Vajont 1963, la diga che non crollò
La storia dell’acqua – Quarto capitolo. Il 9 ottobre 1963 una gigantesca frana precipita dal Monte Toc nell’invaso del Vajont. La diga resiste. L’onda supera lo sbarramento e devasta Longarone e gli abitati della valle. Le vittime sono 1.917.
La diga è ancora lì.
Alta più di 260 metri, stretta nella gola del Vajont, tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia.
Quando la si osserva oggi, è difficile comprendere immediatamente uno degli aspetti fondamentali della tragedia avvenuta la notte del 9 ottobre 1963.
La diga non crolla.
A cedere è la montagna.
Alle 22.39, circa 270 milioni di metri cubi di roccia si staccano dal versante settentrionale del Monte Toc e precipitano nel bacino artificiale.
L’impatto sposta una massa d’acqua enorme. Una parte dell’onda investe le sponde del lago; un’altra supera lo sbarramento e precipita nella strettissima gola sottostante.
Pochi istanti dopo raggiunge la valle del Piave.
Longarone viene travolta.
Le vittime sono 1.917.
La storia comincia prima
La storia del Vajont non comincia alle 22.39 del 9 ottobre, ma molto prima.
La grande diga viene costruita per creare un bacino destinato a inserirsi nel complesso sistema idroelettrico del Piave.
È un’opera imponente: una diga a doppio arco alta oltre 260 metri, tra le più alte del mondo al momento della costruzione.
Il problema non sarà la resistenza dello sbarramento.
Il problema è il versante che sovrasta il lago.
Sul Monte Toc vengono progressivamente osservati movimenti e fenomeni di instabilità. Studi geologici, perforazioni, rilievi e misurazioni mostrano che qualcosa sta accadendo all’interno della montagna.
Nel 1960 una frana di circa 700.000 metri cubi precipita già nel bacino.
Sul versante compare una grande fessura, lunga chilometri, che disegna sulla montagna una forma simile a una M.
Il Toc sta dando segnali.
Una frana conosciuta
Il movimento viene osservato e controllato.
Si installano strumenti, si effettuano misurazioni e si studia il rapporto tra la velocità della frana e le variazioni del livello dell’invaso.
Quando l’acqua sale o scende cambiano anche le condizioni all’interno della massa instabile.
Si cerca quindi di controllare il movimento attraverso il livello del lago.
Conoscere l’esistenza di una frana , tuttavia, non significa necessariamente comprenderne fino in fondo il comportamento.
Il problema decisivo diventa un altro: quanto velocemente può cadere quella massa e quale onda può generare entrando nel bacino?
Si eseguono anche esperimenti su un modello fisico della valle, realizzato a Nove, per studiare gli effetti di una possibile frana nell’invaso.
Si cerca di individuare una quota del lago considerata compatibile con la sicurezza dei territori circostanti: ma la realtà riserva brutte sorprese.
La frana era conosciuta, sorvegliata: si sottovaluta tragicamente la velocità con cui può precipitare nel bacino e, di conseguenza, la dimensione dell’onda.
9 ottobre 1963
Nelle settimane precedenti il movimento del versante accelera.
Il livello del bacino viene abbassato nel tentativo di rallentare la frana.
La sera del 9 ottobre 1963 la montagna continua a muoversi.
Alle 22.39 il versante cede.
In pochi secondi circa 270 milioni di metri cubi di materiale precipitano nell’invaso.
L’acqua non ha spazio per assorbire un simile spostamento.
Si solleva violentemente.
Una parte dell’onda risale sui versanti e investe gli abitati attorno al bacino.
Un’altra supera il coronamento della diga.
Lo sbarramento resiste.
Oltre la diga, però, l’acqua precipita nella gola del Vajont e raggiunge la valle del Piave.
Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova e altre località vengono investite.
In pochi minuti il paesaggio cambia completamente.
Quando arriva il mattino, interi paesi non esistono più.
Dopo l’acqua
Poi arrivano i soccorritori.
Tra loro ci sono i Vigili del Fuoco.
Ne intervengono oltre 850, provenienti da comandi di tutta Italia, con centinaia di mezzi e squadre specializzate.
Lavorano tra fango, macerie e detriti, prima alla ricerca dei superstiti e poi nel recupero delle vittime e nella messa in sicurezza del territorio.
Questa parte della storia, per chi scrive, ha anche un nome familiare, tra glialtri: Severino Ferrazzin.

Pioniere dei Vigili del Fuoco Sommozzatori italiani, è uno degli uomini impegnati nelle operazioni successive alla tragedia.
Oggi un documento permette di ritrovarlo proprio lì: una relazione dei Vigili del Fuoco del 1963 indica Severino tra gli otto componenti della squadra sommozzatori di Genova inviata nel bacino di Busche, lungo il Piave.
Arrivano a Feltre il 26 ottobre 1963, con il compito di cercare eventuali salme e fusti di cianuro che si teme possano essere stati trascinati dall’onda e finiti nel bacino.
Le immersioni sono difficili.
Sul fondo incontrano fango, vecchi muri, ferri aggrovigliati, strutture in cemento armato e detriti. In pochi giorni vengono esplorate vaste porzioni del bacino.
Le ricerche continuano fino allo svuotamento dell’invaso e al rastrellamento del fondale.
Non vengono trovate altre salme né altri fusti.
È una piccola pagina all’interno dell’immensa macchina dei soccorsi del Vajont.
Per me, però, ha un significato particolare.
Il Vajont non appartiene soltanto alla storia italiana.
Attraverso mio zio, appartiene anche alla memoria della mia famiglia.
Ciò che rimane
Oggi la diga è ancora in piedi.
Ed è proprio questo a rendere il Vajont diverso dai luoghi che abbiamo incontrato nei capitoli precedenti.
Al Gleno vediamo una diga spezzata.
A Malpasset osserviamo i resti dello sbarramento crollato.
Al Vajont, invece, il grande arco di cemento è ancora chiuso tra le pareti della gola.
Dietro di esso si trova ciò che resta dell’enorme frana.
Il fondovalle è cambiato. Una parte dell’antico bacino non esiste più e la massa scivolata dal Monte Toc occupa ancora il paesaggio.
La montagna stessa è diventata memoria.
Una diga non è soltanto una diga
Il Vajont porta la nostra storia dell’acqua a una conclusione importante.
Una grande opera idraulica non può essere studiata soltanto attraverso il cemento, le dimensioni dello sbarramento o la quantità d’acqua che può contenere.
Esiste un sistema più grande.
Ci sono i versanti, la geologia, le acque superficiali e sotterranee, le precipitazioni, le opere artificiali e, soprattutto, le persone che vivono nel territorio.
Al Vajont la diga resiste.
Ma il sistema nel quale quella diga è stata inserita produce una catastrofe.
È forse questa una delle lezioni più profonde lasciate dalla notte del 9 ottobre 1963.
La storia dell’acqua continua
Gleno, 1923.
Molare, 1935.
Malpasset, 1959.
Vajont, 1963.
Ogni volta l’acqua incontra una grande opera costruita dall’uomo.
Ogni volta la storia è diversa.
E proprio per questo non possiamo sovrapporle.
Il prossimo capitolo ci porterà al 19 luglio 1985, in Val di Stava, a Tesero.
Questa volta non incontreremo una diga idroelettrica.
Troveremo due bacini di decantazione di una miniera.
E ancora una volta, prima della tragedia, esiste una storia che bisogna conoscere.
Ma al Vajont rimane un’immagine difficile da dimenticare.
La diga è ancora lì.
E forse è proprio la sua presenza, intatta nella gola, a ricordarci nel modo più potente che quella notte non fu la diga a crollare.

- Capitolo 0: Glori Castellaro https://www.scintilena.com/la-galleria-glori-castellaro-viaggio-nel-cuore-della-valle-argentina/08/22/
- Capitolo 1 Gleno, la Diga spezzata https://www.scintilena.com/gleno-la-diga-spezzata/09/01/
- Capitolo 2 Molare 1935, quando l’acqua trovò un’altra strada https://www.scintilena.com/molare-1935-quando-lacqua-trovo-unaltra-strada/09/08/
- Capitolo 3 Malpasset 1959, quando cede la roccia
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