V týchto dňoch si pripomíname cca 35. výročie objavovania hlbokých a rozsiahlych jaskýň slovenskými jaskyniarmi na Balkáne.
CEKI II / - 1 533 m / Monte Kanin - Slovinsko, Lukina Jama / - 1431m/ Velebit – Chorvátsko, Velika Klisura – Gryka e Madhe /+ 346, cez 12 km/ pohorie Prokletije – Kosovo a mnoho ďalších, kde hĺbka a dĺžka dosiahla veľa metrov.
Speleoklub Červené vrchy, Speleoklub UK Bratislava , JK Demänovská dolina, SK Šariš a mnoho ďalších
Hydrologický prieskum v jaskyni Gouffre Berger priniesol nové poznatky o podzemných tokoch [1], zatiaľ čo jaskyňa Dagmar prešla modernizáciou výstroja, čo zlepšuje podmienky pre výskum a turistický pohyb [8]. V Hranickej propasti neboli nájdené očakávané druhy blešivcov, čo naznačuje potrebu ďalšieho výskumu tejto unikátnej lokality [19].
Le spedizioni speleologiche nelle Filippine ampliano la conoscenza del carsismo tropicale
Le recenti spedizioni speleologiche nelle Filippine mostrano il ruolo crescente della ricerca internazionale nello studio degli ambienti carsici tropicali.
Nel 2025 due progetti hanno prodotto risultati di rilievo: la Tipan 2025 Expedition, nell’isola di Mindanao, e Samar 2025, nell’isola omonima.
Le attività hanno unito esplorazione, topografia, speleologia subacquea, documentazione fotografica e raccolta di dati biologici.
Il materiale didattico della Società Speleologica Italiana definisce la speleologia come la scienza delle grotte.
Il campo comprende oggi anche le attività volontarie svolte dall’uomo negli ambienti sotterranei.
Il carsismo, invece, studia i fenomeni legati alla dissoluzione delle rocce solubili e alla formazione dei sistemi ipogei. Questa distinzione aiuta a comprendere il valore scientifico delle spedizioni nelle Filippine.
Tipan 2025: immersioni e connessioni nel sistema di Mindanao
Tra il 16 marzo e il 5 aprile 2025, un gruppo internazionale di speleologi olandesi, belgi, svizzeri, austriaci e filippini ha lavorato nell’area di Tipan, nel comune di Naga, provincia di Zamboanga Sibugay, a Mindanao.
Il settore ricade nel Naga-Kabasalan Protected Landscape, istituito nel 2022. La spedizione ha operato con l’autorizzazione del Protected Area Management Board e con il supporto del Department of Environment and Natural Resources.
Gli obiettivi comprendevano il rilievo di nuovi ingressi, l’esplorazione di cavità già individuate, la documentazione fotografica e il sostegno alla ricerca accademica.
Una parte importante del programma riguardava le immersioni nei sifoni. Il gruppo intendeva verificare possibili collegamenti tra diverse grotte del sistema.
Nel corso della spedizione sono state effettuate quattro immersioni principali.
Il passaggio tra il ramo orientale di Tipan Cave e il sifone a valle di Along Cave ha portato alla connessione ufficiale tra le due cavità. Un secondo collegamento ha ampliato il sistema verso il ramo settentrionale di Tipan Cave e Galuyo 2.
La grotta Tanguile, individuata grazie alle coordinate fornite dai ranger del DENR, è stata rilevata per altri 1.351 metri.
Il percorso si è sviluppato in ambienti molto fangosi, con tratti allagati e passaggi difficili. Nove pozzi individuati tra Tanguile Cave e Along Cave sono stati armati e rilevati. Molti terminavano in ammassi di blocchi o richiedevano lavori di disostruzione.
Ricerca accademica, fauna ipogea e micologia
La Tipan 2025 Expedition ha coinvolto ricercatori dell’University of the Philippines Los Baños e dell’University of Alabama.
Le attività scientifiche si sono concentrate sulla fauna cavernicola, sui funghi e sui campioni raccolti durante le spedizioni precedenti.
Nel sistema di Tipan sono state documentate oltre 50 specie animali. Una parte potrebbe non essere ancora descritta dalla scienza.
Tra i ritrovamenti figurano isopodi troglomorfi, blatte adattate all’ambiente ipogeo, pesciolini d’argento, pseudoscorpioni e millepiedi. È stata segnalata anche una possibile prima osservazione di una famiglia di ragni nelle Filippine.
Alcuni pesci cavernicoli sono stati marcati con Visual Implant Elastomer, un sistema che consente il riconoscimento degli individui mediante luce ultravioletta.
La tecnica potrà aiutare a stimare la popolazione e a studiare gli spostamenti tra le diverse parti del sistema. I campioni di tessuto saranno utilizzati per analisi genetiche future.
La ricerca micologica ha documentato funghi presenti su guano, legno morto e pareti. Alcuni campioni sono stati coltivati in laboratorio in condizioni simili a quelle della grotta. I materiali sono stati conservati per creare archivi utili alla documentazione della biodiversità e al monitoraggio ambientale.
Particolare interesse hanno suscitato i tappeti microbici associati a una sorgente termale.
Le analisi del DNA hanno rilevato 989 specie, circa 97 delle quali ancora sconosciute. I ricercatori hanno osservato anche variazioni del pH dell’acqua tra il 2023 e il 2024. Il cambiamento della composizione microbica suggerisce una dinamica ambientale complessa.
Samar 2025: nuove cavità tra fiumi e foresta tropicale
Dall’8 aprile all’8 maggio 2025, il Gruppo Grotte Brescia “Corrado Allegretti” e Odissea Naturavventura hanno organizzato la spedizione Samar 2025. Il gruppo comprendeva speleologi italiani, sloveni e filippini. L’area di lavoro era quella del fiume Bugasan, nel sud dell’isola di Samar, con l’obiettivo di collegare l’inghiottitoio principale al sotano di Maangit.
La spedizione ha affrontato avvicinamenti nella foresta, corsi d’acqua sotterranei, piogge intense e lunghi trasferimenti verso campi avanzati. Le esplorazioni hanno interessato Bugasan Cave, Borabot Cave, Bugasan Dry Cave, Pati River e Togbong River.
Bugasan Cave è stata portata a oltre 6,5 chilometri di sviluppo. A Caponitan Cave sono stati esplorati più di 3,5 chilometri. Altri rilievi hanno interessato Tinonok e Asoyan Caves. Il bilancio complessivo indicato dalla spedizione è di 14,5 chilometri di nuove cavità esplorate.
Conservazione del carsismo e responsabilità scientifica
Le esperienze di Mindanao e Samar si collegano al tema della tutela del patrimonio sotterraneo filippino.
Nel luglio 2026, a Palawan, l’incontro “Bridging the Chasm: Merging Science & Fieldcraft for Karst Conservation” ha proposto un confronto tra ricercatori, speleologi, gestori ambientali e comunità locali.
La conservazione del carsismo riguarda le grotte, le acque sotterranee, la fauna, i depositi e i siti archeologici.
La Republic Act No. 9072 disciplina la gestione e la protezione delle cavità e delle loro risorse nelle Filippine.
Il rilievo speleologico fornisce dati utili alle amministrazioni, mentre la ricerca biologica e idrogeologica permette di valutare la sensibilità degli ecosistemi.
Le spedizioni speleologiche nelle Filippine confermano quindi la necessità di integrare esplorazione e metodo scientifico.
La collaborazione con ranger, università, enti ambientali e comunità locali riduce i tempi di ricerca e migliora la conoscenza dei territori. In aree coperte da foreste dense, le informazioni locali possono essere decisive per individuare nuovi ingressi e pianificare le attività.
Cinque lezioni teoriche, sei esercitazioni pratiche e un campo speleo nelle Prealpi Venete dal 17 settembre al 18 ottobre 2026
La Sezione di Gubbio del Club Alpino Italiano e il Gruppo Speleologico CAI Gubbio – Buio Verticale organizzano il XII Corso di Introduzione alla Speleologia. L’iniziativa si svolgerà sotto l’egida della Scuola Nazionale di Speleologia del CAI, struttura didattica della Commissione Centrale per la Speleologia e il Torrentismo.
Il corso è in programma dal 17 settembre al 18 ottobre 2026. Le attività interesseranno Gubbio, le palestre naturali di roccia e le principali cavità dell’Appennino Centrale. Il programma prevede anche una trasferta conclusiva nelle Prealpi Venete.
La proposta è rivolta a chi desidera avvicinarsi alla speleologia con un percorso organizzato. L’obiettivo è fornire una preparazione tecnica e culturale di base. Le attività affronteranno la progressione in grotta, l’uso della corda, la sicurezza e la conoscenza dell’ambiente sotterraneo.
Corso di Introduzione alla Speleologia tra teoria e pratica
Il XII Corso di Introduzione alla Speleologia comprende cinque lezioni teoriche e sei esercitazioni pratiche. Le lezioni teoriche si terranno il giovedì sera, dalle 21 alle 23, nella sede della Sezione CAI di Gubbio, in via Cairoli 1.
L’ultima lezione è prevista a Scheggia, nella sede del gruppo speleologico. Le esercitazioni si svolgeranno in palestra naturale e in grotta. Orari e punti di incontro saranno comunicati durante il corso.
La Scuola Nazionale di Speleologia del CAI opera per diffondere l’insegnamento della speleologia sul territorio nazionale. La formazione comprende tecniche, materiali, fenomeni carsici e discipline scientifiche utili alla comprensione del mondo sotterraneo. [web:5]
Programma delle lezioni e delle uscite in grotta
Il calendario si apre giovedì 17 settembre con la presentazione del corso. La prima lezione affronterà la definizione della speleologia, l’esposizione al rischio, la sua mitigazione e il patto di corresponsabilità.
Domenica 20 settembre è prevista una prima esercitazione in palestra naturale di roccia. Gli allievi lavoreranno sulle tecniche di progressione di base.
Giovedì 24 settembre si parlerà dell’organizzazione di un’uscita in grotta, dell’abbigliamento, dell’alimentazione, del CAI e della storia della speleologia. Domenica 27 settembre seguirà un’uscita in una cavità suborizzontale.
La terza lezione teorica, fissata per giovedì 1 ottobre, sarà dedicata ai materiali speleo-alpinistici, alla catena di sicurezza, al comportamento in caso di incidente e all’allertamento del CNSAS. Saranno introdotti anche elementi di cartografia e rilievo ipogeo.
Domenica 4 ottobre gli iscritti torneranno in palestra naturale per affrontare tecniche avanzate di progressione. Giovedì 8 ottobre il programma entrerà negli aspetti scientifici, con carsismo, speleogenesi e meteorologia ipogea.
L’uscita di domenica 11 ottobre sarà dedicata alla progressione in grotta verticale. Mercoledì 14 ottobre l’ultima lezione teorica tratterà biospeleologia, ecologia e conservazione delle grotte, archeologia del sottosuolo e speleosubacquea.
Dal 16 al 18 ottobre il corso si concluderà con un campo speleo nelle Prealpi Venete. Sono previste due uscite pratiche.
Sicurezza speleologica e formazione tecnica
La sicurezza rappresenta uno degli elementi centrali del percorso. In ambiente ipogeo anche un infortunio di entità limitata può richiedere un intervento complesso. La durata del soccorso dipende da strettoie, pozzi, tratti allagati, profondità e distanza dall’ingresso. [web:10]
Per questo motivo il programma include materiali, catena di sicurezza, gestione dell’incidente e procedure di allertamento. Le esercitazioni progressive permetteranno di collegare le nozioni teoriche alla pratica sul terreno.
La direzione precisa che il programma potrà subire modifiche per ragioni di sicurezza o qualora non fosse possibile rispettare il calendario iniziale. Al termine sarà rilasciato un attestato di partecipazione.
Requisiti, quote e iscrizioni a Gubbio
Possono partecipare le persone che abbiano compiuto 15 anni. Per i minorenni è necessaria l’autorizzazione firmata da chi esercita la responsabilità genitoriale.
Il corso sarà attivato con almeno tre iscritti e potrà accogliere un massimo di dodici partecipanti. Le domande dovranno arrivare alla direzione entro l’11 settembre 2026.
La quota è di 180 euro per i non soci CAI. Per i non soci con meno di 25 anni è prevista una quota di 150 euro. I soci CAI in regola con il versamento della quota 2026 pagheranno 130 euro.
La quota comprende l’utilizzo dell’attrezzatura tecnica personale e di gruppo per la progressione su corda, sia in grotta sia in palestra esterna. Per i non soci CAI comprende anche l’iscrizione alla Sezione di Gubbio per il 2026 e le dispense didattiche digitali.
Restano escluse le spese di trasporto, l’abbigliamento personale, i pasti e le bevande. Per partecipare alle esercitazioni è richiesto un certificato medico di idoneità alla pratica sportiva non agonistica.
Documenti richiesti e contatti
La documentazione deve essere inviata via e-mail a buioverticale@gmail.com. Sono richiesti il modulo compilato e firmato, il certificato medico, la distinta del bonifico e, per i soci CAI, la copia della tessera con il bollino 2026 o un certificato d’iscrizione.
Il pagamento dovrà essere effettuato sul conto intestato a “Club Alpino Italiano – Sezione di Gubbio”. L’IBAN indicato dagli organizzatori è IT82T0200838484000102494908. La causale da riportare è “XII Corso di Introduzione alla Speleologia 2026”.
Gli originali della documentazione medica e una fototessera, necessaria per il tesseramento dei non soci CAI, dovranno essere consegnati entro la prima lezione teorica.
Per ulteriori informazioni è possibile contattare il direttore del corso, l’istruttore nazionale di speleologia Mirko Berardi, al numero 340 8236742. Sono disponibili anche l’indirizzo buioverticale@gmail.com e il sito www.buioverticale.it.
Uno studio sloveno documenta le fasi iniziali della tafonomia di insetti incorporati nel flowstone
Un team di ricercatori sloveni ha descritto le prime fasi di fossilizzazione di insetti rimasti intrappolati nel flowstone di una piccola miniera di carbone abbandonata nella Slovenia nord-orientale. Lo studio, pubblicato su Acta Carsologica, offre spunti importanti per comprendere perché i resti di insetti in ambienti carsici raramente si conservano a lungo termine.
Il contesto dello studio: flowstone e insetti in una miniera abbandonata
Nell’area studiata, caratterizzata da un’intensa deposizione di flowstone, sono stati rinvenuti circa duecento carcasse della zanzara Culex pipiens s. l., insieme ad alcuni resti di un dittero invernale (Trichocera sp.), uno stafilinide (Atheta cf. spelaea) e una farfalla notturna (Digitivalva pulicariae). Gli insetti si trovavano sulla parete, parzialmente o completamente incorporati nel deposito carbonatico.
Il flowstone è una formazione speleologica composta da carbonato di calcio che si deposita in strati sottili sulle pareti e sui pavimenti delle grotte, spesso in presenza di acqua percolante ricca di minerali. La presenza di insetti in queste formazioni rappresenta un’opportunità rara per studiare i processi tafonomici in ambienti sotterranei.
Le fasi iniziali della tafonomia degli insetti nel flowstone
I ricercatori hanno descritto le prime fasi tafonomiche osservate nelle carcasse degli insetti rinvenuti. La tafonomia, termine coniato dal paleontologo russo Efremov nel 1940, studia i processi che portano dalla morte di un organismo alla sua fossilizzazione, includendo necrolisi, biostratinomia e diagenesi.
Nel caso degli insetti nel flowstone, le osservazioni indicano che i resti subiscono un processo di disintegrazione completa che interrompe la fossilizzazione. Questo fenomeno spiega perché i fossili di insetti in sedimenti carsici sono estremamente rari, nonostante la presenza occasionale di resti invertebrati in grotte relitte slovene.
Perché i resti di insetti si disintegrano nel flowstone
Lo studio discute le probabili ragioni per cui i resti di insetti si disintegrano completamente, impedendo la fossilizzazione a lungo termine. Diversi fattori possono contribuire a questo processo:
La natura delicata della struttura degli insetti, con esoscheletri sottili e tessuti molli, li rende vulnerabili alla degradazione rapida.
L’attività microbica e la decomposizione biologica possono accelerare la disintegrazione dei resti prima che il flowstone li protegga completamente.
I processi chimici legati alla deposizione del carbonato di calcio possono non essere favorevoli alla mineralizzazione dei resti organici.
La mancanza di seppellimento rapido e protettivo, condizione essenziale per la fossilizzazione, può esporre i resti a degradazione prolungata.
La ricerca evidenzia come la fossilizzazione degli insetti richieda condizioni eccezionali, come la presenza di biofilm microbici, la rapida sepoltura in sedimenti fini o la mineralizzazione precoce (ad esempio tramite pirite), condizioni raramente presenti nei depositi di flowstone.
Implicazioni per la paleontologia carsica e la ricerca speleologica
Questo studio ha implicazioni significative per la paleontologia carsica e la comprensione dei record fossili in ambienti sotterranei. I sedimenti di grotta possono conservare importanti registri paleoambientali, ma la rarità di fossili di insetti ben preservati limita le ricostruzioni paleoecologiche.
La ricerca di Tone Novak e colleghi contribuisce a colmare una lacuna nella comprensione della tafonomia degli invertebrati in ambienti carsici, un tema finora poco esplorato rispetto ad altri contesti sedimentari. Lo studio sottolinea l’importanza di un approccio attualistico per comprendere i processi di fossilizzazione in tempo reale.
Metodologia e approccio di ricerca
Lo studio si basa su un approccio osservazionale diretto, documentando lo stato di conservazione dei resti di insetti nel flowstone. L’uso di tecniche microscopiche e l’analisi tafonomica dettagliata hanno permesso di identificare le fasi iniziali del processo di incorporazione nei depositi carbonatici.
La pubblicazione su Acta Carsologica, rivista peer-reviewed aperta accessibile dedicata a speleologia, idrologia carsica, geomorfologia, speleobiologia e geologia del carsismo, garantisce la validità scientifica dei risultati presentati.
Prospettive future per la ricerca sui fossili di insetti in grotta
I risultati di questo studio aprono nuove prospettive per la ricerca sui fossili di insetti in ambienti carsici. Future indagini potrebbero concentrarsi su:
L’identificazione di condizioni specifiche che favoriscono la preservazione a lungo termine di resti di insetti nel flowstone.
Lo studio comparativo con altri contesti di fossilizzazione di insetti, come i depositi lacustri o le ambre.
L’analisi chimica e mineralogica dei depositi di flowstone per comprendere meglio i processi di interazione tra materia organica e carbonato di calcio.
La ricerca di fossili di insetti in formazioni carsiche più antiche, per valutare la possibilità di conservazione a scale temporali geologiche.
Conclusioni
Lo studio di Novak e colleghi rappresenta un contributo importante alla comprensione dei processi tafonomici in ambienti carsici. La documentazione delle fasi iniziali di fossilizzazione di insetti nel flowstone offre una base per future ricerche sulla preservazione di resti biologici in grotta.
La rarità di fossili di insetti in contesti carsici rimane una sfida per la paleontologia, ma studi come questo aiutano a chiarire i meccanismi che limitano la conservazione a lungo termine di questi delicati resti organici.
Fonti
Novak, T., Kozel, P., Gale, L., Slana Novak, L., & Adam, K. (2026). Initial steps of insect fossilisation in cave flowstone. Acta Carsologica, 55(1), 135–143. https://doi.org/10.3986/ac.v55i1.15100
Innovazione tecnologica nei Virtual Tour 360 gradi per il Catasto Speleologico Regionale
La Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia ha ufficialmente integrato i Virtual Tour (VT) a 360 gradi nel proprio Catasto Speleologico Regionale, segnando un precedente importante nell’uso di tecnologie immersive per la documentazione e la fruizione pubblica del patrimonio ipogeo.
Questa innovazione, descritta in uno studio pubblicato su Acta Carsologica da Michele Potleca e colleghi, rappresenta un passo significativo verso la modernizzazione degli strumenti di catalogazione e valorizzazione delle grotte.
L’integrazione di immagini sferiche a 360 gradi e Virtual Tour nel catasto ufficiale della regione non solo migliora la funzionalità del database speleologico, ma apre nuove prospettive per la documentazione scientifica, la divulgazione e l’accessibilità pubblica delle cavità naturali.
Documentazione immersiva di grotte difficili da raggiungere
Lo studio ha esplorato l’applicazione di queste tecnologie per documentare cinque grotte naturali nella regione del Carso classico, caratterizzate da accessibilità limitata.
I Virtual Tour realizzati sono stati incorporati direttamente nel portale istituzionale del Catasto Speleologico Regionale (https://catastogrotte.regione.fvg.it/), rendendo possibile una visita virtuale degli ambienti sotterranei senza necessità di accesso fisico.
Questa approccio permette di superare le barriere fisiche e di sicurezza che spesso limitano la fruizione delle cavità, offrendo al contempo uno strumento prezioso per ricercatori, studiosi e appassionati di speleologia. La documentazione immersiva consente di preservare digitalmente la morfologia delle grotte e di condividere informazioni dettagliate su formazioni, strutture e caratteristiche ambientali.
Vantaggi per la ricerca scientifica e la divulgazione speleologica
L’integrazione dei Virtual Tour a 360 gradi nel catasto speleologico offre benefici multipli dal punto di vista della documentazione scientifica. I ricercatori possono analizzare le cavità in modo dettagliato senza dover effettuare accessi ripetuti, riducendo l’impatto antropico sugli ambienti ipogei e ottimizzando le risorse per le campagne di ricerca.
Dal punto di vista della promozione del patrimonio speleologico, i Virtual Tour rappresentano uno strumento efficace per avvicinare il pubblico alla conoscenza del mondo sotterraneo. La possibilità di esplorare virtualmente le grotte favorisce la sensibilizzazione sull’importanza della conservazione e protezione di questi ambienti fragili, contribuendo alla diffusione della cultura speleologica.
Sfide tecniche nell’acquisizione e post-elaborazione
Lo studio affronta anche le sfide tecniche incontrate durante le fasi di acquisizione delle immagini e di post-elaborazione dei dati. L’ambiente ipogeo presenta condizioni di illuminazione complesse, spazi ristretti e morfologie irregolari che richiedono approcci specifici per garantire la qualità del prodotto finale.
Le tecniche di fotogrammetria sferica e l’uso di camere a 360 gradi, come dimostrato in workshop recenti quali quello tenuto da Alessandro Maifredi sulla fotogrammetria sferica in grotta, offrono soluzioni accessibili ed efficaci per la documentazione tridimensionale. Queste tecnologie permettono di acquisire dati metrici da immagini fotografiche, generando modelli 3D dettagliati partendo da campionamenti densi di immagini bidimensionali.
Prospettive future per le tecnologie immersive in speleologia
Le linee guida e le prospettive future delineate nello studio indicano un potenziale ampio per l’applicazione di queste tecnologie nella ricerca speleologica e nella documentazione digitale. L’evoluzione degli strumenti disponibili, dai sensori LiDAR portatili alle metodiche di fotogrammetria geomatica, sta trasformando il rilievo speleologico in una pratica sempre più precisa e accessibile.
Recenti sviluppi includono l’uso di sistemi SLAM-based LiDAR per la mappatura su larga scala delle grotte, come dimostrato nel caso studio della cupola Majko nella grotta di Domica, e l’applicazione di tecniche di fotogrammetria terrestre per la creazione di modelli tridimensionali di cavitપ artificiali e naturali.
Accessibilità pubblica e geoturismo virtuale
L’iniziativa si inserisce in un contesto più ampio di promozione del geoturismo e della valorizzazione del patrimonio carsico regionale. La Regione Friuli Venezia Giulia ha recentemente lanciato iniziative come “Grotte aperte”, che permetteranno visite gratuite a cinque grotte turistiche in occasione della prima Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, affiancate da esperienze immersive in realtà virtuale.
Parallelamente, sono stati sviluppati tour virtuali dei siti UNESCO della regione, combinando immagini e video a 360 gradi da terra e dall’alto per raccontare il territorio da una prospettiva immersiva. Questi strumenti digitali non sostituiscono le visite fisiche, ma le integrano, ampliando le possibilità di fruizione del patrimonio speleologico e geologico.
Esempi applicativi nel territorio regionale
Un esempio concreto di applicazione di queste tecnologie è rappresentato dalla sorgente del Gorgazzo, dove nell’ambito del progetto PolceniGeo 2026 è stata realizzata una campagna di documentazione con riprese immersive a 360 gradi durante immersioni speleosubacquee. I contenuti prodotti saranno resi disponibili tramite piattaforme web e sistemi di realtà virtuale, ampliando l’accessibilità di questo importante geosito carsico.
Il Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia, accessibile anche tramite l’app dedicata CSR-FVG, rappresenta quindi un modello innovativo di integrazione tra documentazione tradizionale e tecnologie digitali avanzate, ponendo le basi per future applicazioni nella ricerca, nella didattica e nella valorizzazione del patrimonio speleologico.
Un geosito carsico di rilevanza scientifica nella regione di Taza
Kef El Ghar è una cavità carsica situata nella regione di Taza, nel Marocco nord-orientale, oggetto di uno studio pubblicato su Acta Carsologica nell’agosto 2026.
La ricerca, condotta da Saida Bouazza e colleghi dell’Università Mohammed V, ha l’obiettivo di caratterizzare la geodiversità della grotta e valutarne il significato come geosito carsico. Le indagini sul campo e le analisi descrittive hanno rivelato morfologie carsiche ben sviluppate, esposizioni stratigrafiche, sistemi idrologici attivi e una varietà di speleotemi che ne sottolineano il valore naturale.
Caratteristiche geologiche e idrologiche della grotta Kef El Ghar
La grotta presenta un sistema carsico attivo con evidenze di processi di dissoluzione e deposizione tipici degli ambienti ipogei. Gli speleotemi osservati includono formazioni calcitiche che testimoniano la continuità dei processi di precipitazione minerale nelle condizioni microclimatiche della cavità.
Il sistema idrologico attivo contribuisce alla dinamica interna della grotta, mantenendo condizioni di umidità e flusso d’acqua che influenzano la formazione e l’evoluzione delle strutture speleologiche.
Le esposizioni stratigrafiche visibili nelle pareti della cavità offrono opportunità per lo studio della successione geologica locale. Questi elementi rendono Kef El Ghar un sito rilevante per la ricerca geologica e per la comprensione dell’evoluzione del paesaggio carsico nella regione di Taza.
Valore culturale e tracce archeologiche nella cavità marocchina
Oltre agli aspetti naturali, Kef El Ghar conserva evidenze di utilizzo umano storico e tracce archeologiche che ne accrescono il valore culturale. La presenza di questi elementi suggerisce una frequentazione della cavità in epoche passate, inserendo la grotta in un contesto più ampio di interazione tra le comunità umane e l’ambiente sotterraneo. Le caratteristiche estetiche della cavità, con le sue formazioni e ambienti interni, contribuiscono ulteriormente al suo interesse come patrimonio naturale e culturale.
Minacce antropiche e necessità di conservazione del geosito
Nonostante il suo valore, il sito affronta minacce crescenti legate all’accesso non controllato, alla mancanza di protezione formale e al degrado antropico. Questi fattori mettono a rischio l’integrità della cavità e la conservazione delle sue caratteristiche geologiche, idrologiche ed ecologiche.
Lo studio propone strategie di conservazione e gestione per preservare l’integrità della grotta e promuovere la sua integrazione in iniziative di geoturismo regionale e di educazione pubblica.
La ricerca sottolinea che Kef El Ghar rappresenta una componente preziosa del patrimonio carsico della regione di Taza e supporta le iniziative volte all’istituzione di un geoparco regionale.
L’inclusione in un contesto di tutela più ampio potrebbe garantire la protezione a lungo termine del sito e la sua valorizzazione come risorsa scientifica e culturale.
Scoperte speleologiche recenti in Marocco: aggiornamenti dal 2025-2026
Oltre a Kef El Ghar, il Marocco ha visto negli ultimi mesi ulteriori sviluppi nel campo della ricerca speleologica e archeologica in ambiente carsico. Nella regione di Essaouira, la grotta di Bizmoun è stata oggetto di nuove campagne di scavo che hanno portato alla luce strumenti litici e ornamenti risalenti a oltre 150.000 anni fa. I livelli di suolo esplorati contenevano anche fossili di animali estinti, tra cui resti del leone dell’Atlante, rinoceronti, bovini antichi, cavalli, antilopi, gazzelle e uova di struzzo.
Nel Rif marocchino, l’expedition franco-marocaine Talassemtane – Rif 2025, svoltasi dall’11 al 23 agosto 2025, ha proseguito l’inventario della fauna cavernicola nella provincia di Chaouene. L’area esplorata comprende la dorsale calcarea del Rif, nel massiccio del Lakraa-Tissouka. Dal 2022 le scoperte si sono succedute nella regione: il pompaggio per l’irrigazione ha permesso di progredire nel Kef Ansar Tinioune, che raggiunge 2018 metri di sviluppo, mentre il disboscamento ha consentito la scoperta del Kef Radâa, con uno sviluppo di 4244 metri.
Le spedizioni hanno riunito 15 speleologi francesi e 7 marocchini, provenienti da club di Chaouene, Marrakech, Casablanca e Taza. Sei nuove cavità sono state censite e topografate, per un totale di 362 metri allo stato attuale dei rilievi. Una squadra regionale marocchina, composta dai club di Chaouene e Tetouan, ha realizzato nell’ottobre 2025 l’esplorazione del Kef Toghobeit, che raggiunge i -722 metri di profondità.
Nella zona di Casablanca, la Grotte à Hominidés nella cava Thomas I ha fornito nuovi fossili di ominini datati a circa 773.000 anni fa, grazie all’analisi magnetostratigrafica dell’inversione Matuyama-Brunhes. Il materiale studiato comprende diverse mandibole umane, tra cui quelle di due adulti e un bambino, oltre a resti dentali e post-cranici. Questi reperti offrono nuove informazioni su un periodo chiave dell’evoluzione umana e collocano il Marocco al centro del dibattito sulle origini degli ominini nel Nord Africa.
A Taforalt, conosciuta localmente come Grotta dei Piccioni, nella provincia di Berkane, gli scavi in corso dal 2003 hanno prodotto nuovi risultati pubblicati nel marzo 2025, tra cui ossa dell’otarda maggiore, un grande uccello ora a rischio in Marocco. La grotta di Mugharet el ‘Aliya, vicino a Tangeri, continua a essere studiata per la sua lunga sequenza archeologica che va dal Levalloiso-Mousteriano al Neolitico.
Queste scoperte confermano il ruolo del Marocco come area di rilevanza internazionale per la ricerca speleologica, archeologica e paleoantropologica. La combinazione di indagini geologiche, biologiche e archeologiche in ambiente carsico contribuisce a una comprensione più completa del patrimonio sotterraneo nordafricano.
Prospettive per il geoturismo e la ricerca futura
L’integrazione di Kef El Ghar in un geoparco regionale potrebbe favorire la protezione del sito e la sua valorizzazione come destinazione per il geoturismo e l’educazione scientifica. La presenza di altre cavità di interesse nella regione, come quelle esplorate nel Rif e nella zona di Taza, offre opportunità per itinerari tematici dedicati al carsismo e alla speleologia. La collaborazione tra istituzioni accademiche, associazioni speleologiche e enti locali rimane un elemento chiave per la gestione sostenibile di questi patrimoni sotterranei.
Fonti
Bouazza, S., Bargach, K., Najim, A., Ouchkar, A., Eddifai, I., & El Kassmi, Y. (2026). Kef El Ghar cave (Taza, Morocco): Geological, hydrological, ecological and cultural significance of a karst geosite. Acta Carsologica, 55(1), 109–119. https://doi.org/10.3986/ac.v55i1.14888
Africanews. Bizmoun Cave reveals new clues about early human life in Morocco. https://www.africanews.com/2025/11/17/bizmoun-cave-reveals-new-clues-about-early-human-life-in-morocco/
Greek Reporter. New Excavations Reveal 150,000-Year-Old Tools and Jewelry in Morocco Cave. https://greekreporter.com/2025/11/20/morocco-cave-tools-jewelry/
Al-Monitor. Fossil discovery repositions Morocco at center of human evolution 800,000 years ago. https://www.al-monitor.com/originals/2026/01/fossil-discovery-repositions-morocco-center-human-evolution-800000-years-ago
CREI FFSpeleo. Expedition spè¿¿lé¿¿ologique dans le rif marocain : l’inventaire de la faune cavernicole se poursuit. https://blog.crei.ffspeleo.fr/?p=1474
Harvard ASPR. ASPR at Mugharet el ‘Aliya (The High Cave), Tangier. https://sites.harvard.edu/aspr/2025/10/03/aspr-at-mugharet-el-aliya-the-high-cave-tangier/
Un sistema bimodale governato dalla differenza di densitಲ dell’aria
La grotta Samograd, in Croazia, mostra un microclima stagionale nettamente bimodale, controllato dallo scambio d’aria tra superficie e interno della cavità.
Durante la stagione fredda l’aria esterna, più densa, penetra nella grotta attivando una ventilazione naturale che abbassa i livelli di CO2. Nella stagione calda questo meccanismo si spegne, favorendo stratificazione termica e accumulo di anidride carbonica.
Lo studio, pubblicato su Acta Carsologica e coordinato da Nenad Buzjak, si basa su monitoraggi continui della temperatura dell’aria e della CO2 lungo un profilo superficie–ingresso–interno, effettuati tra dicembre 2022 e febbraio 2024. I dati confermano che la ventilazione è guidata da gradienti termici e di densità, non dalla semplice frequenza di eventi freddi.
Metodologia del monitoraggio microclimatico nella grotta Samograd
Il monitoraggio è stato condotto con data logger posizionati in cinque punti fissi lungo un transetto che collega la superficie all’interno della grotta. Le misurazioni hanno coperto due inverni e una stagione calda, consentendo di osservare la risposta del sistema a cicli termici completi.
Per valutare l’efficienza della ventilazione e confermare la bimodalità microclimatica, sono state effettuate misurazioni spot mensili di CO? lungo la grotta e un monitoraggio continuo ad alta risoluzione nel punto più basso della cavità. La combinazione di temperatura e CO2 ha permesso di validare l’ipotesi di uno scambio d’aria guidato dalla densità.
Ventilazione invernale e accumulo estivo di CO2
In inverno, la differenza negativa tra temperatura superficiale e temperatura interna favorisce l’ingresso di aria fredda e densa. Questo innesca un flusso di scambio che rinnova l’atmosfera interna e riduce sensibilmente le concentrazioni di CO2.
In estate, invece, la circolazione si interrompe. La grotta si comporta come una trappola per aria fredda, con stratificazione termica stabile e livelli di CO2 elevati. Questo pattern è coerente con quanto osservato in altre grotte temperate, dove la ventilazione stagionale è il principale fattore di variabilità della CO2.
Gradienti termici e intensità della ventilazione naturale
L’analisi statistica ha mostrato che l’intensità della ventilazione dipende dalla grandezza e dalla persistenza dei gradienti termici stagionali, non solo dalla frequenza di eventi freddi isolati. Questo suggerisce che la durata delle condizioni favorevoli allo scambio d’aria sia più importante della loro occorrenza sporadica.
La correlazione tra variabilità termica, superficie e interno della grotta, insieme ai dati di CO2, conferma un accoppiamento stagionale robusto tra condizioni esterne e microclima ipogeo. La grotta Samograd può quindi essere interpretata come un sistema microclimatico bimodale, con due regimi distinti e prevedibili.
Contesto internazionale: microclima e CO2 nelle grotte temperate
Il comportamento di Samograd rientra in un quadro più ampio, documentato in numerose grotte delle zone temperate. In molte cavità, la CO2 raggiunge massimi estivi e minimi invernali, in risposta alla ventilazione guidata dalla differenza di densitಲ tra aria esterna e interna.
Studi recenti in Svizzera, Spagna e Cina mostrano pattern simili, con concentrazioni di CO2 che superano i livelli atmosferici in estate e vengono diluite in inverno dalla ventilazione termica. In alcuni casi, la CO2 in grotta può variare da valori atmosferici fino a 30.000 ppm, controllata dalla stagionalità termica.
Implicazioni per la biospeleologia e la conservazione
La comprensione dei regimi microclimatici è cruciale per la biospeleologia e la gestione delle grotte. La ventilazione stagionale influenza non solo la CO2, ma anche umidità, temperatura e qualità dell’aria, fattori determinanti per la fauna ipogea e per la conservazione dei depositi speleologici.
In grotte turistiche, la ventilazione naturale può mitigare l’impatto antropico, ma solo se i regimi microclimatici sono ben compresi. Il caso di Samograd offre un modello utile per prevedere la risposta di cavità simili a cambiamenti climatici o a modifiche dell’accesso.
Aggiornamenti e approfondimenti per Scintilena
Oltre allo studio su Samograd, recenti ricerche confermano il ruolo dominante della temperatura esterna nella ventilazione delle grotte.
In Svizzera, ad esempio, la temperatura esterna controlla il 95% della variabilità del flusso d’aria in una grotta temperata.
Altri studi evidenziano come la CO? in grotta sia influenzata anche da fonti del suolo e dall’attività biologica, ma la ventilazione stagionale rimane il principale fattore di diluizione. Questi elementi possono essere integrati in articoli futuri su Scintilena per approfondire il legame tra clima superficiale e dinamica ipogea.
Fonti
Acta Carsologica, Vol. 55 No. 1 (2026): “Seasonal control of cave microclimate by surface conditions: evidence from a density-driven exchange flow in Samograd Cave (Croatia)” – https://ojs.zrc-sazu.si/carsologica/issue/current
La pubblicazione scientifica conferma una nuova specie e un nuovo genere nelle falde della pianura indo-gangetica
Una registrazione diffusa su TikTok nel 2024 ha orientato i ricercatori verso una scoperta che oggi trova conferma in una pubblicazione scientifica: Gangaichthys indonepalicus è una nuova specie di pesce sotterraneo. Non solo.
La foto di copertina, didascalia e autori:
Gli autori hanno istituito anche il nuovo genere Gangaichthys. Il piccolo animale è stato rinvenuto in pozzi perforati nel Bihar, nell’India settentrionale, lungo l’area di confine con il Nepal.
La notizia, per quanto insolita, è quindi verificata.
Lo studio è apparso l’11 agosto 2026 sulla rivista scientifica ad accesso aperto ZooKeys.
La ricerca integra osservazioni sul campo, dati morfologici, tomografia computerizzata e analisi genetiche. Gli elementi raccolti distinguono il pesce dalle specie e dai generi già noti della famiglia Chaudhuriidae.
Il video TikTok e la ricerca di Gangaichthys indonepalicus
Nel 2024 gli studiosi si sono imbattuti in un filmato realizzato nell’area di Triveni, in Nepal.
Il video mostrava un pesce molto piccolo fuoriuscito da un pozzo perforato.
L’aspetto pallido, gli occhi ridotti e il contesto idrogeologico hanno fatto ipotizzare un organismo stigobio, cioè adattato alle acque sotterranee.
Quella osservazione non è stata considerata una prova sufficiente per descrivere una specie.
Ha fornito invece una precisa indicazione geografica.
Nel 2024 e nel 2025 il gruppo di ricerca ha cercato esemplari nei pozzi della pianura indo-gangetica, nel distretto di Pashchim Champaran, in Bihar.
La ricerca ha dato risultati limitati. Da numerosi punti controllati sono arrivati soltanto tre esemplari. Uno era integro e vivo; gli altri erano danneggiati durante il pompaggio.
L’olotipo, lungo 40,6 millimetri, e un paratipo sono stati recuperati dallo stesso pozzo dopo l’estrazione di circa 2.000-2.500 litri d’acqua.
Un terzo esemplare, molto danneggiato, proveniva da un secondo pozzo posto a circa un chilometro di distanza.
Pesce sotterraneo delle falde alluvionali del Gange
Gangaichthys indonepalicus vive con ogni probabilità nel reticolo interstiziale delle falde alluvionali.
I campioni sono emersi soltanto dalle pompe manuali di pozzi perforati che raggiungono una profondità di circa dieci metri. Nei pozzi e negli stagni vicini, le ricerche non hanno restituito altri individui.
La distribuzione oggi documentata è molto ristretta. Due località sono nel villaggio di Balgangwa, in India. Una documentazione fotografica viene da Triveni, nel distretto nepalese di Nawalparasi. Le località note si trovano entro circa undici chilometri in linea d’aria.
Per gli autori, Gangaichthys indonepalicus è il primo pesce stigobio segnalato nel bacino del Gange e nelle falde alluvionali della pianura indo-gangetica. Questo dato non dimostra che sia l’unico pesce sotterraneo della regione. Indica piuttosto quanto le comunità biologiche delle acque di falda restino poco accessibili e poco campionate.
Gangaichthys indonepalicus e gli adattamenti alla vita senza luce
Il nuovo pesce appartiene ai Chaudhuriidae, un gruppo spesso chiamato in inglese “earthworm eels”, anguille lombrico.
Il corpo di Gangaichthys indonepalicus è allungato, con pinne dorsale, anale e caudale collegate da una membrana. L’esemplare integro misura poco più di quattro centimetri.
Le sue caratteristiche sono coerenti con una vita ipogea. Gli occhi sono molto ridotti e coperti dalla pelle. Corpo, capo e pinne non hanno pigmentazione e appaiono traslucidi.
Le analisi tomografiche non hanno rilevato costole ossificate. Lo studio segnala 64 vertebre, una sola radiazione nella pinna pettorale, 37 raggi dorsali, 35 anali e sei caudali.
Questi tratti non sono una semplice curiosità estetica. In ambienti permanentemente oscuri, gli organi visivi e la colorazione possono ridursi nel corso dell’evoluzione. La forma allungata può favorire il movimento negli spazi stretti tra sedimenti e materiali saturi d’acqua. Lo studio non fornisce invece una dimostrazione di locomozione sulla terraferma: descrive un pesce di falda, recuperato da pozzi, non un animale osservato mentre attraversa suolo asciutto.
Una verifica necessaria per la biospeleologia
Il caso di Gangaichthys indonepalicus mostra come un contenuto digitale possa aiutare a individuare un’area di ricerca, senza sostituire la verifica scientifica. La specie è stata formalmente descritta solo dopo la raccolta dei campioni e il confronto con altri Chaudhuriidae attraverso caratteri anatomici e sequenze di DNA mitocondriale.
Per la biospeleologia, la scoperta richiama l’attenzione sugli ecosistemi acquatici sotterranei esterni alle grotte accessibili. Pozzi, acquiferi porosi e depositi alluvionali ospitano habitat difficili da osservare direttamente. Sono anche sistemi vulnerabili al prelievo idrico, alle modifiche dell’uso del suolo e all’inquinamento. Capire distribuzione, ecologia e consistenza delle popolazioni di Gangaichthys indonepalicus richiederà ulteriori campionamenti condotti con metodi che riducano il rischio di danneggiamento degli animali.
Fonti
Khandekar, A., Thackeray, T., He, Y., Mohapatra, A. e Agarwal, I. (2026), “Gangaichthys indonepalicus, a new genus and species of miniature stygobitic earthworm eel (Synbranchiformes, Chaudhuriidae) from alluvial aquifers in the Indo-Gangetic Plain, Bihar, northern India”, ZooKeys 1289, pp. 185-202. URL: https://zookeys.pensoft.net/article/188089/
La nuova specie della Serra Calderona amplia le conoscenze sulla fauna sotterranea iberica e richiama l’attenzione sul valore delle ricerche biospeleologiche nelle cavità carsiche.
Eukoenenia serrana e il palpigrado cavernicolo di Serra
Una nuova specie di palpigrado cavernicolo è stata descritta nella Sima del Pla de les Llomes, nel comune di Serra, nella provincia di Valencia.
Il nome scientifico è Eukoenenia serrana. La descrizione è stata pubblicata il 6 agosto 2026 sulla rivista internazionale Subterranean Biology da Pablo Barranco, Francisco Javier Sánchez-Camacho e Jaime Mayoral.
Il nuovo taxon appartiene all’ordine Palpigradi e alla famiglia Eukoeneniidae.
I palpigradi sono piccoli aracnidi poco conosciuti. Sono riconoscibili per il flagello terminale, spesso definito coda, dotato di setole sensoriali.
L’appendice è fragile e può staccarsi facilmente durante la cattura o la manipolazione. Questo rende ancora più delicato il lavoro di raccolta e documentazione.
L’olotipo di Eukoenenia serrana è un maschio raccolto il 6 dicembre 2021 da A. Sendra e collaboratori. È conservato nelle collezioni scientifiche dell’Università di Almería. La specie è stata formalmente inserita il 19 agosto nel World Arachnid Catalog, aggiornamento che consolida la sua presenza nella tassonomia internazionale dei Palpigradi.
Palpigrado cavernicolo: i caratteri descritti dalla ricerca
L’esemplare studiato misura 1,596 millimetri di lunghezza corporea, senza considerare il flagello, che non era conservato. Si tratta quindi di un animale quasi invisibile a occhio nudo. La descrizione non si limita alla sola segnalazione della specie. Il lavoro confronta Eukoenenia serrana con le specie del gruppo Eukoenenia mirabilis-berlesei e analizza i rapporti tra morfologia e ambiente di vita.
Il palpigrado cavernicolo di Valencia mostra caratteri troglomorfici marcati. In particolare, i ricercatori segnalano l’allungamento degli arti, con differenze evidenti nella tibia della prima zampa, nel basitarso della quarta zampa e nelle proporzioni di alcuni segmenti. Questi aspetti sono coerenti con una vita nelle zone profonde della cavità, dove luce, risorse e condizioni microclimatiche differiscono dagli ambienti superficiali.
Lo studio evidenzia un quadro evolutivo non uniforme. Alcuni caratteri sensoriali restano simili a quelli delle specie endogee, cioè legate al suolo, mentre gli arti presentano un’evidente specializzazione per l’ambiente ipogeo. Il palpigrado cavernicolo Eukoenenia serrana diventa quindi un riferimento utile per studiare come l’adattamento sotterraneo possa interessare in modo diverso le varie parti del corpo.
Sima del Pla de les Llomes, dolomie e fauna cavernicola
La Sima del Pla de les Llomes si apre a circa 570 metri di quota, lungo una frattura nelle dolomie del Triassico medio della Serra Calderona. La cavità ha uno sviluppo noto di circa 220 metri e una profondità accessibile di 42 metri. L’ingresso conduce a un pozzo di 11 metri, seguito da cunicoli, piccoli pozzi e pseudogallerie impostati sulle principali fratture nord-sud.
L’umidità è alta in buona parte dell’ambiente sotterraneo. Sono presenti settori con stillicidio e altri più asciutti. La zona oltre il primo pozzo viene considerata dagli autori un ambiente profondo. Qui l’umidità condensa sulle superfici e si concentra una fauna specializzata.
Nella stessa cavità sono già note altre specie di interesse biospeleologico. Tra esse figurano lo zigentomo Coletinia longitibia, esclusivo della grotta, il rincoto Valenciolenda fadaforesta e il dipluro Paratachycampa penyoensis, segnalato in un numero ristretto di cavità della Serra Calderona. La presenza di Eukoenenia serrana aggiunge un nuovo elemento a questo sistema locale di endemismi e specie a distribuzione limitata.
Ricerca biospeleologica e ruolo degli speleologi
Il caso di Eukoenenia serrana conferma le difficoltà della ricerca sui Palpigradi. Le loro dimensioni minime e la bassa densità delle popolazioni rendono sporadici i ritrovamenti. La descrizione della nuova specie si basa su un solo maschio. Non è nota la femmina.
Per questo il monitoraggio ripetuto delle cavità e una corretta segnalazione dei ritrovamenti assumono un ruolo rilevante. Gli speleologi che frequentano grotte e pozzi possono contribuire a individuare organismi poco osservati, purché ogni raccolta segua autorizzazioni, criteri scientifici e misure di tutela del sito.
Per un palpigrado cavernicolo, anche un singolo esemplare può offrire dati importanti sulla distribuzione, sull’ecologia e sull’evoluzione di gruppi ancora poco studiati.
Gli aggiornamenti di Scintilena sulla biodiversità sotterranea
Il tema della fauna ipogea trova riscontro anche nelle notizie più recenti pubblicate da Scintilena.
Il 19 agosto 2026 la testata ha riportato uno studio sulla Grotta del Baraccone, a Bagnasco, dedicato alla distribuzione degli invertebrati tra terreno e pareti.
Il lavoro richiama l’importanza dei microhabitat e del gradiente che separa l’ingresso dalle zone profonde.
È un tema vicino al caso valenciano, perché anche per Eukoenenia serrana la localizzazione nella parte terminale della cavità è centrale per interpretarne l’adattamento.
Il 20 agosto Scintilena ha inoltre aggiornato sulle ricerche biospeleologiche nella Shpella Shtares, nelle Alpi Albanesi.
La campagna 2026 comprende indagini faunistiche, misure delle correnti d’aria e della temperatura. Non risultano ancora dati conclusivi della spedizione.
Dal 7 al 12 settembre, infine, Mangalia in Romania ospiterà la 27ª International Conference on Subterranean Biology, dedicata a ecologia, evoluzione e conservazione degli ecosistemi sotterranei.
La scoperta del nuovo palpigrado cavernicolo in Valencia si inserisce in questo quadro di ricerche. La tassonomia, l’esplorazione responsabile e lo studio dei microambienti restano strumenti complementari per conoscere e proteggere la biodiversità delle grotte.
Fonti
Barranco, P.; Sánchez-Camacho, F.J.; Mayoral, J. (2026), “Troglomorphic trends of palpigrades in the Eukoenenia mirabilis-berlesei group, and discovery of a new cave-dwelling species from Spain (Palpigradi, Eukoeneniidae)”, Subterranean Biology 57, pp. 117-138. https://subtbiol.pensoft.net/article/202620/
Dal Buzio al Dito, dal Pilastro alle cavità nel ghiaccio e non solo: quasi due settimane di pozzi, traversi, disostruzioni e nuovi ingressi
Da una giunzione sotto il Moncodeno comincia a prendere forma un’idea molto più grande
Anche quest’anno dal Grignone (la Grigna settentrionale, sopra il ramo di Lecco del Lago di Como) ottime notizie. Come accade da 24 anni a questa parte, molti speleologi hanno partecipato al Campo esplorativo del gruppo multigruppo InGrigna!, in costante esplorazione del territorio grignesco, durata ufficiale dall’8 al 20 agosto 2026.
In questo luogo – bisogna dirlo – c’è sempre un problema: si parte quasi sempre con un programma, poi si trova una grotta nuova. Oppure si va a cercare un passaggio e si sbaglia quota, e nel posto sbagliato compare un pozzo. Oppure si apre una grottina, le si assegna diligentemente un numero e pochi giorni dopo bisogna cancellarlo perché si è già congiunta con un abisso conosciuto.
Il Campo InGrigna! 2026 è andato più o meno così. Partito con parecchi obiettivi — W le Donne (LOLC1936), Abisso Alberto Buzio (LOLC5935), Pozzo nel Dito (LOLC 1967), Pilastro (LOLC 5881), Poltergeist (LOLC 1775), cavità da ricontrollare e nuovi ingressi — giorno dopo giorno ha cominciato a raccontare una storia diversa: quella di grotte che in superficie hanno nomi e numeri differenti, ma che sottoterra sembrano avvicinarsi sempre di più. Fino a far pronunciare la frase che, a fine campo, gira ormai con una certa insistenza: «Sta nascendo un nuovo complesso».
Da registrare anche un debutto importante: breve exploit al Campo InGrigna! della piccola Petra Maconi, naturalmente con mamma Felicita e papà. La nuova generazione comincia presto.
W le Donne: si comincia prima di iniziare, già con un affondo
Il campo entra subito nel vivo con la produttiva punta precampo di Alex (mitico Alex Rinaldi), Francesco F. e Riccardo a W le Donne (LOLC1936), il cui ingresso è in Moncodeno, a quota 2170 m slm, sulla Costa della Piancaformia, lungo il sentiero di cresta che porta al Rifugio Brioschi.
Il 4 agosto la squadra scende velocemente nelle zone profonde per sistemare il nuovo campo interno, trasportare il materiale necessario a una risalita e cominciare subito i lavori: Francesco ne mette già a segno un primo tratto.
Tutto bene, compreso un confronto matematico — riferisce sorridendo Riccardo, uno dei pischelli di Bueno Fonteno — su ipotenuse, Pitagora e Archimede. L’Angolo della cultura del Campo InGrigna! 2026, evidentemente, ha iniziato i lavori in anticipo
Escono come razzi, e poi si continua.
Dall’8 agosto, le squadre si distribuiscono sui diversi obiettivi del Grignone. C’è chi esplora, chi riattrezza, chi rileva, chi traversa, chi risale, chi fotografa e chi va semplicemente a controllare un ingresso. Che è uno dei modi più efficaci, in Grigna, per trovare altro lavoro.
Andrea Maconi (che chiamerò Maconi perché c’è un altro Andrea M, ligure), riconosciuto guru della Grigna, durante una teorica tranquilla passeggiata dal Bregai al Passo della Capra, nel rivedere alcuni ingressi, dà un’occhiata anche al geode sotto il Pizzo della Pieve, giudicato «molto carino». Risale quasi casualmente un canale e si trova davanti un pozzo che non ricorda di aver mai visto. Nuovo ingresso? Cavità conosciuta e dimenticata? Altro tassello del puzzle carsico della Grigna? Da verificare, e naturalmente da aggiungere alla lista.
Qualche giorno dopo, poco oltre un’altra nuova grotta, Maconi individuerà un altro pozzo, con un po’ di detrito da spostare, ma anche quello arieggiante. Il programma del campo, a quel punto, ha già cominciato a prendere una direzione autonoma.
Al Buzio, per fortuna, si sbaglia strada e si scende ancora
Il 9 agosto Maurizio (Jack) aveva in realtà un altro programma: occuparsi insieme a Floriano dell’Abisso Poltergeist (LOLC 1775), dal notevole potenziale ma resa delicata da una dolina di crollo apertasi all’ingresso. Floriano arriverà più tardi, così Jack decide di fare prima un veloce salto all’Abisso Alberto Buzio (LOLC 5935), che si trova nella zona alta della Dolina Grande / Cima della Grigna settentrionale, quindi vicino all’inquietante Voragine, sotto il sentiero che prosegue allegramente verso il Rifugio Brioschi.
Con Matteo e Kaja, Frytka e Yure (i Polacchi), Jack va a cercare un punto indicato da Maconi. Individuata quella che sembra la condotta giusta, supera il pozzo successivo con un traverso e, oltre un grosso blocco, si affaccia su una nuova verticale. La mattina seguente arriva però un piccolo dettaglio: quella non è affatto la zona indicata da Andrea. Il punto che stavano cercando si trova a circa -100 e non a -70. Il posto non era quello, ma che risultato!
Nelle giornate successive, Rossella, Floriano e Matteo all’armo e Jack e Marco Corvi (Corvo) al rilievo scendono un P15, seguito da un grande meandro con blocchi di frana, quindi un P25 con una finestra ancora da controllare e una nuova grande verticale. Il giorno successivo, insieme anche a Francesca e Francesco, si sistemano gli armi e si prosegue fra terrazzi franosi, stillicidio e nuove verticali. Compaiono anche gallerie freatiche e restano diverse possibilità da verificare.
Insomma, la strada era sbagliata, ma il risultato no: al Buzio si aggiunge un’altra via da esplorare.
Il Buzio continua, ma da un’altra parte
Mentre la via individuata da Jack e compagni resta tra i lavori aperti, il Buzio continua a scendere da un’altra parte. Il 14 agosto Alex, Riccardo, Corvo, Kaja e Maconi tornano all’Abisso Buzio, questa volta lungo la via del fondo già individuata l’anno scorso. Dopo un P20, Alex arma un grande P60, circa 20 × 10 metri alla base, che verso l’alto prosegue anche in un enorme camino. Sotto, la cavità continua con una forra; Riccardo scende un altro P20 e la squadra si ferma ancora una volta in testa a un P20. Lungo la discesa restano inoltre due pozzi da vedere. Vengono intanto armati alcuni passaggi precedentemente percorsi in libera e sistemato lo scomodo meandro intorno a -170.
Il risultato è che il Buzio supera i -300 metri e non sembra avere alcuna intenzione di chiudere a breve. Nei giorni successivi vengono lasciati all’abisso altri 170 metri di corda.
Il pozzo nuovo che nuovo non era
Il 13 agosto Riccardo, Francesco O. e i Polacchi vanno a controllare la LOLC 5953, negli sfasciumi a sinistra del Passo della Capra con Maconi, seguendo un avvicinamento suggerito da quest’ultimo, quindi non esattamente il più comodo.
Il pozzo sembra nuovo, ma nuovo in realtà non è: sulla parete salta fuori una vecchia piastrina, sfuggita durante la precedente ricognizione. Dopo un lungo disgaggio, Riccardo riesce comunque a riarmarlo, nonostante la roccia sia poco collaborativa. Poco sotto i -20 metri, però, la cavità chiude.
Non tutti i nuovi punti interrogativi (fortunatamente) ne generano altri.
Il Dito non tradisce mai
Nel frattempo si lavora al Pozzo nel Dito (LOLC 1967) uno dei punti fermi dei vari Campi, che si apre a 2247 metri nel Dito della Piancaformia, in Grigna Settentrionale: mai eccessivamente ambito perché sale e scende, poi sale e poi scende, e così via.
Andrea e Alex e i Polacchi scendono fino a circa -350 metri. Alex traversa sopra un pozzo bagnato e raggiunge una finestra dalla quale arriva un torrentello; segue l’arrampicata di un caminetto, oltre il quale si apre un camino alto. La squadra passa poi a controllare un’altra possibilità: Andrea riesce a infilarsi nel passaggio, ma questa volta la montagna decide che può bastare e chiude.
Nel frattempo il trapano è scarico, le ore sottoterra aumentano e i freatici possono aspettare. Quando la squadra torna all’esterno sono passate 18 ore. Andrea sintetizza la giornata meglio di qualsiasi relazione tecnica: «Il Dito ti spacca sempre…»
Pilastro: -219 m, e non è finita
Il 15 agosto tocca all’Abisso Pilastro (LOLC 5881), scoperto nel 2019, che si apre in Moncodeno, sul versante settentrionale della Grigna, in un’area dove le grotte conosciute si fanno decisamente più rare: proprio per questo la sua posizione lo rende particolarmente interessante, perché potrebbe aprire la strada verso zone carsicamente ancora poco conosciute.
Lele torna con Simona e Ombretta e l’immancabile Corvo per lavorare il meandrino che, nella punta precedente, li aveva separati dalla verticale intravista oltre. La roccia li fa penare per qualche ora, ma alla fine il passaggio viene preparato e il pozzo può essere sceso.
La verticale si rivela più profonda del previsto: 21 metri, che portano il fondo rilevato del Pilastro a circa -219 metri. Alla base c’è già il regalo successivo: una nuova verticale stimata fra 15 e 18 metri, che attende di essere scesa dopo un veloce allargamento dell’accesso. Se ne riparlerà a settembre. Anche qui il risultato della punta è tornare fuori con più lavoro di quanto ce ne fosse prima: si torna a settembre.lusio Sandro, uno degli scopritori del Pilastro, esulta.
Ghiaccio, acqua e soprattutto aria
Un altro fronte riguarda una cavità nella quale, per due stagioni, si è cercato di limitare l’accumulo della neve all’ingresso, la Ghiacciaia (LOLC 1671), o Pozzo Gabriele, vicino al rifugio Bogani. L’anno scorso era stato verificato che la grotta proseguiva, e si era potuto scendere un P10, trovare circolazione d’aria ed effettuare la discesa nello scivolo di ghiaccio, fino a una saletta di 4×4 m, completa di soffitto, fondo e pilastro di ghiaccio con visibili gli strati di deposito. Durante il Campo 2026, Tiziano e Sandro, con Jack e Floriano, vi hanno riscontrato un’ulteriore fusione del ghiaccio esterno. Tiziano scrive che all’ingresso la neve è ancora diminuita e si è aperta una voragine, anche se, per evitare il materiale sospeso, è preferibile entrare ancora dalla fessura in parete. Dentro la grotta appare invece molto più ghiacciata, con parecchio verglas sulle pareti. Nella saletta scoperta nel 2025, compare anche neve fresca, senza che sia del tutto chiaro da dove provenga. Eppure la cavità è in scioglimento: sul fondo della saletta c’è una pozza con circa 15-20 centimetri d’acqua.
Sandro nella Giazzera
Interessante l’aria: una forte corrente proviene non dalla saletta, ma da un piccolo passaggio fra ghiaccio e roccia, là dove il piccolo meandro curva per entrarvi. Abbastanza per programmare un nuovo controllo a fine settembre o ottobre e vedere cosa avrà deciso di fare il ghiaccio.
Una grottina nuova. Anzi, no: una giunzione
Nei giorni successivi continuano disostruzioni e controlli sui nuovi ingressi. Il 16 agosto Rocca, in opera con l’Andrea M. ligure e il giovane Isaac, comunica che, dopo gli scavi e qualche miglioramento al sistema di lavoro, ormai «si viaggia». Il giorno seguente arriva invece il messaggio che cambia la prospettiva del campo: «Giunzione tra nuova grotta e Buzio!»
Pensare che Andrea aveva già scritto il numero della nuova cavità all’ingresso: ora deve cancellarlo: quella grotta non è più una grotta a sé, ma un altro ingresso dell’Abisso Buzio.
La mattina del 18 agosto Alex Rinaldi traduce l’entusiasmo generale senza troppi giri di parole: «Sta nascendo un nuovo complesso in Moncodeno!!!!!». I punti esclamativi abbondano, ma chi conosce lo youtuber più scherzoso del mondo sa che dietro l’entusiasmo c’è uno speleologo di gran classe e una questione speleologica molto concreta. Ne vedremo delle belle.
Buzio, Dito e gli altri: quanto sono vicini?
Maconi comincia a mettere insieme ingressi e distanze. Oltre alla possibile congiunzione fra Buzio e Dito, ci sono da considerare anche le cavità 5937 e 1739. Alcuni ingressi sono vicinissimi, in certi casi appena 10-20 metri, e se le ipotesi di collegamento trovassero conferma potrebbe delinearsi un sistema con una ventina di ingressi.
Per le prossime campagne si ragiona anche sulla possibilità di utilizzare l’ARTVA per individuare con maggiore precisione i punti di massimo avvicinamento fra le cavità. Intanto è già in programma una nuova grande punta per il 29 e 30 agosto e Alex avverte: «Bisogna esserci, sento l’odore di congiunzione con il Dito.» Odore non ancora certificato dal rilievo, naturalmente, ma sufficiente a rimettere le corde negli zaini. Andrea M. sta lavorando su Compass per chiarire le direzioni. Chissà che non gli tocchi rifare anche il rilievo di Capitan Paff (LOLC 1738), che si apre in Moncodeno a quota 2175 m s.l.m….
Il Pozzo del Testamento e le altre cose da fare
Andrea R., Rocca, dedica con altri quattro ore di disostruzione a un’altra grottina nuova. Il risultato è il Pozzo del Testamento (LOLC 5954), dove resta anche un camino da risalire. L’anno precedente una situazione analoga aveva portato, in cima a una risalita, all’intercettazione di un freatico: abbastanza per inserire anche questa nell’elenco dei lavori futuri.
Ci sarebbe poi da finire l’Abisso Paolo Trentinaglia (LOLC 5031), una bella grotta nel carsismo del Circo del Moncodeno.
In previsione delle prossime esplorazioni, sono già state acquistate le maglie rapide adeguate, e per il prossimo campo serviranno probabilmente anche corde nuove. La stima provvisoria è 400 metri, e potrebbero persino non essere sufficienti…
65 buone ragioni per tornare
Il 20 agosto Maconi verifica che nel solo versante del Moncodeno restano ancora da verificare, rivedere e disostruire circa 65 grotticelle sulle quali non è mai stato fatto un lavoro sistematico, alcune delle quali decisamente interessanti, come la 5893.
La risposta degli astanti è prevedibile: prepara l’elenco e le rivediamo tutte e 65. E l’elenco è già stilato.
A questo punto parlare di “fine del campo” comincia a sembrare soprattutto una convenzione del calendario.
Sta davvero nascendo un nuovo complesso nel Moncodeno?
È presto per dirlo. Una congiunzione c’è stata; le altre, per ora, sono ipotesi sostenute dalla vicinanza delle cavità e da quanto le esplorazioni stanno progressivamente mostrando. Bisognerà scendere, rilevare, confrontare, cercare i punti di massimo avvicinamento e, con ogni probabilità, disostruire parecchio.
Il Campo InGrigna! 2026 lascia una sensazione precisa: cavità finora esplorate come mondi distinti stanno cominciando a essere guardate come parti possibili di un sistema più grande. Il Buzio continua oltre i -300, il Dito resta aperto e difficile come sempre, il Pilastro ha raggiunto circa -219 e ha già una nuova verticale da scendere. Le cavità nel ghiaccio respirano, nuovi ingressi continuano a comparire e una grotta appena scoperta ha già perso il proprio numero perché si è congiunta.
Non è ancora un Complesso, ma vedremo cosa accadrà a breve.
L’angolo della cultura
Un campo non vive di sole grotte. Le telecamere di Alex testimoniano un Angolo della cultura. In una memorabile sessione, il Corvo ha disquisito di equazioni di quinto grado e del teorema dei quattro colori, davanti a un’attenta platea.
La discussione ha raggiunto livelli accademici difficilmente ripetibili e la soluzione del teorema dei quattro colori è stata confermata, naturalmente, da Alex, che è stato impossibile confutare.
La comunità matematica internazionale esulta.
Un campo fatto anche oltre la montagna
A parte gli scherzi, un campo – lo sappiamo – non è soltanto la somma dei metri scesi, dei pozzi armati e delle corde finite proprio quando servirebbero, ma soprattutto delle persone che esplorano, armano, rilevano, disostruiscono, fotografano, trasportano materiali e aspettano chi deve ancora uscire.
E da chi consente di concludere in bellezza: a fine campo Simona ci ha invitati a casa sua, raccogliendo anche le adesioni di chi stava tornando a casa dal Campo (di malavoglia). Così, intorno a una pizzoccherata senza pari accompagnata da birra autoctona, ci siamo ritrovati con diversi protagonisti del Campo 2026 e con alcuni che — come me, Leda e Franco, — quest’anno, per motivi diversi, non abbiamo potuto partecipare, con la bella sorpresa della presenza di Mariangela.
La conclusione ci vuole, e Simona lo ha descritto benissimo: sono giornate che danno un senso al fare speleologia, perché all’avventura e alla scoperta si uniscono la post-elaborazione e il rafforzamento di quell’amicizia vera che lega noi “pazzi amanti del sottoterra”.
Forse è anche questo il bello dei campi: ognuno fa qualcosa, prepara, esplora, rileva, disostruisce, qualcuno resta a casa. Ma alla pizzoccherata, per fortuna, ci si può ritrovare tutti.
Da InGrigna! un ringraziamento davvero speciale a Erica e Luca dell’Alpeggio Moncodeno (con Mirco, Michele e Mattia), per l’accoglienza, la disponibilità e l’insostituibile e insperato supporto dato al Campo InGrigna! e ai suoi partecipanti, che ha fatto rimpiangere un pochinomeno il Bogani e gli amici gestori Mariangela ed Enrico, che hanno regalato comunque una visita ferragostana.
Complimenti a tutti gli speleologi e ai gruppi che hanno partecipato alla preparazione, alle esplorazioni, alle ricognizioni, agli armi e disarmi, ai rilievi, alle disostruzioni e alla vita del campo.
E adesso?
C’è Buzio da continuare, il Dito da avvicinare, il Pilastro, i freatici, i camini, i pozzi nuovi, le grotte nel ghiaccio e gli ingressi arieggianti. Ci sono una ventina di ingressi che potrebbero un giorno raccontare la stessa storia e ci sono quelle famose 65 grotticelle.
Ah, sì. Ci sarebbe anche Poltergeist. Ma può attendere, direbbe Jack.
Campo InGrigna! 2026 concluso: il sottosuolo, evidentemente, non è d’accordo.
Fotografie dei partecipanti al Campo InGrigna! 2026
InGrigna! 2026 da vedere e da leggere
Per chi vuole entrare ancora un po’ nell’atmosfera del Campo InGrigna! 2026, ci sono anche le immagini di Alex Rinaldi, che ha raccontato le giornate dalla Grigna con tre video:
E non è finita qui. Presto arriveranno anche i Diari di campo, a cura di Marco Corvi, per ripercorrere dall’interno giornate, esplorazioni, personaggi e vita quotidiana del campo. Li troverete presto a questo indirizzo, insieme a quelli degli anni precedenti
Al Campo InGrigna! 2026 hanno preso parte speleologi provenienti da diversi Gruppi: Gruppo Grotte CAI Busto Arsizio, Gruppo Grotte Milano CAI SEM, Gruppo Speleologico Lecchese, Progetto Sebino, Speleo Club CAI Romano di Lombardia, Speleo Club Erba; Società Svizzera di Speleologia – Sezione Ticino; Krakowski Klub Taternictwa Jaskiniowego (KKTJ) di Cracovia, Speleo Klub Bielsko-Biala; Gruppo Grotte Borgio Verezzi, Gruppo Speleologico Ligure “A. Issel”, Speleo Club Ribaldone; ASG San Giorgio, CARS, Gruppo Speleologico Édouard-Alfred Martel e Le Grave.
A completare la squadra, a titolo personale, Ombretta, Simona e Lele.
Nel Parco Nazionale croato esplorate e documentate 33 cavità da 51 speleologi di cinque Paesi. La campagna, guidata da Ema Buljan e Olga Jerkovic Peric, prosegue un filone di ricerca che Scintilena segue da anni. A giugno avevamo raccontato la spedizione nel Velebit centrale.
Il Velebit torna sulle pagine di Scintilena, questa volta con nuovi dati provenienti dal settore settentrionale della grande catena carsica croata. Del resto, abbiamo già parlato parecchio dello stesso filone di ricerche.
Nel 2024 avevamo annunciato la spedizione “Northern Velebit 2024”, sottolineando come tra gli obiettivi ci fosse proprio il monitoraggio delle grotte con ghiaccio e delle particolari condizioni microclimatiche del sottosuolo.
Già nel 2023 avevamo affrontato il problema dello scioglimento del ghiaccio millenario nelle grotte del Velebit. Un dato che avevamo poi richiamato anche nell’articolo dedicato alla spedizione Velez 2026 in Bosnia-Erzegovina: nel Velebit il livello del ghiaccio in alcune cavità era diminuito di tre metri nell’arco di due anni.
Abbiamo seguito a lungo le esplorazioni nel Velebit settentrionale e nella Jama Nedam, raccontando, tra le altre, le campagne del 2019 e del 2021, quando le esplorazioni raggiunsero la profondità di -1.250 metri.
Più recentemente, nel giugno 2026, abbiamo invece parlato della campagna estiva Srednji Velebit 2026, dedicata al Velebit centrale. Si tratta quindi ora di una spedizione diversa da quella di cui arrivano ora i risultati, svolta nel Parco Nazionale del Velebit settentrionale.
Trentatré cavità esplorate nel Velebit settentrionale
La nuova campagna speleologica, durata due settimane, si è svolta nel Parco Nazionale del Velebit settentrionale sotto la guida di Ema Buljan e Olga Jerkovic Peric, della Sezione Speleologica del PDS Velebit e della Commissione Speleologica croata, con il sostegno del Parco Nazionale.
Alla spedizione hanno partecipato 51 speleologi appartenenti a dieci associazioni, provenienti da Croazia, Austria, Stati Uniti, Portogallo e Bosnia-Erzegovina.
Nel corso delle attività sono stati esplorati e documentati 33 oggetti speleologici, per una profondità complessiva di circa 1.100 metri. Sono stati inoltre integrati e aggiornati i dati relativi a cavità già conosciute.
L’esplorazione non rappresentava però l’unico obiettivo della campagna. Una parte importante del lavoro è stata dedicata al monitoraggio delle condizioni microclimatiche delle cavità, alla presenza del ghiaccio permanente e allo studio delle relazioni tra gli ambienti sotterranei profondi e gli ecosistemi di superficie.
Ghiaccio antico fino a 3.000 anni
Il Velebit settentrionale presenta condizioni climatiche particolarmente severe. Secondo i dati raccolti durante la spedizione, gli inverni continuano a essere estremamente freddi: in uno dei punti monitorati, nell’ultimo anno, è stata registrata una temperatura minima di circa -22 °C.
Anche durante l’estate il massiccio figura tra le aree più fredde della Croazia.
In alcune zone degli Hajducki kukovi, l’aria fredda che continua a fuoriuscire dalle cavità durante la stagione estiva ha consentito alla neve di conservarsi fino al mese di agosto, una testimonianza delle eccezionali condizioni microclimatiche che caratterizzano il carsismo d’alta quota del Velebit settentrionale.
Le basse temperature invernali contribuiscono a mantenere condizioni fredde anche nel sottosuolo. In alcune cavità si conserva infatti ghiaccio permanente la cui età, sulla base delle ricerche precedenti, viene stimata tra 400 e 3.000 anni.
In alcune cavità il ghiaccio è scomparso
Le temperature molto basse, tuttavia, non sembrano sufficienti a proteggere completamente questi depositi.
I monitoraggi stanno mostrando variazioni nella quantità e nel livello del ghiaccio permanente presente in alcune cavità. Secondo Dalibor Paar, della Facoltà di Scienze dell’Università di Zagabria, in alcune grotte viene registrata una diminuzione più marcata del livello del ghiaccio, mentre in determinati siti il ghiaccio permanente è ormai completamente scomparso.
Il dato acquista particolare significato proprio alla luce delle osservazioni condotte negli anni precedenti. Il monitoraggio continuativo permette infatti di distinguere le oscillazioni stagionali dalle trasformazioni che interessano il sistema sotterraneo su periodi più lunghi.
Le grotte e gli abissi del Velebit diventano così anche archivi naturali delle trasformazioni climatiche, nei quali ghiaccio, temperatura e circolazione dell’aria possono fornire informazioni preziose sull’evoluzione dell’ambiente montano.
Esplorazione e ricerca sul clima sotterraneo
La campagna 2026 conferma quindi la caratteristica consolidata delle spedizioni nel Velebit: esplorazione speleologica e ricerca scientifica procedono insieme.
Accanto alla ricerca di nuove prosecuzioni e alla documentazione delle cavità, gli speleologi stanno costruendo serie di osservazioni utili a comprendere come le variazioni climatiche superficiali possano propagarsi negli ambienti profondi.
Lukina Jama–Trojama, sistema carsico profondo del Velebit settentrionale, Croazia. Foto/immagine da Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0
I dati raccolti nel Parco Nazionale del Velebit settentrionale contribuiranno allo studio degli effetti del cambiamento climatico sugli ecosistemi sotterranei e superficiali e potranno essere utilizzati anche per attività divulgative ed educative dedicate al patrimonio naturale croato.
Per Scintilena si tratta dunque della continuazione di una storia che seguiamo da diversi anni: dalle grandi esplorazioni profonde della Jama Nedam al monitoraggio delle cavità glaciali, fino alle campagne del Velebit centrale e settentrionale del 2026.
E proprio il ghiaccio antico del Velebit, conservato per secoli o millenni nel buio delle cavità, sta diventando uno degli indicatori più evidenti dei cambiamenti in corso.