare. La sua salinità salì da un livello di fondo di circa 2 psu fino a 4,4 psu.

Il risultato è rilevante perché una pioggia intensa non ha prodotto soltanto un semplice addolcimento dell’acquifero. Lo studio non ha trovato evidenza di un rimescolamento verticale attraverso l’aloclino sufficiente a spiegare l’aumento di salinità. Gli autori propongono invece un modello di mescolamento laterale tra i condotti, dove l’acqua si muove più rapidamente, e la matrice calcarea circostante. Lo spostamento verticale differenziale delle alocline aumenterebbe l’area di contatto tra masse d’acqua con salinità diverse.

Questa interpretazione ha conseguenze per l’uso potabile e irriguo dell’acqua, per gli ecosistemi anchialini e per lo studio dei cicli del carbonio e del metano. L’aumento della salinità oltre 3 psu può rendere l’acqua non idonea al consumo e all’irrigazione. Il fenomeno va valutato insieme alla crescita della domanda idrica, all’innalzamento del livello marino, agli eventi meteorologici intensi e alle modifiche dell’uso del territorio.

La mappa come infrastruttura di conoscenza

Il caso CINDAQ indica un cambiamento di prospettiva nella speleosubacquea. La sequenza parte dalla linea di sagola e dal rilievo di un ramo. Prosegue con l’archivio geospaziale, l’interpretazione idrologica e la restituzione pubblica dei dati. Arriva infine alla possibilità di sostenere decisioni più informate sulla tutela dell’acquifero della Riviera Maya.

Il modello può essere utile anche in altri territori carsici. Servono protocolli coerenti, metadati completi, sistemi di riferimento dichiarati, controllo di qualità e archivi durevoli. Occorre inoltre ponderare la pubblicazione di informazioni sensibili sulle cavità, per evitare che la conoscenza destinata alla tutela aumenti la vulnerabilità dei siti. In questo quadro, la quantità di chilometri rilevati resta importante, ma il risultato più utile è la capacità di trasformare misure verificabili in conoscenza territoriale e ambientale.

Fonti

L’articolo del 2020 documenta un passaggio cruciale nella speleosubacquea della Riviera Maya: il rilievo non è più soltanto una carta di condotti, ma una piattaforma di dati per capire, visualizzare e proteggere l’acquifero carsico costiero del Quintana Roo. CINDAQ, guidata da Sam Meacham, integra riesplorazione, strumenti digitali, GIS, droni, fotogrammetria e media immersivi per collegare il mondo sotterraneo alle trasformazioni rapide della superficie.[1][2]

Ho preparato il dossier di ricerca completo in formato Markdown scaricabile: il dossier su Data for Divers, CINDAQ e l’acquifero della Riviera Maya.

Risultati principali

Dal “nuovo ramo” al dato territoriale

Il contributo più rilevante del progetto CINDAQ non è solo l’estensione di Ox Bel Ha, ma la creazione di un archivio geospaziale che combina linee di grotta, profondità, fotografie, note di campagna, immagini aeree, dati di superficie e modelli 3D. Questa impostazione consente di mostrare a proprietari, ricercatori e decisori la relazione tra cenotes, condotti, foresta, infrastrutture e sviluppo urbano.[1]

L’articolo di Menduno ricorda che l’esplorazione iniziale di Ox Bel Ha negli anni Novanta fu in gran parte autofinanziata. Meacham fondò CINDAQ nel 2000 per rendere possibili finanziamenti, ricerca, educazione e conservazione con un’organizzazione formalmente riconosciuta. Oggi la missione dichiarata di CINDAQ resta facilitare la ricerca e sostenere la tutela delle risorse naturali e culturali associate a cenotes e fiumi sotterranei del Quintana Roo.[1][2]

Perché il resurvey conta

Il riesame delle linee storiche è una parte strutturale del progetto, non un’attività secondaria. Nel 2018 CINDAQ riportava 18 km di rilievi totali — 12 km di nuova esplorazione e 6 km di resurvey — mentre nel 2019 i rilievi salirono a 80 km, dei quali 50 km erano linee esistenti riesaminate e 30 km nuove esplorazioni. Nei primi 14 giorni di gennaio 2020 il gruppo dichiarava ulteriori 8,445 km riesaminati e 11,277 km nuovi.[1]

Questo permette di:

  • confrontare misure storiche e attuali;
  • correggere errori locali che possono deformare porzioni estese della carta;
  • sfruttare una georeferenziazione GPS più accurata;
  • aggiornare note su geologia, morfologia e navigazione;
  • ritornare in settori poco frequentati, spesso accessibili grazie a nuovi percorsi terrestri;
  • individuare lead precedentemente trascurati e nuove connessioni fra rami.

Già nel rapporto CINDAQ 2022, il programma avviato nel 2018 aveva riesaminato oltre 233 km di passaggi esistenti, circa l’85% di ciò che si conosceva all’avvio del resurvey; nello stesso periodo erano stati esplorati oltre 115 km di nuovi passaggi e Ox Bel Ha raggiungeva 435,805 km rilevati.[3]

Tecnologie impiegate

Strumento Funzione Valore nel progetto MNemo Registra distanza lungo sagola, profondità/inclinazione e direzione Riduce trascrizioni manuali e rende il rilievo più veloce e standardizzabile Ariane’s Line Importa, processa e visualizza i dati in mappe 3D Collega rilievi nuovi e storici e permette sovrapposizioni con basi satellitari GPS, GIS e ArcGIS Georeferenziazione e analisi territoriale Fa dialogare sottosuolo, cenotes, sviluppo e dati ambientali Droni e ortofoto Documentazione ad alta risoluzione della superficie Evidenzia cambiamenti dell’uso del suolo, cenotes e infrastrutture Fotogrammetria Modelli tridimensionali di passaggi e ambienti Integra geometria dei volumi con il rilievo lineare Video 360° / AR Comunicazione immersiva del paesaggio sotterraneo Rende il sistema comprensibile a non subacquei e decisori

MNemo si aggancia alla sagola fra un tie-off e l’altro: il produttore dichiara una precisione di 0,5% sulla lunghezza, 10 cm sulla profondità, 1,5° sull’heading e un errore di chiusura atteso attorno all’1%. I dati vengono poi trasferiti in Ariane, che costruisce una stick map 3D e la sovrappone a cartografia satellitare.[4]

Nell’intervista del 2020 Meacham indicava un test significativo: una poligonale di oltre 5 km con errore di chiusura inferiore all’1%. Il dato va inteso come risultato operativo contestuale, non come garanzia assoluta: accuratezza e qualità rimangono dipendenti da calibrazione, corretta esecuzione, assenza di interferenze magnetiche, tie-in affidabili e controllo dei dati.[1][4]

Acquifero: il vero oggetto

Il punto più importante dell’articolo è che la grotta mappata non coincide con l’acquifero. I condotti conosciuti sono le parti direttamente esplorabili di un sistema più vasto, composto anche da matrice calcarea porosa, fratture, fessure e vie di flusso non accessibili.

Nella penisola dello Yucatán, dove non esiste una rete superficiale di fiumi comparabile a quella di molte regioni temperate, l’acqua meteorica filtra nella roccia e alimenta l’acquifero. In prossimità della costa, acqua dolce, salmastra e marina formano un estuario sotterraneo carsico stratificato. I condotti agiscono come vie di trasporto rapide; per questo la qualità dell’acqua e gli effetti degli scarichi o delle trasformazioni urbanistiche non possono essere interpretati soltanto osservando ciò che si vede in superficie.[5]

Questa lettura è coerente con il materiale del progetto sulle aree carsiche: doline, grotte, sorgenti e assenza o scarsità di idrografia superficiale sono indicatori di un territorio in cui infiltrazione e circolazione sotterranea dominano il comportamento delle acque. La conoscenza speleologica diventa quindi indispensabile anche per gestione delle risorse e prevenzione dell’inquinamento.[6]

Riscontro scientifico recente

La ricerca successiva conferma quanto fosse lungimirante il programma di documentazione di CINDAQ. Uno studio del 2024 in Geophysical Research Letters ha installato strumenti idroacustici in un condotto di Ox Bel Ha, presso Cenote Bang, per osservare la dinamica delle alocline tra acqua dolce, salmastra e salata.[5]

Il risultato più importante è controintuitivo: durante precipitazioni intense l’acquifero non si “addolcisce” necessariamente. Nel caso della tempesta tropicale Carlotta, l’aumento della pioggia provocò un incremento della velocità di flusso verso mare e la salinità dello strato salmastro passò da circa 2 psu fino a 4,4 psu. Gli autori propongono che il fenomeno dipenda soprattutto da un mescolamento laterale tra condotti e matrice calcarea, innescato dallo spostamento differenziale delle alocline, più che dalla sola miscelazione verticale nel condotto.[5]

Questo ha implicazioni dirette per:

  • qualità dell’acqua potabile e irrigua;
  • intrusione e salinizzazione marina;
  • effetti di tempeste e variazioni climatiche;
  • ecosistemi anchialini;
  • cicli del carbonio e del metano;
  • gestione di un territorio costiero con crescente pressione antropica.

La serie di dati USGS su Ox Bel Ha e Cenote Crustacea documenta proprio proprietà della colonna d’acqua e record idrologici e chimici raccolti tra dicembre 2013 e gennaio 2015, rendendo disponibili dati riutilizzabili per lo studio dell’acquifero costiero.[7]

Il modello è trasferibile ad altri territori carsici, purché si mantengano protocolli di rilievo e controllo qualità, metadati completi, riferimenti geodetici coerenti, un archivio durevole e regole ponderate per la diffusione delle informazioni relative a cavità vulnerabili. Il successo non dipende dalla quantità di immagini o di chilometri rilevati, ma dalla capacità di trasformare dati verificabili in conoscenza utile per la conservazione.[1][2][5]

Fonti
[1] Data for Divers: Mexican Explorers Go Digital to Chart Riviera … https://indepthmag.com/data-for-divers-mexican-explorers-go-digital-to-chart-riviera-maya/
[3] Home – Cindaq https://www.cindaq.org/en/
[4] [PDF] CINDAQ 2022 Annual Report https://2001convention-uch.ngo/wp-content/uploads/2025/03/CINDAQ_AR-2022.pdf
[5] MNemo • Cave Survey Data Acquisition – Ariane’s Line https://www.arianesline.com/mnemo/
[6] Hydroacoustic Observations Reveal Drivers of Mixing and Salinization of a Karst Subterranean Estuary During Intense Precipitation https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/pdfdirect/10.1029/2024GL109993
[8] Water column properties and temporal hydrologic and chemical records from flooded caves (Ox Bel Ha and Cenote Crustacea) within the coastal aquifer of the Yucatan Peninsula, Quintana Roo, from December 2013 to January 2015 https://www.usgs.gov/data/water-column-properties-and-temporal-hydrologic-and-chemical-records-flooded-caves-ox-bel-ha
[9] Winter Workshop Set for Mexico—An International … – InDEPTH https://indepthmag.com/winter-workshop-set-for-mexico-an-international-gathering-for-the-global-cave-diving-community/
[10] Tren Maya is on the Wrong Track! An Update. – InDEPTH https://indepthmag.com/tren-maya-is-already-impacting-water-resources-and-the-caves/
[11] SAVE THE CENOTES! – InDEPTH https://indepthmag.com/stop-the-riviera-maya-train/
[12] La plus vaste caverne sous-marine du monde court sur 524 … – GEO https://www.geo.fr/environnement/la-plus-vaste-caverne-sous-marine-du-monde-court-sur-524-kilometres-sa-biodiversite-est-menacee-229732
[13] InDEPTH: A Technical & Professional Diving Magazine https://indepthmag.com/
[14] About Us – InDEPTH Magazine https://indepthmag.com/about-us/
[15] MNemo | Ariane’s Line | Cave Survey Software | 3D Cave … https://www.arianesline.com/
[16] Realizado por: https://www.cindaq.org/wp-content/uploads/2024/06/CINDAQ-InformePublico-2023-ES.pdf
[17] Ariane’s Line | Shop https://www.arianesline.com/shop/
[18] Underwater Cave Reports https://uwcaves.org/
[19] The Destruction of Underwater Caves by the “Tren Maya” project https://www.uw360.asia/the-destruction-of-sac-aktun-underwater-cave-by-the-tren-maya-project/
[20] Hydrological and chemical records from the flooded Ox Bel Ha cave … https://catalog.data.gov/dataset/hydrological-and-chemical-records-from-the-flooded-ox-bel-ha-cave-system-in-the-yucat-2015
[21] HarvestStat Africa – Harmonized Subnational Crop Statistics for Sub-Saharan Africa https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12022251/
[22] Global Roadkill Data: a dataset on terrestrial vertebrate mortality caused by collision with vehicles https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11958749/
[23] An avifaunal checklist of the Zanskar Region, Ladakh Himalaya, India https://www.threatenedtaxa.org/index.php/JoTT/article/view/9288
[24] [XML] USGS.72e6c9dc-9d44-4c80-9360-b6f4e656b40a.xml https://data.usgs.gov/datacatalog/metadata/USGS.72e6c9dc-9d44-4c80-9360-b6f4e656b40a.xml
[25] Temporal hydrologic and chemical records from the Ox Bel Ha cave … https://catalog.data.gov/dataset/temporal-hydrologic-and-chemical-records-from-the-ox-bel-ha-cave-network-within-the-c-2016
[26] Hurricane Ingrid and Tropical Storm Hanna’s effects on the salinity of … https://ouci.dntb.gov.ua/en/works/ldB3zrq7/
[27] Microsoft Word – Kovacs_Shawn_E_201708_PhDv2.docx https://macsphere.mcmaster.ca/bitstream/11375/21974/2/Kovacs_Shawn_E_201708_PhDThesis.pdf
[28] Late Holocene mangrove development and onset of sedimentation in the Yax Chen cave system (Ox Bel Ha) Yucatan, Mexico: Implications for using cave sediments as a sea-level indicator https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0031018215004186
[29] The effect of seasonal rainfall on nutrient input and biological productivity in the Yax Chen cave system (Ox Bel Ha), Mexico, and implications for ?XRF core studies of paleohydrology https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0031018219301889
[30] A survey of groundwater quality in Tulum region, Yucatan … http://members.unine.ch/philippe.renard/articles/saintloup2018.pdf
[31] CINDAQ 2024 Annual Report https://www.cindaq.org/en/news/cindaq-2024-annual-report/
[32] Prepared by: https://www.cindaq.org/wp-content/uploads/2024/02/CINDAQ-PublicReport-2023-EN-compressed.pdf
[33] Cindaq: Home https://www.cindaq.org/

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Za podzemním dobrodružstvím 19

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Připravte se na pravý jeskyňářský zážitek a vyzkoušejte si lezení ve skutečné plazivce! Nabízíme Vám jedinečnou možnost prozkoumat úzké jeskynní prostory Bábiny jeskyně!
Průvodce Vás přivede do Objevné chodby, místa, kudy byly Koněpruské jeskyně v roce 1950 objeveny. Po přezutí, případně převlečení a kontrole vybavení se budete moct vydat do útrob jeskyně a plazit se až do návštěvníkům běžně nepřístupných míst.
Více na https://konepruske.caves.cz/aktuality/den-s-jeskynarem-v-konepruskych-jeskynich-19-20-9-2026



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Nursery dei pipistrelli nelle Foreste Casentinesi: il monitoraggio estivo protegge le colonie riproduttive

September 19th 2026 at 13:00

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Foto di copertina di Francesco Grazioli

Nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, censimenti mirati, ascolto degli ultrasuoni e tutela dei rifugi aiutano a proteggere le femmine e i piccoli nella fase più delicata dell’anno.

Nursery dei pipistrelli: perché luglio è un mese sensibile

Le nursery dei pipistrelli nelle Foreste Casentinesi sono colonie riproduttive formate soprattutto da femmine. In estate vi partoriscono e allevano i piccoli. Il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna svolge ogni luglio il censimento delle colonie, scegliendo lo stesso periodo per rendere i dati confrontabili negli anni e per seguire una fase biologica ben definita.

Una nursery non è un semplice punto di presenza. È un rifugio che può condizionare il successo riproduttivo di una parte rilevante della popolazione locale. Il disturbo può indurre gli animali a spostarsi, separare la colonia o rendere più difficile l’allevamento dei giovani. Per questa ragione il Parco indica che i controlli devono essere ridotti al minimo, sia nel numero di visite sia nella loro intensità. [web:13]

Le nursery dei pipistrelli nelle Foreste Casentinesi non riguardano soltanto le grotte. Le specie possono scegliere cavità e fessure negli alberi, ambienti ipogei, sottotetti, ruderi, ponti e altri manufatti. La varietà dei rifugi richiede quindi una gestione che coinvolga bosco, edifici e cavità sotterranee. Anche una manutenzione ordinaria può richiedere una verifica preventiva, se svolta nel periodo riproduttivo e in un luogo potenzialmente usato dai chirotteri.

Monitoraggio chirotteri nelle Foreste Casentinesi

Il censimento diretto delle colonie è affiancato dal monitoraggio bioacustico. I bat detector registrano gli ultrasuoni emessi dai pipistrelli durante l’ecolocalizzazione. I segnali vengono poi analizzati per descrivere presenza e attività delle specie lungo transetti o in stazioni di ascolto.

Il rapporto tecnico sul monitoraggio faunistico 2024 del Parco, citato nel dossier di studio, riporta 607 chilometri di transetti, due stazioni di ascolto e 1.127 contatti complessivi. Di questi, 1.093 sono stati attribuiti con certezza a livello di specie. Nel solo 2024 sono state riconosciute con certezza 16 specie. Il pipistrello nano (Pipistrellus pipistrellus) è risultato il più contattato nei transetti standardizzati, con 427 contatti, seguito dal pipistrello albolimbato (P. kuhlii) con 248 e dal pipistrello di Savi (Hypsugo savii) con 219.

Il dato va letto con prudenza. Un contatto acustico indica un passaggio o un’attività rilevata, non il conteggio automatico di un individuo. Inoltre, i segnali non hanno tutti la stessa probabilità di essere registrati. Generi come Plecotus e Rhinolophus, per caratteristiche delle loro emissioni, possono essere meno rappresentati da un rilevamento basato soltanto sull’acustica. Per questo le nursery dei pipistrelli nelle Foreste Casentinesi richiedono l’integrazione tra bat detector, ricerca dei rifugi e osservazioni dirette condotte da specialisti.

Boschi maturi e rifugi riproduttivi

La presenza di alberi maturi e di microhabitat forestali è centrale per molte specie. Cavità del tronco, fessure, scortecciamenti e legno morto in piedi possono offrire rifugi diurni o riproduttivi. Il valore di questi elementi non dipende solo dal singolo albero: conta anche la continuità di un mosaico forestale che permetta agli animali di alternare rifugi, aree di alimentazione e corridoi di spostamento.

Nel quadro dei dati pluriennali richiamati nel dossier, le Foreste Casentinesi ospitano specie di alto interesse conservazionistico, fra cui il barbastello (Barbastella barbastellus), il miniottero (Miniopterus schreibersii) e varie specie di vespertili e rinolofi. Una sintesi ISPRA segnala inoltre una colonia riproduttiva di circa 140 vespertili di Bechstein (Myotis bechsteinii) e una di circa 200 rinolofi maggiori (Rhinolophus ferrumequinum), oltre a una colonia svernante di circa 600 rinolofi maggiori.

Questi numeri chiariscono perché la localizzazione puntuale di una nursery sia un’informazione sensibile. Conoscere il rifugio serve alla gestione, non alla sua diffusione pubblica. La programmazione di tagli forestali, cantieri, manutenzioni e accessi in grotta può così evitare le fasi più vulnerabili del ciclo annuale.

Tutela delle nursery e Direttiva Habitat

La protezione delle nursery dei pipistrelli nelle Foreste Casentinesi si colloca anche in un quadro europeo. L’articolo 12 della Direttiva Habitat 92/43/CEE impone agli Stati membri un regime di rigorosa tutela per le specie elencate nell’Allegato IV. Il testo vieta, fra l’altro, la perturbazione deliberata durante riproduzione, allevamento, ibernazione e migrazione, oltre al deterioramento o alla distruzione dei siti di riproduzione e delle aree di riposo. [web:14]

In pratica, una colonia rinvenuta in un edificio o in un ambiente sotterraneo non dovrebbe essere rimossa, isolata dall’esterno o disturbata senza una valutazione competente. Il monitoraggio conserva quindi una funzione operativa: trasforma l’osservazione naturalistica in dati utili per prevenire impatti e adottare misure compatibili con le specie.

Per la comunità speleologica il tema riguarda soprattutto la pianificazione degli accessi. Le cavità possono svolgere funzioni differenti nel corso dell’anno. Un sito usato per la riproduzione richiede cautele diverse da un rifugio occasionale o da una cavità senza presenze rilevate. La tutela delle nursery dei pipistrelli nelle Foreste Casentinesi passa anche dalla collaborazione tra Ente Parco, chirotterologi, gestori forestali, proprietari di edifici e frequentatori del territorio.

Fonti

https://www.facebook.com/share/1CBALJwAX4/?mibextid=wwXIfr

Le nursery estive dei pipistrelli costituiscono uno dei nodi centrali per la conservazione della chirotterofauna nelle Foreste Casentinesi: localizzarle e controllarle con metodi prudenti permette di proteggere le femmine e i giovani proprio durante la fase più vulnerabile del ciclo riproduttivo. Ho preparato anche una guida di studio completa in Markdown, con dati, quadro normativo, limiti metodologici e domande di ripasso.

Risultato della ricerca

Nel mese di luglio il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi svolge il censimento delle colonie riproduttive. Le femmine si aggregano in nursery per partorire e allevare il piccolo; a seconda della specie possono usare cavità degli alberi, grotte e altri ambienti ipogei, nonché case, ruderi e ulteriori manufatti. Il Parco sottolinea che i sopralluoghi sono necessari alla tutela, ma devono restare ridotti al minimo per numero e intensità delle visite.[1]

La ragione conservazionistica è molto concreta: sapere dove si trovano i rifugi e in quale stagione sono occupati permette di programmare lavori forestali, manutenzioni edilizie, accessi alle cavità e attività turistiche evitando la fase di riproduzione e allevamento. La Direttiva Habitat vieta espressamente sia il disturbo deliberato durante riproduzione, allevamento, ibernazione e migrazione sia il deterioramento o la distruzione dei siti riproduttivi e dei luoghi di riposo.[2]

Il valore delle Foreste Casentinesi

Il contesto del Parco è particolarmente favorevole ai chirotteri per la grande continuità forestale, la presenza di boschi maturi, alberi con microhabitat, corsi d’acqua, aree aperte e strutture antropiche utilizzabili come rifugi. Il rapporto di monitoraggio 2024 ricorda inoltre che gli alberi morti in piedi e i boschi strutturalmente complessi sono correlati alla diversità delle comunità di pipistrelli.[3]

Nel 2024 il monitoraggio bioacustico del Parco ha registrato: Indicatore Risultato Transetti percorsi 607 km Giornate di rilevamento 11 Contatti totali 1.127 Contatti attribuiti con certezza a una specie 1.093 Specie identificate con certezza nel 2024 16 Pipistrello nano 427 contatti nei transetti, circa 38% Pipistrello albolimbato 248 contatti, circa 22% Pipistrello di Savi 219 contatti, circa 19% Barbastello 41 contatti Miniottero 27 contatti

Il monitoraggio bioacustico è arrivato al nono anno consecutivo nel 2024; considerando le campagne svolte nel tempo, il Parco dispone di 11.310 record e di 19 specie identificate con certezza mediante la sola bioacustica.[3]

Una sintesi ISPRA, che considera un monitoraggio pluriennale e metodologie complementari, indica invece 21 specie censite nelle Foreste Casentinesi. La differenza rispetto alle 19 specie bioacusticamente confermate non è incoerente: la ricerca diretta dei rifugi, i censimenti delle colonie e altre tecniche possono rilevare specie più difficili da intercettare con il solo bat detector.[4]

Metodi e cautele

Il monitoraggio non equivale a “entrare nelle colonie”: si basa su un approccio integrato e a basso impatto.

  • I bat detector trasformano gli ultrasuoni dell’ecolocalizzazione in segnali registrabili e analizzabili; consentono di stimare presenza, attività e, spesso, specie.
  • I transetti, ripetuti nel tempo, consentono confronti standardizzati tra anni e aree.
  • I controlli nei rifugi antropici possono essere realizzati di giorno, con torcia e fotografia, evitando la cattura degli animali.
  • Nei rifugi ipogei i sopralluoghi devono essere programmati in funzione della stagione, limitando accessi e permanenza.
  • Un contatto acustico non corrisponde necessariamente a un individuo: rappresenta soprattutto una rilevazione di presenza o attività.

Il rapporto del Parco richiama un limite rilevante: specie con emissioni deboli, molto direzionali o ad alta frequenza, fra cui soprattutto i generi Plecotus e Rhinolophus, possono essere sottostimate dalle sole registrazioni acustiche.[3]

Nursery e gestione concreta

I dati sulle colonie diventano strumenti decisionali. Nelle Foreste Casentinesi e nella Vena del Gesso Romagnola vengono impiegati per adattare le attività forestali, turistiche ed eventualmente estrattive alle esigenze delle specie; la localizzazione delle colonie consente di evitare disturbi nelle finestre stagionali più delicate e di gestire edifici, ruderi, miniere e cavità come risorse per la biodiversità.[4]

Tra i dati più significativi riportati per le Foreste Casentinesi figurano una colonia riproduttiva di circa 140 vespertili di Bechstein, una di circa 200 rinolofi maggiori e una colonia svernante di circa 600 rinolofi maggiori. Questi numeri mostrano quanto un singolo rifugio possa essere decisivo per la conservazione locale di una specie.[4]

I pipistrelli sono inoltre predatori di insetti e contribuiscono al controllo naturale delle popolazioni di artropodi: nelle aree forestali, agricole e rurali ciò si traduce in un servizio ecosistemico concreto. In Italia le specie di pipistrelli sono insettivore e la tutela dei loro rifugi contribuisce quindi anche al funzionamento degli ecosistemi.[4]

Fonti
[1] Nursery nella foresta – Parco Nazionale Foreste Casentinesi https://www.parcoforestecasentinesi.it/it/news/nursery-nella-foresta
[3] 31992L0043 https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/1992/43/oj?locale=it
[5] [PDF] Chirotteri – Parco Nazionale Foreste Casentinesi https://www.parcoforestecasentinesi.it/sites/default/files/Monitoraggio%20chirotteri%202024%20-%20Modificato.pdf
[6] [PDF] sinergie per la biodiversità: conservazione dei chirotteri in … – ISPRA https://www.isprambiente.gov.it/files/reticula/articolo40-06.pdf
[7] [PDF] Projects 2008 https://www.miteco.gob.es/content/dam/miteco/es/ministerio/servicios/ayudas-subvenciones/ayudas-subvenciones-antes-de-migracion/20082_tcm30-87691.pdf
[8] LIFE 3.0 – LIFE Project Public Page https://webgate.ec.europa.eu/life/publicWebsite/project/LIFE08-NAT-IT-000369/gypsum-protection-and-management-of-the-habitats-linked-to-the-chalky-formations-of-the-emilia-romagna-region
[9] Towards the new Checklist of the Italian Fauna https://escholarship.org/content/qt0jv6h904/qt0jv6h904.pdf?t=rderzc
[10] Notulae to the Italian native vascular flora: 11 https://italianbotanist.pensoft.net/article/68048/download/pdf/
[11] New data about Chiropterofauna of the “Monte Pellegrino” Nature Reserve (Palermo, Italy) https://www.e3s-conferences.org/articles/e3sconf/pdf/2021/41/e3sconf_apeem2021_01001.pdf
[12] [PDF] 2024 – Parco Nazionale Foreste Casentinesi https://www.parcoforestecasentinesi.it/sites/default/files/Parco%20Crinali%20DIC.2024%20web%20s.pdf
[13] Calabrian Native Project: Botanical Education Applied to Conservation and Valorization of Autochthonous Woody Plants https://www.scipublications.com/journal/index.php/rjees/article/download/387/329
[14] [PDF] Monitoraggio della Chirotterofauna nel Parco Nazionale delle … https://www.parcoforestecasentinesi.it/sites/default/files/chirotteri_2016_REV02.pdf
[15] I pipistrelli del Parco sul nuovo WebGIS https://www.parcoforestecasentinesi.it/it/news/i-pipistrelli-del-parco-sul-nuovo-webgis
[16] [PDF] zps it5180004 – Parco Nazionale Foreste Casentinesi https://www.parcoforestecasentinesi.it/sites/default/files/ZPS_IT5180004%20OK.pdf
[17] 459 http://www.venadelgesso.it/assets/i-gessi-di-brisighella-e-rontana—azione-a2-progetto-life-gypsum.pdf
[18] I GESSI DI MONTE MAURO https://fsrer.it/site/wp-content/uploads/2019/06/gessimontemauro.pdf
[19] Vena del Gesso Romagnola https://www.parchiromagna.it/pdf/Rivista1-2013.pdf
[20] INDIRIZZI E PROTOCOLLI PER IL MONITORAGGIO https://www.centroregionalechirotteri.org/download/Monitoraggio_stato_conservazione_chirotteri_Italia_settentrionale.pdf
[21] il progetto https://www.fondazionevillaghigi.it/wp-content/uploads/2019/05/Storie-Naturali-10.pdf
[22] Indici-Sottoterra.xlsx https://www.gsb-usb.it/site/wp-content/uploads/2020/07/Indici-Sottoterra.xlsx
[23] [PDF] L’AZIONE A.2 DEL PROGETTO LIFE+ “GYPSUM” NELLE GROTTE … http://www.venadelgesso.it/mm/23.pdf
[24] Ecosistemi, boschi e servizi ecosistemici https://fupress.com/redir.ashx?RetUrl=13928.pdf
[25] La conservazione del patrimonio naturale e paesaggistico mediante la valorizzazione dei servizi ecosistemici offerti dal territorio: considerazioni generali e casi di studio https://fupress.com/redir.ashx?RetUrl=13931.pdf
[26] TESTO consolidato: 31992L0043 — IT — 01.01.2007 – EUR-Lex https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:01992L0043-20070101
[27] Habitats Directive in northern Italy: a series of proposals for habitat definition improvement https://plantsociology.arphahub.com/article/102894/download/pdf/
[28] 31992L0043 – IT – EUR-Lex https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:31992L0043
[29] Relevant habitats neglected by the Directive 92/43 EEC: the contribution of Vegetation Science for their reappraisal in Sicily https://plantsociology.arphahub.com/article/78920/download/pdf/
[30] TESTO consolidato: 31992L0043 — IT https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:01992L0043-20250714
[31] Raccolta della giurisprudenza – EUR-Lex https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:62019CJ0473
[32] 62021CJ0432 https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:62021CJ0432
[33] C_2018213IT.01000101.xml https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:52018XC0618(01)
[34] B DIRETTIVA 2009/147/CE DEL PARLAMENTO EUROPEO E … https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:02009L0147-20190626
[35] I pipistrelli del Parco – Parco Nazionale Foreste Casentinesi https://www.parcoforestecasentinesi.it/it/news/i-pipistrelli-del-parco
[36] Chirotteri https://www.parcoforestecasentinesi.it/sites/default/files/Monitoraggio%20chirotteri%202023%20WEB.pdf
[37] Normative in materia di tutela faunistica che si applicano ai chirotteri https://www.mammiferi.org/wp-content/uploads/2018/07/normative_tutela_chirotteri-2.pdf
[38] Direttiva 92/43/CEE Habitat: Note, Documenti e Guide https://www.certifico.com/ambiente/documenti-ambiente/documenti-riservati-ambiente/direttiva-92-43-cee-habitat-note-documenti-e-guide

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  • Túnel de la Atlántida: il tubo lavico sommerso di Lanzarote racconta 21 mila anni di mare e clima
    Condividi Un nuovo studio su Túnel de la Atlántida ricostruisce le trasformazioni del livello marino relativo e degli ambienti costieri dal Tardo Pleistocene all’Olocene Il Túnel de la Atlántida, il lungo tratto sommerso del sistema lavico di La Corona a Lanzarote, viene proposto come archivio geologico delle variazioni marine e ambientali avvenute tra la fine del Pleistocene e l’Olocene. Lo indica uno studio pubblicato nel 2026 su Geologica Acta, firmato da Javier Lario e da un gruppo di ric
     

Túnel de la Atlántida: il tubo lavico sommerso di Lanzarote racconta 21 mila anni di mare e clima

September 19th 2026 at 12:00

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Un nuovo studio su Túnel de la Atlántida ricostruisce le trasformazioni del livello marino relativo e degli ambienti costieri dal Tardo Pleistocene all’Olocene

Il Túnel de la Atlántida, il lungo tratto sommerso del sistema lavico di La Corona a Lanzarote, viene proposto come archivio geologico delle variazioni marine e ambientali avvenute tra la fine del Pleistocene e l’Olocene. Lo indica uno studio pubblicato nel 2026 su Geologica Acta, firmato da Javier Lario e da un gruppo di ricercatori di istituzioni spagnole e internazionali.

La ricerca integra sedimentologia, petrografia, mineralogia, isotopi stabili e geocronologia. L’obiettivo è leggere nelle pareti, nelle incrostazioni e nei sedimenti del condotto la successione degli eventi che hanno trasformato una cavità lavica subaerea in un ambiente oggi sommerso.

Il risultato interessa la speleologia vulcanica e la speleosubacquea. Offre anche nuovi elementi per studiare la risalita del livello marino relativo nell’Atlantico orientale dopo l’Ultimo Massimo Glaciale.

Túnel de la Atlántida e tubo lavico La Corona

Il Túnel de la Atlántida non è una grotta scavata dal moto ondoso. È la porzione sommersa di un tubo lavico generato dall’eruzione del vulcano La Corona, nel settore settentrionale di Lanzarote. Il condotto si formò quando una colata basaltica, protetta da una crosta solidificata, continuò a scorrere internamente e poi si drenò, lasciando una rete di gallerie.

La scheda dell’Inventario spagnolo dei luoghi di interesse geologico descrive il sistema La Corona-Atlántida come lungo oltre 7,6 chilometri. Gli ultimi 1,6 chilometri risultano oggi sotto il livello del mare. Le volte possono raggiungere 20 metri per 20 e il complesso è riconoscibile in superficie attraverso una successione di jameos, aperture prodotte dal collasso della volta. [web:13]

La nuova pubblicazione usa una definizione più focalizzata sul ramo sommerso. Il tratto studiato è indicato come il maggiore tubo lavico sommerso del mondo e viene riferito all’eruzione di La Corona durante l’Ultimo Massimo Glaciale. La distinzione è utile: il primato riguarda il settore inondato, mentre il sistema speleologico completo comprende anche le porzioni emerse note attraverso Cueva de los Verdes e Jameos del Agua. [web:7]

La cronologia della formazione del tubo resta un elemento centrale. La scheda IGME riporta un’età di circa 25 mila anni per l’eruzione, mentre lo studio collega la formazione al massimo glaciale. Si tratta di valori compatibili con una cavità nata quando il livello del mare era molto più basso di quello odierno, anche se le diverse stime richiedono di distinguere fra datazioni, margini di errore e specifica porzione del complesso considerata. [web:7][web:13]

Livello marino relativo nel Túnel de la Atlántida

L’elemento principale della ricerca riguarda la ricostruzione del livello marino relativo. Non coincide in modo automatico con il livello medio globale degli oceani. Esprime infatti la posizione del mare rispetto a una costa o a una cavità specifica, quindi può risentire anche di movimenti verticali locali, maree, moto ondoso e caratteristiche geomorfologiche dell’isola.

Gli autori ricostruiscono il passaggio dalla fase subaerea del tubo alla sua progressiva invasione marina. Le datazioni U-Th effettuate su rivestimenti di calcite bandata indicano una crescita degli speleotemi tra circa 15 e 14,4 mila anni fa. In quel periodo, corrispondente all’oscillazione calda Bølling-Allerød, il mare si trovava ancora sotto la quota del condotto in esame e la calcite poté formarsi in condizioni vadose, cioè non sommerse. [web:7]

Questa evidenza è importante perché mostra che una cavità vulcanica può conservare indicatori sedimentari e mineralogici di momenti diversi. Le forme primarie raccontano la dinamica della lava. I depositi secondari registrano invece infiltrazione, evaporazione, circolazione dell’acqua e ingresso del mare.

A circa 62 metri di profondità, presso il termine del Túnel de la Atlántida, i ricercatori descrivono una biocalcarenite matura con strutture epifreatiche e cementi marini. L’interpretazione proposta è compatibile con una fase di relativa stabilità del livello marino durante il Dryas recente. È un vincolo paleoambientale, non una quota assoluta da sovrapporre senza cautele a una curva eustatica globale. [web:7]

Sedimenti, incrostazioni e minerali

Nel settore mediano della galleria sono state osservate laminazioni da ripple tidali e fessure da disseccamento. La loro associazione suggerisce alternanze fra condizioni di sommersione, esposizione episodica e variazioni idrografiche all’inizio dell’Olocene. Il dato mette in evidenza il comportamento complesso di una cavità costiera confinata, dove l’energia del mare e la circolazione interna possono ridistribuire materiali e modificare il segnale sedimentario. [web:7]

Lo studio ha analizzato i campioni con diffrazione a raggi X, microscopia elettronica a scansione con microanalisi EDS, petrografia e misure di isotopi stabili del carbonio e dell’ossigeno. I valori isotopici generalmente positivi e le tessiture petrografiche sono interpretati come effetto di evaporazione, degassamento, ingressi marini intermittenti e microclimi aridi.

Tra i risultati mineralogici compare la motukoreaite, prodotta dall’alterazione del vetro basaltico in ambiente marino e anteriore ai carbonati datati. Gli autori la segnalano come prima occorrenza riportata di questo minerale in un ambiente di tubo lavico. [web:7]

Il caso del Túnel de la Atlántida mostra perché non sia corretto attribuire a un singolo sedimento marino il significato diretto di antico livello medio del mare. Una sabbia, un bioclasto o un deposito grossolano possono essere stati trasportati durante eventi energetici. La ricostruzione diventa più solida quando facies sedimentaria, posizione altimetrica, contesto geomorfologico, età del campione e indicatore biologico o mineralogico convergono.

Speleologia vulcanica e tutela del sito

Per la speleologia, il Túnel de la Atlántida conferma il valore dei tubi lavici come archivi geologici complessi. Nelle grotte carsiche la ricerca paleoclimatica ricorre spesso agli speleotemi carbonatici. In un sistema basaltico costiero, invece, il quadro include la morfologia della colata, il detrito vulcanico, le incrostazioni secondarie, gli apporti del mare e la biodiversità degli ambienti anquialini.

L’IGME attribuisce al geosito La Corona-Atlántida un valore scientifico molto alto. La scheda indica anche un’elevata suscettibilità al degrado antropico e una priorità di protezione alta. Il complesso ricade nel Monumento Naturale del Malpaís de La Corona e comprende il Sito di Interesse Scientifico di Jameos del Agua. [web:13]

Questi aspetti rendono necessario un approccio prudente. Le attività di rilievo e campionamento in un tubo sommerso devono documentare con precisione la posizione dei prelievi e limitare l’alterazione di sedimenti, croste e resti biologici. Fotogrammetria, rilievi tridimensionali e microcampionamenti possono contribuire a conservare il contesto stratigrafico che dà valore ai dati.

La ricerca amplia quindi il ruolo del Túnel de la Atlántida. La cavità non è soltanto una testimonianza della vulcanologia di Lanzarote. Diventa un luogo in cui la speleogenesi lavica, la deglaciazione, la dinamica marina e i cambiamenti paleoambientali possono essere letti nello stesso archivio sotterraneo.

Fonti

https://www.facebook.com/share/19WvQ9RBB9/?mibextid=wwXIfr

  • Lario, J.; Cheng, H.; Sánchez-Moral, S.; Martín-Pozas, T.; Fernández-Cortés, Á.; Cuezva, S.; Martín-González, E.; Pérez-Mejías, C.; Cañaveras, J. C. (2026), The Túnel de la Atlántida (Lanzarote, Canary Islands): reconstructing Late Pleistocene-Holocene sea-level and paleoenvironments changes inside the world largest underwater lava tube, Geologica Acta, vol. 24, pp. 1-26, DOI: 10.1344/GeologicaActa2026.24.12. URL: https://ddd.uab.cat/record/329300/
  • Geologica Acta, pagina dell’articolo. URL: https://revistes.ub.edu/index.php/GEOACTA/article/view/51979
  • Instituto Geológico y Minero de España, Inventario Español de Lugares de Interés Geológico, IC1011: Tubo volcánico pleistoceno del volcán de La Corona-La Atlántida. URL: https://info.igme.es/ielig/liginfo.aspx?codigo=ic1011
  • Lario, J. et al. (2023), Geomorphological and sedimentary features of an underwater lava tube: the Túnel de la Atlántida (Lanzarote, Spain), EGU General Assembly, abstract EGU23-6059. URL: https://ui.adsabs.harvard.edu/abs/2023EGUGA..25.6059L/abstract

Dossier di studio

The Túnel de la Atlántida (Lanzarote, Canary Islands): reconstructing Late Pleistocene–Holocene sea-level and paleoenvironmental changes inside the world’s largest underwater lava tube

Oggetto: lettura critica, contesto geologico e guida allo studio dell’articolo segnalato
Rivista: Geologica Acta, vol. 23 (2025)
Accesso indicato: https://revistes.ub.edu/index.php/GEOACTA/article/view/51979/47259
Stato dell’analisi: il testo del PDF non è stato tecnicamente indicizzato/estratto dal portale durante questa ricerca. Questo dossier separa quindi con rigore: (a) ciò che è esplicitamente dichiarato dal titolo e dalla sede editoriale, (b) il contesto scientifico verificabile, (c) le domande, i proxy e le interpretazioni che vanno controllati nelle sezioni Metodi–Risultati–Discussione del paper. Non attribuire agli autori risultati quantitativi che non sono qui direttamente verificati.


1. In breve: perché questo studio è importante

Il lavoro propone di usare il Túnel de la Atlántida, presso Lanzarote, come archivio naturale per ricostruire le variazioni del livello marino e dell’ambiente costiero tra Tardo Pleistocene e Olocene. Il valore della cavità è nella sua duplice natura: è un tubo lavico subaereo formatosi durante un’eruzione basaltica e, in seguito, un condotto il cui tratto terminale è stato invaso dal mare. In un sistema del genere, posizione, composizione, geometria e cronologia dei depositi possono registrare la trasgressione postglaciale, fasi di stazionamento del mare e modifiche delle condizioni marine costiere.

Non è dunque una “grotta marina” scavata dalle onde. È un paleocondotto lavico che ha interagito con il mare soltanto dopo la sua formazione. Questa distinzione è decisiva: la quota dei depositi e delle incrostazioni non equivale automaticamente alla quota del livello eustatico globale. Prima di ricavare una curva del mare occorre considerare età del tubo, quota attuale, battente d’acqua, moto ondoso, marea, possibile deformazione verticale locale e significato sedimentologico del deposito.

Il periodico che ospita il contributo, Geologica Acta, è una rivista internazionale di scienze della Terra in diamond open access, senza costi né per pubblicare né per leggere; il suo archivio identifica il fascicolo annuale 2025 come volume 23. La copertina del volume è inoltre dedicata a una scena lavica del Parco Nazionale di Timanfaya, a Lanzarote: un contesto insulare vulcanico particolarmente adatto a integrare speleologia lavica, geomorfologia costiera e Quaternario.


2. Il sito nel suo contesto

2.1 Lanzarote: un laboratorio vulcanico e costiero

Lanzarote è la più orientale delle Canarie e presenta un paesaggio costruito da vulcanismo basaltico, superfici relativamente aride e coste esposte all’Atlantico. A nord-est dell’isola, il complesso vulcanico del Monte Corona ha emesso colate che hanno sviluppato un sistema di tubi lavici. La parte emersa comprende la celebre Cueva de los Verdes; il proseguimento verso la costa e sotto il mare è noto come Túnel de la Atlántida.

L’espressione “largest underwater lava tube” nel titolo va letta con precisione: si riferisce alla grandezza del tratto di tubo lavico oggi sommerso/esplorabile sott’acqua, non necessariamente al più lungo sistema di grotte laviche complessivo del pianeta. Per confronto metodologico, il sistema della Cueva del Viento a Tenerife viene descritto in letteratura come lungo 18,5 km e formato circa 27.000 anni fa; ciò mostra quanto possano essere estesi e complessi i condotti lavici canari, ma non sostituisce i dati geometrici e cronologici specifici del Túnel de la Atlántida.

2.2 Genesi di un tubo lavico

Un tubo lavico si sviluppa quando una colata basaltica incanala il flusso sotto una crosta raffreddata. Il lava stream continua a scorrere isolato termicamente; quando l’eruzione diminuisce o termina, il drenaggio lascia una galleria. La morfologia interna può includere:

  • volta e pareti di basalto massivo o con croste di accrezione;
  • banconi laterali o terrazzi di lava;
  • colate di riflusso, lavacicles e gocce solidificate;
  • restringimenti, collassi locali, diramazioni e skylight;
  • sedimenti secondari introdotti dopo la genesi del tubo.

La cavità conserva quindi due tempi geologici diversi: il tempo vulcanico, scritto nelle pareti e nelle forme primarie, e il tempo post-vulcanico, scritto da gravità, alterazione, infiltrazione, organismi, vento e mare.

2.3 Dal condotto subaereo alla cavità sommersa

Dopo la formazione del tubo, un innalzamento relativo del livello del mare può raggiungere l’imbocco costiero e penetrare nella galleria. Se la quota del mare cambia, cambia anche il limite tra settori dominati da processi continentali/aerati e settori dominati da processi marini. Nel tubo possono quindi accumularsi, o essere rimaneggiati:

  • sabbie e ghiaie marine, con granuli basaltici, bioclasti o frammenti carbonatici;
  • livelli di tempesta e depositi di surge/onda, spesso più grossolani o caotici;
  • fanghi e sedimenti fini in zone a energia più bassa;
  • incrostazioni carbonatiche o biocostruzioni marine;
  • guano, detrito eolico o colluviale nei tratti rimasti asciutti;
  • resti biologici utili alla ricostruzione ambientale.

3. Domanda scientifica e modello concettuale

3.1 La domanda centrale

Il titolo indica un obiettivo composto: ricostruire sea-level e paleoenvironmental changes dal Tardo Pleistocene all’Olocene. Per riuscirci gli autori devono connettere una successione interna alla cavità con un quadro esterno di oscillazioni marine e cambiamenti ambientali. La catena inferenziale ideale è:

[
\text{facies/deposito} + \text{quota} + \text{età} + \text{indicatore ambientale}
\rightarrow \text{livello marino relativo e ambiente locale}
]

L’espressione corretta è soprattutto livello marino relativo (RSL, relative sea level): quello osservabile rispetto alla grotta e all’isola. Per trasformarlo in una stima del livello eustatico/globale occorre valutare e correggere eventuali movimenti verticali locali e contributi glacio-isostatici.

3.2 Finestra temporale

  • Tardo Pleistocene: fase finale dell’ultima epoca glaciale, comprensiva dell’Ultimo Massimo Glaciale e della successiva deglaciazione. In generale, grandi volumi d’acqua erano immagazzinati nelle calotte e il livello marino globale era molto più basso dell’attuale.
  • Transizione Pleistocene–Olocene: riscaldamento e fusione delle grandi calotte, con rapida risalita marina e possibile riorganizzazione degli ambienti litorali.
  • Olocene: l’interglaciale in corso; dopo l’innalzamento principale, il livello del mare si avvicina alla quota attuale ma può mostrare variazioni regionali e locali di minore ampiezza.

Per Lanzarote, un tubo che oggi è connesso al mare può conservare la soglia fisica della trasgressione: non il mare “globale” direttamente, bensì la storia della sua invasione in un particolare ambiente vulcanico costiero.

3.3 Ipotesi operativa da verificare nel paper

Un’ipotesi ragionevole, da controllare contro i risultati pubblicati, è che il passaggio da facies non marine o subaeree a facies marine e la loro posizione altimetrica documentino l’avanzata del mare nella cavità durante la deglaciazione e l’Olocene. Sequenze di erosione, rimaneggiamento o discontinuità possono indicare fasi di maggiore energia, oscillazioni del battente o hiatus deposizionali.

Attenzione: anche se un deposito è marino, non indica automaticamente il livello medio del mare. Un deposito di tempesta può essere trasportato ben al di sopra della linea di battigia, mentre un fango può accumularsi sotto il livello idrico in posizione protetta. Il paper dovrebbe pertanto esplicitare il suo indicative meaning: l’intervallo verticale rispetto al livello di marea che ciascun indicatore rappresenta.


4. Quali evidenze servono davvero

4.1 Rilievo e riferimento altimetrico

La robustezza della ricostruzione dipende innanzitutto dal rilievo. Occorrono planimetria e profilo longitudinale del tubo, sezioni trasversali, posizione degli ingressi, profondità del tratto sommerso e quota di ogni campione/deposito rispetto a un datum verticale noto. In un tubo sommerso, la quota deve includere incertezza strumentale e condizione di marea al momento della misura.

Una tabella critica da cercare nel paper è questa: Elemento Informazione necessaria Perché conta Punto di campionamento Coordinate/settore del tubo Ricostruisce l’ordine spaziale della successione Quota o profondità Datum, precisione, correzione marea Trasforma il deposito in indicatore RSL Tipo di deposito Facies, tessitura, strutture Separa alta energia, calma, origine marina/non marina Età Metodo, campione, errore Colloca l’evento nel tempo Interpretazione Intervallo verticale e processo Evita equivalenze indebite con il livello medio del mare

4.2 Sedimentologia e microfacies

Le chiavi per distinguere origine e ambiente comprendono granulometria, selezione, arrotondamento, composizione dei clasti, strutture sedimentarie e contatti fra livelli. In particolare:

  • un sedimento ben selezionato con componenti bioclastici può suggerire un apporto marino costiero;
  • livelli a ciottoli, conchiglie rotte o clasti eterometrici possono rispecchiare trasporto a energia elevata, incluse tempeste;
  • laminazioni fini e fauna bentonica compatibile con acque tranquille possono indicare una zona sommersa e riparata;
  • cenere, polvere eolica, guano o detrito basaltico angolare segnalano apporti non marini, ma non escludono rimaneggiamenti successivi;
  • superfici erosive e depositi poligenici possono registrare riattivazioni della dinamica marina.

In un ambiente basaltico è fondamentale separare il sedimento autoctono derivato dal disfacimento della volta da quello realmente introdotto dal mare. La semplice presenza di sabbia nera non prova una provenienza marina; servono contesto, distribuzione, strutture e componenti biologici/mineralogici.

4.3 Proxy paleoambientali

A seconda di ciò che il lavoro ha effettivamente analizzato, i principali proxy possibili sono: Proxy Informazione potenziale Limite da discutere Molluschi e altri macroresti marini Salinità, energia, habitat costiero Trasporto e rimaneggiamento post-mortem Foraminiferi/ostracodi Condizioni marine, profondità/energia relative Preservazione selettiva e provenienza alloctona Diatomee o microalghe Acque marine, salmastre o dolci Dissoluzione e contaminazione Granulometria Energia e modalità di trasporto Non è univoca senza facies e geometria Geochimica/mineralogia Origine del sedimento, alterazione, componente biogenica Segnale composito in ambiente basaltico DNA sedimentario o microfossili Comunità passate e condizioni ecologiche Estrema sensibilità a contaminazione e rimaneggiamento Tracce di erosione/incrostazioni Permanenza dell’acqua, circolazione, bioerosione Difficile traduzione in quota RSL puntuale

4.4 Cronologia: la parte che decide l’interpretazione

Il rapporto fra quota e data è il cuore del problema. Metodi plausibili, da verificare nel testo, sono:

  • radiocarbonio (AMS 14C): adatto a materiale organico, gusci carbonatici o altri campioni abbastanza giovani; richiede calibrazione e, per materiale marino, correzione dell’effetto serbatoio locale;
  • U–Th: potenzialmente adatto a carbonati secondari idonei, non al basalto in sé;
  • OSL/IRSL: può datare l’ultima esposizione alla luce di sedimenti quarzosi/feldspatici, se presenti e se il bleached signal è affidabile;
  • tefrocronologia o datazioni delle lave: delimitano l’età del condotto e forniscono vincoli stratigrafici, ma non datano automaticamente il momento dell’invasione marina;
  • correlazioni biostratigrafiche o paleoecologiche: utili come supporto, raramente risolutive da sole.

Un’età di un campione non coincide necessariamente con l’età della deposizione: conchiglie rimaneggiate, carbonio “vecchio”, materiale trasportato e ricristallizzazione sono rischi reali. Nel commento dell’articolo vanno cercati i controlli di qualità, gli intervalli di errore e l’eventuale modello età-profondità.


5. Come leggere risultati e figure

5.1 Checklist di lettura del paper

  1. Localizzazione e nomenclatura. Il sistema è trattato come unica cavità, come segmento sommerso della Cueva de los Verdes o come unità distinta? Quali tratti sono accessibili e campionati?
  2. Età del tubo. Quale cronologia del vulcanismo del Monte Corona viene adottata? È un dato nuovo o tratto da letteratura precedente?
  3. Rilievo. Le quote sono riferite al livello medio marino, a una marea istantanea, a un datum nazionale o a una profondità subacquea?
  4. Facies. Le unità sedimentarie sono descritte con una colonna stratigrafica? Esistono foto, sezioni e contatti chiari?
  5. Campioni. Quali materiali sono stati datati? Per quale ragione questi materiali sono ritenuti in situ?
  6. Calibrazione. Per 14C marino: quale curva e quale reservoir correction sono stati usati? Per OSL: come viene trattato il bleaching?
  7. Significato altimetrico. Gli autori forniscono un range, non un solo valore, per la quota del paleo-livello marino?
  8. Confronto regionale. I dati sono messi in relazione con terrazzi marini, beachrock, paleodune, altri archivi canari o curve RSL dell’Atlantico nord-orientale?
  9. Incertezze. Sono propagati gli errori di quota, età, ambiente deposizionale e deformazione verticale?
  10. Conclusione. La ricostruzione parla di livelli, intervalli, eventi di energia o tendenze? Una formulazione prudente è indice di buona inferenza.

5.2 Come leggere un diagramma età–quota

Se il paper mostra punti datati su un grafico con tempo sull’asse orizzontale e quota/profondità sull’asse verticale, ogni punto dovrebbe essere letto come un vincolo, non come una misura assoluta di eustasia. Per esempio, un organismo marino datato in situ a una quota definita può delimitare l’esistenza di acqua marina in un certo intervallo verticale a quella data. Non dimostra necessariamente che il livello medio del mare coincidesse esattamente con quel punto.

Un risultato convincente richiede convergenza: facies compatibile, indicatore ecologico con range noto, campione non rimaneggiato, quota ben rilevata e data robusta. Più linee di evidenza indipendenti concordano, più stretta può essere la ricostruzione.

5.3 Formula concettuale delle incertezze

Una semplificazione utile è:

[
\sigma_{RSL}^2 \approx \sigma_{quota}^2 + \sigma_{indicatore}^2 + \sigma_{marea/onda}^2 + \sigma_{movimento\ verticale}^2
]

Non è necessariamente la formula applicata dagli autori, ma ricorda che l’incertezza finale non deriva soltanto dal GPS o dal profondimetro. Il contributo dell’indicative range e delle condizioni idrodinamiche può essere dominante in una cavità costiera.


6. Questioni interpretative specifiche del Túnel

6.1 Vantaggi dell’archivio sotterraneo

  • Protezione relativa dai processi erosivi che cancellano molti indicatori costieri a cielo aperto.
  • Geometria confinata: il tubo può intrappolare e preservare sedimentazione marina o transizioni nette.
  • Possibilità di correlare le quote lungo una galleria con morfologia primaria ben riconoscibile.
  • Potenziale continuità tra settore subaereo, zona di battente e tratto sommerso.
  • Valore per ricostruire insieme geologia, idrodinamica e paleoecologia in un microambiente definito.

6.2 Limiti e possibili bias

  • Il tubo non è una vasca immobile: onde, maree, surge e correnti possono trasportare sedimento lontano dall’ingresso.
  • Le cavità vulcaniche possono produrre grandi quantità di detrito basaltico locale, confondendo i segnali clastici.
  • Eventi estremi possono lasciare depositi ad alta quota senza rappresentare il livello medio del mare.
  • La disponibilità di organismi databili e il loro stato tafonomico condizionano fortemente la cronologia.
  • La subsidenza o il sollevamento dell’isola, anche se modesti, diventano rilevanti su scale pleistoceniche.
  • L’accesso speleosubacqueo limita densità e ripetibilità del campionamento, imponendo protocolli rigorosi.

6.3 Cosa renderebbe il contributo particolarmente innovativo

Il paper sarebbe metodologicamente molto forte se combinasse: rilievo 3D ad alta precisione; stratigrafia delle facies; analisi microfaunistiche/mineralogiche; più metodi di datazione; e un modello quantitativo di RSL con incertezze esplicite. L’innovazione non consisterebbe solo nell’ambientazione spettacolare, ma nel dimostrare che un tubo lavico sommerso può essere un archivio calibrabile delle trasformazioni costiere quaternarie.


7. Connessioni con speleologia e conservazione

7.1 Speleologia vulcanica

Questo caso amplia la nozione di cavità come archivio ambientale. Nelle grotte carsiche le registrazioni paleoclimatiche sono spesso affidate a speleotemi e sedimenti clastici; nei tubi lavici, la litologia basaltica e l’assenza di grandi sistemi carbonatici spostano l’attenzione su morfologie vulcaniche, materiale introdotto dall’esterno e interazioni costa–mare. La lettura speleogenetica resta indispensabile: soltanto conoscendo la genesi primaria si distingue ciò che è originario della colata da ciò che è sedimentato molto dopo.

7.2 Speleosubacquea e qualità del dato

Un’indagine in un tubo sommerso presenta problemi particolari: sicurezza, navigazione in ambiente confinato, torbidità generata dal passaggio, documentazione fotografica/scansione, precisione di profondità e campionamento minimamente invasivo. La qualità scientifica dipende anche dal protocollo di campo: una traccia topografica non georeferenziata, una quota riferita a marea incerta o un campione prelevato senza osservazione del contesto perdono gran parte del loro potere interpretativo.

7.3 Tutela

Sedimenti, incrostazioni e resti biologici di una cavità sommersa sono risorse finite. Il prelievo deve essere proporzionato alla domanda scientifica, completamente documentato e, se possibile, integrato con tecniche non distruttive: fotogrammetria, sonar/scansione, microcampionamento e monitoraggio. La divulgazione dovrebbe evitare di trasformare il primato dimensionale in un invito a frequentazioni non regolamentate: il valore vero del sito è la sua integrità stratigrafica.


8. Glossario essenziale

Termine Definizione operativa Tubo lavico Condotto lasciato dal drenaggio di una colata lavica incanalata sotto una crosta solidificata Trasgressione marina Avanzata relativa del mare sulla terraferma, spesso associata a innalzamento del RSL Regressione marina Arretramento relativo del mare, per abbassamento del RSL o sollevamento della terra RSL Livello del mare relativo a una specifica costa/sito, influenzato da eustasia e movimenti verticali locali Eustasia Variazione globale del livello del mare, principalmente legata a volume dell’acqua oceanica e bacini Indicative meaning Relazione nota tra un indicatore e una fascia verticale rispetto al livello di marea Facies Insieme delle caratteristiche di un deposito che ne indica processo e ambiente di formazione Tafonomia Studio dei processi che alterano e trasferiscono resti biologici dal momento della morte al ritrovamento Rimaneggiamento Erosione e rideposizione di materiale più antico in un deposito più giovane Effetto serbatoio marino Apparente invecchiamento delle età radiocarboniche di organismi marini rispetto all’atmosfera


9. Domande per ripasso o journal club

  1. Perché il Túnel de la Atlántida non deve essere interpretato come una grotta marina di abrasione?
  2. Quali passaggi servono per passare da un deposito marino datato a una stima di livello marino relativo?
  3. Che differenza c’è tra quota di un livello di tempesta e quota del livello medio del mare?
  4. Perché l’età di una conchiglia può non coincidere con l’età di deposizione del sedimento che la contiene?
  5. Quali componenti dell’incertezza RSL dovrebbero essere dichiarati in uno studio di questo tipo?
  6. In che modo la geometria confinata di un tubo lavico è al tempo stesso un vantaggio e una fonte di bias?
  7. Quali osservazioni permettono di distinguere detrito di volta basaltico da apporto marino?
  8. Quali dati sono indispensabili per confrontare il record del tubo con una curva regionale di livello marino?
  9. Perché per il radiocarbonio di un campione marino è importante l’effetto serbatoio?
  10. Quali strategie di tutela sono compatibili con la necessità di campionamento scientifico?

10. Flashcard

D: Che cos’è il Túnel de la Atlántida?
R: Il tratto sommerso di un sistema di tubo lavico basaltico costiero di Lanzarote, usato come potenziale archivio delle interazioni tra cavità e mare.

D: Qual è la differenza fondamentale fra tubo lavico e grotta marina?
R: Il primo nasce dal drenaggio della lava; la seconda è principalmente scavata dall’azione marina. Nel Túnel il mare modifica/riempie un condotto preesistente.

D: Che cosa significa RSL?
R: Relative sea level: quota del mare rispetto a una determinata costa o sito, non il solo livello globale.

D: Qual è la catena inferenziale dello studio?
R: Deposito e facies + quota + età + indicatore ecologico ? vincolo sul livello marino relativo e sull’ambiente.

D: Perché un deposito marino non indica sempre il livello medio del mare?
R: Può derivare da onde, tempeste o trasporto in ambiente confinato, e quindi registrare una fascia idrodinamica diversa dal livello medio.

D: Quale errore bisogna evitare con un 14C su conchiglia?
R: Trattarla automaticamente come data di deposizione senza valutare rimaneggiamento ed effetto serbatoio marino.

D: Qual è il vantaggio del tubo come archivio?
R: Può proteggere e intrappolare sedimenti costieri in una geometria confinata, potenzialmente meglio di una costa esposta.

D: Qual è il principale limite?
R: Il sedimento può essere redistribuito da dinamica marina e confuso con detrito vulcanico locale.


11. Fonti e verifica

Fonte primaria da leggere

  • Articolo segnalato: The Túnel de la Atlántida (Lanzarote, Canary Islands): reconstructing Late Pleistocene-Holocene sea-level and paleoenvironmental changes inside the world´s largest underwater lava tube, PDF open access: https://revistes.ub.edu/index.php/GEOACTA/article/view/51979/47259

Fonti di contesto consultate

  • Archivio ufficiale di Geologica Acta: https://revistes.ub.edu/index.php/GEOACTA/issue/archive — identifica il volume 23 come annata 2025 e descrive la rivista come diamond open access.
  • Pagina ufficiale della rivista: https://revistes.ub.edu/index.php/GEOACTA — definisce il periodico una rivista internazionale di scienze della Terra e presenta la copertina 2025 riferita a Timanfaya, Lanzarote.
  • Díez et al. (2024), Microbiological exploration of the Cueva del Viento lava tube system in Tenerife, Canary Islands, Environmental Microbiology Reports: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11033209/ — usata esclusivamente per il confronto generale sui grandi tubi lavici canari (Cueva del Viento: 18.500 m; età indicata circa 27 ka).
  • Carracedo et al. (2017), Assessing qualitative long-term volcanic hazards at Lanzarote Island (Canary Islands), Natural Hazards and Earth System Sciences: https://www.nat-hazards-earth-syst-sci.net/17/1145/2017/nhess-17-1145-2017.pdf — contesto sul vulcanismo storico e attivo di Lanzarote.

Nota finale di metodo

Per trasformare questo dossier in una vera scheda bibliografica dell’articolo è necessario estrarre dal PDF: autori, DOI, area e schema di campionamento, metodi analitici, risultati datati, quote di riferimento, figure e conclusioni. Fino a tale verifica, cifre, età e ricostruzioni specifiche non vanno citate come risultati del paper.

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Tomba di Tutankhamon, anomalie geofisiche e ipotesi Nefertiti: nessuna camera nascosta è ancora confermata

September 19th 2026 at 11:00

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Le nuove affermazioni su possibili ambienti oltre le pareti della tomba di Tutankhamon richiedono dati pubblici, controlli indipendenti e autorizzazioni formali prima di parlare di scoperta.

KV62 e l’origine dell’ipotesi Nefertiti

La tomba KV62, appartenuta a Tutankhamon e scoperta da Howard Carter nel 1922 nella Valle dei Re, resta al centro di un dibattito che intreccia archeologia, rilievi digitali e geofisica. L’interesse nasce anche dalle dimensioni contenute del sepolcro rispetto al rango del sovrano e da alcune sue caratteristiche architettoniche.

Nel 2015 l’egittologo Nicholas Reeves avanzò l’ipotesi che KV62 potesse costituire una parte di una tomba più ampia, forse progettata in origine per Nefertiti e poi adattata per Tutankhamon. L’ipotesi Nefertiti era basata, fra l’altro, sull’osservazione di immagini ad alta definizione realizzate per la documentazione della tomba. Si tratta di una proposta archeologica verificabile, non della dimostrazione dell’esistenza di ambienti oltre le pareti nord e ovest.

Oggi circolano nuove dichiarazioni attribuite a un gruppo guidato da Mamdouh Eldamaty e con analisi associate al nome di George Ballard. La narrazione parla di georadar, microgravità, rilettura di tomografie elettriche, di un possibile corridoio largo circa due metri e di una cosiddetta “anomalia 7”. Viene inoltre evocata una futura perforazione controllata con strumenti robotici.

Alla data di verifica, questi dettagli non risultano confermati da una pubblicazione primaria accessibile. Il DOI indicato per il presunto contributo del 2026, 10.1038/d41586-026-02621-2, non ha restituito un contenuto consultabile attraverso il resolver.

Anomalie geofisiche a KV62: cosa mostrano davvero gli strumenti

Un’anomalia geofisica non coincide con una camera nascosta. Indica una differenza fisica rispetto al materiale circostante. Il passaggio da segnale a interpretazione archeologica richiede controlli, coordinate precise, valutazione degli errori e confronto fra più tecniche.

Il GPR, o georadar, registra riflessioni di onde elettromagnetiche provocate da variazioni delle proprietà dei materiali. Può rilevare discontinuità, possibili superfici, riempimenti o vuoti. Un riflettore radar non identifica però da solo una parete costruita. La risposta può dipendere dalla geometria dell’oggetto, dall’attenuazione del segnale, dal rumore e dalle condizioni di acquisizione.

La microgravità misura piccole variazioni del campo gravitazionale causate dalla diversa distribuzione delle masse. Un deficit di densità può essere compatibile con un vuoto, ma anche con roccia fratturata, detrito o materiali meno compatti. Non può riconoscere direttamente né oggetti né corredi funerari.

La tomografia elettrica, o ERT, ricostruisce modelli di resistività del sottosuolo mediante elettrodi. Anche in questo caso una zona più conduttiva o più resistiva richiede interpretazioni alternative. Fratture, sali, umidità, detriti e qualità del contatto fra elettrodi e terreno incidono sul risultato. Per KV62, anomalie geofisiche convergenti sarebbero un motivo per approfondire l’indagine, non una prova definitiva di camera nascosta.

La cronologia delle indagini e i risultati discordanti

La storia delle ricerche invita alla prudenza. La prima scansione GPR interna alla tomba, eseguita da Hirokatsu Watanabe nel novembre 2015, fu interpretata come favorevole all’ipotesi Nefertiti. Un secondo rilievo, svolto nel 2016 da un team collegato a National Geographic, non confermò quel risultato.

Lo studio pubblicato nel 2020 da Francesco Porcelli e colleghi in Sensors riferisce anche una terza indagine interna, effettuata nel febbraio 2018. Gli autori dichiarano che i loro dati GPR non sostengono l’ipotesi di Reeves. Il lavoro descrive inoltre campagne ERT attorno alla collina di KV62 nel 2017 e nel 2018. Il modello tridimensionale mostra anomalie conduttive e resistive da spiegare, non camere archeologiche accertate.

Lo stesso studio rende chiari alcuni limiti pratici del sito. Nelle aree con detriti, le elevate resistenze di contatto degli elettrodi hanno richiesto filtraggio dei dati e procedure robuste di inversione. È un dato rilevante per comprendere perché immagini o mappe persuasive non possano essere lette come una risposta univoca.

Ipotesi Nefertiti: quali prove servirebbero

Anche qualora una verifica diretta confermasse un volume oltre una parete di KV62, non basterebbe per attribuirlo a Nefertiti. Una cavità potrebbe essere un corridoio, un deposito, una porzione di cava, una frattura o uno spazio non funerario. E una sepoltura reale non sarebbe automaticamente la tomba di Nefertiti.

Per sostenere un’identificazione sarebbero necessarie prove diagnostiche in contesto primario: iscrizioni, titoli, resti umani identificabili o un corredo attribuibile con chiarezza. Le discussioni sul riuso di oggetti nel corredo di Tutankhamon non sostituiscono questa evidenza.

La formula più corretta resta quindi questa: eventuali anomalie geofisiche, se riproducibili e spazialmente coincidenti, potrebbero giustificare una verifica minimamente invasiva. Non dimostrano al momento l’esistenza di una camera nascosta, né la presenza della tomba di Nefertiti.

Perforazione esplorativa, conservazione e trasparenza dei dati

Un microforo con telecamera o mini-robot potrebbe stabilire se esista un ambiente accessibile senza ricorrere a uno scavo esteso. Sarebbe però un intervento irreversibile in un monumento dipinto e fragile. Prima di autorizzarlo, occorrerebbe pubblicare i dati e i parametri di acquisizione, comprese le incertezze e i risultati negativi.

Servirebbero inoltre una revisione da parte di geofisici indipendenti, modelli alternativi della geologia locale e la dimostrazione della coincidenza tridimensionale fra GPR, microgravità ed ERT. Il progetto conservativo dovrebbe indicare il punto del foro, gli effetti possibili su intonaco e pitture, il controllo di microclima, umidità e sali, oltre alle procedure contro la contaminazione di un eventuale ambiente sigillato.

Finché non saranno disponibili questi elementi e una comunicazione formale delle autorità egiziane, la notizia riguarda anomalie geofisiche da valutare. Non riguarda una scoperta già acquisita. L’ipotesi Nefertiti resta una questione aperta, e proprio per questo richiede un lessico proporzionato alle evidenze.

Fonti

Dossier di studio — KV62, presunte camere nascoste e l’ipotesi Nefertiti

Oggetto: valutazione critica delle nuove dichiarazioni geofisiche su possibili ambienti oltre le pareti nord e ovest della camera funeraria di Tutankhamon.

Stato della verifica: 19 settembre 2026.

Conclusione provvisoria: i dettagli attribuiti a un nuovo studio guidato da Mamdouh Eldamaty e analizzato da George Ballard — corridoio di circa 2 m, microgravità, “anomalia 7”, carotaggi/perforazioni con robot previsti a novembre — non sono stati verificabili in una pubblicazione primaria accessibile nel corso di questa ricerca. Il DOI indicato, 10.1038/d41586-026-02621-2, non è stato recuperato dal resolver e non ha restituito risultati nei motori interrogati. Questi elementi vanno quindi presentati come notizie o dichiarazioni da confermare, non come scoperta dimostrata. La letteratura peer-reviewed disponibile documenta invece una storia di risultati GPR contrastanti e, nel 2020, concludeva che le scansioni interne a KV62 non supportavano l’ipotesi di Reeves.


1. Contesto essenziale

KV62 e il problema archeologico

KV62 è la tomba di Tutankhamon, scoperta da Howard Carter nel 1922 nella Valle dei Re. Il sovrano appartenne alla fine della XVIII dinastia e regnò nel XIV secolo a.C. La sua tomba è insolitamente piccola rispetto allo status regale e presenta caratteristiche architettoniche e decorative che hanno alimentato il dibattito su una possibile preesistenza o adattamento di un sepolcro più ampio.

Nel 2015 l’egittologo Nicholas Reeves formulò un’ipotesi precisa: KV62 sarebbe parte di una tomba originariamente destinata a Nefertiti e riutilizzata/adattata per la sepoltura rapida di Tutankhamon. Il punto cruciale non è soltanto la possibilità di una cavità: è l’identificazione di spazi strutturalmente connessi alla camera funeraria, nella posizione prevista dall’ipotesi, e di elementi archeologici coerenti con una tomba reale della fase amarniana.

Cosa sostiene la nuova narrazione

Il testo oggetto di esame attribuisce al team Eldamaty–Ballard tre linee di indizio:

  • GPR eseguito dall’interno della tomba, con un segnale interpretato come corridoio largo circa 2 m e colmo di detriti, in allontanamento dalla camera funeraria.
  • Microgravità, con anomalie di bassa densità e geometrie apparentemente ortogonali, ritenute compatibili con vani artificiali.
  • Rilettura di dati di tomografia elettrica del 2017 alla luce delle nuove misure.

L’“anomalia 7” sarebbe una zona a densità minore con nucleo relativamente più denso; viene proposta, con linguaggio ipotetico, l’interpretazione di un ambiente contenente materiali od oggetti. Questa è un’inferenza particolarmente fragile: né il GPR né la gravimetria possono identificare direttamente “tesori” o attribuire una cavità a Nefertiti.


2. Cronologia critica delle indagini

Data Evento / risultato Valore probatorio 1922 Howard Carter scopre KV62. Fatto storico consolidato. 2015 Reeves propone che KV62 possa appartenere a un sepolcro più grande associabile a Nefertiti, basandosi anche sull’osservazione di immagini/scansioni ad alta risoluzione. Ipotesi archeologica, non prova diretta di ambienti nascosti. novembre 2015 Hirokatsu Watanabe effettua una prima scansione GPR interna, interpretata come favorevole alla presenza di vuoti. Risultato preliminare e non replicato in modo concorde. 2016 Una seconda indagine radar, collegata a National Geographic, non conferma il risultato iniziale. Contraddizione sperimentale importante. febbraio 2018 Terza indagine GPR interna, eseguita dal gruppo che poi pubblicherà nel 2020. I suoi autori dichiarano che l’ipotesi di Reeves non è supportata dai loro dati GPR. 2017–2018 Campagne ERT attorno alla collina di KV62; i dati sono integrati in un modello 3D. Rilevano anomalie conduttive e resistive che richiedono spiegazione, non camere dimostrate. 2020 Pubblicazione scientifica su rilevamenti geofisici e geomatici integrati nella Valle dei Re. Fonte primaria peer-reviewed, utile per metodo e stato del dibattito. 2026 (da verificare) Nuove misure GPR + microgravità e riesame ERT, attribuite a Eldamaty e Ballard; possibile richiesta di micro-perforazione con robot. Non verificato qui in una fonte primaria accessibile: trattare come preliminare.


3. Come leggere i dati geofisici

Tecnica Che cosa misura Cosa può suggerire Limiti decisivi a KV62 GPR — georadar Riflessioni di onde elettromagnetiche dovute a contrasti nelle proprietà dielettriche. Discontinuità, interfacce, possibili vuoti, riempimenti o pareti. Un riflettore non equivale automaticamente a una parete; un’assenza di segnale può dipendere da attenuazione, geometria, rumore o accoppiamento con la superficie. Interpretazioni diverse dello stesso sito sono già emerse. Microgravità Piccole variazioni del campo gravitazionale legate alla distribuzione delle masse/densità. Un deficit di massa può essere compatibile con un vuoto o con terreno fratturato/meno denso. La soluzione è non univoca: forma, profondità e contrasto di densità possono produrre segnali simili. Correzioni topografiche e geologiche sono essenziali. ERT — tomografia elettrica Distribuzione della resistività elettrica del sottosuolo ricostruita da misure con elettrodi. Contrasti che possono riflettere roccia, fratture, materiali umidi/salini, detriti o vuoti. La resistività non identifica da sola una camera; le inversioni sono modellistiche e influenzate da contatto degli elettrodi, topografia e scelta dei parametri. Integrazione multi-metodo Confronto spaziale e fisico di più dataset indipendenti. Rende più robusta un’anomalia se GPR, gravità ed ERT convergono nella stessa posizione e profondità. La convergenza non elimina l’ambiguità se tutti i modelli dipendono da assunzioni non testate; serve una verifica diretta, minimamente invasiva.

Il criterio corretto: anomalia ? camera

Una anomalia geofisica è una differenza misurata rispetto al comportamento di fondo. Diventa un’ipotesi di camera solo dopo un processo inferenziale: geometria coerente, posizione riproducibile, profondità compatibile, controllo degli effetti geologici e conferma da tecniche indipendenti. Diventa una camera accertata soltanto con una verifica diretta — ad esempio endoscopia, imaging robotico o scavo controllato — che documenti uno spazio costruito.

Nel caso in esame, una geometria “ad angolo retto” aumenterebbe l’interesse archeologico, ma non basta da sola: fratture, superfici di cava, discontinuità naturali e artefatti di inversione possono generare configurazioni apparentemente lineari o angolari.


4. Che cosa dice la fonte scientifica verificata

L’articolo di Porcelli e colleghi, pubblicato in Sensors nel 2020, descrive un progetto integrato nella Valle dei Re che combina mappatura 3D, ERT, GPR e magnetometria. Per l’area di KV62:

  • ricostruisce il conflitto tra la prima scansione GPR del 2015, apparentemente positiva, e la successiva indagine del 2016, che non la confermò;
  • riferisce che il proprio GPR interno, effettuato nel 2018, non supportava l’ipotesi di Reeves;
  • documenta campagne ERT del 2017 e del 2018 attorno alla collina di KV62: il modello 3D mostra anomalie conduttive e resistive “da spiegare”, non un’identificazione conclusiva di camere;
  • segnala difficoltà operative concrete: nell’area della Valle dei Re le resistenze di contatto agli elettrodi possono essere elevate, soprattutto nei detriti, e ciò richiede filtraggio dei dati e controlli robusti dell’inversione.

Questa fonte non “chiude” la questione: dimostra però che il caso KV62 ha già prodotto falsi positivi potenziali e risultati discordanti. Perciò un annuncio nuovo richiede dati completi, metodologia trasparente e revisione indipendente prima di parlare di scoperta.


5. Valutazione dell’ipotesi Nefertiti

Cosa renderebbe plausibile un collegamento

  • La piccola scala e alcune peculiarità di KV62 rispetto ad altre sepolture reali possono giustificare la domanda se la tomba sia stata adattata.
  • L’ipotesi di Reeves individua luoghi specifici — in particolare oltre le pareti nord e ovest — e quindi è falsificabile con un rilievo spazialmente accurato.
  • Se esistesse un ambiente sigillato, con architettura e decorazione coerenti, potrebbe fornire dati inediti sulla successione dopo Akhenaton e sul ruolo di Nefertiti.

Perché non si può concludere oggi

  • Cavità non significa sepoltura. Potrebbe trattarsi di un corridoio, deposito, volume tecnico di cava, frattura o spazio non funerario.
  • Sepoltura non significa Nefertiti. Anche una tomba reale vicina non ne stabilirebbe l’identità senza iscrizioni, resti o corredo con provenienza chiara.
  • Il corredo di Tutankhamon contiene indizi di riuso e riconfigurazione, ma il riuso di oggetti non prova dove fosse stata sepolta Nefertiti né che la sua tomba sia in KV62.
  • Nefertiti potrebbe aver avuto uno status regale elevato e, secondo alcune ricostruzioni, persino una titolatura faraonica; identità, successione e luogo di sepoltura restano però questioni aperte nella ricerca egittologica.

Formula prudente per un testo divulgativo: “Le anomalie, se confermate e spazialmente coincidenti, potrebbero giustificare una verifica endoscopica; non costituiscono al momento una prova dell’esistenza di una camera né, tantomeno, della tomba di Nefertiti.”


6. Verifica diretta e conservazione

La proposta descritta di perforazioni controllate di 7–8 cm con introduzione di mini-robot e camere a 360° avrebbe, in linea di principio, un vantaggio: stabilire se esiste un volume accessibile evitando uno scavo esteso. È però un intervento irreversibile su un monumento dipinto e fragile; richiede autorizzazione, progetto conservativo e una soglia probatoria elevata.

Requisiti minimi prima di perforare

  1. Pubblicare dati grezzi o adeguatamente archiviati, coordinate, parametri strumentali, incertezze e risultati negativi, non solo immagini selezionate.
  2. Far valutare i dataset da geofisici indipendenti, idealmente con analisi “in cieco” rispetto all’interpretazione archeologica desiderata.
  3. Eseguire un’inversione con più modelli geologici plausibili e presentare la sensibilità delle anomalie a profondità, densità/resistività e filtri.
  4. Dimostrare la coincidenza 3D fra GPR, gravità ed ERT e separare gli effetti di roccia fratturata, detriti, sali e umidità.
  5. Progettare il foro nel punto a minimo rischio per intonaco, pitture, stabilità e microclima, con monitoraggio prima-durante-dopo.
  6. Definire in anticipo il protocollo per immagini, campionamento, contaminazione biologica e gestione di un eventuale ambiente sigillato.

Rischi ambientali

L’eventuale influenza di acque meteoriche, deflussi improvvisi e falda merita una valutazione idrogeologica specifica. Tuttavia non basta richiamare genericamente “inondazioni” o “innalzamento della falda” per accelerare un intervento: occorrono serie di monitoraggio, mappa delle vie di infiltrazione, dati su umidità e sali nelle pareti, e un piano di mitigazione. La conservazione non è un argomento a favore o contro la perforazione in astratto; è parte del bilancio tecnico da documentare.


7. Checklist editoriale per aggiornamenti

Prima di pubblicare un titolo come “Nuove prove di camere nascoste”, verificare:

  • Il DOI si risolve e il contenuto è effettivamente quello attribuito?
  • Si tratta di articolo scientifico, news, comunicato, preprint, presentazione congressuale o intervista?
  • Chi sono autori, istituzioni, ruolo di Ballard nell’analisi e disponibilità dei dati?
  • Le misure sono state svolte dentro KV62 o sopra/attorno alla collina? Con quale risoluzione e geometria?
  • “Corridoio di 2 m” è una misura diretta, un modello o un’interpretazione grafica?
  • Dove si trova l’“anomalia 7” in coordinate riferite alla planimetria della tomba? Quali sono profondità e incertezza?
  • L’ERT 2017 viene reinterpretata dagli autori originali o da un gruppo diverso? Esiste una comparazione quantitativa con il modello 3D del 2020?
  • Il Consiglio Supremo delle Antichità ha formalmente autorizzato un foro? Esistono progetto, data e responsabile della conservazione?

Lessico consigliato

Da evitare Preferire “Scoperte le camere di Nefertiti” “Rilevate anomalie compatibili, da verificare, con possibili ambienti non documentati”. “Il radar vede una stanza” “Il GPR registra riflessioni interpretate come possibili discontinuità o vuoti”. “Tesori dietro la parete” “Una eventuale cavità potrebbe essere vuota, riempita di detriti o contenere materiali: la geofisica non lo determina”. “Perforazione imminente” “Una perforazione è stata proposta/annunciata, ma va distinta da un’autorizzazione formalmente confermata”.


8. Domande di ripasso

  1. Qual è la differenza epistemologica tra un’anomalia geofisica e una camera archeologica accertata?
  2. Perché il GPR può produrre interpretazioni discordanti in una tomba scavata nella roccia?
  3. In che modo una micro-anomalia gravimetrica può essere compatibile tanto con un vuoto quanto con roccia fratturata o detriti meno densi?
  4. Perché la convergenza fra GPR, ERT e microgravità è più persuasiva di un singolo profilo, ma non ancora conclusiva?
  5. Quali passaggi nella cronologia KV62 mostrano che il risultato del 2015 non è stato definitivamente confermato?
  6. Quale evidenza sarebbe necessaria per passare da “esiste una cavità” a “è la sepoltura di Nefertiti”?
  7. Elenca quattro requisiti scientifici e conservativi per autorizzare un microforo esplorativo.
  8. Come cambieresti un titolo sensazionalistico affinché rispetti il grado effettivo di evidenza?

9. Risposte sintetiche

  1. Un’anomalia è un segnale fisico non spiegato; una camera accertata è un ambiente verificato direttamente e interpretato nel suo contesto.
  2. Per attenuazione, geometria dei riflettori, rumore, proprietà del materiale, condizioni di acquisizione ed elaborazione.
  3. La gravità risponde alla massa/densità, non alla funzione archeologica del volume che ha generato il contrasto.
  4. Tecniche indipendenti riducono la probabilità di un artefatto specifico, ma restano possibili modelli geologici alternativi e incertezze di localizzazione.
  5. Un primo GPR positivo (2015), un controllo non confermativo (2016) e una terza indagine interna non favorevole (2018, pubblicata nel 2020).
  6. Evidenza diagnostica: iscrizioni, titoli, resti identificabili e corredo in contesto primario, non soltanto la presenza di una cavità.
  7. Dati riproducibili, revisione indipendente, modellazione delle incertezze, piano di conservazione/monitoraggio, autorizzazioni e protocollo operativo.
  8. Esempio: “Nuove anomalie geofisiche riaprono l’ipotesi di ambienti oltre KV62; nessuna camera è ancora confermata”.

Fonti e nota metodologica

  1. Porcelli, F. et al. (2020). Integrated Geophysics and Geomatics Surveys in the Valley of the Kings. Sensors, 20(6), 1552. DOI: https://doi.org/10.3390/s20061552. Articolo ad accesso aperto: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7146325/
  2. DOI segnalato nel quesito: https://doi.org/10.1038/d41586-026-02621-2. Durante questa ricerca il resolver non ha fornito contenuto e non è stata trovata una pagina indicizzata verificabile: non viene quindi usato come fonte confermativa dei dettagli tecnici del nuovo annuncio.
  3. Il quadro del 2015 (Reeves), le scansioni del 2015–2018 e le campagne ERT 2017–2018 sono discussi e contestualizzati nella fonte n. 1.

Nota per l’uso didattico/editoriale: aggiornare il presente dossier non appena diventano disponibili il testo integrale del contributo 2026, gli allegati tecnici (radargrammi, griglie gravimetriche, modello ERT, coordinate e incertezze) e una comunicazione formale dell’autorità egiziana su autorizzazioni e protocollo di indagine.

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  • Grotta Romanelli oltre il Paleolitico: le nuove date raccontano il riuso medievale di Castro
    Condividi Grotta Romanelli torna al centro della ricerca archeologica con le datazioni di tre sepolture medievali e con una stratigrafia che riporta le più antiche frequentazioni al Pleistocene medio. Martedì 22 settembre, a Castro, un incontro dedicato agli studi in corso. Incontro su Grotta Romanelli a Castro Martedì 22 settembre 2026, alle ore 18, il Castello Aragonese di Castro, in provincia di Lecce, ospiterà l’incontro “Grotta Romanelli. Tra storia e ricerca”. L’appuntamento è annunc
     

Grotta Romanelli oltre il Paleolitico: le nuove date raccontano il riuso medievale di Castro

September 19th 2026 at 10:00

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Grotta Romanelli torna al centro della ricerca archeologica con le datazioni di tre sepolture medievali e con una stratigrafia che riporta le più antiche frequentazioni al Pleistocene medio. Martedì 22 settembre, a Castro, un incontro dedicato agli studi in corso.

Incontro su Grotta Romanelli a Castro

Martedì 22 settembre 2026, alle ore 18, il Castello Aragonese di Castro, in provincia di Lecce, ospiterà l’incontro “Grotta Romanelli. Tra storia e ricerca”. L’appuntamento è annunciato come un momento di aggiornamento sulle campagne di studio e sulla valorizzazione storico-archeologica della celebre cavità salentina.

Interverranno Luigi Coluccia, sindaco di Castro, Francesco D’Andria, direttore del Museo Archeologico di Castro, Rino Bianco, già funzionario della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per Brindisi, Lecce e Taranto, e Raffaele Sardella, dell’Università Sapienza di Roma e coordinatore delle ricerche contemporanee nel sito.

Data, orario, sede e relatori sono riportati nell’annuncio. Al momento della pubblicazione non è stata rintracciata una pagina istituzionale autonoma che confermi tutti i dettagli organizzativi. Per accesso, eventuale prenotazione e programma definitivo è quindi opportuno verificare direttamente con gli organizzatori.

Grotta Romanelli e le sepolture medievali

La notizia scientifica più recente riguarda tre resti umani rinvenuti nella cavità all’inizio del Novecento. Per lungo tempo erano stati associati al quadro preistorico del sito sulla base del contesto di recupero storico. Uno studio pubblicato nel 2026 sul Journal of Anthropological Sciences ha eseguito per la prima volta datazioni dirette al radiocarbonio AMS su un adulto e due bambini.

Il risultato modifica in modo netto l’interpretazione. L’adulto è datato, con intervalli calibrati al 95,4%, tra il 1302 e il 1369 oppure tra il 1379 e il 1411 d.C. I due bambini sono collocati rispettivamente fra il 1423 e il 1455 e fra il 1435 e il 1489 d.C. Si tratta quindi di sepolture medievali, riferibili a fasi di riuso finora non riconosciute di Grotta Romanelli.

I resti erano stati recuperati tra il 1900 e il 1904 e sono conservati presso il Museo di Antropologia del Centro Musei delle Scienze Naturali e Fisiche dell’Università di Napoli Federico II. Le analisi mostrano quanto le collezioni storiche possano ancora produrre dati nuovi, se rilette con metodi aggiornati e documentazione archeologica più rigorosa.

Le date coincidono, in senso ampio, con secoli segnati anche da epidemie nel Mezzogiorno. Questo elemento non dimostra però un collegamento tra le deposizioni e specifici eventi epidemici. Le cause della morte, le modalità della sepoltura e il motivo del riuso della cavità restano quesiti aperti. Per chiarirli saranno necessarie ulteriori indagini bioantropologiche, paleopatologiche e storiche.

Stratigrafia e Paleolitico di Grotta Romanelli

Grotta Romanelli si apre nelle calcareniti cretacee della falesia costiera presso Castro. È nota da oltre un secolo come riferimento per l’archeologia, la paleontologia e la geomorfologia del Quaternario nel Mediterraneo. Il deposito ha restituito industrie litiche, resti faunistici, tracce di combustione, arte parietale, arte mobiliare e indicatori delle variazioni del livello marino.

Un passaggio decisivo è arrivato con la revisione cronostratigrafica pubblicata nel 2022 su Scientific Reports. Il lavoro ha integrato rilevamenti geomorfologici, analisi sedimentologiche e micromorfologiche, lettura delle successioni interne ed esterne e datazioni uranio-torio su speleotemi. La ricerca ha riesaminato circa sei metri di sequenza ancora conservata nella cavità.

Il quadro proposto supera l’attribuzione tradizionale dell’avvio del riempimento all’ultimo interglaciale, il MIS 5e. Le più antiche frequentazioni umane e faunistiche di Grotta Romanelli vengono invece collocate fra MIS 9 e MIS 7, nel Pleistocene medio. Lo studio indica anche che il mare raggiunse la grotta durante questa fase più antica e che le tacche di battente interne non devono essere riferite automaticamente al MIS 5e.

Questa revisione influisce sulla lettura delle industrie e dei focolari segnalati negli scavi storici. Gli autori considerano possibile che il focolare più basso, posto sui depositi marini inferiori, rappresenti una delle più antiche testimonianze di uso del fuoco nella penisola italiana. È un’ipotesi fondata sulla nuova cornice cronologica del deposito e richiede una lettura prudente, dato che le strutture furono scavate in passato.

Arte paleolitica nella Grotta Romanelli

Le indagini recenti hanno ampliato anche il dossier sull’arte della cavità. Un articolo pubblicato nel 2021 sulla rivista Antiquity ha documentato 31 nuove unità grafiche sulle pareti di Grotta Romanelli. Il lavoro ha riconosciuto figure animali, motivi geometrici e segni lineari, rilevando sovrapposizioni e l’impiego di più tecniche di incisione.

La presenza di pannelli con caratteristiche diverse indica più fasi di attività grafica. Il progetto avviato dal 2016 ha permesso di registrare sistematicamente superfici prima poco note e di confrontare le incisioni con i depositi vicini, con le tecniche adottate e con altre tradizioni dell’arte paleolitica europea.

Anche l’arte mobiliare è oggetto di revisione. Le pietre decorate e le collezioni formate durante gli scavi del primo Novecento richiedono il confronto tra vecchie attribuzioni stratigrafiche, archivi, reperti e analisi attuali. In questa prospettiva, Grotta Romanelli non è soltanto un insieme di materiali già conosciuti: è un archivio complesso, nel quale depositi, oggetti e dati di scavo possono essere nuovamente interrogati.

Ricerca, tutela e nuove domande

Il programma di ricerca attivo dal 2015 e finanziato dal 2016 dal progetto Grandi Scavi della Sapienza riunisce archeologia, geologia, geoarcheologia, geomorfologia, paleontologia, geocronologia e bioantropologia. Alle indagini hanno contribuito, fra gli altri, Sapienza Università di Roma, CNR, Università di Torino, Università di Milano, Università Federico II di Napoli e CEDAD dell’Università del Salento.

L’incontro di Castro può quindi offrire un punto sul rapporto fra ricerca e tutela. La conservazione delle pareti incise, dei depositi residui e della falesia costiera richiede attenzione costante. La restituzione pubblica dei risultati deve procedere insieme alla protezione di un contesto archeologico vulnerabile.

Le sepolture medievali aggiungono una fase inattesa alla lunga storia di Grotta Romanelli. La revisione del Pleistocene medio ne estende invece all’indietro la cronologia. Due risultati diversi convergono nella stessa indicazione: la lettura del sito non può più separare l’archeologia preistorica dalla storia successiva della cavità, dalle collezioni museali e dai processi naturali che hanno costruito e modificato il deposito.

Fonti

Dossier di ricerca — Grotta Romanelli: tra storia e ricerca

Oggetto: incontro annunciato per martedì 22 settembre 2026, ore 18:00, Castello Aragonese di Castro (LE)

Sintesi editoriale

L’incontro si colloca in un momento particolarmente significativo per Grotta Romanelli. La novità scientifica immediatamente più pertinente è lo studio del 2026 che ha datato direttamente tre resti umani storicamente attribuiti alla preistoria: si tratta invece di sepolture medievali, comprese fra il XIV e il XV secolo. Il risultato amplia in modo sostanziale la biografia del sito: Grotta Romanelli non è soltanto un archivio del Paleolitico mediterraneo, ma una cavità riutilizzata in epoche molto più tarde.

Questo esito si innesta su una revisione stratigrafica già decisiva, pubblicata nel 2022: le nuove datazioni U/Th e lo studio sedimentologico hanno retrodatato le prime frequentazioni umane a un intervallo compreso fra MIS 9 e MIS 7, quindi nel Pleistocene medio, molto prima dell’attribuzione tradizionale all’ultimo interglaciale. La grotta conserva inoltre arte parietale e mobiliare, industrie litiche, fauna e tracce di fuoco; le ricerche recenti hanno identificato 31 nuove unità grafiche sulle pareti e hanno riesaminato l’arte mobiliare.

Avvertenza sulla verifica dell’evento

Il testo dell’annuncio indica chiaramente data, ora, sede e relatori. Nelle fonti web indicizzate consultate non è emersa però una pagina istituzionale autonoma del Comune/Museo che confermi tutti i dettagli logistici dell’appuntamento. Nel comunicare l’evento è quindi opportuno citare tali dati come provenienti dall’annuncio ricevuto e richiedere, se necessario, conferma diretta agli organizzatori su accesso, eventuale prenotazione e programma definitivo.

Scheda dell’incontro

Campo Dato Titolo Grotta Romanelli. Tra storia e ricerca Data e ora Martedì 22 settembre 2026, ore 18:00 Luogo Castello Aragonese, Castro (Lecce) Tema Presentazione delle risultanze della campagna di studio a Grotta Romanelli e valorizzazione storico-archeologica del sito Interventi annunciati Luigi Coluccia, sindaco di Castro; Francesco D’Andria, direttore del Museo Archeologico di Castro; Rino Bianco, già funzionario SABAP per Brindisi, Lecce e Taranto; Raffaele Sardella, Sapienza Università di Roma

Perché Grotta Romanelli è un sito chiave

Grotta Romanelli si apre nelle falesie calcaree cretacee della costa sud-orientale pugliese, nei pressi di Castro. La sua posizione costiera e il riempimento sedimentario la rendono insieme un archivio archeologico, paleontologico, geomorfologico e paleoambientale.

  • È uno dei riferimenti storici per lo studio del Paleolitico italiano e mediterraneo.
  • Conserva industrie litiche, resti faunistici, tracce di combustione, arte parietale e arte mobiliare.
  • Le cavità e la falesia circostante conservano indicatori relativi alle oscillazioni del livello marino nel Pleistocene.
  • Il sito è particolarmente importante anche dal punto di vista della storia della ricerca: le indagini del primo Novecento produssero collezioni oggi custodite in più istituzioni, che le tecniche analitiche moderne possono nuovamente interrogare.

Cronologia essenziale della ricerca

Periodo Evento e significato 1874 Prima scoperta della grotta. 1900–1904 Esplorazioni e recupero di reperti, compresi i resti umani poi conservati a Napoli. Dal 1914 Scavi di Gian Alberto Blanc: fondamentale sistematizzazione stratigrafica, paleontologica e archeologica del deposito. 2015–2016 Ripresa delle ricerche multidisciplinari coordinate da Raffaele Sardella/Sapienza, dopo decenni di inattività sul campo. 2017–2021 Apertura di sezioni stratigrafiche, campionamenti sedimentologici, micromorfologici e geocronologici U/Th. 2021 Pubblicazione delle nuove incisioni parietali: 31 unità grafiche riconosciute. 2022 Revisione cronostratigrafica: le evidenze più antiche di frequentazione vengono collocate fra MIS 9 e MIS 7. 2026 Datazione AMS diretta di tre individui: sepolture medievali, non preistoriche.

Risultanze scientifiche da mettere al centro

1. Una sequenza più antica del previsto

Lo studio pubblicato in Scientific Reports nel 2022 ha combinato geomorfologia costiera, litostratigrafia, morfostratigrafia, micromorfologia e datazioni uranio-torio su speleotemi. La conseguenza principale è il superamento dell’idea che l’avvio del riempimento della grotta coincidesse con l’ultimo interglaciale (MIS 5e).

Le datazioni disponibili sui depositi più bassi e sulle concrezioni indicano un quadro più antico. Gli autori propongono che le più antiche frequentazioni umane e faunistiche ricadano fra MIS 9 e MIS 7, in un arco del Pleistocene medio. Fra gli aspetti di maggiore rilievo vi sono:

  • un record di ingressioni marine e oscillazioni del livello relativo del mare conservato nella grotta e lungo la falesia;
  • l’attribuzione delle tacche di battente interne a una fase più antica di quanto ritenuto in passato;
  • la possibilità che un focolare sui depositi marini inferiori rappresenti una delle testimonianze più antiche dell’uso del fuoco nella penisola italiana;
  • una nuova cornice per industrie litiche, grandi mammiferi e dinamiche paleoambientali.

2. Le sepolture medievali: la novità del 2026

L’articolo di Sardella e collaboratori, pubblicato nel 2026 sul Journal of Anthropological Sciences, ha datato con AMS il radiocarbonio i tre individui meglio conservati, uno adulto e due bambini, scavati fra il 1900 e il 1904. In precedenza erano stati riferiti alla preistoria sulla base del contesto stratigrafico, ma non erano mai stati sottoposti a datazione diretta.

I risultati al 95,4% di probabilità sono: Individuo Intervallo calibrato Adulto 1302–1369 e 1379–1411 d.C. Bambino 1 1423–1455 d.C. Bambino 2 1435–1489 d.C.

Il dato dimostra fasi di riuso medievale finora non riconosciute. È una correzione importante, non una semplice aggiunta alla cronologia: obbliga a distinguere con precisione tra reperti paleolitici, deposizioni successive e vicende di formazione/alterazione dell’archivio archeologico. Gli autori osservano che le date si sovrappongono a fasi di ricorrenti epidemie nell’Italia meridionale, ma sottolineano esplicitamente che un nesso causale con mortalità epidemica richiede ulteriori verifiche bioantropologiche e storiche.

3. Arte parietale e mobiliare

Il lavoro pubblicato su Antiquity nel 2021 ha documentato 31 nuove unità grafiche sulle pareti. Le figure includono motivi zoomorfi, geometrici e lineari; la sovrapposizione di segni e l’impiego di almeno quattro tecniche d’incisione indicano più fasi di attività grafica e una conoscenza tecnica adattata a superfici di diversa durezza.

La ricerca sull’arte mobiliare è proseguita nel progetto Dec.O. (Decorated Objects of Romanelli Cave). Una revisione recente di nove pietre con motivi figurativi riconosce 16 figure e colloca l’insieme esaminato, attraverso il riesame di stratigrafia e collezioni, fra circa 13.400 e 10.400 anni fa, nella fase finale dell’Epigravettiano. Il repertorio comprende pesci, bovini, equidi/asini selvatici, cervi, cinghiali, un canide, un animale indeterminato e un leone delle caverne.

Metodo e rete della ricerca

Il valore del progetto deriva dall’integrazione di discipline e istituzioni, non da una singola tecnica:

  • Archeologia e geoarcheologia: lettura delle sequenze, contesti di rinvenimento, tecnologie litiche e processi di formazione dei depositi.
  • Geologia, geomorfologia e sedimentologia: ricostruzione dei depositi interni ed esterni alla cavità, dell’evoluzione della falesia e dei paleoambienti.
  • Geocronologia: U/Th su speleotemi e radiocarbonio AMS su reperti e campioni organici.
  • Paleontologia e paleoecologia: revisione delle faune e loro implicazioni biocronologiche e climatiche.
  • Archeometria dell’arte: analisi di superfici, tecniche d’incisione, repertori e cronologia dell’arte parietale e mobiliare.
  • Bioantropologia: riesame dei resti umani storici e interpretazione prudente delle pratiche funerarie e delle condizioni di vita.

La ripresa delle attività è finanziata dal 2016 dal programma Grandi Scavi della Sapienza. Nelle ricerche sono coinvolti, tra gli altri, Sapienza, CNR, Università di Torino, Università degli Studi di Milano, Università Federico II di Napoli e CEDAD dell’Università del Salento.

Profili dei relatori e chiavi di lettura

  • Luigi Coluccia può collocare la ricerca nella prospettiva civica e territoriale: tutela, identità di Castro, rapporto tra sito, museo e comunità.
  • Francesco D’Andria può affrontare il versante museale, storico-archeologico e della restituzione al pubblico dei risultati della ricerca.
  • Rino Bianco, per la sua esperienza nella tutela statale del patrimonio archeologico, può inquadrare autorizzazioni, conservazione, responsabilità istituzionali e rapporto tra ricerca e protezione.
  • Raffaele Sardella è il riferimento scientifico più direttamente legato alle indagini contemporanee: coordina le ricerche a Grotta Romanelli dal 2015 e figura tra gli autori degli studi recenti sulla stratigrafia e sulle sepolture medievali.

Domande utili per dibattito o intervista

  1. Quali risultati della più recente campagna di studio sono già consolidati e quali restano ipotesi da verificare?
  2. Le sepolture medievali modificano anche la lettura dei vecchi taccuini di scavo, delle planimetrie e delle collezioni museali?
  3. Quali analisi bioantropologiche restano da compiere sui tre individui e quali quesiti potranno realisticamente risolvere?
  4. Esistono elementi concreti per ricostruire le modalità di deposizione e il motivo del riuso medievale della cavità?
  5. Quali settori della grotta sono ancora poco o per nulla investigati e con quali priorità?
  6. Quali misure di conservazione sono necessarie per proteggere pareti incise, depositi residui e contesto costiero?
  7. In che modo saranno resi accessibili al pubblico i dati senza aumentare la vulnerabilità di un sito archeologico delicato?
  8. Come si concilia la valorizzazione del sito con la necessità di mantenere controllato l’accesso alla cavità?

Angolatura per un articolo

Titolo possibile:
Grotta Romanelli oltre il Paleolitico: le nuove date rivelano tre sepolture medievali a Castro

Attacco possibile:

A Grotta Romanelli la ricerca non aggiunge soltanto reperti a una storia già nota: ne corregge la cronologia e ne estende l’orizzonte. Le datazioni al radiocarbonio di tre scheletri recuperati oltre un secolo fa dimostrano che la celebre cavità di Castro fu riutilizzata nel Medioevo, fra Trecento e Quattrocento, mentre le indagini stratigrafiche degli ultimi anni hanno già retrodatato le più antiche frequentazioni umane al Pleistocene medio. L’incontro al Castello Aragonese offre l’occasione per fare il punto su un sito che continua a trasformare le domande degli studiosi.

Punti di cautela redazionale:

  • Non descrivere le sepolture medievali come prova di peste: la sovrapposizione cronologica con epidemie è un’ipotesi di contesto, non una dimostrazione causale.
  • Non attribuire tutti i resti umani della grotta a un’unica fase o cultura.
  • Distinguere tra il dato diretto (datazioni AMS degli individui) e interpretazioni più ampie sul riuso della cavità.
  • Evitare la formula generica “scoperta di una nuova grotta”: è una revisione analitica di un sito noto e di collezioni storiche.

Bibliografia e fonti essenziali

  1. Pieruccini, P. et al. (2022), “Stratigraphic reassessment of Grotta Romanelli sheds light on Middle-Late Pleistocene palaeoenvironments and human settling in the Mediterranean”, Scientific Reports, 12, 13530. DOI: 10.1038/s41598-022-16906-9. URL: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9358667/
  2. Sardella, R. et al. (2026), “Direct radiocarbon dating reveals medieval reuse at the prehistoric site of Grotta Romanelli (Castro, Apulia, Italy)”, Journal of Anthropological Sciences, 104, 1–13. DOI: 10.4436/JASS.10405. Scheda bibliografica e abstract: https://expertise.unimi.it/resource/item/1633644?language=en-US
  3. Sapienza Università di Roma (14 settembre 2026), “The Grotta Romanelli mystery: three bodies and a millennia-long enigma”. URL: https://www.uniroma1.it/en/notizia/grotta-romanelli-mystery-three-bodies-and-millennia-long-enigma
  4. Sigari, D. et al. (2021), “Birds and bovids: new parietal engravings at the Romanelli Cave, Apulia”, Antiquity, 95, 1387–1404. DOI: 10.15184/aqy.2021.128. URL: https://www.cambridge.org/core/journals/antiquity/article/birds-and-bovids-new-parietal-engravings-at-the-romanelli-cave-apulia/5CCCB947B1E6C9D69D1F9208064603EF
  5. Sigari, D. et al. (2026), “The figurative motifs in the portable art of Grotta Romanelli (southern Italy) within the late Pleistocene art tradition of southwestern Europe”, Journal of Archaeological Science: Reports, 71, 105630. DOI: 10.1016/j.jasrep.2026.105630.

Glossario rapido

  • AMS (Accelerator Mass Spectrometry): tecnica di spettrometria di massa con acceleratore impiegata, tra l’altro, per datazioni radiocarboniche molto sensibili.
  • Datazione U/Th: metodo basato sul disequilibrio tra uranio e torio, utile per datare concrezioni carbonatiche come stalagmiti e flowstone.
  • MIS (Marine Isotope Stage): suddivisione delle oscillazioni climatiche del Quaternario ricavata soprattutto da record isotopici marini; numeri diversi indicano fasi glaciali/interglaciali.
  • Arte mobiliare: oggetti decorati trasportabili, a differenza dell’arte realizzata direttamente sulle pareti.
  • Epigravettiano: complesso culturale del Paleolitico superiore finale diffuso in Italia e in altre aree dell’Europa meridionale.
  • Cronostratigrafia: ricostruzione della successione e dell’età degli strati geologici/archeologici.

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