Zobrazenie na čítanie

Dalle cave del Vicentino alle grotte della Luna: una telecamera per esplorare i lava tube

Condividi

Sui Monti Lessini è stata sperimentata DaedalusCam, una speciale telecamera panoramica progettata per scendere nei grandi pozzi della Luna e ricostruirne le pareti in tre dimensioni. Dopo i test nei tunnel lavici di Lanzarote, in futuro le prove potrebbero continuare nelle grotte dell’Etna.

Prima di scendere in una grotta sulla Luna, meglio fare qualche prova sulla Terra: è quello che stanno facendo i ricercatori impegnati nello sviluppo di DaedalusCam, un sistema di telecamere progettato per esplorare i lava tube lunari: grandi cavità di origine vulcanica che si trovano sotto la superficie della Luna.

La scorsa estate lo strumento è stato provato sui Monti Lessini, nel Vicentino. Per il test è stata scelta la Cava Bertocchi, tra San Pietro Mussolino e Nogarole Vicentino, dove il tipo di basalto presente è considerato un buon equivalente terrestre delle rocce vulcaniche che la missione potrebbe incontrare sulla Luna.

Questa volta DaedalusCam non è stata calata in una grotta: è stata montata sotto un drone e fatta volare sopra la cava. L’obiettivo era verificare se le immagini raccolte dalle sue quattro telecamere potessero essere utilizzate per ricostruire in tre dimensioni un ambiente roccioso complesso.

Il risultato, secondo i ricercatori, è stato positivo.

Le grotte della Luna

Quando parliamo di grotte lunari non dobbiamo immaginare cavità scavate dall’acqua come molte delle grotte che conosciamo sulla Terra: sono soprattutto tunnel di lava, o lava tube.

Il principio è quello che conosciamo anche nei territori vulcanici terrestri: durante un’eruzione, la parte superficiale di una colata può raffreddarsi e solidificarsi mentre al di sotto la lava continua a scorrere. Quando il flusso termina, può rimanere un condotto vuoto: una vera e propria grotta vulcanica.

Sulla Luna sono stati individuati grandi pozzi che sembrano costituire l’accesso a sistemi sotterranei molto più estesi. Secondo quanto spiegato da Emanuele Simioni, ricercatore dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica, il principale ente pubblico italiano dedicato alla ricerca in astronomia e astrofisica) di Padova, alcune di queste strutture potrebbero proseguire per decine di chilometri sotto la superficie lunare. È proprio lì sotto che vorremmo riuscire a guardare.

Andare sottoterra sulla Luna

Le grotte lunari interessano i geologi, naturalmente, ma sono considerate importanti anche pensando a una futura presenza umana sulla Luna. Il motivo è abbastanza intuitivo: la roccia sopra la testa è un ottimo tetto.

All’interno dei lava tube la temperatura potrebbe essere più stabile rispetto alla superficie e la copertura rocciosa offrirebbe protezione dai meteoriti, dai raggi cosmici e dalle radiazioni. Inoltre queste cavità sono considerate interessanti anche per la possibile presenza di ghiaccio d’acqua.

Con il “piccolo” problema che si conosce l’esistenza di alcuni ingressi, ma non si sa praticamente nulla di ciò che si trova sotto.

Da qui nasce Daedalus, il progetto dell’Agenzia spaziale europea (ESA) per mandare un robot dove un astronauta, almeno per ora, non potrebbe andare.

Un robot appeso a una corda sopra un pozzo lunare

L’idea di Daedalus ha qualcosa di sorprendentemente familiare per uno speleologo.

Un rover, cioè un veicolo robotico capace di muoversi sulla superficie lunare, dovrebbe raggiungere il bordo di uno dei grandi pozzi che danno accesso alle cavità sotterranee. Da lì, un robot di forma sferica verrebbe calato nel vuoto mediante un cavo, un po’ come una sonda che scende in un pozzo.

Il cavo avrebbe due funzioni fondamentali: fornire energia e permettere la trasmissione dei dati.

La discesa prevista è di circa 50 metri. Durante questo tratto le telecamere fotograferebbero continuamente le pareti, permettendo di ricostruire la forma del pozzo e di osservare come cambiano gli strati geologici con la profondità. Poi dovrebbe accadere qualcosa di ancora più interessante: arrivato in fondo, il robot potrebbe sganciarsi dal cavo e proseguire da solo nella grotta.

Non è previsto che torni indietro. Una volta staccato dal cavo e addentratosi nel buio, le telecamere non potrebbero più essere utilizzate, perché il sistema non dispone di una propria illuminazione. L’esplorazione proseguirebbe quindi con gli altri sensori del robot.

L’obiettivo: un pozzo di 50 metri sulla Luna

Uno dei siti scelti come possibile obiettivo di Daedalus si trova nella regione dei Marius Hills, nell’Oceanus Procellarum, vicino all’equatore lunare. L’ingresso ha un diametro di circa 50 metri e soprattutto presenta una caratteristica che rende l’esplorazione tutt’altro che semplice: è praticamente verticale.

In altre parole, prima ancora di esplorare la grotta bisogna riuscire a superarne il pozzo d’ingresso: qui entra in gioco DaedalusCam.

Quattro occhi per vedere quasi tutto

Il nome può sembrare complicato, ma il principio di DaedalusCam è abbastanza semplice.

Lo strumento è composto da quattro PanCam. PanCam significa sostanzialmente panoramic camera, cioè camera panoramica.

Ognuna possiede un campo visivo enorme, ancora più ampio di quello dei comuni obiettivi fisheye. Riesce quindi a vedere non soltanto ciò che ha davanti, ma anche molto di ciò che si trova lateralmente.

Mettendo insieme quattro di queste camere, il robot può avere una visione praticamente completa di ciò che lo circonda.

Avere tanti “occhi” serve: se un particolare della parete viene fotografato da più posizioni e angolazioni, un computer può confrontare le immagini e ricavarne la posizione nello spazio. In questo modo una serie di fotografie può diventare un modello tridimensionale della grotta. In sostanza, è fotogrammetria, un termine non nuovo per chi frequenta le grotte: fotografie parzialmente sovrapposte dello stesso ambiente possono essere utilizzate per ricostruirne digitalmente forme e dimensioni.

Le PanCam hanno inoltre una zona centrale capace di riprendere con una risoluzione circa tre volte maggiore rispetto alla parte panoramica: una sorta di “vista d’aquila” destinata a osservare in dettaglio particolari delle pareti. Con appositi filtri potrà fornire anche informazioni sulla loro composizione.

Come fa il computer a capire dove si trova? Qui compare una di quelle sigle che fanno sembrare tutto molto più difficile di quanto sia: SLAM. Significa Simultaneous Localization and Mapping: più o meno, localizzarsi e costruire contemporaneamente una mappa.

Immaginiamo di entrare in una grotta che nessuno ha mai rilevato. Mentre avanziamo dobbiamo fare due cose nello stesso momento: capire dove ci troviamo rispetto al punto da cui siamo partiti e costruire progressivamente la mappa dell’ambiente che stiamo attraversando.

Un algoritmo SLAM cerca di farlo automaticamente. Il computer osserva le immagini, riconosce punti e forme già incontrati – uno spigolo, una roccia, una particolare geometria della parete – e li utilizza come riferimenti. Dal modo in cui questi elementi cambiano posizione da un’immagine alla successiva può ricostruire sia il movimento della telecamera sia la geometria dell’ambiente.

Sono tecniche utilizzate anche dai robot e nei sistemi di navigazione autonoma.

Nel caso di DaedalusCam servono quindi a prendere una quantità enorme di fotografie panoramiche e rimetterle al posto giusto, fino a ricostruire digitalmente la cavità.

La prova nella cava dei Monti Lessini

Il test nel Vicentino era importante perché per la prima volta sono state utilizzate tutte e quattro le PanCam insieme.

Il Politecnico di Milano ha realizzato la parte meccanica necessaria per montare DaedalusCam su un drone, che è stato quindi fatto volare sopra la cava.

La campagna è durata due giorni: uno dedicato alla preparazione e alla programmazione e uno alle operazioni vere e proprie.

Al lavoro hanno partecipato il Dipartimento di Geologia, il Politecnico di Milano, Planetek, l’Agenzia spaziale italiana e l’INAF, con ricercatori di Padova e Napoli.

Anche fotografare una cava, però, si è rivelato meno semplice del previsto.

na telecamera che vede quasi dappertutto ha un evidente vantaggio, ma anche un inconveniente: rischia di vedere anche il Sole. E avere il Sole direttamente nell’inquadratura non è la condizione ideale per ottenere fotografie utilizzabili.

Durante il test è stato quindi necessario studiare attentamente il percorso e l’orientamento del drone per evitare che la luce solare entrasse direttamente nel campo visivo delle quattro camere: le immagini sono state comunque acquisite con successo e successivamente elaborate per ottenere un modello tridimensionale della cava.

Ora arriverà una verifica importante: confrontare questa ricostruzione con misure indipendenti dell’intera cava ottenute mediante un laser altimetro. In questo modo sarà possibile capire quanto il modello costruito utilizzando soltanto le immagini corrisponda alla realtà.

Prima della Luna, le grotte della Terra

La cava vicentina non è il primo ambiente terrestre utilizzato per mettere alla prova questa tecnologia.

Le singole PanCam erano già state sperimentate nei tunnel lavici di Lanzarote, alle Isole Canarie. In quel caso si trattava di vere grotte accessibili alle persone e la camera era stata trasportata direttamente all’interno delle cavità.

Tunnel lavico nella Cueva de los Verdes, Lanzarote (Isole Canarie), dove sono stati effettuati precedenti test delle PanCam. Foto: Luis Miguel Bugallo Sánchez (Lmbuga) – Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Sui Monti Lessini si è fatto un passo diverso: utilizzare per la prima volta le quattro camere insieme, montate su un drone, e verificare la capacità dell’intero sistema di ricostruire un ambiente delle dimensioni paragonabili a quelle del pozzo lunare scelto come obiettivo. Il prossimo esperimento potrebbe interessare molto da vicino gli speleologi italiani.

Il gruppo sta infatti valutando una futura campagna di test nelle grotte vulcaniche dell’Etna. Resta da stabilire quale sia la stagione migliore per effettuarla.

E ora viene da chiedersi quando entreremo davvero in una grotta lunare, ma occorre frenare un po’ l’entusiasmo.

Nelle prime fasi del progetto si era parlato del 2033 per la missione Daedalus. Quella data, però, non è mai stata confermata. Le indicazioni successive hanno spostato l’orizzonte oltre il 2033 e al momento non esiste una data di lancio definitiva.

La tecnologia, intanto, continua a essere sviluppata e provata sulla Terra, aspetto ugualmente affascinante, soprattutto per gli speleologi.

Per esplorare per la prima volta una cavità di un altro corpo celeste bisogna affrontare problemi che, nella loro essenza, sono sorprendentemente familiari: come scendere in un pozzo, come vedere nel buio, come capire dove ci troviamo e come costruire una mappa di un ambiente nel quale nessuno è mai entrato.

Cambiano la gravità, la tecnologia e – parecchio – la distanza da casa.

Il problema di partenza, però, resta il solito, quello di ogni esplorazione speleologica: c’è un buco, e vogliamo sapere cosa c’è sotto.

Fonte: Valentina Guglielmo, “Dalle cave del Vicentino alle grotte sulla Luna”, Media INAF, 14 settembre 2026. L’articolo originale è pubblicato con licenza CC BY-NC-SA 4.0https://www.media.inaf.it/2026/09/14/dalle-cave-del-vicentino-alle-grotte-sulla-luna/

NB: non ho una mente scientifica e ho cercato di raccontare tutto questo nel modo più semplice possibile, prima di tutto per capirlo io. Se ho commesso errori o imprecisioni, vi chiedo di segnalarli: correggerò volentieri.

L'articolo Dalle cave del Vicentino alle grotte della Luna: una telecamera per esplorare i lava tube proviene da Scintilena.

  •  

GIS avanzato per speleologia e torrentismo: corso nazionale a Treviso

Condividi

Tre lezioni online e un fine settimana di attività in presenza per approfondire QGIS, QField, cartografia digitale, modelli 3D, nuvole di punti, droni e fotogrammetria. Il corso nazionale si terrà tra settembre e ottobre 2026 ed è rivolto ai soci CAI e SSI. Iscrizioni entro il 20 settembre, per un massimo di 20 partecipanti.

Dalla gestione del catasto delle grotte alla documentazione delle cavità, passando per cartografia digitale, rilievi tridimensionali, droni e fotogrammetria: sono numerose le applicazioni che i GIS, i sistemi informativi geografici, possono avere oggi nell’attività speleologica e torrentistica.

A questi strumenti è dedicato il Corso nazionale GIS avanzato Treviso 2026, organizzato con il coinvolgimento della Scuola Nazionale di Speleologia del CAI (SNS), della Scuola Nazionale di Torrentismo (SNT), della Società Speleologica Italiana (SSI) e del Gruppo Grotte Associazione XXX Ottobre.

Il percorso inizierà con tre lezioni online, in programma nelle serate di lunedì 28 settembre, mercoledì 30 settembre e lunedì 5 ottobre 2026. Questa prima parte servirà ad allineare le conoscenze dei partecipanti su GIS e cartografia, datum geodetici e sistemi di proiezione, software e plugin, tabelle, join e utilizzo di QField.

Dalla cartografia alle nuvole di punti

Il cuore del corso sarà poi il fine settimana in presenza a Treviso, durante il quale si entrerà nelle applicazioni più avanzate di QGIS e QField.

Il programma comprende il posizionamento dei rilievi 2D e 3D, l’utilizzo delle Carte Tecniche Regionali (CTR) e dei servizi cartografici WMS/WMFS, la georeferenziazione delle immagini raster e l’analisi dei DEM, i modelli digitali che descrivono l’andamento altimetrico del terreno.

Si lavorerà inoltre sulle elaborazioni altimetriche e sulla gestione di mesh e nuvole di punti, strumenti ormai fondamentali quando si vogliono rappresentare digitalmente ambienti e superfici complesse.

Uno spazio specifico sarà riservato a droni e fotogrammetria e all’utilizzo sul terreno degli strumenti GIS per il catasto delle grotte e la documentazione delle cavità.

Strumenti professionali applicati alla speleologia

L’obiettivo dichiarato è aumentare le competenze dei partecipanti nella gestione dei sistemi informativi territoriali, utilizzando strumenti e metodologie impiegati anche in ambito accademico e professionale, ma adattandoli alle esigenze concrete della speleologia e del torrentismo.

Il corso vuole essere anche un’occasione di confronto tra partecipanti provenienti da realtà e territori differenti, mettendo in comune soluzioni utili non soltanto all’esplorazione, ma anche alla didattica, alla divulgazione e all’analisi delle aree carsiche.

Il corso a Treviso

La sede delle attività in presenza sarà il Parco dello Storga a Treviso, presso la sede del Gruppo Grotte Treviso, in via Cal di Breda 132.

La struttura dispone di aula con proiettore, cucina e foresteria ed è prevista la possibilità di pernottare in camerata. Ai partecipanti viene richiesto di portare il proprio computer portatile e uno smartphone con i programmi utilizzati durante il corso già installati.

Possono partecipare i soci CAI o SSI in regola con il tesseramento 2026, con più di 15 anni e conoscenze di base di cartografia. Per i minorenni è necessaria l’autorizzazione di chi esercita la responsabilità genitoriale.

Iscrizioni entro il 20 settembre

La quota di partecipazione è di 180,00 euro e comprende l’alloggio, i materiali didattici e i pasti indicati nel programma, dalla cena del venerdì al pranzo della domenica.

Le iscrizioni dovranno essere effettuate entro il 20 settembre 2026 e sono disponibili al massimo 20 posti.

Il corso ha inoltre valore formativo per entrambe le realtà coinvolte: è valido come aggiornamento per titolati e qualificati SNS e SNT del CAI ed è omologato come corso di II livello SSI e valido come aggiornamento CNSS. L’iniziativa è patrocinata dalla Federazione Speleologica Veneta.

Per informazioni è possibile scrivere ad Annamaria Dalla Valle all’indirizzo annamaria.dallavalle@sns-cai.it.

Segreteria del corso:gruppogrottetreviso@gmail.com

Programma e informazioni sul sito SNS-CAI

Modulo online per l’iscrizione

Locandina: https://www.sns-cai.it/wp-content/uploads/2026/06/Corso-Nazionale-GIS-Avanzato-per-Speleologi-e-Torrentisti_2026.pdf

Fonte: Scuola Nazionale di Speleologia CAIhttps://www.sns-cai.it/evento/corso-nazionale-gis-avanzato-treviso-2026/

L'articolo GIS avanzato per speleologia e torrentismo: corso nazionale a Treviso proviene da Scintilena.

  •  

Dalle cave del Vicentino alle grotte sulla Luna: DaedalusCam testa la ricostruzione 3D

Condividi

Il test italiano per l’esplorazione dei lava tube lunari

Una cava basaltica dei Monti Lessini, tra San Pietro Mussolino e Nogarole Vicentino, è stata utilizzata per il primo test sul campo della configurazione completa di DaedalusCam.

Il sistema, sviluppato per la missione concettuale Daedalus dell’Agenzia spaziale europea, è destinato a raccogliere immagini delle cavità lunari e a contribuire alla ricostruzione tridimensionale degli ambienti sotterranei.

La campagna si è svolta a Cava Bertocchi, gestita dalla Vaccari Antonio Giulio S.p.A. Il sito è stato scelto per la presenza di basalto, una roccia magmatica che offre un analogo utile per alcune caratteristiche delle superfici lunari.

L’analogia resta parziale. Sulla Luna mancano atmosfera e acqua liquida, la gravità è molto più bassa e le condizioni di illuminazione, temperatura e radiazione sono diverse.

Il test ha riunito competenze di geologia, ottica, fotogrammetria, robotica e operazioni con droni. Vi hanno partecipato gruppi dell’INAF, del Politecnico di Milano, dell’Università di Padova, Planetek Italia e dell’Agenzia spaziale italiana.

La campagna ha rappresentato il primo impiego delle quattro camere PanCam montate insieme nella configurazione prevista per DaedalusCam. [web:9][file:2]

DaedalusCam e la visione panoramica iperemisferica

DaedalusCam non è una singola fotocamera. È composta da quattro camere dotate di lenti bifocali panoramiche, disposte in una configurazione incrociata.

Ogni lente combina un campo panoramico di circa 360 gradi in azimut e 100 gradi in elevazione con una regione frontale circolare più ristretta, ma a maggiore risoluzione.

La copertura molto ampia serve a osservare pareti, fondo, soffitto e traiettoria durante la discesa nella cavità. La configurazione consente inoltre una visione stereoscopica ridondante. Secondo la documentazione tecnica del progetto, ogni punto dello spazio circostante dovrebbe essere osservato da almeno due camere, mentre alcune aree possono essere viste da tre o quattro sistemi.

L’aggettivo iperemisferica indica un campo di vista più esteso rispetto a quello di un obiettivo fisheye convenzionale. La caratteristica riduce le zone cieche, ma rende più complessa la calibrazione geometrica. La parte centrale ad alta risoluzione può essere utilizzata anche con filtri a banda stretta, per ottenere indicazioni sulla composizione delle pareti. L’interpretazione spettrometrica dovrà considerare illuminazione, polvere, angolo di osservazione e calibrazione radiometrica. [web:15]

Fotogrammetria e modello tridimensionale

Il compito principale di DaedalusCam è documentare la geometria della skylight e della discesa. Le immagini non producono automaticamente una mappa 3D. Prima devono essere calibrate, corrette dalla distorsione e allineate tra loro.

La catena di elaborazione comprende la trasformazione delle immagini, la registrazione dei punti omologhi, la stima del movimento e la fusione dei dati provenienti dalle quattro camere. Gli algoritmi SLAM possono contribuire a ricostruire nello stesso momento la traiettoria della piattaforma e la forma dell’ambiente.

Il risultato può essere una nuvola di punti, una mesh o un Digital Terrain Model. La qualità del prodotto deve essere verificata con misure indipendenti. Nel caso della Cava Bertocchi, il modello fotogrammetrico sarà confrontato con un rilievo ottenuto tramite laser altimetro. Il confronto consentirà di stimare l’errore sulle quote, la deriva della traiettoria e la capacità di ricostruire pareti verticali e superfici con poca tessitura.

Per un’applicazione planetaria è importante distinguere una superficie visivamente coerente da una misura geometrica affidabile. La validazione quantitativa sarà quindi una delle fasi centrali dello sviluppo.

La missione Daedalus verso Marius Hills

Il concetto Daedalus è stato sviluppato nell’ambito degli studi ESA SysNova e di una successiva attività Concurrent Design Facility. Il principale obiettivo è l’esplorazione della Marius Hills Hole, una depressione verticale situata nell’Oceanus Procellarum, nella regione equatoriale della Luna.

La cavità è stata individuata grazie alle osservazioni della missione giapponese SELENE-Kaguya. Le immagini hanno mostrato un’apertura verticale con dimensioni stimate nell’ordine di alcune decine di metri e una profondità di circa 80-90 metri. Dati successivi di altre missioni hanno rafforzato l’interesse per la possibile presenza di vuoti sotterranei. La continuità e lo sviluppo effettivo del lava tube non sono ancora stati verificati direttamente da un robot. [web:5][web:15]

La sequenza operativa ipotizzata prevede l’arrivo di un rover sul bordo della skylight. Un sistema di calata dovrebbe abbassare la sfera robotica lungo il pozzo. Durante la discesa, prevista per circa 50 metri nel progetto descritto da INAF, il cavo potrebbe fornire energia e trasmettere dati.

Una volta raggiunta la parte inferiore, Daedalus potrebbe sganciarsi e procedere autonomamente. Il robot non è concepito per tornare in superficie. La fase profonda dovrebbe basarsi soprattutto su lidar e sensori ambientali, perché non è prevista un’illuminazione artificiale per le camere ottiche.

Perché studiare le cavità lunari

I lava tube si formano quando la parte esterna di una colata lavica si raffredda, mentre il materiale interno continua a scorrere. L’esaurimento del flusso può lasciare un condotto vuoto. Il crollo parziale del tetto può generare una skylight, cioè un’apertura che collega la superficie al sistema sotterraneo.

Le cavità lunari interessano la ricerca per la loro possibile funzione di schermatura. La roccia sovrastante può ridurre l’esposizione a micrometeoriti e radiazioni rispetto alla superficie. L’ambiente sotterraneo potrebbe anche presentare variazioni termiche più contenute. Queste condizioni spiegano l’interesse per future missioni robotiche e, in prospettiva, per l’esplorazione umana.

Si tratta di potenzialità, non di condizioni già dimostrate per ogni cavità. Non è ancora noto se la Marius Hills Hole conduca a un ambiente ampio, stabile e percorribile. Restano da valutare accesso, comunicazioni, polvere, regolite, ostacoli, stabilità delle pareti e disponibilità energetica.

Un collegamento con la speleologia terrestre

Il progetto richiama diversi metodi della speleologia. Anche in una grotta terrestre il rilievo serve a trasformare osservazioni parziali in una rappresentazione spaziale. Sono importanti la ridondanza delle misure, la valutazione dell’incertezza e l’individuazione delle zone non osservate.

Le condizioni operative restano molto diverse. Una grotta terrestre può essere raggiunta da persone o robot, dispone di atmosfera e può essere illuminata artificialmente. Un lava tube lunare richiede invece sistemi autonomi, collegamenti radio, gestione della polvere e strumenti capaci di operare nel vuoto e in condizioni termiche difficili.

Il confronto è utile soprattutto sul piano metodologico. Prima di discutere la possibilità di una base, la cavità dovrà essere misurata, mappata e interpretata. DaedalusCam è pensata per la prima parte di questo percorso: osservare l’ingresso, documentare la discesa e produrre un modello tridimensionale delle pareti.

Prossimi sviluppi della tecnologia

La campagna sui Monti Lessini ha mostrato la possibilità di utilizzare la configurazione completa a quattro camere durante un volo con drone. Il gruppo dovrà ora completare l’elaborazione delle immagini e verificare la precisione del modello rispetto al rilievo laser.

Tra le criticità da affrontare ci sono la gestione della luce solare, la differenza di esposizione tra le camere, la distorsione ottica e la quantità di dati da elaborare. Un campo di vista così ampio aumenta la copertura, ma può introdurre saturazione, riflessi e perdita di contrasto quando la sorgente luminosa entra nell’inquadratura.

Sono allo studio ulteriori test in ambienti vulcanici naturali, comprese possibili campagne nelle grotte dell’Etna. Un simile passaggio permetterebbe di avvicinare la sperimentazione alle condizioni di una cavità, mantenendo la possibilità di intervento diretto degli operatori.

La data del 2033, citata nelle prime fasi del progetto Daedalus, non risulta confermata. Le informazioni più recenti riportano un orizzonte successivo al 2033 e non indicano ancora un lancio operativo definito. DaedalusCam rappresenta quindi una tecnologia in sviluppo all’interno di un concetto di missione, non uno strumento già inserito in una missione lunare finanziata e programmata.

Fonti

Dedalus

L'articolo Dalle cave del Vicentino alle grotte sulla Luna: DaedalusCam testa la ricostruzione 3D proviene da Scintilena.

  •  

Colli Euganei, dopo vent’anni gli speleologi tornano nella “Busa della Casara”

Condividi

Il Gruppo Speleologico Padovano CAI è tornato a esplorare l’antico acquedotto sotterraneo di Cinto Euganeo. Un primo sopralluogo per verificare lo stato di conservazione del sito e preparare una nuova documentazione fotografica e video

Dopo circa vent’anni gli speleologi sono tornati nella “Busa della Casara”, uno dei sotterranei artificiali più interessanti del territorio del Parco Regionale dei Colli Euganei, nel Padovano.

A darne notizia è il Gruppo Speleologico Padovano CAI, che ha pubblicato le prime immagini del sopralluogo effettuato nell’antico acquedotto, con la partecipazione, tra gli altri, dello storico speleologo Adriano Menin.

La Busa della Casara è un acquedotto sotterraneo di probabile origine romana, scavato nelle rocce vulcaniche dei Colli Euganei, tra trachite e riolite. Un’opera particolarmente interessante anche considerando la difficoltà di lavorazione di queste rocce e le tecniche disponibili all’epoca della sua realizzazione.

Il sistema intercetta le acque che si infiltrano più a monte e le convoglia attraverso una successione di condotte dalle caratteristiche molto differenti.

All’interno si incontrano infatti tratti alti e stretti scavati direttamente nella roccia viva, settori rinforzati con murature e passaggi molto bassi, percorribili soltanto procedendo carponi.

Tra gli ambienti più caratteristici il Gruppo segnala la cosiddetta “Galleria dei Giganti”, una condotta che raggiunge circa tre metri di altezza.

Particolarmente suggestive sono inoltre le volte a cappuccina, ancora conservate all’interno del sotterraneo e riconoscibili per la caratteristica sezione triangolare. È proprio questo uno degli elementi architettonici che rendono la Busa della Casara un manufatto sotterraneo di notevole interesse storico e archeologico.

Secondo quanto riferisce il Gruppo Speleologico Padovano CAI, il complesso potrebbe rappresentare uno degli ultimi esempi ancora esistenti in Veneto di collettore sotterraneo di epoca romana, insieme alla “Bot” di Asolo.

Un primo sopralluogo dopo vent’anni

L’esplorazione effettuata in questi giorni ha avuto soprattutto carattere preliminare.

Dopo circa vent’anni dall’ultima possibilità di accesso, gli speleologi hanno voluto verificare le condizioni generali dell’acquedotto e lo stato dei diversi tratti della struttura.

Il sopralluogo dovrebbe essere seguito da nuovi ingressi dedicati a una documentazione fotografica e video più approfondita e ad alta definizione, con l’obiettivo di registrare nel dettaglio le caratteristiche e lo stato di conservazione del sotterraneo.

Le fotografie diffuse in queste ore dal Gruppo sono infatti definite dagli stessi speleologi immagini “speditive”, realizzate durante questa prima ricognizione.

Il Gruppo Speleologico Padovano CAI ha ringraziato l’Amministrazione comunale di Cinto Euganeo e in particolare il sindaco Rocca, che ha consentito l’accesso al sito, auspicando che il nuovo lavoro di documentazione possa contribuire a riportare attenzione e interesse pubblico su questo particolare patrimonio sotterraneo dei Colli Euganei.

Curiosa anche una conseguenza del sopralluogo raccontata dagli stessi speleologi: il passaggio all’interno delle condotte ha rimesso in sospensione parte del fango presente sul fondo, successivamente trasportato dall’acqua fino alla vasca esterna. Il Gruppo si è quindi scusato con gli abitanti che, proprio durante le operazioni, si erano recati alla fonte per rifornirsi d’acqua.

Quello appena concluso rappresenta soltanto il primo ritorno nella Busa della Casara. Le prossime esplorazioni permetteranno di documentare con maggiore dettaglio un’opera sotterranea che costituisce una testimonianza particolarmente rara della storia del territorio euganeo.

Fonte e immagini: post social Gruppo Speleologico Padovano CAI

L'articolo Colli Euganei, dopo vent’anni gli speleologi tornano nella “Busa della Casara” proviene da Scintilena.

  •  

Congresso SGI-SIMP 2026 a Padova: geoscienze, acqua e vulnerabilità dei territori carsici

Condividi

Dal 14 al 17 settembre le iniziative del Congresso SGI-SIMP 2026 riuniscono a Padova ricercatori e professionisti. Al centro: risorse minerarie, rischi naturali, transizione energetica e protezione degli acquiferi carsici.

Congresso SGI-SIMP 2026, il calendario di Padova

Padova ospita dal 15 al 17 settembre il Congresso Nazionale Congiunto della Società Geologica Italiana e della Società Italiana di Mineralogia e Petrologia. Il titolo dell’edizione 2026 è “Ter(r)ra: Risorse, Rischi, Rispetto”.

Le attività iniziano il 14 settembre con il PhD Day al Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova.

La distinzione delle date è utile per i partecipanti. Il congresso scientifico si svolge infatti nei tre giorni dal 15 al 17 settembre, mentre il 14 settembre è dedicato alla formazione dei dottorandi e all’apertura. Il programma pubblicato indica registrazioni, sessioni orali e poster, riunioni delle società scientifiche e quattro appuntamenti plenari distribuiti tra il 14 e il 17 settembre.

Il Congresso SGI-SIMP 2026 mette in relazione discipline che spesso vengono percepite come distanti dalla vita quotidiana. Geologia, mineralogia e petrologia intervengono nella ricerca e nella gestione delle materie prime, delle acque sotterranee, della stabilità dei versanti, della sismicità e dei paesaggi. Sono conoscenze che servono anche a valutare gli effetti territoriali delle infrastrutture e dei cambiamenti climatici.

Ter(r)ra: risorse, rischi e rispetto

Il tema scelto propone tre termini collegati. Le risorse comprendono minerali, rocce, acqua e suolo. I rischi riguardano frane, terremoti, alluvioni, erosione, dissesti e contaminazione delle falde. Il rispetto rimanda a una pianificazione che tenga conto dei tempi geologici e dei limiti fisici dei territori.

La transizione energetica richiede materiali non rinnovabili. Pannelli fotovoltaici, batterie, reti elettriche e impianti eolici dipendono da filiere minerarie e da valutazioni geologiche. Per questo il confronto sulle georisorse non riguarda solo l’estrazione. Include il riuso dei materiali, la riduzione degli impatti, la sicurezza degli approvvigionamenti e la scelta dei siti.

Il Congresso SGI-SIMP 2026 si inserisce in questo quadro. Il programma prevede nove sessioni scientifiche parallele, poster, workshop ed escursioni prima e dopo l’evento. Fra le aree tematiche figura l’osservazione della Terra, il monitoraggio ambientale e dei pericoli naturali. Sono ambiti vicini anche alla speleologia, perché la lettura delle strutture geologiche e delle acque sotterranee è essenziale per comprendere cavità, acquiferi e dinamiche carsiche.

Vulnerabilità dei territori carsici e delle falde

La vulnerabilità dei territori carsici richiede un’attenzione specifica. Nei calcari e nelle dolomie fratturati e carsificati, l’acqua può infiltrarsi attraverso fessure, doline, inghiottitoi, pozzi naturali e condotti sotterranei. Questi percorsi collegano talvolta in modo rapido la superficie agli acquiferi.

Questa stessa efficienza di drenaggio rende preziose le riserve idriche sotterranee. Può anche ridurre il tempo disponibile per intercettare un contaminante. In condizioni di carsismo profondo e completo, la capacità di filtrazione e attenuazione esercitata dal suolo e dalla zona non satura può essere molto inferiore rispetto ad altri contesti idrogeologici. Un inquinante veicolato dall’acqua può quindi raggiungere la falda più velocemente.

La vulnerabilità dei territori carsici non coincide soltanto con l’inquinamento. Include il rischio di allagamento nelle conche chiuse e presso gli inghiottitoi ostruiti, l’instabilità locale legata a cavità e fenomeni di sprofondamento, l’alterazione delle circolazioni sotterranee e il danneggiamento degli ecosistemi ipogei. Le pressioni possono derivare da scarichi, attività agricole, discariche, cave, urbanizzazione e modifiche del reticolo di drenaggio.

Una ricerca pubblicata da ISPRA sul Salento meridionale descrive bene il problema. Nelle aree dove sono presenti collegamenti rapidi fra superficie e acquifero, l’attenuazione degli inquinanti risulta bassa. Lo studio evidenzia anche come le attività umane modifichino la vulnerabilità complessiva: centri abitati, aree industriali, pozzi, canali e vore possono far crescere il livello di rischio. Le carte di vulnerabilità rappresentano quindi strumenti utili alla pianificazione, insieme al controllo delle sorgenti di pressione e alla manutenzione dei sistemi di drenaggio.

Per la speleologia, la vulnerabilità dei territori carsici è anche un tema di documentazione e responsabilità. Il rilievo delle cavità, il censimento degli ingressi assorbenti, le prove con traccianti quando autorizzate e il monitoraggio delle acque contribuiscono alla conoscenza del sistema. I dati devono dialogare con gli enti competenti, con i gestori idrici e con la pianificazione comunale e regionale.

Plenarie e formazione nel Congresso SGI-SIMP 2026

Il programma del Congresso SGI-SIMP 2026 apre il 14 settembre con Haakon Fossen, geologo noto per gli studi di geologia strutturale e tettonica. Il 15 settembre è prevista la plenaria di Max W. Schmidt. Il 16 settembre interviene il filosofo della scienza Telmo Pievani. La chiusura del 17 settembre è affidata a Massimo Lombardini, con un intervento dedicato al rapporto fra energia e geopolitica.

Il 14 settembre si svolge anche il PhD Day “Plan Projects for Your Future: AI’s potential in proposal writing assistance”. L’iniziativa è rivolta ai dottorandi in Scienze della Terra. Il programma comprende la scrittura delle proposte progettuali, le opportunità di finanziamento e un’attività pratica guidata. L’intelligenza artificiale viene presentata come supporto per bozze, strutture logiche e linguaggio, senza sostituire originalità e responsabilità del ricercatore.

L’appuntamento padovano offre dunque una sede di confronto utile anche per chi si occupa di grotte e carsismo. La protezione delle falde, la gestione del rischio e la conoscenza del sottosuolo richiedono competenze integrate. Il Congresso SGI-SIMP 2026 riporta questi temi nel dibattito delle geoscienze, con ricadute dirette sulle scelte territoriali.

Fonti

L'articolo Congresso SGI-SIMP 2026 a Padova: geoscienze, acqua e vulnerabilità dei territori carsici proviene da Scintilena.

  •  

Marmarole sotterranee, lo Speleo Team Conegliano riapre l’Abisso Tiziano: esplorazione fino a -150 metri

Condividi

Il campo Marmarole sotterranee del 10-16 agosto 2026 ha riportato gli speleologi del CAI Conegliano nell’Abisso Tiziano, sulle Dolomiti Cadorine, dopo decenni di assenza. L’esplorazione ha raggiunto circa 150 metri di profondità senza arrivare al fondo, aprendo una nuova fase di ricerca nei Lastoni delle Marmarole.

Marmarole sotterranee, una nuova campagna esplorativa nel cuore delle Dolomiti

Una nuova campagna di esplorazione speleologica ha riportato l’attenzione sul carsismo d’alta quota dei Lastoni delle Marmarole, nel Centro Cadore. Lo Speleo Team Conegliano, gruppo della Sezione CAI di Conegliano, ha organizzato dal 10 al 16 agosto 2026 un campo esplorativo con base al Rifugio Tiziano.

L’iniziativa nasce da una serie di precedenti ricognizioni condotte dal gruppo nelle aree alpine del Veneto. La documentazione della Sezione CAI di Conegliano indica infatti le Marmarole, insieme al Sorapis, tra le zone interessate dalle battute di ricerca del 2025. Per il 2026 era stata programmata una presenza più strutturata in quota, con più giorni consecutivi dedicati alla ricerca.

Il campo Marmarole sotterranee si inserisce quindi in un progetto di più lungo periodo. L’obiettivo non è soltanto scendere in una cavità conosciuta, ma verificare il potenziale carsico dell’intero settore, individuando nuovi ingressi e cercando di comprendere i collegamenti tra le cavità già note.

L’Abisso Tiziano e la storia delle esplorazioni

La zona non è nuova alla speleologia. Già negli anni Ottanta la Ronda Speleologica Imolese aveva effettuato ricerche sistematiche nella balconata carsica nei pressi del bivacco dei Fratelli Toso. Le esplorazioni avevano portato all’inserimento a catasto di numerosi ingressi.

Tra le cavità più importanti figura l’Abisso Tiziano, dedicato al grande pittore di Pieve di Cadore. Il Catasto delle Grotte del Veneto identifica la cavità con il numero 5000 e la colloca nel territorio di Auronzo di Cadore, presso il Bivacco Tiziano, a circa 2270 metri di quota. La documentazione catastale disponibile indica una profondità storica di 301 metri e uno sviluppo di 790 metri.

Il dato storico è importante per comprendere il significato della nuova campagna. L’attuale squadra non si è trovata davanti a una cavità sconosciuta, ma a un abisso esplorato decenni fa e rimasto per lungo tempo senza nuove discese. Il ritorno degli speleologi permette quindi di rileggere un ambiente già conosciuto alla luce delle tecniche, delle attrezzature e delle conoscenze attuali.

A -150 metri senza raggiungere il fondo

Durante la settimana di permanenza al campo, gli speleologi sono riusciti a dedicare quattro giornate all’attività sotterranea. La discesa ha permesso di raggiungere circa 150 metri sotto la superficie.

Il risultato più significativo è anche una conferma: l’Abisso Tiziano appare più complesso di quanto suggerisse il rilievo storico utilizzato come riferimento prima della spedizione. La conformazione della cavità e la presenza di diversi passaggi hanno richiesto tempi di esplorazione maggiori rispetto alle previsioni iniziali.

La squadra non ha raggiunto il fondo. Il lavoro, quindi, non può essere considerato concluso. Al contrario, la campagna ha aperto un nuovo cantiere esplorativo.

Questa è la caratteristica principale delle Marmarole sotterranee: l’obiettivo non coincide con una semplice profondità da raggiungere, ma con la possibilità di ricostruire un sistema ipogeo più articolato.

La logistica dell’esplorazione d’alta quota

Le difficoltà non sono soltanto sotterranee. I Lastoni delle Marmarole sono un ambiente d’alta quota nel quale anche il trasporto delle attrezzature rappresenta una parte rilevante della spedizione.

Il materiale deve essere portato fino alla zona degli ingressi attraverso un percorso con circa 1.200-1.300 metri di dislivello positivo, a seconda del punto di partenza e dell’itinerario utilizzato. Il Rifugio Tiziano costituisce un importante punto d’appoggio.

Un problema specifico è rappresentato dall’acqua. In quota non sono disponibili con facilità sorgenti utilizzabili per sostenere una permanenza prolungata. Per il campo 2026 una parte dell’attrezzatura e delle riserve idriche è stata trasportata in quota anche con l’ausilio di un elicottero, grazie al contributo della Sezione CAI di Conegliano.

La logistica diventa quindi parte integrante dell’esplorazione. Più giorni in quota significano più materiale, più acqua e una pianificazione precisa delle attività.

Ricerca di nuovi ingressi e carsismo delle Marmarole

L’attività dello Speleo Team Conegliano non si limita all’Abisso Tiziano. Una parte importante del progetto riguarda la prospezione superficiale.

Le ricerche precedenti avevano già evidenziato il potenziale carsico dei Lastoni. La pagina dedicata al gruppo speleologico della Sezione CAI Conegliano ricorda inoltre le prospezioni effettuate nel Van delle Sasse, sui Lastoi del Formin e sulle Marmarole, con risultati considerati incoraggianti.

La ricerca in alta montagna presenta caratteristiche diverse rispetto alla speleologia condotta in aree più accessibili. Ogni nuovo ingresso può richiedere una lunga marcia, il trasporto dell’attrezzatura e successive discese di verifica.

Per questo il progetto Marmarole sotterranee dovrà necessariamente proseguire attraverso una combinazione di ricerca esterna, rilievo topografico, esplorazione degli abissi già conosciuti e verifica delle possibili connessioni.

Le attività recenti dello Speleo Team Conegliano

L’attività dello Speleo Team Conegliano comprende anche ricerca, formazione, documentazione e divulgazione.

Il gruppo è nato nel 2018 con l’obiettivo di ricercare e mappare le cavità naturali della sinistra Piave, della fascia pedemontana tra Cesen e Visentin e dell’area del Cansiglio. Negli anni successivi ha esteso l’attività alla speleologia alpina, con campagne nei massicci del Veneto.

Nel 2025 il gruppo ha svolto numerose battute di ricerca nelle aree di Sorapis e Marmarole. Nello stesso periodo ha continuato l’esplorazione nei Piani Eterni, dove una cavità in corso di studio potrebbe intercettare il grande sistema sotterraneo principale. Sono state inoltre effettuate attività di posizionamento e riesplorazione in Cansiglio, nella zona di Pian Rosada e Valmenera.

Sempre in Cansiglio, il gruppo ha collaborato nel 2025 alla pulizia e al ripristino di una piccola cavità in zona Valmenera, dalla quale è stato rimosso circa un quintale di rifiuti. È stato inoltre avviato un progetto per il censimento della fauna ipogea del Bus della Genziana e un’attività di censimento delle sorgenti sul versante del lago di Santa Croce, in vista di un futuro progetto di tracciamento delle acque sotterranee.

Queste attività mostrano come l’esplorazione venga affiancata da una crescente attenzione alla documentazione, alla ricerca ambientale e alla conoscenza del territorio.

Dai Piani Eterni alle Marmarole: una ricerca che continua

Un altro fronte importante è quello dei Piani Eterni. La storia esplorativa di questa area è documentata nella pubblicazione Speleologia Veneta 2024. Il sistema è stato interessato da decenni di ricerche e ha raggiunto profondità superiori ai mille metri.

Lo Speleo Team Conegliano partecipa a questo percorso esplorativo e, secondo la relazione della Sezione CAI, continua a lavorare su una cavità che potrebbe intercettare il grande sistema principale dei Piani Eterni.

La ricerca nelle Marmarole segue una logica analoga. Si parte da cavità note e da aree già individuate come interessanti, poi si procede con nuove prospezioni e verifiche. In alta montagna, la distanza tra un ingresso e l’altro può essere breve in linea d’aria, ma molto impegnativa da percorrere in superficie.

Formazione e divulgazione: il programma 2026

Lo Speleo Team mantiene anche una forte componente formativa. La Sezione CAI Conegliano ha organizzato nel 2025 uno stage di avvicinamento alla speleologia in collaborazione con la Scuola Nazionale di Speleologia.

Per il 2026 è stato inoltre programmato il 7° corso di avvicinamento alla speleologia, previsto tra settembre e ottobre. Il corso rappresenta uno degli strumenti attraverso i quali il gruppo continua a coinvolgere nuovi praticanti e a trasmettere tecniche di progressione, sicurezza e conoscenza dell’ambiente sotterraneo.

La divulgazione passa anche dalle attività con altri gruppi e dalle iniziative rivolte ai giovani. Nel marzo 2026, per esempio, lo Speleo Team Conegliano ha accompagnato un’uscita di Alpinismo Giovanile al Bus della Rana insieme agli speleologi del Gruppo Grotte CAI Schio.

Un cantiere speleologico ancora aperto

La campagna 2026 nell’Abisso Tiziano non consegna un nuovo record di profondità. Consegna qualcosa di più utile per la ricerca: una serie di interrogativi nuovi.

Raggiungere circa -150 metri senza arrivare al fondo significa che una parte significativa dell’abisso deve ancora essere verificata con le nuove esplorazioni. Il rilievo storico dovrà essere confrontato con le osservazioni effettuate durante la nuova campagna.

Le Marmarole sotterranee tornano quindi al centro dell’attività dello Speleo Team Conegliano. La prospettiva è quella di continuare la ricerca nei prossimi anni, combinando esplorazione, rilievo e prospezione in superficie.

L’alta quota impone tempi lunghi e una logistica complessa. Proprio per questo il campo estivo non rappresenta un episodio isolato, ma l’avvio di una nuova fase di lavoro. Le prossime campagne dovranno stabilire quanto lontano possa portare questa nuova esplorazione dell’Abisso Tiziano e quali rapporti esistano tra le cavità dei Lastoni delle Marmarole.

Fonti

Club Alpino Italiano – Sezione di Conegliano, Gruppo Speleologico:
https://www.caiconegliano.it/gruppi/gruppo-speleologico/

Club Alpino Italiano – Sezione di Conegliano, Assemblea generale 2026, relazione sulle attività speleologiche 2025 e programmi 2026:
https://www.caiconegliano.it/wp-content/uploads/2026/03/Assemblea_2026.pdf

Club Alpino Italiano – Sezione di Conegliano, Campo Speleologico Marmarole 2026:
https://www.caiconegliano.it/eventi/elenco/?eventDisplay=past

Catasto delle Grotte del Veneto, elenco catastale:
https://www.catastogrotteveneto.it/Content/Document/elencocatasto%20WISH-1.1.3.pdf

? Speleologia Veneta, volume 24, 2024 – “Alla ricerca della porta per Samarcanda”:
https://www.speleologiaveneta.it/index.php/pubblicazioni-speleologia-veneta/speleologia-veneta?element=8199f541-542f-4f18-a940-62bff135323f&format=raw&item_id=753&method=download&task=callelement

? Club Alpino Italiano – Sezione di Conegliano, notiziario Montagna Insieme n. 60:
https://www.caiconegliano.it/pubblicazioni_sezionali/Montagna_Insieme/Montagna_Insieme_60_-_Dicembre_2024.pdf

? Scintilena, attività scientifica e di monitoraggio nel Bus de la Genziana:
https://www.scintilena.com/la-stazione-geofisica-ipogea-del-bus-de-la-genziana-in-cansiglio-compie-20-anni/01/25/

? Club Alpino Italiano – Sezione di Conegliano, calendario attività 2026:
https://www.caiconegliano.it/eventi/

L'articolo Marmarole sotterranee, lo Speleo Team Conegliano riapre l’Abisso Tiziano: esplorazione fino a -150 metri proviene da Scintilena.

  •  

Docufilm Salafossa, il pubblico riporta al centro la miniera del Comelico

Condividi

Docufilm Salafossa e attività esplorative: oltre 300 spettatori alla prima di Santo Stefano di Cadore. Il lavoro speleologico sui dodici livelli si intreccia ora con sicurezza, tutela e ipotesi di valorizzazione.

La prima del docufilm Salafossa

Il docufilm Salafossa – L’ultima miniera del Cadore ha richiamato un pubblico numeroso al Cinema Piave di Santo Stefano di Cadore. Più di 300 spettatori hanno reso esaurita la proiezione delle 16 e hanno occupato circa metà della sala nella replica delle 18.

La partecipazione ha accompagnato il ritorno pubblico di un luogo centrale nella storia industriale del Comelico. Salafossa è un complesso minerario sotterraneo legato all’estrazione di piombo e zinco, attivo nella sua fase più produttiva dal 1959 al 1986. Sorge nell’area di Presenaio, in comune di San Pietro di Cadore, sulla sinistra orografica del Piave. Le strutture oggi rimaste sono considerate una testimonianza di archeologia industriale, anche se in condizioni compromesse.

Alla presentazione erano presenti il presidente della Provincia di Belluno e della Fondazione Dolomiti UNESCO, sindaci del territorio, presidenti delle Regole montane e il presidente dell’Ordine dei Geologi della provincia di Belluno. Quest’ultimo ha illustrato al pubblico le condizioni statiche del sito. Un passaggio rilevante, perché lega la prospettiva culturale del docufilm Salafossa alla necessità di valutazioni tecniche puntuali.

Sul palco sono saliti anche speleologi veneti impegnati nel progetto e una decina di ex minatori e operai. Il loro incontro, dopo molti decenni, ha riportato nel racconto della miniera l’esperienza delle persone che ne hanno sostenuto il lavoro quotidiano.

Attività esplorative Salafossa

Le recenti attività esplorative Salafossa costituiscono la base documentaria del film. Il progetto è nato da circa tre anni di esplorazioni, rilievi fotografici e raccolta di testimonianze condotti dal Gruppo Speleologico San Marco con la Regola di San Pietro di Cadore e Treviso Sotterranea. Le fonti disponibili descrivono un sistema di dodici livelli e circa 15 chilometri di gallerie ancora documentabili.

Nel 2025, il materiale prodotto durante le attività esplorative Salafossa è confluito nella mostra fotografica “Salafossa, l’ultima miniera del Cadore”, ospitata a Villa Poli De Pol di San Pietro di Cadore. Quel percorso ha consentito di presentare immagini degli ambienti minerari, delle strutture e della storia sociale del sito. Furono inoltre anticipate una monografia e il documentario poi arrivato in sala.

Il programma della prima aveva incluso una visita speleologica mattutina ai dodici livelli della miniera. Le esplorazioni non sono quindi riducibili alla sola ripresa cinematografica. Hanno prodotto una conoscenza diretta degli spazi e delle loro condizioni, offrendo una documentazione utile alla memoria del lavoro minerario e a qualsiasi discussione futura sul recupero del complesso.

Sicurezza della miniera Salafossa

Le attività esplorative Salafossa si svolgono in un quadro delicato. Ad agosto 2026 la Regione Veneto ha chiesto alla Regola di Presenaio di chiudere gli accessi ai sotterranei per ragioni di sicurezza. Secondo quanto riportato dalla stampa locale, fino a quel momento gli ingressi erano stati autorizzati a gruppi di speleologi qualificati, impegnati anche nella fotografia e nella documentazione dei tratti accessibili.

La miniera ha chiuso definitivamente nel 1986, dopo una fase segnata anche dalla frana del 1980. La lunga assenza di attività produttiva e manutenzione impone di separare con chiarezza l’interesse esplorativo dalla fruizione libera. La scheda dell’Ecomuseo delle Dolomiti Piave indica che gli imbocchi e l’area non sono consigliati per l’accesso, mentre le strutture restano osservabili dalle strade prospicienti.

Per il futuro, le condizioni statiche, gli accessi, la bonifica e la gestione del rischio dovranno essere verificati dagli enti competenti. Il valore delle immagini e dei rilievi non sostituisce queste procedure. Può però contribuire a individuare le priorità di conoscenza e conservazione.

Valorizzazione del Comelico

Il Progetto Salafossa prosegue con nuove presentazioni del docufilm Salafossa in altre sedi. Il percorso annunciato con Regole e amministrazioni locali punta a fare divulgazione e a valutare una valorizzazione turistica del sito. Non si tratta di un esito automatico. Per trasformare una miniera dismessa in un luogo visitabile servono studi, risorse, soluzioni di messa in sicurezza e un modello gestionale continuativo.

In questo quadro, l’apporto speleologico può essere concreto. Le attività esplorative Salafossa hanno già messo in relazione ambiente sotterraneo, archeologia industriale, fotografie e memorie orali. Il docufilm amplia la platea di questo patrimonio. La prossima fase dipenderà dalla capacità di conciliare tutela delle persone, conservazione dei manufatti e identità della valle del Comelico.

Fonti

L'articolo Docufilm Salafossa, il pubblico riporta al centro la miniera del Comelico proviene da Scintilena.

  •  

Sotto l’Adriatico un territorio perduto: ricostruito il paesaggio delle comunità preistoriche

Condividi

Uno studio dell’Università di Southampton e e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS ricostruisce pianure, lagune e antiche coste dell’Alto Adriatico tra 9000 e 4000 a.C. Una parte della preistoria europea oggi si trova sotto il mare

Sotto l’Alto Adriatico ci sono, certo, i fondali marini: ma c’è anche un paesaggio perduto.

Pianure, zone umide, lagune, delta e antiche linee di costa che migliaia di anni fa facevano parte del territorio frequentato dalle comunità preistoriche sono oggi nascoste sotto il mare.

Un nuovo studio dell’Università di Southampton e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS ha ricostruito l’evoluzione di questo paesaggio tra il 9000 e il 4000 a.C., durante il Mesolitico e il Neolitico.

Il protagonista della ricerca è proprio il territorio scomparso sotto il mare.

Geofisica per ricostruire un paesaggio invisibile

Lo studio, pubblicato su Quaternary Science Reviews, è firmato da Samuele Ongaro, Federica Donda, Emanuele Lodolo, Enrico Gordini, Rachel Bynoe e Fraser Sturt e si intitola Palaeolandscape reconstructions for the Northern Adriatic: Inundation models, depositional environments, and potential archaeological implications.

I ricercatori hanno combinato dati provenienti dalle carote di sedimento con nuovi dati geofisici ad alta risoluzione acquisiti dall’OGS, identificando gli antichi ambienti deposizionali e realizzando modelli dell’avanzamento del mare.

Ne emerge una geografia molto diversa da quella attuale: diverse generazioni di barriere costiere e zone retrostanti, lagune, paludi e delta. Questi ambienti si sviluppavano durante le fasi di rallentamento dell’innalzamento del mare e potevano essere successivamente sommersi durante nuove fasi di ingressione marina.

Non era quindi soltanto una costa che arretrava. Era un intero paesaggio che cambiava.

Terre frequentate dalle comunità preistoriche

La ricostruzione ha importanti implicazioni archeologiche. Le zone umide costiere dell’Alto Adriatico erano ambienti ricchi di risorse e potevano risultare particolarmente attrattive per i cacciatori-raccoglitori del Mesolitico.

Con l’innalzamento del mare cambiavano però la posizione delle coste, le risorse disponibili e gli stessi territori abitabili. Il processo continuò anche nel Neolitico, mentre lungo l’Adriatico si diffondevano le comunità agricole.

La ricerca consente quindi di aggiungere all’archeologia terrestre una parte fondamentale della geografia preistorica oggi invisibile.

«Una porzione significativa dei territori frequentati dalle popolazioni antiche si trova oggi sott’acqua», osserva Federica Donda, geologa marina dell’OGS e coautrice dello studio. Per questo, sottolineano i ricercatori, i fondali devono essere considerati parte integrante del patrimonio archeologico.

Uno sguardo interessante anche dal Carso

La ricerca assume un interesse particolare anche per chi studia la preistoria dell’area carsica e nord-adriatica.

Le grotte e i ripari del Carso conservano testimonianze delle popolazioni preistoriche, ma il territorio nel quale quelle comunità si muovevano era molto diverso da quello che osserviamo oggi. Una parte delle pianure e delle antiche coste è stata progressivamente sommersa dall’Adriatico.

La nuova ricerca non stabilisce un collegamento diretto tra specifiche cavità carsiche e siti sommersi. Offre però uno strumento per ricostruire il paesaggio esterno nel quale vivevano e si spostavano le popolazioni preistoriche, restituendo alla ricerca territori che la geografia moderna ha cancellato dalla vista.

C’è infine una curiosa vicinanza geografica con il mondo speleologico: l’OGS, che ha acquisito i nuovi dati geofisici utilizzati nello studio, ha la propria sede a Borgo Grotta Gigante 42/C, a Sgonico, sul Carso triestino.

Dal Carso, dunque, la geofisica guarda sotto l’Adriatico per ricostruire un territorio che non possiamo più percorrere.

Oggi quel paesaggio è sotto il mare. Ma non è scomparso dalla storia.

Fonti

Ongaro S., Donda F., Lodolo E., Gordini E., Bynoe R., Sturt F., Palaeolandscape reconstructions for the Northern Adriatic: Inundation models, depositional environments, and potential archaeological implications, Quaternary Science Reviews, 2026.

Studio scientifico — Palaeolandscape reconstructions for the Northern Adriatic, Ongaro et al., Quaternary Science Reviews 391 (2026), 110206, DOI 10.1016/j.quascirev.2026.11020

https://eurekamag.com/research/109/299/109299924.php

Abstract MESO2025 di Samuele Ongaro

https://sfera.unife.it/bitstream/11392/2616850/1/2025_MESO25_abstract.pdf

Foto: Laguna di Grado. Il paesaggio lagunare attuale evoca gli ambienti di acque basse, zone umide e terre emerse ricostruiti dagli studiosi nell’Alto Adriatico preistorico. Foto: Gugganij / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0.

L'articolo Sotto l’Adriatico un territorio perduto: ricostruito il paesaggio delle comunità preistoriche proviene da Scintilena.

  •  

Buso del Seciòn: è nato il quinto ingresso del sistema Rana–Pisatela

Condividi

Due mesi di esplorazioni, risalite, misure ARVA, un falso indizio e infine le voci che si incontrano attraverso un metro di terra: il Gruppo Grotte Schio CAI apre un nuovo accesso al grande sistema sotterraneo

Cesare Raumer racconta in prima persona una storia di tenacia, tecnica, intuizione e passione speleologica

In alcune esplorazioni i la scoperta arriva alla fine di anni di tentativi.

In altre, nel giro di poche settimane, una serie di intuizioni, errori, verifiche, risalite e ostinazione riesce a trasformare un punto quasi invisibile nel bosco in una nuova porta verso un grande sistema sotterraneo.

È ciò che è accaduto al Gruppo Grotte Schio CAI, che nell’estate 2026 ha portato a termine un risultato davvero entusiasmante: l’apertura del quinto ingresso del Sistema Sotterraneo Buso della Rana–Pisatela. Il nuovo accesso è stato battezzato Buso del Seciòn.

Il “buchetto” individuato in superficie durante le ricerche con gli ARVA: sembrava la strada giusta, ma avrebbe condotto gli esploratori a un falso ingresso

La cosa straordinaria è anche dove si trova. Il Seciòn si apre ad appena otto metri dall’ingresso della Pisatela e tre metri più in basso. Eppure, per andare sottoterra dall’uno all’altro, occorre percorrere quasi un chilometro. Il nuovo ingresso costituisce così una sorta di accesso diretto al cuore della Pisatela, con conseguenze importanti non soltanto per le future esplorazioni, ma anche per un eventuale intervento del Soccorso Speleologico nelle zone più interne.

Il punto, contrassegnato dalla pietra, dove sotto inizierà il “Buco del Seciòn”

Il risultato finale racconta solo una parte della storia. Per arrivarci sono serviti una buona conoscenza della grotta e del suo rilievo, risalite impegnative, il confronto continuo fra ciò che diceva la topografia e ciò che realmente si incontrava sottoterra e persino l’impiego degli ARVA, gli apparecchi normalmente utilizzati per la ricerca delle persone travolte da valanga, qui trasformati in preziosi strumenti per mettere in relazione il mondo sotterraneo con la superficie.

A un certo punto, sopra e sotto erano separati da appena un metro di terra. Cesare Raumer, all’esterno, batteva sul terreno con una pietra e una mazzetta; gli speleologi sotto di lui rispondevano battendo sulla roccia. Poi le voci: da una parte all’altra del prato. È uno di quei momenti che spiegano, forse meglio di molte definizioni, perché si continua a cercare.

A raccontarci tutta la storia, con il suo stile inconfondibile e senza risparmiare fatica, entusiasmo, ironia e qualche riflessione destinata probabilmente a far discutere, è Cesare Raumer, per il Gruppo Grotte Schio CAI.

Giunzione è fatta!

A lui la parola.

IL “BUSO DEL SECION” diventa il 5° ingresso del Sistema Sotterraneo Buso della Rana–Pisatela

di Cesare Raumer – Gruppo Grotte Schio CAI

La speleologia è un’attività fantastica. Gli speleologi (veri) lo sanno benissimo, da sempre. Tuttavia questa pratica comporta talvolta un impegno ed un sacrificio non indifferenti, in certi casi addirittura al limite della sopportazione umana. Ma ciò nonostante, chissà perché, ogni speleologo (vero) non si tira mai indietro….

Così mentre mi soffermo a riflettere un po’ su queste cose mi vengono in testa certi pensieri…. Una piccola e breve digressione dal tema speleo di questo articolo.

Da qualche tempo (un bel po’) tante cose sono cambiate nel modo di pensare e di approcciare la vita in questa folle epoca storica. Lo spartiacque del prima e del dopo sicuramente è stato l’avvento di internet ed in particolare l’utilizzo dello smartphone nei rapporti personali. Questo fantastico e nello stesso tempo diabolico dispositivo ha decisamente trasformato il modo di fare speleologia.

Il potente respiro del Sistema Rana – Pisatela

Se un tempo ci si trovava regolarmente in gruppo per decidere l’attività del successivo fine settimana ora le occasioni si propongono attraverso i cosiddetti “social” e le attività conseguenti risultano spesso frammentate e anche meno partecipate. Ma il problema più grande consiste nel fatto che le nuove generazioni di giovani, bombardate sullo smartphone da una miriade di informazioni a 360°, si trovano attratte da un notevole e ampio ventaglio di opportunità che alla fine non consente loro la necessaria dote di concentrazione e focalizzazione per concretizzare anche pochi ma significativi obiettivi.

In poche parole, la maggioranza dei giovani di quest’epoca sono propensi a provare molteplici emozioni derivate da mille e più varie esperienze possibili piuttosto che condensare il proprio tempo in un’unica attività. Il risultato diventa inevitabilmente una dispersione di esperienza e anche di conoscenza approfondita di tutte le varie facce che una vera passione pretende.

Il Seciòn prima

Insomma, tornando ora al nostro discorso speleo, tutta questa premessa per dire che se in speleologia vogliamo vedere dei risultati importanti ci si deve applicare assiduamente, costantemente ed esclusivamente, con tenacia e continuità. Con spirito di sacrificio certo, ma sempre con passione. Il risultato di una speleologia turistica da fine settimana inizia e finisce nella stessa giornata. È così, purtroppo.

Il Seciòn poi

Ma attenzione, non mi sento minimamente di criticare chi pratica anche questo tipo di speleologia. Si tratta di una scelta legittima, spesso anche determinata da fattori più che comprensibili (tempo a disposizione, famiglia, lavoro, capacità, curiosità, ecc.). Ma resta comunque il fatto che questa pratica non è “vera” speleologia. È qualcosa d’altro.

Mi sono venute in mente queste considerazioni perché mentalmente pensavo a come sia stato possibile che il mio gruppo grotte, il Gruppo Grotte Schio CAI, realizzasse la scoperta di quello che da pochi giorni è diventato il 5° ingresso del Sistema Sotterraneo Buso della Rana–Pisatela.

Vediamo un po’, riavvolgendo il nastro.

Innanzitutto determinante è stata, all’origine, la realizzazione di una buona e completa mappatura della grotta. Poi lo studio del rilievo topografico di questa grande cavità ha fatto capire, tra molte altre cose, che un particolare ramo in una regione particolare della “Pissy” finisse quasi a fuoriuscire all’esterno.

Interessante.

La sommità di questo ramo che si sviluppa in salita è costituita da una sala a cui è stato dato il nome di “Sala della Dolina”. Ma non una dolina qualsiasi, ma proprio la dolina sul cui bordo sommitale si apre l’ingresso della Pisatela stessa. Che strana coincidenza…

Ma quanti metri mancavano effettivamente per sbucare da sotto nei verdi e scoscesi bordi di questa dolina? Boh, era tutto da vedere. Ed inoltre, dove sarebbe ubicato “esattamente” questo ipotetico punto dato che una accurata ispezione di questo grosso catino carsico con diametro di almeno una sessantina di metri, non presentava alcun degno pertugio che si chiamasse tale?

Il nuovo accesso al Sistema Rana–Pisatela.

Tuttavia i dati altimetrici parlavano chiaro e quindi abbiamo deciso di metterci a lavorare per venirne a capo. Sapevamo che il risultato non sarebbe stato per niente scontato. Le grotte ti fregano spesso….

Nel giugno scorso con un socio del mio gruppo iniziamo quindi a vedere cosa c’è in cima ad un interessante camino situato alla base di una propaggine laterale di detta sala. Volevamo verificare se il nome “Sala della Dolina” che le era stato dato fosse sensato.

Il camino si presenta molto bene, bello verticale. Roccia asciutta e compatta, liscia e senza fratture. Le condizioni ideali di risalita col sistema Stick-Up. Risaliamo così molto in fretta. Quasi sulla sommità, ad una decina di metri d’altezza, si raggiunge l’imbocco di un meandrino che dopo pochi metri un po’ stretti si affaccia, attraverso una finestra, su un pozzo parallelo di ragionevoli dimensioni.

Ad una decina di metri sotto la nostra verticale si scorge un diaframma che divide il pozzo in due parti. Da una parte a occhio il pozzo continua per altri 6/7 metri. Dalla parte opposta si intravvede invece uno sprofondo abbastanza stretto. Successivamente abbiamo capito però, indagando da un’altra parte, che il diaframma si poteva raggiungere da sotto anche con una risalita in libera.

Dalla finestra il fusoide continua verso l’alto dapprima con dimensioni abbastanza ragionevoli. Ma alla luce dello zoom la sommità appare però decisamente stretta. Mah!! Saranno c…i acidi risalirlo, pensavo mentre tornavo fuori col mio amico.

Per un’altra uscita successiva ci siamo dotati di un paio di strumenti ARVA (il noto dispositivo progettato per trovare le persone travolte da valanga) che anche in altre occasioni si sono rivelati estremamente utili. Mi riferisco in particolare alla campagna esplorativa condotta un paio di anni fa e che ci ha permesso di trovare il 4° ingresso di questo stesso sistema sotterraneo, l’ingresso “Carnevale” (vedi Scintilena, 6 aprile 2024).

L’uscita ha funzionato così: una squadra si è portata all’interno della grotta in corrispondenza del bordo della “finestra” con uno strumento acceso sulla funzione “send”. Un’altra squadra all’esterno con un altro dispositivo in funzione “search” a scandagliare i bordi della dolina.

Girando in lungo ed in largo lungo la superficie della dolina finalmente il “bip-bip” dello strumento localizza un punto particolare, in pratica un esile buchetto di 20 cm, chiuso da terriccio. La distanza dallo strumento sottoterra dava circa 10 metri.

Beh ottimo! Ottimo pensavo, specialmente tenendo conto che sopra la finestra il camino risaliva ancora per circa 8 metri buoni. Quindi, con un rapido calcolo, sulla sommità del camino dovrebbero mancare “solo” un paio di metri. È fatta!

Qualche giorno dopo, animati ed euforici iniziamo l’allargamento del buchetto. Mmh, il buchetto si è rivelato però subito proprio ostico. Poco sotto come buco diventa quasi invisibile, solo una fessurina larga un dito in una roccia bella dura. Ma mancano due metri, no?

Lavorando come muli allarghiamo comunque il buco per una cinquantina di centimetri. Poca cosa…. ma soprattutto su roccia viva, senza senso quindi. Qualcosa non torna.

Bisogna indagare meglio per cui in un’altra uscita successiva una coppia di speleo si fionda dentro alla Pissy, ma non prima di aver piazzato uno strumento ARVA all’interno del “buchetto”, questa volta in funzione “send”.

Raggiunta la finestra il secondo strumento portato appresso dava una distanza, come già appurato, di 10 metri. Attrezzati per la risalita del camino il “solito speleo” raggiunge la sommità. In arrampicata libera. Come abbia fatto ancora adesso non lo so.

Non lo so perché so che le pareti ad un certo punto stringono così tanto che se da sopra ci cascassi dentro, sul fondo non ci finisco. Io che ho misure da “normodotato” per esempio non ci passo, l’ho capito tempo dopo….

Fatto sta che il “solito speleo”, che è anche un ottimo climber appunto, arriva in cima. Qui trova che il fusoide interseca un meandro. Da una parte questo muore dopo 3 metri. Dalla parte opposta invece il meandro si presenta parzialmente occluso da una frana, ma al di là però si intravvede qualcosa.

Per capire dove si trova tira fuori l’ARVA, lo accende e lo mette in posizione search. Il responso dà 9 metri.

9 metri? Ma come, non dovevano mancarne solo due?

Lì per lì sembra impossibile, qualcosa non ha funzionato. E quindi giù poi tutti insieme a fare mille congetture per capire qualcosa da questi dati.

All’epoca del “buchetto” siamo stati effettivamente un po’ superficiali ad interpretarli. Mi spiego. Gli ARVA in realtà hanno sempre funzionato benissimo. Bisogna capire però che gli strumenti inviano/ricevono il segnale in/da tutte le direzioni, come se fossero al centro di una sfera.

Se sull’esterno della sfera ci mettiamo uno strumento posizionato in un punto qualsiasi della superficie, ci darà sempre la stessa distanza dal centro, dove è appunto posizionato lo strumento gemello.

Quindi, se lo strumento interno dava 9 metri dallo strumento esterno significava che la sommità del camino non si trovava sulla loro verticale ma in un qualunque altro punto della “sfera” considerata. Potenzialmente anche sopra….

Sopra? Beh, perché no? Ricordiamoci che l’esterno, come dicevo, è costituito dai fianchi della dolina con bordi piuttosto inclinati e scoscesi.

Arriviamo così all’ennesima uscita “finale”, quella della prova del nove. Una coppia di speleo, tra cui sempre il “solito speleo”, ritorna in cima al camino/fusoide. Il meandro con la franetta viene facilmente superato scoprendo al di là una piccola saletta, tipo un geode per intendersi.

Il “solito speleo” piazza l’ARVA sulla sommità del geode in posizione send. In quel momento io sono fuori con l’altro strumento.

All’ora concordata e partendo dal “buchetto” riprendo a scandagliare il bordo della dolina. Il bip-bip del mio strumento inizia quasi subito ad aumentare la frequenza. I metri segnalati sono sempre meno, sempre meno, fino al punto che un bip-bip frenetico ed impazzito mi dice “1 metro”!!!

Sono eccitatissimo. I ragazzi sono sotto di me ad appena un metro (!) di distanza, sotto il prato. Roba da non crederci!

Qui non ci sono rocce, solo terra, erba e qualche fiore. Corro in cerca di una pietra, la porto sul punto e comincio a batterla con una mazzetta. Da sotto mi rispondono con altrettanti colpi sulle pareti, perfettamente udibili.

Urlo di gioia, tanto fuori sono da solo…

Ma no, non sono solo, appena lì sotto ci sono i miei amici. Sentendomi urlare urlano a loro volta.

Incredibile, ci parliamo attraverso il prato. Ci parliamo capite? Una cosa mai vista! Questa mi mancava proprio.

Ma ci pensate? Provate ad immaginarvi la scena. Un escursionista che casualmente passasse di là in quel momento e vedesse un tipo (io) che urlo come un ossesso e a parlare inginocchiato verso il suolo con la bocca vicina alla madre terra. Cosa penserebbe se non a chiamare il 118 per un TSO immediato?

Per fortuna non è passato nessuno….

Ecco, questa era la situazione.

Neanche un paio di giorni dopo eravamo lì in tre baldi giovanotti speleo (tre splendidi pensionati) tra cui ovviamente il “solito speleo” per rompere l’ultimo diaframma e creare così l’apertura del 5° ingresso del Sistema.

Dopo neanche un’oretta di scavo, dapprima su terra e sassi e poi su roccia frammentata notiamo un forellino nero. Un forte sputo d’aria gelida proveniva da esso. Lo allarghiamo senza alcuna difficoltà fino ad un diametro di 30 centimetri. L’aria ora si fa veramente forte e gelida, un piacere sentirla così se rammentiamo quanto calde sono state le giornate dello scorso luglio.

Questo improvviso cambiamento del flusso d’aria che abbiamo artificialmente provocato però non ci piaceva affatto per cui abbiamo pensato subito di correre ai ripari. Dovevamo risolvere il problema.

Abbiamo così realizzato un grosso cilindro in robusto acciaio inox e l’abbiamo intubato nel buco fino a filo del terreno. La chiusura poi è garantita da un coperchio dello stesso materiale ma dipinto con una vernice color marrone/cioccolato, per confondersi con l’ambiente.

Tutto intorno il terreno è stato quindi ripristinato esattamente come era prima dell’intervento. L’erba qui ricrescerà presto e l’unica cosa visibile sarà la presenza di questo disco marrone.

Tutto qua. Siamo contenti perché abbiamo fatto proprio un bel lavoro. Abbiamo centrato almeno tre obiettivi. Uno, è stato consolidare le pareti del buco altrimenti costituite da terra, radici e sassi che franano continuamente ad ogni passaggio. Due, rendere l’ingresso perfettamente stagno, adesso non passa un filo d’aria. Corrente zero. Tre, ripristinare l’ambiente dove abbiamo lavorato com’era precedentemente. È ritornato il prato.

E anche il famoso “buchetto”, cioè il falso ingresso, lo abbiamo accuratamente richiuso dapprima con le pietre di risulta, poi con terra e infine con le foglie. Non si riesce a vedere neanche dov’era.

Così, data la circostanza del tutto singolare abbiamo chiamato questo 5° ingresso il “BUSO DEL SECION” (che tradotto dal dialetto veneto significa “secchione”). Non poteva chiamarsi altrimenti….

Ecco, adesso sì che siamo davvero tutti contenti del risultato.

Ed è incredibile notare dove si trova ubicato questo nuovo ingresso. È impossibile non trovarlo: è infatti situato ad appena 8 metri (!) di distanza dall’ingresso del notissimo Buso della Pisatela, 3 metri più in basso.

E stranamente questi due ingressi non hanno niente in comune. Entrando dalla Pissy e uscire dal Seciòn (o viceversa) comporta infatti una traversata di quasi un chilometro.

Ora però dal Seciòn si penetra nel cuore della Pisatela molto più velocemente, una vera diretta. Ciò comporta molto meno tempo ad esplorare la grotta nelle regioni a monte dello Stargate. Inoltre una eventuale uscita di una barella del Soccorso da queste zone risulta molto facilitata e veloce.

Sempre dal Seciòn si possono raggiungere le regioni a valle dello Stargate più facilmente attraverso una lunga galleria inclinata che parte dalla Sala della Dolina (il nome dato era in effetti sensato…) fino alla gigantesca Sala delle Mogli, il Lago Lungo e poi, più giù, fino alla giunzione col Buso della Rana.

In corrispondenza della Sala della F-Rana parte il noto ramo in salita chiamato Ramo Carnevale che, come ho citato prima, fuoriesce sotto la Valle delle Lore. A questo proposito, sulla falsariga della logica ambientale che abbiamo voluto dare al Buso del Seciòn, stiamo adesso lavorando anche alla chiusura ermetica dell’Ingresso Carnevale, ristabilendo presto anche qui le condizioni meteorologiche preesistenti alla sua apertura. Cioè corrente d’aria zero. Come anche già fatto a suo tempo all’ingresso del Pater Noster, il terzo ingresso trovato dal nostro gruppo GGS CAI SCHIO.

Considerazioni finali

Riprendendo la logica delle frasi nel deragliamento descrittivo nella premessa iniziale voglio qui sottolineare che il raggiungimento di questo risultato non è stato affatto semplice.

Siamo scesi in Pisatela parecchie volte e la risalita del “Pozzo a T”, il fusoide, non è stata affatto banale, anzi.

Dio, niente di assolutamente eccezionale però tengo a sottolineare che tutta questa storia è durata solo più o meno due mesi molto intensi. Un tempo esplorativo speleologicamente breve. Ma è perché ci tenevamo tantissimo, specie il “solito speleo”.

Con fatica, con determinazione ma specialmente con passione e soprattutto con divertimento ci siamo riusciti.

Cesare Raumer per il Gruppo Grotte Schio CAI
Agosto 2026

Tutto quello che si vede del Buso del Seciòn dall’ingresso della Pisatela

E da parte nostra: complimenti!

C’è poco da aggiungere dopo un racconto così, se non un grande applauso a Cesare Raumer e a tutto il Gruppo Grotte Schio CAI.

Dietro un nuovo ingresso, oltre al momento esaltante in cui finalmente “si passa”, ci sono rilievi studiati e ristudiati, ipotesi che sembrano giuste e poi non lo sono, risalite, strettoie, giornate di lavoro, capacità di leggere la grotta e anche la disponibilità a riconoscere un errore e ricominciare da un’altra parte.

In questo caso c’è qualcosa in più: l’attenzione con cui, una volta aperto il nuovo ingresso, il gruppo ha cercato di non alterare la circolazione d’aria del sistema e di restituire alla superficie il suo aspetto originario.

E poi c’è quella scena che difficilmente si dimentica: uno speleologo inginocchiato sul prato e gli altri sotto di lui, separati da un metro di terra, che riescono prima a sentirsi battere e poi addirittura a parlarsi.

A volte una giunzione comincia proprio così: con due mondi che scoprono di essere ormai a un metro di distanza.

Complimenti al Gruppo Grotte Schio CAI e a tutti coloro che hanno lavorato al Buso del Seciòn.

E naturalmente complimenti al “solito speleo”, chiunque egli sia: dopo essere comparso così tante volte in questa storia, se li è decisamente guadagnati.

L'articolo Buso del Seciòn: è nato il quinto ingresso del sistema Rana–Pisatela proviene da Scintilena.

  •  

Agordo ai tempi delle miniere: storia, misteri ed esplorazione nella Valle Imperina

Condividi

Un incontro sulle miniere di Agordo tra archeologia mineraria, memoria sociale e cunicoli sotterranei

Le miniere di Agordo saranno al centro di una serata dedicata alla storia del territorio, alle cavità artificiali e alle vicende delle comunità che per secoli hanno vissuto intorno all’attività estrattiva. L’appuntamento è in programma giovedì 27 agosto, alle 20.30, al BarH – Chiosco Schievenin, nel Parco Capo.

A guidare l’incontro sarà Manuel Conedera, del Gruppo Speleologico CAI Feltre. Il tema della serata è “Agordo ai tempi delle miniere. Storie, misteri ed esplorazione”. L’iniziativa propone un viaggio nel sottosuolo dell’Agordino, attraverso documenti, testimonianze, strutture minerarie e percorsi sotterranei.

L’incontro sarà dedicato soprattutto alla Valle Imperina, nel territorio di Rivamonte Agordino, a circa tre chilometri da Agordo. Il complesso rappresenta uno dei principali esempi di archeologia mineraria delle Dolomiti bellunesi.

Miniere di Agordo e Valle Imperina: una storia lunga otto secoli

Le prime notizie documentarie sull’attività estrattiva della Valle Imperina risalgono al Quattrocento. Il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi indica il 1417 come l’anno della prima attestazione relativa al trasporto di rame verso Padova per la lavorazione. Altre fonti citano concessioni e documenti degli anni successivi.

La presenza di minerali nella zona potrebbe essere più antica. Alcune ricostruzioni ipotizzano una conoscenza dei giacimenti già in epoca romana, ma la datazione non è ancora definita in modo conclusivo. Per questo motivo, la storia delle miniere di Agordo deve essere ricostruita mettendo a confronto documenti, dati archeologici, resti degli impianti e tradizioni locali.

Il giacimento della Valle Imperina era costituito soprattutto da pirite cuprifera, dalla quale venivano ricavati rame e vetriolo. In quantità minore erano presenti anche minerali argentiferi. Durante il periodo della Repubblica di Venezia il rame aveva un’importanza strategica. Era utilizzato per la monetazione e per la produzione di bronzo destinato all’artiglieria e alla flotta.

Tra il Seicento e il Settecento la Valle Imperina raggiunse il massimo sviluppo. Il sito divenne uno dei principali centri di produzione del rame nell’area controllata dalla Serenissima. Secondo il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, alla fine del Settecento la produzione arrivava a coprire circa metà del fabbisogno veneziano e il complesso occupava circa 1.300 persone, considerando l’insieme delle attività minerarie e metallurgiche.[1]

Archeologia mineraria e tecniche di estrazione

La storia delle miniere di Agordo è legata a un sistema produttivo articolato. Il minerale veniva estratto nelle gallerie e poi sottoposto a cernita, frantumazione, arrostimento e fusione. Il processo richiedeva grandi quantità di legname e carbone.

La pirite cuprifera più ricca poteva essere inviata direttamente ai forni. Il materiale meno concentrato veniva invece sottoposto ad arrostimento lento. Le operazioni potevano durare diversi mesi. Il trattamento produceva anche vetriolo, impiegato nell’industria tintoria.

Nel Seicento fu introdotto l’uso della polvere da sparo per facilitare l’avanzamento degli scavi. L’innovazione consentì di raggiungere nuove porzioni del giacimento, ma rese più complessi i problemi di sicurezza e di stabilità delle gallerie.

La documentazione del Parco descrive anche l’introduzione, nel 1690, di tecniche per via umida. Il rame poteva essere recuperato dalle terre vergini mediante l’impiego di rottami di ferro. Questo procedimento migliorava il rendimento del minerale e riduceva la quantità di materiale destinato agli scarti.

Nel sottosuolo rimanevano pozzi, discenderie, gallerie di coltivazione, cunicoli di scolo e ambienti di servizio. Si tratta di cavità artificiali create per l’estrazione e la gestione delle acque. La loro lettura richiede competenze speleologiche, topografiche e storico-archeologiche.

Il lavoro dei minatori e la società agordina

Le miniere di Agordo non furono soltanto luoghi di produzione. Per diversi secoli costituirono il centro della vita economica e sociale dell’Agordino.

Nel 1609 il complesso dava lavoro a circa 400 persone tra minatori, rostitori e addetti ai forni. Nel 1801 gli addetti diretti erano circa 600. A questi si aggiungevano boscaioli, carbonai, trasportatori, commercianti e lavoratori impegnati nella fornitura di legname, carbone e generi alimentari.[1]

La miniera condizionava l’organizzazione del territorio. Il piccolo fondovalle della Valle Imperina era occupato da edifici produttivi, abitazioni, magazzini e strutture di servizio. Le persone vivevano vicino agli impianti e seguivano i ritmi dell’estrazione e della metallurgia.

Le condizioni di lavoro erano difficili. I minatori operavano in ambienti stretti, umidi e poco illuminati. Il rischio di crolli e allagamenti era costante. La presenza di gas e fumi derivati dai processi metallurgici aggravava i problemi sanitari e ambientali.

La necessità di combustibile modificò anche il paesaggio. La Repubblica di Venezia riservò alle miniere l’utilizzo dei boschi situati entro un determinato raggio. Le immagini storiche della valle mostrano versanti molto più spogli rispetto a quelli attuali. Il Parco collega questa trasformazione sia al consumo di legname sia all’inquinamento prodotto dalla lavorazione dei minerali.[1]

Dalla crisi alla chiusura del 1962

Il primato della Valle Imperina iniziò a ridursi nell’Ottocento. I progressi nelle tecniche di arricchimento e la disponibilità di grandi giacimenti oltreoceano provocarono un calo del valore del rame prodotto localmente.

Nel corso del XIX secolo il complesso passò attraverso diversi assetti amministrativi e proprietari. Dopo il periodo veneziano arrivarono le amministrazioni napoleonica e austriaca. Con l’Unità d’Italia, l’azienda statale fu ceduta a privati.

Alla fine dell’Ottocento la produzione venne orientata verso la pirite e i suoi derivati. La ditta Magni introdusse lavorazioni legate alla produzione di acido solforico. In seguito il complesso passò alla Montecatini.

La chiusura arrivò l’8 settembre 1962. Il giacimento non era necessariamente esaurito. La decisione fu legata soprattutto alla scarsa produttività e alla difficoltà di sostenere economicamente l’impianto. La cessazione dell’attività ebbe conseguenze sulla comunità locale e contribuì ai processi di emigrazione e spopolamento.

Dopo la chiusura, gli ingressi delle gallerie e il pozzo principale furono chiusi per ragioni di sicurezza. Il sito rimase a lungo in una condizione di abbandono. Nel 1989 il Comune di Rivamonte Agordino acquisì il complesso, avviando un percorso di recupero e valorizzazione.[2]

Gallerie, documenti e memoria del territorio

Oggi la Valle Imperina conserva resti di edifici e infrastrutture che permettono di ricostruire la filiera mineraria. Sono ancora riconoscibili i forni fusori, i magazzini, la centrale elettrica, le stalle, il carbonile, la polveriera, la fucina, gli impianti di lavorazione, gli uffici e alcune abitazioni.

Il complesso dei forni fusori ha origini risalenti al XVI secolo. L’ex edificio dei magazzini principali, costruito intorno al 1730, fu utilizzato in seguito come dormitorio e luogo di riunione. L’ex centrale idroelettrica ospita un centro visitatori del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.[1]

La documentazione storica si affianca alle esplorazioni speleologiche. In passato il Gruppo Speleologico CAI Feltre ha collaborato con il Parco e con il Gruppo Archeologico Agordino ARCA alla realizzazione del documentario “Dentro le miniere di Valle Imperina”. Gli speleologi hanno percorso pozzi e gallerie, comprese alcune zone crollate o invase dai detriti, documentando dall’interno la rete sotterranea delle miniere.[3]

Queste attività mostrano come la ricerca sulle cavità artificiali possa integrare fonti diverse. Le mappe minerarie, gli atti amministrativi, i resti degli impianti e i rilievi sotterranei contribuiscono alla ricostruzione di una storia complessa. La miniera diventa così un archivio fisico, nel quale ogni galleria conserva informazioni sulle tecniche di scavo, sui minerali estratti e sulle condizioni di lavoro.

L’appuntamento del 27 agosto

La serata al BarH – Chiosco Schievenin sarà dedicata a questo patrimonio storico e sotterraneo. Manuel Conedera accompagnerà il pubblico nell’Agordino minerario attraverso il rapporto tra storia locale, archeologia industriale, esplorazione e memoria sociale.

Il tema delle miniere di Agordo sarà affrontato partendo dalla Valle Imperina, ma con uno sguardo più ampio sul territorio. Le miniere hanno influenzato l’economia, il paesaggio, l’organizzazione degli insediamenti e le relazioni tra le comunità.

L’appuntamento è fissato per giovedì 27 agosto alle ore 20.30. La sede è il BarH – Chiosco Schievenin, al Parco Capo. La serata si propone come un momento di divulgazione dedicato alla montagna osservata dal suo interno, senza separare la dimensione naturale da quella storica e sociale.

Fonti

Fonti
[1] Centro Minerario di Valle Imperina https://www.dolomitipark.it/natura-e-storia/uomo/architetture/centro-minerario-di-valle-imperina/
[2] Museo delle Miniere della Val Imperina https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/museo/regioni/musei/museo-delle-miniere-della-val-imperina
[3] Belluno – Documentario sulle miniere di Valle Imperina https://www.scintilena.com/belluno-documentario-sulle-miniere-di-valle-imperina/07/21/
[5] Erudizione cittadina e fonti documentarie https://books.fupress.com/isbn/9788864538402
[6] Centro Minerario di Valle Imperina https://it.wikipedia.org/wiki/Centro_Minerario_di_Valle_Imperina
[7] La narrazione museale della civiltà contadina in un territorio di confine https://rivista.clionet.it/sito/wp-content/uploads/Clionet-2023_settembre_Beni-cluturali_Agosti.pdf
[8] La rinascita di Valle Imperina: andiamo in miniera, vi va? https://www.ilnordest.it/vivere-il-nord-est/turismo/miniere-valle-imperina-belluno-agordino-visita-cosa-sapere-e5da4c5j
[9] nuovi documenti su valle imperina http://www.archeoagordo.it/notiz%2021/laveder.htm
[10] Centro Minerario di Val Imperina – Agordino Dolomiti https://www.agordinodolomiti.it/it_IT/esperienze/cosa-vedere/storia/centro-minerario-di-valle-imperina/
[11] Un miglioramento produttivo della tecnica di http://www.archeoagordo.it/14/un_miglioramento_produttivo_.htm
[12] Miniere dell’Agordino https://www.concagordina.it/experience/cultura-e-tradizioni/miniere-agordino/
[13] Centro Minerario Valle Imperina https://www.falcadedolomiti.it/esperienze-o-idee-vacanza/centro-minerario-valle-imperina/
[14] Centro Minerario Valle Imperina: Home Page https://centrominerariovalleimperina.it/
[15] Museo di geologia paleontologia e mineralogia – Dolomiti Bellunesi https://www.visitdolomitibellunesi.com/it/pois/museo-di-geologia-paleontologia-e-mineralogia
[16] Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi: Centro Minerario e Miniere della Val Imperina Rive di Agordo, Centro Visitatori di Rivamonte Agordino, valle del Cordevole, DolomitiPark Dolomiten Dolomites, fotografie photo gallery fotogalerie https://www.magicoveneto.it/belluno/pndb/Miniere-Valle-Imperina.htm
[17] Visitare le Miniere di Val Imperina – Agordino Dolomiti https://www.agordinodolomiti.it/cosa-vedere/storia/centro-minerario-di-valle-imperina/visitare-le-miniere-di-val-imperina/
[18] Trattamento dei minerali piritici http://www.archeoagordo.it/17/enzo.htm
[19] Visite guidate https://centrominerariovalleimperina.it/visite-guidate/
[20] Corso di Laurea magistrale https://unitesi.unive.it/retrieve/e9601c93-e070-4eb0-bbb4-724f74bf1919/829534.pdf
[21] Ghost Mines for Geoheritage Enhancement in the Umbria Region (Central Italy) https://www.mdpi.com/2076-3263/13/7/208/pdf?version=1689071858
[22] Presentato in occasione del Pelmo d’oro il documentario sulle … https://www.scintilena.com/presentato-in-occasione-del-pelmo-doro-il-documentario-sulle-miniere-di-valle-imperina/07/30/
[23] La miniera di magnetite più alta d’Europa tra storia, gallerie e … https://www.scintilena.com/la-miniera-di-magnetite-piu-alta-deuropa-tra-storia-gallerie-e-memoria-di-valle/06/13/
[24] Valle Imperina Mining Center https://www.dolomitipark.it/en/nature-and-history/mankind/architectures/valle-imperina-mining-center/
[25] I minatori di Valle Imperina: una storia dal basso https://www.centrostudialetheia.it/migranti/i-minatori-di-valle-imperina-una-storia-dal-basso/
[26] Scintilena – Una luce nel buio – il giornale quotidiano della … https://www.scintilena.com/
[27] Le Miniere di Agordo Storie di Valle Imperina di Raffaello … https://www.agordinodoverinasconoledolomiti.it/le-miniere-di-agordo-storie-di-valle-imperina-di-raffaello-vergani/
[28] VALLE IMPERINA Gianfranco Mazzolli – Agordino https://www.agordinodoverinasconoledolomiti.it/valle-imperina-gianfranco-mazzolli/
[29] IL SITO MINERARIO DI VALLE IMPERINA A RIVAMONTE CHIUDEVA I BATTENTI SESSANT’ANNI FA (DOPO SECOLI) https://www.radiopiu.net/wordpress/il-sito-minerario-di-valle-imperina-a-rivamonte-chiudeva-i-battenti-sessantanni-fa-dopo-secoli/
[30] I minatori di Valle Imperina: una storia dal basso https://www.centrostudialetheia.it/tag/minatori/
[31] Centro Minerario di Valle Imperina – Alleghe – Falcade – Zoldo https://www.visitdolomitibellunesi.com/en/pois/centro-minerario-di-valle-imperina

L'articolo Agordo ai tempi delle miniere: storia, misteri ed esplorazione nella Valle Imperina proviene da Scintilena.

  •  

Rinolofidi nei Lessini Vicentini: il Buso della Pisatela conferma il valore delle grotte per i pipistrelli

Condividi

Ricerche speleologiche e monitoraggio dei chirotteri indicano le cavità dei Lessini Vicentini come rifugi importanti per Rhinolophus ferrumequinum e Rhinolophus hipposideros

Uno studio dedicato alla presenza dei rinolofidi nei Lessini Vicentini documenta il ruolo delle cavità carsiche per la conservazione dei pipistrelli in Veneto. La ricerca, realizzata da Andrea Pereswiet-Soltan con il Club Speleologico Proteo di Vicenza, è stata condotta nell’ambito del progetto “Ruolo ecologico-funzionale delle principali cavità dei Lessini Vicentini per la chirotterofauna”.

Il progetto è stato finanziato dalla Federazione Speleologica Veneta e si è sviluppato nel triennio 2009-2011. L’indagine ha riguardato otto tra le maggiori grotte dell’area compresa attorno all’Altopiano Faledo-Casaron. L’attenzione si è concentrata su due specie appartenenti alla famiglia Rhinolophidae: il rinolofo maggiore, Rhinolophus ferrumequinum, e il rinolofo minore, Rhinolophus hipposideros.

Rinolofidi e grotte: specie sensibili al disturbo

I rinolofidi sono tra i pipistrelli più facilmente osservabili negli ambienti sotterranei. Il loro comportamento, con gli individui appesi liberamente alle volte e spesso avvolti nelle ali, li rende riconoscibili durante i controlli speleologici.

La loro fisiologia li rende sensibili alle variazioni del microclima. Sono specie stenoterme e risentono degli aumenti di temperatura provocati dalla presenza umana, dall’illuminazione artificiale e dalla modifica della ventilazione naturale. Durante l’ibernazione, un risveglio forzato può determinare un consumo rilevante delle riserve energetiche accumulate in autunno.

I rinolofidi selezionano in genere ambienti umidi e relativamente stabili. Per l’ibernazione preferiscono microambienti con temperature comprese, secondo il testo dello studio, tra 7 e 10 °C. La scelta della zona della grotta dipende dalla morfologia della cavità, dalla circolazione dell’aria e dalla disponibilità di nicchie con condizioni costanti.

Il monitoraggio nei Lessini Vicentini

La ricerca ha utilizzato tre principali metodologie: catture con reti mist-net, monitoraggio bioacustico e controlli visivi all’interno delle grotte. Nel lavoro presentato vengono analizzati soprattutto i dati ottenuti attraverso il monitoraggio acustico e le osservazioni dirette.

Il rilevamento bioacustico è stato svolto con un bat detector Pettersson D500x. Nei mesi di aprile e giugno le registrazioni sono state effettuate dal tramonto alla mezzanotte. A luglio e novembre il monitoraggio è stato esteso all’intera notte.

Il dispositivo registrava automaticamente file della durata di cinque secondi. Ogni sonogramma contenente almeno tre impulsi di ecolocalizzazione veniva considerato un contatto di presenza. I dati sono stati poi sommati per le diverse ore di registrazione e per le due specie considerate.

Le grotte analizzate presentavano caratteristiche ambientali diverse. Il Buso della Pisatela, la Grotta dei Partigiani, il Buso del Vento e la Tana del Tasso avevano ingressi piccoli, collocati all’interno di boschi cedui con presenza di alberi maturi. La Grotta della Stria e il Buco del Soglio si trovavano invece in prossimità del limite tra bosco e aree aperte.

Il Buso della Rana aveva un ingresso ampio e alto, rivolto verso un ambiente più aperto. La cavità risultava sottoposta a una forte pressione antropica, per la frequentazione da parte di speleologi ed escursionisti.

Il ruolo del Buso della Pisatela

I risultati hanno evidenziato una diversa distribuzione dell’attività notturna tra le cavità. Rhinolophus hipposideros ha mostrato una maggiore attività presso le grotte collocate all’interno del bosco, un ambiente favorevole alle attività di foraggiamento della specie.

La presenza acustica non sempre coincideva con il numero di esemplari osservati durante il giorno o durante i controlli invernali. In alcune cavità, come la Grotta dei Partigiani, la Tana del Tasso e il Buso del Vento, l’attività notturna era significativa, mentre gli individui osservati all’interno risultavano pochi.

Il Buso della Rana ha registrato una maggiore attività di Rhinolophus ferrumequinum. Durante i controlli sono stati osservati con regolarità esemplari appesi nella cavità. Gli avvistamenti di rinolofo minore sono risultati più sporadici.

Il sito più importante è risultato il Buso della Pisatela. La grotta ha mostrato una consistente attività notturna nel periodo estivo e una presenza numerosa durante l’inverno. Il 7 marzo 2020 sono stati osservati quattro rinolofi maggiori e 67 rinolofi minori.

La morfologia articolata della cavità potrebbe spiegare la sua rilevanza. La presenza di numerosi ambienti interni permette ai pipistrelli di selezionare microclimi differenti e di trovare zone adatte all’ibernazione.

Durante le registrazioni notturne di luglio, circa due terzi dell’attività si concentravano tra il tramonto e la mezzanotte. Il dato potrebbe essere collegato non solo all’uscita serale per il foraggiamento, ma anche a interazioni sociali, pause temporanee, abbeveramento o cattura di insetti sulle pareti della grotta.

Il Buco del Soglio e la pressione della fruizione

Il Buco del Soglio ha mostrato una presenza relativamente costante delle due specie, anche se con numeri contenuti. Gli individui osservati si aggiravano intorno alle dieci unità. La cavità può quindi avere un ruolo nell’ibernazione dei pipistrelli, pur non ospitando una colonia numerosa.

Lo studio evidenzia una possibile criticità. La sistemazione del sentiero di accesso e la messa in sicurezza dell’interno della grotta, realizzate in occasione delle iniziative per il centenario della Prima guerra mondiale, hanno migliorato la fruizione umana della cavità. Sarebbe necessario verificare se questi interventi abbiano modificato la presenza dei pipistrelli.

Il caso mostra un principio importante per la gestione delle grotte: la rilevanza di un sito non dipende soltanto dal numero di animali presenti. Anche pochi individui possono indicare l’utilizzo della cavità come rifugio stagionale. Questo aspetto è particolarmente importante per i rinolofi, che possono occupare le volte in modo disperso e risultare meno visibili durante i controlli.

Le azioni in Italia contro il disturbo nelle grotte

In Italia la riduzione del disturbo dei pipistrelli nelle grotte frequentate dagli speleologi si basa su una combinazione di norme, monitoraggi e misure gestionali.

Le principali azioni adottate o previste sono:

  • chiusure stagionali delle cavità durante l’ibernazione e il periodo riproduttivo;
  • limitazione degli accessi nei siti Natura 2000 e nelle aree protette;
  • autorizzazione preventiva per ricerca, monitoraggio e interventi tecnici;
  • installazione di cancelli o griglie progettati per consentire il passaggio dei pipistrelli;
  • divieto di illuminare direttamente gli animali e gli ingressi delle grotte;
  • regolamentazione del numero di visitatori e delle dimensioni dei gruppi;
  • registrazione delle visite e accompagnamento da parte di personale formato;
  • monitoraggio bioacustico, conteggio degli individui e controllo degli ingressi;
  • coinvolgimento di chirotterologi nelle decisioni di gestione;
  • informazione rivolta a speleologi, escursionisti, gestori e amministrazioni locali.

Un esempio concreto è rappresentato dalle misure adottate per la Grotta de Su Coloru in Sardegna. Il piano di gestione prevede il divieto di accesso dal 15 novembre al 31 marzo, durante l’ibernazione, e dal 1° maggio al 30 agosto, durante il periodo riproduttivo. Sono inoltre vietati l’illuminazione degli ingressi, la sosta, la fotografia e la produzione di rumori vicino agli animali svernanti o in riproduzione. Le visite sono consentite in periodi prestabiliti, con registrazione, accompagnamento e numero massimo di partecipanti.[1]

Le linee guida ISPRA sottolineano la necessità di censire i rifugi, raccogliere dati comparabili e programmare i monitoraggi in modo da evitare che la ricerca produca un disturbo superiore ai benefici conoscitivi. Il monitoraggio può comprendere osservazioni presso il rifugio, conteggi all’involo, rilevamento ultrasonoro e archiviazione dei dati in banche dati dedicate.[2]

Norme, responsabilità e buone pratiche speleologiche

La tutela dei pipistrelli deriva dalla Legge 157/1992, dal D.P.R. 357/1997 e successive modifiche, dalla Direttiva Habitat 92/43/CEE, dalla Convenzione di Berna e dall’Accordo EUROBATS. Tutti i chirotteri europei sono sottoposti a protezione e i loro siti di riproduzione e riposo non devono essere danneggiati o distrutti.

Nel caso di attività che possano incidere su un sito Natura 2000, può essere necessaria la Valutazione di Incidenza Ambientale. Il quadro normativo si integra con i piani di gestione delle ZSC e delle ZPS, con i regolamenti dei parchi e con le disposizioni regionali.

Per gli speleologi, la prevenzione del disturbo comincia prima dell’ingresso in grotta. È necessario verificare la presenza di divieti o chiusure temporanee, consultare i gestori del sito e segnalare eventuali osservazioni di pipistrelli agli enti competenti. Durante l’esplorazione occorre mantenere la distanza dagli animali, evitare di illuminarli direttamente, non fotografarli da vicino e ridurre rumori e soste nelle aree occupate.

Le chiusure fisiche devono essere progettate con attenzione. Una griglia non corretta può ostacolare il volo, modificare la ventilazione o alterare il microclima della grotta. Le soluzioni chirotterofile, con spazi adeguati e valutati da specialisti, devono impedire l’accesso umano senza creare una barriera per i pipistrelli.[1][3]

Una gestione basata sui dati

Il lavoro sui Lessini Vicentini mostra come la collaborazione tra speleologi e chirotterologi possa produrre informazioni utili alla conservazione. Le grotte non sono soltanto luoghi di passaggio o ambienti da esplorare. Sono rifugi, aree di foraggiamento, siti di svernamento e possibili luoghi di interazione sociale.

Per il Buso della Pisatela, e più in generale per le cavità dei Lessini Vicentini, sarebbe utile proseguire il monitoraggio in più stagioni. I dati raccolti nel periodo 2009-2011 e le osservazioni successive costituiscono una base per verificare l’evoluzione delle presenze, gli effetti della frequentazione e l’eventuale cambiamento delle condizioni microclimatiche.

Una gestione efficace non richiede necessariamente l’esclusione permanente degli speleologi. Richiede, prima di tutto, accessi programmati, periodi di chiusura biologica, comportamenti corretti e decisioni fondate su monitoraggi ripetuti. In questo modo la ricerca speleologica può continuare a contribuire alla conoscenza degli ambienti sotterranei senza compromettere i rifugi dei pipistrelli.

Fonti

Fonti
[1] DECRETO N https://www.sardegnaambiente.it/documenti/1_422_20221017180722.pdf
[3] [PDF] Quaderni di Conservazione della Natura – ISPRA https://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/quaderni/conservazione-natura/files/6730_19_qcn_monitoraggio_chirotteri.pdf
[6] Layout.qxp https://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/quaderni/conservazione-natura/files/6769_28_qcn_Linee_guida_chirotteri.pdf
[7] Towards the new Checklist of the Italian Fauna https://escholarship.org/content/qt0jv6h904/qt0jv6h904.pdf?t=rderzc
[8] Notulae to the Italian native vascular flora: 10 https://italianbotanist.pensoft.net/article/60743/download/pdf/
[9] [PDF] Guidelines for the conservation of bats in buildings and the … – Ispra https://www.isprambiente.gov.it/contentfiles/00007600/7646-pipistrelli-web.pdf
[10] Caves Biodiversity in the Marine Area of Riviera d’Ulisse Regional Park, Italy: Grotta del Maresciallo Overview https://www.omicsonline.org/open-access/caves-biodiversity-in-the-marine-area-of-riviera-dulisse-regional-park-italy-grotta-del-maresciallo-overview-2332-2543-1000153.pdf
[11] [PDF] Manuali per il monitoraggio di specie e habitat di interesse … – Ispra https://www.isprambiente.gov.it/files2019/pubblicazioni/manuali-linee-guida/MLG_190_19.pdf
[12] Monitoraggio, conservazione e informazione nella Baia Di Ieranto: un modello circolare per la gestione delle Aree Marine Protette https://fupress.com/redir.ashx?RetUrl=14823.pdf
[13] 2477 1..48 https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/94468.pdf
[14] L’applicazione di tecniche innovative nel monitoraggio costiero degli habitat prioritari https://fupress.com/redir.ashx?RetUrl=14825.pdf
[15] Legge regionale 14 ottobre 2016, n. 15 https://lexview-int.regione.fvg.it/FontiNormative/xml/scarico.aspx?ANN=2016&LEX=0015&tip=0&id=cap4&lang=ita
[16] Pipistrelli in Italia: cosa dice la legge e come proteggere … https://www.scintilena.com/pipistrelli-in-italia-cosa-dice-la-legge-e-come-proteggere-specie-e-rifugi/07/30/
[17] Pipistrelli e grotte: la scienza conferma gli effetti del … https://www.scintilena.com/pipistrelli-e-grotte-la-scienza-conferma-gli-effetti-del-disturbo-umano-sulle-colonie-in-ibernazione/03/12/
[18] I Quaderni Habitat. N.1 “Grotte e fenomeno carsico. La vita nel mondo sotterraneo” – Parte III http://gscaisarzana.altervista.org/wp-content/uploads/qh1_grotte3.pdf
[19] Chirotteri del Carso e Venezia Giulia: Bressi racconta 5000 … https://www.scintilena.com/ecco-larticolo-redatto-per-scintilena/05/04/
[20] Comportamenti da Evitare in Grotta: 15 Regole d’Oro per … – Scintilena https://www.scintilena.com/comportamenti-da-evitare-in-grotta-15-regole-doro-per-gli-speleologi-per-proteggere-i-pipistrelli/05/24/
[21] Diffida alle Grotte di Castellana: richiesta sospensione attività turistiche da Tutela Pipistrelli – Scintilena https://www.scintilena.com/diffida-alle-grotte-di-castellana-richiesta-sospensione-attivita-turistiche-da-tutela-pipistrelli/01/01/
[22] ma5_04_036.html https://www.edizionieuropee.it/LAW/HTML/128/ma5_04_036.html
[23] pipistrelli.pdf https://cielobuio.org/wp-content/uploads/supporto/download/pipistrelli.pdf

L'articolo Rinolofidi nei Lessini Vicentini: il Buso della Pisatela conferma il valore delle grotte per i pipistrelli proviene da Scintilena.

  •  

Grotta Acqua Nera 2026: al via la campagna esplorativa di agosto con squadra internazionale

Condividi

Speleosubacquei italiani, messicani e spagnoli impegnati in tre giorni di esplorazioni, rilievi topografici e monitoraggio idrogeologico nel sistema carsico sommerso di 2315 metri

Una squadra internazionale di speleosubacquei ha dato il via alla campagna esplorativa estiva 2026 nella Grotta Acqua Nera, uno dei sistemi carsici sommersi più significativi delle Prealpi Venete. L’attività, coordinata dal Gruppo Grotte Giara Modon (GGG) di Valstagna, vede la partecipazione di membri del gruppo vicentino insieme a colleghi provenienti da Messico e Spagna, riuniti per approfondire le conoscenze di questa cavità che rappresenta un obiettivo di rilevanza per la speleologia subacquea italiana.

La Grotta Acqua Nera: caratteristiche del sistema carsico

La Grotta Acqua Nera si apre nel territorio di Lamon (BL), in località San Donato, lungo la valle del torrente Senaiga, sul versante meridionale delle Alpi Feltrine. Il sistema presenta uno sviluppo planimetrico conosciuto di 2315 metri e raggiunge una profondità massima di 54 metri. Il fiume sotterraneo che scorre all’interno della cavità attraversa tre sifoni principali, separati da tratti in ambiente aereo. Tra il primo e il terzo sifone si sviluppa una rete labirintica di cunicoli che rende tecnicamente impegnativa la progressione.

Le esplorazioni speleosubacquee nella Grotta Acqua Nera sono iniziate negli anni Settanta del XX secolo e continuano ancora oggi, con campagne regolari che hanno permesso di mappare oltre 1600 metri di condotti sommersi. La grotta rappresenta uno degli obiettivi speleosub più significativi del settore dolomitico meridionale, grazie alla combinazione di acque limpide, passaggi sommersi tecnicamente complessi e un ambiente ipogeo di particolare interesse geomorfologico.

Campo base interno: innovazione logistica per la sicurezza

A partire dal 2026 è stato predisposto un campo base interno nei pressi della partenza del terzo sifone, una soluzione logistica che garantisce maggior sicurezza agli speleosubacquei e agevola le attività esplorative. Grazie a questa infrastruttura, il team di esploratori può rimanere all’interno della grotta per tre giorni consecutivi, riducendo i tempi di trasporto del materiale e ottimizzando le finestre di immersione.

L’allestimento del campo interno richiede un lavoro di squadra significativo: per tutta la giornata di mercoledì, speleologi e speleosub sono stati impegnati nel trasporto del materiale necessario, dalle attrezzature subacquee ai sistemi di supporto vitale, fino ai punti di immersione. Questa organizzazione logistica segue modelli già sperimentati in altre campagne esplorative italiane, come quelle condotte nella Risorgiva di Eolo a Trasaghis e nella Grotta Grande dei Cervi a Carsoli, dove campi base sotterranei hanno permesso di spingere oltre i limiti conosciuti dei sistemi carsici.

Attività esplorative e ricerca scientifica

Oltre alle attività di pura esplorazione, la campagna 2026 nella Grotta Acqua Nera include un programma di ricerca scientifica articolato. Verranno raccolti i dati necessari alla stesura dei rilievi topografici, con l’obiettivo di aggiornare la documentazione cartografica del sistema e mappare eventuali nuovi tratti scoperti durante le immersioni.

Parallelamente, saranno installate sonde per la registrazione delle temperature interne, nell’ambito di uno studio più ampio sul sistema idrogeologico dell’area. Il monitoraggio termico delle acque sotterranee fornisce dati preziosi per comprendere i flussi idrici, le connessioni tra diversi settori del carsismo e le dinamiche di ricarica delle falde. Queste informazioni risultano utili anche per la gestione delle risorse idriche potabili, visto che le acque della Valbrenta e delle Prealpi Venete alimentano importanti acquedotti.

Il Gruppo Grotte Giara Modon, fondatore dell’iniziativa, è attivo da decenni nella speleologia terrestre e subacquea della Valbrenta, con un curriculum che include partecipazioni a progetti di tracciamento delle acque sotterranee in collaborazione con Etra, Arpav e l’istituto agrario Parolini. La presenza di colleghi messicani e spagnoli nella squadra 2026 sottolinea il carattere internazionale della speleologia subacquea, disciplina che richiede competenze tecniche avanzate e una preparazione specifica per operare in ambienti ipogei sommersi.

Contesto regionale: la Valbrenta e le sue grotte

La Grotta Acqua Nera si inserisce in un contesto carsico di particolare ricchezza. La Valbrenta e le Prealpi Venete ospitano alcune delle grotte più profonde e significative d’Italia, tra cui la sorgente dell’Elefante Bianco a Valstagna, che nel febbraio 2026 è stata oggetto di una spedizione record guidata dallo speleosub polacco Bart ?omiej Pitala, raggiungendo i -292 metri di profondità. Il territorio di Lamon, dove si apre la Grotta Acqua Nera, è caratterizzato da formazioni dolomitiche e calcaree che favoriscono lo sviluppo di sistemi carsici complessi, con gallerie, sifoni e condotti modellati dall’azione erosiva delle acque sotterranee.

La speleologia subacquea in quest’area richiede dotazioni precise: filo di Arianna per l’orientamento, torce ad alta potenza, ridondanza di attrezzature e miscele respiratorie appropriate per le profondità raggiunte. La regola del terzo, fondamentale nella speleosubacquea, prevede di consumare un terzo della riserva d’aria per il percorso di andata, un terzo per il ritorno e mantenere un terzo disponibile per gli imprevisti.

Aggiornamenti e prospettive

La squadra rimarrà operativa nella Grotta Acqua Nera per tutta la settimana, con immersioni programmate nei tre sifoni principali e nei tratti labirintici intermedi. Gli aggiornamenti sulle eventuali nuove scoperte saranno comunicati al termine della campagna, una volta completate le elaborazioni dei rilievi e l’analisi preliminare dei dati raccolti.

L’attività del 2026 si inserisce in una tradizione di esplorazioni regolari che hanno portato, nel corso dei decenni, a estendere progressivamente la conoscenza di questo sistema. La Grotta Acqua Nera continua a rappresentare una sfida tecnica e scientifica per gli speleosubacquei, con potenziali sviluppi ancora inesplorati oltre i tratti attualmente mappati.


Fonti

  1. Post Facebook – Gruppo Grotte Giara Modon: “Grotta Acqua Nera 2026: è iniziata la campagna esplorativa di agosto!”
    https://www.facebook.com/groups/grottegiaramodon
  2. CAI Feltre – “I Giovedì³² del CAI – 7^ edizione” (19 gennaio 2026)
    https://www.caifeltre.it/2026/01/19/i-giovedi-del-cai-7-edizione/
  3. Valstagna.info – “Alberto Cavedon – Valstagna” (28 dicembre 2025)
    http://www.valstagna.info/index.php/sport/256-alberto-cavedon
  4. Scintilena – “Speleosub a Lamon: la Grotta dell’Acqua Nera protagonista della serata a Borgo Valsugana” (31 agosto 2025)
    https://www.scintilena.com/speleosub-a-lamon-la-grotta-dellacqua-nera-protagonista-della-serata-a-borgo-valsugana/08/31/
  5. Scintilena – “Acqua Nera: speleosub alla scoperta di una grotta dimenticata” (21 gennaio 2025)
    https://www.scintilena.com/acqua-nera-speleosub-alla-scoperta-di-una-grotta-dimenticata/01/21/
  6. Scintilena – “Scoprire il mondo sotterraneo con il Corso di Avvicinamento alla Speleologia del Gruppo Grotte Giara Modon di Valstagna” (23 aprile 2025)
    https://www.scintilena.com/scoprire-il-mondo-sotterraneo-con-il-corso-di-avvicinamento-alla-speleologia-del-gruppo-grotte-giara-modon-di-valstagna/04/23/
  7. Scintilena – “Racconti dal Buio: speleosubacquea e Fontanon di Riu Neri nella puntata del 10 marzo su Radio Fragola” (12 marzo 2026)
    https://www.scintilena.com/racconti-dal-buio-speleosubacquea-e-fontanon-di-riu-neri-nella-puntata-del-10-marzo-su-radio-fragola/03/12/
  8. Aggrottiamoci – “Inferniglio – 01 agosto 2026” (2 agosto 2026)
    https://aggrottiamoci.com/2026/08/02/inferniglio-01-agosto-2026/
  9. Scintilena – “Gorgazzo, la nuova sfida degli speleosub polacchi” (20 agosto 2026)
    https://www.scintilena.com/gorgazzo-la-nuova-sfida-degli-speleosub-polacchi-ricerca-e-immagini-nel-cuore-della-sorgente/08/20/
  10. FSR FVG – Archivio Agosto 2026
    https://www.fsrfvg.it/?m=202608&ec3_listing=disable
  11. Scintilena – “Risorgiva di Eolo: superati i sifoni terminali, esplorati 300 metri di nuove gallerie oltre il limite noto” (1 marzo 2026)
    https://www.scintilena.com/risorgiva-di-eolo-superati-i-sifoni-terminali-esplorati-300-metri-di-nuove-gallerie-oltre-il-limite-noto/03/01/
  12. Scintilena – “Speleo-subacquea: della Sotto Carsoli c’è³² un ‘mondo sommerso'” (25 gennaio 2026)
    https://www.scintilena.com/speleo-subacquea-della-sotto-carsoli-ce-un-mondo-sommerso-oltre-30-speleologi-sfidano-il-sifone-finale-della-grotta-grande-dei-cervi/01/25/
  13. Il Giornale di Vicenza – “L’Oliero si tinge di ‘fluo’. Studio sull’acqua potabile” (17 gennaio 2025)
    https://www.ilgiornaledivicenza.it/territorio-vicentino/bassano/l-oliero-si-tinge-di-fluo-studio-sull-acqua-potabile-1.12557871
  14. Komoot – “Le grotte più suggestive nei dintorni di Pieve Tesino” (2 giugno 2026)
    https://www.komoot.com/it-it/guide/3805612/grotte-nei-dintorni-di-pieve-tesino
  15. Nautica Mare – “292 mt. Impresa da record di Bart ?omiej Pitala” (3 marzo 2026)
    https://www.nauticamare.it/diving-news/oltre-i-limiti-dellelefante-bianco-292-mt-impresa-da-record-di-bartlomiej-pitala.html
  16. Valstagna.info – “Sorgente Elefante Bianco 2004” (24 febbraio 2025)
    https://www.valstagna.info/index.php/geositi/150-subiolo/246-sorgente-elefante-bianco-2004
  17. Valstagna.info – “Sorgente Elefante Bianco 2003” (17 giugno 2025)
    http://www.valstagna.info/index.php/geositi/150-subiolo/244-sorgente-elefante-bianco-2003
  18. Scintilena – “Nueva Vida continua a crescere: 750 metri nuovi nelle profondità del Sebino” (13 marzo 2026)
    https://www.scintilena.com/nueva-vida-continua-a-crescere-750-metri-nuovi-nelle-profondita-del-sebino/03/13/
  19. Sardegna Sentieri – “Grotta di San Giovanni” (29 luglio 2025)
    https://www.sardegnasentieri.it/node/865
  20. Bagagli Leggero – “Cascata del Salton: l’inaspettata sorpresa a Lamon” (12 giugno 2025)
    https://www.bagaglioleggero.it/cascata-del-salton-lamon/
  21. Parco Majella – “La Grotta Nera” (12 ottobre 2025)
    https://www.parcomajella.it/La-Grotta-Nera.htm
  22. Catasto Speleologico Regionale FVG – “Statistiche grotte accatastate” (26 agosto 2025)
    https://catastogrotte.regione.fvg.it/statistica
  23. La Traccia Escursioni – “Grotta Acqua Nera” (10 febbraio 2022)
    https://latracciaescursioniemontagna.com/
  24. Valstagna.info – “Speleosub – Valstagna” (12 luglio 2026)
    https://www.valstagna.info/index.php/sport/255-speleosub
  25. Valstagna.info – “Grotte di Oliero 2005 Covol dei Veci” (1 febbraio 2026)
    https://www.valstagna.info/index.php/geositi/148-grotte-oliero/249-grotte-di-oliero-2005-covol-dei-veci
  26. Parco Majella – “Valle Inferno – Selvaromana, M. Ugni, Eremo Grotta S. Angelo” (6 luglio 2025)
    https://www.parcomajella.it/Valle-Inferno-Selvaromana-M-Ugni-Eremo-Grotta-S-Angelo.htm
  27. Grotte di Oliero – “Info e regolamento” (18 marzo 2026)
    https://www.grottedioliero.it/info-e-regolamento/
  28. Cuevas de Nerja – “Geologia della Cueva de Nerja” (22 maggio 2026)
    https://cuevasnerja.com/it/guides/nerja-cave-geology-stalactites/

L'articolo Grotta Acqua Nera 2026: al via la campagna esplorativa di agosto con squadra internazionale proviene da Scintilena.

  •  
❌