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PICOS 2026, 1.024 metri di rilievi nel carsismo di Castil–Tortorios–Moñas–Urriello

September 20th 2026 at 07:00

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La campagna estiva nei Picos de Europa amplia le conoscenze del settore e riporta l’attenzione su Moñas, sulle correnti d’aria e sul monitoraggio delle cavità con neve e ghiaccio

La campagna PICOS 2026 si è svolta dal 1° al 21 agosto nel settore Castil–Tortorios–Moñas–Urriello del Macizo Central dei Picos de Europa, nelle Asturie. Secondo il resoconto di Zape Speleo riportato nel dossier di campagna, hanno partecipato 26 speleologi. Il lavoro ha aggiunto 1.024 metri di nuovi rilievi.

Il totale topografato nei settori indicati supera ora i 39 chilometri. È un dato di campagna che dovrà essere consolidato negli archivi topografici e nelle successive pubblicazioni tecniche. PICOS 2026 conferma comunque che l’area conserva numerosi obiettivi esplorativi aperti.

PICOS 2026 e le prosecuzioni nel settore Moñas

Il settore di Moñas è indicato come il fronte più promettente della campagna PICOS 2026. Le cavità M-15, M-3 e M-101 presentano prosecuzioni ancora aperte. Le squadre hanno inoltre segnalato correnti d’aria, nuovi pozzi e meandri da sviluppare.

In questo tipo di esplorazione l’aria è un indicatore operativo importante. La documentazione storica di Zape Speleo ricorda che, d’estate, una cavità alpina tende in genere a richiamare aria verso l’interno. Una bocca che soffia con temperature esterne elevate può quindi indicare un collegamento con aperture poste a quota maggiore. È una lettura utile per orientare la ricerca, non una dimostrazione di connessione tra due sistemi.

L’interpretazione delle correnti richiede misure ripetute. Direzione, velocità, temperatura esterna e interna, pressione e condizioni meteorologiche vanno registrate nello stesso punto e con protocolli comparabili. Solo così i segnali osservati durante PICOS 2026 potranno essere valutati nel tempo.

Torca del Valle del Agua e i dati del rilievo

La VA-1, Torca del Valle del Agua, è indicata con 9.797 metri di sviluppo ed è la cavità più estesa nella lista di campagna. Il confronto con il valore di 4.414 metri pubblicato dalla stessa realtà esplorativa nel 2009 mostra quanto sia cresciuta la porzione conosciuta e rilevata nel tempo.

Il confronto non descrive necessariamente un’espansione lineare della grotta. Può riflettere nuove vie, ricongiungimenti, riscoperta di rami, revisione dei dati e miglioramento della copertura topografica. La pagina storica di Zape Speleo riferisce anche una rete di tubi freatici alla quota di circa -900 metri, elemento che distingue questa cavità nel quadro di esplorazioni molto verticali.

PICOS 2026 si inserisce quindi in una ricerca di lungo periodo. La revisione di cavità già note resta parte centrale del metodo. Passaggi trascurati, deviazioni non percorse e modifiche delle condizioni interne possono riaprire obiettivi che in precedenza sembravano conclusi.

Carsismo dei Picos de Europa e grandi verticali

La prevalenza di pozzi profondi nei Picos de Europa ha una base geologica e idrogeologica precisa. I calcari carboniferi molto potenti costituiscono il principale acquifero carsico. Il loro spessore supera i 2 chilometri nella sintesi idrogeologica del Parco; altri studi richiamano un impilamento verticale di oltre 3 chilometri in alcuni assetti strutturali.

Conta anche il dislivello. Tra le cime e le incisioni dei fiumi possono esserci fino a 2.300 metri. Fratture, faglie e piani di sovrascorrimento guidano la circolazione sotterranea. Le intercalazioni silicoclastiche, meno permeabili, compartimentano l’acquifero. Limitano molti sviluppi orizzontali e favoriscono l’organizzazione verticale delle simas.

Nel Parco nazionale la ricarica avviene soprattutto per infiltrazione diretta ed è influenzata dalla neve. Le barriere silicoclastiche condizionano la direzione dei flussi, orientati in prevalenza verso nord. Questo inquadramento aiuta a leggere i risultati di PICOS 2026 senza trasformare ipotesi locali in conclusioni generali.

Farfáu de la Viña, neve e ghiaccio nelle cavità

Il dossier richiama l’ipotesi di drenaggio verso la sorgente del Farfáu de la Viña, nel bacino del Cares. La fonte storica del gruppo segnala una colorazione positiva delle acque del settore Castil alla sorgente, posta a circa 8 chilometri in linea d’aria. Per altre cavità e sifoni vengono invece avanzate connessioni per prossimità, quote e lettura delle topografie.

La distinzione è essenziale. Una colorazione positiva fornisce un’evidenza diretta del collegamento idrologico tra il punto immesso e la risorgenza. La continuità ipotizzata per sistemi vicini resta un modello da sottoporre a nuove prove con traccianti, misure di portata e confronto tra eventi idrologici.

Durante PICOS 2026 sono state osservate minore disponibilità d’acqua, ritiro di neve e ghiaccio e ampliamento di sale glaciali. Queste osservazioni meritano attenzione. Le grotte ghiacciate dei Picos sono sensibili ai regimi termici e alle precipitazioni nivali. Studi sul clima della Spagna riportano perdite di masse di ghiaccio in cavità dei Picos e collegano il fenomeno a temperature più alte, minore neve e variazioni degli eventi piovosi.

Una sola campagna non basta per dimostrare una tendenza climatica. Servono serie di misure. Un programma essenziale dovrebbe prevedere fotografie da capisaldi fissi, rilievi periodici di neve e ghiaccio, datalogger di temperatura e umidità, misure della portata alle sorgenti e annotazione delle condizioni meteorologiche. PICOS 2026 può così offrire una base utile per un monitoraggio ripetibile.

Dati da verificare e prossime attività

I 1.024 metri di nuovi rilievi, gli oltre 39 chilometri complessivi e i dati di ogni singola cavità vanno attribuiti al resoconto PICOS 2026. La loro verifica richiederà il deposito o la consultazione delle topografie aggiornate. Anche il dato della VA-1 andrà letto insieme alla data di aggiornamento, al perimetro considerato e alle eventuali connessioni incluse.

Le priorità emerse sono chiare: avanzare nelle prosecuzioni di Moñas, controllare il valore di profondità della M-3, documentare le condizioni microclimatiche delle cavità e rafforzare le verifiche idrologiche nel bacino del Cares. Il settore Castil–Tortorios–Moñas–Urriello resta un laboratorio di esplorazione e di ricerca sul carsismo profondo dei Picos de Europa.

Fonti

PICOS 2026 — Dossier di ricerca

Campagna nel Macizo Central dei Picos de Europa: Castil–Tortorios–Moñas–Urriello

Oggetto. Analisi critica del resoconto di campagna 1–21 agosto 2026, con inquadramento geomorfologico, idrogeologico e conservazionistico.

Fonti e metodo. Il nucleo dei dati 2026 è il resoconto fornito dall’utente, attribuito alla pagina Picos General del blog Zape Speleo. La pagina ricostruisce anche la logica esplorativa storica del settore: esplorazione prevalentemente verticale, ricerca e interpretazione delle correnti d’aria, revisioni di vecchie vie e modello di drenaggio verso il Farfáu de la Viña. Il contesto scientifico è verificato con lavori di Università di Oviedo/IGME e guida IGME del Parco. I dati 2026, salvo dove indicato, sono quindi dati di campagna da considerare provvisori fino a pubblicazione di rilievi e catasto aggiornati.


1. Sintesi esecutiva

La campagna ha prodotto 1.024 m di nuovo rilievo topografico e ha portato il patrimonio documentato nei settori Castil–Tortorios–Moñas–Urriello a oltre 39 km di condotti. Hanno partecipato 26 speleologi, in periodi frazionati dal 1° al 21 agosto, provenienti da 11 gruppi di Spagna, Portogallo e Francia.

Il risultato più importante non è un nuovo grande record di profondità, ma l’apertura di un portafoglio di obiettivi coerenti con il modello del carsismo dei Picos:

  1. Moñas è il settore più dinamico. M-15 e M-3 restano apertamente in esplorazione; M-101 aggiunge una nuova verticale attiva; sei nuove entrate incrementano il potenziale di connessioni.
  2. Le correnti d’aria guidano le decisioni. La perdita, l’inversione o la riapparizione dell’aria viene usata per scegliere tra meandri, risalite, finestre e bypass di blocchi.
  3. Ghiaccio e neve sono una variabile esplorativa e ambientale. Assenza di nevai presso il campo, minore portata della Fuente del Valle del Agua e revisione di cavità storicamente ostruite da ghiaccio sono segnali osservativi rilevanti, ma non costituiscono da soli una serie climatica.
  4. La topografia modifica anche i valori “noti”. Il caso CZ-1/2, cresciuto da 319 a 589 m e da -169 a -191 m senza nuove prosecuzioni, mostra quanto bocche, precisione strumentale e chiusure topografiche possano cambiare il dato catastale.
  5. L’interesse idrogeologico resta alto. Il modello storico del gruppo mette in relazione Castil-Carbonal, Valle del Agua, Carnizoso, Piedras Verdes e Urriello con la sorgente del Farfáu de la Viña; questa è un’ipotesi sostenuta per parte del settore da colorazioni e coerenza topografica, ma le nuove connessioni non sono ancora dimostrate.

2. Contesto del Macizo Central

Perché i Picos producono simas così profonde

I Picos de Europa sono un carsismo alpino di calcari carboniferi, scolpito anche da glacialismo e intensa incisione fluviale. Nel Parco sono state riconosciute migliaia di cavità e centinaia di chilometri di condotti. La ricerca geologica attribuisce l’eccezionale concentrazione di grandi verticali a tre fattori combinati:

  • sovrapposizione tettonica di oltre 3 km di serie carbonatica;
  • fino a circa 2.300 m di dislivello tra le quote alte e gli alvei profondamente incisi;
  • decenni di documentazione speleologica sistematica.

Gli acquitardi silicoclastici, spesso molto inclinati o subverticali, compartimentano lateralmente l’acquifero carsico. Ne risulta una forte continuità verticale, favorevole a pozzi e simas profonde, ma una continuità laterale più limitata: per questo molti sistemi sono verticalmente spettacolari senza raggiungere gli sviluppi orizzontali di alcuni grandi carsismi alpini o cantabrici.

Cosa significa per la campagna 2026

Nel lessico operativo del rapporto:

  • torca: cavità/sima, normalmente a prevalente sviluppo verticale;
  • meandro: condotto stretto e tortuoso, spesso strutturalmente guidato;
  • P-40: pozzo di circa 40 m;
  • cabecera de pozo: testa del pozzo;
  • pasamanos: traverso attrezzato su corda;
  • ventana: apertura o livello sospeso che può dare accesso a un ramo;
  • cota -X: dislivello verticale rispetto alla quota di ingresso, non quota assoluta sul livello del mare;
  • sifone: tratto completamente allagato;
  • nevero: accumulo di neve persistente; non è automaticamente equivalente a ghiaccio di grotta.

La strategia descritta da Zape Speleo è tecnicamente coerente con questo ambiente: le fratture e i pozzi offrono accessi verticali; i meandri, le finestre e i punti d’aria sono i luoghi in cui cercare la continuità di rete. La revisione di vie date per chiuse è altrettanto importante della prospezione di nuove bocche.


3. Risultati per settore

Moñas

Cavità Dati 2026 Stato e interpretazione

M-15, Torca del Coterón de Moñas sviluppo 551 ? 617 m (+66 m); nuovi rami fino a -139 m; via storica a -146 m Una sequenza di pozzi conduce alla base di una grande verticale/chimenea >60 m. Il meandro di fondo pareva terminale, ma un passaggio superiore scoperto nell’ultimo giorno riapre l’esplorazione in un reticolo labirintico con flussi d’aria aspiranti ed espiranti. Ipotesi dichiarata: possibile collegamento a CT-1, con sistema potenziale di circa -999 m; non dimostrato.

M-3, Torca de las Moñas sviluppo totale 1.485 m; profondità massima -385 m; rami a -200, -281 e ramo attuale a circa -343 m La stretta prosecuzione bassa è stata superata da un “equipo mini”, che ha percorso ~100 m di meandro fino a una testa di pozzo. Finestre e traversi verso altri rami non hanno dato prosecuzioni. Una via storica è stata spinta a circa -281 m. È il principale target di profondità del settore Moñas.

M-101, Torca de la Jorcadina de las Moñas145 m di sviluppo; -108 m Forte corrente d’aria iniziale, temporaneamente persa in un tappo di blocchi e fango. Superato il tappo, nuovi pozzi portano a una sala con due opzioni: condotto discendente instabile e diaclasi diagonale alta percorribile con lavoro. Ramo genuinamente aperto.

M-103 non quantificato Bocca nota dal 2025, saggiata nel 2026; aria e qualche sviluppo.

M80 circa -30 m Pozzo nascosto con aria espirante che diventa aspirante al fondo. Le piccole bocche vicine con aria possono essere indizi di un sistema di interconnessioni superficiali.

Lettura speleogenetica. M-15 e M-3 non sono solo “cavità che continuano”: sono nodi in un’area dove l’aria suggerisce comunicazioni tra ingressi e quote diverse. In estate, secondo l’impostazione presentata dal gruppo, una bocca che espira con temperatura esterna elevata può comportarsi da ingresso basso connesso a aperture superiori; è un criterio euristico utile, da verificare con temperatura, pressione e morfologia, non una prova di connessione.

Jou de Castil e laderas

Cavità Dati 2026 Stato e interpretazione PC-31 nessuna nuova prosecuzione Riesaminata l’ultima incognita lasciata nel 2024; cavità disattrezzata. È un esempio di chiusura metodica di un obiettivo. PC-3 profondità raggiunta -63 m Riscoperta una cavità con importante tappo di ghiaccio. Un meandro sospeso, con forte aria, conduce a un P-40; l’aria si perde alla testa del pozzo. Risalite e traversi sopra, a metà e alla base non hanno ancora restituito una prosecuzione. Il fondo esplorato è sotto la quota del ghiaccio, stimata attorno a -40 m.

Significato. PC-3 segnala sia un potenziale di esplorazione oltre la barriera glaciale sia una vulnerabilità: in ambienti glacio-carsici, l’arretramento del ghiaccio può rendere fisicamente accessibili spazi prima ostruiti, ma può anche destabilizzare blocchi e sedimenti e trasformare il regime idrico e termico della cavità.

Valle del Agua e Carnizoso

Cavità / sistema Dati 2026 Stato e interpretazione VA-9, Cueva Valleyu dati metrici non ancora pubblicati Nuova cavità remota; l’ingresso è un meandro sospeso che approfondisce con dimensioni non esigue. Obiettivo appena avviato. CZ-1 e CZ-2 sviluppo 319 ? 589 m (+270 m); profondità -169 ? -191 m (+22 m) Riesplorazione di cavità con neve/ghiaccio interno in diminuzione. Le sale profonde di ghiaccio risultano ampliate, ma non sono state trovate nuove prosecuzioni. Il rapporto attribuisce prudenzialmente il salto di dati anche a differenze tra bocche e al rilievo elettronico: non va letto automaticamente come 270 m di nuova scoperta.


4. Sistemi principali e scala dei dati

Quadro dichiarato nel rapporto 2026

Sistema o cavità Sviluppo Profondità / rami terminali Nota Piedras Verdes (PC-26) 3.043 m -1.165 m; sifone -22 m, quindi -1.187 m Uno dei grandi obiettivi verticali del settore. Sistema Castil–Carbonal (PC-15–CT-14) 4.786 m -1.019 m; sifone -9 m, quindi -1.028 m Sistema idrogeologicamente centrale nel modello del gruppo. Torca del Valle del Agua (VA-1) 9.797 m rami a -468, -906, -925, -974 m Il maggiore sviluppo nella lista di campagna. Torca de la Pared de Carbonal (CT-1) 7.781 m rami a -331, -378, -993, -956 m Possibile riferimento per M-15; nessuna connessione confermata. Sistema de Carnizoso (CZ-3–VA-5) 4.130 m -687 m Sistema distinto da CZ-1/2. Torca de las Moñas (M-3) 1.485 m -385 m; rami a -200, -281 e ~-343 m in esplorazione Il valore “-3343 m” nel testo fornito è manifestamente un refuso: contesto e frase precedente indicano circa -343 m. Torca del Coterón de Moñas (M-15) 617 m -146 e -139 m In esplorazione.

La somma dei soli sette sistemi elencati è 31.639 m. Il totale di “oltre 39 km” per i settori comprende quindi almeno 7.361 m ulteriori di cavità minori, rami e sistemi non inclusi nella lista sintetica. Questa differenza è normale in un inventario di settore e non è un’incoerenza.

Cosa dicono i confronti storici

Il sito Zape Speleo registra per VA-1, nel 2009, 4.414 m di sviluppo a -900 m e ricorda la presenza di una rete di tubi freatici attorno a -900 m. Il dato 2026 di 9.797 m mostra quindi, sul lungo periodo, più del raddoppio della lunghezza topografata. Il confronto è utile per misurare la crescita esplorativa, non per desumere automaticamente un aumento della cavità fisica: la grotta non “si è allungata”, è aumentata la sua parte conosciuta e rilevata.

La letteratura scientifica colloca il contesto in una delle maggiori concentrazioni mondiali di simas profonde. Uno studio del 2017 riporta che, nei Picos, il 14% delle simas oltre 1 km allora considerate a scala mondiale ricadeva nel massiccio; il dato è storico e non va trasformato in una classifica attuale senza un aggiornamento globale omogeneo.


5. Idrogeologia: aria, acqua e possibili connessioni

Il modello Farfáu de la Viña

La pagina storica di Zape Speleo afferma che una colorazione ha dato esito positivo alla surgencia del Farfáu de la Viña, nel Río Cares, a circa 8 km in linea d’aria dall’area descritta. Il gruppo propone che Sistema Castil–Carbonal, Carnizoso, Piedras Verdes, Valle del Agua e Torca Urriello drenino, totalmente o in parte, verso quell’asse di recapito.

Il modello è geologicamente plausibile nel quadro di un acquifero carsico ad alta energia verticale e di sorgenti a bassa quota, ma va espresso correttamente:

  • una colorazione positiva dimostra una connessione idraulica tra punto di immissione e punto di restituzione nelle condizioni del test;
  • prossimità geografica, quote e analogie topografiche rafforzano un’ipotesi, ma non sostituiscono un test di tracciamento per ogni cavità;
  • un sifone terminale non identifica di per sé la sorgente finale; può essere un tratto locale di un percorso più lungo.

Correnti d’aria: valore e limiti

L’aria è il “tracciante” operativo più immediato della campagna. Il rapporto usa tre segnali:

  1. aria forte in un ingresso o meandro: priorità esplorativa;
  2. perdita dell’aria in un tappo o in un pozzo: ricerca del bypass, ad esempio in alto in una chimenea o dietro blocchi;
  3. aria aspirante/espirante in punti diversi: possibile differenza di quota e connessione tra bocche.

L’interpretazione deve però incorporare meteo, ciclo diurno, temperatura esterna, volume della cavità e geometria delle aperture. Per trasformare un indizio in dato robusto sarebbero utili serie di temperatura, umidità, pressione e velocità/direzione dell’aria alle bocche, correlate con la meteorologia esterna.


6. Ghiaccio, neve e cambiamento ambientale

Il resoconto 2026 registra tre osservazioni dirette:

  • nessun nevaio vicino al campo e trasporto d’acqua a spalla dalla Fuente del Valle del Agua;
  • riduzione percepita della portata della sorgente;
  • riesame di simas con neve/ghiaccio interno, tra cui CZ-1/2 e PC-3, perché l’abbassamento dei ghiacci può aprire nuovi volumi.

Queste osservazioni sono importanti, ma una lettura scientificamente prudente richiede di separare meteo stagionale, bilancio nivale pluriennale e evoluzione del ghiaccio sotterraneo. Le cavità glaciali dei Picos sono oggetto di ricerca specifica e sono considerate archivi climatici fragili; una pubblicazione del 2025 tratta esplicitamente i loro cambiamenti negli ultimi quindici anni. Il dato di una singola campagna non consente tuttavia di quantificare un trend climatico locale né di attribuirne la causa.

Protocollo utile per le prossime campagne

  • Fotografare le fronti di ghiaccio dagli stessi punti fissi, con scala e coordinate.
  • Rilevare periodicamente quota e morfologia della superficie del ghiaccio con distanziometro/laser scanner o fotogrammetria.
  • Installare datalogger in aria e, dove appropriato, nel ghiaccio: temperatura, umidità e pressione.
  • Misurare la portata della Fuente del Valle del Agua con metodo replicabile e annotare data, precipitazioni, fusione nivale e ora.
  • Tenere separati in catasto: nuova prosecuzione, disostruzione di passaggio preesistente, correzione strumentale e revisione di collegamento tra bocche.
  • Valutare la stabilità di blocchi e sedimenti dopo il ritiro del ghiaccio prima di riattrezzare le vie.

7. Valutazione critica dei risultati

Punti forti

  • Esplorazione multi-obiettivo. La campagna non concentra risorse su un solo fondo: combina nuove bocche, grandi sistemi, revisioni e verifiche di ghiaccio.
  • Capacità di revisione. M-15, M-3 e PC-3 mostrano che una chiusura apparente può dipendere dalla prospettiva, dalla taglia del team, dall’attrezzatura o dalla lettura dell’aria.
  • Rilievo come risultato scientifico. I 1.024 m topografati sono un prodotto durevole, fondamentale per la comparazione interannuale e il modello idrogeologico.
  • Logistica cooperativa. L’uso di elicottero e la disponibilità delle strutture di Casa Cipriano hanno ridotto il peso dei trasporti; ciò permette di dedicare più tempo alle attività sotterranee, pur richiedendo gestione rigorosa dell’impatto ambientale.

Limiti e cautele

  • Le potenziali connessioni M-15–CT-1 e le destinazioni idrologiche sono ipotesi operative, non fatti acquisiti.
  • La profondità dei rami va riferita sempre alla singola bocca e alla topografia chiusa; una connessione non implica automaticamente il valore di profondità prospettato senza calcolare quote assolute e percorso del sistema.
  • Il dato CZ-1/2 include dichiaratamente possibili differenze dovute a bocche e tecnica di misura; non deve essere presentato come nuova esplorazione netta di 270 m.
  • La diminuzione di neve, ghiaccio o portata osservata nel 2026 è un segnale da documentare, non una prova autonoma di causalità climatica.

8. Domande d’esame / flashcard

  1. Perché i Picos de Europa ospitano molte simas profonde ma relativamente pochi sistemi molto lunghi?
    Per la potente serie calcarea e il grande dislivello topografico, che favoriscono lo sviluppo verticale, mentre acquitardi subverticali compartimentano lateralmente l’acquifero e limitano la continuità orizzontale.
  2. Che cosa indica una corrente d’aria in una cavità alpina?
    Può indicare una comunicazione con altri volumi o bocche e guidare la ricerca di prosecuzioni; da sola non dimostra una connessione né la direzione del drenaggio idrico.
  3. Qual è il risultato numerico principale della campagna 2026?
    1.024 m di nuovi rilievi e oltre 39 km complessivi topografati nei settori considerati.
  4. Quali sono i principali obiettivi aperti a Moñas?
    M-15, M-3 e M-101, oltre alle nuove bocche M-103 e M80.
  5. Perché CZ-1/2 richiede prudenza nell’interpretazione?
    L’aumento di sviluppo e profondità è associato al ritiro del ghiaccio, ma il rapporto segnala anche differenze tra bocche e maggiore precisione del rilievo elettronico, senza nuove prosecuzioni trovate.
  6. Che cosa rende importante la sorgente del Farfáu de la Viña?
    È il recapito indicato da una colorazione per parte delle acque del settore ed è centrale nel modello di drenaggio verso il Río Cares.
  7. Quale cavità ha il maggior sviluppo nella lista 2026?
    Torca del Valle del Agua (VA-1), con 9.797 m.
  8. Che errore editoriale è presente nel testo fornito?
    Il valore “-3343 m” attribuito al ramo in esplorazione di M-3 è incoerente con il testo e va letto con ogni probabilità come “circa -343 m”.

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  • Etna, a ottobre il corso nazionale di speleologia in ambiente vulcanico
    Condividi Dall’8 all’11 ottobre 2026 sull’Etna il corso nazionale di aggiornamento dedicato alla vulcanospeleologia, organizzato dalla Sezione dell’Etna del CAI. Conferenze, grotte laviche, crateri sommitali, rilievo 3D ed escursioni sul campo per conoscere uno degli ambienti sotterranei più particolari d’Italia. Si avvicina l’appuntamento con il corso nazionale “La Speleologia in ambiente vulcanico”, in programma dall’8 all’11 ottobre 2026 sulle pendici dell’Etna, con sede logistica nel terr
     

Etna, a ottobre il corso nazionale di speleologia in ambiente vulcanico

September 20th 2026 at 06:00

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Dall’8 all’11 ottobre 2026 sull’Etna il corso nazionale di aggiornamento dedicato alla vulcanospeleologia, organizzato dalla Sezione dell’Etna del CAI. Conferenze, grotte laviche, crateri sommitali, rilievo 3D ed escursioni sul campo per conoscere uno degli ambienti sotterranei più particolari d’Italia.

Si avvicina l’appuntamento con il corso nazionale “La Speleologia in ambiente vulcanico”, in programma dall’8 all’11 ottobre 2026 sulle pendici dell’Etna, con sede logistica nel territorio di Milo, in provincia di Catania.

Organizzato dalla Sezione dell’Etna del Club Alpino Italiano, il corso è un aggiornamento culturale valido per Titolati e Qualificati di Speleologia del CAI ed è aperto anche agli speleologi in possesso dei requisiti tecnici richiesti.

Prima la teoria, poi l’Etna

Il percorso formativo comincerà ancora prima dell’arrivo in Sicilia, con due conferenze in FAD, cioè a distanza: la prima il 29 settembre, dedicata al vulcanismo e agli aspetti petrografici, e la seconda il 6 ottobre, dedicata agli aspetti morfologici. Entrambi gli incontri sono previsti alle ore 21.

Dall’8 ottobre ci si sposterà invece direttamente sull’Etna, alternando lezioni ed escursioni.

Il programma affronta il vulcanismo etneo, la vulcanospeleogenesi, cioè i processi attraverso i quali si formano le cavità in ambiente vulcanico, la flora e la fauna delle grotte laviche e le tecniche di rilevamento topografico, comprese quelle tridimensionali.

Dentro le grotte vulcaniche dell’Etna

Una parte importante del corso sarà naturalmente dedicata alle attività sul terreno.

Sono previste escursioni ai crateri sommitali dell’Etna, alle gallerie di scorrimento lavico della Grotta di KTM e della Grotta dei Tre Livelli, ai basalti colonnari dell’Alcantara e alle cavità legate alle fratture eruttive, tra cui la Grotta delle Palombe e i Pozzi dell’Eruzione del 1923.

Il programma comprende anche un’uscita in battello lungo la costa, da Catania a Santa Maria la Scala, per osservare le testimonianze delle eruzioni sottomarine e costiere.

L’alternanza fra teoria e osservazione diretta consentirà quindi di affrontare la vulcanospeleologia da diversi punti di vista: dalla genesi delle cavità alla loro morfologia, fino agli aspetti biologici e alle moderne tecniche utilizzate per documentarle.

Chi può partecipare

Per partecipare è necessario avere almeno 18 anni, essere soci CAI con tessera in corso di validità ed essere in grado di procedere autonomamente su sola corda. È richiesto inoltre il certificato medico previsto per l’attività sportiva.

La priorità è riservata agli istruttori della Scuola Nazionale di Speleologia CAI — INS, IS e ISS — ma il corso è aperto anche agli altri speleologi che possiedono i requisiti richiesti.

Il numero massimo indicato è di 20 partecipanti non residenti.

Quota, alloggio e organizzazione

La quota di partecipazione è di 150 euro, comprensiva di vitto, alloggio e materiale didattico.

La sede sarà una struttura riservata sulle pendici dell’Etna, nel territorio di Milo, dotata di posti letto, servizi e docce. I pasti saranno preparati e serviti nella struttura.

Per chi raggiungerà Catania con i mezzi pubblici è prevista la possibilità di organizzare un servizio navetta, contattando preventivamente la segreteria. Gli spostamenti durante le escursioni saranno effettuati con mezzi dell’organizzazione.

Per informazioni è possibile contattare Giuseppe Priolo al 347 603 0335 (giuseppe.priolo@sns-cai.it) oppure Giovanni Fichera al 338 843 0763 (giovanni.fichera@sns-cai.it). La segreteria del Gruppo Grotte Catania risponde all’indirizzo segreteria@gruppogrottecatania.it.

Programma completo, iscrizioni e informazioni sul sito SNS-CAI

Scintilena aveva già presentato il corso lo scorso 18 febbraio, quando era stato diffuso il primo programma dell’iniziativa. Ora, con l’avvicinarsi delle date, torniamo a segnalarlo facendo riferimento alle informazioni pubblicate sulla pagina ufficiale della Scuola Nazionale di Speleologia del CAI : Etna 2026, speleologia in ambiente vulcanico – il precedente articolo di Scintilena

Fonte: Scuola Nazionale di Speleologia – Club Alpino Italianohttps://www.sns-cai.it/evento/corso-la-speleologia-in-ambiente-vulcanico-sicilia-ggc-ottobre-2026/

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  • Dalle cave del Vicentino alle grotte della Luna: una telecamera per esplorare i lava tube
    Condividi Sui Monti Lessini è stata sperimentata DaedalusCam, una speciale telecamera panoramica progettata per scendere nei grandi pozzi della Luna e ricostruirne le pareti in tre dimensioni. Dopo i test nei tunnel lavici di Lanzarote, in futuro le prove potrebbero continuare nelle grotte dell’Etna. Prima di scendere in una grotta sulla Luna, meglio fare qualche prova sulla Terra: è quello che stanno facendo i ricercatori impegnati nello sviluppo di DaedalusCam, un sistema di telecamere prog
     

Dalle cave del Vicentino alle grotte della Luna: una telecamera per esplorare i lava tube

September 20th 2026 at 05:00

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Sui Monti Lessini è stata sperimentata DaedalusCam, una speciale telecamera panoramica progettata per scendere nei grandi pozzi della Luna e ricostruirne le pareti in tre dimensioni. Dopo i test nei tunnel lavici di Lanzarote, in futuro le prove potrebbero continuare nelle grotte dell’Etna.

Prima di scendere in una grotta sulla Luna, meglio fare qualche prova sulla Terra: è quello che stanno facendo i ricercatori impegnati nello sviluppo di DaedalusCam, un sistema di telecamere progettato per esplorare i lava tube lunari: grandi cavità di origine vulcanica che si trovano sotto la superficie della Luna.

La scorsa estate lo strumento è stato provato sui Monti Lessini, nel Vicentino. Per il test è stata scelta la Cava Bertocchi, tra San Pietro Mussolino e Nogarole Vicentino, dove il tipo di basalto presente è considerato un buon equivalente terrestre delle rocce vulcaniche che la missione potrebbe incontrare sulla Luna.

Questa volta DaedalusCam non è stata calata in una grotta: è stata montata sotto un drone e fatta volare sopra la cava. L’obiettivo era verificare se le immagini raccolte dalle sue quattro telecamere potessero essere utilizzate per ricostruire in tre dimensioni un ambiente roccioso complesso.

Il risultato, secondo i ricercatori, è stato positivo.

Le grotte della Luna

Quando parliamo di grotte lunari non dobbiamo immaginare cavità scavate dall’acqua come molte delle grotte che conosciamo sulla Terra: sono soprattutto tunnel di lava, o lava tube.

Il principio è quello che conosciamo anche nei territori vulcanici terrestri: durante un’eruzione, la parte superficiale di una colata può raffreddarsi e solidificarsi mentre al di sotto la lava continua a scorrere. Quando il flusso termina, può rimanere un condotto vuoto: una vera e propria grotta vulcanica.

Sulla Luna sono stati individuati grandi pozzi che sembrano costituire l’accesso a sistemi sotterranei molto più estesi. Secondo quanto spiegato da Emanuele Simioni, ricercatore dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica, il principale ente pubblico italiano dedicato alla ricerca in astronomia e astrofisica) di Padova, alcune di queste strutture potrebbero proseguire per decine di chilometri sotto la superficie lunare. È proprio lì sotto che vorremmo riuscire a guardare.

Andare sottoterra sulla Luna

Le grotte lunari interessano i geologi, naturalmente, ma sono considerate importanti anche pensando a una futura presenza umana sulla Luna. Il motivo è abbastanza intuitivo: la roccia sopra la testa è un ottimo tetto.

All’interno dei lava tube la temperatura potrebbe essere più stabile rispetto alla superficie e la copertura rocciosa offrirebbe protezione dai meteoriti, dai raggi cosmici e dalle radiazioni. Inoltre queste cavità sono considerate interessanti anche per la possibile presenza di ghiaccio d’acqua.

Con il “piccolo” problema che si conosce l’esistenza di alcuni ingressi, ma non si sa praticamente nulla di ciò che si trova sotto.

Da qui nasce Daedalus, il progetto dell’Agenzia spaziale europea (ESA) per mandare un robot dove un astronauta, almeno per ora, non potrebbe andare.

Un robot appeso a una corda sopra un pozzo lunare

L’idea di Daedalus ha qualcosa di sorprendentemente familiare per uno speleologo.

Un rover, cioè un veicolo robotico capace di muoversi sulla superficie lunare, dovrebbe raggiungere il bordo di uno dei grandi pozzi che danno accesso alle cavità sotterranee. Da lì, un robot di forma sferica verrebbe calato nel vuoto mediante un cavo, un po’ come una sonda che scende in un pozzo.

Il cavo avrebbe due funzioni fondamentali: fornire energia e permettere la trasmissione dei dati.

La discesa prevista è di circa 50 metri. Durante questo tratto le telecamere fotograferebbero continuamente le pareti, permettendo di ricostruire la forma del pozzo e di osservare come cambiano gli strati geologici con la profondità. Poi dovrebbe accadere qualcosa di ancora più interessante: arrivato in fondo, il robot potrebbe sganciarsi dal cavo e proseguire da solo nella grotta.

Non è previsto che torni indietro. Una volta staccato dal cavo e addentratosi nel buio, le telecamere non potrebbero più essere utilizzate, perché il sistema non dispone di una propria illuminazione. L’esplorazione proseguirebbe quindi con gli altri sensori del robot.

L’obiettivo: un pozzo di 50 metri sulla Luna

Uno dei siti scelti come possibile obiettivo di Daedalus si trova nella regione dei Marius Hills, nell’Oceanus Procellarum, vicino all’equatore lunare. L’ingresso ha un diametro di circa 50 metri e soprattutto presenta una caratteristica che rende l’esplorazione tutt’altro che semplice: è praticamente verticale.

In altre parole, prima ancora di esplorare la grotta bisogna riuscire a superarne il pozzo d’ingresso: qui entra in gioco DaedalusCam.

Quattro occhi per vedere quasi tutto

Il nome può sembrare complicato, ma il principio di DaedalusCam è abbastanza semplice.

Lo strumento è composto da quattro PanCam. PanCam significa sostanzialmente panoramic camera, cioè camera panoramica.

Ognuna possiede un campo visivo enorme, ancora più ampio di quello dei comuni obiettivi fisheye. Riesce quindi a vedere non soltanto ciò che ha davanti, ma anche molto di ciò che si trova lateralmente.

Mettendo insieme quattro di queste camere, il robot può avere una visione praticamente completa di ciò che lo circonda.

Avere tanti “occhi” serve: se un particolare della parete viene fotografato da più posizioni e angolazioni, un computer può confrontare le immagini e ricavarne la posizione nello spazio. In questo modo una serie di fotografie può diventare un modello tridimensionale della grotta. In sostanza, è fotogrammetria, un termine non nuovo per chi frequenta le grotte: fotografie parzialmente sovrapposte dello stesso ambiente possono essere utilizzate per ricostruirne digitalmente forme e dimensioni.

Le PanCam hanno inoltre una zona centrale capace di riprendere con una risoluzione circa tre volte maggiore rispetto alla parte panoramica: una sorta di “vista d’aquila” destinata a osservare in dettaglio particolari delle pareti. Con appositi filtri potrà fornire anche informazioni sulla loro composizione.

Come fa il computer a capire dove si trova? Qui compare una di quelle sigle che fanno sembrare tutto molto più difficile di quanto sia: SLAM. Significa Simultaneous Localization and Mapping: più o meno, localizzarsi e costruire contemporaneamente una mappa.

Immaginiamo di entrare in una grotta che nessuno ha mai rilevato. Mentre avanziamo dobbiamo fare due cose nello stesso momento: capire dove ci troviamo rispetto al punto da cui siamo partiti e costruire progressivamente la mappa dell’ambiente che stiamo attraversando.

Un algoritmo SLAM cerca di farlo automaticamente. Il computer osserva le immagini, riconosce punti e forme già incontrati – uno spigolo, una roccia, una particolare geometria della parete – e li utilizza come riferimenti. Dal modo in cui questi elementi cambiano posizione da un’immagine alla successiva può ricostruire sia il movimento della telecamera sia la geometria dell’ambiente.

Sono tecniche utilizzate anche dai robot e nei sistemi di navigazione autonoma.

Nel caso di DaedalusCam servono quindi a prendere una quantità enorme di fotografie panoramiche e rimetterle al posto giusto, fino a ricostruire digitalmente la cavità.

La prova nella cava dei Monti Lessini

Il test nel Vicentino era importante perché per la prima volta sono state utilizzate tutte e quattro le PanCam insieme.

Il Politecnico di Milano ha realizzato la parte meccanica necessaria per montare DaedalusCam su un drone, che è stato quindi fatto volare sopra la cava.

La campagna è durata due giorni: uno dedicato alla preparazione e alla programmazione e uno alle operazioni vere e proprie.

Al lavoro hanno partecipato il Dipartimento di Geologia, il Politecnico di Milano, Planetek, l’Agenzia spaziale italiana e l’INAF, con ricercatori di Padova e Napoli.

Anche fotografare una cava, però, si è rivelato meno semplice del previsto.

na telecamera che vede quasi dappertutto ha un evidente vantaggio, ma anche un inconveniente: rischia di vedere anche il Sole. E avere il Sole direttamente nell’inquadratura non è la condizione ideale per ottenere fotografie utilizzabili.

Durante il test è stato quindi necessario studiare attentamente il percorso e l’orientamento del drone per evitare che la luce solare entrasse direttamente nel campo visivo delle quattro camere: le immagini sono state comunque acquisite con successo e successivamente elaborate per ottenere un modello tridimensionale della cava.

Ora arriverà una verifica importante: confrontare questa ricostruzione con misure indipendenti dell’intera cava ottenute mediante un laser altimetro. In questo modo sarà possibile capire quanto il modello costruito utilizzando soltanto le immagini corrisponda alla realtà.

Prima della Luna, le grotte della Terra

La cava vicentina non è il primo ambiente terrestre utilizzato per mettere alla prova questa tecnologia.

Le singole PanCam erano già state sperimentate nei tunnel lavici di Lanzarote, alle Isole Canarie. In quel caso si trattava di vere grotte accessibili alle persone e la camera era stata trasportata direttamente all’interno delle cavità.

Tunnel lavico nella Cueva de los Verdes, Lanzarote (Isole Canarie), dove sono stati effettuati precedenti test delle PanCam. Foto: Luis Miguel Bugallo Sánchez (Lmbuga) – Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Sui Monti Lessini si è fatto un passo diverso: utilizzare per la prima volta le quattro camere insieme, montate su un drone, e verificare la capacità dell’intero sistema di ricostruire un ambiente delle dimensioni paragonabili a quelle del pozzo lunare scelto come obiettivo. Il prossimo esperimento potrebbe interessare molto da vicino gli speleologi italiani.

Il gruppo sta infatti valutando una futura campagna di test nelle grotte vulcaniche dell’Etna. Resta da stabilire quale sia la stagione migliore per effettuarla.

E ora viene da chiedersi quando entreremo davvero in una grotta lunare, ma occorre frenare un po’ l’entusiasmo.

Nelle prime fasi del progetto si era parlato del 2033 per la missione Daedalus. Quella data, però, non è mai stata confermata. Le indicazioni successive hanno spostato l’orizzonte oltre il 2033 e al momento non esiste una data di lancio definitiva.

La tecnologia, intanto, continua a essere sviluppata e provata sulla Terra, aspetto ugualmente affascinante, soprattutto per gli speleologi.

Per esplorare per la prima volta una cavità di un altro corpo celeste bisogna affrontare problemi che, nella loro essenza, sono sorprendentemente familiari: come scendere in un pozzo, come vedere nel buio, come capire dove ci troviamo e come costruire una mappa di un ambiente nel quale nessuno è mai entrato.

Cambiano la gravità, la tecnologia e – parecchio – la distanza da casa.

Il problema di partenza, però, resta il solito, quello di ogni esplorazione speleologica: c’è un buco, e vogliamo sapere cosa c’è sotto.

Fonte: Valentina Guglielmo, “Dalle cave del Vicentino alle grotte sulla Luna”, Media INAF, 14 settembre 2026. L’articolo originale è pubblicato con licenza CC BY-NC-SA 4.0https://www.media.inaf.it/2026/09/14/dalle-cave-del-vicentino-alle-grotte-sulla-luna/

NB: non ho una mente scientifica e ho cercato di raccontare tutto questo nel modo più semplice possibile, prima di tutto per capirlo io. Se ho commesso errori o imprecisioni, vi chiedo di segnalarli: correggerò volentieri.

L'articolo Dalle cave del Vicentino alle grotte della Luna: una telecamera per esplorare i lava tube proviene da Scintilena.

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