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Iran, un patrimonio di arte rupestre che attraversa 60.000 anni di storia

Apríl 10th 2026 at 09:00

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Dai pittogrammi paleolitici ai rilievi sasanidi: lo straordinario corpus di immagini incise sull’altopiano iranico racconta l’intera parabola della civiltà umana nel Medio Oriente antico


L’arte rupestre dell’Iran: un patrimonio ancora in gran parte sconosciuto

L’Iran custodisce uno dei patrimoni di arte rupestre più ricchi e stratificati del pianeta. Oltre 50.000 opere sono state catalogate finora tra petroglifi, pittogrammi e rilievi scolpiti nella roccia.

Le prime risalgono a circa 40.000 anni fa. Le ultime, i grandi bassorilievi dell’epoca sasanide, al VII secolo d.C. Una continuità figurativa senza paragoni nell’Asia occidentale.[1][2]

Eppure, nonostante questa abbondanza, la ricerca sistematica è ancora frammentata. Molti siti non sono stati né documentati né datati con precisione.

La causa principale è l’isolamento internazionale che per decenni ha tagliato fuori i ricercatori iraniani dall’accesso alle tecnologie di analisi più avanzate.[3][4]


Le tre famiglie dell’arte rupestre iraniana

Gli specialisti distinguono tre grandi categorie di opere:[1]

I petroglifi — immagini incise asportando lo strato superficiale della roccia — costituiscono la stragrande maggioranza del corpus noto. I pittogrammi — immagini dipinte con pigmenti come ematite, fuliggine o sangue cristallizzato legati con grassi animali — sono rari e concentrati principalmente nel Lorestan.

I rilievi rupestri storici sono invece bassorilievi scolpiti su commissione di re e sacerdoti a partire dal III millennio a.C., espressione delle grandi civiltà che si sono succedute sul suolo iranico: Lullubi, Elamiti, Achemenidi, Parti, Sasanidi.[5][1]


Teymareh: il più grande sito petroglifico dell’Iran

Il sito preistorico più importante è Teymareh, al confine tra le province di Markazi, Isfahan e Lorestan.

Qui sono stati censiti circa 21.000 petroglifi. Il pannello principale occupa una superficie di 40.000 metri quadrati e comprende almeno 150 iscrizioni.[6][7]

I petroglifi più antichi risalgono a circa 7.000 anni fa. Quelli più recenti a 4.000 anni fa.

Il motivo ricorrente è lo stambecco, simbolo di vita e fertilità sull’altopiano iranico. Rappresenta da solo il 75% delle figure a Teymareh e l’88% dell’intero corpus petroglifico nazionale.[7][8][1]

Nel 2021 l’Iran ha avviato le pratiche per la candidatura di Teymareh alla Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO.

Tra le scoperte recenti più discusse, quella di un petroglifo raffigurante una mantide religiosa a sei zampe, rinvenuto tra il 2017 e il 2018. La figura — lunga 14 centimetri — è stata comparata al cosiddetto squatter man, presente in siti rupestri di tutto il mondo.[8][9][10]


La Valle del Khorramabad e il nuovo sito UNESCO

Nel luglio 2025, i Siti Preistorici della Valle del Khorramabad in Lorestan sono stati iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. È il primo sito paleolitico iraniano a ricevere questo riconoscimento.[11][12]

Il complesso comprende cinque grotte principali — Yafteh, Ghamari, Kunji, Gilvaran e Gar Arjuneh — che documentano una presenza umana continuativa di oltre 60.000 anni.

La grotta di Yafteh ha restituito la più lunga sequenza di date al radiocarbonio da un singolo sito paleolitico iraniano, con i pittogrammi più antichi datati a circa 40.000 anni fa.

Scavi condotti da un team belga-iraniano nel 2005 e nel 2008 hanno portato alla luce anche ornamenti in conchiglie marine del Golfo Persico, prova di reti di scambio a lunga distanza già nel Paleolitico superiore.[13][14][11][1]


I rilievi lullubi e la tradizione storica

La storia dei rilievi rupestri scolpiti per volontà dei regnanti inizia a Sarpol-e Zahab (Kermanshah), con il rilievo di Anubanini, attribuito alla cultura lulluba e datato a circa 2300 a.C.

È il rilievo rupestre storico più antico dell’Iran. Mostra il re Anubanini che schiaccia un nemico con il piede, affiancato dalla dea Ishtar. L’iscrizione è in lingua accadica — la più antica iscrizione su roccia finora nota in Iran.[15][16]

Questo rilievo fu il modello stilistico diretto di quello che, quindici secoli dopo, Dario il Grande fece incidere sul monte Bisotun: la celebre iscrizione di Behistun, redatta in tre lingue (antico persiano, elamita e babilonese), iscritta UNESCO nel 2006.[16][17]


Naqsh-e Rostam e Taq-e Bostan: i gioielli dell’arte sasanide

A circa 13 km da Persepoli, la parete rocciosa di Naqsh-e Rostam ospita le tombe di quattro re achemenidi e nove grandi rilievi sasanidi incisi alla base della stessa montagna.

Il più famoso raffigura il re Shapur I a cavallo con l’imperatore romano Valeriano in atto di sottomissione: un documento visivo della Battaglia di Edessa del 260 d.C., unica occasione nella storia in cui un imperatore romano cadde prigioniero.[18][19]

A Taq-e Bostan (Kermanshah), due archi scavati nella roccia mostrano scene di investitura regale e grandiose cacce reali al cinghiale e al cervo. I rilievi risalgono al IV-VII secolo d.C. e sono tra i meglio conservati dell’intera tradizione scultorea persiana. Il sito figura nella lista provvisoria UNESCO.[20][21]


Datazione e sfide metodologiche

Stabilire l’età dei petroglifi rimane uno degli ostacoli principali alla ricerca. Nel 2008 fu impiegato il General Antiparticle Spectrometer per raccogliere campioni casuali, ma la mancanza di risorse ha impedito analisi sistematiche.

Per i siti dell’Iran centrale si propone la tecnica della micro-erosione. La datazione relativa si basa su patinazione, stile iconografico, confronti ceramici e tipologia degli strumenti raffigurati.[22][23][24][1]

L’archeologo freelance Mohammad Nasserifard ha percorso oltre 700.000 chilometri nel paese catalogando da solo circa 50.000 incisioni, spesso senza il supporto di istituzioni accademiche. È ad oggi il principale divulgatore di questo patrimonio a livello nazionale.[4]


Minacce e situazione attuale

La fragilità di questi siti è aggravata da minacce plurime: erosione climatica, biofilm di licheni, vandalismo e sviluppo infrastrutturale in prossimità dei siti. Nell’aprile 2026 l’UNESCO ha espresso grave preoccupazione per i danni subiti da quattro siti Patrimonio Mondiale in Iran a causa del conflitto in corso.

Tra questi, i siti preistorici della Valle del Khorramabad — iscritti appena nel luglio 2025 — risultano già interessati da eventi bellici. Nel giugno 2025, aree vicine a Taq-e Bostan erano state colpite, mettendo a rischio le grotte paleolitiche di Warwasi, Kobeh e Do-Ashkaft.[25][26][27][28][20]


La rete regionale e il valore globale

L’arte rupestre dell’Iran si inserisce in un continuum culturale che abbraccia l’intera Asia occidentale. I siti dell’Azerbaijan nord-occidentale sono strettamente connessi al Gobustan (Azerbaijan), Patrimonio UNESCO con oltre 6.000 incisioni e 40.000 anni di storia.

I rilievi lullubi di Sarpol-e Zahab riflettono l’influenza dell’arte mesopotamica akkadica. Quelli sasanidi di Naqsh-e Rostam e Taq-e Bostan hanno condizionato l’iconografia islamica dei secoli successivi.[2][29][30][31][32][15]

L’ipotesi avanzata da Nasserifard — basata su somiglianze tra le incisioni iraniane e quelle delle Americhe — suggerisce che l’altopiano iranico possa essere stato un nodo nelle grandi reti di mobilità preistorica dell’umanità. Studi futuri, condotti con strumenti di datazione avanzata, potrebbero chiarire questi parallelismi.[8]


Fonti consultate

  1. Wikipedia – Rock art in Iran: https://en.wikipedia.org/wiki/Rock_art_in_Iran
  2. Wikipedia – Arte iranica (IT): https://it.wikipedia.org/wiki/Arte_iranica
  3. Wikipedia – Taq-e Bostan: https://en.wikipedia.org/wiki/Taq-e_Bostan
  4. Wikipedia – Naqsh-e Rostam: https://en.wikipedia.org/wiki/Naqsh-e_Rostam
  5. Wikipedia – Anubanini rock relief: https://en.wikipedia.org/wiki/Anubanini_rock_relief
  6. Wikipedia – Yafteh cave: https://en.wikipedia.org/wiki/Yafteh
  7. Wikipedia – Lullubi: https://en.wikipedia.org/wiki/Lullubi
  8. Wikipedia – Sarpol-e Zahab: https://en.wikipedia.org/wiki/Sarpol-e_Zahab
  9. Antiquity Journal – Rock art studies in Iran: new approaches: https://antiquity.ac.uk/projgall/ghasrian311
  10. MDPI Arts – Rock Art of the Howz-M?hy Region in Central Iran: https://www.mdpi.com/2076-0752/2/3/124
  11. MDPI Arts – Rock Art in Kurdistan Iran: https://www.mdpi.com/2076-0752/2/4/328
  12. Documenta Praehistorica – The petroglyphs of Dowzdaghi, Northwestern Iran: https://journals.uni-lj.si/DocumentaPraehistorica/article/download/38.30/1662
  13. Documenta Praehistorica – Some indications of shamanism in Arasbaran rock carvings: https://journals.uni-lj.si/DocumentaPraehistorica/article/download/34.15/1822
  14. Journal of Orthoptera Research – Squatting mantis man: A prehistoric praying mantis petroglyph in Iran: https://jor.pensoft.net/article/39400/
  15. Ancient Pages – Ancient Mantis-Man Petroglyph Discovered In Teymareh, Iran: https://www.ancientpages.com/2020/03/16/ancient-mantis-man-petroglyph-discovered-in-teymareh-iran/
  16. Tehran Times – Teymareh petroglyphs: a fascinating glimpse into remote past: https://www.tehrantimes.com/news/485222/Teymareh-petroglyphs-a-fascinating-glimpse-into-remote-past
  17. Tehran Times – Iran seeks UNESCO recognition for millennia-old petroglyphs: https://www.tehrantimes.com/news/456797/Iran-seeks-UNESCO-recognition-for-millennia-old-petroglyphs
  18. The Iran Project – Pre-historic rock arts of Teymareh mountain: https://www.theiranproject.com/en/gallery/311543/1/photos-pre-historic-rock-arts-of-teymareh-mountain
  19. IFP News – Pre-Historic Rock Arts Of Teymareh Mountain: https://ifpnews.com/pre-historic-rock-arts-of-teymareh-mountain/
  20. IFP News – 5,000-year Old Rock Art Discovered In Iran’s Isfahan Province: https://ifpnews.com/5000-year-old-rock-art-discovered-irans-isfahan-province/
  21. Surfiran – Prehistoric Sites Of Khorramabad Valley Listed By UNESCO: https://surfiran.com/mag/prehistoric-khorramabad-valley-uniesco/
  22. Adventure Iran – The Prehistoric Sites of the Khorramabad Valley: https://www.adventureiran.com/the-prehistoric-sites-of-the-khorramabad-valley/
  23. UNESCO WHC – Prehistoric Sites of the Khorramabad Valley: https://whc.unesco.org/en/list/1744/
  24. Tehran Times – The story behind Iran’s first Paleolithic World Heritage site: https://www.tehrantimes.com/news/515699/The-story-behind-Iran-s-first-Paleolithic-World-Heritage-site
  25. Brewminate – Rock Art of the Howz-M?hy Region in Central Iran: https://brewminate.com/rock-art-of-the-howz-mahy-region-in-central-iran/
  26. Geo.fr – Le mystère des gravures rupestres multimillénaires d’Iran: https://www.geo.fr/sciences/le-mystere-des-gravures-rupestres-multimillenaires-d-iran-165857
  27. ISAC University of Chicago – The Sasanian Rock Reliefs at Naqsh-i-Rustam and Naqsh-i-Rajab: https://isac.uchicago.edu/collections/photographic-archives/persepolis/sasanian-rock-reliefs-naqsh-i-rustam-and-naqsh-i-rajab
  28. Encyclopaedia Iranica – Sasanian Rock Reliefs: https://www.iranicaonline.org/articles/sasanian-rock-reliefs/
  29. Livius.org – Sar-e Pol-e Zahab: https://www.livius.org/articles/place/sar-e-pol-e-zahab/
  30. Britannica – T?q-e Bost?n: https://www.britannica.com/place/Taq-e-Bostan
  31. IranCultura – L’arte sasanide: https://www.irancultura.it/arte/storia-dellarte/larte-sasanide/
  32. UNESCO WHC – Paysage culturel d’art rupestre de Gobustan: https://whc.unesco.org/fr/list/1076/
  33. Pikaia – Tra Asia ed Europa: 20.000 anni di arte rupestre nel Gobustan: https://pikaia.eu/tra-asia-ed-europa-20-000-anni-di-arte-rupestre-nel-gobustan/
  34. Euronews – UNESCO warns ‘priceless’ Iranian heritage is being destroyed by war: https://www.euronews.com/culture/2026/04/02/save-our-sites-unesco-raises-fresh-concerns-over-middle-east-heritage-threatened-by-war
  35. Iran International – UNESCO warns of rising risks to Iran’s historic sites: https://www.iranintl.com/en/202603119109
  36. Finestre sull’Arte – Taq-e Bostan a rischio secondo stampa iraniana: https://www.finestresullarte.info/attualita/taq-e-bostan-iran-sito-archeologico-a-rischio-secondo-stampa-iraniana
  37. Historia i Swiat – Newly Discovered Petroglyphs of Bardah Serkha in Badreh County, Ilam Province: https://www.czasopisma.uph.edu.pl/historiaswiat/article/view/4054
  38. Academia.edu – Cave pictograms in the southern Zagros Mountains, Fars, Iran: https://www.academia.edu/28931554/Cave_pictograms_in_the_southern_Zagros_Mountains_Fars_Iran
  39. Academia.edu – The Petroglyphs of Domab in the Central Plateau of Iran: https://www.academia.edu/37613075/The_Petroglyphs_of_Domab_in_the_Central_Plateau_of_Iran
  40. Ancient Asia Journal – Pictograph and Petroglyphs of Saravan (Sistan-Baluchistan, Iran): https://www.ancient-asia-journal.com/article/10.5334/aa.12312

Fonti
[1] Rock art in Iran – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Rock_art_in_Iran
[2] Arte iranica – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Arte_iranica
[3] Rock art studies in Iran: new approaches | Antiquity Journal https://antiquity.ac.uk/projgall/ghasrian311
[4] Le mystère des gravures rupestres multimillénaires d’Iran https://www.geo.fr/sciences/le-mystere-des-gravures-rupestres-multimillenaires-d-iran-165857
[5] Art du relief rupestre dans l’Antiquité iranienne — Wikipédia https://fr.wikipedia.org/wiki/Art_du_relief_rupestre_dans_l’Antiquit%C3%A9_iranienne
[6] Photos: Pre-historic rock arts of Teymareh mountain https://www.theiranproject.com/en/gallery/311543/1/photos-pre-historic-rock-arts-of-teymareh-mountain
[7] Pre-Historic Rock Arts Of Teymareh Mountain https://ifpnews.com/pre-historic-rock-arts-of-teymareh-mountain/
[8] Iran seeks UNESCO recognition for millennia-old petroglyphs https://www.tehrantimes.com/news/456797/Iran-seeks-UNESCO-recognition-for-millennia-old-petroglyphs
[9] Squatting (squatter) mantis man: A prehistoric praying mantis petroglyph in Iran https://jor.pensoft.net/article/39400/
[10] Ancient Mantis-Man Petroglyph Discovered In Teymareh, Iran – Ancient Pages https://www.ancientpages.com/2020/03/16/ancient-mantis-man-petroglyph-discovered-in-teymareh-iran/
[11] Prehistoric Sites Of Khorramabad Valley Listed By UNESCO – Surfiran https://surfiran.com/mag/prehistoric-khorramabad-valley-uniesco/
[12] UNESCO Adds Iran’s Khorramabad Valley to World Heritage List https://www.youtube.com/watch?v=pPy1Ve3qf1c
[13] Yafteh – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Yafteh
[14] Exclusive: The story behind Iran’s first Paleolithic World Heritage site https://www.tehrantimes.com/news/515699/The-story-behind-Iran-s-first-Paleolithic-World-Heritage-site
[15] Anubanini rock relief – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Anubanini_rock_relief
[16] Sar-e Pol-e Zahab – Livius.org https://www.livius.org/articles/place/sar-e-pol-e-zahab/
[17] List of archaeological sites in Iran – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_archaeological_sites_in_Iran
[18] Naqsh-e Rostam – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Naqsh-e_Rostam
[19] The Sasanian Rock Reliefs at Naqsh-i-Rustam and Naqsh-i-Rajab https://isac.uchicago.edu/collections/photographic-archives/persepolis/sasanian-rock-reliefs-naqsh-i-rustam-and-naqsh-i-rajab
[20] Taq-e Bostan – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Taq-e_Bostan
[21] ??q-e Bost?n | Persian Reliefs, Carvings, Gardens – Britannica https://www.britannica.com/place/Taq-e-Bostan
[22] Rock Art of the Howz-M?hy Region in Central Iran Brewminate: A Bold Blend of News and Ideas https://brewminate.com/rock-art-of-the-howz-mahy-region-in-central-iran/
[23] Newly Discovered Petroglyphs of Bardah Serkha in Badreh County, Ilam Province, Western Iran https://www.czasopisma.uph.edu.pl/historiaswiat/article/view/4054
[24] Studying the Petroglyphs of Dash Ancient Complex; Meshgin Shahr, Northwest of Iran (Azerbaijan) http://article.sciencepublishinggroup.com/pdf/10.11648.j.ija.20160403.11.pdf
[25] Sangbor Petroglyphs in Bavanat County, Southern Iran https://czasopisma.uph.edu.pl/historiaswiat/article/view/3741
[26] Save Our Sites: UNESCO warns ‘priceless’ Iranian heritage is being … https://www.euronews.com/culture/2026/04/02/save-our-sites-unesco-raises-fresh-concerns-over-middle-east-heritage-threatened-by-war
[27] UNESCO warns of rising risks to Iran’s historic sites https://www.iranintl.com/en/202603119109
[28] Secondo la stampa iraniana, attacchi israeliani minacciano … https://www.finestresullarte.info/attualita/taq-e-bostan-iran-sito-archeologico-a-rischio-secondo-stampa-iraniana
[29] Paysage culturel d’art rupestre de Gobustan https://whc.unesco.org/fr/list/1076/
[30] Tra Asia ed Europa: 20.000 anni di arte rupestre nel Gobustan – Pikaia https://pikaia.eu/tra-asia-ed-europa-20-000-anni-di-arte-rupestre-nel-gobustan/
[31] The Anubanini,s Rock Relief of Sarpol-e Zahab Reconsidering a Historical Event https://jis.ut.ac.ir/article_71438.html?lang=en
[32] L’ARTE SASANIDE. L’arte dell’Iran prima dell’arrivo dell’Islam https://www.irancultura.it/arte/storia-dellarte/larte-sasanide/
[33] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt
[34] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt
[35] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt

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I Pipistrelli Fantasma Parlano in Dialetto: Scoperta che Rivoluziona il Monitoraggio della Specie

Apríl 10th 2026 at 08:00

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La ricerca australiana dimostra variazioni vocali regionali nel Macroderma gigas, aprendo nuove strade per la conservazione acustica dei pipistrelli


Il Pipistrello Fantasma e la sua Voce: Un Repertorio Complesso

Il ghost bat (Macroderma gigas) è il solo pipistrello carnivoro dell’Australia e l’unico rappresentante della famiglia Megadermatidae nel continente.

Si nutre di uccelli, rettili, piccoli mammiferi e altri pipistrelli. Con una popolazione mondiale stimata inferiore a 10.000 individui maturi, è classificato come Vulnerabile dalla Lista Rossa IUCN.

La specie possiede un repertorio vocale articolato. Le sue vocalizzazioni comprendono chiamate sociali udibili all’orecchio umano — il chirp-trill, usato come segnale di contatto, e lo squabble, segnale agonistico — oltre a una chiamata ultrasonica sociale prodotta nasalmente e agli impulsi ultrasonici di ecolocalizzazione.

È questa ricchezza comunicativa ad aver attirato l’attenzione dei ricercatori della Charles Darwin University del Territorio del Nord australiano.


Lo Studio: Cinque Colonie a Confronto

Uno studio pubblicato nel gennaio 2026 sulla rivista Ecology and Evolution, guidato dalla dott.ssa Nicola Hanrahan, ha analizzato le vocalizzazioni di cinque colonie di maternità del Territorio del Nord, con distanze reciproche comprese tra 39 e oltre 800 chilometri.

I siti includono Pine Creek, Claravale Station, Tolmer Falls, il Parco Nazionale del Kakadu e la Pungalina–Seven Emu Sanctuary, quest’ultima collocata nel punto più meridionale del campione.[1][2]

I ricercatori hanno impiegato registratori acustici attivi 24 ore su 24 per almeno tre mesi. Sono stati catturati 78 individui con reti mist-net e playback acustico come richiamo, per raccogliere campioni di tessuto destinati all’analisi genetica tramite SNP (Single Nucleotide Polymorphisms).

Sono stati misurati anche parametri morfologici: lunghezza dell’avambraccio, delle orecchie, del trago e della foglia nasale.[1]


I Dialetti Regionali del Ghost Bat: I Risultati

L’analisi spettrografica ha rilevato variazioni geografiche significative in tutti e quattro i tipi di vocalizzazione esaminati. Si tratta della prima evidenza di formazione di dialetti nell’intera famiglia Megadermatidae.[3][1]

Le colonie più distanti geograficamente tendono a essere le più diverse acusticamente.

La colonia di Pungalina risulta quella più distinta in quasi tutti i tipi di chiamata, coerentemente con la sua posizione isolata.

L’analisi genetica ha confermato un classico pattern di isolamento per distanza: la correlazione tra distanza genetica e geografica è risultata forte (r = 0,82), con l’eccezione delle colonie di Pine Creek e Claravale, distanti solo 39 km e geneticamente quasi identiche.[1]

Le chiamate sociali udibili mostrano correlazioni marginali con la distanza genetica e geografica, compatibili con un modello di deriva genetica o culturale.

Le chiamate ultrasoniche, invece, variano tra colonie senza alcuna correlazione con la genetica o la geografia: gli autori interpretano questo dato come espressione di selezione stabilizzante, poiché queste chiamate sono vincolate dal loro ruolo nella navigazione e nella caccia.[2][1]


Un Meccanismo Ancora da Chiarire: La Trasmissione Culturale

I fattori genetici e geografici spiegano solo parzialmente la variazione acustica osservata. Gli autori avanzano l’ipotesi che processi sociali e culturali — analoghi a quelli che modellano gli accenti geografici umani — possano contribuire alla formazione dei dialetti nel ghost bat.[3]

I pipistrelli fanno parte del ristretto gruppo di mammiferi con prove robuste di vocal learning, ovvero la capacità di apprendere e modificare le proprie vocalizzazioni per imitazione. Studi precedenti su altre specie, come il Saccopteryx bilineata, hanno dimostrato che i giovani apprendono il canto territoriale imitando i maschi adulti.

Un’altra ricerca ha descritto il fenomeno del “crowd vocal learning”: i cuccioli sono influenzati dall’intera colonia, non solo dalla madre, producendo dialetti di gruppo in condizioni sperimentali.[4][5]

Non è ancora stata dimostrata la presenza di apprendimento vocale nel ghost bat o nei megadermatidi in senso più ampio. Questa rimane una delle principali domande aperte per le ricerche future.[1]


Monitoraggio Acustico Non Invasivo: Le Implicazioni Pratiche

Il ghost bat è una specie particolarmente sensibile al disturbo umano.

La perturbazione dei siti di roosting — caverne naturali e miniere abbandonate — è una delle cause principali del suo declino. Questa sensibilità ha a lungo ostacolato lo sviluppo di metodi di studio e monitoraggio efficaci.[6][7]

La comprensione dei dialetti regionali offre nuovi strumenti pratici. Studi precedenti hanno già dimostrato che il ghost bat risponde al playback delle proprie vocalizzazioni sociali, permettendo il rilevamento fino a 5 km dai roost noti con una probabilità di rilevamento del 50,5%.

La conoscenza dei profili acustici specifici di ciascuna colonia consente di sviluppare classificatori automatici più precisi per il monitoraggio passivo su larga scala.[8][9]

I dialetti possono inoltre segnalare la presenza di popolazioni geneticamente isolate, meritevoli di protezione prioritaria, e contribuire a valutare la compatibilità comportamentale degli individui nei programmi di reintroduzione della specie in aree meridionali precedentemente occupate.[10][2]


Una Finestra sull’Evoluzione del Linguaggio

Al di là delle applicazioni conservazionistiche, il ghost bat rappresenta un modello di interesse per lo studio delle basi biologiche e sociali del linguaggio. I pipistrelli, con la loro duplice funzione vocale — orientamento spaziale e comunicazione sociale — sono candidati privilegiati per indagare come sistemi comunicativi complessi si siano sviluppati nei mammiferi nel corso dell’evoluzione.[3][1]

La recente pubblicazione della sequenza di riferimento del genoma del ghost bat apre ulteriori possibilità: lo studio della base genomica delle capacità vocali e della struttura di popolazione potrà fornire risposte sulle origini biologiche dei dialetti osservati.[11]


Fonti consultate

Fonti
[1] Dialect Formation in Ghost Bats: Genetic, Geographic and … – PMC https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12765597/
[2] Dialect Formation in Ghost Bats: Genetic, Geographic and … https://researchers.cdu.edu.au/en/publications/dialect-formation-in-ghost-bats-genetic-geographic-and-morphologi/
[3] Ghost bat dialects emerge across colonies, study suggests – Phys.org https://phys.org/news/2026-04-ghost-dialects-emerge-colonies.html
[4] Crowd vocal learning induces vocal dialects in bats https://journals.plos.org/plosbiology/article?id=10.1371%2Fjournal.pbio.2002556
[5] Crowd vocal learning induces vocal dialects in bats https://www.psy.ox.ac.uk/people/yosef-prat/publication_modal/2289618
[6] Calling up ghosts : acoustic playback of social vocalisations reveals … https://researchers.westernsydney.edu.au/en/publications/calling-up-ghosts-acoustic-playback-of-social-vocalisations-revea/
[7] Calling up ghosts: Acoustic playback of social vocalisations reveals … https://researchers.cdu.edu.au/en/publications/calling-up-ghosts-acoustic-playback-of-social-vocalisations-revea/
[8] Novel acoustic lure methodology facilitates detection of the cryptic … https://www.publish.csiro.au/wr/wr22189
[9] [PDF] Ghost bat call detection using AI: strategies to improve model … https://www.acoustics.asn.au/conference_proceedings/AAS2025/papers/p50.pdf
[10] Evading the Ghost of Extinction: A Case Study for the Reintroduction of Ghost Bats (Macroderma gigas) https://www.mdpi.com/2673-7159/4/3/25
[11] The complete genome sequence of the ghost bat, Macroderma gigas https://f1000research.com/articles/14-1445/v1

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L’Aquila, 17 anni dopo: una nuova “TAC” della crosta svela come le faglie si uniscono per generare grandi terremoti

Apríl 9th 2026 at 13:00

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Lo studio INGV del 2025 riscrive l’interpretazione sismica della sequenza del 2009: non una sola frattura, ma più strutture in interazione


Il terremoto dell’Aquila del 2009: i dati della sequenza sismica

Il 6 aprile 2009, alle 03:32, un terremoto di magnitudo Mw 6.1 colpì l’area dell’Aquila nell’Appennino centrale. L’evento raggiunse un’intensità fino al grado IX-X della Scala Mercalli–Cancani–Sieberg (MCS) e fu avvertito in tutta l’Italia centrale.[1]

Il bilancio fu pesante: 309 vittime, 1.600 feriti e circa 80.000 sfollati. I danni al centro storico dell’Aquila e al suo patrimonio storico-architettonico furono ingenti, con una ricostruzione che a distanza di 17 anni risulta ancora parzialmente in corso.[2][3][1]

La scossa principale fu preceduta da una serie di eventi minori, tra cui un foreshock di magnitudo Mw 4.0 avvenuto il 30 marzo 2009. Nei mesi successivi si sviluppò una sequenza di repliche con oltre 148.000 eventi catalogati, tra cui due aftershock rilevanti: Mw 5.0 il 7 aprile e Mw 5.2 il 9 aprile.[1]


Intelligenza artificiale e catalogo sismico: 148.000 terremoti rilocalizzati

Prima ancora di costruire la nuova tomografia, i ricercatori dell’INGV hanno aggiornato il catalogo sismico della sequenza. Fonzetti et al. (2025a) hanno applicato reti neurali (PhaseNet per il riconoscimento delle onde, GaMMA per l’associazione) all’intero anno 2009, identificando circa 191.000 eventi.[4][5]

Di questi, 148.000 sono stati rilocalizzati con tecniche assolute e relative, ottenendo una precisione nelle coordinate ipocentrali mai raggiunta in precedenza per questo dataset. Un catalogo così denso è il presupposto indispensabile per la tomografia: più raggi sismici attraversano la crosta, più dettagliata è l’immagine che si ottiene.[5][2]


La tomografia sismica: la TAC della crosta terrestre

La tomografia sismica funziona in modo analogo alla TAC medica. Le onde elastiche generate dai terremoti attraversano la crosta a velocità variabili secondo la litologia, il grado di fratturazione e il contenuto di fluidi.[6][2]

Misurando queste velocità — le onde P (Vp) e le onde S (Vs) — e il loro rapporto Vp/Vs, si ricostruisce la struttura interna della crosta terrestre:[2]

  • Velocità Vp alta (~6.5–7 km/s): unità carbonatiche rigide e profonde
  • Velocità Vp bassa (~4.5 km/s): bacini sedimentari superficiali
  • Rapporto Vp/Vs alto: zona ricca di fluidi in pressione (le onde S si propagano male nei fluidi)

Questa tecnica ha permesso di ricostruire non solo dove si trovano le faglie, ma anche le proprietà meccaniche delle rocce che le circondano, fondamentali per capire come si propagano le rotture sismiche.[1]


Il nuovo studio: approccio multidisciplinare su dati di sottosuolo

Lo studio di Fonzetti, Buttinelli, Valoroso, De Gori e Chiarabba (INGV), pubblicato su Journal of Geophysical Research: Solid Earth nell’agosto 2025 (doi: 10.1029/2025JB031245), combina tre livelli di informazione:[7]

  1. Dati geologici di superficie: rilevamenti strutturali, faglie affioranti, dati paleosismologici
  2. Modelli 3D di sottosuolo: derivati dal progetto RETRACE-3D, che integra profili sismici a riflessione e dati di pozzo[8][9]
  3. Tomografia sismica: costruita a partire da circa 17.000 eventi sismici registrati tra gennaio e dicembre 2009 dalla rete di stazioni INGV[1]

Il modello 3D di sottosuolo (Buttinelli et al., 2021) è stato determinante per vincolare l’interpretazione tomografica, riducendo le ambiguità tipiche delle sole analisi geofisiche.[1]


Il risultato principale: le faglie interagiscono come un sistema unico

Il dato più rilevante dello studio riguarda la dinamica di interazione tra le faglie. L’analisi congiunta ha dimostrato che durante la sequenza del 2009 alcune strutture di faglia hanno interagito tra loro, attivandosi quasi simultaneamente e comportandosi come un’unica struttura.[7][1]

Questa interazione è facilitata da due condizioni geometriche:

  • La semicontinuità verticale tra i segmenti (i piani si raccordano in profondità)
  • La geometria simile tra le strutture (stessa direzione e angolo di immersione)

Quando queste condizioni sono soddisfatte, un sistema di faglie può generare un evento di magnitudo molto superiore a quella che ciascun segmento sarebbe in grado di produrre singolarmente. Questo meccanismo spiega la nucleazione del mainshock del 6 aprile 2009.[1]


Il ruolo dei fluidi e l’eredità tettonica della catena appenninica

La migrazione della sismicità dalla faglia di Paganica — responsabile del mainshock — verso il sistema dei Monti della Laga-Gorzano è correlata alla diffusione di pressione dei fluidi nei pori della crosta. Questo meccanismo, già documentato nelle sequenze del 1997 (Colfiorito) e del 2016-2017 (Amatrice-Norcia), appare come una caratteristica strutturale ricorrente dell’Appennino centrale.[10][2][1]

La complessità strutturale che rende possibile tutto questo è ereditata dalla fase compressiva di formazione della catena appenninica: le faglie inverse e i sovrascorrimenti mio-pliocenici hanno creato disomogeneità meccaniche e litologiche che le faglie estensionali più recenti hanno intersecato e parzialmente riattivato. Riconoscere questa eredità strutturale è essenziale per valutare correttamente la pericolosità sismica dell’area.[11][1]


Implicazioni per la pericolosità sismica dell’Appennino centrale

I risultati dello studio hanno ricadute dirette sulle metodologie di valutazione della pericolosità sismica. Se più segmenti di faglia possono interagire come sistema unico, le stime basate su singoli segmenti rischiano di sottostimare la magnitudo massima attesa.[1]

Per una corretta valutazione del rischio è quindi necessario modellare i sistemi di faglia nella loro integralità, includendo le possibili interazioni geometriche e meccaniche tra strutture adiacenti. L’approccio multidisciplinare descritto nello studio di Fonzetti et al. — che integra geologia di superficie, modelli 3D di sottosuolo e tomografia sismica — si propone come lo standard metodologico per i futuri studi sismotectonici sull’Appennino centrale.[7][1]


Fonti e link originali

  1. Articolo scientifico principale
    Fonzetti R., Buttinelli M., Valoroso L., De Gori P., Chiarabba C. (2025b). Fault Interaction During Large Earthquakes as Revealed by the L’Aquila 2009 Sequence. Journal of Geophysical Research: Solid Earth, 130(8), e2025JB031245.
    ? https://doi.org/10.1029/2025JB031245
  2. Post INGV Terremoti (articolo divulgativo, 6 aprile 2026)
    ? https://ingvterremoti.com/2026/04/06/laquila-2009-una-nuova-tomografia-svela-il-ruolo-dellinterazione-tra-faglie/
  3. Catalogo ML ad alta risoluzione (Fonzetti et al., 2025a)
    Fonzetti R., Govoni A., De Gori P., Valoroso L., Chiarabba C. (2025a). Machine learning-based high-resolution dataset for the 2009 L’Aquila earthquake sequence. Geophysical Journal International, 243(1), ggaf286.
    ? https://academic.oup.com/gji/article/243/1/ggaf286/8213919[5]
  4. Time-lapse tomography della faglia di Paganica (Fonzetti et al., 2024)
    Fonzetti R., Valoroso L., De Gori P., Chiarabba C. (2024). Localization of deformation on faults driven by fluids during the L’Aquila 2009 earthquake. JGR: Solid Earth, 129, e2024JB029075.
    ? https://doi.org/10.1029/2024JB029075
  5. Post INGV Terremoti – Studio tomografico faglia di Paganica (2025)
    ? https://ingvterremoti.com/2025/04/06/laquila-6-aprile-2009-nuovo-studio-tomografico-sulla-faglia-di-paganica/[2]
  6. Post INGV Terremoti – Catalogo ML (2024)
    ? https://ingvterremoti.com/2024/04/05/laquila-6-aprile-2009-15-anni-dopo-lintelligenza-artificiale-aggiunge-60000-terremoti-alla-sequenza/[12]
  7. Modello geologico 3D RETRACE-3D – Dataset INGV
    ? https://data.ingv.it/dataset/474[9]
  8. Sequenza sismica del 2009: struttura del sistema di faglie – INGV Terremoti
    ? https://ingvterremoti.com/2019/04/06/ricordando-il-terremoto-del-6-aprile-2009-1-la-sequenza-sismica-e-la-struttura-del-sistema-di-faglie/[13]

Fonti
[1] L’Aquila 2009: una nuova tomografia svela il ruolo dell’interazione tra faglieingvterremoti.com › 2026/04/06 › laquila-2009-una-nuova-tomografia-sve… https://ingvterremoti.com/2026/04/06/laquila-2009-una-nuova-tomografia-svela-il-ruolo-dellinterazione-tra-faglie/
[2] L’Aquila 6 aprile 2009: nuovo studio tomografico sulla faglia di Paganica https://ingvterremoti.com/2025/04/06/laquila-6-aprile-2009-nuovo-studio-tomografico-sulla-faglia-di-paganica/
[3] L’Aquila: ricostruzione privata al 98%, più lenta la pubblica ferma al 65,7% – News Town L’Aquila Abruzzo https://news-town.it/2025/01/03/affari-pubblici/laquila-ricostruzione-privata-al-98-piu-lenta-la-pubblica-ferma-al-657/
[4] Machine Learning-based high-resolution dataset for the 2009 L’Aquila earthquake sequence https://academic.oup.com/gji/advance-article/doi/10.1093/gji/ggaf286/8213919?searchresult=1
[5] Machine learning-based high-resolution data set for the 2009 L’Aquila earthquake sequence – Oxford Academic https://academic.oup.com/gji/article/243/1/ggaf286/8213919
[6] Una TAC sismica per vedere lo stato di salute delle Alpi e degli … https://rivistanatura.com/una-tac-sismica-per-vedere-lo-stato-di-salute-delle-alpi-e-degli-appennini/
[7] Fault Interaction During Large Earthquakes as Revealed by the L … https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1029/2025JB031245
[8] Con “Retrace-3D” una ricostruzione geologica … https://www.cnr.it/en/news/10143/con-retrace-3d-una-ricostruzione-geologica-tridimensionale-dell-area-colpita-dal-terremoto-dell-italia-centrale
[9] RETRACE-3D Central Italy Geological Model – ISTITUTO NAZIONALE DI GEOFISICA E VULCANOLOGIA https://data.ingv.it/dataset/474
[10] La sequenza sismica 2016-2017 nell’Appennino centrale https://ingvterremoti.com/2022/04/19/la-sequenza-sismica-2016-2017-nellappennino-centrale-assetto-crostale-e-sismotettonica/
[11] [PDF] “Geometria, cinematica, interazione e potenziale sismogenico delle … https://www.conscienze.it/premi/abstract_vincitori/LM20/sintesitesi_Schirripa.pdf
[12] L’Aquila 6 aprile 2009, 15 anni dopo: l’intelligenza artificiale … https://ingvterremoti.com/2024/04/05/laquila-6-aprile-2009-15-anni-dopo-lintelligenza-artificiale-aggiunge-60000-terremoti-alla-sequenza/
[13] Ricordando il terremoto del 6 aprile 2009: 1) La sequenza sismica e … https://ingvterremoti.com/2019/04/06/ricordando-il-terremoto-del-6-aprile-2009-1-la-sequenza-sismica-e-la-struttura-del-sistema-di-faglie/
[14] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt
[15] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt
[16] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt

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Microplastiche e microfibre negli acquiferi confinati: uno studio italiano sfida le certezze sull’acqua sotterranea

Apríl 9th 2026 at 11:00

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Le acque profonde non sono al sicuro: ricercatori del Politecnico e dell’Università di Torino trovano microplastiche in tutti e 25 gli acquiferi confinati analizzati nel Nord-Ovest Italia


Acquiferi confinati e microplastiche: un binomio inedito nella ricerca scientifica

Un nuovo studio pubblicato il 2 aprile 2026 sulla rivista internazionale Environmental Research (Elsevier) riaccende il dibattito sulla qualità delle acque sotterranee.

La ricerca, firmata da Valentina Balestra, Matteo Valle, Rossana Bellopede e Adriano Fiorucci del DIATI (Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture) del Politecnico di Torino e del DISAFA dell’Università di Torino, documenta per la prima volta in modo sistematico la presenza di microplastiche (MP) e microfibre (MF) in acquiferi confinati italiani.[1]

Gli acquiferi confinati sono falde idriche racchiuse tra due strati impermeabili, lontane dal contatto diretto con la superficie. Fino a oggi, la letteratura scientifica internazionale le considerava le meno esposte alla contaminazione da microplastiche. Questo studio ribalta quella convinzione.[2]

Il lavoro è parte del dottorato di ricerca di Valentina Balestra ed è disponibile in open access con licenza Creative Commons.[1]


25 acquiferi analizzati, 25 acquiferi contaminati da microparticelle antropogeniche

Il campionamento ha riguardato 25 acquiferi confinati del Nord-Ovest Italia, un’area idrogeologicamente complessa, con sistemi multistrato caratteristici della Pianura Padana piemontese. I risultati sono netti: le microparticelle antropogeniche (AMP) sono state rilevate in tutti i punti di campionamento, senza eccezione alcuna.[1]

La concentrazione media misurata è pari a 90,0 ± 64,3 items per litro, con un range che va da 5,6 a 251,4 items/L. Non si tratta di valori trascurabili, soprattutto considerando che molti di questi acquiferi sono usati per il consumo umano e per l’irrigazione agricola.[1]

Le microplastiche vere e proprie — ossia i polimeri sintetici — sono state trovate in 13 acquiferi su 25, con concentrazioni comprese tra 0 e 6,3 MP/L e una media di 1,9 ± 2 items/L. I polimeri predominanti sono composti vinilici (tra cui derivati del PVC), copolimeri e poliesteri, con piccole quantità di altri sintetici.[1]


Solo il 2,1% è sintetico: le microfibre cellulosiche dominano il quadro

Il dato più rilevante dal punto di vista scientifico riguarda la composizione delle microparticelle rilevate. Solo il 2,1% delle AMP risulta di natura sintetica. La componente dominante è fibrosa e cellulosica: fibre da cotone trattato, cellulosa modificata, rayon e materiali analoghi che, pur non essendo plastiche in senso stretto, sono di origine antropica e rappresentano potenziali vettori di contaminazione.[3][1]

Le fibre costituiscono il 95,2% di tutte le AMP, contro il 4,6% dei frammenti. Il rapporto si inverte quando si considerano le sole microplastiche sintetiche: in quel caso, i frammenti raggiungono il 72% del totale.[1]

Le microfibre risultano tipicamente di piccole dimensioni e di colore chiaro o trasparente. La loro origine è probabilmente legata alle attività agricole circostanti: uso di tessuti per coperture, teli, sacchi e rifiuti cellulosici che si degradano nel suolo e si infiltrano nelle falde nel tempo.[1]


Come le microplastiche raggiungono le acque profonde degli acquiferi confinati

Il confinamento stratigrafico non garantisce un isolamento assoluto. Gli autori individuano diverse vie di accesso delle microplastiche negli acquiferi profondi.[1]

Le attività agricole rappresentano la fonte primaria sospettata. L’uso di teli pacciamanti in plastica, sistemi di irrigazione in polietilene, fanghi di depurazione come ammendanti e la dispersione di microfibre tessili crea nel suolo un serbatoio di particelle che, attraverso eventi di pioggia intensa e percorsi preferenziali nel sottosuolo, possono migrare verso le falde profonde.[4][5]

I pozzi di captazione idrica possono creare connessioni idrauliche tra falde superficiali e acquiferi più profondi, cortocircuitando la naturale separazione stratigrafica. Le operazioni di perforazione, manutenzione e pompaggio possono facilitare questo trasferimento.[6]

Anche le modifiche antropiche della stratigrafia — scavi, costruzioni, riempimenti — possono compromettere la continuità degli strati impermeabili che garantiscono il confinamento. Dove l’aquitard è discontinuo o danneggiato, l’isolamento viene meno.[1]

Infine, i meccanismi di trasporto coloidale e di flusso preferenziale permettono a particelle anche molto piccole di muoversi attraverso matrici porose compatte lungo fratture e discontinuità geologiche naturali.[7][8]


La dimensione conta: i micropollutanti più piccoli sono i più abbondanti

Un aspetto tecnico di notevole importanza riguarda la distribuzione dimensionale delle particelle. Le particelle di grandi dimensioni (tra 1 e 5 mm) rappresentano solo il 17,3% del totale. Al diminuire della dimensione considerata, la concentrazione aumenta.[1]

Questo trend ha due implicazioni dirette. La prima è che le particelle più piccole, potenzialmente più pericolose perché capaci di attraversare le barriere biologiche, sono anche le più numerose negli acquiferi. La seconda è che i dati attuali sottostimano sistematicamente la contaminazione reale: le metodologie di campionamento hanno limiti di rilevazione che escludono le frazioni nanometriche, le meno visibili e le più difficili da caratterizzare.[9][10]


Il legame con la speleologia e gli acquiferi carsici

Per il mondo della speleologia, lo studio assume una rilevanza particolare. Gli acquiferi carsici — più direttamente connessi alla superficie attraverso condotti, grotte e fratture — erano già noti come i più esposti alla contaminazione da microplastiche tra tutti i tipi di acquifero. Studi condotti in Cina hanno documentato concentrazioni tra 2,33 e 9,50 MP/L nelle acque sotterranee carsiche, con picchi durante eventi di piena che portano le concentrazioni fino a 81,3 items/L.[11][2][3]

La scoperta che anche gli acquiferi confinati — ben più isolati — non sono immuni alla contaminazione da microplastiche rafforza l’urgenza di un monitoraggio capillare di tutte le tipologie di falda. Gli speleologi, grazie alla capacità di accedere a sistemi idrici sotterranei altrimenti inaccessibili, possono svolgere un ruolo attivo nel campionamento e nella sorveglianza ambientale. Le grotte rappresentano ambienti sentinella per la qualità delle acque sotterranee e, in questo contesto, per la rilevazione precoce di microinquinanti emergenti.[12]


Normativa europea in aggiornamento: il quadro regolatorio sulle microplastiche nell’acqua

Sul fronte normativo, l’Unione Europea si sta muovendo. La Direttiva Acque Potabili 2020/2184 ha introdotto per la prima volta l’obbligo di monitoraggio delle microplastiche nelle acque destinate al consumo umano. La Decisione Delegata (UE) 2024/1441 definisce la metodologia analitica ufficiale per la misurazione delle MP nelle acque potabili, con applicazione pratica basata su tecniche come la Py-GC-MS per la quantificazione dei principali polimeri (PET, PE, PVC, PP, PS, PC).[13][14]

Non esistono, ad oggi, limiti massimi consentiti per le microplastiche nell’acqua potabile. La mancanza di dati tossicologici sufficientemente consolidati e l’assenza di protocolli standardizzati a livello internazionale rendono ancora difficile la definizione di soglie operative. L’applicazione sistematica del monitoraggio agli acquiferi profondi — confinati o carsici — è ancora lontana dalla piena implementazione.[15]


Salute umana e acqua di falda: un nesso da non ignorare

Le acque sotterranee sono spesso utilizzate per il consumo umano diretto, con trattamenti di potabilizzazione limitati. La presenza di microplastiche nelle falde implica un’esposizione cronica. Studi recenti hanno rilevato microplastiche in campioni di sangue, urina, placenta, latte materno, polmoni e tessuti epatici umani. Gli effetti biologici documentati includono infiammazione cronica, stress ossidativo, interferenza con il sistema endocrino e genotossicità.[16][17][18]

Le microplastiche agiscono anche come vettori di altri contaminanti, come metalli pesanti e composti chimici disturbatori del sistema ormonale (ftalati, bisfenoli), amplificando la tossicità totale rispetto alla sola presenza fisica delle particelle.[19][20]

Un adulto può ingerire fino a 458.000 microplastiche all’anno solo attraverso l’acqua del rubinetto, secondo alcune stime. La variabilità tra i diversi studi è elevata, ma il dato è indicativo dell’entità dell’esposizione potenziale.[21]


Un monitoraggio sistematico degli acquiferi profondi è imprescindibile

Le conclusioni degli autori sono chiare. Data la vulnerabilità delle risorse idriche sotterranee alla contaminazione antropica, alle pressioni legate ai cambiamenti climatici e all’importanza ecologica e sanitaria delle falde acquifere, è necessario implementare strategie di protezione dell’ambiente subsuperficiale e di gestione sostenibile delle risorse idriche.[1]

Lo studio apre la strada a ulteriori indagini sugli acquiferi confinati italiani ed europei. La metodologia applicata — che include la distinzione tra microplastiche sintetiche, microfibre cellulosiche e microparticelle di altro tipo — può rappresentare un riferimento per future campagne di monitoraggio standardizzate. La ricerca non si limita a certificare un problema: indica anche la direzione da seguire per affrontarlo.[1]


Fonti e link originali

Altre Fonti
[1] Microplastic and microfibre pollution in confined aquifers: insights from Italy https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0013935126007474
[2] A review of the influence mechanisms of climate-induced events on groundwater microplastic contamination: A focus on aquifer vulnerabilities and mitigation strategies https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11635876/
[3] Floods enhance the abundance and diversity of anthropogenic microparticles (including microplastics and treated cellulose) transported through karst systems. https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0043135423006401
[4] Research advances on microplastics contamination in terrestrial geoenvironment: A review. https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0048969724034065
[5] Microplastics in Sludges and Soils: A Comprehensive Review on Distribution, Characteristics, and Effects https://www.mdpi.com/2305-7084/8/5/86
[6] Microplastic contamination in groundwater of rural area, eastern part of Korea. https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S004896972303629X
[7] Microplastics in Groundwater: Pathways, Occurrence, and Monitoring Challenges https://www.mdpi.com/2073-4441/16/9/1228
[8] Microplastics in Groundwater: Pathways, Occurrence, and Monitoring Challenges https://www.mdpi.com/2073-4441/16/9/1228/pdf?version=1714040914
[9] Exploring Innovative Approaches for the Analysis of Micro- and Nanoplastics: Breakthroughs in (Bio)Sensing Techniques https://www.mdpi.com/2079-6374/15/1/44
[10] Interlaboratory Comparison Reveals State of the Art in Microplastic Detection and Quantification Methods https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12044667/
[11] Preliminary Study on the Distribution, Source, and Ecological Risk of Typical Microplastics in Karst Groundwater in Guizhou Province, China https://www.mdpi.com/1660-4601/19/22/14751
[12] Adherence of polystyrene microspheres on cave sediment: implications for organic contaminants and microplastics in karst systems. https://pubs.geoscienceworld.org/eeg/article/29/3/157/630552/Adherence-of-Polystyrene-Microspheres-on-Cave
[13] Sampling and Identification of Microplastics in Groundwater. https://app.jove.com/t/68652/sampling-and-identification-of-microplastics-in-groundwater
[14] Implementation plan to monitor microplastics in surface and drinking water using Py-GC-MS according to Decision (EU) 2024/1441. https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0269749125005470
[15] Development of “Threshold Microplastics Concentration” Concept and Framework in Drinking Water https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11504262/
[16] Are microplastics in food a risk factor for obesity: Current evidence, mechanistic pathways and emerging health risks associated with human exposure https://www.crosschannel.uk/analysis/microplastics-and-obesity
[17] Effects of Microplastic Exposure on Human Digestive, Reproductive, and Respiratory Health: A Rapid Systematic Review https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11697325/
[18] Health Implications of Widespread Micro- and Nanoplastic Exposure: Environmental Prevalence, Mechanisms, and Biological Impact on Humans https://www.mdpi.com/2305-6304/12/10/730
[19] Microplastic sources, formation, toxicity and remediation: a review https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10072287/
[20] A Detailed Review Study on Potential Effects of Microplastics and Additives of Concern on Human Health https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7068600/
[21] Microplastic contamination of drinking water: A systematic review https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7394398/
[22] Microplastic Contamination in Karst Groundwater Systems https://ngwa.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/gwat.12862

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Sotto il Gran Sasso si nasconde un acquifero “parlante”: la scienza spiega il boato di Ferragosto 2023

Apríl 9th 2026 at 10:00

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Un approccio multiparametrico inedito, con giroscopi laser nati per la fisica quantistica, svela le dinamiche profonde dell’acquifero carsico del Gran Sasso


Il boato che ha fatto “parlare” la montagna

Nella notte tra il 14 e il 15 agosto 2023, alle 22:00 UTC, il personale in servizio notturno nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS) dell’INFN ha avvertito un forte e improvviso boato.

Le sale sperimentali — enormi cavità scavate a 1.400 metri di profondità nel massiccio calcareo — hanno amplificato il suono come una cassa di risonanza.

In un primo momento l’evento sembrava inspiegabile. Mesi dopo, una ricerca multidisciplinare ha chiarito l’origine di quel fenomeno e con essa ha aperto una finestra inedita sulle dinamiche interne di uno dei massicci carbonatici più importanti d’Italia.[1][2]

Lo studio, pubblicato il 10 febbraio 2026 sulla rivista Scientific Reports del gruppo Nature con il titolo “Multi-sensor monitoring of a transient event in the Gran Sasso aquifer, Italy”, è il risultato della collaborazione tra l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e le Università di Pisa, La Sapienza di Roma e L’Aquila. Il testo è firmato da venti ricercatori e ricercatrici. Autore corrispondente è Gaetano De Luca, ricercatore INGV.[3][4][5]


Tre mesi di pressione accumulata nell’acquifero del Gran Sasso

Il boato non fu il punto di partenza del fenomeno, ma la sua conclusione. Tutto ebbe inizio a maggio 2023, il mese più piovoso dell’intero periodo di monitoraggio attivo dal 2020.

Le piogge primaverili raggiunsero i 402,6 mm: il secondo valore più alto registrato dal 2009, superato solo dai 473,4 mm di novembre 2013. Questa massa d’acqua si infiltrò rapidamente nell’acquifero del Gran Sasso attraverso la conca endoreica di Campo Imperatore, principale zona di ricarica del massiccio.[5]

Nei mesi successivi, la pressione idraulica nella zona satura dell’acquifero salì progressivamente. La stazione di monitoraggio MP4 — installata all’interno del tunnel autostradale A24, in contatto diretto con il nucleo dell’acquifero — registrò un incremento continuo fino al valore massimo di circa 15 bar in agosto. Nel frattempo, la sorgente Tempera, sul versante sud-ovest del massiccio, mostrava un rapido e sostenuto aumento dei livelli idrometrici.[5]

Il 14 agosto, la pressione accumulata causò la rottura brusca di una barriera locale di permeabilità all’interno della montagna — probabilmente una discontinuità tettonica, una zona a bassa permeabilità o una cavità carsica parzialmente occlusa. La cedenza brusca generò un’onda di pressione che si propagò attraverso le gallerie come un boato. Ezio Previtali, Direttore dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso, ha dichiarato: «Spesso la montagna ci “parla” nel senso stretto del termine, producendo forti rumori per i quali le sale sperimentali dei LNGS diventano cassa di risonanza».[6][7]


L’acquifero carsico del Gran Sasso: struttura e vulnerabilità idrogeologica

L’acquifero del Gran Sasso è uno dei più grandi sistemi carsico-fratturati dell’Appennino peninsulare, con un’area di circa 1.000 km².

La struttura geologica è formata da rocce carbonatiche mesozoico-cenozoiche — calcari e dolomiti — organizzate in falde di sovrascorrimento. La permeabilità è di natura secondaria, legata alle fratture tettoniche e ai condotti di dissoluzione carsica sviluppatisi nel corso di millenni.[8][9][5]

Le sorgenti distribuite ai margini del massiccio erogano complessivamente tra 18 e 25 m³/s di acqua.

Quell’acqua alimenta la rete potabile di circa 700.000 abitanti nelle province di L’Aquila, Teramo e Pescara — circa la metà della popolazione abruzzese. Si tratta di una delle risorse idriche strategiche più importanti dell’Italia centro-meridionale.[10][11][5]

La vulnerabilità di questo acquifero è intrinsecamente elevata. Nei sistemi carsici, le sostanze inquinanti si infiltrano rapidamente attraverso le fessure e i condotti senza subire significativi processi di filtrazione naturale.

La coesistenza dell’acquifero del Gran Sasso con le infrastrutture che lo attraversano — tunnel autostradali A24 e Laboratori INFN, costruiti senza impermeabilizzazione dalla falda — ha già generato episodi critici: nel 2002 una fuoriuscita di trimetilbenzene da un esperimento INFN contaminò l’acquifero e la rete idrica; nel 2017 fu vietato per due giorni il consumo dell’acqua dopo la rilevazione di nuovi inquinanti. Questi episodi hanno portato alla nomina di un Commissario straordinario per la messa in sicurezza dell’acquifero del Gran Sasso.[12][13][14]


GINGER: il giroscopio per la relatività generale applicato al monitoraggio geofisico

L’elemento più innovativo dello studio è l’uso di GINGERino come strumento geofisico. GINGERino è il prototipo operativo del progetto GINGER (Gyroscopes IN GEneral Relativity), un giroscopio laser ad anello ad altissima sensibilità installato da circa dieci anni sotto 1.400 m di roccia nei Laboratori del Gran Sasso. Il suo scopo originario è la misura dell’effetto Lense-Thirring: una piccola perturbazione della velocità di rotazione terrestre prevista dalla relatività generale di Einstein, causata dalla curvatura dello spazio-tempo attorno a una massa rotante.[15][16]

Il principio fisico è l’effetto Sagnac: due fasci laser controrotanti all’interno di una cavità quadrata percorrono cammini ottici di lunghezza diversa se il sistema è in rotazione, generando una differenza di frequenza proporzionale alla velocità angolare locale. GINGERino misura quindi la velocità di rotazione della crosta terrestre con una precisione dell’ordine dei femto-radianti al secondo — un record mondiale stabilito nel luglio 2024.[17][18][19][20]

In questo studio, GINGERino ha svolto un ruolo inatteso: quello di sentinella delle dinamiche dell’acquifero del Gran Sasso. L’analisi ha mostrato che lo strumento registrava anomalie già a partire dal 10 maggio 2023, circa 55 giorni prima del boato — un periodo che coincide esattamente con l’inizio del rapido incremento di pressione nella stazione MP4. Le variazioni a bassa frequenza rilevate da GINGERino non erano catturate dal sismometro convenzionale co-locato, dimostrando una sensibilità senza precedenti ai movimenti lenti dell’acquifero. Al momento del boato, il tiltmetro integrato ha registrato una variazione di inclinazione di 0,4 ?rad nella direzione Est-Ovest: chiara evidenza di fratturazione all’interno del massiccio.[5]


Un approccio multiparametrico inedito per studiare l’acquifero profondo

La ricerca ha integrato sette diverse categorie di strumenti di misura, operanti in scale temporali, fisiche e spaziali diverse:

  • GINGERino (INFN-Pisa): velocità angolare locale della crosta — componente rotazionale
  • Sismometro GIGS Trillium 240s (INGV): movimenti del suolo nelle tre componenti traslazionali
  • Rete Accelerometrica Nazionale RAN (Dipartimento Protezione Civile): accelerazioni del suolo
  • Sensore acustico (LNGS-INFN): onde di pressione sonora nelle gallerie
  • Stazione MP2 (INGV–Sapienza): livello, temperatura e conducibilità alla sorgente Tempera
  • Stazione MP3 (INGV–Sapienza): drenaggio del tunnel autostradale nord
  • Stazione MP4 (INGV–Univ. L’Aquila): pressione idraulica ad alta frequenza (20 Hz) nel nucleo dell’acquifero

[5]

L’associazione di GINGERino con il sismometro GIGS ha creato una stazione sismica 4C — quattro gradi di libertà — che combina per la prima volta componente rotazionale e componenti traslazionali per monitorare un acquifero profondo. «L’approccio multiparametrico ha dimostrato che il boato è direttamente collegato alle variazioni dell’acquifero», ha spiegato Gaetano De Luca. «Trattandosi di un evento raro registrato con un’ampia gamma di strumenti, il set di dati costituisce una preziosa base per gli studi futuri».[21][5]


Il Gran Sasso come laboratorio naturale di ricerca interdisciplinare

I Laboratori Nazionali del Gran Sasso sono i più grandi laboratori sotterranei operativi al mondo, con un volume totale di circa 180.000 m³ e circa 750 scienziati da 22 paesi impegnati in circa 15 esperimenti attivi. La roccia sovrastante riduce il flusso di raggi cosmici di un fattore un milione — requisito fondamentale per gli esperimenti di fisica delle particelle e di astrofisica nucleare. Lo stesso isolamento che rende i laboratori preziosi per la fisica li rende un ambiente di ascolto privilegiato per la geofisica e l’idrogeologia.[22]

Questo studio conferma il Gran Sasso come laboratorio naturale di valore interdisciplinare. La sinergia tra fisica fondamentale, geofisica e idrogeologia ha prodotto risultati che nessuna delle tre discipline sarebbe stata in grado di ottenere da sola. Il Direttore Previtali ha annunciato che «è già in programma il potenziamento della strumentazione di GINGER, che garantirà, oltre che più precisi studi di fisica fondamentale, anche di potenziare la rete degli strumenti geologici che studiano il Gran Sasso». INGV e INFN stanno lavorando per rendere questi strumenti utilizzabili in altri contesti geologici, incluso il monitoraggio di eventi sismici.[7][23]


Cambiamento climatico e futuro dell’acquifero del Gran Sasso

Lo studio porta con sé una riflessione sul futuro dell’acquifero del Gran Sasso in un contesto di cambiamento climatico. Il Ghiacciaio del Calderone — il più meridionale d’Europa — ha perso il 65% della propria superficie negli ultimi 25 anni. La ricarica dell’acquifero del Gran Sasso è già diminuita del 15% rispetto agli anni ’90, con proiezioni di ulteriori cali tra il 9% e il 15% nei decenni futuri.[24][25]

Il maggio 2023, con le sue precipitazioni primaverili intense e concentrate, potrebbe anticipare un pattern sempre più frequente: non più la neve come meccanismo lento e distribuito di ricarica, ma piogge intense e brevi che saturano l’acquifero in modo rapido e pulsato. Questo cambia il profilo di rischio del massiccio: eventi transitori come quello del 14 agosto 2023 potrebbero diventare più comuni. Disporre di una rete di monitoraggio multiparametrica capace di rilevare anomalie con settimane di anticipo — come ha dimostrato GINGERino — diventa quindi una componente essenziale della gestione di questa risorsa idrica strategica.[25][5]

Il dataset raccolto nell’estate 2023, che copre l’intero ciclo del fenomeno da maggio ad agosto con sette categorie di strumenti, è già considerato dagli autori una base di riferimento per la comunità scientifica internazionale. La ricerca sul Gran Sasso non si chiude con la spiegazione del boato di Ferragosto: in molti sensi, comincia proprio da lì.[4][5]


Riferimento bibliografico: Barberio M.D. et al. (2026), “Multi-sensor monitoring of a transient event in the Gran Sasso aquifer, Italy”, Scientific Reports, vol. 16, art. 8221. DOI: 10.1038/s41598-025-33923-6

Fonti
[1] Gran Sasso, uno studio racconta cosa accade nella montagna https://www.abruzzodaily.it/news/citta/teramo/gran-sasso-uno-studio-racconta-cosa-accade-nella-montagna-lorigine-un-forte-boato-nel-2023/4443
[2] Gran Sasso, laboratorio naturale: il raro evento che cambia lo studio … https://www.insalutenews.it/in-salute/gran-sasso-laboratorio-naturale-il-raro-evento-che-cambia-lo-studio-degli-acquiferi-profondi/
[3] Multi-sensor monitoring of a transient event in the Gran Sasso … https://www.nature.com/articles/s41598-025-33923-6
[4] Multi-sensor monitoring of a transient event in the Gran Sasso … https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41673054/
[5] Multi-sensor monitoring of a transient event in the Gran Sasso … https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12963385/
[6] Svelata l’origine del “boato” registrato nel Gran Sasso nel 2023 https://www.geopop.it/svelata-lorigine-del-boato-registrato-nel-gran-sasso-nel-2023-sono-state-variazioni-di-pressione-dellacqua/
[7] Gran Sasso, uno studio spiega le dinamiche interne della montagna e … https://www.infn.it/gran-sasso-uno-studio-spiega-le-dinamiche-interne-della-montagna-e-del-suo-acquifero/
[8] A Stepwise Modelling Approach to Identifying Structural Features That Control Groundwater Flow in a Folded Carbonate Aquifer System https://www.mdpi.com/2073-4441/14/16/2475/pdf?version=1660214212
[9] Tracking flowpaths in a complex karst system through tracer test and hydrogeochemical monitoring: Implications for groundwater protection (Gran Sasso, Italy) https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10828060/
[10] Le acque del Gran Sasso minacciate da esperimenti scientifici e … https://www.glistatigenerali.com/sostenibilita/acqua/acqua-laboratori-infn-gran-sasso/
[11] Gran Sasso, osservatorio acque: “Rischio inquinamento per 700mila … https://www.dire.it/13-05-2019/330955-gran-sasso-osservatorio-acque-rischio-inquinamento-per-700mila-persone/
[12] L’acquifero del Gran Sasso è in pericolo – La Rivista della Natura https://rivistanatura.com/lacquifero-del-gran-sasso-e-in-pericolo/
[13] A rischio l’acquifero del Gran Sasso in Abruzzo che rifornisce oltre … https://www.cittadinanzattiva.it/comunicati/12318-a-rischio-l-acquifero-del-gran-sasso-in-abruzzo-che-rifornisce-oltre-700-000-persone.html
[14] Nota stampa 7 novembre 2024 https://commissario.gransasso.gov.it/news/nota-stampa-7-novembre-2024
[15] Ginger – INFN LNGS https://www.lngs.infn.it/it/ginger
[16] Status of the GINGER project https://arxiv.org/pdf/2303.12572.pdf
[17] GINGERino: nuovo record per il giroscopio del Gran Sasso https://www.umbriaecultura.it/gingerino-giroscopio-gran-sasso/
[18] Test Gingerino al Gran Sasso, alla Terra gira la testa – Tom’s Hardware https://www.tomshw.it/altro/test-gingerino-al-gran-sasso-alla-terra-gira-la-testa
[19] Relatività: record di GINGERino nei laboratori del Gran Sasso – UNIPI https://old.unipi.it/index.php/news/item/28450-relativita-generale-record-di-gingerino-nei-laboratori-del-gran-sasso
[20] Metti la Relatività in una stanza https://www.lngs.infn.it/it/news/relativita-stanza
[21] Gran Sasso, uno studio spiega le dinamiche interne della montagna https://ilgiornaledabruzzo.it/gran-sasso-uno-studio-sulle-dinamiche-della-montagna-e-del-suo-acquifero/
[22] Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS) https://viaggiolabinfn.ts.infn.it/laboratori-nazionali-del-gran-sasso-lngs
[23] Gran Sasso: uno studio spiega le dinamiche interne della … https://www.unipi.it/news/gran-sasso-uno-studio-spiega-le-dinamiche-interne-della-montagna-e-del-suo-acquifero-profondo/
[24] Gran Sasso: così è sparito il ghiacciaio – Avvenire https://www.avvenire.it/attualita/gran-sasso-cosi-e-sparito-il-ghiacciaio_54994
[25] Cambiamento climatico e ritardi nelle infrastrutture: il Gran Sasso … https://www.laquilablog.it/cambiamento-climatico-e-ritardi-nelle-infrastrutture-il-gran-sasso-soffre-a-rischio-la-principale-risorsa-idrica-della-regione/

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    Condividi Nuovo studio sui gamberi di grotta del Carso: uso notturno delle sorgenti, ruolo dei predatori e implicazioni per la conservazione I gamberi di grotta del genere Troglocaris sono tra gli organismi simbolo della fauna stigobia del Carso e delle sorgenti carsiche del Nord?Est italiano. In anni recenti il gambero di grotta Troglocaris planinensis è diventato un modello per studiare come gli animali ipogei usano le sorgenti come ecotoni tra mondo sotterraneo e superficie. Tro
     

Gamberi di grotta nelle sorgenti carsiche: Troglocaris planinensis tra buio e superficie

Apríl 8th 2026 at 12:00

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Nuovo studio sui gamberi di grotta del Carso: uso notturno delle sorgenti, ruolo dei predatori e implicazioni per la conservazione

I gamberi di grotta del genere Troglocaris sono tra gli organismi simbolo della fauna stigobia del Carso e delle sorgenti carsiche del Nord?Est italiano.

In anni recenti il gambero di grotta Troglocaris planinensis è diventato un modello per studiare come gli animali ipogei usano le sorgenti come ecotoni tra mondo sotterraneo e superficie.


Troglocaris planinensis: gambero di grotta stigobio del Carso

Troglocaris planinensis è un gambero di grotta stigobio, adattato alle acque sotterranee e caratterizzato da pigmentazione ridotta e forte dipendenza dall’ambiente ipogeo.

La specie è diffusa nel Carso classico del Nord?Est Italia, dove occupa sia le grotte sommerse sia le sorgenti carsiche perenni a flusso lento. In questi ambienti Troglocaris planinensis convive con altri vertebrati e invertebrati tipici della fauna sotterranea, tra cui il proteo Proteus anguinus e isopodi del genere Monolistra.

Le sorgenti rappresentano un ecotono, una zona di transizione tra falda sotterranea e acque superficiali, in cui coesistono condizioni ipogee e fattori ambientali di superficie.

Per un gambero di grotta stigobio come Troglocaris planinensis, le sorgenti carsiche offrono sia un potenziale aumento di risorse trofiche sia un incremento del rischio di predazione rispetto alla grotta.


Monitoraggi notturni nelle sorgenti carsiche: quando i gamberi di grotta escono

Uno studio recente, condotto nel Carso classico e pubblicato nel 2026, ha analizzato l’uso delle sorgenti da parte del gambero di grotta Troglocaris planinensis in 64 sorgenti tra il 2020 e il 2025.

I ricercatori hanno eseguito ripetuti censimenti diurni e notturni per stimare densità e frequenza di presenza dei gamberi nelle diverse condizioni ambientali.onlinelibrary.wiley

Nelle sorgenti carsiche le densità di Troglocaris planinensis hanno raggiunto valori fino a 116 individui per metro quadrato, con abbondanze significativamente più elevate durante la notte rispetto al giorno.

Questo pattern conferma che i gamberi di grotta sfruttano le sorgenti soprattutto in condizioni di oscurità, riducendo l’esposizione visiva ai predatori diurni.

Parallelamente, studi di lungo periodo nelle sorgenti di Doberdò e dell’area compresa tra Doberdò del Lago e Monfalcone avevano già mostrato che Troglocaris planinensis è tra gli stigobionti più frequentemente osservati negli ecotoni sorgivi carsici.


Luce, predatori e comportamento: come si muovono i gamberi di grotta

Oltre ai rilievi in campo, la ricerca su Troglocaris planinensis ha incluso esperimenti in laboratorio per valutare la risposta comportamentale alla luce e ai segnali di predazione.

Sono stati confrontati individui provenienti dalle grotte con individui raccolti direttamente nelle sorgenti, per verificare eventuali differenze legate all’habitat di origine.onlinelibrary.wiley

I test hanno evidenziato che l’esposizione alla luce non modifica in modo marcato il comportamento del gambero di grotta stigobio, indipendentemente che provenga da sorgente o da grotta.

Invece, la presenza di segnali chimici di predatori, come i pesci, influenza nettamente l’attività: in presenza di questi segnali gli individui riducono i movimenti e adottano un comportamento più cautelativo.

In campo, le sorgenti con maggiore abbondanza di pesci predatori mostrano densità inferiori di Troglocaris planinensis, suggerendo che la presenza di predatori limita l’uso delle sorgenti da parte del gambero di grotta.

Questi risultati si inseriscono in un quadro più ampio, in cui la presenza di stigobionti nelle sorgenti è controllata sia da fattori fisici, come idroperiodo e allagamenti, sia da fattori biotici come la predazione.

Per Troglocaris planinensis, le sorgenti perenni a flusso lento, soggette a periodi di piena ma con pressione di predazione relativamente contenuta, risultano gli habitat più favorevoli.


Sorgenti carsiche, gamberi di grotta e conservazione degli ecosistemi ipogei

Gli studi condotti nel Carso classico mostrano che i gamberi di grotta come Troglocaris planinensis non sono confinati permanentemente alle cavità sotterranee, ma utilizzano attivamente le sorgenti carsiche come parte del proprio spazio vitale.

Questo utilizzo selettivo degli ecotoni conferma che la presenza di stigobionti nelle sorgenti non è un fenomeno casuale, bensì legato a specifiche caratteristiche dell’habitat e alla disponibilità di risorse alimentari.

In termini di conservazione, le sorgenti carsiche assumono un ruolo chiave come zone di contatto tra fauna sotterranea e ambienti superficiali.

La degradazione o l’inquinamento delle sorgenti non incidono solo sulle comunità epigee, ma possono compromettere anche le popolazioni di gamberi di grotta stigobi come Troglocaris planinensis e altri troglobi associati.

Progetti recenti dedicati alla fauna ipogea italiana sottolineano la necessità di includere sorgenti ed ecotoni carsici nelle strategie di tutela della biodiversità sotterranea.

In questo quadro, il gambero di grotta Troglocaris planinensis emerge come specie modello per comprendere i collegamenti ecologici tra grotte, falde sotterranee e sorgenti, e per promuovere la protezione integrata degli ecosistemi carsici.

Ecco l’elenco delle fonti utilizzate, con i relativi link:

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  • Vaccinare i pipistrelli per fermare le prossime pandemie?
    Condividi Ecovaccini per i pipistrelli: nuova strategia per bloccare i virus prima che arrivino all’uomo Zoonosi, nuova vaccinazione ecologica dei pipistrelli con zanzare “siringhe volanti” Una sperimentazione in Cina testa la vaccinazione ecologica dei pipistrelli contro rabbia, Nipah e coronavirus usando zanzare e trappole saline, per ridurre il rischio di spillover senza abbattimenti.[1][2] Vaccinazione ecologica dei pipistrelli e rischio di zoonosi Un gruppo di ricerca cinese
     

Vaccinare i pipistrelli per fermare le prossime pandemie?

Apríl 5th 2026 at 09:10

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Ecovaccini per i pipistrelli: nuova strategia per bloccare i virus prima che arrivino all’uomo

Zoonosi, nuova vaccinazione ecologica dei pipistrelli con zanzare “siringhe volanti”

Una sperimentazione in Cina testa la vaccinazione ecologica dei pipistrelli contro rabbia, Nipah e coronavirus usando zanzare e trappole saline, per ridurre il rischio di spillover senza abbattimenti.[1][2]


Vaccinazione ecologica dei pipistrelli e rischio di zoonosi

Un gruppo di ricerca cinese ha presentato su Science Advances una piattaforma di “vaccinazione ecologica dei pipistrelli” pensata per ridurre lo spillover di virus come rabbia, Nipah e coronavirus dai pipistrelli a uomo e bestiame.[2][1]
L’obiettivo è intervenire sul serbatoio selvatico senza eliminare le colonie, che svolgono un ruolo essenziale negli ecosistemi sotterranei e di superficie.[3][4][2]

I pipistrelli rappresentano circa il 22% delle specie di mammiferi e sono riconosciuti come ospiti naturali di numerosi virus emergenti, inclusi Ebola, SARS e COVID?19.[5][3]
La vaccinazione ecologica dei pipistrelli viene proposta come alternativa agli abbattimenti, già sperimentati in America Latina con esiti controproducenti sul controllo della rabbia.[6][2]


Zanzare “siringhe volanti” nella vaccinazione ecologica dei pipistrelli

Il cuore della vaccinazione ecologica dei pipistrelli è un virus vettore, un vesicular stomatitis virus ricombinante (rVSV) modificato per esprimere le glicoproteine di rabbia e virus Nipah, e in alcuni costrutti anche antigeni di coronavirus.[2]
Questo vettore può replicare sia in mammiferi sia in insetti, permettendo di trasformare le zanzare in “siringhe volanti” che veicolano il vaccino ai pipistrelli durante il pasto di sangue.[1][2]

Le zanzare di laboratorio vengono fatte alimentare su sangue contenente rVSV, quindi irradiate con 40 Gray di raggi X per sterilizzarle e impedirne la riproduzione in ambiente naturale.[2]
Gli autori hanno verificato che, dopo l’irradiazione, le zanzare restano capaci di nutrirsi, mantengono titoli virali elevati nelle ghiandole salivari, ma depongono uova non vitali e non trasmettono il virus ai partner o alla progenie.[2]

In esperimenti su topi, un singolo pasto di zanzare infette o l’ingestione orale di un omogenato di zanzare vaccinate ha indotto titoli di anticorpi neutralizzanti sopra la soglia di protezione contro la rabbia, con sopravvivenza alla successiva sfida letale.[2]
Risultati simili sono stati ottenuti in criceti dorati contro virus Nipah, a conferma che la piattaforma può essere adattata a diversi patogeni di interesse zoonotico.[7][2]


Trappole salate e vaccinazione ecologica dei pipistrelli in grotta

La vaccinazione ecologica dei pipistrelli prevede anche una seconda via di somministrazione, basata su trappole a nebulizzazione salina installabili in grotta o nei siti di rifugio.[1][2]
Molti mammiferi, inclusi i pipistrelli, sono attratti dal sale, e il team ha sfruttato questo comportamento per veicolare per via orale una soluzione salina contenente il vaccino.[1][2]

In una grotta nei pressi di Pechino sono state testate trappole che spruzzavano una nebbia di acqua salata con tetraciclina come marcatore inerte, al posto del vaccino.[1][2]
L’analisi delle deiezioni ha rilevato tetraciclina nell’85% dei campioni freschi, indicando che una larga parte della colonia si era effettivamente abbeverata alle trappole saline.[1][2]

Per verificare il ciclo ecologico completo, i ricercatori hanno condotto analisi genetiche sulle feci di pipistrelli e su zanzare catturate in cavità della provincia di Guangdong, dimostrando che i pipistrelli predano zanzare e che le zanzare si nutrono del loro sangue.[2]
In un ambiente sperimentale chiuso che simulava una grotta, la coesistenza tra pipistrelli e zanzare vaccinate ha portato allo sviluppo di anticorpi anti?rabbia nei pipistrelli, poi confermati efficaci in una prova di infezione.[1][2]


Sicurezza, limiti e prospettive della vaccinazione ecologica dei pipistrelli

La vaccinazione ecologica dei pipistrelli solleva comprensibili interrogativi di biosicurezza, che il gruppo cinese ha cercato di affrontare con una serie di test su insetti e vertebrati.[2]
Oltre alla sterilizzazione delle zanzare, gli autori hanno analizzato la possibile trasmissione venerea e transovarica di rVSV, riscontrando assenza di passaggio del vettore ai partner e alla progenie nei saggi di laboratorio.[2]

Per valutare i rischi verso gli animali domestici, il vaccino vettoriale è stato somministrato per via intradermica a maialini Bama, con dose fino a 100 milioni di unità formanti focolaio.[2]
Nei suini non sono stati osservati segni clinici di malattia, né escrezione virale significativa in tamponi respiratori o fecali, mentre è stata documentata una risposta anticorpale neutralizzante contro il vettore.[2]

La vaccinazione ecologica dei pipistrelli resta comunque in una fase preclinica, con esperimenti condotti in condizioni di alta sicurezza (ABSL?3 per la rabbia e ABSL?4 per il virus Nipah) e su numeri limitati di animali, per rispettare le linee guida di conservazione delle specie.[2]
Gli autori sottolineano che, prima di un’eventuale applicazione sul campo su larga scala, saranno necessari ulteriori studi regolatori, valutazioni di rischio ecologico e confronto con le comunità locali.[8][1][2]


Implicazioni per speleologia, conservazione dei pipistrelli e monitoraggio

Per il mondo speleologico, la vaccinazione ecologica dei pipistrelli apre un fronte nuovo nel rapporto fra ricerca in grotta, conservazione della fauna e gestione del rischio sanitario legato alle zoonosi.[9][3]
Le grotte sono da tempo riconosciute come laboratori naturali dove coesistono biodiversità specializzata, microbi, virus e attività umane, e la gestione delle colonie di pipistrelli è già al centro di programmi di monitoraggio e protezione.[4][10][9]

Esperienze recenti, come la gestione della White Nose Syndrome in Nord America, hanno mostrato quanto la frequentazione speleologica possa influire sulla salute dei pipistrelli e quanto sia importante integrare protocolli di biosicurezza nelle attività in grotta.[3][9]
In questo quadro, una futura vaccinazione ecologica dei pipistrelli potrebbe diventare uno strumento aggiuntivo, accanto alla tutela degli habitat, alla limitazione dei disturbi nei roost e alla sorveglianza delle zoonosi emergenti come il virus Nipah.[11][5]

La comunità speleologica potrebbe essere coinvolta, se e quando queste tecniche saranno mature, nella mappatura dei rifugi, nel supporto ai monitoraggi e nel dialogo con le autorità sanitarie e ambientali.[10][9]
Per il momento la vaccinazione ecologica dei pipistrelli rimane un campo di ricerca in rapido sviluppo, da seguire con attenzione critica, valutando insieme benefici potenziali per la salute pubblica e possibili impatti sugli ecosistemi ipogei.[3][2]

Fonti
[1] https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.aec0269

[2]https://phys.org/news/2026-03-mosquitoes-flying-vaccine-carriers-borne.html
[3] Ecological countermeasures to prevent pathogen spillover and subsequent pandemics https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10965931/
[4] Dove vivono i pipistrelli? https://www.scintilena.com/dove-vivono-i-pipistrelli/01/26/
[5] Virus Nipah dai pipistrelli in India: quanto dobbiamo … – Scintilena https://www.scintilena.com/virus-nipah-dai-pipistrelli-in-india-quanto-dobbiamo-davvero-preoccuparci-letalita-altissima-ma-focolaio-sotto-controllo/01/27/
[6] Ecological interventions to prevent and manage zoonotic pathogen spillover https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC6711299/
[7] Self-disseminating vaccines to suppress zoonoses https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9014850/
[8] Developing transmissible vaccines for animal infections https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11298812/
[10] 6th EuroSpeleo Protection Symposium in September in Germany – Scintilena https://www.scintilena.com/6th-eurospeleo-protection-symposium-in-september-in-germany/11/12/
[11] Pipistrelli e linguaggio: la sorprendente complessità delle … https://www.scintilena.com/pipistrelli-e-linguaggio-la-sorprendente-complessita-delle-comunicazioni-nei-rifugi-notturni/07/15/
[12] Ecological and Evolutionary Challenges for Wildlife Vaccination https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7498468/
[13] Optimizing the delivery of self-disseminating vaccines in fluctuating wildlife populations https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10468088/
[14] Vaccine Preventable Zoonotic Diseases: Challenges and Opportunities for Public Health Progress https://www.mdpi.com/2076-393X/10/7/993/pdf?version=1655893662
[15] Vaccine Preventable Zoonotic Diseases: Challenges and Opportunities for Public Health Progress https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9319643/
[16] L’acqua può scendere fino al nucleo della Terra … https://www.scintilena.com/lacqua-puo-scendere-fino-al-nucleo-della-terra-modificandolo-crea-cristalli-di-silicio/12/01/
[17] BAT NIGHT Returns to the Bosco di San Francesco in Assisi – Scintilena https://www.scintilena.com/bat-night-returns-to-the-bosco-di-san-francesco-in-assisi/07/18/
[18] Acqua su Marte in abbondanza ecco la mappa https://www.scintilena.com/acqua-su-marte-in-abbondanza-ecco-la-mappa/08/25/
[19] Lo studio delle tracce fossili riscrive la storia dell’ … https://www.scintilena.com/lo-studio-delle-tracce-fossili-riscrive-la-storia-dellevoluzione-animale-prima-dellesplosione-cambriana/07/18/
[20] Le ipotesi sull’esistenza di una vita intelligente all’interno … https://www.scintilena.com/capitolo-3-le-ipotesi-sullesistenza-di-una-vita-intelligente-allinterno-della-terra/01/03/
[21] Michel Siffre: il primo speleonauta https://www.scintilena.com/michel-siffre-il-primo-speleonauta/12/13/
[22] Incidenti Archivi https://www.scintilena.com/category/incidenti/
[23] La ricerca speleologica http://www.scintilena.com/utec/old/utec/sanpancrazioscavo.htm
[24] L’Iconografia Rupestre del Leone: Un Viaggio nella … https://www.scintilena.com/liconografia-rupestre-del-leone-un-viaggio-nella-preistoria-di-chauvet/02/07/
[25] Il treno dei nazisti un mistero sepolto https://www.scintilena.com/il-treno-dei-nazisti-un-mistero-sepolto/04/05/
[26] Programma Frasassi 2004 – Scintilena https://www.scintilena.com/programma-frasassi-2004/10/15/

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