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Kleine Berlin, nuovi nati nel buio: si riproduce ancora il raro amblypigio di Trieste

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Una femmina di Charinus ioanniticus osservata con i piccoli sul dorso nelle gallerie sotterranee. La popolazione, prima segnalazione di Amblypygi in Italia, continua a riprodursi nell’ex rifugio antiaereo triestino

La parola ad Alessandra Ressa

TRIESTE – Una femmina con i piccoli appena nati aggrappati al dorso.

È la nuova, straordinaria osservazione avvenuta nella Kleine Berlin di Trieste, dove da alcuni anni vive una popolazione di Charinus ioanniticus, piccolo aracnide appartenente all’ordine degli Amblypygi.

Una scoperta e una onferma: gli animali non si limitano a sopravvivere nelle gallerie artificiali dell’ex rifugio antiaereo,: riescono a completare al loro interno il ciclo biologico e a riprodursi.

La popolazione triestina di araccnidi , studiata scientificamente a partire dal 2019, rappresentò il primo ritrovamento documentato di un Amblypygi in Italia.A raccontarci la nuova osservazione e la singolare storia di questi abitanti del sottosuolo è Alessandra Ressa, dell’Ufficio Stampa del Club Alpinistico Triestino APS

.La parola ad Alessandra Ressa, quindi.

Nuovi nati nel buio della Kleine Berlin: si riproduce ancora il raro Amblypygi

Nuovo avvistamento nella galleria sotterranea: una femmina con i piccoli sul dorso conferma la capacità della colonia di riprodursi e adattarsi a un ambiente artificiale isolato

Silva de Miranda. Il lavoro, intitolato First record of Amblypygi from Italy: Charinus ioanniticus (Charinidae), venne pubblicato nel volume 18 di Arachnology, alle pagine 642-648, con DOI 10.13156/arac.2020.18.6.642. Le indagini condotte nella Kleine Berlin avevano permesso di riconoscere diversi individui di differenti dimensioni, oltre a numerose esuvie, cioè gli involucri lasciati dagli animali durante la muta, e avevano portato all’osservazione di femmine con uova e successivamente con le cosiddette praenymphae, i giovani che seguono la schiusa.

A prima vista Charinus ioanniticus può sembrare una creatura appartenente a un gruppo di animali molto più conosciuto e inquietante. Il corpo appiattito, i pedipalpi anteriori muniti di spine e soprattutto le lunghissime appendici che si muovono davanti all’animale gli conferiscono un aspetto che può ricordare contemporaneamente un ragno e uno scorpione. Dal punto di vista zoologico, tuttavia, gli Amblypygi costituiscono un ordine distinto degli aracnidi e presentano caratteristiche anatomiche proprie. L’ordine comprende oltre duecento specie e ha una distribuzione prevalentemente tropicale e subtropicale, risultando molto meno rappresentato nelle regioni temperate.

La caratteristica che colpisce maggiormente l’osservatore è rappresentata dal primo paio di zampe, che negli Amblypygi non viene utilizzato per camminare come le altre sei zampe locomotorie. Queste appendici sono diventate estremamente lunghe e sottili e svolgono soprattutto una funzione sensoriale, permettendo all’animale di esplorare l’ambiente attraverso il contatto e le vibrazioni. È proprio osservando un esemplare mentre mantiene queste appendici completamente estese che viene spontaneo pensare all’espressione “rizzare le antenne”, anche se, naturalmente, dal punto di vista anatomico non si tratta di vere antenne.

L’animale si muove con estrema cautela, utilizzando queste lunghe strutture sensoriali per esplorare ciò che lo circonda, mentre i pedipalpi, situati anteriormente e dotati di spine, partecipano alla cattura delle prede. A differenza di quanto potrebbe far pensare il suo aspetto, Charinus ioanniticus non possiede ghiandole velenifere associate ai cheliceri ed è considerato innocuo per l’uomo. Anche gli esemplari osservati nella Kleine Berlin sono descritti dagli studiosi come particolarmente timidi.

La presenza di Charinus ioanniticus nel cuore di Trieste rappresenta un caso particolarmente interessante dal punto di vista ecologico perché l’animale vive all’interno di un ambiente completamente artificiale. La Kleine Berlin è infatti un complesso di gallerie sotterranee realizzato durante la Seconda guerra mondiale, nel 1944, come rifugio antiaereo. Il sistema di cunicoli è rimasto in larga parte conservato e, dal 1996, è affidato al Club Alpinistico Triestino, che ne ha valorizzato il patrimonio storico rendendolo visitabile attraverso un percorso museale.

Proprio alcune caratteristiche fisiche delle gallerie sembrano aver creato condizioni favorevoli all’insediamento dell’aracnide. Gli esemplari sono stati osservati sulle pareti verticali, spesso in corrispondenza di concrezioni calcaree, fratture e superfici caratterizzate dalla presenza di umidità. Le ricerche scientifiche hanno evidenziato come gli animali siano stati osservati frequentemente coperti da piccole gocce d’acqua e come alcuni individui tendessero a rimanere nella stessa porzione di parete. Le caratteristiche del luogo, con elevata umidità, assenza di luce solare diretta e condizioni microclimatiche relativamente stabili, ricreano almeno in parte quelle che gli Amblypygi incontrano negli ambienti naturali sotterranei.

È proprio questo microambiente a rendere la Kleine Berlin un vero e proprio laboratorio naturale nel quale osservare il processo di adattamento di una specie a un ambiente molto diverso da quello esterno. Nel sottosuolo artificiale di Trieste l’animale trova infatti alcune delle condizioni fondamentali di cui necessita: oscurità pressoché permanente, umidità e una superficie verticale ricca di piccole irregolarità nelle quali può muoversi e trovare rifugio.

Quando la popolazione triestina venne studiata scientificamente, la sua presenza rappresentava un enigma biogeografico. Charinus ioanniticus era conosciuto nell’area mediterranea orientale, con segnalazioni provenienti dalla Turchia, dalle isole greche di Rodi e Kos e da altre aree del Mediterraneo orientale; nel 2019 era stata inoltre documentata la presenza della specie ad Atene, primo ritrovamento allora noto nell’Europa continentale. Gli studiosi avevano quindi già ipotizzato che la presenza in un ambiente urbano potesse essere collegata anche a un trasporto accidentale operato dall’uomo.

Per quanto riguarda Trieste, lo studio del 2020 prese in considerazione diverse possibili modalità di arrivo. Gli autori valutarono, tra le altre ipotesi, un eventuale trasporto accidentale associato a materiali speleologici o oggetti storici introdotti nel sistema sotterraneo nel corso degli anni, ma non trovarono collegamenti affidabili fra le attività speleologiche del CAT nelle aree in cui la specie era presente e l’arrivo dell’aracnide nella Kleine Berlin.

È proprio a questo punto che la storia della popolazione triestina diventa particolarmente interessante. Una delle ipotesi storiche considerate dagli studiosi riguarda infatti un possibile trasporto accidentale legato ai movimenti di uomini e materiali durante il periodo bellico dell’ultimo conflitto mondiale. L’ipotesi è compatibile con la biologia della specie e con il fatto che popolazioni di Charinus ioanniticus siano state individuate anche in ambienti artificiali e in prossimità di insediamenti umani, ma non è stato possibile dimostrare quale sia stato l’effettivo vettore che portò gli animali a Trieste. Per questo motivo non è corretto affermare come fatto acquisito che siano stati necessariamente i militari tedeschi in ritirata dalla Grecia a trasportare gli Amblypygi nelle casse di materiale militare. Gli stessi ricercatori che hanno studiato la popolazione hanno sottolineato l’impossibilità di stabilire quando siano arrivati i primi esemplari e attraverso quale mezzo.

Se l’origine della popolazione rimane incerta, ancora più interessante è ciò che è accaduto successivamente. La prima osservazione scientificamente documentata risale al 2019, ma gli studi condotti nei due anni successivi dimostrarono che nella galleria non era presente un individuo isolato. Furono riconosciuti esemplari adulti e giovani di diverse dimensioni, insieme a numerose esuvie, segno che gli animali completavano il proprio ciclo di crescita all’interno dell’ex rifugio antiaereo di Trieste. Le osservazioni ripetute di individui già riconosciuti e marcati dimostrarono inoltre che alcuni esemplari rimanevano nel sistema sotterraneo nel corso del tempo.

Ancora più significativa fu l’osservazione di femmine con uova e successivamente con giovani. Nello studio scientifico sono documentate, in particolare, una femmina con uova osservata il 6 luglio 2020 e una femmina con praenymphae osservata il 1° ottobre dello stesso anno.

La biologia riproduttiva di Charinus ioanniticus aggiunge un ulteriore elemento di interesse. La specie è nota per la capacità di riprodursi per partenogenesi in alcune popolazioni, cioè attraverso una riproduzione nella quale la femmina può produrre prole senza la fecondazione da parte di un maschio. La letteratura scientifica ha documentato questo fenomeno nella specie, in particolare nelle popolazioni di Rodi, anche se la modalità riproduttiva delle popolazioni di altre aree, compresa quella italiana, richiede valutazioni specifiche. È quindi più prudente parlare della popolazione triestina come di una popolazione costituita da sole femmine e capace di riprodursi, senza attribuirle automaticamente una modalità riproduttiva definitivamente dimostrata per ogni generazione.

La presenza, oggi, di una femmina con giovani sul dorso rappresenta quindi un’osservazione particolarmente interessante perché documenta nuovamente una fase riproduttiva all’interno della galleria e mostra che la popolazione continua a trovare nell’ambiente sotterraneo condizioni compatibili con il proprio ciclo biologico.

Il fatto che questi animali siano presenti nella Kleine Berlin da anni non significa che siano facilmente osservabili durante le normali visite. Gli Amblypygi hanno abitudini prevalentemente notturne e sono estremamente discreti; inoltre gli esemplari possono rimanere immobili sulle pareti per lunghi periodi, mimetizzandosi contro superfici grigie, concrezioni e zone d’ombra. La loro individuazione richiede quindi attenzione e conoscenza dell’habitat.

Per la Kleine Berlin, inoltre, la presenza di Charinus ioanniticus costituisce un ulteriore elemento di valore naturalistico che si affianca alla straordinaria importanza storica delle gallerie. Il rifugio non rappresenta quindi soltanto una testimonianza architettonica e militare del Novecento, ma è diventato nel corso dei decenni anche un ambiente nel quale una specie insolita ha trovato condizioni sufficientemente favorevoli per insediarsi e riprodursi.

L’osservazione del 28 agosto aggiunge dunque un nuovo tassello alla conoscenza della popolazione triestina di Charinus ioanniticus. La femmina con i giovani sul dorso non rappresenta semplicemente un’immagine curiosa o spettacolare, ma testimonia la complessità di un processo biologico iniziato almeno diversi anni fa e tuttora osservabile all’interno di una galleria artificiale.

La Kleine Berlin continua così a custodire due storie apparentemente lontanissime: quella degli uomini che nel 1944 scavarono e costruirono il rifugio sotterraneo e quella, molto più antica e silenziosa, dell’evoluzione di un aracnide capace di adattarsi all’oscurità, all’umidità e alla stabilità microclimatica del sottosuolo.

Quando un esemplare viene illuminato dalla luce di una torcia, quelle che sembrano antenne si distendono sulla parete e cominciano a esplorare lo spazio circostante. È un movimento lento, quasi impercettibile, ma racchiude una delle storie naturalistiche più singolari del sottosuolo triestino: quella di una specie mediterranea che, per ragioni ancora non completamente chiarite, è arrivata in una città dell’Alto Adriatico, ha trovato rifugio in una struttura costruita dagli uomini durante la guerra e, contro ogni previsione, ha trasformato quelle gallerie in una casa capace di sostenerne il ciclo vitale.

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Ufficio Stampa: Alessandra Ressa

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Viaggi sotto le Murge a Bari: il libro di Vincenzo Iurilli nel percorso verso la Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo

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Il Museo di Scienze della Terra ospita la presentazione l’8 settembre

Martedì 8 settembre 2026, alle ore 18, il Museo di Scienze della Terra del Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università di Bari ospiterà la presentazione di Viaggi sotto le Murge, volume di Vincenzo Iurilli. L’appuntamento si terrà nel Campus universitario di via Edoardo Orabona 4.

L’incontro con il pubblico sarà presentato dal professor Giuseppe Mastronuzzi e vedrà la partecipazione di Alfredo De Giovanni.

La data cade nei giorni che precedono la prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo riconosciuta dall’UNESCO.

La ricorrenza internazionale è fissata al 13 settembre di ogni anno. Nel 2026 la celebrazione inaugurale si svolgerà a Postumia, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre.

La presentazione barese propone quindi un momento di approfondimento sul paesaggio murgiano e sui processi che ne hanno formato il sottosuolo.

La scelta del Museo di Scienze della Terra rafforza il legame tra divulgazione, ricerca universitaria e conoscenza del territorio.

Viaggi sotto le Murge e la lettura del paesaggio carsico pugliese

Viaggi sotto le Murge è indicato nelle presentazioni pubbliche come un lavoro rivolto alla geologia e alla speleologia pugliese.

Il volume collega le forme visibili in superficie con la struttura ipogea e con i processi di dissoluzione delle rocce solubili. Il sottotitolo riportato nelle comunicazioni precedenti è Le radici del paesaggio.

Le Murge costituiscono un contesto significativo per questo tipo di lettura. Doline, lame, inghiottitoi, cavità naturali e percorsi sotterranei non sono elementi isolati. Fanno parte di sistemi nei quali le acque meteoriche interagiscono nel tempo con le rocce calcaree. Lo studio del carsismo aiuta a comprendere la circolazione idrica, l’evoluzione delle forme del rilievo e la vulnerabilità degli acquiferi.

In questo quadro, Viaggi sotto le Murge offre un tema utile anche al pubblico non specialista. La speleologia non riguarda soltanto la visita delle grotte. Comprende l’osservazione delle cavità, il rilievo, la ricerca geologica, biologica e archeologica, oltre alla documentazione e alla tutela dei luoghi sotterranei. Il volume di Vincenzo Iurilli si inserisce nella necessità di rendere leggibili questi rapporti tra paesaggio, acqua e mondo ipogeo.

Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo: perché il 13 settembre

La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, conosciuta anche con l’acronimo IDCK, è stata proclamata dalla Conferenza generale dell’UNESCO nel novembre 2025. Dal 2026 ricorrerà ogni 13 settembre. È importante distinguere la data della presentazione di Bari, l’8 settembre, dalla data ufficiale della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, il 13 settembre.

L’iniziativa punta a far conoscere ecosistemi fragili e spesso poco visibili. Secondo UNESCO, i paesaggi carsici e le grotte interessano quasi un quarto delle terre emerse e forniscono acqua potabile a oltre un miliardo di persone. Ospitano inoltre biodiversità sotterranea specializzata, archivi geologici e climatici, testimonianze della storia umana e beni culturali.

La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo collega questi temi agli obiettivi di protezione, studio e gestione sostenibile. L’UNESCO richiama in particolare le relazioni con l’acqua, lo sviluppo urbano, l’azione climatica e la biodiversità. Non si tratta quindi di una ricorrenza rivolta soltanto agli speleologi. Interessa comunità locali, scuole, enti di ricerca, amministrazioni e gestori delle aree protette.

Da Bari a Postumia, ricerca e divulgazione sul mondo sotterraneo

Il primo programma internazionale della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo sarà ospitato a Postumia. Sono previsti una conferenza scientifica, attività sul terreno e una cerimonia ufficiale. L’Unione Internazionale di Speleologia invita inoltre associazioni, musei, università, geoparchi, grotte turistiche e scuole a organizzare iniziative locali nei giorni vicini al 13 settembre e a registrarle nel calendario della ricorrenza.

In questo contesto, l’appuntamento dedicato a Viaggi sotto le Murge assume il valore di una proposta divulgativa locale inserita nella settimana della prima celebrazione UNESCO. Il confronto con l’autore, con il professor Mastronuzzi e con Alfredo De Giovanni potrà riportare l’attenzione sul patrimonio carsico pugliese, sui metodi per raccontarlo e sulla responsabilità connessa alla sua conservazione.

La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo offre anche l’occasione per chiarire un punto essenziale: le cavità e gli acquiferi carsici sono sistemi con equilibri delicati. La loro tutela richiede conoscenza scientifica, comportamenti prudenti nella frequentazione e pianificazione territoriale. Per il pubblico, la presentazione di Bari rappresenta un invito a leggere le Murge non soltanto come paesaggio esterno, ma come territorio legato a un’estesa dimensione sotterranea.

Informazioni sull’incontro

  • Evento: presentazione del volume Viaggi sotto le Murge di Vincenzo Iurilli
  • Data e ora: martedì 8 settembre 2026, ore 18
  • Sede: Museo di Scienze della Terra, Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali, Campus Universitario, via Edoardo Orabona 4, Bari
  • Intervengono: Vincenzo Iurilli, prof. Giuseppe Mastronuzzi e Alfredo De Giovanni
  • Ricorrenza UNESCO: Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, 13 settembre 2026

Fonti

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Exkurze v Sala Mastodonta v Jaskini Niedźwiedziej

Jaskinia Niedźwiedzia – Medvědí jeskyně v masívu Králického Sněžníku (Śnieżnika) byla objevena v roce 1966 při těžbě mramorového ložiska v lomu Kletno III a v roce 1983 byla turisticky zpřístupněna. Jeskyně byla vytvořena krasovými procesy v čočkách předkambrických krystalických vápenců (mramorů).  Jejich stáří je okolo 600 milionů let. V květnu roku 2012 se speleologům podařilo proniknout v Jaskinii Niedźwiedziej do  neznámých, obřích partií, které byly nazvány  Sala Mastodonta a to byl náš cíl.

Tuto výjimečnou  domluvil náš kamarád speleolog z Bielsko Bialej Lubek. A nebylo to jednoduché, neboť Sál Mastodontů je návštěvám nepřístupný. U vstupu do jeskyně Pepu, Kubu, Honzu a Lubka čeká sám ředitel  Jaskinii Niedźwiedziej Artur Sawicki, sám aktivní speleolog. Dovídáme se, že do nových částí byla v bílých mramorových vrstvách již proražena chodba, dlouhá 160 metrů a tou se vydáváme do jeskyně. V jeskyni probíhají aktivní zpřístupňovací práce, procházíme po schodištích a visutých lávkách vyrobených z kompozitních materiálů. Tyto partie mají být zpřístupněny turistům v roce 2027 -2028, ale to se nám ani Arturowi moc nezdá. Do nižších pater povede asi 10 m hluboké točité schodiště. Na to že se pohybujeme v mramorech je jeskyně přebohatě vyzdobena nejrůznějšími sekundárními formami.

Sala Mastodonta

 

Zde bude točité schodiště

Velmi rychle upozorňujeme na Artura na několik problémů, které po zpřístupnění jeskyně turistům vidíme. Tím hlavním je skutečnost, že těsně nad hlavami jsou stovky křehkých stalaktitů, lehce dosažitelných rukou. Jak známe “turisty”, lámání krápníků a odnášení si jej jako suvenýr je jejich hobby. Bez zabezpečení síty nebo plexisklem to nepůjde. 

Krápníky budou na dosah ruky

Co si ale vážíme, je skutečnost, že pří všech vrtacích, sbíjecích … pracích se snaží v jeskyni způsobit, co nejmenší její devastaci. Zvláště krápníkových forem, který z velké části překryli plachtami.

Zakryté krápníkové formy

Sala Mastodonta je úžasná s krásnou bílou krápníkovou výzdobou. Sami sebe se tážeme, zda měla být turisticky zpřístupněna a zda toto dílo přírody nemělo být zachováno tak, jak jej příroda vytvořila.

 

Místo, ve kterém byla proražena chodba do Sálu Mastodonta

 

 

 

Visutá lávka

 

 

Stopy po vrtacích pracích

 

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Molare 1935, quando l’acqua trovò un’altra strada

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La storia dell’acqua – Secondo capitolo. Il 13 agosto 1935 cede lo sbarramento secondario della Sella Zerbino. Oltre 30 milioni di metri cubi d’acqua si riversano nella Valle dell’Orba: 111 persone perdono la vita

Siamo nell’Appennino ligure-piemontese, nell’Alto Monferrato, a poca distanza dal confine con la Liguria, in una valle dove l’acqua dell’Orba viene trasformata in energia.

Qui continua la nostra storia dell’acqua: dopo il Gleno sono trascorsi appena dodici anni.

È il 13 agosto 1935.

Piove con una violenza eccezionale. In poche ore sul bacino dell’Orba, siccitoso, cade una quantità enorme d’acqua. Il livello dell’invaso dell’Ortiglieto sale rapidamente, mentre il torrente a valle è già in piena.

Ma per comprendere ciò che sta per accadere bisogna prima osservare la forma della valle, perché quella che viene ricordata come la “diga di Molare” è in realtà una storia di due sbarramenti.

Due dighe, una sola tragedia

La diga principale di Bric Zerbino, costruita sull’Orba, trattiene le acque dell’invaso.

Poco distante, però, la conformazione naturale del terreno presenta una sella: con l’innalzamento del livello del bacino, l’acqua potrebbe trovare proprio lì una via di fuga.

Per chiudere quel passaggio viene quindi costruito un secondo sbarramento, più piccolo.

È la diga secondaria della Sella Zerbino.

Ed è qui che, quella mattina, si concentra la tragedia.

Le precipitazioni sono eccezionali: oltre 400 millimetri di pioggia in circa otto ore. L’invaso cresce rapidamente e l’acqua comincia a tracimare.

La diga principale di Bric Zerbino resiste.

La Sella Zerbino no.

La roccia sotto la diga

È uno degli aspetti che rendono Molare particolarmente interessante nella nostra storia dell’acqua.

Una diga non poggia semplicemente “sulla montagna”. Poggia su rocce con caratteristiche precise: fratture, discontinuità, alterazioni e differenti capacità di resistere all’acqua e alle sollecitazioni.

Gli studi condotti sul disastro evidenziano la scadente qualità geotecnica delle rocce sulle quali viene impostato lo sbarramento secondario.

La geologia non può fare da sfondo alla storia, ma ne diventa inevitabilmente protagonista.

L’acqua tracima, investe la struttura e il terreno circostante, l’erosione procede rapidamente.

Poi la Sella Zerbino cede.

L’onda

Oltre 30 milioni di metri cubi d’acqua si riversano improvvisamente nell’Orba, già gonfio per le precipitazioni.

L’onda percorre la valle trascinando alberi, rocce, terra e detriti. Travolge ponti, strade, abitazioni, campi e stabilimenti.

Raggiunge Ovada e continua la sua corsa verso valle.

Quando l’acqua si ritira, 111 persone hanno perso la vita.

Il disastro di Molare viene talvolta definito il “Vajont dimenticato”.

Ma Molare non ha bisogno di essere paragonato al Vajont per essere ricordato.

Ha una storia propria, avvenuta ventotto anni prima, con cause e dinamiche differenti e con domande che ancora oggi riguardano il rapporto fra progettazione, geologia, eventi meteorologici estremi e responsabilità umane.

Governare l’acqua, dentro e fuori la montagna

Anche a Molare, come abbiamo visto al Gleno, una grande opera idroelettrica non coincide soltanto con il muro della diga.

L’acqua deve essere raccolta, scaricata, derivata e condotta verso gli impianti che ne trasformano la forza in energia.

Attorno all’invaso nasce quindi un sistema di prese, scarichi, canali, condotte e opere artificiali.

È la parte meno evidente di queste grandi infrastrutture e forse, per chi guarda il territorio con gli occhi della speleologia e dell’archeologia industriale, anche una delle più interessanti.

Sono opere costruite per dare all’acqua una strada precisa.

A Molare, quella mattina del 13 agosto 1935, l’acqua ne trova un’altra.

Quello che rimane

A più di novant’anni di distanza, il territorio conserva ancora le tracce di quella storia.

Restano strutture e opere idrauliche, ruderi e un paesaggio profondamente legato alla presenza dell’antico invaso dell’Ortiglieto.

Ma rimane soprattutto la memoria.

Ogni 13 agosto le comunità tornano a ricordare le vittime. Una camminata commemorativa da Molare a Ovada ripercorre simbolicamente i luoghi della tragedia e mantiene vivo il ricordo delle 111 persone che perdono la vita nel 1935.

Anche questo appartiene alla storia dell’acqua.

Non soltanto ciò che costruiamo per governarla, ma ciò che scegliamo di ricordare dopo il suo passaggio.

La storia dell’acqua continua

Gleno e Molare sono due tragedie diverse.

Dodici anni le separano. Diverse sono le dighe, le valli e le dinamiche dei due disastri.

Ma entrambe ci ricordano che un’opera idraulica non può essere separata dal territorio sul quale viene costruita.

Il libro principale sulla tragedia è Storia della diga di Molare. Il Vajont dimenticato, (ERGA EDIZIONI), scritto da Vittorio Bonaria: ve le consiglio.

Conoscere l’acqua significa conoscere anche la roccia.

Il 2 dicembre 1959, nell’entroterra di Fréjus, in Francia, cede la diga di Malpasset.

E sarà proprio la roccia a tornare protagonista nel prossimo capitolo della nostra storia.

Siamo molto più vicini alla Liguria di quanto possa sembrare.

Ancora una volta, per capire perché una diga crolla, dovremo guardare anche sotto di essa.

Capitolo 0: https://www.scintilena.com/la-galleria-glori-castellaro-viaggio-nel-cuore-della-valle-argentina/08/22/

Capitolo 1:

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Timavo, nel sottosuolo del Carso l’acqua potabile della Trieste del futuro

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Un articolo di Lorenzo Giroffi su TGR Rai Friuli Venezia Giulia dal titolo accattivante “Esplorare il Timavo, l’acqua potabile della Trieste del futuro” – 1 settembre 2026

Sotto il Carso triestino, l’esplorazione speleologica guarda sempre più al futuro dell’acqua.

Su una ciclabile al confine tra Italia e Slovenia, a Trebiciano, parte il cammino che conduce alla dolina nella quale una caverna porta fino al fiume Timavo

Nell’Abisso di Trebiciano, a circa 300 metri di profondità, la Società Adriatica di Speleologia monitora il Timavo sotterraneo attraverso una stazione sperimentale che registra livello del fiume, concentrazione di anidride carbonica e altri parametri ambientali.

Il tema supera ormai i confini dell’esplorazione. Le falde di pianura, dalle quali dipende gran parte degli acquedotti europei, sono sottoposte a pressioni crescenti anche per effetto dei cambiamenti climatici. Le acque carsiche potrebbero quindi assumere un ruolo strategico per la sicurezza idrica di Trieste.

Esplorare e comprendere il corso sotterraneo del Timavo significa così raccogliere oggi informazioni che potrebbero diventare essenziali domani. L’articolo originale è brve e interessante: va letto.

Conferma la funzione della speleologia come osservatorio privilegiato del sottosuolo: non soltanto scoperta geografica, ma ricerca, monitoraggio ambientale e conoscenza di una risorsa fondamentale.

Fonte: TGR Rai Friuli Venezia Giulia, servizio di Lorenzo Giroffi, “Esplorare il Timavo, l’acqua potabile della Trieste del futuro”, 1 settembre 2026 – https://www.rainews.it/tgr/fvg/articoli/2026/09/esplorare-il-timavo-lacqua-potabile-della-trieste-del-futuro-grotta-abisso-trebiciano-acqua-risorse-idriche-societa-adriatica-speleologica-riccardo-mincigrucci-paolo-guglia-fiume-carsico-falde-acquifere-acquedotto-fee8948d-54b3-4356-9ef2-ee25b0df3e68.html

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Chýnovská jeskyně u Tábora rozhodně stojí za návštěvu, připomíná houslový virtuoz Jaroslav Svěcený

Chýnovská jeskyně u Tábora rozhodně stojí za návštěvu, připomíná houslový virtuoz Jaroslav Svěcený. Navštívit ji lze v září denně kromě pondělí od 9 do 15:30.



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