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Il numero 3 di Underground Vision – SpeleoMedit Magazine, uscito a settembre 2026, raccoglie un editoriale e nove contributi che attraversano sei paesi del bacino mediterraneo. Il filo conduttore «imparare a vedere nel buio» lega osservazioni sull’atmosfera di grotta, esplorazione idrogeologica, biodiversità, fotografia e memoria culturale. La rivista è promossa da Tetide APS nell’ambito del progetto SpeleoMedit, nato nel 2021 in occasione dell’Anno Internazionale delle Grotte e del Carsismo.
Il sommario trasmesso dagli organizzatori elenca dieci voci: un editoriale e nove articoli. I contributi provengono da Croazia, Grecia, Italia, Marocco, Spagna e Turchia. Tra i temi figurano aerologia e sicurezza in grotta, fotografia speleologica, idrogeologia carsica, monitoraggio nivale e microclimatico, biospeleologia e grandi cavità. La pagina ufficiale del numero indica la missione editoriale di divulgazione, documentazione e valorizzazione delle attività speleologiche.
L’editoriale Learning to See in the Dark, a cura di Ferdinando Didonna, introduce il tema dell’osservazione consapevole del mondo ipogeo. Il contributo croato di Georgios Lazaridis e colleghi segnala un’atmosfera stratificata pericolosa immediatamente sotto un grande ingresso sull’isola di Lastovo. Il testo integrale dovrà precisare gas coinvolti, valori misurati e implicazioni per la sicurezza.
Il progetto fotografico Mediterranean Photographers UPIX rappresenta la componente visiva italiana del fascicolo. In Grecia, Thomas Theodosiadis racconta il Devil’s Well di Vouliagmeni come enigma idrogeologico e ne ricostruisce la cronaca esplorativa. In Italia, Claudio Di Russo e colleghi presentano la Snow Cave dei monti Cantari (Parco regionale dei Simbruini) nel contesto del monitoraggio del cambiamento climatico.
Giacomo Ghiotto firma Paint with Light – Four Days Underground with Robbie Shone, resoconto di quattro giorni di lavoro fotografico sotterraneo. Ferdinando Didonna e Luisa Dainelli illustrano la campagna Italian Cave Animal of the Year come chiave di divulgazione della fauna ipogea. Iliass Naouadir e Ghita Abarbach integrano geologia, biodiversità e memoria nelle grotte dell’alto Sebou, Medio Atlante, Marocco.
Victor Ferrer Rico ed Extopocien focalizzano l’attenzione sui settori 2, 3 e 4 del Sistema de la Cueva de los Chorros (Riópar–Vianos, Albacete, Spagna). Ali Yamac descrive la monumentalità di Kocain Cave, in Turchia, nota per le sue grandi sale. Le fonti istituzionali ricordano che la Cueva de los Chorros è il principale sbocco dell’acquifero carsico del Calar del Mundo, mentre i portali turchi associano a Kocain anche tracce archeologiche.
La presenza di un ingresso ampio non garantisce uniformità dell’aria negli strati immediatamente sottostanti. Studi indipendenti, come quelli di Kukuljan e colleghi nella grotta di Postumia, mostrano gradienti verticali di CO? fino a circa 1.000 ppm per metro in condizioni specifiche, con differenze marcate tra pavimento e soffitto. Questi dati non sono risultati del contributo croato, ma indicano la necessità di misurazioni puntuali per valutare la sicurezza.
La conseguenza metodologica è chiara: rilevare l’atmosfera alle quote e nei punti di interesse, senza dedurre diagnosi di sicurezza dalla sola morfologia dell’ingresso. Questo approccio rientra nella cultura della prevenzione promossa da riviste come Underground Vision, che uniscono esplorazione e rigore scientifico.
Attribuire variazioni della neve o del ghiaccio ipogeo a cause climatiche richiede serie locali di osservazioni e metodi verificabili. Casi indipendenti, come la Hundsalm ice cave in Austria (serie 2008–2021) e la grotta pirenaica A294, documentano riscaldamento e regressione del ghiaccio con temperature e paline di ablazione. Sono riferimenti utili per comprendere quali misure cercare nell’articolo sui monti Cantari, non prove delle condizioni dei Simbruini.
Il contributo italiano dovrà quindi precisare periodo di monitoraggio, strumentazione, tassi di accumulo e fusione, e possibili fattori antropici. Solo così la Snow Cave potrà entrare a pieno titolo negli archivi documentali del carsismo mediterraneo sensibili al cambiamento climatico.
Il ministero spagnolo per la transizione ecologica descrive il Calar del Mundo come riserva naturale sotterranea di 98,88 km² e indica la Cueva de los Chorros come principale sbocco naturale dell’acquifero, noto per il fenomeno del «reventón». Non va confusa l’area della riserva con l’estensione esplorata della grotta. A Vouliagmeni, cronache indipendenti collocano il pozzo a partire da circa 11 m di profondità e riportano come ipotesi, non come fatto acquisito, un possibile collegamento verso il lago vicino.
Questi elementi sottolineano l’importanza di distinguere evidenza da ipotesi nelle pubblicazioni speleologiche. Underground Vision si inserisce in questo solco, favorendo contributi che chiariscano connessioni idrauliche e dinamiche di scarico degli acquiferi carsici.
La campagna internazionale Cave Animal of the Year indica per l’Italia 2026 i ragni Meta menardi e Meta bourneti. Fonti di settore collegano il progetto alla sensibilizzazione sulla fauna ipogea e a iniziative presentate alla conferenza internazionale di biologia sotterranea. Fotografia e campagne naturalistiche sono forme diverse di «visibilità» del sottosuolo, coerenti con la missione di Underground Vision di unire scienza, esplorazione e cultura.
Per Kocain, i portali culturali turchi associano le grandi sale anche a tracce archeologiche e iscrizioni. Il contributo di Ali Yamac dovrà precisare se e come questi elementi entrino nel racconto della cavità, arricchendo l’archivio documentale delle grotte monumentali del Mediterraneo.
La pubblicazione delle notizie speleologiche svolge un ruolo centrale per la crescita della disciplina. Riviste come Underground Vision – SpeleoMedit Magazine creano uno spazio in cui esplorazione, dati scientifici e riflessioni culturali diventano accessibili a ricercatori, gruppi speleologici e pubblico interessato. Senza editoria specializzata, molte osservazioni resterebbero confinate a rapporti interni o a comunicazioni informali.
Le biblioteche speleologiche, sia online sia cartacee, costituiscono il secondo pilastro. Il progetto SpeleoMedit, con il volume Speleologie del Mediterraneo e la rivista Underground Vision, mostra come un archivio strutturato possa raccogliere contributi da molti paesi e rendere confrontabili dati su carsismo, idrologia, biospeleologia e archeologia del sottosuolo. La versione digitale permette ricerche per parola chiave, area geografica e tema, mentre l’edizione cartacee garantisce conservazione a lungo termine e fruizione in contesti privi di connessione.
L’archivio documentale speleologico ha una funzione pratica: evitare di «inventare l’ombrello o l’acqua calda». Come ricordano i manuali di formazione della Società Speleologica Italiana, i lavori speleologici sono dispersi in centinaia di periodici poco diffusi; l’accesso alle fonti bibliografiche è spesso difficile. Riviste indicizzate, cataloghi editoriali come quello di Tetide APS e portali tematici riducono questo problema, permettendo di costruire nuove ricerche su basi solide.
In questa prospettiva, ogni numero di Underground Vision entra a far parte di un patrimonio più ampio. I dati su atmosfere di grotta, monitoraggio nivale, connessioni idrogeologiche e biodiversità alimentano biblioteche speleologiche online e cartacee. A loro volta, questi archivi documentali supportano corsi, convegni, progetti di tutela e nuove esplorazioni. La pubblicazione non è solo cronaca: è infrastruttura di conoscenza per la speleologia mediterranea e internazionale.
L'articolo Underground Vision n.3: nove storie dal sottosuolo mediterraneo per imparare a vedere nel buio proviene da Scintilena.
NUORO – Entrare in una grotta senza corde, senza casco e senza muovere un passo. È la proposta di “Visioni carsiche”, l’esperienza immersiva che il Gruppo Grotte Nuorese presenterà venerdì 25 settembre 2026, dalle 16 alle 20, al Centro Polifunzionale di via Roma a Nuoro, nell’ambito della SHARPER Night – Notte Europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori.
L’iniziativa porta l’esplorazione sotterranea in una dimensione nuova: quella della realtà virtuale.
Indossando un visore VR, i visitatori potranno muoversi all’interno della ricostruzione di una grotta reale, osservare gli ambienti, interagire con ciò che li circonda e attivare schemi e approfondimenti scientifici.
Non si tratta quindi soltanto di “vedere” una grotta, ma di avvicinarsi alla sua lettura.
La tecnologia diventa in questo caso uno strumento di divulgazione speleologica, capace di restituire almeno una parte dell’esperienza di un ambiente che, per sua natura, rimane difficilmente accessibile alla maggioranza delle persone.
Per generazioni la fotografia speleologica ha avuto il compito di portare in superficie immagini di luoghi raggiungibili soltanto dagli esploratori. Oggi le tecniche di acquisizione e ricostruzione digitale consentono di compiere un passo ulteriore: non più soltanto osservare un’immagine, ma immergersi virtualmente nello spazio dal quale quell’immagine proviene.
La grotta può così diventare un ambiente da percorrere e interrogare.
È una possibilità particolarmente interessante per la divulgazione del carsismo. Forme, morfologie e fenomeni che sulla carta o attraverso una fotografia possono risultare difficili da interpretare acquistano una diversa immediatezza quando il visitatore può osservarli nello spazio e cambiare il proprio punto di vista.
Quella proposta dal Gruppo Grotte Nuorese non è un’esperienza isolata. Proprio in queste settimane anche al Museo Speleologico del Monte Gazzo di Genova Sestri Ponente, Museo che ha come promotore lo speleologo Carlo Marzio, i visitatori possono indossare un visore e scendere virtualmente nella Spluga della Preta, uno degli abissi simbolo della storia della speleologia italiana.
L’installazione presente al Gazzo è stata concessa dall’Associazione Culturale Benetticeras APS e messa a disposizione grazie a Francesco Sauro.
Due esperienze diverse, a Genova e a Nuoro, che sembrano indicare la stessa direzione: utilizzare le nuove tecnologie non per sostituire l’esplorazione reale, ma per raccontarla e renderla accessibile a un pubblico molto più vasto.
È un passaggio interessante anche per i musei e per le associazioni speleologiche. Per decenni abbiamo raccontato il sottosuolo attraverso fotografie, rilievi, plastici, reperti e ricostruzioni. Oggi a questi strumenti se ne aggiunge uno nuovo: la possibilità di accompagnare virtualmente il visitatore dentro la grotta.
L’esplorazione speleologica reale richiede preparazione, attrezzature e condizioni fisiche adeguate e, in molti casi, comporta difficoltà oggettive che rendono determinati ambienti inaccessibili a una parte del pubblico.
La realtà virtuale non sostituisce naturalmente l’esperienza della grotta, ma può abbattere molte barriere.
Fonte: https://www.sharper-night.it/evento/visioni-carsiche/ VISIONI CARSICHE

L'articolo Visioni carsiche: le grotte della Sardegna diventano esplorabili in realtà virtuale proviene da Scintilena.
SESTRI LEVANTE (GE) – Una giornata dedicata all’Età del Rame, alle antiche attività minerarie e alle profonde trasformazioni tecnologiche e sociali che, oltre 5.000 anni fa, accompagnarono l’introduzione della metallurgia. Sabato 26 settembre 2026, in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio, il Tigullio ospiterà due appuntamenti tra Sestri Levante e Castiglione Chiavarese.
Il primo è in programma alle 10.30 al MuSel – Museo Archeologico e della Città di Sestri Levante, con la visita guidata gratuita “Dalla pietra al metallo… più di 5000 anni fa”, dedicata all’archeologia della produzione e allo sfruttamento delle risorse durante l’Età del Rame

Alla visita parteciperanno Nadia Campana, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della Liguria, Francesco Ghizzani Marcia e Paola Chella, della Direzione Regionale Musei Nazionali della Liguria.
Nel pomeriggio l’attenzione si sposterà sull’archeologia mineraria e, in particolare, su uno dei siti più significativi per la conoscenza delle prime attività estrattive legate al rame: Monte Loreto.

A partire dalle 15 al MUCAS – Polo archeominerario di Castiglione Chiavarese e Masso, l’incontro “A trent’anni dalla prima campagna di scavo a Monte Loreto” ripercorrerà tre decenni di ricerche, dalle prime indagini archeologiche alla ricostruzione delle attività minerarie preistoriche, fino alla conservazione, valorizzazione e musealizzazione del sito.
Dopo i saluti istituzionali, alle 15.30 Nadia Campana, Marzia Dentone e Francesco Ghizzani Marcia interverranno sul tema “Collaborare alla conoscenza”. Alle 15.45 Fabio Negrino presenterà “Quando il rame cambiò il mondo”, mentre alle 16 Roberto Maggi ripercorrerà la storia del sito nell’intervento “Monte Loreto: dalla scoperta al museo”.
Alle 16.30 è prevista la visita alle sale espositive del MUCAS, alla miniera preistorica e a quella moderna, oltre alla Galleria XX Settembre, accompagnati dalla direttrice del Sistema Museale MuSel-MUCAS, Marzia Dentone.
Monte Loreto rappresenta una testimonianza di particolare interesse per lo studio dello sfruttamento delle risorse minerarie nella preistoria ligure. Le ricerche archeologiche hanno consentito di ricostruire aspetti delle attività estrattive connesse al rame e di inserirle nel più ampio processo di trasformazione che segnò il passaggio dalle tecnologie basate sulla pietra alla produzione e all’impiego dei metalli.
Si festeggiano e ricordano così i primi trent’anni dalla prima campagna di scavo, osservando il percorso che conduce dalla ricerca sul campo alla tutela e alla restituzione al pubblico di un importante patrimonio archeominerario.
La giornata rientra nelle Giornate Europee del Patrimonio 2026, in programma il 26 e 27 settembre e dedicate quest’anno al tema “Proteggere il patrimonio. Rinnovare, resistere, reinventare”.
La visita mattutina al MuSel è gratuita, con prenotazione obbligatoria presso lo IAT di Sestri Levante, come indicato nella locandina dell’iniziativa.

Locandine: programmi degli appuntamenti al MuSel di Sestri Levante e al MUCAS di Castiglione Chiavarese e Masso.
L'articolo Una giornata nell’Età del Rame: nel Tigullio alla scoperta delle miniere di oltre 5.000 anni fa proviene da Scintilena.
La diga è ancora lì.
Alta più di 260 metri, stretta nella gola del Vajont, tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia.
Quando la si osserva oggi, è difficile comprendere immediatamente uno degli aspetti fondamentali della tragedia avvenuta la notte del 9 ottobre 1963.
La diga non crolla.
A cedere è la montagna.
Alle 22.39, circa 270 milioni di metri cubi di roccia si staccano dal versante settentrionale del Monte Toc e precipitano nel bacino artificiale.
L’impatto sposta una massa d’acqua enorme. Una parte dell’onda investe le sponde del lago; un’altra supera lo sbarramento e precipita nella strettissima gola sottostante.
Pochi istanti dopo raggiunge la valle del Piave.
Longarone viene travolta.
Le vittime sono 1.917.
La storia del Vajont non comincia alle 22.39 del 9 ottobre, ma molto prima.
La grande diga viene costruita per creare un bacino destinato a inserirsi nel complesso sistema idroelettrico del Piave.
È un’opera imponente: una diga a doppio arco alta oltre 260 metri, tra le più alte del mondo al momento della costruzione.
Il problema non sarà la resistenza dello sbarramento.
Il problema è il versante che sovrasta il lago.
Sul Monte Toc vengono progressivamente osservati movimenti e fenomeni di instabilità. Studi geologici, perforazioni, rilievi e misurazioni mostrano che qualcosa sta accadendo all’interno della montagna.
Nel 1960 una frana di circa 700.000 metri cubi precipita già nel bacino.
Sul versante compare una grande fessura, lunga chilometri, che disegna sulla montagna una forma simile a una M.
Il Toc sta dando segnali.
Il movimento viene osservato e controllato.
Si installano strumenti, si effettuano misurazioni e si studia il rapporto tra la velocità della frana e le variazioni del livello dell’invaso.
Quando l’acqua sale o scende cambiano anche le condizioni all’interno della massa instabile.
Si cerca quindi di controllare il movimento attraverso il livello del lago.
Conoscere l’esistenza di una frana , tuttavia, non significa necessariamente comprenderne fino in fondo il comportamento.
Il problema decisivo diventa un altro: quanto velocemente può cadere quella massa e quale onda può generare entrando nel bacino?
Si eseguono anche esperimenti su un modello fisico della valle, realizzato a Nove, per studiare gli effetti di una possibile frana nell’invaso.
Si cerca di individuare una quota del lago considerata compatibile con la sicurezza dei territori circostanti: ma la realtà riserva brutte sorprese.
La frana era conosciuta, sorvegliata: si sottovaluta tragicamente la velocità con cui può precipitare nel bacino e, di conseguenza, la dimensione dell’onda.
Nelle settimane precedenti il movimento del versante accelera.
Il livello del bacino viene abbassato nel tentativo di rallentare la frana.
La sera del 9 ottobre 1963 la montagna continua a muoversi.
Alle 22.39 il versante cede.
In pochi secondi circa 270 milioni di metri cubi di materiale precipitano nell’invaso.
L’acqua non ha spazio per assorbire un simile spostamento.
Si solleva violentemente.
Una parte dell’onda risale sui versanti e investe gli abitati attorno al bacino.
Un’altra supera il coronamento della diga.
Lo sbarramento resiste.
Oltre la diga, però, l’acqua precipita nella gola del Vajont e raggiunge la valle del Piave.
Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova e altre località vengono investite.
In pochi minuti il paesaggio cambia completamente.
Quando arriva il mattino, interi paesi non esistono più.
Poi arrivano i soccorritori.
Tra loro ci sono i Vigili del Fuoco.
Ne intervengono oltre 850, provenienti da comandi di tutta Italia, con centinaia di mezzi e squadre specializzate.
Lavorano tra fango, macerie e detriti, prima alla ricerca dei superstiti e poi nel recupero delle vittime e nella messa in sicurezza del territorio.
Questa parte della storia, per chi scrive, ha anche un nome familiare, tra glialtri: Severino Ferrazzin.

Pioniere dei Vigili del Fuoco Sommozzatori italiani, è uno degli uomini impegnati nelle operazioni successive alla tragedia.
Oggi un documento permette di ritrovarlo proprio lì: una relazione dei Vigili del Fuoco del 1963 indica Severino tra gli otto componenti della squadra sommozzatori di Genova inviata nel bacino di Busche, lungo il Piave.
Arrivano a Feltre il 26 ottobre 1963, con il compito di cercare eventuali salme e fusti di cianuro che si teme possano essere stati trascinati dall’onda e finiti nel bacino.
Le immersioni sono difficili.
Sul fondo incontrano fango, vecchi muri, ferri aggrovigliati, strutture in cemento armato e detriti. In pochi giorni vengono esplorate vaste porzioni del bacino.
Le ricerche continuano fino allo svuotamento dell’invaso e al rastrellamento del fondale.
Non vengono trovate altre salme né altri fusti.
È una piccola pagina all’interno dell’immensa macchina dei soccorsi del Vajont.
Per me, però, ha un significato particolare.
Il Vajont non appartiene soltanto alla storia italiana.
Attraverso mio zio, appartiene anche alla memoria della mia famiglia.
Oggi la diga è ancora in piedi.
Ed è proprio questo a rendere il Vajont diverso dai luoghi che abbiamo incontrato nei capitoli precedenti.
Al Gleno vediamo una diga spezzata.
A Malpasset osserviamo i resti dello sbarramento crollato.
Al Vajont, invece, il grande arco di cemento è ancora chiuso tra le pareti della gola.
Dietro di esso si trova ciò che resta dell’enorme frana.
Il fondovalle è cambiato. Una parte dell’antico bacino non esiste più e la massa scivolata dal Monte Toc occupa ancora il paesaggio.
La montagna stessa è diventata memoria.
Il Vajont porta la nostra storia dell’acqua a una conclusione importante.
Una grande opera idraulica non può essere studiata soltanto attraverso il cemento, le dimensioni dello sbarramento o la quantità d’acqua che può contenere.
Esiste un sistema più grande.
Ci sono i versanti, la geologia, le acque superficiali e sotterranee, le precipitazioni, le opere artificiali e, soprattutto, le persone che vivono nel territorio.
Al Vajont la diga resiste.
Ma il sistema nel quale quella diga è stata inserita produce una catastrofe.
È forse questa una delle lezioni più profonde lasciate dalla notte del 9 ottobre 1963.
Gleno, 1923.
Molare, 1935.
Malpasset, 1959.
Vajont, 1963.
Ogni volta l’acqua incontra una grande opera costruita dall’uomo.
Ogni volta la storia è diversa.
E proprio per questo non possiamo sovrapporle.
Il prossimo capitolo ci porterà al 19 luglio 1985, in Val di Stava, a Tesero.
Questa volta non incontreremo una diga idroelettrica.
Troveremo due bacini di decantazione di una miniera.
E ancora una volta, prima della tragedia, esiste una storia che bisogna conoscere.
Ma al Vajont rimane un’immagine difficile da dimenticare.
La diga è ancora lì.
E forse è proprio la sua presenza, intatta nella gola, a ricordarci nel modo più potente che quella notte non fu la diga a crollare.

L'articolo Vajont 1963, la diga che non crollò proviene da Scintilena.