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Abisso Alberto Buzio a -545 metri: InGrigna! continua a ridisegnare il sottosuolo del Grignone

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Tre nuove punte tra settembre e ottobre spingono la giovane cavità sempre più in profondità, completano il rilievo della doppia giunzione con Capitano Paff e aprono nuove vie. Intanto le ricerche continuano su molti altri fronti del massiccio

InGrigna! non è un singolo gruppo speleologico. È un progetto multigruppo, nato dall’incontro di speleologi provenienti da realtà diverse e uniti da una stessa vocazione: esplorare, rilevare e cercare di comprendere il grande sistema carsico nascosto sotto la Grigna Settentrionale, il Grignone.

Da oltre vent’anni il lavoro procede attraverso campi estivi, punte durante il resto dell’anno, battute in superficie, revisioni di vecchie cavità, rilievi, disostruzioni e confronti topografici. Si cercano nuovi ingressi, si torna in grotte che sembravano finite, si controllano correnti d’aria e punti di massimo avvicinamento tra sistemi diversi.

È un lavoro collettivo e paziente, nel quale anche un buco che chiude dopo tre metri aggiunge un’informazione alla conoscenza del massiccio.

Ogni tanto, però, uno di quei buchi decide di non fermarsi.

È quello che sta succedendo con l’Abisso Alberto Buzio, LOLC5935.

Dopo un’estate già straordinaria, culminata a fine agosto nella giunzione con l’Abisso Capitano Paff e nella nascita del Complesso del Moncodeno, tra settembre e ottobre InGrigna! è tornato più volte nella giovane cavità.

Tre punte raccontano bene quanto velocemente stia cambiando la geografia sotterranea di questo settore della Grigna.

La Buzio ha raggiunto –545m, sono stati aggiunti centinaia di metri di rilievo, è stata completata la topografia della doppia giunzione con Capitano Paff, sono comparsi nuovi freatici e gallerie concrezionate.

L’ultima esplorazione si è fermata su un P40, in una via ampia percorsa da una forte corrente d’aria.

Non perché la grotta chiuda.

Sono finiti i materiali.

Abisso Alberto Buzio, una storia cominciata da poco

La Buzio è una scoperta recentissima nella lunghissima storia delle esplorazioni del Grignone.

La LOLC5935 è emersa durante le ricerche di InGrigna! ed è diventata una delle protagoniste del Campo 2025, quando le esplorazioni hanno mostrato rapidamente le potenzialità della nuova cavità, portandola intorno ai -200m.

Il nome scelto dagli esploratori porta con sé un pezzo importante della storia speleologica della Grigna.

Alberto Buzio, scomparso nel dicembre 2021, è stato speleologo dagli anni Settanta, appartenente al Gruppo Grotte Milano CAI-SEM, del quale è stato anche presidente, e all’Associazione Speleologica Comasca. Ha partecipato a esplorazioni in Italia e a spedizioni internazionali, lasciando inoltre un contributo importante alla documentazione della speleologia lombarda.

Alla Grigna era profondamente legato.

Nelle sue esplorazioni sul massiccio aveva utilizzato il nome “Freccia Azzurra” per indicare l’ipotetico grande collettore sotterraneo che dal fondo di W le Donne dovrebbe portare le acque verso Fiumelatte.

Il suo nome è legato anche a opere fondamentali per la conoscenza delle grotte lombarde, tra cui Grotte e Abissi di Lombardia, Lombardia Dentro e Grotte della Grigna e del Lecchese.

La nuova cavità è stata dedicata a lui, uno speleologo ricordato con grande affetto da chi ha condiviso con lui grotte, esplorazioni e anni di vita associativa.

Oggi quella grotta ha superato i cinquecento metri di profondità e continua ad aprire nuove domande sotto una montagna che Alberto Buzio aveva esplorato e studiato a lungo.

26-27 settembre: da -410 a -545m

La prima delle tre punte autunnali cambia decisamente le dimensioni della Buzio.

Alex Rinaldi dello Speleo Club CAI Romano di Lombardia, Cristian Paccani del Gruppo Speleologico Bergamasco Le Nottole e Andrea Maconi del Gruppo Grotte Milano salgono in Grigna già venerdì sera. Il mattino successivo li raggiunge al Bogani Marco Corvi (il Corvo) dello Speleo Club Ribaldone.

Un’altra squadra ligure, composta da Maurizio Rizzotto (Jack), Matteo Pinna e Francesca Cassina, entra successivamente dirigendosi verso il ramo di collegamento con Capitano Paff.

La squadra del fondo porta con sé 215 metri di corde.

Dal precedente limite esplorativo, intorno a -410 metri, la grotta continua immediatamente con un P31, seguito da una ripida galleria e da un P22.

Alla base sembra finire tutto contro una frana.

C’è però un particolare che non convince: alla partenza del pozzo si sentiva aria.

Dopo quasi un’ora di ricerca viene individuato un piccolo foro sul lato della frana. Spostati alcuni massi, dietro compare un cunicolo ventoso.

La Buzio riparte.

Un P24 sembra nuovamente chiudere alla base, ma quattro metri più in alto un terrazzino nasconde un altro passaggio. Cristian Paccani risale e trova la prosecuzione.

Seguono tratti in frana, un P6 che immette nell’attivo, una strettoia, un P23 e altri passaggi intervallati da pozzetti.

Poi compare un freatico lungo una ventina di metri.

Marco Corvi risale sopra un pozzo e ritrova la prosecuzione della galleria. Avanza per altri venti metri prima di tornare indietro, ma la condotta continua.

La squadra decide per il momento di puntare verso il basso.

Altri pozzetti conducono ancora più in profondità, finché finiscono gli attacchi e rimane soltanto uno spezzone di corda. Anche l’ultimo salto sembra chiudere, ma scavando nel fango fossile viene aperto un cunicolo che dà su un ulteriore pozzetto.

Bisogna fermarsi.

Dopo 19 ore di punta, alle sei del mattino di domenica gli esploratori sono nuovamente all’esterno.

Il bilancio è impressionante: circa 330 metri nuovi rilevati e Abisso Alberto Buzio a -545 metri.

La Buzio continua a sfiorare il Dito

Il rilievo racconta anche un’altra storia.

La Buzio passa a poche decine di metri dal Pozzo nel Dito in diversi punti, senza ancora trovare la connessione.

Le grotte sembrano quasi rincorrersi nel sottosuolo.

Il collegamento potrebbe non trovarsi necessariamente attraverso qualche grande pozzo. I numerosi freatici incontrati lungo la Buzio fanno pensare che la chiave possa nascondersi anche in una piccola condotta, in una finestra o in un passaggio poco evidente sulle pareti delle grandi verticali.

Nelle vicinanze c’è inoltre il Complesso del Ghiaccio.

Il disegno che lentamente compare sui rilievi lascia immaginare collegamenti ancora più grandi, fino alla possibilità futura di costruire un unico grande Sistema del Grignone.

Per ora è una prospettiva esplorativa: bisogna ancora trovare i passaggi.

17-18 ottobre: finalmente il rilievo della doppia giunzione

La seconda punta ha un obiettivo differente: mettere definitivamente ordine nel rilievo delle due connessioni tra Buzio e Capitano Paff.

Scendono Jack, Ombretta e Andrea Maconi.

Per completare il lavoro sono serviti tre tentativi.

Durante il primo, raggiunta la prima giunzione attraverso un traverso, un problema al telefono utilizzato nelle operazioni impedisce di concludere il rilievo.

Nella punta successiva viene individuato un freatico che porta addirittura a una seconda giunzione con Capitano Paff. Il rilievo viene eseguito, ma il controllo successivo mostra errori evidenti: il DistoX risulta completamente fuori calibrazione.

Bisogna tornare ancora una volta.

Il 17-18 ottobre finalmente tutto funziona. Jack arma e disarma i due rami, mentre Andrea e Ombretta rilevano.

Quella che nel resoconto viene scherzosamente definita l’“epopea del rilievo” può considerarsi conclusa.

Le esplorazioni, invece, no.

Nel settore restano una breve risalita, diversi freatici che partono in entrambe le direzioni e soprattutto un punto nel quale il rilievo porta la Buzio ad appena 15 metri dal Complesso del Ghiaccio, che possiede otto ingressi conosciuti.

Quindici metri sulla carta.

Chi esplora in Grigna sa bene che possono significare tutto o niente.

24-25 ottobre: freatici, cristalli e ancora pozzi

Una settimana dopo si torna dentro.

Alla punta partecipano Jack e Francesca, Andrea Maconi, Alex Rinaldi e Cristian Paccani.

La squadra ligure sale venerdì notte per dormire al Bogani. Sulla Grigna è arrivata la prima neve della stagione e durante la notte le temperature scendono sotto zero.

L’inverno comincia a farsi sentire.

Sabato, intorno a mezzogiorno, gli speleologi entrano e tornano oltre i -500m.

Il piccolo scavo lasciato in sospeso non concede strada: termina in una strettoia impraticabile.

Resta però da vedere il freatico individuato da Marco Corvi nella punta di settembre.

Qui la Buzio cambia completamente aspetto.

Fiori nel buio

Le nuove gallerie sono particolarmente concrezionate.

Compaiono forme che sembrano fiori di aragonite e, alle estremità di alcuni cristalli, depositi bianchi dall’aspetto pastoso.

La composizione non è ancora stata determinata. Potrebbe trattarsi di latte di monte, calcite microcristallina, gesso o altri depositi: per identificarli con certezza servirebbero analisi mineralogiche.

Il settore viene rilevato per circa cento metri.

Le prosecuzioni terminano per ora in accumuli di sabbia e fango parzialmente concrezionato. In una piccola condotta, però, passa ancora una debole corrente d’aria. Per continuare occorrerebbe affrontare uno scavo impegnativo.

Il freatico può aspettare.

La via del fondo no.

P30, P10, P40. Poi finiscono i materiali

Una parte della squadra prende la strada dell’uscita, mentre gli altri continuano a seguire l’attivo.

Arriva un P30, poi un P10, infine un P40.

Qui devono fermarsi.

La via è ampia e percorsa da una forte corrente d’aria.

La direzione, secondo le prime valutazioni del rilievo, non sembra favorire la giunzione con il Dito. Potrebbe invece riportare verso il settore del fondo e, in quel caso, rimarrebbero ancora circa 200 metri di dislivello da percorrere.

Le grandi vie aperte restano quindi almeno due: il ramo dei Liguri e quello del fondo.

A queste si aggiungono diverse finestre individuate risalendo dalle zone intorno a -400m e non ancora esplorate.

Gli ultimi escono intorno a mezzogiorno di domenica.

Fuori c’è la neve.

Sotto, un P40 con tanta aria.

Il rilievo topografico, immancabile aiuto alle esplorazioni

Un ruolo fondamentale in questa corsa esplorativa lo ha il rilievo topografico. Tutto ciò che viene scoperto viene via via misurato dai partecipanti, riportato, disegnato e inerito a catasto dall’inossidabile Andrea Maconi, componendo metro dopo metro la mappa del sottosuolo del Grignone. È il rilievo a mostrare quanto grotte apparentemente separate arrivino a sfiorarsi e a indicare dove potrebbero nascondersi nuove giunzioni.

All’esplorazione e alla topografia si affianca anche un vero diario per immagini: Alex Rinaldi, ormai uno degli speleoyoutuber più conosciuti e seguiti anche fuori dall’Italia, documenta regolarmente le avventure di InGrigna!, portando nei suoi video pozzi, strettoie, nuove scoperte e soprattutto l’atmosfera delle esplorazioni.

Nel frattempo InGrigna! cerca ovunque

Concentrarsi sulla Buzio non significa fermare il resto.

La filosofia di InGrigna! è esattamente opposta: continuare a controllare ingressi, rivedere vecchie cavità e battere il territorio anche quando il risultato può essere soltanto qualche metro.

Sandro Ghidelli e Roberto O. sono tornati su una cavità individuata alla fine di giugno. Dopo una discesa di circa 12 metri lungo il versante e un breve lavoro di ampliamento dell’ingresso, il passaggio è risultato percorribile, ma soltanto per pochi metri.

Altre battute sulle pareti del versante Valsassina hanno individuato piccole cavità-sorgente, tre delle quali curiosamente poste alla testata di vallette.

Alle pendici del Menna, Andrea e Felicita con la più piccola speleo di tutti i tempi, Petra, e con Sara e Marco sono invece andati a controllare una cavità individuata da Marco e Sara sul ciglio della Val Parina. La LOBG9293, dopo un ingresso ingombro di ossa di mucca, conduce a un breve pozzo che chiude alla base.

Maconi ha inoltre ricontrollato LOLC1877 e LOLC1957. Quest’ultima, trovata con meno neve rispetto a cinque anni prima, è stata nuovamente scesa fino al fondo a -28m, dove termina nei detriti.

Sandro Ghidelli, dopo aver raccontato le ultime verifiche, ha promesso scherzosamente di smettere di annoiare tutti con i suoi «piccoli buchi»: speriamo proprio di no. La ricerca speleologica funziona anche così: molti ingressi finiscono quasi subito. Altri aspettano anni prima di mostrare ciò che nascondono.

Un metro dal Pifferaio

C’è infine un altro fronte che merita di essere seguito.

Durante l’esplorazione della 1823, Andrea Maconi si è fermato in un grande pozzo per la presenza di una massa di neve potenzialmente pericolosa e perché non disponeva di corda sufficiente per completarne la discesa.

Il successivo confronto dei rilievi ha mostrato qualcosa di sorprendente: l’ultimo caposaldo della 1823 si trova a circa un metro da quello del Pifferaio.

La giunzione non è ancora avvenuta fisicamente e dovrà quindi essere verificata sul posto.

Il grande pozzo potrebbe avvicinarsi ai 100 metri. Se la connessione verrà confermata, potrebbe nascere un nuovo complesso con nove ingressi.

Andrea Maconi lo aspetta da parecchio tempo: «È da 15 anni che sogno la giunzione».

Un metro dopo quindici anni.

Sulla carta sembra pochissimo.

Sotto la Grigna può essere ancora un mondo.

La neve sopra, l’aria sotto

L’inverno sta arrivando sul Moncodeno e la neve potrebbe rendere presto molto più difficile tornare alla Buzio.

Sottoterra, però, il lavoro lasciato in sospeso è enorme.

Ci sono i freatici, le finestre intorno a -400, il ramo dei Liguri, la vicinanza con il Complesso del Ghiaccio e soprattutto quella grande via del fondo.

L’ultima punta si è fermata davanti a un P40 soltanto perché erano finiti i materiali.

Da sotto arriva molta aria.

Nel gruppo qualcuno ha sintetizzato la situazione con l’entusiasmo del momento: «O si giunta o si va a meno mille!».

Naturalmente nessuno può ancora sapere dove porterà quella via.

Una cosa, però, è certa: l’Abisso Alberto Buzio è arrivato a -545m. E la Grigna non ha ancora finito di raccontare cosa c’è là sotto.

Fonti

InGrigna! – Resoconti delle esplorazioni all’Abisso Alberto Buzio e delle attività sul Grignone – settembre-ottobre 2026.

Scintilena – Campo InGrigna! 2026: una piccola panoramica dai resoconti dei partecipanti – 21 agosto 2026
https://www.scintilena.com/campo-ingrigna-2026-una-piccola-panoramica-dai-resoconti/08/21/

Scintilena – Giunzione Abisso Buzio-Capitano Paff: in Grigna nasce il Complesso del Moncodeno! – 1 settembre 2026
https://www.scintilena.com/giunzione-abisso-buzio-capitano-paff-in-grigna-nasce-il-complesso-del-moncodeno-ingrigna-allopera/09/01/

Scintilena – Dal cuore della Grigna: cronaca diretta del 23° Campo InGrigna! 2025 – 21 agosto 2025
https://www.scintilena.com/si-e-concluso-il-16-agosto-2025-il-23campo-ingrigna/08/21/

Scintilena – Concluso con successo ed allegria il 22° Campo InGrigna! 2024 – 18 agosto 2024
https://www.scintilena.com/concluso-con-successo-ed-allegria-il-22-campo-ingrigna-2024/08/18/

Federazione Speleologica Lombarda – Alberto Buzio è venuto a mancare – 19 dicembre 2021
https://speleolombardia.wordpress.com/2021/12/19/alberto-buzio-e-venuto-a-mancare/

Gruppo Grotte Milano – Il Buziesco, ricordi e testimonianze su Alberto Buzio
https://www.gruppogrottemilano.it/resource/pdf/buziesco/buziesco.pdf

I video di Alex Rinaldi – Ma dove siamo?

Foto di Francesca Cassina e Andrea Maconi

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Grotta di Rio Martino, da novembre il silenzio è per i pipistrelli

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La cavità di Crissolo chiude dal 1° novembre per proteggere i chirotteri durante l’ibernazione. Qui si trova la più importante colonia svernante italiana di Barbastello e proprio nella grotta è stata documentata per la prima volta in Italia la presenza del fungo associato alla sindrome del naso bianco

Con l’arrivo dell’inverno la Grotta di Rio Martino, a Crissolo, in provincia di Cuneo, ai piedi del Monviso, in alta Valle Po, torna ai suoi abitanti più delicati.

Dal 1° novembre 2026 al 31 marzo 2027 l’accesso alla cavità è vietato per proteggere i pipistrelli durante il periodo di ibernazione.

Domenica 25 ottobre si è svolta l’ultima escursione guidata della stagione, organizzata nell’ambito delle attività del Parco del Monviso. Poi i cancelli si chiuderanno e la grotta resterà indisturbata fino alla primavera. La riapertura non è però automatica: il periodo di chiusura può essere prolungato se le condizioni climatiche e biologiche lo rendono necessario. Nella primavera del 2026, per esempio, il divieto è stato esteso fino al 10 aprile perché basse temperature, neve e precipitazioni avevano ritardato la ripresa dell’attività dei chirotteri.

Una grotta di oltre tre chilometri

La Grotta di Rio Martino si apre a circa 1.530 metri di quota, sulle pendici della Rocca Granè, sopra Crissolo. È una Riserva Naturale ed è compresa nella Zona Speciale di Conservazione IT1160037 “Grotta di Rio Martino” della rete Natura 2000.

Il sistema sotterraneo si sviluppa complessivamente per circa 3.200 metri, tra sale, pozzi e gallerie formati dall’azione dell’acqua nelle rocce carbonatiche.

Soltanto il ramo inferiore, lungo circa 530 metri, è normalmente accessibile ai visitatori lungo un percorso parzialmente attrezzato. Al termine si raggiunge uno degli ambienti più spettacolari della cavità, la cascata del Pissai, con un salto superiore ai 40 metri.

Le prime testimonianze scritte relative alla grotta risalgono già al Seicento, ma oggi Rio Martino riveste soprattutto un’importanza naturalistica particolare per la fauna che ospita.

Il rifugio invernale del Barbastello

Tra i protagonisti della grotta c’è il Barbastello (Barbastella barbastellus), piccolo pipistrello europeo legato soprattutto agli ambienti forestali maturi.

Barbastello (Barbastella barbastellus), specie che trova nella Grotta di Rio Martino il più importante sito di svernamento conosciuto in Italia. Foto: Jan Ebr e Ivana Ebrová / Wikimedia Commons – CC BY 4.0

Ogni inverno nella cavità si radunano centinaia di chirotteri. Il censimento effettuato nel febbraio 2025 aveva registrato almeno 225 pipistrelli, tra i quali 184 Barbastelli. Il Parco del Monviso indica Rio Martino come il più importante sito conosciuto in Italia per lo svernamento di questa specie.

Il Barbastello non è solo: nella grotta è documentata la presenza di numerose altre specie di chirotteri, tra cui diversi Myotis, facendo di Rio Martino un sito di particolare valore per lo studio e la conservazione dei pipistrelli alpini.

Una visita in inverno può diventare pericolosa

Durante l’ibernazione, i pipistrelli abbassano drasticamente la temperatura corporea e rallentano le funzioni vitali. È una strategia che consente loro di superare i mesi freddi, quando gli insetti di cui si nutrono sono scarsamente disponibili.

In questo periodo vivono consumando le riserve energetiche accumulate durante la stagione favorevole.

Un disturbo provocato dalla presenza umana, dalle luci, dal rumore o dal contatto può causare un risveglio anticipato. Tornare attivi significa aumentare rapidamente il metabolismo e consumare una parte delle preziose riserve di grasso necessarie per arrivare alla primavera.

Per questo la chiusura stagionale non è semplicemente una limitazione alla visita della grotta, ma una vera misura di conservazione.

Il fungo della sindrome del naso bianco

Rio Martino ha anche un’altra particolarità scientifica: nel 2019 uno studio pubblicato sulla rivista Mycopathologia ha documentato nella grotta la prima identificazione in Italia di Pseudogymnoascus destructans, il fungo associato alla cosiddetta White-nose syndrome, o sindrome del naso bianco.

Il fungo è stato isolato su esemplari di Myotis emarginatus presenti nella cavità.

La sindrome ha provocato gravissime mortalità nelle popolazioni di pipistrelli del Nord America. La situazione europea è però diversa: il fungo è presente naturalmente in Europa e nei pipistrelli europei non sono state osservate le mortalità di massa che hanno caratterizzato l’epidemia nordamericana.

La presenza del fungo è un ulteriore motivo per adottare particolare attenzione quando si frequentano ambienti sotterranei.

Anche scarponi e attrezzatura possono viaggiare da una grotta all’altra

Le spore di Pseudogymnoascus destructans possono aderire a scarponi, abbigliamento e attrezzatura entrati in contatto con il terreno o le pareti di una cavità e possono quindi essere trasportate involontariamente in altri ambienti sotterranei.

Per questo la pulizia e la decontaminazione dell’attrezzatura utilizzata in grotta non riguardano soltanto Rio Martino: sono una buona pratica per ridurre il rischio di trasferire microrganismi da una cavità all’altra.

È un aspetto particolarmente importante per chi frequenta molte grotte, come gli speleologi, perché ciò che resta apparentemente invisibile su uno scarpone o su un’attrezzatura può essere trasportato per molti chilometri.

Una grotta che d’inverno cambia funzione

Da aprile a ottobre Rio Martino può essere luogo di visita, conoscenza e avvicinamento al mondo sotterraneo.

Con l’arrivo dell’inverno la prospettiva cambia. La grotta torna a essere rifugio.

La chiusura stagionale ricorda così un principio semplice della frequentazione responsabile degli ambienti ipogei: entrare in una grotta significa entrare in un ecosistema, e qualche volta il modo migliore per conoscerlo e proteggerlo è restarne fuori per qualche mese.

Fonti

Parco del Monviso – Prorogata la chiusura della Grotta di Rio Martino fino al 10 aprile – 2026
https://www.parcomonviso.eu/news/917/prorogata-la-chiusura-della-grotta-di-rio-martino-fino-al-10-aprile-2026

Parco del Monviso – La Riserva naturale della Grotta di Rio Martino
https://www.parcomonviso.eu/ambiente/aree-protette-e-rete-natura-2000/la-riserva-naturale-della-grotta-di-rio-martino

Parco del Monviso – I pipistrelli
https://www.parcomonviso.eu/ambiente/la-fauna/i-pipistrelli

Garzoli L. et al. – First Isolation of Pseudogymnoascus destructans, the Fungal Causative Agent of White-Nose Disease, in Bats from Italy – Mycopathologia, 2019
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31414314/

Montagna.TV – La Grotta di Rio Martino chiude per il riposo invernale dei pipistrelli – 25 ottobre 2026
https://www.montagna.tv/284053/la-grotta-di-rio-martino-chiude-per-il-riposo-invernale-dei-pipistrelli/

Scintilena – La Grotta di Rio Martino riapre le porte: un nome, due leggende e secoli di storia – 16 aprile 2026
https://www.scintilena.com/la-grotta-di-rio-martino-riapre-le-porte-un-nome-due-leggende-e-secoli-di-storia/04/16/

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Tuvixeddu, niente tunnel sotto la necropoli: il sottosuolo archeologico ferma il progetto

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A Cagliari torna il dibattito sulla galleria viaria tra via Is Maglias e via Cadello. Il sindaco esclude in via definitiva la realizzazione dell’opera, per la presenza di tombe di grande valore storico e culturale nel sottosuolo di Tuvixeddu-Tuvumannu

Il sottosuolo di Tuvixeddu-Tuvumannu, a Cagliari, torna al centro dell’attenzione. Questa volta per un progetto rimasto sulla carta: la galleria viaria che avrebbe dovuto attraversare il colle collegando l’area di via Is Maglias con quella di via Cadello.

Durante la seduta del Consiglio comunale del 20 ottobre 2026, il tema è riemerso nell’ambito della discussione sui contenziosi legati al parco archeologico. Il sindaco ha però escluso la possibilità di recuperare il vecchio progetto del tunnel, ricordando che nel sottosuolo interessato dall’opera sono state individuate tombe di rilevante valore storico e culturale.

La tutela archeologica del colle diventa così un elemento determinante anche nelle scelte che riguardano la viabilità e la trasformazione urbana.

Un sottosuolo profondamente segnato dalla storia

Tuvixeddu non è un semplice colle all’interno della città. Nel suo sottosuolo si estende uno dei più importanti complessi funerari antichi del Mediterraneo occidentale, caratterizzato soprattutto dalle numerose tombe puniche scavate nella roccia calcarea e dalle successive testimonianze di età romana.

È un paesaggio nel quale superficie e sottosuolo sono strettamente collegati: tombe, cavità artificiali, antiche attività estrattive e trasformazioni avvenute nel corso dei secoli hanno creato un sistema particolarmente complesso, la cui conoscenza continua a condizionare qualsiasi intervento moderno.

Proprio questa presenza archeologica sarebbe incompatibile con la realizzazione della galleria viaria.

Nel dibattito in Consiglio comunale il sindaco ha ricordato che le decisioni assunte in passato sull’area avrebbero avuto un peso complessivo di 94 milioni di euro. La discussione attuale riguarda inoltre un contenzioso con l’impresa che aveva lavorato nel cantiere del parco e alla quale il Tribunale ha riconosciuto danni per oltre 274 mila euro in relazione ai blocchi dei lavori del 2007.

Gli speleologi e il sottosuolo di Tuvixeddu

Il mondo sotterraneo di Tuvixeddu è tornato sotto i riflettori anche pochi mesi fa grazie all’intervento degli speleologi.

Il 6 giugno 2026, nell’ambito dell’iniziativa “Puliamo il Buio”, i volontari del Gruppo Speleo-Archeologico “Giovanni Spano” sono intervenuti insieme a Legambiente nella zona di Tuvixeddu-Tuvumannu per rimuovere una grande quantità di rifiuti accumulati nel tempo.

Nel fondo di una dolina erano stati abbandonati elettrodomestici, mobili, pneumatici, telai di motorini e persino una vecchia automobile. Per recuperare i materiali più pesanti gli speleologi avevano utilizzato tecniche e competenze normalmente impiegate nelle attività in ambiente verticale e nel soccorso.

L’intervento faceva parte di “Puliamo il Buio”, iniziativa nata dalla collaborazione tra Società Speleologica Italiana e Legambiente per richiamare l’attenzione sull’abbandono dei rifiuti nelle grotte, nelle doline e negli ambienti ipogei.

Il presidente del Gruppo Speleo-Archeologico “Giovanni Spano”, Nicola Sitzia, aveva ricordato in quell’occasione come il gruppo, nel suo cinquantesimo anniversario, avesse scelto di mettere le proprie competenze al servizio della tutela del territorio.

Un patrimonio nascosto che condiziona la città di superficie

La vicenda del tunnel riporta quindi l’attenzione su una caratteristica fondamentale di Tuvixeddu-Tuvumannu: ciò che si trova sotto il colle non può essere separato dalle decisioni prese in superficie.

Il progetto della galleria appartiene ormai alla lunga e complessa storia urbanistica dell’area, ma la motivazione richiamata oggi per escluderne il recupero riguarda direttamente il patrimonio sotterraneo.

Sotto Tuvixeddu ci sono tombe, cavità e testimonianze di una storia millenaria. Un patrimonio spesso invisibile dalla città di superficie, ma capace ancora oggi di determinarne le trasformazioni.

Fonti

https://www.cagliaritoday.it/cronaca/tuvixeddu-tunnel-fantasma.html

CagliariToday, “Tuvixeddu, maxi bonifica nella dolina di via Bainsizza: recuperate persino un’auto e lavatrici”, 6 giugno 2026

FOTO di copertina: la necropoli di Tuvixeddu a Cagliari, con le tombe scavate nella roccia del colle. Foto: Crimao / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0

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