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Costa Rica, il mondo sconosciuto sotto la foresta

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Da una pubblicazione del 2023 un quadro interessante della biodiversità sotterranea

Costa Rica è famoso per la sua biodiversità. Anche sotto foreste e montagne esiste un mondo molto meno conosciuto: quello delle grotte.

Una recente revisione ha raccolto dati storici e osservazioni sul campo, arrivando a censire almeno 123 specie animali in 127 siti sotterranei.

Costa Rica – Tropical karst forest -foto Ferdinando Didonna

Sembra già molto, ma in realtà il dato è soltanto una parte del quadro: nel paese sono note oltre 435 grotte e cavità artificiali, e solo circa il 30% è stato studiato dal punto di vista biologico.

I pipistrelli sono gli animali meglio documentati, con 36 specie registrate. Molto meno conosciuti sono invece gli invertebrati: insetti, aracnidi, crostacei, collemboli e altri piccoli organismi che spesso non sono stati identificati nemmeno fino alla specie.

Tra i casi più interessanti c’è Pseudothelphusa puntarenas, un granchio d’acqua dolce osservato soltanto sottoterra e considerato, al momento, l’unico vero abitante delle grotte formalmente descritto nel paese. In alcune cavità sono stati trovati anche pesci pallidi e con occhi ridotti, possibili segnali di adattamento alla vita nel buio.

Costa Rica – Tropical karst forest -foto Ferdinando Didonna

Molte di queste grotte sono anche poco protette. Novantuno siti con presenza faunistica nota si trovano fuori dalle aree protette, esposti a disturbo, turismo, inquinamento e cambiamenti ambientali.

Per colmare le lacune, i ricercatori puntano su nuove tecniche come il DNA ambientale, che può rilevare la presenza di animali anche senza catturarli.

Il dato più interessante, alla fine, è proprio questo: in uno dei paesi più celebri al mondo per la conservazione della natura, gran parte della biodiversità sotterranea resta ancora da scoprire.

Fonte: Deleva, S., Ulloa, A., Oliveira, H. F. M., Simov, N., Didonna, F., & Chaverri, G. (2023). Cave-dwelling fauna of Costa Rica: current state of knowledge and future research perspectives. Subterranean Biology, 47, 29–62. https://doi.org/10.3897/subtbiol.47.113219

Foto di copertina: Amblypygio nella penisola di Osa, Costa Rica. Foto: Charles J. Sharp / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Costa Rica – Tropical karst forest -foto Ferdinando Didonna

L'articolo Costa Rica, il mondo sconosciuto sotto la foresta proviene da Scintilena.

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La speleologia alla COP17 sulla biodiversità: a Yerevan una voce per le specie sotterranee

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La Federazione speleologica tedesca partecipa alla Conferenza ONU sulla biodiversità in Armenia. Al centro dell’impegno la tutela degli ecosistemi carsici e delle specie che vivono negli ambienti sotterranei

La speleologia entra nel dibattito internazionale sulla tutela della biodiversità. Alla COP17, la 17ª Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica, in corsoa Yerevan, in Armenia, dal 19 al 30 ottobre 2026, è presente anche il Verband der deutschen Höhlen- und Karstforscher (VdHK), la Federazione tedesca di speleologia e ricerca sul carsismo.

Per il VdHK, sono presenti Ana K. Celis e Veronika Vogel, con il sostegno della Succow Stiftung.

L’obiettivo è portare all’attenzione della conferenza la biodiversità degli ambienti sotterranei, spesso poco visibile nelle politiche di conservazione nonostante la presenza di specie altamente specializzate e, in molti casi, caratterizzate da areali estremamente limitati. Studi recenti sottolineano infatti come numerose specie strettamente legate alle grotte siano conosciute in popolazioni ridotte o addirittura in singole cavità, una condizione che ne aumenta la vulnerabilità.

L’iniziativa si inserisce nel lavoro internazionale di Karst-Aware, rete che promuove una maggiore considerazione degli ecosistemi carsici e sotterranei nelle decisioni ambientali. Il VdHK è accreditato presso ECOSOC e UNEP dal 2020 e da anni porta nei contesti delle Nazioni Unite i temi della protezione delle grotte, delle acque carsiche e della biodiversità ipogea.

Alla collaborazione partecipano anche realtà internazionali legate alla tutela del carsismo e delle grotte, tra cui il Caves & Karst Specialist Group della IUCN-WCPA, la UIS Karst and Cave Protection Commission e la European Cave Protection Commission della Federazione Speleologica Europea.

Foto

La biodiversità sotterranea al centro dell’impegno speleologico alla COP17 di Yerevan. Immagine diffusa dal Verband der deutschen Höhlen- und Karstforscher (VdHK). Foto: Klaus Bogon

Fonti

Verband der deutschen Höhlen- und Karstforscher e.V. – comunicazione social 20 ottobre 2026

https://www.karst-aware.org

https://www.karst-aware.org/about-us

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Biodiversità delle grotte marine: molte specie, poche alternative quando l’ecosistema cambia

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Uno studio su nove grotte atlantiche spiega il paradosso della vulnerabilità. La biodiversità delle grotte marine italiane, dalla Grotta del Bue Marino alla Grotta Zinzulusa, richiede una tutela che consideri specie, funzioni ecologiche e circolazione delle acque.

Biodiversità delle grotte marine: la ricchezza non basta a garantire resilienza

Le grotte marine possono ospitare comunità ricche di organismi e restare fragili di fronte ai cambiamenti ambientali.

Una ricerca pubblicata nel 2026 su Marine Environmental Research individua una spiegazione precisa: molte combinazioni di caratteristiche ecologiche sono rappresentate da un solo taxon.

Se quel componente scompare, altri organismi della comunità potrebbero non svolgere un ruolo equivalente. [web:4]

Lo studio, intitolato “The vulnerability paradox in Atlantic marine caves: A multiscale mechanistic explanation from wave exposure to cave gradients”, analizza nove grotte delle Canarie. Il lavoro è firmato da Yeray Gonzalez-Marrero, Antonio Canepa-Oneto, Sabrina Clemente, Javier Cristobo, Carlos Hernandez-Gonzalez, Aarón Herrero-Perez, Marina Adrover-Huesca e Vasilis Gerovasileiou. È stato pubblicato online il 13 febbraio 2026, con identificativo 107915 e DOI 10.1016/j.marenvres.2026.107915.

La notizia riguarda direttamente il modo di interpretare la biodiversità delle grotte marine. Il numero delle specie descrive la ricchezza di una comunità. La capacità di conservare i processi ecologici dipende anche da come quella ricchezza si distribuisce tra ruoli differenti.

Grotte marine atlantiche: onde e profondità organizzano le comunità

I ricercatori hanno esaminato 414 fotoquadrati, immagini di superfici delimitate usate per studiare gli organismi fissati al substrato. Hanno riconosciuto 126 taxa e analizzato sei tratti biologici. Il campionamento ha considerato più livelli: il contesto costiero, le condizioni locali e i settori interni delle grotte. [web:4]

L’energia delle onde è risultata il principale fattore tra quelli valutati alle scale del paesaggio marino e del sito. Ha spiegato il 34,5% delle associazioni tra tratti biologici e ambiente. L’intervallo di profondità ha contribuito per il 7,7%. Il mare esterno, quindi, concorre a definire la struttura ecologica delle cavità. [web:4]

Le analisi hanno individuato quattro sindromi funzionali, ossia raggruppamenti di caratteristiche biologiche che ricorrono insieme. Queste configurazioni riflettono compromessi ecologici. Tra gli esempi figura il contrasto tra organismi autotrofi e spugne che si alimentano mediante filtrazione attiva. Le diverse strategie rispondono in modo distinto alle condizioni ambientali. [web:4]

Vulnerabilità delle grotte marine: il 57% delle entità funzionali ha un solo rappresentante

A scala regionale, lo studio registra un indice di diversità di Shannon pari a 3,6 e una ricchezza funzionale di 1,93. Sono indicatori riferiti al campionamento e al metodo adottato. Non corrispondono a conteggi di specie o a percentuali. [web:4]

Il risultato centrale è un altro. Il 57% delle entità funzionali era rappresentato da un solo taxon. Un’entità funzionale raggruppa organismi con la stessa combinazione dei tratti considerati. Quando ha un unico rappresentante, manca una ridondanza funzionale rilevabile con quel sistema di classificazione. [web:4]

La biodiversità, quindi, non coincide automaticamente con una disponibilità di sostituti ecologici. Lo studio descrive un basso potenziale di resilienza funzionale, cioè una capacità limitata di mantenere o recuperare le funzioni dopo una perturbazione. Il dato riguarda la struttura delle comunità, non una percentuale di estinzione prevista. [web:4]

Zone semibuie delle grotte marine: il settore più vulnerabile

Le zone semibuie mostrano il valore più elevato di vulnerabilità funzionale, pari all’81%. Nel campione analizzato, questi ambienti di transizione risultano dunque particolarmente esposti alla perdita di combinazioni funzionali poco replicate. [web:4]

La vulnerabilità diminuisce quando aumenta la scala spaziale considerata. Parallelamente cresce la ridondanza. Una funzione rappresentata da un solo taxon in un settore può trovare altri rappresentanti quando si esamina un insieme più ampio di ambienti. Questa relazione sostiene l’importanza di considerare reti di grotte, insieme alla conservazione dei singoli siti. [web:4]

Biodiversità delle grotte marine italiane: Bue Marino e Zinzulusa come casi di riferimento

Il quadro atlantico offre una chiave di lettura anche per il Mediterraneo. La Grotta del Bue Marino, a Dorgali, e la Grotta Zinzulusa, presso Castro, ospitano sistemi costieri complessi. In entrambe, le relazioni tra mare, acque sotterranee e ambienti emersi contribuiscono alla varietà biologica. [web:46][web:30]

Nel Bue Marino, studi sui foraminiferi, descrizioni di nuove specie e monitoraggi delle acque collegano la fauna alla circolazione carsica. Nella Zinzulusa, crostacei sotterranei e la spugna Higginsia ciccaresei documentano il valore degli ambienti anchialini, connessi al mare attraverso il sottosuolo. [web:46][web:31][web:30]

Le percentuali della ricerca atlantica si riferiscono alle nove grotte studiate. Il principio ecologico amplia invece le domande da rivolgere ai siti italiani: quali organismi sostengono i processi dell’ecosistema, quali ruoli hanno pochi rappresentanti e come cambiano lungo i gradienti ambientali? La tutela della biodiversità delle grotte marine passa anche attraverso queste relazioni. [web:4][web:57]

Relazione di approfondimento: biodiversità delle grotte marine italiane dal Bue Marino alla Zinzulusa

Grotte marine italiane e ambienti anchialini: un mosaico tra mare e acquiferi

Le grotte marine italiane non costituiscono un habitat uniforme. Alcune sono completamente sommerse. Altre comprendono superfici emerse, camere d’aria e laghi. Nei sistemi carsici costieri possono incontrarsi acque marine e apporti continentali, con variazioni di salinità e ricambio idrico. [web:31][web:46]

Il termine anchialino indica ambienti acquatici costieri collegati al mare attraverso vie sotterranee, nei quali possono agire anche apporti di acqua dolce. La comunicazione idrica non richiede un’apertura superficiale diretta per ogni lago o camera interna. Il Bue Marino e la Zinzulusa permettono di studiare questo intreccio tra acquifero e mare. [web:30][web:43]

La distinzione è importante sul piano biologico. Una parete sommersa vicina all’ingresso può ospitare una comunità marina di spugne e altri invertebrati. Un lago interno può sostenere crostacei specializzati nelle acque sotterranee. Una sala emersa può accogliere artropodi terrestri e pipistrelli. Il valore del sistema deriva anche dalla coesistenza di questi ambienti. [web:31][web:30][web:46]

Il confronto tra cavità deve quindi mantenere distinte le componenti. La fauna marina fissata alle pareti, la fauna mobile delle acque e quella terrestre non rispondono agli stessi fattori. Sommarle in un’unica lista aiuta a descrivere il patrimonio complessivo, ma non esaurisce l’interpretazione dell’ecosistema. [web:4][web:31][web:30]

Grotta del Bue Marino: biodiversità costiera e connessioni con il Supramonte

La Grotta del Bue Marino si apre nelle falesie calcaree del Golfo di Orosei, nel territorio di Dorgali. Comprende i rami Nord, di Mezzo e Sud. La sua struttura alterna gallerie emerse, laghi e tratti sommersi, con prosecuzioni verso l’entroterra carsico. [web:46]

Il collegamento con Su Molente, realizzato nel 2013, e quello del 2016 tra Monte Longos e Su Molente hanno unito la parte costiera al sistema di Su Palu. I circa 70 chilometri raggiunti nel 2016 riguardavano l’intero complesso interconnesso, non il solo Bue Marino. Per la biodiversità, questa continuità rende essenziale considerare anche le acque provenienti dal bacino interno. [web:46]

Le condizioni cambiano tra rami e settori. Acque dolci, salmastre e marine partecipano alla formazione di habitat differenti. Le piene modificano flussi e trasporto di materiali. Le maree producono oscillazioni che possono propagarsi nelle porzioni allagate. La grotta è quindi un sistema dinamico, non un contenitore isolato. [web:46][web:43]

Il progetto di monitoraggio presentato da Scintilena nel 2023 prevede misure automatiche di livello idrico, temperatura e conducibilità elettrica. Questi parametri aiutano a ricostruire l’influenza delle maree e la distribuzione delle acque. Il lavoro coinvolge competenze speleologiche, idrogeologiche e biospeleologiche. [web:43]

Fauna del Bue Marino: spugne, foraminiferi e invertebrati sotterranei

Tra le specie descritte nel Bue Marino figura Protosuberites mereui, una spugna presentata nel 2016 su Zootaxa. Il materiale proviene dall’ambiente estuarino-anchialino della grotta. La descrizione ha integrato caratteri morfologici e analisi genetiche, contribuendo alla conoscenza delle spugne negli ambienti di transizione. [web:46]

Il patrimonio biologico comprende anche organismi terrestri. Typhloreicheia monacha, un coleottero carabide descritto nel 2011, proviene dalla cavità. Nel 2021 è stato descritto lo pseudoscorpione Chthonius marciai, con località tipica nella Grotta del Bue Marino. Questi esempi mostrano la necessità di osservare sia le acque sia gli ambienti emersi. [web:46]

Un ruolo rilevante nelle ricerche ecologiche spetta ai foraminiferi bentonici. Sono organismi unicellulari che vivono sul fondo. I loro gusci possono conservarsi nei sedimenti, offrendo informazioni sulle comunità attuali e su quelle del passato. Nel Bue Marino sono stati utilizzati per riconoscere settori con diversa influenza marina e differenti condizioni ambientali. [web:46]

Le indagini hanno distinto una zona d’ingresso, una di confluenza e una di transizione verso l’interno. Le associazioni biologiche dipendono da apporti idrici, disponibilità di materiale organico e caratteristiche dei sedimenti. La distanza dall’imboccatura è quindi una parte del quadro, non l’unico criterio ecologico. [web:46]

Bue Marino e foca monaca: il valore del rifugio costiero

Il nome della grotta richiama la foca monaca, Monachus monachus, che utilizzava la cavità come rifugio. La sua storia aggiunge una dimensione diversa alla biodiversità del sito: le grotte costiere possono offrire riparo anche a grandi vertebrati marini. [web:16][web:46]

La documentazione del sito di visita ricorda una frequentazione stabile fino agli anni Settanta e successivi avvistamenti. Questa presenza storica va distinta da una colonia attualmente insediata nella cavità. Il legame con la foca monaca resta importante per comprendere la funzione dei rifugi costieri e il rapporto tra conservazione e disturbo umano. [web:16]

Nel Bue Marino convivono dunque scale biologiche molto diverse. Il rifugio di un mammifero marino, i rivestimenti di una spugna e le comunità microscopiche del sedimento appartengono allo stesso sistema geografico. Richiedono osservazioni e strumenti di tutela differenti. [web:16][web:46]

Grotta Zinzulusa: biodiversità sotterranea e stratificazione delle acque

La Grotta Zinzulusa, presso Castro in provincia di Lecce, rappresenta un caso di riferimento per la biospeleologia degli ambienti costieri pugliesi. La documentazione scientifica descrive due bacini interni particolarmente importanti, La Conca e il Cocito, con condizioni idriche e comunità differenti. [web:30]

La Conca presenta acque più salmastre e ospita organismi di origine marina insieme a forme legate alle acque dolci. Il Cocito comprende una lente superficiale di acqua dolce sovrapposta ad acqua salmastra. Questa stratificazione contribuisce a separare habitat anche all’interno dello stesso bacino. [web:30]

Le esplorazioni del 1996 hanno individuato oltre il Cocito una prosecuzione sommersa di circa 110 metri. Il nuovo percorso ha ampliato la conoscenza della geometria della cavità e ha permesso ulteriori osservazioni faunistiche. L’esplorazione speleosubacquea ha quindi avuto un effetto diretto sulla ricerca biologica. [web:6][web:30]

La sintesi storica di Giuseppe L. Pesce riporta circa 60 specie e sottospecie, comprendendo organismi terrestri e acquatici. Il numero descrive l’inventario della documentazione considerata, non un conteggio delle sole specie marine. La ricchezza del sito comprende fauna dell’acquifero e ambienti emersi. [web:30]

Crostacei della Zinzulusa: la componente stigobia dell’acquifero

Fra gli organismi della Zinzulusa figurano Typhlocaris salentina, Spelaeomysis bottazzii, Stygiomysis hydruntina, Salentinella gracillima e Monodella stygicola. Appartengono a gruppi differenti di crostacei e documentano la varietà della fauna acquatica sotterranea salentina. [web:30]

Gli stigobi sono organismi obbligatoriamente legati alle acque sotterranee. Gli stigofili possono utilizzare questi ambienti senza dipenderne in modo esclusivo. La distinzione separa specializzazione ecologica e semplice presenza in grotta. Nella Zinzulusa, la documentazione distingue specie tipiche delle acque ipogee e forme con maggiore tolleranza alle variazioni ambientali. [web:30]

Le comunità dei bacini interni comprendono anche copepodi, ostracodi e altri piccoli organismi. La loro distribuzione rende evidente il rapporto tra biodiversità e caratteristiche dell’acqua. Un cambiamento nella salinità o nella circolazione può modificare la disponibilità di habitat per specie differenti. [web:30]

Per questa ragione, la conservazione della Zinzulusa deve includere il sistema idrico sotterraneo. La tutela della sola parte visibile della grotta non rappresenta l’intera dimensione ecologica del sito. La ricerca pubblicata nel 2001 su Natura Croatica richiama espressamente l’importanza di mantenere condizioni adeguate nell’acquifero. [web:36]

Higginsia ciccaresei: la spugna sotterranea della Zinzulusa

Higginsia ciccaresei è stata descritta nel 1998 da Maurizio Pansini e Giuseppe L. Pesce, su materiale della Zinzulusa. La specie rappresenta uno dei risultati delle ricerche condotte nelle porzioni sommerse interne. La revisione del 2023 sulle spugne delle grotte pugliesi ne conferma la rilevanza nel quadro regionale. [web:31]

La presenza di una spugna specializzata in un ambiente sotterraneo costiero amplia il significato della biodiversità della grotta. Non riguarda soltanto crostacei privi di pigmentazione o altri animali associati nell’immaginario alla vita ipogea. Comprende organismi filtratori e strategie biologiche meno evidenti al visitatore. [web:6][web:31]

La stessa revisione del 2023 aggiunge per la Zinzulusa una segnalazione di Terpios gelatinosus, specie frequente negli ambienti ombrosi. È utile distinguere i due risultati: Higginsia ciccaresei fu descritta come specie nuova; Terpios gelatinosus costituisce un nuovo dato di presenza nella cavità. [web:31]

Spugne delle grotte marine italiane: filtrazione e complessità dell’habitat

Le spugne costituiscono una componente dominante delle comunità fissate alle pareti di molte grotte marine mediterranee. La revisione del 2023 richiama 329 specie documentate in almeno 185 cavità del Mediterraneo, circa il 48% della diversità mediterranea dei poriferi. Queste cifre riguardano l’intero bacino. [web:31]

Per la Puglia, lo stesso lavoro riunisce dati di 26 grotte e registra 145 specie di spugne. Ne risultano 117 nelle Tremiti, 33 nel settore adriatico presso Bari e 73 nel Salento. I valori delle tre aree non vanno sommati, perché diverse specie sono condivise. [web:31]

Le spugne partecipano alla filtrazione dell’acqua e modificano la complessità dell’habitat. Uno studio mediterraneo pubblicato su Scientia Marina le descrive come “alberghi viventi”: ospitano fauna associata e offrono strutture utilizzabili da altri organismi. La loro funzione va oltre la semplice occupazione della parete. [web:20]

Questo rapporto aiuta a interpretare la vulnerabilità funzionale. La perdita di una specie può comportare anche la riduzione delle strutture e delle condizioni che offre ad altri animali. L’importanza ecologica di un organismo non dipende quindi soltanto dalla sua abbondanza o dalla superficie che ricopre. [web:20][web:4]

Pesci delle grotte marine italiane: rifugi e biodiversità aggiuntiva

Una ricerca pubblicata nel 2015 su PLOS ONE ha esaminato 14 grotte nelle aree marine protette di Capo Caccia, Lampedusa, Porto Cesareo e Plemmirio. Lo studio ha censito 38 specie di pesci all’interno delle cavità. Diciotto sono state osservate soltanto in grotta durante quel confronto con i fondali rocciosi esterni. [web:62]

Questa esclusività riguarda il campionamento, non significa che tutte le 18 specie vivano esclusivamente nelle grotte lungo l’intero areale. Il risultato dimostra che includere le cavità nei censimenti aumenta la rappresentatività degli inventari costieri. [web:62]

Apogon imberbis è stato rilevato in tutte le 14 grotte. Thorogobius ephippiatus in 13. Tra le specie osservate figurano anche piccoli gobidi, come Didogobius splechtnai e Gammogobius steinitzi, e predatori che utilizzano i rifugi durante il giorno, come il grongo Conger conger. [web:62]

Pareti, soffitti, fondi e settori terminali ospitano associazioni differenti. Le grotte non sono quindi semplici ripari intercambiabili. La loro morfologia contribuisce alla distribuzione dei pesci e al valore biologico della costa. [web:62]

Biodiversità delle grotte marine tra Liguria, Sardegna, Puglia e Sicilia

La sintesi mediterranea del 2021 registra 2.369 taxa in 404 grotte di 15 Paesi, entro un bacino nel quale sono note oltre 3.000 cavità marine. Anche in questo caso, si tratta di un quadro mediterraneo e non di un inventario nazionale italiano. [web:63]

In Liguria, la Grotta Marina di Bergeggi comprende porzioni emerse e sommerse, con passaggi, camere e piccoli bacini salmastri. Il sito mostra come una cavità costiera possa riunire condizioni ecologiche differenti in uno spazio relativamente contenuto. [web:70]

In Sardegna, il Bue Marino documenta il rapporto con l’acquifero carsico, mentre le grotte di Capo Caccia contribuiscono alla conoscenza della fauna marina e dei pesci. In Puglia, Tremiti e Salento offrono serie di dati sulle spugne e sui sistemi anchialini. In Sicilia e nelle Pelagie, Plemmirio e Lampedusa completano il confronto sulle comunità ittiche. [web:46][web:31][web:62]

La presenza di organismi legati a fessure, ambienti ombrosi e acque profonde contribuisce alla peculiarità delle comunità. Le condizioni di oscurità e scarsità alimentare possono rendere accessibili, a modesta profondità, alcuni aspetti ecologici normalmente associati ad ambienti più profondi. Non tutte le specie presenti sono cavernicole obbligate. [web:63][web:31]

Gradienti delle grotte marine: luce, cibo, idrodinamismo e salinità

La luce diminuisce procedendo verso l’interno. Le alghe si concentrano soprattutto nei settori dove resta possibile la fotosintesi. Più oltre, le comunità dipendono in larga parte da materiale organico trasportato dall’esterno e da organismi capaci di utilizzarlo. [web:31]

Il ricambio idrico regola una parte di questi apporti. Forma dell’ingresso, aperture secondarie, profondità e geometria delle gallerie influenzano circolazione e penetrazione della luce. In molti settori interni, il confinamento e la minore disponibilità di cibo riducono copertura biologica e biomassa. [web:31][web:63]

Nei sistemi anchialini si aggiunge la salinità. L’incontro tra acque differenti può produrre stratificazione, mentre maree e piene possono spostare le condizioni ambientali. Le comunità del Bue Marino e della Zinzulusa vanno interpretate entro questa dinamica tridimensionale. [web:30][web:43][web:46]

La zonazione biologica è quindi il risultato di più fattori che agiscono insieme. Non basta distinguere ingresso, penombra e buio sulla base della distanza. Occorre collegare ciascun settore alla sua geometria e al funzionamento delle acque. [web:46][web:63]

Cambiamenti climatici, specie introdotte e microplastiche nelle grotte marine

Il nuovo studio atlantico colloca la fragilità delle grotte nel contesto dei cambiamenti climatici e delle pressioni antropiche. La ricchezza tassonomica può coesistere con una scarsa ridondanza funzionale. Una perturbazione può quindi interessare ruoli ecologici con pochi rappresentanti. [web:4]

La letteratura mediterranea documenta anche la presenza crescente di specie introdotte. Una revisione pubblicata nel 2022 su Mediterranean Marine Science segnala che il loro numero nelle grotte censite è più che raddoppiato rispetto al precedente quadro di otto anni prima. Il dato riguarda l’insieme delle segnalazioni mediterranee, non una misura uniforme per ogni grotta italiana. [web:59]

Nel Bue Marino, una ricerca pubblicata nel 2023 su Marine Pollution Bulletin ha trovato microplastiche in tutti i campioni di acqua e sedimento esaminati. I materiali comprendevano soprattutto frammenti e fibre di PVC e polietilene. Gli autori hanno indicato una provenienza presumibilmente più marina che legata agli apporti stagionali di acqua dolce. [web:72]

Le analisi hanno identificato polietilene anche nei gusci di foraminiferi agglutinanti. Durante la costruzione del guscio, questi organismi avevano incorporato particelle plastiche insieme ai granuli sedimentari. Il risultato dimostra l’ingresso delle microplastiche nella componente biologica dell’ambiente studiato, senza equivalere a una misura della tossicità sull’intera comunità. [web:72]

Conservazione delle grotte marine italiane: habitat 8330 e gestione del territorio

Le grotte marine sommerse e semisommerse rientrano nell’habitat 8330 della Direttiva Habitat 92/43/CEE. Sono habitat di interesse comunitario. La loro conservazione richiede di mantenere condizioni favorevoli per gli ambienti e le comunità che li caratterizzano. [web:31]

La protezione va collegata al funzionamento del sito. Per una grotta marina aperta contano le pressioni costiere e le attività nell’area dell’imboccatura. Per un sistema anchialino conta anche la qualità dell’acquifero e la conservazione dei suoi equilibri idrici. Nel Bue Marino e nella Zinzulusa, mare e territorio partecipano allo stesso sistema ecologico. [web:31][web:36][web:43]

La letteratura segnala inoltre il disturbo associato alle attività subacquee non regolate. Contatti con il substrato e risospensione dei sedimenti possono interessare organismi delicati e alterare le condizioni locali. Le modalità di frequentazione devono quindi essere commisurate alle caratteristiche delle cavità. [web:62]

Dalle ricerche emerge un’impostazione gestionale articolata:

  • considerare insieme cavità, imboccature e contesto costiero;
  • proteggere qualità e regime delle acque nei sistemi anchialini;
  • conservare settori diversi, comprese le zone semibuie;
  • integrare inventari delle specie e analisi dei ruoli ecologici;
  • organizzare monitoraggi ripetuti, con metodi comparabili nel tempo. [web:4][web:31][web:36][web:43]

Monitoraggio della biodiversità delle grotte marine: dalle fotografie alle funzioni

I fotoquadrati permettono di osservare copertura e distribuzione degli organismi fissati alle pareti. La ricerca del 2026 li combina con l’analisi dei tratti biologici. Gli strumenti statistici RLQ e Fourth Corner collegano dati ambientali, distribuzione dei taxa e caratteristiche degli organismi; GLM e GAMM aiutano a descrivere le relazioni ecologiche. [web:4]

Il monitoraggio italiano può affiancare a queste osservazioni misure di temperatura, salinità, conducibilità, livello idrico e caratteristiche dei sedimenti. Nel Bue Marino, le ricerche sulle acque e sui foraminiferi mostrano il valore di questa integrazione. Per i pesci, i censimenti visivi devono includere microhabitat differenti. [web:43][web:46][web:62]

La distinzione tra inventario e funzione resta centrale. Un elenco indica quali organismi sono stati osservati. L’analisi funzionale studia come partecipano ai processi ecologici. Una serie temporale permette infine di riconoscere cambiamenti, separando per quanto possibile oscillazioni naturali e pressioni esterne. [web:4][web:31]

La scala spaziale aggiunge un ulteriore livello. Più grotte possono conservare una diversità funzionale maggiore rispetto a un singolo settore. Questo non rende sostituibili i siti: ciascuno può ospitare combinazioni biologiche e condizioni ambientali specifiche. La conservazione deve tenere insieme valore locale e complementarità della rete costiera. [web:4][web:31]

Concetti chiave sulla biodiversità delle grotte marine: schede di ripasso

  • Che cosa distingue ricchezza tassonomica e ridondanza funzionale? La prima riguarda la varietà dei taxa; la seconda la presenza di più taxa con combinazioni equivalenti dei tratti analizzati. [web:4]
  • Che cosa caratterizza un ambiente anchialino? La connessione sotterranea con il mare, spesso associata ad apporti di acqua dolce e a gradienti di salinità. [web:30]
  • Perché Bue Marino e Zinzulusa sono rilevanti? Riuniscono ambienti marini, acquatici sotterranei ed emersi, con specie specializzate e relazioni idrogeologiche documentate. [web:46][web:30][web:31]
  • Perché un inventario da solo non misura la resilienza? Non descrive necessariamente quanti rappresentanti sostengano ciascuna combinazione funzionale né come rispondano alle perturbazioni. [web:4]

Fonti scientifiche e documentali

  1. Gonzalez-Marrero e collaboratori, 2026 — “The vulnerability paradox in Atlantic marine caves: A multiscale mechanistic explanation from wave exposure to cave gradients”, Marine Environmental Research, 217, 107915. Scheda PubMed e DOI:
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41713036/
    https://doi.org/10.1016/j.marenvres.2026.107915
  2. Longo, Giménez, Miscioscia e Corriero, 2023 — “Sponge Fauna of the Apulian Marine Caves (Southern Italy): Current State of Knowledge”, Diversity, 15, 641:
    https://www.mdpi.com/1424-2818/15/5/641
  3. Gerovasileiou e Bianchi, 2021 — “Mediterranean Marine Caves: A Synthesis of Current Knowledge”:
    https://www.taylorfrancis.com/chapters/oa-edit/10.1201/9781003138846-1/mediterranean-marine-caves-synthesis-current-knowledge-vasilis-gerovasileiou-carlo-nike-bianchi
  4. Bussotti, Di Franco, Francour e Guidetti, 2015 — “Fish Assemblages of Mediterranean Marine Caves”, PLOS ONE:
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4395268/
  5. Romano e collaboratori, 2023 — “First record of microplastic in the environmental matrices of a Mediterranean marine cave (Bue Marino, Sardinia, Italy)”, Marine Pollution Bulletin:
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36473244/
  6. “Sponges as ‘living hotels’ in Mediterranean marine caves”, 2016 — Scientia Marina:
    https://scientiamarina.revistas.csic.es/index.php/scientiamarina/article/view/1641
  7. Gerovasileiou, Bancila, Katsanevakis e Zenetos, 2022 — “Introduced species in Mediterranean marine caves: an increasing but neglected threat”, Mediterranean Marine Science:
    https://ejournals.epublishing.ekt.gr/index.php/hcmr-med-mar-sc/article/view/31284
  8. Giuseppe L. Pesce — documentazione biospeleologica della Grotta Zinzulusa; articolo del 2001 “The Zinzulusa cave: an endangered biodiversity ‘hot spot’ of South Italy”, Natura Croatica:
    https://www.luciopesce.net/gw/caves/zinzul1.html
    https://hrcak.srce.hr/file/45291
  9. Scintilena, 4 maggio 2023 — “Monitoraggio del Bue Marino: Studio delle influenze delle maree sulla biodiversità del maggiore sistema carsico sommerso del Mediterraneo”:
    https://www.scintilena.com/monitoraggio-del-bue-marino-studio-delle-influenze-delle-maree-sulla-biodiversita-del-maggiore-sistema-carsico-sommerso-del-mediterraneo/05/04/
  10. Scintilena, 12 ottobre 2026 — “Grotta del Bue Marino, nei sedimenti sommersi la storia di un ambiente di 6.000 anni fa”:
    https://www.scintilena.com/grotta-del-bue-marino-nei-sedimenti-sommersi-la-storia-di-un-ambiente-di-6-000-anni-fa/10/12/
  11. Grotta del Bue Marino — documentazione sulla presenza storica della foca monaca:
    https://www.grottabuemarino.com/il-bue-marino/
  12. Pro Loco Bergeggi — descrizione della Grotta Marina di Bergeggi:
    https://www.prolocobergeggi.it/liguria/the-bergeggi-marine-cave/
  13. FAI — scheda della Grotta Zinzulusa:
    https://fondoambiente.it/luoghi/grotta-zinzulusa
  14. “Taxonomic and functional surrogates of sessile benthic diversity in Mediterranean marine caves”, 2017 — studio sul monitoraggio ecologico non distruttivo:
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5587111/

L'articolo Biodiversità delle grotte marine: molte specie, poche alternative quando l’ecosistema cambia proviene da Scintilena.

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Biospeleologia, 445 specie in 16 grotte brasiliane: la biodiversità si decide nei microhabitat

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Risorse alimentari, temperatura e rifugi: uno studio sulla Serra da Bodoquena mostra come la biospeleologia possa orientare la conservazione delle grotte

Biospeleologia nella Serra da Bodoquena: i risultati della ricerca

La biodiversità delle grotte dipende anche da differenze ambientali che si manifestano su pochi metri, fino alla scala del singolo metro quadrato. Una ricerca condotta in 16 grotte calcaree della Serra da Bodoquena, nel Mato Grosso do Sul, in Brasile, ha registrato 445 specie di invertebrati terrestri, appartenenti a 27 ordini. Venti specie presentavano caratteristiche associate alla vita cavernicola. Lo studio collega la distribuzione delle comunità alla varietà delle risorse alimentari, alla distanza dall’ingresso, alla temperatura e alla disponibilità di rifugi. [web:32]

Il lavoro si intitola “Multi-Scale Microhabitat Drivers of Invertebrate Community Structure in Caves of Central-Western Brazil”. È pubblicato su Ecological Research, volume 41, numero 2, articolo e70045, del 2026. Gli autori sono Rayanne Lays Sant’Ana Merlo, Leandro Mata da Rocha Melo, Lívia Medeiros Cordeiro, Marconi Souza Silva e Rodrigo Lopes Ferreira. [web:32]

La ricerca affronta un tema centrale della biospeleologia: comprendere perché organismi diversi occupino settori differenti della stessa cavità. Il sottosuolo presenta condizioni relativamente stabili, ma non uniformi. Anche variazioni contenute possono selezionare le specie capaci di vivere in un determinato ambiente. [web:32]

Microhabitat delle grotte: due scale per studiare gli invertebrati

Il campionamento è stato organizzato su due livelli spaziali. I ricercatori hanno esaminato 39 aree di 3 × 10 metri, riferite alla mesoscala. Hanno inoltre studiato 117 quadrati di 1 × 1 metro, riferiti alla microscala. Alle raccolte sistematiche si sono aggiunte ricerche generali mirate alla fauna troglobia. [web:32]

Questo disegno consente di leggere la grotta sia attraverso settori relativamente ampi, sia attraverso piccole porzioni del substrato. Cambiando la scala di osservazione, cambiano anche i fattori che spiegano meglio la composizione delle comunità. È uno dei risultati più rilevanti dello studio. [web:32]

Il censimento riguarda l’insieme delle 16 cavità. Le 445 specie rappresentano il totale registrato dalla ricerca, non la ricchezza di ciascuna grotta. Il dato descrive una fauna distribuita attraverso numerosi ambienti e condizioni locali. [web:32]

Biodiversità delle grotte e risorse alimentari: conta la varietà

La ricchezza di specie è risultata associata alla diversità delle risorse trofiche, cioè delle fonti di nutrimento. Una maggiore eterogeneità alimentare favoriva comunità più ricche. La ricchezza diminuiva invece con l’aumento della distanza dall’ingresso. [web:32]

Il risultato si inserisce nel funzionamento generale degli ecosistemi cavernicoli. Nelle zone prive di luce, la fotosintesi non sostiene le reti alimentari come avviene in superficie. Molte comunità dipendono quindi da materia organica proveniente dall’esterno, trasportata dall’acqua o dagli animali. [web:11][web:16]

Foglie, frammenti vegetali e altri apporti organici possono alimentare catene ecologiche differenti. Il guano dei pipistrelli costituisce un ulteriore collegamento tra superficie e sottosuolo. La biospeleologia studia questi flussi per comprendere come si mantenga la vita nelle cavità. [web:2][web:16]

Temperatura delle grotte e rifugi: filtri ecologici su pochi metri

Alla mesoscala, la composizione delle comunità era associata soprattutto a piccole variazioni di temperatura. In un ambiente termicamente stabile, differenze contenute possono funzionare da filtri ecologici. Favoriscono alcune specie e rendono meno adatto lo stesso settore ad altre. [web:32]

Alla microscala emergeva invece il ruolo della disponibilità di rifugi. La struttura fisica del substrato offre spazi protetti e microclimi differenti. La distribuzione degli invertebrati risponde quindi anche all’organizzazione materiale dell’habitat. [web:32]

Una grotta non può essere descritta soltanto attraverso la sua temperatura media. La ricerca mostra il valore di misure locali e osservazioni ravvicinate. Per la biospeleologia, il dettaglio spaziale diventa parte della spiegazione ecologica. [web:32]

Diversità tassonomica delle grotte e conservazione della fauna

Lo studio ha rilevato una correlazione positiva tra ricchezza di specie e distintività tassonomica. Quest’ultima considera quanto siano differenziati i gruppi presenti nella classificazione biologica. Le comunità più ricche sostenevano anche una maggiore varietà tassonomica, interpretata dagli autori in termini di diversità evolutiva. [web:32]

I risultati forniscono una base scientifica per orientare la conservazione. La tutela deve considerare non soltanto le specie, ma anche le condizioni che ne permettono la presenza. Risorse alimentari, rifugi e microclima sono componenti dell’habitat da integrare nella gestione delle cavità. [web:32]

Il quadro si collega anche alla protezione degli ambienti esterni. Una ricerca pubblicata nel 2026 su PeerJ, dedicata a sei grotte ferruginose dell’Amazzonia, ha documentato legami tra fauna cavernicola e lettiera forestale circostante. Gli autori indicano la conservazione delle foreste prossime alle cavità come parte della tutela delle comunità sotterranee. [web:11]

Relazione: l’importanza della biospeleologia e della ricerca scientifica nelle grotte

Biospeleologia e ambiente sotterraneo: oltre le gallerie accessibili

La biospeleologia studia gli organismi degli ambienti sotterranei e le loro relazioni con le condizioni fisiche, le risorse e gli altri esseri viventi. Il suo campo comprende grotte, acque sotterranee e spazi molto più piccoli. Fratture, pori e interstizi partecipano infatti alla continuità dell’habitat ipogeo. [web:21][web:24]

Questa prospettiva cambia il significato biologico di una grotta. La cavità percorribile dagli speleologi è una porzione osservabile di una rete più estesa. Il confine riportato su una topografia non coincide necessariamente con quello attraversato dagli organismi. Le connessioni possono proseguire attraverso fessure o circuiti idrici non accessibili alle persone. [web:21]

Scintilena ha approfondito questo tema attraverso il contributo di Pier Mauro Giachino, Elena Piano e Fabrizio Serena negli Atti del Congresso nazionale di speleologia di Ormea del 2022. Il passaggio dalla singola grotta all’ambiente sotterraneo esteso collega ricerca biologica, esplorazione e pianificazione della tutela. [web:21]

Ne deriva un criterio operativo importante. La conservazione non può fermarsi all’ingresso o alle gallerie conosciute. Deve considerare anche le aree di alimentazione, il suolo sovrastante e le connessioni dell’acquifero. La scala della protezione deve seguire il funzionamento del sistema naturale. [web:21]

Fauna cavernicola e adattamenti: il valore evolutivo della biospeleologia

Gli organismi sotterranei offrono modelli per studiare l’evoluzione in condizioni di oscurità, disponibilità energetica limitata e relativa stabilità ambientale. In diversi gruppi compaiono riduzione degli occhi e della pigmentazione, appendici allungate e modificazioni dei sistemi sensoriali. Questi caratteri sono spesso indicati come troglomorfismi. [web:16]

Non tutte le specie rinvenute in grotta hanno lo stesso rapporto con il sottosuolo. Gli organismi troglobi, o troglobionti, sono legati agli ambienti sotterranei. Gli stigobi rappresentano la componente acquatica specializzata. Le specie troglofile possono invece mantenere popolazioni sia negli ambienti ipogei sia in quelli di superficie. [web:11][web:16]

Queste categorie aiutano a interpretare le comunità. La presenza di un animale in una cavità acquista significato attraverso il suo ciclo biologico e la sua distribuzione. Anche le connessioni con l’esterno possono essere molto differenti tra specie. [web:16]

La ricerca sugli adattamenti comprende inoltre fisiologia e storia delle popolazioni. Molti organismi specializzati presentano crescita lenta, maturazione ritardata o capacità di resistere a periodi di scarsità alimentare. Il confronto con specie affini di superficie permette di studiare come questi caratteri si siano sviluppati. [web:16]

L’isolamento tra popolazioni sotterranee può favorire una marcata differenziazione genetica. Per numerose specie, la capacità di dispersione è ridotta. Comprendere questi processi serve sia alla biologia evolutiva sia alla conservazione di popolazioni con distribuzioni limitate. [web:16]

Reti alimentari delle grotte: risorse, decompositori e pipistrelli

Le reti alimentari sotterranee collegano microbi, invertebrati e vertebrati. Negli ambienti bui, gli apporti esterni assumono un ruolo fondamentale. La materia organica può arrivare attraverso infiltrazioni, corsi d’acqua, ingressi e movimento degli animali. In alcuni sistemi interviene anche la produzione microbica basata su reazioni chimiche. [web:16]

La distribuzione del nutrimento non è necessariamente uniforme. Un deposito organico può creare condizioni diverse rispetto a un tratto povero di risorse. Lo studio della Serra da Bodoquena dimostra che la varietà delle risorse alimentari è associata alla ricchezza degli invertebrati. [web:32]

I pipistrelli partecipano a questi scambi quando utilizzano le grotte come rifugio e si alimentano all’esterno. Il guano trasferisce nutrienti all’ambiente ipogeo e sostiene processi biologici locali. Una sintesi del 2026 sui servizi ecosistemici sotterranei richiama anche il loro ruolo nella trasformazione degli ambienti cavernicoli. [web:2]

La protezione dei chirotteri riguarda quindi sia le colonie sia le relazioni ecologiche che contribuiscono a mantenere. Nei siti di svernamento, il disturbo può provocare risvegli e consumo delle riserve energetiche. Tutela Pipistrelli richiama per questo la necessità di ridurre la frequentazione e gli stimoli vicino agli animali in torpore. [web:43]

Microhabitat e ricerca nelle grotte: perché cambiare scala di osservazione

Il contributo dello studio brasiliano riguarda anche il metodo. Un settore di trenta metri quadrati e un quadrato di un metro quadrato non descrivono lo stesso livello di organizzazione. Il primo intercetta differenze tra porzioni della grotta. Il secondo evidenzia condizioni locali del substrato. [web:32]

Analizzare più scale consente di riconoscere fattori che una misura complessiva potrebbe attenuare. Nella Serra da Bodoquena, la temperatura emergeva soprattutto alla mesoscala. I rifugi assumevano il ruolo principale alla microscala. I due risultati descrivono livelli complementari della struttura delle comunità. [web:32]

Questo approccio aiuta a evitare una lettura omogenea dell’ambiente sotterraneo. Una stessa cavità può contenere combinazioni differenti di risorse e condizioni fisiche. La biodiversità va quindi studiata attraverso unità spaziali coerenti con le dimensioni e le esigenze degli organismi. [web:32]

Anche il confronto tra grotte richiede attenzione al contesto. Nelle cavità ferruginose amazzoniche studiate su PeerJ, la lettiera e la copertura vegetale contribuivano a spiegare i legami con la fauna esterna. Nei sistemi calcarei della Bodoquena, lo studio mette a fuoco i fattori interni dei microhabitat. Le due ricerche illuminano componenti diverse della stessa rete ecologica. [web:11][web:32]

Acque sotterranee e servizi ecosistemici: il valore della biodiversità ipogea

La ricerca scientifica nelle grotte riguarda anche funzioni rilevanti per la società. Gli ambienti sotterranei partecipano ai cicli biogeochimici, sostengono habitat di superficie e custodiscono risorse idriche. La componente biologica contribuisce ad alcuni processi che influenzano la qualità delle acque, insieme alla geochimica e alle condizioni fisiche. [web:2]

Una revisione pubblicata nel 2026 su Biological Reviews, coordinata da Stefano Mammola e numerosi specialisti, ha ricondotto gli ecosistemi sotterranei a 68 dei 90 servizi della classificazione internazionale CICES. Il risultato corrisponde a circa il 75% delle categorie considerate. [web:2]

La percentuale riguarda il numero di tipologie di servizi alle quali il sottosuolo contribuisce. Non rappresenta la quota di tutti i benefici ambientali del pianeta prodotta dalle grotte. La revisione comprende ambienti terrestri, acque dolci sotterranee e sistemi sotterranei salmastri o marini. [web:2]

Tra i benefici figurano approvvigionamento idrico, regolazione ambientale, ricerca, educazione e valori culturali. Molti contributi sono documentati qualitativamente. La loro quantificazione resta un campo di lavoro importante per collegare conoscenza scientifica e decisioni pubbliche. [web:2]

La tutela della fauna non si riduce comunque a una valutazione economica. Gli organismi sotterranei possiedono anche un valore intrinseco. La ricerca permette di riconoscerlo, descrivendo diversità, funzioni e relazioni che resterebbero altrimenti poco visibili. [web:2]

Grotte e cambiamenti climatici: stabilità non significa immobilità

La relativa stabilità delle grotte le rende laboratori naturali per studiare le risposte degli organismi ai cambiamenti ambientali. La roccia attenua molte oscillazioni esterne. Il sottosuolo resta però collegato alla superficie attraverso scambi di calore, aria, acqua e materia organica. [web:16]

Il riscaldamento esterno può propagarsi nelle cavità con tempi differenti. La profondità, la circolazione dell’aria e il movimento dell’acqua influenzano la risposta. Gli ambienti sotterranei superficiali possono mostrare variazioni più rapide rispetto ai settori profondi. [web:16]

Per la fauna, gli effetti dipendono dalla specie. Alcuni organismi tollerano intervalli termici ristretti. Altri presentano capacità di risposta più ampie. Anche l’umidità e la disponibilità delle risorse possono modificare l’idoneità dell’habitat. La valutazione richiede quindi dati biologici e ambientali integrati. [web:16]

Il risultato della Bodoquena conferma il rilievo ecologico delle piccole differenze termiche. Da questo punto di vista, il monitoraggio del microclima non è un’attività separata dalla biospeleologia. È uno strumento per interpretare la distribuzione della fauna e seguirne i cambiamenti. [web:32][web:16]

Metodi della biospeleologia: campionamento, sensori e DNA ambientale

La ricerca nelle grotte combina osservazione diretta, campionamenti mirati, identificazione tassonomica e misurazione delle condizioni ambientali. Transetti e aree di campionamento definite rendono più confrontabili le osservazioni. Sensori e registrazioni ripetute consentono di affiancare ai dati biologici serie di temperatura e umidità. [web:21][web:24]

L’identificazione delle specie rimane essenziale. Nel lavoro sulle grotte ferruginose amazzoniche, gli autori hanno coinvolto specialisti di diversi gruppi e depositato esemplari in collezioni scientifiche. Queste raccolte mantengono un riferimento verificabile per successive revisioni e confronti. [web:11]

Il DNA ambientale amplia le possibilità di indagine. La tecnica ricerca tracce genetiche lasciate dagli organismi nell’acqua o nei sedimenti. Il metabarcoding permette di analizzare insieme segnali appartenenti a più gruppi. Questi strumenti integrano il lavoro tradizionale e aiutano a studiare comunità difficili da osservare. [web:21]

La continuità temporale è altrettanto importante. Un censimento descrive una situazione. Un monitoraggio ripetuto permette di confrontare periodi diversi e valutare variazioni. Per gli ecosistemi cavernicoli, le serie di lungo termine sono particolarmente utili nello studio dei cambiamenti climatici. [web:16]

Conservazione delle grotte: collegare pressioni e processi ecologici

Le pressioni sulle grotte possono agire dall’interno o provenire dalla superficie. Infrastrutture turistiche e illuminazione possono modificare condizioni locali. Inquinamento, trasformazione del territorio e alterazioni del drenaggio possono raggiungere il sottosuolo attraverso la rete idrica e le fratture. [web:21][web:2]

La biospeleologia aiuta a collegare queste pressioni alle esigenze degli organismi. Se i rifugi spiegano una parte della composizione faunistica, le modifiche del substrato diventano rilevanti nella gestione. Se le risorse esterne sostengono le comunità, la tutela deve includere i processi che ne regolano l’arrivo. [web:32][web:11]

Le misure possono comprendere percorsi regolamentati, controllo degli accessi e monitoraggio stagionale. Nei siti con chirotteri occorre considerare svernamento e riproduzione. Gli interventi vanno adattati alle caratteristiche della cavità e delle popolazioni presenti. [web:21][web:43]

Il fine non consiste soltanto nel conservare un numero di specie. Comprende la continuità degli habitat e delle interazioni ecologiche. Lo studio brasiliano offre elementi concreti per riconoscere le componenti locali che sostengono questa continuità. [web:32]

Speleologi e ricerca scientifica: dati condivisi per la biodiversità delle grotte

Gli speleologi contribuiscono alla ricerca attraverso accesso agli ambienti, rilievi e conoscenza del territorio. Biologi, tassonomi ed ecologi trasformano osservazioni e campioni in informazioni sulle specie e sulle comunità. La collaborazione rende possibile lo studio di habitat complessi da raggiungere. [web:21]

La qualità dei dati dipende dalla documentazione. Località, data, metodo, posizione nella cavità e condizioni ambientali consentono di riutilizzare un’osservazione. Protocolli condivisi permettono di integrare il contributo dei gruppi speleologici con programmi scientifici più ampi. [web:21]

Un esempio italiano è il dataset sulla fauna sotterranea pugliese richiamato da Scintilena. Riunisce 109 specie, 224 siti e 622 record di presenza, con informazioni dal 1931 al 2024. L’organizzazione secondo Darwin Core facilita la condivisione e il riutilizzo dei dati. [web:21]

Archivi di questo tipo permettono di collegare raccolte storiche e indagini recenti. La ricerca sulla Serra da Bodoquena aggiunge un’altra prospettiva: alla conoscenza della distribuzione delle specie affianca quella delle condizioni che ne organizzano le comunità. È su questo collegamento tra inventario, ecologia e monitoraggio che può svilupparsi una tutela scientificamente fondata delle grotte. [web:21][web:32]

Fonti dell’articolo e della relazione

  1. Merlo R. L. S., Melo L. M. R., Cordeiro L. M., Silva M. S., Ferreira R. L. — “Multi-Scale Microhabitat Drivers of Invertebrate Community Structure in Caves of Central-Western Brazil”, Ecological Research, 41(2), e70045, 2026. DOI: 10.1111/1440-1703.70045. [web:32]
    https://esj-journals.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/1440-1703.70045
  2. Oliveira M. P. A., Ferreira R. L. — “Beneath the canopy, beneath the ground: how surface microhabitats shape cave communities”, PeerJ, 14:e20593, 2026. [web:11]
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12794640/
  3. Mammola S. e altri — “Subterranean environments contribute to three-quarters of classified ecosystem services”, Biological Reviews, 101(3), 1582–1605, 2026. [web:2]
    https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/brv.70137
  4. Mammola S., Piano E., Cardoso P., Vernon P., Domínguez-Villar D., Isaia M. — “Climate change going deep: the effects of global climatic alterations on cave ecosystems”, manoscritto disponibile nell’archivio istituzionale dell’Università di Torino. DOI: 10.1177/2053019619851594. [web:16]
    https://iris.unito.it/retrieve/e27ce42e-33c5-2581-e053-d805fe0acbaa/REVIEW_GLOBAL_WARMING_CAVES.pdf
  5. Scintilena — “Biospeleologia e biodiversità sotterranea: dalle grotte al reticolo invisibile delle fratture”, 19 agosto 2026. [web:21]
    https://www.scintilena.com/biospeleologia-e-biodiversita-sotterranea-dalle-grotte-al-reticolo-invisibile-delle-fratture/08/19/
  6. Scintilena — “Biospeleologia in Andalusia: quattro nuove specie di Tychobythinus nelle grotte del sud della Spagna”, 13 settembre 2026. [web:24]
    https://www.scintilena.com/biospeleologia-in-andalusia-quattro-nuove-specie-di-tychobythinus-nelle-grotte-del-sud-della-spagna/09/13/
  7. Tutela Pipistrelli — “Il periodo invernale”. [web:43]
    https://www.tutelapipistrelli.it/il-periodo-invernale/

Strategie di sopravvivenza

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Le grotte carsiche diventano un pozzo di metano: identificati i batteri che lo consumano

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Lo studio sulle grotte carsiche e il metano documenta un nuovo ruolo del sottosuolo nel ciclo climatico

Una ricerca pubblicata su Science Advances mostra che i sedimenti delle grotte carsiche possono sottrarre metano all’aria grazie all’attività di batteri specializzati. Lo studio, firmato da Xiaoyan Liu e collaboratori, riguarda la Chang Cave nello Hubei, in Cina, e attribuisce il processo a microrganismi capaci di usare il metano atmosferico come fonte di energia e di carbonio.

Il risultato interessa direttamente la speleologia. Il metano è noto agli esploratori soprattutto come gas da rilevare in contesti particolari, mentre qui emerge una funzione diversa: in una normale cavità carsica povera di nutrienti, una comunità microbica non si limita a convivere con il gas, ma lo consuma attivamente. I ricercatori descrivono quindi le grotte carsiche come un serbatoio naturale di assorbimento del metano finora poco considerato nei bilanci climatici.

Metano nelle grotte carsiche, i dati della Chang Cave

I campioni sono stati prelevati in una grotta con temperatura stabile tra 15 e 18 gradi e umidità prossima alla saturazione. In laboratorio, i sedimenti hanno mostrato una crescente capacità di ossidare il metano quando la sua disponibilità passava da 2 a 500 parti per milione: l’attività è salita da 2,9 a 90,7 nanogrammi per grammo di sedimento all’ora.

Le prove con isotopi del carbonio hanno confermato il percorso del gas. Il carbonio del metano è stato ritrovato nella biomassa microbica e nell’anidride carbonica prodotta durante l’ossidazione. Più della metà del carbonio fornito, con valori compresi fra il 52,6 e il 73,2 per cento, è stata incorporata dalla biomassa. Il metano, quindi, alimenta sia il metabolismo sia la costruzione delle cellule.

L’indagine ha combinato esperimenti in microcosmi, analisi isotopiche, microscopia ionica su scala nanometrica, metagenomica e metatrascrittomica. È un approccio che unisce la misura del consumo del gas all’identificazione degli organismi e dei geni effettivamente attivi.

Batteri metanotrofi delle grotte: tre generi nella famiglia Methyloligotrophaceae

I principali responsabili appartengono al gruppo in precedenza indicato come USC?, una linea di batteri metanotrofi atmosferici. L’analisi genomica li colloca nella famiglia provvisoriamente denominata Candidatus Methyloligotrophaceae. Lo studio distingue tre generi: Candidatus Methyloligotropha, Candidatus Methylotierraosa e Candidatus Methylocavernigena; gli ultimi due vengono proposti per la prima volta nella ricerca.

Questi batteri dominavano la comunità dei microrganismi che ossidano metano nei sedimenti esaminati. La loro caratteristica decisiva è l’affinità per concentrazioni molto basse del gas. Il parametro che descrive questa capacità, chiamato costante di semisaturazione, è risultato pari a 138,8 parti per milione. In termini semplici, il sistema microbico resta efficiente anche dove il metano è scarso, condizione tipica degli ambienti sotterranei ventilati dall’aria esterna.

La ricerca rileva anche una flessibilità metabolica utile in un ambiente oligotrofico, cioè povero di risorse. Oltre al metano, questi microrganismi possiedono geni che suggeriscono l’impiego di idrogeno in tracce come fonte energetica complementare. L’ipotesi richiede ancora verifiche sperimentali in coltura, ma aiuta a spiegare la persistenza di queste comunità nel sottosuolo.

Il pozzo di metano nel carsismo della Cina sud-occidentale

Confrontando le velocità di ossidazione in cavità e suoli, gli autori stimano in modo prudente che il carsismo sotterraneo della Cina sud-occidentale possa sequestrare circa 0,56 teragrammi di metano l’anno. È una stima territoriale, non un valore da trasferire automaticamente a tutte le regioni carsiche del pianeta. Gli stessi ricercatori sottolineano che servono misure aggiuntive su distribuzione dei batteri, geometria delle cavità e superfici effettivamente colonizzate.

Il dato modifica comunque il quadro di partenza. I suoli sono già riconosciuti come importanti consumatori biologici di metano; le cavità carsiche, grazie a microclimi relativamente stabili, sedimenti e rocce alterate, possono rappresentare una componente ulteriore. Le sequenze genetiche affini ai microrganismi individuati sono state trovate in tutti i continenti, anche in suoli forestali, praterie, aree agricole e ambienti polari. Il passaggio dalla presenza genetica a una stima globale del flusso richiederà campagne coordinate di monitoraggio.

La curiosità per gli speleologi: metano basso, ma consumato in modo misurabile

La curiosità più concreta per gli speleologi riguarda il livello a cui si manifesta il fenomeno. Non si tratta di una cavità con una vistosa emissione di metano, come può avvenire presso fluidi profondi, sorgenti sulfuree, strutture vulcaniche o depositi organici in condizioni particolari. I batteri studiati sono invece adattati a consumare metano a concentrazioni molto basse, comprese quelle vicine all’aria ambiente.

Nella pratica speleologica, il metano rientra tra i parametri da controllare dove la geologia e la ventilazione fanno ipotizzare accumuli di gas. In questa ricerca diventa anche un indicatore di processi invisibili: la sua diminuzione rispetto all’esterno può segnalare l’azione di una comunità microbica sotterranea. La grotta non è soltanto un volume d’aria e roccia, ma un sistema in cui atmosfera, sedimento, acqua e microbi si scambiano materia in modo continuo.

Gas nelle grotte naturali: una relazione per l’esplorazione e il monitoraggio

Atmosfera di grotta e ventilazione: perché le concentrazioni cambiano

L’aria delle grotte naturali non è uniforme. Dipende dalla morfologia della cavità, dal numero e dalla quota degli ingressi, dalle fratture, dalla temperatura esterna, dal vento, dall’acqua e dalle sorgenti geologiche o biologiche di gas. Nelle cavità temperate il ricambio è spesso guidato dalla differenza di densità tra aria esterna e aria sotterranea, il cosiddetto effetto camino. I cicli giornalieri e stagionali possono cambiare rapidamente la composizione dell’aria in un ramo, in una saletta o in un fondo cieco.

Le misure devono perciò essere spaziali e ripetute nel tempo. Una lettura all’ingresso non definisce l’atmosfera di un ambiente distante. Anche l’idea di una stratificazione immutabile è insufficiente: anidride carbonica e altri gas possono concentrarsi in zone basse o poco ventilate, ma flussi, temperatura, turbolenza e geometria modificano i profili. Il campionamento remoto con pompa e sonda evita di esporre l’operatore durante la prima verifica.

Anidride carbonica nelle grotte: il gas più frequente nelle cavità carsiche

L’anidride carbonica è il gas che più spesso merita attenzione nelle grotte carsiche. Può arrivare dal suolo sovrastante, dove respirazione delle radici e decomposizione della sostanza organica la arricchiscono; può essere prodotta da processi biologici in cavità, da guano e materiale organico, oppure provenire da sorgenti geologiche profonde e aree vulcaniche. La ventilazione ne controlla diluizione e accumulo.

Non ha odore né colore. L’esposizione elevata provoca aumento della ventilazione respiratoria, mal di testa, capogiri, affanno e, a livelli estremi, perdita di coscienza e asfissia. L’anidride carbonica è inoltre più densa dell’aria, dettaglio utile per capire alcuni accumuli locali ma non sufficiente per dichiarare sicura una zona più alta. La sua concentrazione influenza anche la chimica carsica: regola l’equilibrio fra acqua e carbonati, con effetti su dissoluzione e deposizione delle concrezioni.

Ossigeno in grotta: il parametro che definisce la respirabilità

L’ossigeno non è un inquinante, ma è il primo parametro di sicurezza. Può diminuire perché viene consumato da respirazione e ossidazioni, oppure perché altri gas lo diluiscono e lo sostituiscono. Una percentuale inferiore al 19,5 per cento viene convenzionalmente trattata come atmosfera carente di ossigeno negli standard per spazi confinati. Con valori inferiori peggiorano capacità di giudizio e prestazione fisica; con ulteriore riduzione il rischio di collasso è rapido.

Per questo un misuratore di esplosività non sostituisce un rilevatore di ossigeno. I sensori per gas combustibili possono fornire letture non affidabili quando l’ossigeno è basso. L’ordine di controllo resta essenziale: ossigeno, infiammabilità, gas tossici. La misura deve avvenire prima dell’ingresso e proseguire durante la permanenza, se il contesto è sospetto o variabile.

Metano nelle grotte naturali: da pericolo potenziale a risorsa per i microbi

Il metano può provenire da risalite di fluidi profondi, fenomeni vulcanici e idrotermali, degradazione anaerobica di materia organica, sedimenti saturi d’acqua o attività umane nelle vicinanze. È incolore e inodore. In alte concentrazioni può ridurre la disponibilità di ossigeno; soprattutto è infiammabile e una miscela con l’aria diventa esplosiva fra il 5 e il 15 per cento in volume.

La concentrazione osservata nella ricerca cinese è di ordine completamente diverso da quello di un rischio esplosivo. La scoperta riguarda infatti il consumo di tracce di metano, non l’accumulo di grandi quantità. Questa distinzione è decisiva: una cavità può essere un assorbitore biologico di metano atmosferico e, in un altro settore o in un altro tipo di sistema geologico, presentare una sorgente di gas che richiede protocolli di sicurezza specifici.

Un esempio di ambiente con chimica opposta è la Grotta Movile, in Romania, dove acque sulfuree alimentano una rete biologica basata sulla chemiosintesi. Nei suoi settori più isolati l’ossigeno è molto basso, mentre metano, anidride carbonica e idrogeno solforato hanno ruoli rilevanti. Anche in Italia, la Grotta del Cane ai Campi Flegrei mostra quanto siano importanti la misura strumentale e le procedure per atmosfere con ossigeno ridotto e anidride carbonica elevata.

Idrogeno solforato nelle grotte sulfuree: tossicità, corrosione e chemosintesi

L’idrogeno solforato è associato a sorgenti termali e sulfuree, risalite profonde, processi anaerobici e cavità generate o modificate dall’acido solforico. È spesso riconoscibile per l’odore di uova marce, ma l’olfatto non è uno strumento di sicurezza: l’adattamento olfattivo può avvenire rapidamente. Il gas è tossico, può irritare occhi e vie respiratorie, agire sul sistema nervoso e formare miscele infiammabili.

Questo gas ha anche un peso speleogenetico. Quando fluidi ricchi di idrogeno solforato incontrano ossigeno e acqua, le trasformazioni chimiche e microbiche producono acidità capace di aggredire i carbonati. In tali cavità prosperano batteri che ottengono energia dall’ossidazione dei composti ridotti dello zolfo; biofilm e formazioni gelatinose molto acide possono esserne l’espressione visibile.

Radon nelle grotte: rischio radiologico legato al tempo di esposizione

Il radon è un gas radioattivo naturale, senza colore, odore o sapore, prodotto nella catena di decadimento di elementi presenti nelle rocce e nei suoli. Le grotte, come miniere e altri spazi poco ventilati, possono favorirne l’accumulo. Il rischio non è l’effetto acuto durante una breve esposizione, ma la dose cumulativa associata all’inalazione dei prodotti di decadimento, che possono danneggiare il tessuto polmonare.

Il monitoraggio del radon serve soprattutto a chi frequenta una cavità con continuità: guide, ricercatori, operatori di grotte turistiche e speleologi impegnati in campionamenti ripetuti. Dosimetri e misure integrate nel tempo permettono di stimare l’esposizione reale. La gestione richiede registri di presenza, valutazione stagionale e adattamento dei tempi di permanenza alle caratteristiche del sito.

Monossido di carbonio, ammoniaca e altri gas nelle cavità

Il monossido di carbonio è un gas incolore e inodore, prodotto da combustione incompleta. In una grotta naturale non è in genere un costituente di fondo, ma può comparire per motori a combustione, generatori, incendi, fumi o fonti esterne trasportate dalla ventilazione. È tossico perché interferisce con il trasporto di ossigeno nel sangue. La prevenzione più efficace è evitare fonti di combustione nelle cavità e verificarne ogni eventuale immissione.

L’ammoniaca può essere collegata alla degradazione di guano e materiale organico, soprattutto in cavità con grandi colonie di chirotteri o uccelli. È irritante e richiede sensori adeguati quando le condizioni del sito lo rendono plausibile. Composti dello zolfo diversi dall’idrogeno solforato, come anidride solforosa, possono essere presenti in contesti vulcanici e fumarolici. Vapori acidi, temperature elevate e carenza di ossigeno rendono questi ambienti non assimilabili alla normale progressione speleologica.

Rilevazione dei gas in grotta: strumenti, calibrazione e decisioni operative

La sicurezza atmosferica non si affida alla fiamma, all’odore o alla sensazione respiratoria. Occorre un rilevatore multigas scelto in base al rischio atteso e dotato almeno di canali per ossigeno, infiammabilità e, dove necessario, anidride carbonica, idrogeno solforato e monossido di carbonio. Il radon richiede strumentazione dedicata. Per idrogeno solforato, ammoniaca, anidride solforosa e altri composti, il sensore deve essere appropriato allo specifico gas.

Lo strumento va controllato prima di ogni uscita, sottoposto a verifica funzionale e calibrato con gas campione secondo il manuale del costruttore. Umidità molto elevata, condensa, polvere, temperatura e interferenze tra sostanze possono alterare le letture. Gli apparecchi destinati ad ambienti potenzialmente esplosivi devono essere certificati per quell’impiego.

Un allarme non richiede interpretazioni improvvisate. La condotta corretta è interrompere la progressione, arretrare verso aria nota come sicura, mantenere il contatto con l’esterno e applicare il piano della squadra. Il soccorso di una persona in atmosfera ignota richiede formazione, procedure e protezione respiratoria idonea; un intervento spontaneo può esporre altri soccorritori allo stesso pericolo.

Grotte, microbi e gas: una stessa dinamica ambientale

Lo studio sul metano collega la microbiologia delle grotte a una questione climatica globale senza trasformare le cavità in una scorciatoia per compensare le emissioni. Le stime disponibili riguardano un’area definita e devono essere consolidate da nuove misure. Il contributo più solido è aver identificato un meccanismo: batteri adattati a concentrazioni minime di metano lo ossidano e ne assimilano una parte rilevante nella biomassa.

Per la speleologia il messaggio è duplice. I gas restano un fattore di sicurezza da riconoscere con strumenti e competenza. Nello stesso tempo, la loro distribuzione racconta la ventilazione, l’idrologia, la geologia e il metabolismo delle comunità sotterranee. Misurare l’aria in grotta significa quindi proteggere chi entra e comprendere meglio l’ecosistema che si sta esplorando.

Fonti

Metano

L'articolo Le grotte carsiche diventano un pozzo di metano: identificati i batteri che lo consumano proviene da Scintilena.

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Myotis huariorum, una nuova specie di pipistrello tra le Ande e il deserto del Perù

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La descrizione di Myotis huariorum amplia la conoscenza dei pipistrelli peruviani. Dalle valli di Arequipa al Bosque de Zárate, la scoperta apre un approfondimento sulla diversità dei chirotteri nel mondo e sulle 35 specie elencate per l’Italia dal Gruppo Italiano Ricerca Chirotteri.

Myotis huariorum: la nuova specie di pipistrello descritta in Perù

Si chiama Myotis huariorum la specie di pipistrello descritta da un gruppo di ricercatori attraverso l’esame di esemplari peruviani. Lo studio è stato pubblicato online l’8 luglio 2025 sul Journal of Mammalogy. La ricerca combina analisi del DNA, misurazioni e confronto dei caratteri anatomici. Il riconoscimento riguarda animali che in precedenza erano stati attribuiti a Myotis oxyotus. [web:80]

Le località documentate si trovano sul versante occidentale delle Ande. Comprendono le valli aride del dipartimento di Arequipa e il Bosque de Zárate, nella provincia di Huarochirí, nel dipartimento di Lima. La scoperta interessa quindi un mosaico ambientale che collega il deserto costiero ai boschi montani. Non riguarda soltanto gli ecosistemi amazzonici, spesso al centro dell’attenzione quando si parla della biodiversità del Perù. [web:80]

La descrizione di Myotis huariorum ha portato a dieci le specie del genere Myotis riconosciute nel Paese nel quadro dello studio. Nella stessa pubblicazione, il totale dei pipistrelli peruviani conosciuti ha raggiunto 190 specie. Sono numeri riferiti all’inventario utilizzato dagli autori nel 2025. [web:79]

La ricerca su Myotis huariorum tra musei, anatomia e DNA

La nuova specie è stata descritta da Darwin R. Díaz, César E. Medina, Sandra Arias, Evaristo López e Carlos Alberto Carrión Bonilla. Il gruppo riunisce competenze dell’Universidad Nacional de San Agustín de Arequipa, dell’Università del New Mexico e della Pontificia Universidad Católica del Ecuador. Il Museo di storia naturale di Arequipa, indicato con la sigla MUSA, ha un ruolo centrale nella conservazione dei materiali studiati. [web:80]

Il confronto complessivo ha coinvolto 56 esemplari di diversi Myotis dell’America centrale e meridionale. Sei esemplari della nuova specie sono stati utilizzati nel confronto morfologico dedicato. Le collezioni museali hanno permesso di affiancare materiali di provenienze differenti alle nuove raccolte sul campo. [web:80]

Un elemento decisivo riguarda il citocromo b, un gene del DNA mitocondriale impiegato nelle analisi delle relazioni evolutive. Per questo marcatore, gli autori riportano una distanza genetica del 12% rispetto a Myotis oxyotus. Il dato riguarda il segmento genetico analizzato, non l’intero patrimonio genetico degli animali. La distinzione è sostenuta anche dai caratteri anatomici e dalle analisi statistiche delle misure. [web:80]

I caratteri di Myotis huariorum e l’omaggio alla cultura Wari

Myotis huariorum presenta un pelo lungo e setoso. La pelliccia dorsale e quella ventrale sono nettamente bicolori. Il cranio mostra una scatola cranica ampia, elevata e globosa. L’avambraccio misura fra 41,1 e 43,1 millimetri nella descrizione diagnostica pubblicata. La combinazione di questi caratteri permette di distinguerlo dalle specie confrontate. [web:80]

La località tipo è Altomolino, nel distretto di Río Grande, provincia di Condesuyos, a 480 metri di quota. L’olotipo, cioè l’esemplare di riferimento per il nome scientifico, è conservato al MUSA con il numero 16968. L’altra località documentata, il Bosque de Zárate, raggiunge circa 2.800 metri di quota. [web:6][web:80]

Il nome huariorum rende omaggio alla civiltà preincaica Wari, conosciuta anche come Huari. La denominazione lega così la descrizione zoologica alla storia dei territori andini. [web:22]

Cotahuasi e Bosque de Zárate: la biodiversità sul versante occidentale delle Ande

Il servizio peruviano delle aree naturali protette, SERNANP, ha presentato la scoperta il 18 luglio 2025. La comunicazione collega i ritrovamenti nelle parti basse del bacino del Cotahuasi alla zona d’influenza della Reserva Paisajística Subcuenca del Cotahuasi. Segnala inoltre la presenza nel Bosque de Zárate. [web:22]

Il territorio della riserva del Cotahuasi si sviluppa fra circa 950 e oltre 6.000 metri di quota. Comprende ambienti molto diversi, dai settori aridi alle alte montagne. Zárate conserva invece un bosco relitto del versante occidentale andino, associato a condizioni di nebbia. Questi contesti offrono un quadro importante per studiare la distribuzione della nuova specie e i collegamenti ecologici fra le popolazioni. [web:22]

La scoperta mostra il contributo degli inventari zoologici e delle collezioni scientifiche alla conoscenza della fauna. Animali dall’aspetto simile possono appartenere a specie differenti. Per riconoscerli occorre integrare più strumenti, anziché affidarsi a un solo carattere esterno. È un tema che riguarda anche i pipistrelli europei e italiani. [web:80][web:65]


Pipistrelli nel mondo e in Italia: relazione sulla diversità, l’ecologia e la conservazione dei chirotteri

Dalle oltre 1.500 specie conosciute a scala globale al catalogo italiano, una sintesi approfondita delle famiglie, delle strategie alimentari, dei rifugi e delle principali esigenze di tutela dei pipistrelli.

Quante specie di pipistrelli esistono nel mondo

Bat Conservation International indica oggi oltre 1.500 specie di pipistrelli. I chirotteri costituiscono il secondo ordine di mammiferi per ricchezza di specie, dopo i roditori. Sono presenti in tutti i continenti, con l’eccezione dell’Antartide. La loro diversità rappresenta circa un quinto di quella dei mammiferi mondiali. [web:42][web:8]

Il totale non è immutabile. Le descrizioni di nuove specie e le revisioni tassonomiche aggiornano continuamente gli inventari. Una revisione può separare popolazioni prima considerate appartenenti alla stessa specie. Può anche ricondurre denominazioni differenti a un’unica entità biologica. Nel caso peruviano, l’integrazione fra genetica e morfologia ha permesso di riconoscere una diversità rimasta nascosta. [web:80]

Perciò, il numero delle specie deve essere accompagnato dalla fonte e dal suo contesto temporale. Un inventario tassonomico e una Lista Rossa rispondono inoltre a domande diverse. Il primo elenca le specie riconosciute. La seconda ne valuta il rischio di estinzione, quando esistono informazioni sufficienti. [web:8][web:26]

Classificazione dei pipistrelli: le famiglie e i due grandi rami evolutivi

La distinzione tradizionale fra megachirotteri e microchirotteri non rappresenta adeguatamente tutte le relazioni evolutive. Le analisi molecolari distinguono due grandi gruppi: Yinpterochiroptera e Yangochiroptera. I rinolofi, piccoli pipistrelli insettivori, risultano collocati nello stesso grande ramo delle volpi volanti. Non appartengono al ramo che comprende i vespertilionidi, come Myotis. [web:106]

Una ricerca filogenetica estesa a tutte le famiglie ha analizzato 21 famiglie nei due sottordini. La loro distribuzione comprende linee evolutive diffuse su più continenti e altre concentrate in regioni ristrette. [web:105] Grande gruppo Famiglie comprese nel quadro tassonomico a 21 famiglie Yinpterochiroptera Pteropodidae, Rhinolophidae, Hipposideridae, Rhinonycteridae, Megadermatidae, Rhinopomatidae e Craseonycteridae. [web:125] Yangochiroptera Vespertilionidae, Miniopteridae, Molossidae, Cistugidae, Natalidae, Phyllostomidae, Mormoopidae, Noctilionidae, Furipteridae, Thyropteridae, Mystacinidae, Myzopodidae, Emballonuridae e Nycteridae. [web:125]

Tra le famiglie più note figurano i Pteropodidae, che comprendono le volpi volanti e altri pipistrelli frugivori del Vecchio Mondo. I Phyllostomidae delle Americhe comprendono specie con alimentazioni molto diverse. I Vespertilionidae includono numerosi pipistrelli insettivori, fra i quali i vespertili. I Rhinolophidae comprendono i rinolofi, presenti anche in Italia. [web:45][web:121][web:52]

Le famiglie non coincidono con le categorie alimentari. L’appartenenza a una famiglia indica una relazione evolutiva. Termini come insettivoro o frugivoro descrivono invece una funzione ecologica. Una stessa famiglia può comprendere più strategie alimentari. [web:121]

Alimentazione dei pipistrelli: insetti, frutta, nettare e vertebrati

L’alimentazione a base di insetti è la più diffusa fra i chirotteri. Altre specie consumano frutta, nettare o vertebrati. Soltanto tre specie sono specializzate nel sangue e vivono in America Latina. La diversità alimentare spiega perché i pipistrelli svolgano funzioni differenti negli ecosistemi. [web:40][web:42] Strategia alimentare Funzione ecologica e caratteristiche Insettivoria Predazione degli insetti, compresi organismi dannosi per le colture. È la strategia prevalente anche nella fauna italiana. [web:42][web:28] Frugivoria Consumo dei frutti e dispersione dei semi. Numerose specie contribuiscono alla rigenerazione della vegetazione tropicale. [web:42] Nettarivoria Consumo del nettare e trasferimento del polline fra fiori. Il ruolo riguarda, fra le altre piante, agavi e grandi cactus. [web:42] Predazione di vertebrati Alcune specie catturano piccoli mammiferi, uccelli o altre prede animali. Si tratta di specializzazioni, non della dieta generale dell’ordine. [web:40][web:45] Ematofagia Alimentazione specializzata sul sangue in tre specie latinoamericane. Non riguarda i pipistrelli italiani. [web:42]

I servizi ecosistemici dipendono dalla specie e dal territorio. La predazione degli insetti può ridurre la pressione di alcuni fitofagi sulle colture. L’impollinazione collega i pipistrelli alla riproduzione delle piante. La dispersione dei semi favorisce il rinnovamento della vegetazione, anche in aree precedentemente disboscate. [web:8]

La formula “pipistrelli italiani insettivori” descrive bene la loro funzione prevalente, ma non esaurisce tutte le possibilità alimentari. La nottola gigante, Nyctalus lasiopterus, può predare anche piccoli uccelli. La varietà delle diete va quindi considerata a livello di specie, senza estendere un comportamento particolare all’intero gruppo. [web:123]

Ecolocalizzazione dei pipistrelli: un sistema di orientamento, non un’alternativa obbligata alla vista

Molti pipistrelli emettono segnali sonori e analizzano gli echi di ritorno. Questo sistema, chiamato ecolocalizzazione, permette di orientarsi e localizzare le prede. L’eco restituisce informazioni sulla posizione degli ostacoli e degli organismi presenti nell’ambiente. [web:40]

L’ecolocalizzazione non significa che i pipistrelli siano ciechi. La vista e l’olfatto contribuiscono all’orientamento e alla ricerca del cibo. Nelle volpi volanti questi sensi hanno un ruolo particolarmente importante. Fra le specie ecolocalizzatrici, le caratteristiche dei segnali e degli organi coinvolti variano in relazione alla storia evolutiva e alle esigenze ecologiche. [web:42][web:106]

La bioacustica rende possibile studiare parte dell’attività dei chirotteri senza catturarli. Le registrazioni devono essere interpretate con metodi appropriati. Per lo studio e la conservazione dei pipistrelli italiani, ISPRA mette a disposizione specifiche linee guida sul monitoraggio. [web:97]

Pipistrelli tropicali e temperati: distribuzione, montagne e isole

Le regioni tropicali delle Americhe, dell’Africa e dell’Asia meridionale e sudorientale ospitano una parte importante della diversità mondiale. L’ordine comprende anche specie adattate alle regioni temperate. Gli ambienti occupati includono foreste, savane, zone umide, paesaggi agricoli, aree rocciose e contesti urbani. [web:125][web:45][web:42]

Le montagne hanno un peso specifico nella conservazione. Uno studio globale pubblicato nel 2024 ha individuato 148 specie prevalentemente montane e 46 specie legate ai settori montani superiori e alpini. Sono categorie definite nello studio in base alla distribuzione altitudinale. Non rappresentano il totale dei pipistrelli che possono frequentare una montagna. [web:15]

La stessa ricerca segnala una maggiore carenza di informazioni per le specie montane e una maggiore proporzione di specie minacciate negli ambienti d’alta quota. La diversità risulta particolarmente elevata nelle Ande settentrionali e nelle alture della Guiana. Il riconoscimento di Myotis huariorum si inserisce nel più ampio interesse scientifico per i chirotteri andini. [web:15][web:80]

Le isole richiedono un’attenzione distinta. Un areale ristretto può esporre una specie agli effetti concentrati degli incendi, della trasformazione dell’habitat e degli eventi meteorologici estremi. In Italia, l’orecchione sardo costituisce un esempio di endemismo insulare con elevate esigenze di conservazione. [web:42][web:115]

Rifugi dei pipistrelli: grotte, alberi ed edifici

I pipistrelli non vivono tutti nelle grotte. I rifugi principali comprendono cavità arboree, ambienti sotterranei e costruzioni umane. Una stessa specie può utilizzare tipologie differenti nel corso dell’anno. La scelta dipende dal clima locale, dalle opportunità del territorio e dalla fase del ciclo biologico. [web:101][web:109]

Le categorie impiegate nella divulgazione aiutano a descrivere le preferenze, ma non costituiscono compartimenti rigidi:

  • Le specie troglofile utilizzano le grotte come rifugi.
  • Le specie fitofile sono associate, in particolare, ai rifugi arborei.
  • Le specie antropofile utilizzano costruzioni e ambienti legati alla presenza umana. [web:109]

La funzione del rifugio cambia nel tempo. Una nursery ospita le femmine e i piccoli durante la riproduzione. Un hibernaculum è un sito di svernamento. I rifugi temporanei servono durante spostamenti o brevi soste. I night roost sono luoghi utilizzati nelle ore notturne, anche fra diverse fasi della ricerca di cibo. [web:101]

Temperatura, umidità e vicinanza alle aree di alimentazione influenzano l’idoneità del sito. Conservare soltanto la cavità non risolve tutte le esigenze della colonia. Anche gli ambienti circostanti, le aree di abbeverata e i collegamenti del paesaggio hanno importanza. [web:101]

Quante specie di pipistrelli sono elencate in Italia

Il catalogo del Gruppo Italiano Ricerca Chirotteri, affiliato all’Associazione Teriologica Italiana, elenca 35 specie. Sono distribuite in quattro famiglie: Rhinolophidae, Vespertilionidae, Miniopteridae e Molossidae. Il conteggio riportato qui segue questa lista e le sue denominazioni scientifiche. [web:52]

La ricchezza italiana comprende specie diffuse, entità localizzate e taxa riconosciuti attraverso revisioni recenti. Non significa che tutte le 35 specie siano presenti in ogni regione. Il catalogo nazionale riunisce una fauna distribuita fra continente, penisola e isole. [web:52][web:69][web:115]

Pipistrelli italiani della famiglia Rhinolophidae

I rinolofi comprendono quattro specie nella lista GIRC. I nomi comuni richiamano il genere Rhinolophus, mentre nella divulgazione ricorre anche la denominazione “ferri di cavallo”. [web:52][web:106] Specie Nome comune Rhinolophus euryale Rinolofo euriale. [web:52] Rhinolophus ferrumequinum Rinolofo maggiore. [web:52] Rhinolophus hipposideros Rinolofo minore. [web:52] Rhinolophus mehelyi Rinolofo di Mehely. [web:52]

Le linee guida italiane documentano l’impiego di edifici e ambienti ipogei da parte dei rinolofi. Cantine, sotterranei e grotte possono offrire condizioni adatte allo svernamento. La protezione deve considerare sia la struttura del rifugio sia il suo utilizzo stagionale. [web:101]

Pipistrelli italiani della famiglia Vespertilionidae

I vespertilionidi costituiscono la parte più numerosa del catalogo, con 29 specie. Comprendono vespertili, pipistrelli propriamente detti, nottole, orecchioni, serotini e barbastello. [web:52] Specie Nome comune Barbastella barbastellus Barbastello. [web:52] Eptesicus nilssonii Serotino di Nilsson. [web:52] Eptesicus serotinus Serotino comune. [web:52] Hypsugo savii Pipistrello di Savi. [web:52] Myotis alcathoe Vespertilio di Alcatoe. [web:52] Myotis bechsteinii Vespertilio di Bechstein. [web:52] Myotis blythii Vespertilio minore. [web:52] Myotis brandtii Vespertilio di Brandt. [web:52] Myotis capaccinii Vespertilio di Capaccini. [web:52] Myotis crypticus Vespertilio criptico. [web:52] Myotis daubentonii Vespertilio di Daubenton. [web:52] Myotis emarginatus Vespertilio smarginato. [web:52] Myotis myotis Vespertilio maggiore. [web:52] Myotis mystacinus Vespertilio mustacchino. [web:52] Myotis punicus Vespertilio maghrebino. [web:52] Nyctalus lasiopterus Nottola gigante. [web:52] Nyctalus leisleri Nottola di Leisler. [web:52] Nyctalus noctula Nottola comune. [web:52] Pipistrellus kuhlii Pipistrello albolimbato. [web:52] Pipistrellus nathusii Pipistrello di Nathusius. [web:52] Pipistrellus pipistrellus Pipistrello nano. [web:52] Pipistrellus pygmaeus Pipistrello pigmeo. [web:52] Plecotus auritus Orecchione bruno. [web:52] Plecotus austriacus Orecchione grigio. [web:52] Plecotus gaisleri Orecchione di Gaisler. [web:52] Plecotus kolombatovici Orecchione dei Balcani. [web:52] Plecotus macrobullaris Orecchione alpino. [web:52] Plecotus sardus Orecchione sardo. [web:52] Vespertilio murinus Serotino bicolore. [web:52]

Miniottero e molosso di Cestoni: le altre famiglie dei pipistrelli italiani

Due specie completano il catalogo nazionale. Appartengono a famiglie differenti dai rinolofi e dai vespertilionidi. [web:52] Famiglia Specie Nome comune Miniopteridae Miniopterus schreibersii Miniottero. [web:52] Molossidae Tadarida teniotis Molosso di Cestoni. [web:52]

Per il molosso di Cestoni, le linee guida italiane descrivono l’utilizzo di fessure nelle pareti rocciose e negli edifici. È un esempio della corrispondenza fra alcuni rifugi naturali e le strutture create dall’uomo. Questa somiglianza non rende automaticamente sicuri gli interventi edilizi sui siti occupati. [web:101]

Pipistrelli italiani negli edifici: convivenza e tutela dei rifugi

Alcune specie utilizzano interstizi molto piccoli. Il pipistrello albolimbato, il pipistrello nano e il pipistrello di Savi possono occupare spazi sotto le grondaie. L’orecchione bruno può trovare rifugio fra elementi lignei dei sottotetti. Il vespertilio di Daubenton utilizza anche fessure profonde nei manufatti, compresi i ponti. [web:101]

Le costruzioni offrono rifugi, ma possono diventare luoghi di rischio. Demolizioni, restauri, chiusura degli accessi e modifiche del microclima possono compromettere una colonia. Le linee guida ISPRA propongono un’integrazione fra competenze edilizie e chirotterologiche, con valutazioni preventive degli interventi. [web:101]

La presenza urbana di alcune specie non indica che tutti i pipistrelli tollerino le stesse trasformazioni. Specie più specializzate possono utilizzare raramente gli edifici. La conservazione richiede quindi attenzione alle differenze ecologiche, non soltanto agli animali più facilmente osservabili vicino alle abitazioni. [web:101]

Orecchione sardo e specie criptiche: perché la ricerca sui pipistrelli continua anche in Italia

L’orecchione sardo, Plecotus sardus, vive esclusivamente in Sardegna. ISPRA segnala una distribuzione concentrata in settori dell’isola e un peggioramento delle condizioni di conservazione. Nella Lista Rossa italiana dei vertebrati 2022 la specie è classificata in pericolo critico, categoria CR. Il riferimento è alla valutazione nazionale. [web:115][web:133]

L’endemismo rende la sua tutela una responsabilità particolarmente rilevante per l’Italia. La perdita degli habitat e dei rifugi non può essere compensata da popolazioni distribuite in altri Paesi. La gestione deve quindi considerare insieme i siti conosciuti e il territorio che sostiene l’alimentazione e gli spostamenti. [web:115][web:101]

La genetica ha modificato anche altre conoscenze sulla fauna italiana. Myotis crypticus è stato riconosciuto nel complesso di specie tradizionalmente associato a Myotis nattereri. La sua distribuzione comprende l’Italia e altre aree dell’Europa occidentale. Il caso mostra che la scoperta di mammiferi non riguarda soltanto regioni remote o tropicali. [web:65]

Un’altra ricerca ha confermato con analisi molecolari Plecotus gaisleri a Pantelleria. Questa presenza collega la chirotterofauna italiana al contesto biogeografico nordafricano e mediterraneo. Le isole del Canale di Sicilia assumono così rilievo nello studio della distribuzione dei pipistrelli fra Europa e Africa. [web:69]

Riproduzione e letargo dei pipistrelli: due fasi sensibili

Molte specie producono normalmente un solo piccolo all’anno. Questo ritmo riproduttivo limita la capacità di recuperare rapidamente perdite consistenti. La sopravvivenza degli adulti e la continuità dei rifugi riproduttivi hanno quindi un peso importante nella conservazione. [web:42]

Alle latitudini italiane, le nursery possono essere presenti soprattutto fra maggio e agosto. Le femmine si riuniscono per partorire e allevare i piccoli. Durante lo svernamento, molte specie utilizzano rifugi con temperature e umidità adatte al risparmio energetico. [web:101]

Il disturbo invernale può provocare risvegli e consumare riserve di grasso. Quello estivo può interferire con le femmine e i giovani non ancora capaci di volare. Le finestre stagionali dipendono dal sito, dalla quota, dal clima e dalle specie. Le indicazioni generali non sostituiscono le prescrizioni locali. [web:42][web:112]

Minacce ai pipistrelli nel mondo e stato di conservazione

Le principali pressioni comprendono perdita degli habitat, alterazione dei rifugi, persecuzione, prelievo, cambiamento climatico e mortalità associata agli impianti eolici. Nel Nord America si aggiunge l’impatto della sindrome del naso bianco, una malattia fungina che ha provocato la morte di milioni di pipistrelli. [web:8][web:42]

Nella sintesi pubblicata dall’IUCN il 16 aprile 2025, le specie valutate erano 1.336. Fra queste, 25 risultavano in pericolo critico, 87 in pericolo e 110 vulnerabili. Le tre categorie riuniscono 222 specie minacciate. Altre 236 erano classificate con dati insufficienti. Questi valori descrivono quella valutazione e non un conteggio aggiornato automaticamente a ogni nuova descrizione. [web:8]

La categoria “dati insufficienti” non equivale a una condizione sicura. Indica che mancano elementi adeguati per valutare il rischio. Analogamente, l’inserimento nella Lista Rossa non significa sempre che una specie sia minacciata: la lista comprende anche categorie di rischio inferiore. [web:8]

Per gli impianti eolici, Bat Conservation International segnala la possibilità di ridurre la mortalità attraverso modifiche operative delle turbine. Il tema richiede quindi misure di mitigazione e monitoraggi, per conciliare la produzione energetica con la tutela della fauna. [web:42]

Pipistrelli e speleologia: conservazione delle colonie nelle grotte

Per gli speleologi, la tutela dei pipistrelli comincia dalla pianificazione dell’uscita. Una grotta può essere un rifugio riproduttivo, un sito di svernamento o un luogo di transito. La funzione biologica deve orientare le modalità e i periodi di accesso. [web:112]

Tutela Pipistrelli individua due fasi particolarmente delicate: il letargo, indicativamente fra novembre e marzo, e nascita, crescita e svezzamento dei piccoli, soprattutto in giugno e luglio. Nei siti occupati da colonie, l’associazione raccomanda di evitare sopralluoghi durante queste fasi. [web:114]

Le principali misure comprendono:

  • Rispetto delle chiusure stagionali e delle disposizioni dell’ente gestore.
  • Assenza di manipolazioni e di avvicinamenti agli animali.
  • Riduzione del rumore e della permanenza nelle sale occupate.
  • Esclusione di flash e illuminazione diretta delle colonie.
  • Segnalazione delle osservazioni senza trasformarle in censimenti improvvisati. [web:112]

Tutela Pipistrelli mette a disposizione una scheda per segnalare la presenza di chirotteri in grotta. La collaborazione fra speleologi e specialisti può contribuire a individuare i rifugi più importanti. I dati aiutano a progettare misure di conservazione coerenti con le caratteristiche del sito. [web:109]

Protezione dei pipistrelli in Italia e recupero degli animali in difficoltà

Tutte le specie italiane sono protette. Il quadro richiamato dalle linee guida comprende la legge 157/1992, la Direttiva Habitat 92/43/CEE e il DPR 357/1997. Si aggiungono gli strumenti internazionali, fra cui la Convenzione di Berna e l’accordo EUROBATS. La tutela riguarda anche i siti di riproduzione e riposo. [web:2][web:101][web:112]

La protezione delle colonie richiede interventi programmati. Un restauro o una modifica degli accessi deve considerare la presenza degli animali prima dell’avvio dei lavori. Lo stesso principio vale per la gestione delle cavità artificiali e dei sotterranei storici. [web:101]

Per gli animali trovati in difficoltà, il recupero e la riabilitazione richiedono competenze specifiche. Le linee guida ISPRA, Manuali e Linee Guida 210/2025, sono rivolte ai centri di recupero e ai professionisti coinvolti. La pagina della pubblicazione segnala un aggiornamento del 26 maggio 2026. Il soccorso non coincide con una gestione domestica dell’animale. [web:103][web:111]

La prudenza sanitaria è compatibile con la conservazione. I pipistrelli selvatici non devono essere manipolati dal pubblico. La gestione degli esemplari feriti, malati o morti va affidata a personale competente. La protezione degli habitat e la riduzione dei contatti impropri rientrano in un approccio che considera insieme salute umana, animale e ambientale. [web:42]

Glossario dei pipistrelli: i termini essenziali della relazione

  • Specie criptica: specie difficile da distinguere da altre attraverso il solo aspetto esterno. L’integrazione fra genetica e anatomia può permetterne il riconoscimento. [web:80][web:65]
  • Olotipo: esemplare di riferimento associato alla descrizione e al nome di una specie. Per Myotis huariorum è il materiale MUSA 16968. [web:6]
  • Ecolocalizzazione: localizzazione di ostacoli e prede attraverso l’emissione di suoni e l’analisi degli echi. [web:40]
  • Roost: rifugio utilizzato da un pipistrello o da una colonia. [web:27]
  • Nursery: rifugio riproduttivo nel quale si riuniscono le femmine per partorire e allevare la prole. [web:27]
  • Hibernaculum: rifugio utilizzato durante lo svernamento. Il plurale è hibernacula. [web:101]
  • Endemismo: presenza di una specie limitata a un territorio. L’orecchione sardo è endemico della Sardegna. [web:115]

Fonti e documentazione consultata

Fonti sulla nuova specie Myotis huariorum

  1. Díaz D. R., Medina C. E., Arias S., López E., Carrión Bonilla C. A. — A new species of Myotis (Chiroptera: Vespertilionidae) from the coastal desert of southern Peru. Journal of Mammalogy, 106(5), 1151–1166. Pubblicazione online: 8 luglio 2025. DOI: 10.1093/jmammal/gyaf028.
    https://academic.oup.com/jmammal/article/106/5/1151/8194584
  2. SERNANP — Comunicazione sulla scoperta nei territori di Zárate e Cotahuasi, 18 luglio 2025.
    https://www.gob.pe/institucion/sernanp/noticias/1211286-descubrimiento-de-murcielago-en-zarate-y-cotahuasi-deslumbra-a-la-ciencia-mundial
  3. American Society of Mammalogists — Mammal Diversity Database, scheda di Myotis huariorum.
    https://www.mammaldiversity.org/taxon/1006974/

Fonti sulla diversità e la conservazione dei pipistrelli nel mondo

  1. Bat Conservation International — Bats 101.
    https://www.batcon.org/about-bats/bats-101/
  2. IUCN — The Benefits of Bats: Celebrating the critical contributions of bats on International Bat Appreciation Day, 16 aprile 2025.
    https://iucn.org/story/202504/benefits-bats-celebrating-critical-contributions-bats-international-bat-appreciation
  3. Bat Conservation Trust — Classifying bats.
    https://www.bats.org.uk/about-bats/what-are-bats/classifying-bats
  4. A molecular phylogeny for all 21 families within Chiroptera (bats) — scheda bibliografica PubMed.
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37853557/
  5. List of chiropterans — quadro delle famiglie e della distribuzione generale, utilizzato insieme alle fonti filogenetiche.
    https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_chiropterans
  6. Bat Conservation International — Echolocation & Evolution: How Bats Continue to Redefine Their Diets and Adapt to the Night.
    https://www.batcon.org/echolocation-evolution-how-bats-continue-to-redefine-their-diets-and-adapt-to-the-night/
  7. Mountains host significantly more data deficient and threatened bat species than lowlands, 2024.
    https://link.springer.com/10.1007/s10531-024-02958-y
  8. Plazi TreatmentBank — scheda zoologica di Nyctalus lasiopterus, sezione alimentazione.
    https://tb.plazi.org/GgServer/html/4C3D87E8FFF36A4CFF4C918D1458B071

Fonti sui pipistrelli italiani e sulla tutela in grotta

  1. Gruppo Italiano Ricerca Chirotteri, Associazione Teriologica Italiana — catalogo delle specie.
    https://www.mammiferi.org/girc/specie/
  2. Tutela Pipistrelli — Chirotteri italiani, terminologia dei rifugi.
    https://www.tutelapipistrelli.it/2012/12/01/i-pipistrelli-italiani/
  3. Tutela Pipistrelli — La sezione speleo.
    https://www.tutelapipistrelli.it/la-sezione-speleo/
  4. Tutela Pipistrelli — Come comportarsi.
    https://www.tutelapipistrelli.it/come-comportarsi/
  5. Scintilena — Disturbo dei pipistrelli in grotta: perché le visite possono mettere a rischio colonie e letargo, 23 agosto 2026.
    https://www.scintilena.com/disturbo-dei-pipistrelli-in-grotta-perche-le-visite-possono-mettere-a-rischio-colonie-e-letargo/08/23/
  6. ISPRA — Linee guida per la conservazione dei Chirotteri nelle costruzioni antropiche e la risoluzione degli aspetti conflittuali connessi, 2008.
    https://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/quaderni/conservazione-natura/files/6769_28_qcn_Linee_guida_chirotteri.pdf
  7. ISPRA — Linee guida per il monitoraggio dei Chirotteri: indicazioni metodologiche per lo studio e la conservazione dei pipistrelli in Italia, 2004.
    https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/quaderni/conservazione-della-natura/linee-guida-per-il-monitoraggio-dei-chirotteri-1
  8. ISPRA — Linee guida per il recupero e la riabilitazione dei chirotteri, Manuali e Linee Guida 210/2025; pagina con aggiornamento del 26 maggio 2026.
    https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/manuali-e-linee-guida/linee-guida-per-il-recupero-e-la-riabilitazione-dei-chirotteri
  9. ISPRA — approfondimento sull’orecchione sardo.
    https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/reporting-direttiva-habitat/news/orecchione-sardo
  10. Comitato Italiano IUCN — Lista Rossa IUCN dei vertebrati italiani 2022.
    https://www.iucn.it/pdf/Lista-Rossa-vertebratiitaliani-2022.pdf
  11. An African bat in Europe, Plecotus gaisleri: Biogeographic and ecological insights from molecular taxonomy and Species Distribution Models.
    https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7319239/
  12. SECEMU — A new species of bat hiding in our forests, sulla descrizione di Myotis crypticus.
    https://secemu.org/en/a-new-species-of-bat-hiding-in-our-forests/
  13. Città Metropolitana di Torino — quadro generale e protezione dei pipistrelli.
    https://www.cittametropolitana.torino.it/tutela-fauna-e-flora/salviamoli-insieme/pipistrelli

L'articolo Myotis huariorum, una nuova specie di pipistrello tra le Ande e il deserto del Perù proviene da Scintilena.

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Grotta del Bue Marino, nei sedimenti sommersi la storia di un ambiente di 6.000 anni fa

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Uno studio pubblicato su The Holocene nel 2024 ricostruisce l’evoluzione del Ramo di Mezzo attraverso foraminiferi e datazioni con luminescenza. Le esplorazioni speleosubacquee hanno aperto l’accesso a un archivio naturale del Golfo di Orosei.

La Grotta del Bue Marino conserva nei suoi sedimenti sommersi le tracce di un ambiente risalente a circa 6.000 anni fa. Una ricerca pubblicata nel 2024 sulla rivista The Holocene ha ricostruito l’evoluzione paleoecologica del Ramo di Mezzo, mettendo insieme lo studio dei foraminiferi bentonici, l’analisi dei depositi e una datazione mediante luminescenza. Il risultato offre una nuova chiave di lettura della cavità costiera di Dorgali, nel Golfo di Orosei: non soltanto un grande sistema esplorativo, ma anche un archivio delle trasformazioni degli ecosistemi sotterranei dopo l’ingresso del mare durante l’Olocene.[1]

Due carotaggi per leggere il passato della Grotta del Bue Marino

Il lavoro, firmato da Elena Romano e da un gruppo multidisciplinare di ricercatori e speleosubacquei, si basa su sette campioni di sedimento superficiale e su due carote prelevate nel 2018 e nel 2021. Il primo carotaggio, denominato BMD-2018, misura 18 centimetri; il secondo, BMD-2021, raggiunge 28 centimetri. Questi depositi hanno consentito di confrontare le comunità di microrganismi dell’ambiente recente con quelle conservate negli strati più antichi.[1]

La datazione mediante luminescenza, applicata al secondo carotaggio, ha restituito un’età di 6.040 ± 470 anni per il sedimento posto a 18 centimetri di profondità. Il dato colloca il deposito nelle prime fasi successive all’allagamento olocenico della grotta da parte del mare e dimostra il potenziale delle successioni sedimentarie custodite nelle cavità costiere mediterranee.[1]

I foraminiferi raccontano il cambiamento dell’ecosistema

I protagonisti microscopici della ricerca sono i foraminiferi bentonici, organismi unicellulari che vivono sul fondo e i cui gusci possono conservarsi nei sedimenti. Le associazioni recenti sono state utilizzate come riferimento ecologico per interpretare quelle rinvenute nei carotaggi.[1]

Entrambe le carote mostrano un cambiamento nella composizione delle comunità: nei livelli più antichi prevale Ammonia inflata, mentre in quelli più recenti diventa dominante Eggerelloides advena, una specie opportunista. Il passaggio si verifica a profondità simili nei due depositi ed è stato ricondotto a variazioni nella quantità o nella qualità delle risorse nutritive disponibili, senza significative trasformazioni dell’ambiente sedimentario.[1]

La ricerca collega questa evoluzione ecologica alle possibili conseguenze dei cambiamenti climatici e ambientali dell’Olocene. L’integrazione tra indicatori biologici e cronologia dei depositi permette così di studiare come un ecosistema sotterraneo costiero abbia risposto, nel corso dei millenni, alle trasformazioni che interessavano il mare e il territorio circostante.[1]

Dalle esplorazioni alla ricerca scientifica

La possibilità di studiare questi ambienti nasce da una lunga storia di esplorazioni, rilievi e immersioni. Il Bue Marino comprende tre grandi settori — Ramo Nord, Ramo di Mezzo e Ramo Sud — e costituisce la parte costiera di un sistema carsico collegato alle grotte dell’entroterra. Nel 2013 fu realizzata la congiunzione tra Bue Marino e Su Molente; il 3 giugno 2016 il collegamento tra Monte Longos e Su Molente unì anche Su Palu al complesso, che raggiunse allora circa 70 chilometri di sviluppo e il primato italiano per estensione.[2][3]

Le ricerche paleoecologiche si inseriscono in un percorso scientifico che comprende anche lo studio delle comunità viventi, la descrizione di nuove specie e l’indagine sulla presenza di microplastiche. Il Bue Marino emerge quindi come un laboratorio naturale nel quale speleologia, biologia e scienze della Terra concorrono a ricostruire il passato e a osservare le trasformazioni del presente.[1][4][5]


Relazione di approfondimento: esplorazioni e scoperte scientifiche nella Grotta del Bue Marino

1. Un sistema sotterraneo tra il Supramonte e il mare

La Grotta del Bue Marino si apre nelle falesie calcaree della costa orientale della Sardegna, nel territorio di Dorgali, tra Cala Gonone e Cala Luna. La sua posizione, al margine del Supramonte e direttamente sul Golfo di Orosei, la rende un luogo privilegiato per studiare l’incontro tra circolazione idrica carsica e ambiente marino. Le gallerie non costituiscono soltanto un insieme di cavità affacciate sul mare: appartengono a una rete sotterranea che penetra nell’entroterra e raccoglie una storia geologica, idrologica e biologica articolata.[2][3]

Il nome richiama la foca monaca, chiamata localmente “bue marino”, che utilizzava la grotta come rifugio. Questa presenza ha segnato l’identità del luogo e la sua conoscenza presso il pubblico, mentre le esplorazioni hanno progressivamente rivelato un sistema molto più esteso degli ambienti prossimi all’ingresso.[6][7]

Per comprendere le dimensioni della cavità è importante distinguere la Grotta del Bue Marino, con i suoi rami storicamente esplorati, dal sistema interconnesso Su Palu–Monte Longos–Su Molente–Bue Marino. I circa 70 chilometri raggiunti con la congiunzione del 2016 si riferiscono all’intero complesso e alla somma delle gallerie conosciute in quel momento, non a un unico percorso interno al Bue Marino.[3]

2. Geologia e speleogenesi: una grotta modellata da più processi

Il paesaggio del Golfo di Orosei è caratterizzato da rocce carbonatiche, grandi falesie e profonde incisioni vallive, le codule. Nel settore del Bue Marino, la presenza di fratture, faglie e altre discontinuità ha favorito l’infiltrazione dell’acqua e lo sviluppo di condotte sotterranee. La circolazione idrica nei calcari ha contribuito alla formazione di un sistema nel quale si alternano gallerie emerse, laghi, sifoni e tratti soggetti a riattivazione durante le piene.[2]

L’evoluzione della grotta è strettamente legata anche alle oscillazioni del livello marino. Nei settori oggi sommersi si osservano concrezioni formate quando gli ambienti erano emersi: stalattiti, stalagmiti e colonne testimoniano quindi condizioni precedenti all’allagamento. In altre parti della cavità, perforazioni prodotte da organismi marini sulle pareti documentano antiche fasi di presenza del mare a quote differenti.[2]

Il Bue Marino conserva così segnali di processi diversi, sovrapposti nel tempo: sviluppo carsico, concrezionamento, ingressione marina, deposizione di sedimenti e variazioni dei flussi d’acqua. La ricostruzione della sua storia richiede di integrare questi elementi, distinguendo l’età dei depositi dall’età di formazione delle gallerie. La datazione di circa 6.000 anni ottenuta nello studio del 2024 riguarda infatti un livello sedimentario del Ramo di Mezzo, non la nascita della grotta.[1][2]

3. I tre rami e le loro caratteristiche

Ramo Nord: gallerie fossili e un lungo sistema attivo

Il Ramo Nord comprende grandi ambienti emersi, storicamente utilizzati anche per le visite, e un’articolata prosecuzione acquatica. Tra i luoghi più noti figurano il Lago Smeraldo, il Lago Abissale e il Lago Nero, che le esplorazioni speleosubacquee hanno inserito in una rete di collegamenti sommersi.[2]

La parte attiva è conosciuta come Ramo dei Cecoslovacchi. La ricostruzione storica di Leo Fancello descrive, per lo stato delle conoscenze raggiunto dalle campagne dei primi anni Novanta, oltre 7 chilometri di sviluppo e 42 sifoni. Sono dati riferiti a quella fase esplorativa, utili a comprendere la complessità di un percorso nel quale la progressione alterna ripetutamente immersioni e ambienti emersi.[2]

Ramo di Mezzo: la frontiera sommersa e l’archivio paleoecologico

Il Ramo di Mezzo è caratterizzato da grandi condotte sommerse e da una successione di sifoni. La sintesi storica di Fancello attribuisce alle esplorazioni condotte fino alla fine degli anni Duemila circa 4,5 chilometri di sviluppo, 38 sifoni e una punta esplorativa a circa 50 metri di profondità.[2]

È questo il settore indagato nello studio pubblicato su The Holocene. La presenza di depositi contenenti foraminiferi ha permesso di affiancare alla conoscenza geometrica delle gallerie una ricostruzione delle condizioni ecologiche passate. Il ramo diventa così sia un obiettivo esplorativo sia un luogo di campionamento scientifico.[1]

Ramo Sud: grandi gallerie e collegamenti verso la Codula Ilune

Il Ramo Sud comprende il percorso turistico e una prosecuzione speleologica con grandi ambienti, spiagge sabbiose, laghi e tratti sommersi. Il Lago Lungo e la Sala dell’Organo, o del Colonnone, sono tra i luoghi descritti nella documentazione esplorativa. Più all’interno, un lungo sifone apre l’accesso alle gallerie che hanno indirizzato le ricerche verso la Codula Ilune.[2]

La funzionalità idrologica di questo settore cambia con il regime delle acque: la ricostruzione di Fancello ne descrive la riattivazione durante precipitazioni intense e il comportamento di troppo pieno del sistema. Questa dinamica spiega perché lo studio della grotta debba considerare non soltanto le forme delle gallerie, ma anche le condizioni idriche nelle quali vengono osservate.[2]

4. I rilievi degli anni Cinquanta e l’avvio delle esplorazioni subacquee

Una tappa fondamentale della documentazione moderna è il rilievo realizzato nel 1954 da Francesco Pisanu e Dino Giacobbe del Gruppo Grotte Nuorese. La planimetria rappresentava i due rami principali allora conosciuti, Nord e Sud, e conteneva osservazioni sulle possibili prosecuzioni e sui rapporti con le cavità dell’entroterra.[2]

Le prime ricerche subacquee cominciarono a estendere la conoscenza oltre i laghi visibili nei percorsi emersi. Nell’agosto 1965, gli speleosub del Gruppo Speleologico Piemontese percorsero 75 metri del sifone terminale del Ramo Sud, raggiungendo una profondità massima di 12 metri e riemergendo in un condotto basso e stretto.[2]

Il superamento dei sifoni cambiò il significato dei limiti esplorativi. Un lago che arrestava la progressione degli speleologi poteva nascondere nuove gallerie, e la cavità iniziò a essere studiata come un sistema molto più ampio della parte raggiungibile senza immersione.[2]

5. Jochen Hasenmayer e le campagne degli anni Settanta e Ottanta

Lo speleosub tedesco Jochen Hasenmayer ebbe un ruolo decisivo nell’esplorazione delle prosecuzioni sommerse. Nel 1977 superò il sifone terminale del Ramo Sud, lungo circa 630 metri e profondo fino a 31 metri, accedendo a grandi gallerie oltre il tratto allagato. Uno schizzo di queste esplorazioni comparve nella documentazione pubblicata nel 1979 da Axel Mahler.[2]

Le tracce delle immersioni di Hasenmayer furono ritrovate anche nel Ramo Nord. Le successive campagne individuarono la sua sagola in acciaio in settori interni e un cartellino con riferimenti alle esplorazioni del 1973 e del 1974. Questi ritrovamenti mostrarono quanto fossero estese le sue ricognizioni nelle parti sommerse della grotta.[2]

Nel Ramo Sud intervennero poi gli speleosub francesi. Nel 1981 P. Penez e J. C. Chouquet ripercorsero le prosecuzioni oltre il sifone terminale, raggiungendo un ulteriore sifone dopo circa 1.700 metri di progressione totale. Nel 1982 E. Le Guen e Penez ampliarono le ricerche, superando altri tratti allagati e aggiungendo circa 840 metri di percorso esplorato.[2]

Queste campagne costruirono il quadro sul quale lavorarono le generazioni successive: una grotta con prosecuzioni importanti verso l’entroterra, nella quale i collegamenti dipendevano dal superamento di sequenze complesse di sifoni e dalla precisione dei rilievi.[2]

6. Il contributo dei gruppi sardi: esplorazione e revisione topografica

Tra gli anni Ottanta e Novanta, il Gruppo Ricerche Ambientali di Dorgali e il Gruppo Speleologico Sassarese condussero esplorazioni, ricerche laterali e una revisione sistematica della topografia. Dal 1987 avviarono il lavoro di aggiornamento del rilievo del 1954, arrivando progressivamente a costruire una nuova rappresentazione della cavità.[2]

Nel Ramo Sud furono esplorate diramazioni della Sala dell’Organo e rami laterali della galleria principale. Tra questi, il Ramo del Bob raggiunse un dislivello positivo di circa 64 metri, mostrando che lo sviluppo del Bue Marino non era limitato ai livelli prossimi alla superficie del mare.[2]

La revisione degli orientamenti e la sovrapposizione delle planimetrie alla cartografia esterna rafforzarono le prospettive di collegamento con il complesso della Codula Ilune. Il rilievo divenne quindi uno strumento per individuare obiettivi esplorativi, interpretare le relazioni tra sistemi e organizzare le ricerche nei punti più promettenti.[2]

7. Le esplorazioni ceche e la crescita del sistema conosciuto

Nell’ottobre 1990, gli speleosub delle associazioni Hranicky Kras di Olomouc e Speleoaquanaut di Praga condussero una campagna intensiva nel Ramo Nord. Partendo dal Lago Smeraldo, ricostruirono il percorso attraverso laghi e sifoni fino al Lago Abissale e al Lago Nero, proseguendo poi negli ambienti interni. Al termine di quasi un mese di attività, il percorso esplorato raggiungeva circa 3.200 metri e 28 sifoni.[2]

Nel 1991, le ricerche coinvolsero anche S. Bilek, M. Slezak e Leo Fancello, con esplorazioni di diramazioni laterali e ambienti ascendenti. Nel 1992, oltre il ventottesimo sifone, gli speleosub cechi percorsero una galleria sommersa di circa 500 metri, a profondità comprese tra 37 e 43 metri, raggiungendo ulteriori ambienti emersi. Il quadro di questa fase arrivò a comprendere circa 7 chilometri e 42 sifoni nel settore attivo settentrionale.[2]

Un’altra svolta interessò il Ramo di Mezzo. Nel 2006 gli speleosub della Czech Speleological Society ritrovarono la prosecuzione precedentemente individuata da Hasenmayer. Le campagne successive ne estesero la conoscenza, trasformando il ramo in uno dei principali fronti esplorativi della cavità.[2]

Il contributo ceco si inserì in una collaborazione internazionale con i gruppi sardi, nella quale immersioni, supporto logistico e confronto dei rilievi consentirono di dare continuità alle ricerche.[2]

8. Su Molente e le congiunzioni del 2013 e del 2016

La scoperta della Grotta di Su Molente nel 2007 aprì una nuova fase. La cavità si trovava in una posizione intermedia tra il Bue Marino e il sistema Su Palu–Monte Longos, offrendo un possibile punto di passaggio tra complessi fino ad allora esplorati separatamente. Le colorazioni delle acque mostrarono le connessioni idriche con i sistemi a monte e a valle.[3]

La connessione idrologica e la congiunzione esplorativa rappresentano due risultati distinti: la prima dimostra il transito dell’acqua, la seconda individua un percorso sotterraneo materialmente percorribile. Al Bue Marino, questa distinzione segnò il passaggio dalle indicazioni fornite dai tracciamenti alla realizzazione dei collegamenti.[2][3]

Il collegamento tra Bue Marino e Su Molente fu raggiunto nel 2013. Il 3 giugno 2016, alle 15:10, Daniele Maugeri, Enrico Seddone e Marcello Moi, della Commissione Speleosubacquea della Federazione Speleologica Sarda, trovarono da Monte Longos il passaggio subacqueo verso Su Molente. La congiunzione unì così il sistema della Codula Ilune alla parte costiera del Bue Marino.[3]

Il complesso raggiunse allora circa 70 chilometri di sviluppo, diventando all’epoca il più esteso d’Italia in quella fase della conoscenza speleologica, mentre attualmente la Grotta più lunga d’Italia è sul monte Canin, in Friuli Venezia Giulia. La preparazione dell’impresa richiese quasi un anno e il contributo di oltre cento speleologi, dopo più di venticinque anni di esplorazioni condotte da gruppi sardi e collaboratori provenienti da altri territori.[3]

9. L’idrologia come chiave di interpretazione

Le esplorazioni hanno fornito anche informazioni sulla circolazione idrica. I laghi e le condotte del Bue Marino presentano condizioni differenti, con acqua dolce, salmastra e marina distribuite lungo i percorsi. Nel Ramo Nord, le osservazioni storiche registrarono variazioni di salinità anche in settori lontani dall’ingresso, segnalando un rapporto complesso tra geometria delle gallerie e connessioni idriche.[2]

La stagionalità modifica inoltre gli ecosistemi. Le campagne scientifiche dell’agosto 2014 e dell’aprile 2015, condotte al Bue Marino e a Bel Torrente, mostrarono una riduzione dell’abbondanza dei foraminiferi dopo il periodo piovoso. Nel Bue Marino, dove gli effetti dei flussi di acqua dolce furono meno severi rispetto a Bel Torrente, rimasero riconoscibili associazioni di organismi viventi e gusci di individui morti.[8]

Questi risultati collegano direttamente idrologia ed ecologia: le comunità del fondo rispondono ai cambiamenti delle acque e alla disponibilità di materiale organico, diventando indicatori delle condizioni presenti nei diversi settori della grotta.[8]

10. I foraminiferi e la suddivisione ecologica della cavità

Le ricerche avviate nel 2014 hanno sviluppato l’impiego dei foraminiferi bentonici come indicatori degli ambienti delle grotte marine mediterranee. Nel Bue Marino, il confronto tra campionamenti e parametri dell’acqua ha consentito di riconoscere settori ecologicamente differenti.[8][9]

Lo studio pubblicato nel 2020 su Aquatic Conservation: Marine and Freshwater Ecosystems individuò tre ecozone:

  • una zona d’ingresso, maggiormente influenzata dal mare;
  • una zona di confluenza, associata anche alla presenza di detriti vegetali;
  • una zona di transizione verso le parti interne della cavità.[8]

Il passaggio dalle associazioni prevalentemente costituite da forme a guscio calcareo ialino a quelle dominate da forme agglutinate fu collegato ai gradienti ambientali osservati dall’esterno verso l’interno. Lo studio mise così in evidenza che la distanza dall’ingresso, da sola, non esaurisce la spiegazione della distribuzione degli organismi: contano anche gli apporti d’acqua, le risorse nutritive e le caratteristiche dei sedimenti.[8]

Una successiva ricerca, pubblicata nel 2021 su Ecological Indicators, utilizzò i dati di 25 stazioni nei rami Nord e di Mezzo, campionate nell’estate 2016. Furono analizzati foraminiferi viventi e morti, granulometria e parametri dell’acqua, comprendenti temperatura, salinità, pH e ossigeno disciolto. Le analisi statistiche permisero di riconoscere associazioni e di interpretarne il significato ambientale.[9]

11. Lo studio del 2024: materiali, cronologia e risultati

La ricerca citata, Paleoecological reconstruction during the Holocene in the Middle Branch of Bue Marino Cave (Sardinia, Italy), è stata pubblicata in The Holocene, volume 34, fascicolo 1, pagine 74–86. Gli autori sono Elena Romano, D. Sechi, S. Andreucci, Luisa Bergamin, Andrea D’Ambrosi, C. De Santis, Letizia Di Bella, Enrico Dinelli, Virgilio Frezza, V. Pascucci, Giancarlo Pierfranceschi e Claudio Provenzani.[1]

Il campionamento

Il materiale comprende sette campioni superficiali raccolti nel 2018 e due carotaggi:

  • BMD-2018, lungo 18 centimetri;
  • BMD-2021, lungo 28 centimetri.[1]

Foraminiferi e granulometria sono stati studiati nei campioni superficiali e nella carota del 2018; nella carota del 2021 è stata analizzata la componente a foraminiferi ed è stata effettuata la datazione mediante luminescenza. Le associazioni recenti hanno fornito il riferimento ecologico per interpretare quelle conservate in profondità.[1]

La datazione

Nella carota BMD-2021, il livello a 18 centimetri ha restituito un’età di 6,04 ± 0,47 migliaia di anni. Il risultato indica che almeno una parte della successione sedimentaria risale alle prime fasi successive all’ingressione marina olocenica della grotta.[1]

La cronologia riguarda il livello analizzato. La sedimentazione in grotta può avere ritmi variabili e comprendere interruzioni o rimaneggiamenti; la successione non equivale quindi automaticamente a una registrazione uniforme, anno per anno. Il valore della ricerca consiste nell’aver associato una misura cronologica all’interpretazione ecologica del deposito.[1]

Il cambiamento delle comunità

I due carotaggi mostrano un ricambio faunistico simile: dalle associazioni più antiche dominate da Ammonia inflata a quelle più recenti dominate dall’opportunista Eggerelloides advena. L’assenza di significativi cambiamenti nell’ambiente sedimentario ha indirizzato l’interpretazione verso variazioni nella quantità o nella qualità dei nutrienti.[1]

Il dato descrive una trasformazione biologica verificatasi senza una corrispondente grande modificazione del contesto deposizionale. È questo uno degli aspetti più informativi del lavoro: le comunità microscopiche permettono di riconoscere cambiamenti che la sola descrizione dei sedimenti potrebbe non mettere in evidenza.[1]

Il significato paleoambientale

Gli autori collegano il ricambio delle associazioni alle possibili conseguenze degli eventi climatici e ambientali olocenici. Il lavoro dimostra la capacità dei foraminiferi di funzionare come indicatori paleoambientali nelle grotte marine mediterranee e il valore dell’integrazione con la luminescenza. Le prospettive di ricerca comprendono campionamenti più estesi e un approfondimento della risposta degli ecosistemi ipogei costieri agli eventi del Tardo Olocene.[1]

12. Biodiversità e descrizione di nuove specie

Il Bue Marino ha contribuito alla conoscenza della fauna sotterranea attraverso scoperte tassonomiche che interessano sia gli ambienti terrestri sia quelli acquatici.

Nel 2011 è stato descritto il coleottero carabide Typhloreicheia monacha, proveniente dalla grotta. Lo studio ne ha discusso i rapporti con altre specie della Sardegna centro-orientale, contribuendo all’interpretazione della diversificazione dei coleotteri sotterranei dell’isola.[10]

Una revisione del genere Alpioniscus, pubblicata nel 2018, ha incluso materiale di Alpioniscus kuehni della Grotta del Bue Marino. Il lavoro ha integrato analisi morfologiche e molecolari, distinguendo nel gruppo sardo specie terrestri sotterranee e specie legate alle acque ipogee.[11]

Nel 2021, una revisione degli pseudoscorpioni italiani del gruppo Chthonius ischnocheles ha descritto Chthonius marciai, con località tipica nella Grotta del Bue Marino. La cavità rappresenta dunque anche un sito di riferimento per la descrizione formale di nuove specie.[12]

La spugna Protosuberites mereui

Tra le scoperte degli ambienti acquatici figura Protosuberites mereui, descritta nel 2016 su Zootaxa. La nuova specie di spugna è stata studiata mediante caratteri morfologici e analisi genetiche su materiale proveniente dall’ambiente estuarino-anchialino del Bue Marino.[4]

La specie forma sottili rivestimenti di colore giallo chiaro e presenta caratteristiche diagnostiche dell’apparato scheletrico e dei corpi quiescenti. Le analisi hanno confermato la sua distinzione dalle altre specie del genere, fornendo nuovi dati sulle strategie biologiche delle spugne negli ambienti sotterranei di transizione tra acqua dolce e mare.[4]

Questi esempi mostrano perché il valore biologico del Bue Marino non dipenda soltanto dal numero di organismi osservati: la grotta ospita ambienti nei quali si possono studiare specializzazione ecologica, diversificazione e relazioni evolutive.[4][10][11]

13. Microplastiche nelle acque, nei sedimenti e nei gusci

Una ricerca pubblicata nel 2023 su Marine Pollution Bulletin ha documentato microplastiche nelle matrici ambientali del Bue Marino. Il gruppo di lavoro comprendeva ricercatori di ISPRA, Sapienza Università di Roma, Università di Siena e speleosubacquei di BigBlueXplorers.[5]

Le microplastiche sono state rinvenute in tutti i campioni di acqua e sedimento esaminati. Gli elementi identificati erano soprattutto frammenti e fibre, principalmente costituiti da PVC e polietilene. Gli autori hanno interpretato la provenienza come prevalentemente marina, rispetto agli apporti stagionali di acqua dolce dal sistema carsico.[5]

Il risultato più significativo riguarda i foraminiferi agglutinanti. Le analisi FTIR hanno identificato polietilene nei gusci: durante la costruzione delle camere, questi organismi avevano incorporato particelle plastiche insieme ai granuli sedimentari.[5]

Lo studio ha fornito evidenza che le grotte marine possono raccogliere microplastiche e che tali particelle possono entrare nella componente biologica già a livello dei protisti. Il Bue Marino è quindi anche un sito nel quale osservare il trasferimento di materiali prodotti dalle attività umane in ambienti sotterranei connessi al mare.[5]

14. Archeologia: la frequentazione umana e le incisioni rupestri

La storia del Bue Marino comprende anche testimonianze preistoriche. All’ingresso sono state riconosciute circa venti figure antropomorfe, insieme a una coppella e a due motivi circolari con una piccola coppella centrale. Molte figure presentano una struttura a “doppia forcella”, con un segmento verticale per il corpo, braccia sollevate e gambe piegate.[13]

Le incisioni, scoperte nel 1977, suscitarono interesse perché documentavano una frequentazione della grotta per la quale era ipotizzabile una funzione non sepolcrale. Tra le interpretazioni proposte figurano una scena di danza e un possibile significato solare dei motivi circolari. Sono letture archeologiche del complesso figurativo, non semplici descrizioni delle forme.[13]

I materiali attribuiti alla cultura di San Michele, o di Ozieri, attestano la frequentazione nel Neolitico finale. Per le incisioni, la scheda di Sardegna Cultura richiama confronti stilistici che conducono a un possibile inquadramento nell’Eneolitico finale. Reperti e raffigurazioni costituiscono quindi testimonianze diverse, da considerare nelle rispettive cronologie.[13]

La grotta riunisce così archivi di natura differente: sedimenti e organismi per la storia ambientale, forme delle gallerie per l’evoluzione geologica, manufatti e incisioni per la presenza umana.[1][2][13]

15. Il ruolo della speleosubacquea nella produzione di conoscenza

La storia delle ricerche al Bue Marino mostra quanto esplorazione e scienza siano legate. Il superamento dei sifoni ha consentito di raggiungere gallerie sconosciute; i rilievi hanno collocato quei passaggi nel territorio; i tracciamenti hanno individuato le connessioni idriche; i campionamenti hanno portato in laboratorio sedimenti e organismi provenienti da ambienti difficilmente accessibili.[1][2][3]

Il contributo degli speleosubacquei non si esaurisce quindi nell’apertura di nuovi percorsi. La loro partecipazione rende possibili indagini ripetute nei settori sommersi, confronti tra campagne e raccolte mirate. La presenza di BigBlueXplorers tra le affiliazioni dello studio sulle microplastiche documenta questa collaborazione tra ricerca istituzionale e competenze esplorative.[5]

La congiunzione del 2016 e la ricostruzione paleoecologica del 2024 rappresentano due esiti diversi dello stesso percorso di conoscenza. La prima ha unito fisicamente complessi sotterranei; la seconda ha trasformato un deposito di pochi centimetri in una testimonianza dell’evoluzione dell’ecosistema.[1][3]

16. Le prospettive scientifiche del Bue Marino

Le ricerche individuano tre direttrici strettamente connesse.

La prima riguarda l’evoluzione paleoambientale: estendere i carotaggi e moltiplicare le datazioni può consentire di definire meglio la successione dei cambiamenti ecologici e il loro rapporto con gli eventi dell’Olocene.[1]

La seconda riguarda il monitoraggio delle comunità attuali. Le ecozone a foraminiferi e la loro risposta agli apporti d’acqua dolce offrono una base per osservare nel tempo le variazioni dell’influenza marina e delle condizioni ambientali interne.[8]

La terza riguarda la conservazione della biodiversità e il rapporto con le pressioni esterne. La descrizione di specie specializzate e la documentazione delle microplastiche mostrano, da prospettive differenti, che gli ambienti sommersi custodiscono un patrimonio biologico significativo e rimangono connessi alle trasformazioni del mare circostante.[4][5]

Nel Bue Marino, ogni avanzamento esplorativo può aprire un nuovo spazio di ricerca. Gallerie, acque, organismi e depositi compongono un sistema nel quale la conoscenza del sottosuolo contribuisce direttamente alla comprensione della storia e dell’ecologia della costa sarda.[1][2][8]

Fonti
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[2] [PDF] La grotta del Bue Marino https://s736caa7b9cbc9152.jimcontent.com/download/version/1450876663/module/5617914951/name/Sard_Speleo_24_Bue_Marino.pdf
[3] Il sistema carsico più lungo d’Italia è in Sardegna: Individuata la … https://www.sardegnasentieri.it/news/il-sistema-carsico-piu-lungo-ditalia-e-sardegna-individuata-la-congiunzione
[4] Coping with brackish water: A new species of cave-dwelling Protosuberites Porifera: Demospongiae: Suberitidae) from the Western Mediterranean and a first contribution to the phylogenetic relationships within the genus. https://www.mapress.com/zt/article/view/zootaxa.4208.4.3
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[8] Benthic foraminifera as proxies of marine influence in the Orosei marine caves, Sardinia, Italy https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/aqc.3288
[9] Benthic foraminifera as environmental indicators in extreme environments: The marine cave of Bue Marino (Sardinia, Italy) https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S1470160X2030916X
[10] Two new Typhloreicheia species from Sardinia and their biogeographical significance (Coleoptera, Carabidae, Scaritinae) http://zookeys.pensoft.net/articles.php?id=2808
[11] The genus Alpioniscus Racovitza, 1908 in Sardinia: taxonomy and natural history (Isopoda, Oniscidea, Trichoniscidae) https://zookeys.pensoft.net/article/24102/
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[13] Dorgali, Figurations of the Sea Ox Cave – Sardegna Cultura https://www.sardegnacultura.it/en/articles/dorgali-figurazioni-della-grotta-del-bue-marino
[14] The marine cave of Bue Marino (Sardinia, Italy) – ScienceDirect.com https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1470160X2030916X
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[16] Paleoecological reconstruction during the Holocene in the Middle … https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/09596836231200435
[17] Una luce nel buio – il giornale quotidiano della speleologia italiana https://www.scintilena.com/page/1029/
[18] Una luce nel buio – il giornale quotidiano della speleologia italiana https://www.scintilena.com/page/886/?t=50654352&wpmp_switcher=mobile
[19] Grotta del Bue Marino: uno studio ricostruisce 6.000 anni di cambiamenti ambientali nel cuore della Sardegna – Scintilena https://www.scintilena.com/grotta-del-bue-marino-uno-studio-ricostruisce-6-000-anni-di-cambiamenti-ambientali-nel-cuore-della-sardegna/07/15/
[20] Grotte del Bue Marino – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Grotte_del_Bue_Marino
[21] Bue Marino cave – Cala Luna Sardegna https://www.calalunasardegna.com/en/bue-marino-cave
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[23] GUE Affiliate – Big Blu eXplorers http://www.bigbluexplorers.com/ricerca.html
[24] Bue Marino Caves Cala Gonone — Guided Boat Tour https://daymar.it/en/destinations/bue-marino-caves/
[25] La Grotta del Bue Marino e il suo sistema carsico | Cala Gonone https://www.grottabuemarino.com/la-grotta-del-bue-marino-e-il-suo-sistema-carsico/
[26] [PDF] Raccolta Marzo 2017 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2020/03/2017_3_Raccolta_Scintilena_Marzo.pdf
[27] Ecol1906012Trofimova – Springer https://link.springer.com/content/pdf/10.1134/S1067413619060122.pdf
[28] Paleoecological reconstruction during the Holocene in the … https://iris.uniroma1.it/handle/11573/1707281
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[37] CONGIUNZIONE!! IL SISTEMA CARSICO SU PALU https://www.scintilena.com/congiunzione-il-sistema-carsico-su-palu-monte-longos-su-molente-bue-marino-diventa-il-piu-lungo-ditalia-2/06/07/
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[112] Cave Of Ispinigoli And Bue Marino – Gabbiano Azzurro Hotel & Suites https://www.hotelgabbianoazzurro.com/en/Blog/Cave-Of-Ispinigoli-And-Bue-Marino
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[124] Exposure and Sensitivity of Terrestrial Vertebrates to Biological Invasions Worldwide https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/gcb.17607
[125] From Cala Gonone: Grotta del Bue Marino Boat Trip – GetYourGuide https://www.getyourguide.com/cala-gonone-l164202/from-cala-gonone-grotta-del-bue-marino-boat-trip-t457901/
[126] Il granchio blu dentro la grotta del Bue Marino, l’allarme dei ricercatori https://www.rainews.it/tgr/sardegna/articoli/2023/10/il-granchio-blu-dentro-la-grotta-del-bue-marino-lallarme-dei-ricercatori–638adf1c-767d-4e98-bf92-166e2a66fe71.html
[127] Cala Bue Marino | Parco Nazionale Isola di Pantelleria https://www.parconazionalepantelleria.it/pun-dettaglio.php?id=3061
[128] Intestinal Stem Cells (ISCs) Derived from Menopausal Mice and Implications for Screening Cardioprotective Probiotic Species https://journals.physiology.org/doi/10.1152/physiol.2024.39.S1.415
[129] Assessment of sulfonamide contamination in aquatic environments: A first report for Argentina and environmental risk assessment. https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0048969724032868
[130] Especies de la familia Enterobacteriaceae en heces de lobo marino común, Otaria flavescens establecido en el río Valdivia http://www.scielo.cl/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S0718-19572010000200015&lng=en&nrm=iso&tlng=en
[131] Bue Marino – Protec Sardinia https://protecsardinia.com/bue-marino/?lang=en
[132] Grotte del Bue Marino – Sardiniabella https://sardiniabella.com/grotte-del-bue-marino/
[133] Bue Marino Cave Cala Gonone Coast of Dorgali Sardinia https://www.mareogliastra.com/en/beaches-coast-of-baunei-sardinia/bue-marino-cave-dorgali-sardinia/

Bue Marino

L'articolo Grotta del Bue Marino, nei sedimenti sommersi la storia di un ambiente di 6.000 anni fa proviene da Scintilena.

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PANGAEA 2026 nel nome di Riccardo Pozzobon: dieci anni di geologia, esplorazione e amicizia

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Dalle Dolomiti ai crateri da impatto e ai paesaggi vulcanici di Lanzarote, il lavoro di Riccardo Pozzobon continua a vivere nella preparazione delle future missioni sulla Luna e su Marte

L’ESA dedica il corso di addestramento geologico per astronauti al ricercatore scomparso nel 2025

PANGAEA 2026 nel nome di Riccardo Pozzobon: si è conclusa nei giorni scorsi.

Un’edizione speciale, quella 2026, di PANGAEA – Planetary ANalogue Geological and Astrobiological Exercise for Astronauts, il programma dell’Agenzia Spaziale Europea dedicato alla formazione geologica degli astronauti destinati alle future missioni di esplorazione della Luna e di Marte.

Nel decimo anniversario dalla nascita del corso, l’intera edizione è stata dedicata alla memoria di Riccardo Pozzobon, giovane geologo planetario e ricercatore dell’Università di Padova, scomparso nel settembre 2025.

Un omaggio che ha avuto un significato particolare per chi, con Riccardo, PANGAEA lo aveva costruito e fatto crescere fin dalle prime edizioni.

Lo ha raccontato anche Francesco Sauro, tra gli istruttori e i protagonisti del programma, ricordando sui social le attività appena concluse:

«Per noi che nei giorni scorsi svolgevamo le lezioni, guidavamo i traversi geologici, curavamo la logistica, era come se lui fosse onnipresente, sempre con noi».

Una bella immagine dal post di Framcesco Sauro

Poi il ricordo di dieci anni trascorsi fra vulcani, tubi lavici, canyon dolomitici, antichi fondali marini e crateri formati dall’impatto di giganteschi asteroidi, ma soprattutto di dieci anni di risate, passioni condivise e amicizia fraterna, anche nei momenti più difficili.

All’edizione 2026 hanno partecipato astronauti di diverse agenzie spaziali, impegnati per tre settimane in attività teoriche e sul terreno in alcuni dei principali ambienti terrestri utilizzati come analoghi dei paesaggi planetari.

Il percorso di PANGAEA porta infatti gli astronauti a confrontarsi con contesti geologici molto diversi: dalle Dolomiti ai grandi crateri da impatto, fino agli ambienti vulcanici di Lanzarote.

Qui osservazione, descrizione, documentazione e campionamento delle rocce vengono trasformati in procedure operative simili a quelle che potranno essere utilizzate durante future missioni extraterrestri.

Riccardo Pozzobon aveva partecipato a PANGAEA praticamente fin dall’inizio, contribuendo in particolare alla lettura del territorio attraverso immagini orbitali, carte geologiche e modelli tridimensionali. Il suo lavoro permetteva di collegare ciò che gli astronauti osservavano direttamente sul terreno con le strutture geologiche riconoscibili dall’alto e dallo spazio.

Remote sensing, modellazione tridimensionale, geologia planetaria e pianificazione dell’esplorazione erano alcuni dei campi nei quali aveva portato il proprio contributo al programma ESA.

Per il mondo speleologico, il nome di Riccardo Pozzobon è strettamente legato allo studio delle cavità planetarie e dei tubi lavici.

Nel 2024, insieme a Leonardo Carrer, Francesco Sauro e altri ricercatori, aveva firmato su Nature Astronomy lo studio che ha fornito nuove evidenze dell’esistenza di un condotto sotterraneo accessibile dal Mare Tranquillitatis Pit, sulla Luna.

L’analisi dei dati radar acquisiti dal Lunar Reconnaissance Orbiter ha indicato la possibile presenza di una cavità che prosegue lateralmente al di sotto della superficie lunare. Pozzobon aveva contribuito alla modellazione tridimensionale del pozzo e della struttura sotterranea e all’interpretazione geologica dei risultati.

Anche in questo caso gli analoghi terrestri hanno avuto un ruolo fondamentale. Le cavità vulcaniche di Lanzarote sono state utilizzate per confrontare le caratteristiche radar dei tubi lavici terrestri con quelle osservate sulla Luna.

È uno dei punti nei quali speleologia, geologia planetaria e astronautica si incontrano in modo più evidente: studiare e comprendere una cavità terrestre significa anche sviluppare metodi e strumenti che potrebbero un giorno permettere di riconoscere, raggiungere ed esplorare grotte sulla Luna o su Marte.

L’edizione 2026 di PANGAEA è stata un corso di formazione e un lungo ricordo condiviso.

«Abbiamo rivissuto 10 anni di avventure, in compagnia di persone straordinarie, camminando tra vulcani, tubi lavici, canyon dolomitici, antichi fondali marini, esplorando crateri formati dall’impatto di giganteschi asteroidi», ha scritto Francesco Sauro. «Ma soprattutto sono stati 10 anni di risate, di passioni condivise, di amicizia fraterna, anche e soprattutto nei momenti più difficili. Riccardo, non ti ringrazieremo mai abbastanza per quei momenti insieme».

Fonte:

  • Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova; ESA – PANGAEA/CAVES; Nature Astronomy;
  • post social di Francesco Sauro

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