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Tomba di Tutankhamon, anomalie geofisiche e ipotesi Nefertiti: nessuna camera nascosta è ancora confermata

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Le nuove affermazioni su possibili ambienti oltre le pareti della tomba di Tutankhamon richiedono dati pubblici, controlli indipendenti e autorizzazioni formali prima di parlare di scoperta.

KV62 e l’origine dell’ipotesi Nefertiti

La tomba KV62, appartenuta a Tutankhamon e scoperta da Howard Carter nel 1922 nella Valle dei Re, resta al centro di un dibattito che intreccia archeologia, rilievi digitali e geofisica. L’interesse nasce anche dalle dimensioni contenute del sepolcro rispetto al rango del sovrano e da alcune sue caratteristiche architettoniche.

Nel 2015 l’egittologo Nicholas Reeves avanzò l’ipotesi che KV62 potesse costituire una parte di una tomba più ampia, forse progettata in origine per Nefertiti e poi adattata per Tutankhamon. L’ipotesi Nefertiti era basata, fra l’altro, sull’osservazione di immagini ad alta definizione realizzate per la documentazione della tomba. Si tratta di una proposta archeologica verificabile, non della dimostrazione dell’esistenza di ambienti oltre le pareti nord e ovest.

Oggi circolano nuove dichiarazioni attribuite a un gruppo guidato da Mamdouh Eldamaty e con analisi associate al nome di George Ballard. La narrazione parla di georadar, microgravità, rilettura di tomografie elettriche, di un possibile corridoio largo circa due metri e di una cosiddetta “anomalia 7”. Viene inoltre evocata una futura perforazione controllata con strumenti robotici.

Alla data di verifica, questi dettagli non risultano confermati da una pubblicazione primaria accessibile. Il DOI indicato per il presunto contributo del 2026, 10.1038/d41586-026-02621-2, non ha restituito un contenuto consultabile attraverso il resolver.

Anomalie geofisiche a KV62: cosa mostrano davvero gli strumenti

Un’anomalia geofisica non coincide con una camera nascosta. Indica una differenza fisica rispetto al materiale circostante. Il passaggio da segnale a interpretazione archeologica richiede controlli, coordinate precise, valutazione degli errori e confronto fra più tecniche.

Il GPR, o georadar, registra riflessioni di onde elettromagnetiche provocate da variazioni delle proprietà dei materiali. Può rilevare discontinuità, possibili superfici, riempimenti o vuoti. Un riflettore radar non identifica però da solo una parete costruita. La risposta può dipendere dalla geometria dell’oggetto, dall’attenuazione del segnale, dal rumore e dalle condizioni di acquisizione.

La microgravità misura piccole variazioni del campo gravitazionale causate dalla diversa distribuzione delle masse. Un deficit di densità può essere compatibile con un vuoto, ma anche con roccia fratturata, detrito o materiali meno compatti. Non può riconoscere direttamente né oggetti né corredi funerari.

La tomografia elettrica, o ERT, ricostruisce modelli di resistività del sottosuolo mediante elettrodi. Anche in questo caso una zona più conduttiva o più resistiva richiede interpretazioni alternative. Fratture, sali, umidità, detriti e qualità del contatto fra elettrodi e terreno incidono sul risultato. Per KV62, anomalie geofisiche convergenti sarebbero un motivo per approfondire l’indagine, non una prova definitiva di camera nascosta.

La cronologia delle indagini e i risultati discordanti

La storia delle ricerche invita alla prudenza. La prima scansione GPR interna alla tomba, eseguita da Hirokatsu Watanabe nel novembre 2015, fu interpretata come favorevole all’ipotesi Nefertiti. Un secondo rilievo, svolto nel 2016 da un team collegato a National Geographic, non confermò quel risultato.

Lo studio pubblicato nel 2020 da Francesco Porcelli e colleghi in Sensors riferisce anche una terza indagine interna, effettuata nel febbraio 2018. Gli autori dichiarano che i loro dati GPR non sostengono l’ipotesi di Reeves. Il lavoro descrive inoltre campagne ERT attorno alla collina di KV62 nel 2017 e nel 2018. Il modello tridimensionale mostra anomalie conduttive e resistive da spiegare, non camere archeologiche accertate.

Lo stesso studio rende chiari alcuni limiti pratici del sito. Nelle aree con detriti, le elevate resistenze di contatto degli elettrodi hanno richiesto filtraggio dei dati e procedure robuste di inversione. È un dato rilevante per comprendere perché immagini o mappe persuasive non possano essere lette come una risposta univoca.

Ipotesi Nefertiti: quali prove servirebbero

Anche qualora una verifica diretta confermasse un volume oltre una parete di KV62, non basterebbe per attribuirlo a Nefertiti. Una cavità potrebbe essere un corridoio, un deposito, una porzione di cava, una frattura o uno spazio non funerario. E una sepoltura reale non sarebbe automaticamente la tomba di Nefertiti.

Per sostenere un’identificazione sarebbero necessarie prove diagnostiche in contesto primario: iscrizioni, titoli, resti umani identificabili o un corredo attribuibile con chiarezza. Le discussioni sul riuso di oggetti nel corredo di Tutankhamon non sostituiscono questa evidenza.

La formula più corretta resta quindi questa: eventuali anomalie geofisiche, se riproducibili e spazialmente coincidenti, potrebbero giustificare una verifica minimamente invasiva. Non dimostrano al momento l’esistenza di una camera nascosta, né la presenza della tomba di Nefertiti.

Perforazione esplorativa, conservazione e trasparenza dei dati

Un microforo con telecamera o mini-robot potrebbe stabilire se esista un ambiente accessibile senza ricorrere a uno scavo esteso. Sarebbe però un intervento irreversibile in un monumento dipinto e fragile. Prima di autorizzarlo, occorrerebbe pubblicare i dati e i parametri di acquisizione, comprese le incertezze e i risultati negativi.

Servirebbero inoltre una revisione da parte di geofisici indipendenti, modelli alternativi della geologia locale e la dimostrazione della coincidenza tridimensionale fra GPR, microgravità ed ERT. Il progetto conservativo dovrebbe indicare il punto del foro, gli effetti possibili su intonaco e pitture, il controllo di microclima, umidità e sali, oltre alle procedure contro la contaminazione di un eventuale ambiente sigillato.

Finché non saranno disponibili questi elementi e una comunicazione formale delle autorità egiziane, la notizia riguarda anomalie geofisiche da valutare. Non riguarda una scoperta già acquisita. L’ipotesi Nefertiti resta una questione aperta, e proprio per questo richiede un lessico proporzionato alle evidenze.

Fonti

Dossier di studio — KV62, presunte camere nascoste e l’ipotesi Nefertiti

Oggetto: valutazione critica delle nuove dichiarazioni geofisiche su possibili ambienti oltre le pareti nord e ovest della camera funeraria di Tutankhamon.

Stato della verifica: 19 settembre 2026.

Conclusione provvisoria: i dettagli attribuiti a un nuovo studio guidato da Mamdouh Eldamaty e analizzato da George Ballard — corridoio di circa 2 m, microgravità, “anomalia 7”, carotaggi/perforazioni con robot previsti a novembre — non sono stati verificabili in una pubblicazione primaria accessibile nel corso di questa ricerca. Il DOI indicato, 10.1038/d41586-026-02621-2, non è stato recuperato dal resolver e non ha restituito risultati nei motori interrogati. Questi elementi vanno quindi presentati come notizie o dichiarazioni da confermare, non come scoperta dimostrata. La letteratura peer-reviewed disponibile documenta invece una storia di risultati GPR contrastanti e, nel 2020, concludeva che le scansioni interne a KV62 non supportavano l’ipotesi di Reeves.


1. Contesto essenziale

KV62 e il problema archeologico

KV62 è la tomba di Tutankhamon, scoperta da Howard Carter nel 1922 nella Valle dei Re. Il sovrano appartenne alla fine della XVIII dinastia e regnò nel XIV secolo a.C. La sua tomba è insolitamente piccola rispetto allo status regale e presenta caratteristiche architettoniche e decorative che hanno alimentato il dibattito su una possibile preesistenza o adattamento di un sepolcro più ampio.

Nel 2015 l’egittologo Nicholas Reeves formulò un’ipotesi precisa: KV62 sarebbe parte di una tomba originariamente destinata a Nefertiti e riutilizzata/adattata per la sepoltura rapida di Tutankhamon. Il punto cruciale non è soltanto la possibilità di una cavità: è l’identificazione di spazi strutturalmente connessi alla camera funeraria, nella posizione prevista dall’ipotesi, e di elementi archeologici coerenti con una tomba reale della fase amarniana.

Cosa sostiene la nuova narrazione

Il testo oggetto di esame attribuisce al team Eldamaty–Ballard tre linee di indizio:

  • GPR eseguito dall’interno della tomba, con un segnale interpretato come corridoio largo circa 2 m e colmo di detriti, in allontanamento dalla camera funeraria.
  • Microgravità, con anomalie di bassa densità e geometrie apparentemente ortogonali, ritenute compatibili con vani artificiali.
  • Rilettura di dati di tomografia elettrica del 2017 alla luce delle nuove misure.

L’“anomalia 7” sarebbe una zona a densità minore con nucleo relativamente più denso; viene proposta, con linguaggio ipotetico, l’interpretazione di un ambiente contenente materiali od oggetti. Questa è un’inferenza particolarmente fragile: né il GPR né la gravimetria possono identificare direttamente “tesori” o attribuire una cavità a Nefertiti.


2. Cronologia critica delle indagini

Data Evento / risultato Valore probatorio 1922 Howard Carter scopre KV62. Fatto storico consolidato. 2015 Reeves propone che KV62 possa appartenere a un sepolcro più grande associabile a Nefertiti, basandosi anche sull’osservazione di immagini/scansioni ad alta risoluzione. Ipotesi archeologica, non prova diretta di ambienti nascosti. novembre 2015 Hirokatsu Watanabe effettua una prima scansione GPR interna, interpretata come favorevole alla presenza di vuoti. Risultato preliminare e non replicato in modo concorde. 2016 Una seconda indagine radar, collegata a National Geographic, non conferma il risultato iniziale. Contraddizione sperimentale importante. febbraio 2018 Terza indagine GPR interna, eseguita dal gruppo che poi pubblicherà nel 2020. I suoi autori dichiarano che l’ipotesi di Reeves non è supportata dai loro dati GPR. 2017–2018 Campagne ERT attorno alla collina di KV62; i dati sono integrati in un modello 3D. Rilevano anomalie conduttive e resistive che richiedono spiegazione, non camere dimostrate. 2020 Pubblicazione scientifica su rilevamenti geofisici e geomatici integrati nella Valle dei Re. Fonte primaria peer-reviewed, utile per metodo e stato del dibattito. 2026 (da verificare) Nuove misure GPR + microgravità e riesame ERT, attribuite a Eldamaty e Ballard; possibile richiesta di micro-perforazione con robot. Non verificato qui in una fonte primaria accessibile: trattare come preliminare.


3. Come leggere i dati geofisici

Tecnica Che cosa misura Cosa può suggerire Limiti decisivi a KV62 GPR — georadar Riflessioni di onde elettromagnetiche dovute a contrasti nelle proprietà dielettriche. Discontinuità, interfacce, possibili vuoti, riempimenti o pareti. Un riflettore non equivale automaticamente a una parete; un’assenza di segnale può dipendere da attenuazione, geometria, rumore o accoppiamento con la superficie. Interpretazioni diverse dello stesso sito sono già emerse. Microgravità Piccole variazioni del campo gravitazionale legate alla distribuzione delle masse/densità. Un deficit di massa può essere compatibile con un vuoto o con terreno fratturato/meno denso. La soluzione è non univoca: forma, profondità e contrasto di densità possono produrre segnali simili. Correzioni topografiche e geologiche sono essenziali. ERT — tomografia elettrica Distribuzione della resistività elettrica del sottosuolo ricostruita da misure con elettrodi. Contrasti che possono riflettere roccia, fratture, materiali umidi/salini, detriti o vuoti. La resistività non identifica da sola una camera; le inversioni sono modellistiche e influenzate da contatto degli elettrodi, topografia e scelta dei parametri. Integrazione multi-metodo Confronto spaziale e fisico di più dataset indipendenti. Rende più robusta un’anomalia se GPR, gravità ed ERT convergono nella stessa posizione e profondità. La convergenza non elimina l’ambiguità se tutti i modelli dipendono da assunzioni non testate; serve una verifica diretta, minimamente invasiva.

Il criterio corretto: anomalia ? camera

Una anomalia geofisica è una differenza misurata rispetto al comportamento di fondo. Diventa un’ipotesi di camera solo dopo un processo inferenziale: geometria coerente, posizione riproducibile, profondità compatibile, controllo degli effetti geologici e conferma da tecniche indipendenti. Diventa una camera accertata soltanto con una verifica diretta — ad esempio endoscopia, imaging robotico o scavo controllato — che documenti uno spazio costruito.

Nel caso in esame, una geometria “ad angolo retto” aumenterebbe l’interesse archeologico, ma non basta da sola: fratture, superfici di cava, discontinuità naturali e artefatti di inversione possono generare configurazioni apparentemente lineari o angolari.


4. Che cosa dice la fonte scientifica verificata

L’articolo di Porcelli e colleghi, pubblicato in Sensors nel 2020, descrive un progetto integrato nella Valle dei Re che combina mappatura 3D, ERT, GPR e magnetometria. Per l’area di KV62:

  • ricostruisce il conflitto tra la prima scansione GPR del 2015, apparentemente positiva, e la successiva indagine del 2016, che non la confermò;
  • riferisce che il proprio GPR interno, effettuato nel 2018, non supportava l’ipotesi di Reeves;
  • documenta campagne ERT del 2017 e del 2018 attorno alla collina di KV62: il modello 3D mostra anomalie conduttive e resistive “da spiegare”, non un’identificazione conclusiva di camere;
  • segnala difficoltà operative concrete: nell’area della Valle dei Re le resistenze di contatto agli elettrodi possono essere elevate, soprattutto nei detriti, e ciò richiede filtraggio dei dati e controlli robusti dell’inversione.

Questa fonte non “chiude” la questione: dimostra però che il caso KV62 ha già prodotto falsi positivi potenziali e risultati discordanti. Perciò un annuncio nuovo richiede dati completi, metodologia trasparente e revisione indipendente prima di parlare di scoperta.


5. Valutazione dell’ipotesi Nefertiti

Cosa renderebbe plausibile un collegamento

  • La piccola scala e alcune peculiarità di KV62 rispetto ad altre sepolture reali possono giustificare la domanda se la tomba sia stata adattata.
  • L’ipotesi di Reeves individua luoghi specifici — in particolare oltre le pareti nord e ovest — e quindi è falsificabile con un rilievo spazialmente accurato.
  • Se esistesse un ambiente sigillato, con architettura e decorazione coerenti, potrebbe fornire dati inediti sulla successione dopo Akhenaton e sul ruolo di Nefertiti.

Perché non si può concludere oggi

  • Cavità non significa sepoltura. Potrebbe trattarsi di un corridoio, deposito, volume tecnico di cava, frattura o spazio non funerario.
  • Sepoltura non significa Nefertiti. Anche una tomba reale vicina non ne stabilirebbe l’identità senza iscrizioni, resti o corredo con provenienza chiara.
  • Il corredo di Tutankhamon contiene indizi di riuso e riconfigurazione, ma il riuso di oggetti non prova dove fosse stata sepolta Nefertiti né che la sua tomba sia in KV62.
  • Nefertiti potrebbe aver avuto uno status regale elevato e, secondo alcune ricostruzioni, persino una titolatura faraonica; identità, successione e luogo di sepoltura restano però questioni aperte nella ricerca egittologica.

Formula prudente per un testo divulgativo: “Le anomalie, se confermate e spazialmente coincidenti, potrebbero giustificare una verifica endoscopica; non costituiscono al momento una prova dell’esistenza di una camera né, tantomeno, della tomba di Nefertiti.”


6. Verifica diretta e conservazione

La proposta descritta di perforazioni controllate di 7–8 cm con introduzione di mini-robot e camere a 360° avrebbe, in linea di principio, un vantaggio: stabilire se esiste un volume accessibile evitando uno scavo esteso. È però un intervento irreversibile su un monumento dipinto e fragile; richiede autorizzazione, progetto conservativo e una soglia probatoria elevata.

Requisiti minimi prima di perforare

  1. Pubblicare dati grezzi o adeguatamente archiviati, coordinate, parametri strumentali, incertezze e risultati negativi, non solo immagini selezionate.
  2. Far valutare i dataset da geofisici indipendenti, idealmente con analisi “in cieco” rispetto all’interpretazione archeologica desiderata.
  3. Eseguire un’inversione con più modelli geologici plausibili e presentare la sensibilità delle anomalie a profondità, densità/resistività e filtri.
  4. Dimostrare la coincidenza 3D fra GPR, gravità ed ERT e separare gli effetti di roccia fratturata, detriti, sali e umidità.
  5. Progettare il foro nel punto a minimo rischio per intonaco, pitture, stabilità e microclima, con monitoraggio prima-durante-dopo.
  6. Definire in anticipo il protocollo per immagini, campionamento, contaminazione biologica e gestione di un eventuale ambiente sigillato.

Rischi ambientali

L’eventuale influenza di acque meteoriche, deflussi improvvisi e falda merita una valutazione idrogeologica specifica. Tuttavia non basta richiamare genericamente “inondazioni” o “innalzamento della falda” per accelerare un intervento: occorrono serie di monitoraggio, mappa delle vie di infiltrazione, dati su umidità e sali nelle pareti, e un piano di mitigazione. La conservazione non è un argomento a favore o contro la perforazione in astratto; è parte del bilancio tecnico da documentare.


7. Checklist editoriale per aggiornamenti

Prima di pubblicare un titolo come “Nuove prove di camere nascoste”, verificare:

  • Il DOI si risolve e il contenuto è effettivamente quello attribuito?
  • Si tratta di articolo scientifico, news, comunicato, preprint, presentazione congressuale o intervista?
  • Chi sono autori, istituzioni, ruolo di Ballard nell’analisi e disponibilità dei dati?
  • Le misure sono state svolte dentro KV62 o sopra/attorno alla collina? Con quale risoluzione e geometria?
  • “Corridoio di 2 m” è una misura diretta, un modello o un’interpretazione grafica?
  • Dove si trova l’“anomalia 7” in coordinate riferite alla planimetria della tomba? Quali sono profondità e incertezza?
  • L’ERT 2017 viene reinterpretata dagli autori originali o da un gruppo diverso? Esiste una comparazione quantitativa con il modello 3D del 2020?
  • Il Consiglio Supremo delle Antichità ha formalmente autorizzato un foro? Esistono progetto, data e responsabile della conservazione?

Lessico consigliato

Da evitare Preferire “Scoperte le camere di Nefertiti” “Rilevate anomalie compatibili, da verificare, con possibili ambienti non documentati”. “Il radar vede una stanza” “Il GPR registra riflessioni interpretate come possibili discontinuità o vuoti”. “Tesori dietro la parete” “Una eventuale cavità potrebbe essere vuota, riempita di detriti o contenere materiali: la geofisica non lo determina”. “Perforazione imminente” “Una perforazione è stata proposta/annunciata, ma va distinta da un’autorizzazione formalmente confermata”.


8. Domande di ripasso

  1. Qual è la differenza epistemologica tra un’anomalia geofisica e una camera archeologica accertata?
  2. Perché il GPR può produrre interpretazioni discordanti in una tomba scavata nella roccia?
  3. In che modo una micro-anomalia gravimetrica può essere compatibile tanto con un vuoto quanto con roccia fratturata o detriti meno densi?
  4. Perché la convergenza fra GPR, ERT e microgravità è più persuasiva di un singolo profilo, ma non ancora conclusiva?
  5. Quali passaggi nella cronologia KV62 mostrano che il risultato del 2015 non è stato definitivamente confermato?
  6. Quale evidenza sarebbe necessaria per passare da “esiste una cavità” a “è la sepoltura di Nefertiti”?
  7. Elenca quattro requisiti scientifici e conservativi per autorizzare un microforo esplorativo.
  8. Come cambieresti un titolo sensazionalistico affinché rispetti il grado effettivo di evidenza?

9. Risposte sintetiche

  1. Un’anomalia è un segnale fisico non spiegato; una camera accertata è un ambiente verificato direttamente e interpretato nel suo contesto.
  2. Per attenuazione, geometria dei riflettori, rumore, proprietà del materiale, condizioni di acquisizione ed elaborazione.
  3. La gravità risponde alla massa/densità, non alla funzione archeologica del volume che ha generato il contrasto.
  4. Tecniche indipendenti riducono la probabilità di un artefatto specifico, ma restano possibili modelli geologici alternativi e incertezze di localizzazione.
  5. Un primo GPR positivo (2015), un controllo non confermativo (2016) e una terza indagine interna non favorevole (2018, pubblicata nel 2020).
  6. Evidenza diagnostica: iscrizioni, titoli, resti identificabili e corredo in contesto primario, non soltanto la presenza di una cavità.
  7. Dati riproducibili, revisione indipendente, modellazione delle incertezze, piano di conservazione/monitoraggio, autorizzazioni e protocollo operativo.
  8. Esempio: “Nuove anomalie geofisiche riaprono l’ipotesi di ambienti oltre KV62; nessuna camera è ancora confermata”.

Fonti e nota metodologica

  1. Porcelli, F. et al. (2020). Integrated Geophysics and Geomatics Surveys in the Valley of the Kings. Sensors, 20(6), 1552. DOI: https://doi.org/10.3390/s20061552. Articolo ad accesso aperto: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7146325/
  2. DOI segnalato nel quesito: https://doi.org/10.1038/d41586-026-02621-2. Durante questa ricerca il resolver non ha fornito contenuto e non è stata trovata una pagina indicizzata verificabile: non viene quindi usato come fonte confermativa dei dettagli tecnici del nuovo annuncio.
  3. Il quadro del 2015 (Reeves), le scansioni del 2015–2018 e le campagne ERT 2017–2018 sono discussi e contestualizzati nella fonte n. 1.

Nota per l’uso didattico/editoriale: aggiornare il presente dossier non appena diventano disponibili il testo integrale del contributo 2026, gli allegati tecnici (radargrammi, griglie gravimetriche, modello ERT, coordinate e incertezze) e una comunicazione formale dell’autorità egiziana su autorizzazioni e protocollo di indagine.

L'articolo Tomba di Tutankhamon, anomalie geofisiche e ipotesi Nefertiti: nessuna camera nascosta è ancora confermata proviene da Scintilena.

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Grotta Romanelli oltre il Paleolitico: le nuove date raccontano il riuso medievale di Castro

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Grotta Romanelli torna al centro della ricerca archeologica con le datazioni di tre sepolture medievali e con una stratigrafia che riporta le più antiche frequentazioni al Pleistocene medio. Martedì 22 settembre, a Castro, un incontro dedicato agli studi in corso.

Incontro su Grotta Romanelli a Castro

Martedì 22 settembre 2026, alle ore 18, il Castello Aragonese di Castro, in provincia di Lecce, ospiterà l’incontro “Grotta Romanelli. Tra storia e ricerca”. L’appuntamento è annunciato come un momento di aggiornamento sulle campagne di studio e sulla valorizzazione storico-archeologica della celebre cavità salentina.

Interverranno Luigi Coluccia, sindaco di Castro, Francesco D’Andria, direttore del Museo Archeologico di Castro, Rino Bianco, già funzionario della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per Brindisi, Lecce e Taranto, e Raffaele Sardella, dell’Università Sapienza di Roma e coordinatore delle ricerche contemporanee nel sito.

Data, orario, sede e relatori sono riportati nell’annuncio. Al momento della pubblicazione non è stata rintracciata una pagina istituzionale autonoma che confermi tutti i dettagli organizzativi. Per accesso, eventuale prenotazione e programma definitivo è quindi opportuno verificare direttamente con gli organizzatori.

Grotta Romanelli e le sepolture medievali

La notizia scientifica più recente riguarda tre resti umani rinvenuti nella cavità all’inizio del Novecento. Per lungo tempo erano stati associati al quadro preistorico del sito sulla base del contesto di recupero storico. Uno studio pubblicato nel 2026 sul Journal of Anthropological Sciences ha eseguito per la prima volta datazioni dirette al radiocarbonio AMS su un adulto e due bambini.

Il risultato modifica in modo netto l’interpretazione. L’adulto è datato, con intervalli calibrati al 95,4%, tra il 1302 e il 1369 oppure tra il 1379 e il 1411 d.C. I due bambini sono collocati rispettivamente fra il 1423 e il 1455 e fra il 1435 e il 1489 d.C. Si tratta quindi di sepolture medievali, riferibili a fasi di riuso finora non riconosciute di Grotta Romanelli.

I resti erano stati recuperati tra il 1900 e il 1904 e sono conservati presso il Museo di Antropologia del Centro Musei delle Scienze Naturali e Fisiche dell’Università di Napoli Federico II. Le analisi mostrano quanto le collezioni storiche possano ancora produrre dati nuovi, se rilette con metodi aggiornati e documentazione archeologica più rigorosa.

Le date coincidono, in senso ampio, con secoli segnati anche da epidemie nel Mezzogiorno. Questo elemento non dimostra però un collegamento tra le deposizioni e specifici eventi epidemici. Le cause della morte, le modalità della sepoltura e il motivo del riuso della cavità restano quesiti aperti. Per chiarirli saranno necessarie ulteriori indagini bioantropologiche, paleopatologiche e storiche.

Stratigrafia e Paleolitico di Grotta Romanelli

Grotta Romanelli si apre nelle calcareniti cretacee della falesia costiera presso Castro. È nota da oltre un secolo come riferimento per l’archeologia, la paleontologia e la geomorfologia del Quaternario nel Mediterraneo. Il deposito ha restituito industrie litiche, resti faunistici, tracce di combustione, arte parietale, arte mobiliare e indicatori delle variazioni del livello marino.

Un passaggio decisivo è arrivato con la revisione cronostratigrafica pubblicata nel 2022 su Scientific Reports. Il lavoro ha integrato rilevamenti geomorfologici, analisi sedimentologiche e micromorfologiche, lettura delle successioni interne ed esterne e datazioni uranio-torio su speleotemi. La ricerca ha riesaminato circa sei metri di sequenza ancora conservata nella cavità.

Il quadro proposto supera l’attribuzione tradizionale dell’avvio del riempimento all’ultimo interglaciale, il MIS 5e. Le più antiche frequentazioni umane e faunistiche di Grotta Romanelli vengono invece collocate fra MIS 9 e MIS 7, nel Pleistocene medio. Lo studio indica anche che il mare raggiunse la grotta durante questa fase più antica e che le tacche di battente interne non devono essere riferite automaticamente al MIS 5e.

Questa revisione influisce sulla lettura delle industrie e dei focolari segnalati negli scavi storici. Gli autori considerano possibile che il focolare più basso, posto sui depositi marini inferiori, rappresenti una delle più antiche testimonianze di uso del fuoco nella penisola italiana. È un’ipotesi fondata sulla nuova cornice cronologica del deposito e richiede una lettura prudente, dato che le strutture furono scavate in passato.

Arte paleolitica nella Grotta Romanelli

Le indagini recenti hanno ampliato anche il dossier sull’arte della cavità. Un articolo pubblicato nel 2021 sulla rivista Antiquity ha documentato 31 nuove unità grafiche sulle pareti di Grotta Romanelli. Il lavoro ha riconosciuto figure animali, motivi geometrici e segni lineari, rilevando sovrapposizioni e l’impiego di più tecniche di incisione.

La presenza di pannelli con caratteristiche diverse indica più fasi di attività grafica. Il progetto avviato dal 2016 ha permesso di registrare sistematicamente superfici prima poco note e di confrontare le incisioni con i depositi vicini, con le tecniche adottate e con altre tradizioni dell’arte paleolitica europea.

Anche l’arte mobiliare è oggetto di revisione. Le pietre decorate e le collezioni formate durante gli scavi del primo Novecento richiedono il confronto tra vecchie attribuzioni stratigrafiche, archivi, reperti e analisi attuali. In questa prospettiva, Grotta Romanelli non è soltanto un insieme di materiali già conosciuti: è un archivio complesso, nel quale depositi, oggetti e dati di scavo possono essere nuovamente interrogati.

Ricerca, tutela e nuove domande

Il programma di ricerca attivo dal 2015 e finanziato dal 2016 dal progetto Grandi Scavi della Sapienza riunisce archeologia, geologia, geoarcheologia, geomorfologia, paleontologia, geocronologia e bioantropologia. Alle indagini hanno contribuito, fra gli altri, Sapienza Università di Roma, CNR, Università di Torino, Università di Milano, Università Federico II di Napoli e CEDAD dell’Università del Salento.

L’incontro di Castro può quindi offrire un punto sul rapporto fra ricerca e tutela. La conservazione delle pareti incise, dei depositi residui e della falesia costiera richiede attenzione costante. La restituzione pubblica dei risultati deve procedere insieme alla protezione di un contesto archeologico vulnerabile.

Le sepolture medievali aggiungono una fase inattesa alla lunga storia di Grotta Romanelli. La revisione del Pleistocene medio ne estende invece all’indietro la cronologia. Due risultati diversi convergono nella stessa indicazione: la lettura del sito non può più separare l’archeologia preistorica dalla storia successiva della cavità, dalle collezioni museali e dai processi naturali che hanno costruito e modificato il deposito.

Fonti

Dossier di ricerca — Grotta Romanelli: tra storia e ricerca

Oggetto: incontro annunciato per martedì 22 settembre 2026, ore 18:00, Castello Aragonese di Castro (LE)

Sintesi editoriale

L’incontro si colloca in un momento particolarmente significativo per Grotta Romanelli. La novità scientifica immediatamente più pertinente è lo studio del 2026 che ha datato direttamente tre resti umani storicamente attribuiti alla preistoria: si tratta invece di sepolture medievali, comprese fra il XIV e il XV secolo. Il risultato amplia in modo sostanziale la biografia del sito: Grotta Romanelli non è soltanto un archivio del Paleolitico mediterraneo, ma una cavità riutilizzata in epoche molto più tarde.

Questo esito si innesta su una revisione stratigrafica già decisiva, pubblicata nel 2022: le nuove datazioni U/Th e lo studio sedimentologico hanno retrodatato le prime frequentazioni umane a un intervallo compreso fra MIS 9 e MIS 7, quindi nel Pleistocene medio, molto prima dell’attribuzione tradizionale all’ultimo interglaciale. La grotta conserva inoltre arte parietale e mobiliare, industrie litiche, fauna e tracce di fuoco; le ricerche recenti hanno identificato 31 nuove unità grafiche sulle pareti e hanno riesaminato l’arte mobiliare.

Avvertenza sulla verifica dell’evento

Il testo dell’annuncio indica chiaramente data, ora, sede e relatori. Nelle fonti web indicizzate consultate non è emersa però una pagina istituzionale autonoma del Comune/Museo che confermi tutti i dettagli logistici dell’appuntamento. Nel comunicare l’evento è quindi opportuno citare tali dati come provenienti dall’annuncio ricevuto e richiedere, se necessario, conferma diretta agli organizzatori su accesso, eventuale prenotazione e programma definitivo.

Scheda dell’incontro

Campo Dato Titolo Grotta Romanelli. Tra storia e ricerca Data e ora Martedì 22 settembre 2026, ore 18:00 Luogo Castello Aragonese, Castro (Lecce) Tema Presentazione delle risultanze della campagna di studio a Grotta Romanelli e valorizzazione storico-archeologica del sito Interventi annunciati Luigi Coluccia, sindaco di Castro; Francesco D’Andria, direttore del Museo Archeologico di Castro; Rino Bianco, già funzionario SABAP per Brindisi, Lecce e Taranto; Raffaele Sardella, Sapienza Università di Roma

Perché Grotta Romanelli è un sito chiave

Grotta Romanelli si apre nelle falesie calcaree cretacee della costa sud-orientale pugliese, nei pressi di Castro. La sua posizione costiera e il riempimento sedimentario la rendono insieme un archivio archeologico, paleontologico, geomorfologico e paleoambientale.

  • È uno dei riferimenti storici per lo studio del Paleolitico italiano e mediterraneo.
  • Conserva industrie litiche, resti faunistici, tracce di combustione, arte parietale e arte mobiliare.
  • Le cavità e la falesia circostante conservano indicatori relativi alle oscillazioni del livello marino nel Pleistocene.
  • Il sito è particolarmente importante anche dal punto di vista della storia della ricerca: le indagini del primo Novecento produssero collezioni oggi custodite in più istituzioni, che le tecniche analitiche moderne possono nuovamente interrogare.

Cronologia essenziale della ricerca

Periodo Evento e significato 1874 Prima scoperta della grotta. 1900–1904 Esplorazioni e recupero di reperti, compresi i resti umani poi conservati a Napoli. Dal 1914 Scavi di Gian Alberto Blanc: fondamentale sistematizzazione stratigrafica, paleontologica e archeologica del deposito. 2015–2016 Ripresa delle ricerche multidisciplinari coordinate da Raffaele Sardella/Sapienza, dopo decenni di inattività sul campo. 2017–2021 Apertura di sezioni stratigrafiche, campionamenti sedimentologici, micromorfologici e geocronologici U/Th. 2021 Pubblicazione delle nuove incisioni parietali: 31 unità grafiche riconosciute. 2022 Revisione cronostratigrafica: le evidenze più antiche di frequentazione vengono collocate fra MIS 9 e MIS 7. 2026 Datazione AMS diretta di tre individui: sepolture medievali, non preistoriche.

Risultanze scientifiche da mettere al centro

1. Una sequenza più antica del previsto

Lo studio pubblicato in Scientific Reports nel 2022 ha combinato geomorfologia costiera, litostratigrafia, morfostratigrafia, micromorfologia e datazioni uranio-torio su speleotemi. La conseguenza principale è il superamento dell’idea che l’avvio del riempimento della grotta coincidesse con l’ultimo interglaciale (MIS 5e).

Le datazioni disponibili sui depositi più bassi e sulle concrezioni indicano un quadro più antico. Gli autori propongono che le più antiche frequentazioni umane e faunistiche ricadano fra MIS 9 e MIS 7, in un arco del Pleistocene medio. Fra gli aspetti di maggiore rilievo vi sono:

  • un record di ingressioni marine e oscillazioni del livello relativo del mare conservato nella grotta e lungo la falesia;
  • l’attribuzione delle tacche di battente interne a una fase più antica di quanto ritenuto in passato;
  • la possibilità che un focolare sui depositi marini inferiori rappresenti una delle testimonianze più antiche dell’uso del fuoco nella penisola italiana;
  • una nuova cornice per industrie litiche, grandi mammiferi e dinamiche paleoambientali.

2. Le sepolture medievali: la novità del 2026

L’articolo di Sardella e collaboratori, pubblicato nel 2026 sul Journal of Anthropological Sciences, ha datato con AMS il radiocarbonio i tre individui meglio conservati, uno adulto e due bambini, scavati fra il 1900 e il 1904. In precedenza erano stati riferiti alla preistoria sulla base del contesto stratigrafico, ma non erano mai stati sottoposti a datazione diretta.

I risultati al 95,4% di probabilità sono: Individuo Intervallo calibrato Adulto 1302–1369 e 1379–1411 d.C. Bambino 1 1423–1455 d.C. Bambino 2 1435–1489 d.C.

Il dato dimostra fasi di riuso medievale finora non riconosciute. È una correzione importante, non una semplice aggiunta alla cronologia: obbliga a distinguere con precisione tra reperti paleolitici, deposizioni successive e vicende di formazione/alterazione dell’archivio archeologico. Gli autori osservano che le date si sovrappongono a fasi di ricorrenti epidemie nell’Italia meridionale, ma sottolineano esplicitamente che un nesso causale con mortalità epidemica richiede ulteriori verifiche bioantropologiche e storiche.

3. Arte parietale e mobiliare

Il lavoro pubblicato su Antiquity nel 2021 ha documentato 31 nuove unità grafiche sulle pareti. Le figure includono motivi zoomorfi, geometrici e lineari; la sovrapposizione di segni e l’impiego di almeno quattro tecniche d’incisione indicano più fasi di attività grafica e una conoscenza tecnica adattata a superfici di diversa durezza.

La ricerca sull’arte mobiliare è proseguita nel progetto Dec.O. (Decorated Objects of Romanelli Cave). Una revisione recente di nove pietre con motivi figurativi riconosce 16 figure e colloca l’insieme esaminato, attraverso il riesame di stratigrafia e collezioni, fra circa 13.400 e 10.400 anni fa, nella fase finale dell’Epigravettiano. Il repertorio comprende pesci, bovini, equidi/asini selvatici, cervi, cinghiali, un canide, un animale indeterminato e un leone delle caverne.

Metodo e rete della ricerca

Il valore del progetto deriva dall’integrazione di discipline e istituzioni, non da una singola tecnica:

  • Archeologia e geoarcheologia: lettura delle sequenze, contesti di rinvenimento, tecnologie litiche e processi di formazione dei depositi.
  • Geologia, geomorfologia e sedimentologia: ricostruzione dei depositi interni ed esterni alla cavità, dell’evoluzione della falesia e dei paleoambienti.
  • Geocronologia: U/Th su speleotemi e radiocarbonio AMS su reperti e campioni organici.
  • Paleontologia e paleoecologia: revisione delle faune e loro implicazioni biocronologiche e climatiche.
  • Archeometria dell’arte: analisi di superfici, tecniche d’incisione, repertori e cronologia dell’arte parietale e mobiliare.
  • Bioantropologia: riesame dei resti umani storici e interpretazione prudente delle pratiche funerarie e delle condizioni di vita.

La ripresa delle attività è finanziata dal 2016 dal programma Grandi Scavi della Sapienza. Nelle ricerche sono coinvolti, tra gli altri, Sapienza, CNR, Università di Torino, Università degli Studi di Milano, Università Federico II di Napoli e CEDAD dell’Università del Salento.

Profili dei relatori e chiavi di lettura

  • Luigi Coluccia può collocare la ricerca nella prospettiva civica e territoriale: tutela, identità di Castro, rapporto tra sito, museo e comunità.
  • Francesco D’Andria può affrontare il versante museale, storico-archeologico e della restituzione al pubblico dei risultati della ricerca.
  • Rino Bianco, per la sua esperienza nella tutela statale del patrimonio archeologico, può inquadrare autorizzazioni, conservazione, responsabilità istituzionali e rapporto tra ricerca e protezione.
  • Raffaele Sardella è il riferimento scientifico più direttamente legato alle indagini contemporanee: coordina le ricerche a Grotta Romanelli dal 2015 e figura tra gli autori degli studi recenti sulla stratigrafia e sulle sepolture medievali.

Domande utili per dibattito o intervista

  1. Quali risultati della più recente campagna di studio sono già consolidati e quali restano ipotesi da verificare?
  2. Le sepolture medievali modificano anche la lettura dei vecchi taccuini di scavo, delle planimetrie e delle collezioni museali?
  3. Quali analisi bioantropologiche restano da compiere sui tre individui e quali quesiti potranno realisticamente risolvere?
  4. Esistono elementi concreti per ricostruire le modalità di deposizione e il motivo del riuso medievale della cavità?
  5. Quali settori della grotta sono ancora poco o per nulla investigati e con quali priorità?
  6. Quali misure di conservazione sono necessarie per proteggere pareti incise, depositi residui e contesto costiero?
  7. In che modo saranno resi accessibili al pubblico i dati senza aumentare la vulnerabilità di un sito archeologico delicato?
  8. Come si concilia la valorizzazione del sito con la necessità di mantenere controllato l’accesso alla cavità?

Angolatura per un articolo

Titolo possibile:
Grotta Romanelli oltre il Paleolitico: le nuove date rivelano tre sepolture medievali a Castro

Attacco possibile:

A Grotta Romanelli la ricerca non aggiunge soltanto reperti a una storia già nota: ne corregge la cronologia e ne estende l’orizzonte. Le datazioni al radiocarbonio di tre scheletri recuperati oltre un secolo fa dimostrano che la celebre cavità di Castro fu riutilizzata nel Medioevo, fra Trecento e Quattrocento, mentre le indagini stratigrafiche degli ultimi anni hanno già retrodatato le più antiche frequentazioni umane al Pleistocene medio. L’incontro al Castello Aragonese offre l’occasione per fare il punto su un sito che continua a trasformare le domande degli studiosi.

Punti di cautela redazionale:

  • Non descrivere le sepolture medievali come prova di peste: la sovrapposizione cronologica con epidemie è un’ipotesi di contesto, non una dimostrazione causale.
  • Non attribuire tutti i resti umani della grotta a un’unica fase o cultura.
  • Distinguere tra il dato diretto (datazioni AMS degli individui) e interpretazioni più ampie sul riuso della cavità.
  • Evitare la formula generica “scoperta di una nuova grotta”: è una revisione analitica di un sito noto e di collezioni storiche.

Bibliografia e fonti essenziali

  1. Pieruccini, P. et al. (2022), “Stratigraphic reassessment of Grotta Romanelli sheds light on Middle-Late Pleistocene palaeoenvironments and human settling in the Mediterranean”, Scientific Reports, 12, 13530. DOI: 10.1038/s41598-022-16906-9. URL: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9358667/
  2. Sardella, R. et al. (2026), “Direct radiocarbon dating reveals medieval reuse at the prehistoric site of Grotta Romanelli (Castro, Apulia, Italy)”, Journal of Anthropological Sciences, 104, 1–13. DOI: 10.4436/JASS.10405. Scheda bibliografica e abstract: https://expertise.unimi.it/resource/item/1633644?language=en-US
  3. Sapienza Università di Roma (14 settembre 2026), “The Grotta Romanelli mystery: three bodies and a millennia-long enigma”. URL: https://www.uniroma1.it/en/notizia/grotta-romanelli-mystery-three-bodies-and-millennia-long-enigma
  4. Sigari, D. et al. (2021), “Birds and bovids: new parietal engravings at the Romanelli Cave, Apulia”, Antiquity, 95, 1387–1404. DOI: 10.15184/aqy.2021.128. URL: https://www.cambridge.org/core/journals/antiquity/article/birds-and-bovids-new-parietal-engravings-at-the-romanelli-cave-apulia/5CCCB947B1E6C9D69D1F9208064603EF
  5. Sigari, D. et al. (2026), “The figurative motifs in the portable art of Grotta Romanelli (southern Italy) within the late Pleistocene art tradition of southwestern Europe”, Journal of Archaeological Science: Reports, 71, 105630. DOI: 10.1016/j.jasrep.2026.105630.

Glossario rapido

  • AMS (Accelerator Mass Spectrometry): tecnica di spettrometria di massa con acceleratore impiegata, tra l’altro, per datazioni radiocarboniche molto sensibili.
  • Datazione U/Th: metodo basato sul disequilibrio tra uranio e torio, utile per datare concrezioni carbonatiche come stalagmiti e flowstone.
  • MIS (Marine Isotope Stage): suddivisione delle oscillazioni climatiche del Quaternario ricavata soprattutto da record isotopici marini; numeri diversi indicano fasi glaciali/interglaciali.
  • Arte mobiliare: oggetti decorati trasportabili, a differenza dell’arte realizzata direttamente sulle pareti.
  • Epigravettiano: complesso culturale del Paleolitico superiore finale diffuso in Italia e in altre aree dell’Europa meridionale.
  • Cronostratigrafia: ricostruzione della successione e dell’età degli strati geologici/archeologici.

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Cisterne Romane di Fermo, il sistema idrico sotterraneo che racconta la città di Firmum

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Trenta camere comunicanti, 2.200 metri quadrati e una rete di raccolta e distribuzione dell’acqua: le Cisterne Romane di Fermo conservano un capitolo rilevante dell’ingegneria idraulica di età romana nelle Marche.

Cisterne Romane di Fermo: un impianto sotto il centro storico

Le Cisterne Romane di Fermo formano un grande complesso idrico sotterraneo nel cuore dell’antica Firmum. Il nucleo oggi visitabile si trova sotto gli edifici sul lato orientale di Piazza del Popolo e si raggiunge dal Museo Civico Archeologico, in via Paccarone 36.

Il complesso è composto da 30 ambienti comunicanti. Le camere sono disposte in tre file parallele e occupano complessivamente circa 2.200 metri quadrati. Fermo Musei colloca la realizzazione dell’impianto nel I secolo d.C.; una lettura più prudente, riportata anche nella documentazione dell’istituto museale, estende l’orizzonte costruttivo tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C. Il Catalogo generale dei beni culturali lo data alla prima età imperiale. [web:10][web:7][web:2]

Le Cisterne Romane di Fermo non sono quindi una cavità naturale. Sono un’opera ipogea costruita per gestire una risorsa essenziale alla città romana. La loro conservazione permette di osservare da vicino l’incontro tra architettura, infrastruttura e organizzazione urbana.

Architettura delle Cisterne Romane di Fermo

La grande vasca misura internamente 65,12 metri per 29 metri. Ogni camera presenta dimensioni che variano approssimativamente tra 5,46 e 5,83 metri per 9,08-9,24 metri. L’altezza interna è compresa fra 5,53 e 5,56 metri. Il volume e la disposizione degli spazi restituiscono l’idea di un impianto unitario e articolato. [web:2]

Le strutture perimetrali sono in opera cementizia con paramento laterizio. Le pareti interne sono invece in opus testaceum. Tutte erano rivestite di opus signinum, il cocciopesto romano ottenuto da frammenti laterizi e calce. Questo rivestimento idraulico rendeva impermeabili le superfici della vasca ed era impiegato anche in altri contesti, come terme e pavimentazioni musive. [web:2][web:17]

Le volte a botte coprono gli ambienti rettangolari. Gli archi a tutto sesto collegano le camere tra loro. La pavimentazione presenta una pendenza, elemento che si collega alla circolazione regolata dell’acqua da un vano all’altro. [web:7]

Sistema idrico romano e funzione urbana

La funzione delle Cisterne Romane di Fermo andava oltre la semplice conservazione dell’acqua. Il complesso raccoglieva risorse idriche, soprattutto piovane secondo le fonti museali, le faceva circolare tra le camere e le distribuiva verso il tessuto urbano. Lungo il lato orientale resta riconoscibile il condotto di alimentazione. Un cunicolo in muratura, orientato verso nord, era destinato allo scarico. Due fistulae plumbee presso l’angolo nord-est indirizzavano l’acqua verso la parte più bassa della città. [web:2][web:7]

La cisterna svolgeva anche una funzione strutturale. La scheda del Catalogo generale dei beni culturali la interpreta infatti come sostruzione dell’area forense soprastante. In altre parole, l’opera contribuiva a sostenere e organizzare lo spazio pubblico della città, unendo esigenze tecniche e urbanistiche. [web:2]

Fermo Musei riferisce una portata massima di circa 15.000 metri cubi. Il valore va presentato come stima di capacità massima indicata dalla fonte, non come quantificazione definitiva del volume effettivamente sfruttabile. La fonte museale ricorda anche ipotesi storiche su un possibile utilizzo per equipaggiamenti navali; l’ipotesi non equivale a una destinazione accertata dell’intero sistema. [web:7]

Girfalco e archeologia del sottosuolo fermano

Le Cisterne Romane di Fermo fanno parte di una rete più ampia nel settore del Girfalco. Le fonti di Fermo Musei menzionano tre serbatoi: un primo ambiente oggi interrato, le Piccole Cisterne e il grande complesso in via degli Aceti. Le Piccole Cisterne sono situate all’ingresso di Piazza del Popolo, mentre le Grandi Cisterne costituiscono il nucleo di maggiore estensione. [web:7]

La conoscenza del sottosuolo cittadino si è arricchita anche con ricognizioni speleologiche. Un approfondimento pubblicato da La Scintilena riferisce delle ricerche del Gruppo Speleologico Cavità Artificiali del CAI di Fermo e segnala altre strutture: il cosiddetto Pozzo del tempio pagano presso la Cattedrale del Girfalco, una cisterna individuata nel 1927 all’estremità orientale del colle e un vano associato alla zona del Teatro Romano. Per il pozzo, la ricostruzione proposta da Massimo Spagnoli lo considera una cisterna autonoma e non un’opera che alimentasse le Grandi Cisterne. [web:11]

Questi elementi invitano a leggere le Cisterne Romane di Fermo dentro un paesaggio sotterraneo complesso. Le attribuzioni funzionali devono restare distinte tra dati visibili, documentazione archeologica e ipotesi interpretative.

Visita alle Cisterne Romane di Fermo

Nel calendario ordinario pubblicato da Fermo Musei, valido dal 15 settembre 2025 al 31 maggio 2027, il lunedì è giorno di chiusura. Dal martedì al venerdì sono previste visite guidate alle 11:00 e alle 16:00. Sabato e domenica l’apertura è indicata dalle 10:30 alle 13:00 e dalle 15:30 alle 19:00. Per i gruppi è consigliata la prenotazione. [web:10]

Gli orari, le eventuali aperture speciali e le modalità di accesso possono cambiare. Prima della visita è utile verificare direttamente gli aggiornamenti sul sito di Fermo Musei. La continuità materiale delle murature, delle volte e dei rivestimenti rende il percorso un osservatorio significativo per chi studia cavità artificiali, archeologia dell’acqua e forme storiche di gestione delle risorse.

Fonti

https://www.facebook.com/share/p/18T8h7yRcf/?mibextid=wwXIfr

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Alla scoperta dell’Acquedotto del Triglio: visita guidata nel sottosuolo tarantino con il Gruppo Speleo Statte

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Un’infrastruttura idraulica storica nel cuore delle Murge tarantine

L’Acquedotto del Triglio è una delle più imponenti opere di ingegneria idraulica antica della Puglia. Si tratta di un sistema complesso che attraversa i territori di Statte, Crispiano e Taranto, nella provincia ionica. L’opera combina gallerie artificiali scavate nella roccia, sorgenti naturali, pozzi verticali e un tratto monumentale in elevato caratterizzato da una successione di arcate.

Il Gruppo Speleo Statte organizza iniziative di visita guidata in un tratto ipogeo di questo acquedotto, offrendo ai partecipanti l’opportunitಳ di osservare da vicino un’infrastruttura normalmente invisibile. La visita si svolge in ambiente sotterraneo, con accesso regolamentato e accompagnamento da parte di speleologi esperti che studiano il sistema da anni.

Il sistema idraulico del Triglio: percorso, sorgenti e struttura

L’acquedotto prende il nome dalla località e dalla valle del Triglio, sul versante meridionale delle Murge tarantine. Il sistema intercetta e raccoglie acque provenienti da sorgenti situate nell’area del Monte Crispiano e le convoglia verso Taranto. Secondo la scheda del Comune di Statte, le gallerie sono alimentate da sei sorgenti, alcune attive e altre fossili, con nomi come Boccaladrona, Lazzarola, Rosamarina, Alezza, Miola e Monte Specchia.

Le acque vengono raccolte mediante raccordi e convogliate in un collettore, quindi nella galleria principale che passa sotto la collina di Montetermiti, attraversa Statte in corrispondenza della Via delle Sorgenti, raggiunge la Fontana Vecchia e prosegue verso Taranto. Il percorso è in parte sotterraneo e in parte esterno. L’ultimo tratto storico verso Taranto era caratterizzato da una successione di archi-canale.

Il sito CartApulia descrive il ponte dell’acquedotto lungo circa un chilometro, con arcate a tutto sesto larghe mediamente cinque metri e alte tra quattro e sei metri. La struttura presenta muratura a sacco, paramenti esterni in conci di tufo e crolli parziali. Le torrette in tufo visibili lungo Via delle Sorgenti non sono semplici elementi decorativi: sono pozzetti di aerazione, ispezione e manutenzione. Durante lo scavo servivano anche a organizzare il lavoro da più punti e a estrarre il materiale di risulta.

Lunghezza e datazione: cosa dicono le fonti

Esiste una differenza significativa tra le lunghezze riportate dalle diverse fonti, che va esplicitata chiaramente. Il Comune di Statte descrive l’opera come un sistema di circa otto chilometri di gallerie sotterranee. La letteratura scientifica segnala però una lunghezza complessiva del sistema fino a circa 18 km, includendo diramazioni e tratti non completamente sovrapponibili nelle diverse ricostruzioni.

La datazione dell’Acquedotto del Triglio non è univoca ed è importante distinguere tra dati documentati, ipotesi storiche e interpretazioni archeologiche. Il Comune di Statte riporta una tradizionale interpretazione secondo cui il primo tratto, dalle sorgenti fino a Statte, sarebbe stato realizzato nel 123 a.C., in relazione alla colonia Neptunia o Maritima e all’insediamento di ville suburbane. La stessa pagina comunale precisa però che questa ipotesi è stata superata da studi più recenti, orientati a interpretare l’opera come infrastruttura destinata al porto di Taranto.

Lo studio scientifico di Leucci, Parise, Sammarco e Scardozzi presenta il Triglio come acquedotto scavato in epoca romana e destinato a fornire acqua alla Tarentum antica. Gli autori ricordano comunque che sulla cronologia del canale principale permangono problemi archeologici: alcuni studiosi propongono l’etಳ romana, altri una fase bizantina.

Il tratto monumentale in elevato verso Taranto non deve essere automaticamente considerato contemporaneo alla galleria ipogea. Secondo lo studio CNR, la parte finale lunga circa tre chilometri, con oltre 200 arcate, assunse la forma monumentale nel XIV secolo. La banca dati CartApulia propone una lettura ancora più articolata: il tratto da Triglio a Statte potrebbe essere romano, mentre la parte restante sarebbe stata realizzata o modificata in epoca medievale. La scheda indica come periodo di riferimento l’Alto Medioevo (VII-X secolo), ma segnala l’incertezza dell’epoca di realizzazione.

Uso dell’acquedotto fino all’età contemporanea

Lo studio CNR segnala che l’infrastruttura rimase in uso fino al 1928, con restauri successivi, e che ancora in tempi recenti alcune parti sono utilizzate per l’irrigazione agricola. Una pubblicazione speleologica del 2007 riporta invece il 1922 come data di cessazione dell’approvvigionamento della città di Taranto. La differenza può dipendere dalla distinzione tra uso urbano potabile, uso residuo e uso agricolo.

Secondo quanto riportato dal professor Angelo Conte, l’acquedotto del Triglio fu costruito dai Romani fra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. La condotta ipogea proveniente dal territorio fra Crispiano e Statte convoglia le acque provenienti da sei gravine che, a una profondità di circa 9-10 metri, danno origine a un’unica condotta idrica che si dirige verso Taranto.

Struttura tecnica e indagini geofisiche

La galleria principale è un condotto scavato nel banco roccioso. Nella zona di Boccaladrona, studiata con rilievi speleologici e geofisici, il canale presenta un’altezza variabile fra circa 1,40 e 2,00 metri e una larghezza intorno ai 70 centimetri. Il soffitto è generalmente arcuato.

I pozzi verticali hanno dimensioni indicative di circa 80 × 80 centimetri e, in alcuni settori, sono distanziati di circa 20–42 metri. Le loro funzioni erano molteplici: ventilazione del condotto, accesso per ispezioni e manutenzione, rimozione dei detriti, controllo della profondità e della pendenza durante lo scavo, organizzazione del lavoro di avanzamento della galleria.

Alcuni tratti della volta e delle pareti sono stati rinforzati con piccoli blocchi di calcare. Lo studio CNR osserva che tali rinforzi possono essere riferiti a interventi compresi fra il V e il X secolo d.C., ma la cronologia delle singole opere di consolidamento richiede cautela.

Un lavoro pubblicato su Archaeological Prospection ha integrato archeologia, topografia, georadar (GPR) e tomografia elettrica di resistività (ERT). L’obiettivo era riconoscere e mappare un tratto sotterraneo minacciato dall’espansione di una cava vicina all’area industriale ILVA. Le indagini hanno documentato quattro pozzi verticali e circa 400 metri di galleria orizzontale. Il GPR ha permesso di riconoscere riflessioni associate alla volta del condotto, mentre l’ERT ha contribuito a ricostruire la stratigrafia e a distinguere le strutture artificiali da fratture o cavità carsiche riempite di sedimento.

Il contesto geologico e idrogeologico

Il settore del Triglio si trova sul versante meridionale dell’altopiano delle Murge, in un paesaggio caratterizzato da calcari e calcari dolomitici cretacici, ricoperti localmente da calcareniti e argille plio-pleistoceniche. Le gravine costituiscono incisioni vallive di origine fluvio-carsica.

Lo studio scientifico individua due livelli principali di acqua sotterranea nell’area: una falda superficiale sospesa, prossima alla superficie e localmente sostenuta da livelli argillosi, e una falda più profonda nei calcari cretacici. La progettazione dell’acquedotto presupponeva la capacità di intercettare la falda superficiale; le diramazioni secondarie furono probabilmente realizzate per aumentare la quantità d’acqua raccolta.

Questo quadro spiega perché l’acquedotto non sia soltanto un canale di trasporto: è anche un sistema di captazione e drenaggio, costruito adattandosi alla stratigrafia e alla circolazione idrica sotterranea.

L’iniziativa del Gruppo Speleo Statte

Il Gruppo Speleo Statte studia da anni la parte meno conosciuta del Triglio e ha contribuito al rilievo e alla documentazione del tracciato ipogeo. Le attività speleologiche hanno fornito dati utili per ricostruire le fasi costruttive, le tecniche di scavo e il funzionamento dell’opera.

Le visite guidate trasformano questo patrimonio specialistico in un’esperienza di divulgazione. Il valore dell’iniziativa non è soltanto turistico: consente di mostrare come la speleologia possa contribuire alla conoscenza, alla tutela e alla valorizzazione delle cavità artificiali.

ȳ opportuno non presentare la visita come accesso libero a tutto l’acquedotto. Il percorso visitabile dipende dal tratto scelto dagli organizzatori, dallo stato della galleria, dalla presenza d’acqua, dalle condizioni meteorologiche e dalle autorizzazioni.

Un precedente evento “Statte Segreta”, documentato da La Scintilena nel 2025, prevedeva ritrovo al Rifugio Parco del Triglio, suddivisione in gruppi, attrezzatura fornita dall’organizzazione, contributo di 10 euro, massimo 25 partecipanti e indicazione di portare ricambi e guanti. Queste informazioni sono riferite a quell’edizione e non devono essere attribuite automaticamente all’annuncio attuale.

Informazioni pratiche e sicurezza

L’annuncio propone un’escursione esclusiva nei cunicoli dell’Acquedotto ipogeo del Triglio, con turni e piccoli gruppi. L’attrezzatura tecnica viene fornita dall’organizzazione e la prenotazione è obbligatoria per telefono al numero 353 4123514.

Il testo promozionale non specifica data e orari dell’evento, luogo esatto di ritrovo, durata della visita, importo del contributo, età minima o eventuali limiti fisici, abbigliamento personale obbligatorio, accessibilitಳ per persone con difficoltà motorie, condizioni di annullamento in caso di pioggia o piena, eventuali autorizzazioni o liberatorie, tratto preciso dell’acquedotto visitato.

Questi elementi devono essere richiesti al Gruppo Speleo Statte prima di pubblicare una scheda informativa definitiva. L’ambiente ipogeo richiede prudenza anche quando l’attrezzatura è fornita dagli organizzatori. Prima della visita è consigliabile chiarire se il percorso comporta passaggi bassi, acqua o fango, se è necessario camminare in acqua e fino a quale altezza, se sono presenti pozzi, scale, corde o tratti verticali, quali sono le condizioni minime di salute e mobilità, come viene gestita un’eventuale emergenza, se la visita viene sospesa dopo piogge intense, quali indumenti e calzature deve portare il partecipante.

Durante la visita è importante seguire esclusivamente il gruppo, non toccare murature, concrezioni o reperti, non abbandonare rifiuti, non entrare nei pozzi non inclusi nel percorso e non separarsi dagli accompagnatori. In un acquedotto storico la presenza di acqua, sedimenti e strutture fragili rende dannoso ogni comportamento esplorativo non autorizzato.

Il contesto carsico aumenta inoltre la vulnerabilità alle contaminazioni: gli acquiferi carsici hanno spesso rapida circolazione e limitata capacità di filtrazione naturale. Anche per questo la tutela dell’acqua e l’assenza di sostanze estranee nell’ambiente ipogeo devono essere considerate parte integrante della sicurezza e della conservazione.

Valore culturale e divulgativo dell’Acquedotto del Triglio

Il Triglio è un esempio di patrimonio ipogeo complesso. Non è soltanto una galleria romana, né soltanto un acquedotto monumentale: è un sistema stratificato, modificato e riutilizzato in epoche diverse.

La sua lettura richiede il confronto fra fonti storiche e cartografiche, archeologia dell’architettura, speleologia delle cavitಳ artificiali, idrogeologia e geologia del carsismo, rilievi topografici e tecniche geofisiche, documentazione degli interventi di restauro e delle trasformazioni recenti.

La visita guidata può quindi essere raccontata come un’esperienza di archeologia pubblica: il pubblico entra in contatto con un’opera normalmente invisibile e comprende il rapporto fra acqua, roccia, insediamento umano e sviluppo della città di Taranto.

Fonti

  1. Comune di Statte, “L’Acquedotto del Triglio” – https://www.comune.statte.ta.it/l-acquedotto-del-triglio
  2. Leucci G., Parise M., Sammarco M., Scardozzi G., “Ancient Hydraulic Works: The Triglio Underground Aqueduct (Apulia, Southern Italy)”, Archaeological Prospection (CNR-IRPI) – https://iris.cnr.it/retrieve/db94d25a-6fbf-4574-a399-e6f6f2a7d261/prod_355134-doc_115237.pdf
  3. CartApulia, scheda “Acquedotto del Triglio” – https://www.cartapulia.it/esplora-la-carta/-/rcp/ricercaCartapulia_INSTANCE_1yi8w0oVRO9u/dettaglio/28232
  4. Made in Taranto, “Acquedotto del Triglio: l’opera di ingegneria idraulica con più di …” – https://www.madeintaranto.org/acquedotto-del-triglio/
  5. La Scintilena, “Statte Segreta: visita speleologica all’acquedotto romano ipogeo del Parco del Triglio”, 26 luglio 2025 – https://www.scintilena.com/statte-segreta-visita-speleologica-allacquedotto-romano-ipogeo-del-parco-del-triglio/07/26/
  6. Fondo Ambiente Italiano, “ACQUEDOTTO DEL TRIGLIO | I Luoghi del Cuore” – https://fondoambiente.it/luoghi/acquedotto-del-triglio?ldc
  7. Salento a Colori, “L’Acquedotto del Triglio fra Statte e Taranto” – https://www.salentoacolory.it/lacquedotto-del-triglio-fra-statte-taranto/
  8. Crispianonline, “Conosciamo la Gravina di Triglie” – https://www.crispianonline.com/wp/2018/09/conosciamo-la-gravina-di-triglie/
  9. Fame di Sud, “Acquedotto del Triglio. Un’antica opera d’ingegneria idraulica da salvare. Incontro a Taranto” – https://www.famedisud.it/acquedotto-del-triglio-unantica-opera-dingegneria-idraulica-da-salvare-incontro-a-taranto/
  10. Lab Green and Blue, “Cronache d’acqua – Giulia Parlato – Taranto sotterranea” – https://lab.greenandblue.it/2024/cronache-acqua-immagini-sud-italia-cambiamento-climatico/articolo/giulia-parlato/taranto-sotterranea/
  11. Tripadvisor, “Acquedotto del Triglio (2025)” – https://www.tripadvisor.com/Attraction_Review-g4013729-d6560801-Reviews-Acquedotto_del_Triglio-Statte_Province_of_Taranto_Puglia.html
  12. Blog Puglia, “Statte, rassegna ‘Le vie dell’acqua: lungo il Triglio’ dal 23 al 25 settembre 2026” – https://www.blog.puglia.it/le-vie-dell-acqua-lungo-il-triglio-statte-23-25-settembre-2026/

Acquedotto del Triglio

L'articolo Alla scoperta dell’Acquedotto del Triglio: visita guidata nel sottosuolo tarantino con il Gruppo Speleo Statte proviene da Scintilena.

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Neanderthal e Sapiens nelle grotte del Cilento: a Marina di Camerota, nel Cilento, in Campania, le nuove ricerche sulla preistoria

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Venerdì 25 settembre 2026, al Cinema Bolivar di Marina di Camerota, saranno presentati i risultati delle più recenti indagini archeologiche nella Grotta del Poggio e nella Grotta della Cala. Tra i protagonisti dell’incontro, Silvia Gazzo, giovane dottoranda dell’Università di Genova, e Adriana Moroni, direttrice delle ricerche e professoressa di Preistoria a Siena

Marina di Camerota, luogo caro agli speleologi: dal 29 ottobre al 1° novembre 2021 ha ospitato Speleo Kamaraton, il Raduno Internazionale di Speleologia organizzato nel difficile periodo della pandemia. Un raduno coraggioso, che riportò centinaia di speleologi a incontrarsi e condividere esperienze dopo mesi di restrizioni e incertezze

Le grotte possono conservare per decine di migliaia di anni le tracce delle persone che le hanno frequentate. Strumenti in pietra, resti di animali, sedimenti e altri reperti permettono agli archeologi di ricostruire frammenti della vita delle popolazioni preistoriche e degli ambienti nei quali vivevano.

Di questo si parlerà venerdì 25 settembre alle ore 9.30, al Cinema Bolivar di Marina di Camerota, durante l’incontro “Due umanità, una penisola. La storia di Neanderthal e Sapiens in Italia centro-meridionale”.

Le nuove ricerche alla Grotta del Poggio e alla Grotta della Cala

L’appuntamento nasce dal lavoro del gruppo di ricerca impegnato nella Grotta del Poggio e nella Grotta della Cala, due importanti siti per lo studio della preistoria del Cilento.

Durante la mattinata saranno presentati i risultati delle più recenti indagini di archeologia preistorica condotte nell’Italia centro-meridionale, con particolare attenzione alla storia di Neanderthal e Homo sapiens e alle nuove conoscenze emerse dalle ricerche nelle grotte del territorio di Camerota.

L’incontro sarà aperto dai saluti istituzionali dell’Amministrazione comunale di Camerota. Sono annunciati gli interventi di Anna Onesti, Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Salerno e Avellino, e degli studiosi Adriana Moroni, Marie Bignon, Silvia Gazzo, Jacopo Gennai, Giulia Marciani, Erica Piccirilli e Sem Scaramucci.

Appuntamento a Marina di Camerota

“Due umanità, una penisola. La storia di Neanderthal e Sapiens in Italia centro-meridionale” si terrà venerdì 25 settembre 2026, alle ore 9.30, presso il Cinema Bolivar di Marina di Camerota.

Per chi segue Scintilena, l’incontro rappresenta anche l’occasione per tornare sulle ricerche di Fabio Negrino, archeologo e speleologo dell’Università di Genova, che abbiamo già incontrato diverse volte sulle nostre “pagine”. Fabio non sarà presente all’incontro; tra gli studiosi che interverranno ci saranno invece Silvia Gazzo, sua dottoranda all’Università di Genova, e Adriana Moroni, professoressa di Preistoria all’Università di Siena e direttrice delle ricerche.

L’Arma delle Manie e quella lezione dei Neanderthal che parla anche a tutti noi – Scintilena

Fabio Negrino racconta Neandertaliani e grotte preistoriche – Scintilena

Fonte: comunicazione dell’iniziativa e informazioni diffuse dal team di ricerca della Grotta del Poggio e della Grotta della Cala

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Arte rupestre paleolitica nei Paesi Baschi: gli animali nelle grotte seguivano uno schema preciso

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Uno studio su 500 figure di nove grotte dei Paesi Baschi individua relazioni ricorrenti tra specie, posizione e orientamento degli animali. Secondo il ricercatore Inaki Intxaurbe, dietro le composizioni potrebbe esserci una vera e propria “sintassi grafica”.

Le figure animali dipinte e incise nelle grotte paleolitiche non sarebbero state collocate casualmente sulle pareti. Bisonti, cavalli e caprini sembrano occupare posizioni precise all’interno delle composizioni e persino la direzione verso cui sono rivolti mostra regolarità statisticamente significative.

È quanto emerge da una ricerca condotta da Iñaki Intxaurbe, ricercatore post-dottorato dell’Università dei Paesi Baschi (EHU), pubblicata sul Journal of Archaeological Method and Theory.

Lo studio ha preso in esame circa 500 motivi grafici appartenenti a nove grotte dei Paesi Baschi, datati approssimativamente tra 16.000 e 14.000 anni fa. Utilizzando analisi statistiche multivariate e tecniche di network analysis, Intxaurbe ha cercato di verificare se le associazioni tra le diverse figure fossero casuali oppure rispondessero a regole ricorrenti.

Bisonti, cavalli e caprini al centro delle composizioni

Dall’analisi emerge una struttura nella quale tre categorie di animali – bisonti, cavalli e caprini – assumono un ruolo centrale, mentre le altre specie tendono a distribuirsi in relazione a esse.

Un elemento particolarmente interessante riguarda l’orientamento delle figure.

I bisonti e numerosi altri animali risultano prevalentemente rivolti verso sinistra, mentre i cavalli mostrano una tendenza statisticamente significativa a essere rappresentati verso destra.

Esistono inoltre alcuni casi nei quali questo schema si inverte: i cavalli sono rivolti a sinistra e gli altri animali a destra. Proprio queste inversioni, secondo il ricercatore, rafforzerebbero l’ipotesi dell’esistenza di una regola compositiva, piuttosto che di una semplice preferenza grafica degli autori.

Il risultato mette anche in discussione una vecchia spiegazione secondo la quale la prevalenza di animali rivolti verso sinistra sarebbe stata conseguenza della maggiore diffusione della mano destra tra gli artisti paleolitici. Se si trattasse soltanto di una questione ergonomica, infatti, sarebbe più difficile spiegare il comportamento differente e ricorrente delle figure di cavallo.

Una “sintassi” sulle pareti delle grotte?

Intxaurbe propone di leggere queste relazioni utilizzando un concetto preso in prestito dalla linguistica: quello di sintassi.

Non significa che le pitture costituissero necessariamente una lingua nel senso moderno del termine. L’ipotesi è che le figure fossero organizzate secondo regole condivise, capaci di stabilire quali elementi potessero essere associati e in quale relazione reciproca.

Mappa delle grotte e datazioni. Sono utilizzati dati GADM e dati propri; il grafico delle datazioni è stato prodotto con OxCal e modificato dall’autore

In questa prospettiva, la parete decorata della grotta non sarebbe quindi semplicemente una raccolta di immagini indipendenti, ma un sistema grafico strutturato.

L’idea che le associazioni tra animali nell’arte paleolitica non siano casuali non è nuova. Già nel Novecento diversi studiosi avevano cercato di individuare regolarità nella distribuzione delle specie e nell’organizzazione delle composizioni.

La novità di questo lavoro risiede soprattutto nell’applicazione di strumenti quantitativi e dell’analisi delle reti di co-occorrenza, utilizzate per verificare statisticamente le relazioni tra i diversi motivi.

Un codice che ancora non sappiamo leggere

Il risultato più suggestivo dello studio è anche quello che richiede maggiore cautela.

Individuare una struttura non significa infatti averne decifrato il significato.

Le analisi mostrano che determinate figure e determinati orientamenti ricorrono secondo schemi riconoscibili, ma non permettono di stabilire che cosa questi schemi significassero per le comunità paleolitiche.

Non sappiamo quindi se fossero collegati a racconti, pratiche rituali, classificazioni del mondo animale, sistemi di memoria, identità sociali o ad altre forme di comunicazione simbolica.

Lo stesso Intxaurbe sottolinea questa distinzione: ciò che la ricerca permette di sostenere è l’esistenza di un’organizzazione; il messaggio eventualmente contenuto in quell’organizzazione rimane invece sconosciuto.

Non tutte le grotte venivano decorate

Un’altra osservazione riguarda la scelta stessa delle cavità.

Le manifestazioni artistiche paleolitiche non compaiono indistintamente in tutte le grotte frequentate dall’uomo. Solo alcune cavità, e spesso determinati settori al loro interno, furono scelti per ospitare pitture e incisioni.

Ricostruzione geoarcheologica e spaziale della Chamber of Paintings di Santimamiñe. Cartografie e modelli 3D sono stati prodotti dall’autore

Questo carattere selettivo rafforza l’idea che la produzione delle immagini avesse un’importanza specifica per le comunità che le realizzarono.

Alla scelta della grotta e della parete potrebbe dunque essersi aggiunta una scelta altrettanto precisa riguardo a quali animali rappresentare, come associarli e verso quale direzione orientarli.

La comprensione di questi sistemi non può quindi prescindere dal contesto sotterraneo nel quale le immagini furono create.

Dati e metodologia disponibili per nuove ricerche

Un aspetto importante del lavoro è la scelta di rendere disponibili la metodologia e il database utilizzato per l’analisi.

Questo permetterà di applicare lo stesso metodo ad altri complessi di arte paleolitica e verificare se le regolarità individuate nei Paesi Baschi compaiano anche nelle grotte della Francia, di altre regioni della Penisola Iberica o in contesti differenti.

L’ampliamento del campione sarà particolarmente importante per capire se la struttura individuata rappresenti una caratteristica locale, regionale oppure un fenomeno più ampio dell’arte paleolitica europea.

La metodologia basata sulle co-occorrenze potrebbe inoltre trovare applicazione nello studio di altri sistemi grafici e di scritture non ancora pienamente comprese.

Per l’archeologia delle grotte, la ricerca apre soprattutto una prospettiva affascinante: le pareti decorate potrebbero conservare non soltanto immagini, ma tracce dell’ordine con cui gli uomini del Paleolitico organizzavano e mettevano in relazione quelle immagini.

La struttura sembra cominciare a emergere. Comprenderne il significato resta una sfida aperta.

Riferimento scientifico
Iñaki Intxaurbe, Mapping the Symbolic Structure of Palaeolithic Rock Art Using Co-occurrence Network Analysis, Journal of Archaeological Method and Theory, 2026.
DOI: 10.1007/s10816-026-09796-y

Fonte: Università dei Paesi Baschi – EHU

Fotografie: Da Intxaurbe I. (2026), Mapping the Symbolic Structure of Palaeolithic Rock Art Using Co-occurrence Network Analysis, Journal of Archaeological Method and Theory, CC BY 4.0 – DOI: 10.1007/s10816-026-09796-y.

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Acquedotto preromano a Monteleone Sabino, un nuovo tassello per la gestione delle acque nella Sabina antica

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Il rinvenimento speleo-archeologico amplia la conoscenza del territorio di Trebula Mutuesca

Nel territorio di Monteleone Sabino, in provincia di Rieti, è stato esplorato e documentato un acquedotto ipogeo attribuito in via preliminare all’età preromana. L’indagine è stata condotta dal Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e la provincia di Rieti, con la collaborazione del Comune.

Il tratto oggi percorribile misura circa 100 metri. Il dato non coincide necessariamente con l’estensione complessiva dell’opera. Le caratteristiche del manufatto suggeriscono una progettazione articolata e una relazione diretta con la gestione delle acque nel paesaggio rurale della Sabina antica.

L’attribuzione preromana resta una proposta da verificare con rilievi completi, analisi stratigrafiche, confronto con opere analoghe ed eventuali datazioni scientifiche. La prudenza è necessaria perché la presenza di un cunicolo sotterraneo, da sola, non permette di stabilire con certezza né la cronologia né la funzione originaria.

La tecnica costruttiva dell’acquedotto ipogeo

L’acquedotto preromano presenta una sezione ogivale. Il condotto è stato scavato in depositi plio-pleistocenici formati da banchi conglomeratici alternati a livelli marnoso-argillosi. La composizione geologica ha condizionato le modalità di scavo, la stabilità delle pareti e la circolazione dell’acqua.

La sequenza costruttiva comunicata per il manufatto prevede l’apertura di cunicoli trasversali a intervalli regolari. In una fase successiva sarebbe stato scavato il condotto principale, seguendo un andamento parallelo a una dorsale collinare. Una simile organizzazione può avere consentito di lavorare da più punti, controllare la direzione dello scavo e ridurre la distanza necessaria per rimuovere il materiale estratto.

I cunicoli trasversali potevano svolgere più funzioni. Oltre a facilitare l’avanzamento del cantiere, potevano servire per la ventilazione, l’ispezione, la manutenzione e l’intercettazione di infiltrazioni laterali. La loro interpretazione dovrà essere verificata attraverso il rilievo diretto delle sezioni, delle connessioni e delle tracce lasciate dagli strumenti.

Drenaggio e agricoltura nella Sabina preromana

Nel linguaggio comune, il termine acquedotto indica spesso un’opera destinata a portare acqua potabile verso un abitato. Per il manufatto di Monteleone Sabino, l’interpretazione preliminare privilegia una funzione più ampia. L’opera potrebbe avere svolto attività di drenaggio, regimentazione delle acque e miglioramento della produttività agricola dei suoli.

In un territorio collinare, il controllo dell’acqua incide sulla stabilità dei versanti e sulla possibilità di coltivare i terreni. Un cunicolo può intercettare acque infiltrate, ridurre i ristagni, limitare l’erosione e indirizzare i flussi verso punti di raccolta o di deflusso. Per questo motivo, la definizione più prudente è quella di cunicolo idraulico plurifunzionale, con prevalente finalità rurale e territoriale.

La realizzazione di un’opera lunga almeno 100 metri avrebbe richiesto conoscenze empiriche della pendenza, della geologia e del comportamento delle acque. Sarebbero state necessarie anche squadre coordinate, strumenti adeguati, sistemi per lo smaltimento del materiale e attività di manutenzione. Questi elementi suggeriscono una comunità capace di organizzare il lavoro su scala superiore a quella della singola famiglia. Non costituiscono, da soli, la prova dell’esistenza di una specifica autorità politica.

Trebula Mutuesca e il paesaggio idraulico locale

Monteleone Sabino conserva le testimonianze dell’antica Trebula Mutuesca, centro di origine sabina sviluppatosi tra la fase preromana e l’età romana. Il nuovo acquedotto preromano si inserisce in un paesaggio nel quale abitati, santuari, percorsi, aree coltivate e opere idrauliche dovevano interagire.

La romanizzazione non cancellò un territorio privo di infrastrutture. Al contrario, la successiva organizzazione municipale poté inserirsi in un ambiente già frequentato e trasformato dalle comunità locali. L’acquedotto ipogeo offre quindi un possibile contributo alla ricostruzione del pagus dei Mutuesci, inteso come distretto rurale e comunità territoriale collegata a Trebula Mutuesca.

Il rinvenimento non deve essere confuso con i cunicoli romani dell’anfiteatro e delle terme, né con il sistema preromano già noto sotto la chiesa di Santa Vittoria. Le diverse evidenze appartengono allo stesso paesaggio idraulico, ma presentano cronologie, tecniche e funzioni che devono essere analizzate separatamente.

Il confronto con Santa Vittoria e le opere romane

Sotto la chiesa romanica di Santa Vittoria è noto un sistema di gallerie di captazione e drenaggio attribuito all’età preromana e studiato dal Gruppo Vespertilio a partire dal 1997. L’accesso avviene attraverso un pozzo profondo sette metri. Dal fondo si diramano cunicoli ogivali scavati in breccioni e argille pleistoceniche. In epoca romana l’acqua del pozzo sarebbe stata utilizzata anche per finalità cultuali e terapeutiche, in relazione al santuario di Vacuna. [web:8]

Le analogie con il nuovo acquedotto riguardano la sezione ogivale, l’impiego di ambienti sotterranei e il possibile rapporto con la gestione delle acque. Questi elementi non dimostrano una contemporaneità o una connessione diretta. Servono confronti puntuali tra rilievi, tecniche di scavo, sedimenti, tracce di utensili e materiali associati.

Le opere idrauliche romane note nell’area archeologica hanno caratteristiche differenti. Il sistema dell’anfiteatro comprende pozzi di accesso, condotti fognari e un collettore anulare destinato allo smaltimento delle acque. Il cunicolo della zona termale è largo circa 50 centimetri, alto 1,70 metri e rivestito in cocciopesto. La pendenza, pari al 20 per cento, favoriva lo scarico di grandi quantità d’acqua. [web:3]

Le prossime verifiche per datare l’opera

Per trasformare l’annuncio preliminare in una ricostruzione archeologica più solida saranno utili un rilievo topografico georeferenziato, una restituzione tridimensionale e la misurazione delle pendenze. Sarà importante individuare i possibili punti di captazione e di uscita, oltre alle relazioni con sorgenti, impluvi, coltivi e strutture antiche.

Potranno contribuire anche il campionamento controllato di sedimenti e incrostazioni, l’analisi delle tracce di scavo e la ricerca di eventuali tratti ostruiti. Le indagini non invasive nel sottosuolo potrebbero aiutare a riconoscere pozzi, prosecuzioni e collegamenti non ancora accessibili.

Il valore della scoperta risiede nella possibilità di studiare insieme speleologia, archeologia, geologia e idrogeologia. Il nuovo acquedotto preromano non è ancora una prova definitiva sull’organizzazione politica della Sabina antica. È un’evidenza concreta che può contribuire a comprendere come le comunità locali abbiano progettato e utilizzato il sottosuolo prima e durante il processo di integrazione nel mondo romano.

Fonti consultate

Acquedotto Lazio

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Domus de Janas di Fossada, a Escalaplano una necropoli neolitica nel paesaggio del Gerrei

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Le tombe ipogeiche di Fossada raccontano la Sardegna prenuragica

Nel territorio di Escalaplano, nella Sardegna sud-orientale, la necropoli di Fossada conserva una testimonianza del popolamento neolitico dell’isola. Il complesso, conosciuto anche come Sa Fossada e collegato all’area rurale di San Giovanni o Santu Giuanni, è generalmente descritto come formato da sette domus de janas. Si tratta di tombe ipogeiche scavate direttamente nella roccia, non di abitazioni sotterranee.

Il sito si trova a circa tre chilometri dal centro di Escalaplano, nei pressi della chiesa campestre di San Giovanni e lungo la strada provinciale 10 in direzione di Orroli. Le informazioni sulla percorribilità e sulle modalità di visita possono cambiare. Prima di raggiungere l’area è quindi opportuno verificare le indicazioni locali e l’eventuale necessità di un accompagnamento.

Fossada e il paesaggio archeologico di Escalaplano

La necropoli di Fossada deve essere letta all’interno del paesaggio storico del Gerrei. L’area di Escalaplano comprende infatti testimonianze di epoche diverse, dalle domus de janas ai nuraghi, fino alle fonti e ai pozzi di età nuragica e alle tracce di frequentazione romana.

La presenza di monumenti appartenenti a periodi differenti non dimostra da sola una continuità diretta tra le comunità che li realizzarono. Mostra però che lo stesso territorio fu attraversato, abitato e reinterpretato per millenni. La valle di Fossada, gli affioramenti rocciosi e i percorsi rurali costituiscono quindi parte integrante della lettura archeologica del sito.

Il progetto territoriale regionale “ViviAmo il Sarrabus-Gerrei” inserisce il patrimonio archeologico e naturalistico di Escalaplano nella rete degli attrattori culturali dell’area. L’obiettivo dichiarato è promuovere una fruizione integrata, con attenzione al turismo attivo, alla tutela paesaggistica e alla conoscenza dei beni locali.

La cronologia delle domus de janas

Le domus de janas di Fossada sono attribuite al Neolitico finale e, in particolare, al quadro culturale di Ozieri. Le fonti divulgative collocano le sette tombe dell’area di Sant’Uanni e Fossada nel IV millennio avanti Cristo. Per il complesso è preferibile usare una cronologia generale compresa tra la seconda metà del IV e gli inizi del III millennio avanti Cristo, evitando di attribuire ogni dettaglio architettonico a una sola fase.

Il quadro regionale è più ampio. L’UNESCO descrive le domus de janas come un insieme di sepolture e necropoli create in Sardegna tra il V e il III millennio avanti Cristo. Nel luglio 2025 il sito seriale “Tradizioni funerarie nella Preistoria della Sardegna – Le domus de janas” è stato iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale.

Il riconoscimento riguarda una selezione di complessi rappresentativi del fenomeno regionale. Non significa che ogni necropoli sarda, compresa Fossada, sia automaticamente inclusa nell’elenco dei beni costitutivi del sito seriale. Il valore di Fossada va quindi presentato sulla base delle informazioni specifiche disponibili per il territorio di Escalaplano.

Architettura funeraria scavata nella roccia

Una domus de janas può comprendere un ingresso, un breve corridoio, un’anticella e una o più camere funerarie. In alcuni casi gli ambienti comunicano tra loro e riproducono elementi della casa dei vivi, come soglie, pilastri, partizioni e banchine.

Le tombe di Fossada sono descritte come non molto grandi, ma caratterizzate da schemi planimetrici differenziati. Questo dato è importante perché indica una certa varietà nella progettazione degli ipogei. Le differenze possono dipendere dalla conformazione dell’affioramento roccioso, dalla funzione degli ambienti, da fasi successive di intervento o da pratiche rituali non identiche.

La planimetria, da sola, non permette di ricostruire l’intero significato della necropoli. Per formulare interpretazioni più solide sarebbero necessari rilievi archeologici completi, analisi delle superfici, dati stratigrafici e informazioni sui materiali rinvenuti.

Ossidiana, selce e attività produttive

Uno degli elementi di interesse segnalati per Fossada riguarda le raccolte di superficie. Nell’area sono stati riferiti numerosi manufatti e scarti di lavorazione in ossidiana e selce. La concentrazione dei reperti è stata collegata alla possibile presenza di officine litiche.

Il dato suggerisce che la frequentazione della zona non fosse limitata alla funzione funeraria. Le comunità preistoriche potevano svolgere attività tecniche nelle vicinanze delle tombe, oppure utilizzare un’area più ampia comprendente spazi produttivi e percorsi di collegamento.

Il termine “officina” deve essere usato con prudenza. Per dimostrare una produzione organizzata servirebbero la distribuzione spaziale dei reperti, l’analisi tecnologica dei manufatti, il confronto con altri siti e, soprattutto, un contesto stratigrafico controllato. Le raccolte di superficie offrono un’indicazione utile, ma non sostituiscono lo scavo scientifico.

Le domus de janas nella cultura sarda

L’espressione domus de janas significa “case delle fate”. Il nome appartiene alla tradizione popolare sarda, che interpretò le piccole aperture nella roccia come dimore di esseri fantastici. L’archeologia identifica invece queste strutture come tombe preistoriche, spesso destinate a deposizioni collettive.

La scelta di scavare la roccia trasformava il pendio in uno spazio funerario durevole. L’ipogeo separava il mondo dei morti da quello dei vivi, ma restava collegato alla comunità attraverso l’ingresso e le eventuali riaperture. In molte necropoli sarde sono documentati riusi, modifiche e ampliamenti delle tombe.

Per Fossada non è corretto attribuire decorazioni o simboli specifici senza una documentazione archeologica puntuale. Nel repertorio regionale compaiono corna bovine, spirali, false porte, motivi geometrici e dettagli architettonici scolpiti. Questi elementi sono stati interpretati in modi diversi, ma nessuna lettura generale può essere trasferita automaticamente a ogni ipogeo.

Ricerca, rilievo e conservazione

Fossada potrebbe essere studiata con strumenti oggi utilizzati anche nella documentazione speleologica e archeologica. Fotogrammetria, laser scanner, rilievo tridimensionale e sistemi GIS permetterebbero di registrare geometrie, superfici, accessi e rapporti con il paesaggio.

Il rilievo digitale non sostituisce la ricerca archeologica sul campo. Può però creare una base documentaria utile per il monitoraggio, la comparazione tra gli ipogei e la progettazione di interventi compatibili con la tutela. Ogni attività deve essere autorizzata e coordinata dagli enti competenti.

Le tombe ipogeiche sono esposte a infiltrazioni, ruscellamento, crescita delle radici, distacco di frammenti, accumulo di sedimenti e variazioni microclimatiche. Anche i graffiti, il contatto con le pareti e la raccolta di reperti rappresentano fattori di rischio.

Una visita rispettosa del sito

La fruizione della necropoli dovrebbe avvenire lungo percorsi autorizzati e senza modificare lo stato dei luoghi. Non bisogna toccare le superfici, spostare pietre, raccogliere ossidiana, selce o frammenti ceramici. È inoltre necessario evitare gessi, sostanze coloranti e strumenti che possano danneggiare incisioni o pareti.

Un progetto di valorizzazione può unire pannelli essenziali, accompagnamento qualificato, documentazione fotografica controllata e monitoraggio periodico. L’uso di modelli 3D e visite digitali può contribuire a ridurre la pressione sulle tombe più vulnerabili.

Un patrimonio da documentare

Le Domus de Janas di Fossada rappresentano un bene archeologico di interesse per almeno quattro ragioni: documentano la presenza neolitica nel territorio di Escalaplano, mostrano una varietà di soluzioni planimetriche, sono associate a una significativa presenza di industria litica e fanno parte di un paesaggio archeologico più ampio.

La ricerca disponibile invita a mantenere distinti i dati accertati dalle ipotesi. Il numero più ricorrente nelle fonti territoriali è quello di sette tombe. Restano da verificare, con una scheda archeologica aggiornata, lo stato di conservazione dei singoli ipogei, la denominazione ufficiale del complesso, le coordinate, la natura delle attività litiche e le modalità di accesso.

La conoscenza di Fossada passa quindi dalla divulgazione, ma anche dalla documentazione scientifica. Raccontare le domus de janas significa collegare archeologia, paesaggio e memoria locale senza trasformare le tombe in semplici attrazioni. La tutela deve rimanere parte centrale di ogni progetto di visita e valorizzazione.

Fonti

Domus de Janas

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Grotta del Romito, l’uro inciso racconta la memoria rituale del Paleolitico calabrese

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L’arte rupestre e le sepolture della Grotta del Romito restituiscono il quadro di una comunità epigravettiana attiva nel territorio di Papasidero. Le nuove analisi su Romito 9 precisano cronologia, sesso e pratiche funerarie del sito.

Un sito chiave nel Paleolitico superiore

La Grotta del Romito si trova in località Nuppolara, nel territorio di Papasidero, in provincia di Cosenza, sul versante settentrionale della Calabria. Il complesso comprende una cavità e un riparo roccioso inseriti nel paesaggio del Pollino, a poca distanza dalla valle del Lao. La sequenza archeologica documenta una frequentazione prolungata, dal Gravettiano all’Epigravettiano, con presenze successive nel Mesolitico e nel Neolitico.

Il deposito archeologico raggiunge diversi metri di spessore. Le ricerche avviate negli anni Sessanta da Paolo Graziosi hanno portato alla luce sepolture, strumenti litici, resti faunistici e testimonianze artistiche. Dal 2000 le indagini sono proseguite con il coinvolgimento dell’Università di Firenze, del Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria e della Soprintendenza competente.

La Grotta del Romito è considerata un sito di riferimento per lo studio delle comunità di cacciatori-raccoglitori dell’Italia meridionale. La sua importanza deriva dall’associazione tra spazi abitativi, aree funerarie e superfici decorate. L’analisi integrata degli ambienti permette di valutare i rapporti tra attività quotidiane e pratiche rituali.

L’incisione dell’uro sulla grande superficie calcarea

L’immagine più nota della Grotta del Romito è l’incisione di un uro, il grande bovide selvatico identificato con la specie Bos primigenius. La figura è tracciata su un masso calcareo collocato tra il riparo e l’ingresso della cavità. Il masso misura circa 230 centimetri ed è inclinato di circa 45 gradi. L’uro inciso raggiunge una lunghezza di circa 120 centimetri.

Il disegno presenta un tratto profondo e regolare. La testa, il dorso, il ventre e gli arti sono restituiti con attenzione alle proporzioni. L’animale appare fermo, privo di una scena narrativa esplicita. Proprio questa scelta accentua la presenza visiva del bovide e il rapporto tra l’immagine, la roccia e lo spazio di passaggio davanti alla grotta.

Paolo Graziosi descrisse l’opera come una delle più significative espressioni del naturalismo preistorico mediterraneo. Il confronto con l’arte franco-cantabrica riguarda soprattutto la precisione anatomica e la capacità di rendere il corpo animale. L’incisione del Romito mantiene però caratteristiche proprie, legate alla tradizione artistica dell’Italia meridionale.

La datazione tradizionale colloca l’uro inciso tra 14.000 e 12.000 anni BP, nel corso dell’Epigravettiano finale. Le cronologie del sito sono articolate e dipendono dai diversi livelli archeologici e dai metodi di datazione. Per questo il riferimento all’opera deve essere mantenuto distinto dalle date più antiche attribuite a Romito 9.

Nove sepolture e pratiche funerarie

Nel complesso della Grotta del Romito sono state riconosciute nove sepolture paleolitiche. Durante gli scavi degli anni Sessanta furono individuati Romito 1 e 2, deposti insieme nel riparo, Romito 3 e 4, collocati singolarmente nella grotta, e Romito 5 e 6, anch’essi deposti in una sepoltura doppia nel riparo.

Le campagne successive hanno aggiunto Romito 7, Romito 8 e Romito 9. Gli individui da Romito 1 a Romito 8 appartengono soprattutto all’Epigravettiano finale e sono datati, secondo la documentazione del sito, tra circa 12.200 e 10.800 anni BP. Il quadro mostra persone adulte e subadulte, uomini e donne, deposte secondo modalità non identiche.

Le sepolture più recenti seguono un modello relativamente sobrio. Il corpo veniva collocato in una fossa, con un corredo limitato o non evidente. Questa modalità è coerente con una trasformazione delle pratiche funerarie nella parte finale del Paleolitico superiore e nel Mesolitico.

Il sito conserva anche informazioni sulla dimensione sociale della comunità. Romito 2 presenta caratteristiche compatibili con una forma di nanismo. Romito 8 mostra invece gli effetti di traumi gravi e di una sopravvivenza prolungata. L’usura dentale e le condizioni dello scheletro indicano che l’individuo visse abbastanza a lungo dopo le lesioni. Questi dati sono stati interpretati come possibili segnali di assistenza e cura da parte del gruppo.

Romito 9: una revisione scientifica

Le ricerche più recenti hanno precisato il quadro relativo a Romito 9, la sepoltura più antica individuata nel sito. Uno studio pubblicato su Quaternary International descrive un individuo di circa 11-12 anni, identificato attraverso l’analisi dei peptidi dell’amelogenina come femmina. La sepoltura è associata a un livello datato a 16.129 ± 100 BP, con una calibrazione compresa tra circa 19.809 e 19.157 anni cal BP.

Il dato aggiorna alcune descrizioni divulgative precedenti, nelle quali Romito 9 era indicato come maschio. Anche il numero delle conchiglie è stato definito con maggiore precisione. L’analisi del corredo ha documentato quasi 1.462 conchiglie marine perforate, 99 canini atrofici di cervo perforati e altri elementi ornamentali.

La giovane fu deposta su uno strato di ocra rossa. La distribuzione dei reperti suggerisce la presenza di una copertura decorata, forse realizzata con pelle, pelliccia o stuoia. I canini di cervo sembrano costituire almeno un bracciale e un ornamento applicato all’avambraccio. La fossa fu danneggiata da interventi successivi, che alterarono la posizione di parte delle ossa e degli oggetti.

Romito 9 occupa una posizione importante nella storia delle pratiche funerarie del Paleolitico superiore. Il suo corredo ricco richiama tradizioni associate al Gravettiano. Le altre sepolture del Romito mostrano invece forme più semplici, riferibili all’Epigravettiano finale. Il sito documenta quindi una trasformazione nel tempo, non un unico modello funerario.

L’uro tra simbolo e identità comunitaria

Il significato dell’uro inciso non può essere stabilito in modo definitivo. La sua collocazione e la qualità dell’esecuzione indicano però che l’immagine occupava una posizione rilevante nello spazio della grotta. Sotto la figura principale sono stati riconosciuti altri segni e abbozzi taurini, interpretati da alcuni studiosi come possibili elementi protettivi.

A questa evidenza si aggiungono resti di uro associati ad alcune sepolture. Nel contesto di Romito 1 e 2 è stato segnalato un corno. A Romito 3 sono state attribuite due punte di zagaglia decorate. L’associazione tra il bovide, i reperti faunistici e le deposizioni ha portato a proporre una possibile valenza totemica dell’animale.

L’ipotesi deve essere formulata con cautela. Il termine “totemico” appartiene a un’interpretazione antropologica e non descrive un fatto direttamente osservabile. I dati archeologici permettono però di discutere il ruolo dell’uro nella memoria collettiva, nella caccia e nelle pratiche simboliche della comunità.

Il bovide rappresentava una risorsa animale concreta e, nello stesso tempo, un soggetto capace di concentrare significati sociali. La Grotta del Romito mostra così come gli spazi abitati potessero diventare luoghi di sepoltura, produzione artistica e costruzione dell’identità.

Ricerca digitale e valorizzazione del sito

Gli studi sulla Grotta del Romito hanno utilizzato anche strumenti GIS, rilievi tridimensionali e laser scanner. Queste tecniche consentono di integrare documentazione cartacea, fotografie storiche, rilievi topografici e dati digitali. L’obiettivo è ricostruire la relazione spaziale tra incisioni, sepolture, depositi e aree di attività.

La modellazione tridimensionale permette di valutare l’aspetto del complesso durante le diverse fasi di frequentazione. Può inoltre aiutare a distinguere gli spazi domestici dagli ambienti con possibile funzione rituale. Nel caso dell’uro inciso, la posizione del masso diventa parte dell’analisi, non un elemento isolato dal resto del sito.

La Grotta del Romito è oggi visitabile attraverso percorsi organizzati e strutture di accoglienza. Il sito dispone di materiali didattici e di un antiquarium. La fruizione pubblica deve accompagnarsi alla conservazione delle superfici incise e dei depositi archeologici, che costituiscono una risorsa non rinnovabile.

La ricerca continua a fornire nuovi dati. Le analisi su Romito 9 mostrano quanto le interpretazioni possano cambiare quando vengono applicati metodi antropologici, stratigrafici e radiometrici aggiornati. Per la speleologia e l’archeologia ipogea, il Romito resta un caso di studio sul rapporto tra cavità, paesaggio, arte e memoria funeraria.

Fonti

Uro Grotta del Romito https://www.facebook.com/share/p/18rgVZvLBg/?mibextid=wwXIfr

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Camerota, capitale della preistoria: nuove indagini nelle Grotte della Cala e del Poggio

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La campagna di scavi nel Cilento riunisce archeologia, paleoantropologia e studio dei cambiamenti ambientali

Dal 14 settembre al 3 ottobre 2026 Marina di Camerota ospita una nuova campagna di scavi nelle Grotte della Cala e del Poggio.

La ricerca è diretta dall’Università di Siena e coinvolge le Università di Bologna, Genova e Pisa, l’Université Côte d’Azur di Nizza e il CNRS di Nizza.

Le attività si svolgono in regime di concessione ministeriale, con la collaborazione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Salerno e Avellino e il sostegno del Comune di Camerota. [web:29][web:25]

La campagna interessa due archivi archeologici distinti ma complementari. La Grotta del Poggio conserva livelli del Paleolitico medio riferibili alle frequentazioni neandertaliane. La Grotta della Cala documenta soprattutto il Paleolitico superiore e successive rioccupazioni della cavità. Insieme, i due siti permettono di seguire una lunga storia di presenze umane, cambiamenti climatici e trasformazioni del paesaggio costiero cilentano. [web:27]

Grotte della Cala e del Poggio, due archivi del Paleolitico

Le indagini nelle Grotte della Cala e del Poggio sono iniziate negli anni Sessanta. I depositi sono considerati riferimenti per la ricostruzione cronoculturale del Paleolitico medio e superiore nell’Italia meridionale. La continuità delle ricerche consente di mettere a confronto i dati delle campagne storiche con le tecniche oggi disponibili. [web:27]

La Grotta del Poggio presenta un deposito antropico spesso circa sei metri. I livelli principali sono collocati nello stadio isotopico marino 6, durante una fase glaciale compresa indicativamente tra 200.000 e 140.000 anni fa. In questo contesto sono stati documentati raschiatoi e denticolati su scheggia, talvolta con ritocco scalariforme. [web:27]

La fauna comprende specie oggi assenti dal territorio, tra cui l’elefante a zanne diritte, Palaeoloxodon antiquus, e rinoceronti del genere Stephanorhinus. Questi resti non rappresentano soltanto elementi isolati. Contribuiscono alla ricostruzione delle condizioni ecologiche del Cilento durante il Pleistocene medio.

La Grotta della Cala è invece nota per i livelli del Paleolitico superiore. Le ricerche hanno restituito industrie litiche, resti faunistici, conchiglie marine e ornamenti ricavati da canini atrofici di cervo. Nella camera interna è stata inoltre indagata un’area sepolcrale dell’età del Bronzo, scoperta nel 2018, con resti umani appartenenti a più individui e perle in pasta vitrea e ambra. [web:27]

Lo strato M e il ruolo del cervo rosso

Uno studio recente dedicato allo strato M della Grotta della Cala analizza la fauna associata alla fase antica dell’Epigravettiano. Il livello è datato tra 20.203 e 15.784 anni fa. La ricerca è intitolata “Tracing the Epigravettian in southern Italy. Faunal exploitation in layer M of Grotta della Cala (Cilento, Italy)” ed è associata a Clarissa Dominici, all’Università di Siena e al CNRS CEPAM dell’Université Côte d’Azur. [web:25][web:38]

Nel campione analizzato prevalgono i resti di cervo rosso. Le ossa mostrano tracce di macellazione e fratture compatibili con l’estrazione del midollo. Sono stati inoltre considerati età e sesso degli animali. La presenza di giovani individui e maschi adulti è stata collegata a uccisioni concentrate soprattutto nei mesi invernali.

Questi dati suggeriscono un uso stagionale della cavità. La Grotta della Cala potrebbe essere stata frequentata con maggiore intensità durante la stagione fredda, quando la disponibilità di risorse e il fabbisogno energetico condizionavano gli spostamenti dei gruppi umani. L’interpretazione deve essere costruita insieme ai dati stratigrafici, tafonomici e ambientali.

La composizione faunistica mostra anche una trasformazione nel tempo. Tra circa 16.000 e 15.000 anni fa diminuisce la presenza del cervo, mentre aumentano capriolo e cinghiale. Il cambiamento è coerente con un’evoluzione verso condizioni più calde e umide, nel quadro della transizione climatica che precede e accompagna il Bølling-Allerød. [web:25]

Camerota come area rifugio climatico

La definizione di Camerota come area rifugio indica l’ipotesi che il basso Cilento abbia mantenuto condizioni relativamente favorevoli durante alcune fasi fredde. La posizione costiera, la disponibilità di risorse terrestri e marine e la presenza di ambienti diversificati avrebbero potuto sostenere gruppi umani, fauna e vegetazione.

Il concetto non descrive un territorio immutabile. Un’area rifugio può essere sottoposta a stress climatici e variazioni nella disponibilità delle risorse. La sua importanza dipende dalla capacità di offrire condizioni meno rigide rispetto alle regioni circostanti, oppure di garantire corridoi di spostamento e opportunità alimentari.

Le sequenze delle Grotte della Cala e del Poggio sono utili proprio perché permettono di osservare la relazione tra clima, fauna e frequentazione umana lungo intervalli temporali molto ampi. La ricerca non si limita a stabilire chi abbia abitato le grotte. Cerca anche di comprendere come i gruppi umani abbiano organizzato la caccia, la lavorazione delle carcasse e l’uso dello spazio.

Metodi per ricostruire la vita nelle grotte

Lo scavo contemporaneo non consiste nella semplice raccolta di manufatti. Ogni reperto viene registrato in rapporto alla stratigrafia, al sedimento e agli altri materiali. La posizione permette di valutare se un oggetto sia rimasto nel luogo originario oppure sia stato spostato da crolli, erosione, acqua o attività successive.

La geoarcheologia analizza la formazione dei depositi. Nelle grotte costiere occorre considerare anche dinamiche marine, sedimentazione, concrezionamento e rideposizione. La stratigrafia stabilisce la successione degli eventi e fornisce il quadro necessario per interpretare reperti e campioni.

L’archeozoologia identifica le specie, ricostruisce età e sesso e valuta il numero minimo di individui. La tafonomia studia i processi che modificano i resti dopo la morte: macellazione, combustione, fratture intenzionali, morsi di carnivori, calpestio e alterazioni sedimentarie.

Le datazioni possono integrare radiocarbonio, luminescenza e altri metodi. Ogni risultato deve essere collegato con precisione all’unità stratigrafica. Le date, considerate da sole, non sostituiscono la lettura complessiva della sequenza.

Una ricerca internazionale con ricadute locali

La campagna 2026 riunisce docenti, ricercatori, dottorandi e studenti di più istituzioni. La partecipazione dell’Università di Siena, delle Università di Bologna, Genova e Pisa, dell’Université Côte d’Azur e del CNRS conferma il carattere interdisciplinare del programma. [web:25][web:29]

Gli obiettivi della campagna devono essere distinti dai risultati già pubblicati. Le operazioni potranno ampliare le aree scavate, fornire nuovi dati stratigrafici e recuperare materiali utili per datazioni, analisi ambientali e studi sulla distribuzione spaziale delle attività. Le eventuali scoperte dovranno essere documentate e sottoposte a verifica prima di essere presentate come risultati definitivi.

Accanto allo scavo sono previste attività di divulgazione e laboratori didattici per gli studenti. Le iniziative possono illustrare la lettura di una stratigrafia, il riconoscimento di un manufatto litico, l’analisi delle ossa e il funzionamento delle datazioni. La comunicazione permette così di collegare ricerca, scuola e conoscenza del patrimonio locale.

Tutela del patrimonio ipogeo

Le Grotte della Cala e del Poggio richiedono attenzione non soltanto per i reperti. Il patrimonio comprende sedimenti, superfici, microclima, concrezioni, tracce organiche e distribuzione spaziale. La rimozione o l’alterazione di un deposito può causare la perdita di informazioni anche quando i materiali vengono conservati in laboratorio.

La tutela dovrebbe includere il controllo degli accessi, la protezione dei profili di scavo, il monitoraggio microclimatico e la prevenzione dei rifiuti. Sono utili anche la documentazione digitale, il backup dei dati e il coordinamento tra Comune, Soprintendenza, università e soggetti impegnati nella fruizione.

La formazione speleologica ricorda che gli ambienti carsici sono vulnerabili all’infiltrazione rapida dell’acqua e possiedono una limitata capacità di autodepurazione. Questa caratteristica rende importanti la gestione degli scarichi, la riduzione dell’inquinamento e il controllo del turismo non regolamentato. [file:1]

Le domande ancora aperte

Le nuove indagini potranno contribuire a chiarire la durata e la stagionalità delle occupazioni. Resta da definire con maggiore precisione come venissero organizzate le attività nella Grotta del Poggio e quali differenze emergano rispetto alle frequentazioni sapiens della Cala.

Altre questioni riguardano il rapporto tra livello del mare, erosione costiera e accessibilità delle cavità. Sarà inoltre importante ricostruire i microambienti disponibili durante le fasi glaciali e seguire l’evoluzione della fauna durante la deglaciazione.

La Grotta della Cala pone anche il tema del riuso. Le frequentazioni paleolitiche e l’area sepolcrale dell’età del Bronzo appartengono a momenti diversi, ma mostrano come la cavità sia stata reinterpretata nel tempo. Il sito non è un contenitore immobile. È un archivio formato da sedimentazione, crolli, attività umane e trasformazioni ambientali.

Camerota, capitale della preistoria

La nuova campagna di scavi conferma il ruolo delle Grotte della Cala e del Poggio nella ricerca sulla preistoria del Mediterraneo occidentale. Il Poggio conserva informazioni sui Neanderthal e sugli ambienti del Paleolitico medio. La Cala documenta la presenza di gruppi del Paleolitico superiore, l’economia basata anche sul cervo e un successivo riutilizzo della cavità nell’età del Bronzo.

Il valore dei siti dipende dalla possibilità di collegare cronologia, stratigrafia, fauna, tecnologia, clima e comportamento umano. La ricerca sullo strato M mostra come una serie di ossa frammentate possa fornire indicazioni sulla caccia, sulla stagione di frequentazione e sui cambiamenti ambientali.

Definire Camerota capitale della preistoria è una formula giornalistica efficace se accompagnata da dati verificabili. La solidità della notizia risiede nella durata delle ricerche, nella collaborazione scientifica e nella conservazione dei contesti. La campagna 2026 aggiunge un nuovo capitolo a questa documentazione, senza anticipare risultati che potranno essere valutati solo dopo lo scavo e lo studio dei materiali.

Fonti

Camerota

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Grotta Romanelli oltre la preistoria: tre sepolture medievali riaprono la storia della cavità

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Radiocarbonio e speleologia raccontano un nuovo capitolo del sito di Castro

La datazione diretta di tre resti scheletrici conservati presso il Museo di Antropologia dell’Università Federico II di Napoli colloca in epoca medievale un adulto e due bambini rinvenuti a Grotta Romanelli, sulla costa di Castro, in provincia di Lecce. Le analisi, condotte dal CEDAD dell’Università del Salento con la spettrometria di massa con acceleratore, indicano tre intervalli calibrati: 1302-1411 d.C. per l’adulto, 1423-1455 d.C. per un bambino e 1435-1489 d.C. per il secondo.

Il risultato amplia la storia di Grotta Romanelli, da lungo tempo considerata uno dei principali archivi della preistoria mediterranea. La cavità conserva infatti sedimenti, resti faunistici, industrie litiche, tracce di fuoco e testimonianze di arte parietale e portatile. Le nuove date mostrano che la sequenza delle frequentazioni non si esaurisce con il Paleolitico e con la transizione verso l’Olocene.

Le tre sepolture medievali e il valore della datazione diretta

I resti furono scoperti all’inizio del Novecento e trasferiti a Napoli nel 1914. La loro provenienza storica li aveva separati dal contesto stratigrafico originario. La nuova ricerca dimostra il valore delle collezioni museali, che possono essere riesaminate con metodi aggiornati anche quando la documentazione dello scavo è incompleta.

La novità principale riguarda la datazione diretta dell’osso umano. Il radiocarbonio misura il carbonio-14 residuo nei tessuti dopo la morte. Per i reperti scheletrici, il laboratorio analizza normalmente il collagene, dopo averne verificato la conservazione e l’eventuale presenza di contaminanti.

La spettrometria di massa con acceleratore, indicata con l’acronimo AMS, permette di misurare gli isotopi del carbonio usando quantità ridotte di materiale. Questa caratteristica è importante per reperti antropologici preziosi e non sempre sostituibili. Gli intervalli ottenuti non indicano un singolo anno. Esprimono una finestra temporale calibrata, associata alla probabilità che la morte sia avvenuta in quel periodo.

Grotta Romanelli come palinsesto archeologico

Le ricerche recenti hanno già modificato la cronologia del sito. Uno studio pubblicato nel 2022 su Scientific Reports ha collocato le più antiche frequentazioni umane tra gli stadi isotopici marini MIS 9 e MIS 7, in una fase molto più antica rispetto alla precedente interpretazione basata sull’ultimo interglaciale. La grotta è quindi inserita in una storia ambientale e umana che comprende diversi cicli glaciali e interglaciali. [web:3]

Le tre sepolture medievali aggiungono un episodio successivo. Non sostituiscono il ruolo di Grotta Romanelli nella ricerca sul Paleolitico. Lo completano. La cavità può essere letta come un palinsesto, cioè come un luogo nel quale tracce appartenenti a epoche diverse si sovrappongono, si rimaneggiano o si conservano in modo diseguale.

È utile parlare di successione di frequentazioni, non di presenza umana continua. Tra un episodio e l’altro possono essere trascorsi secoli o millenni. La grotta può essere stata conosciuta senza essere frequentata con regolarità. Questa distinzione evita di trasformare una sequenza archeologica discontinua in una storia di insediamento permanente.

Perché furono deposti i corpi nella grotta

Le date dimostrano l’appartenenza dei tre individui al Medioevo. Non spiegano, da sole, perché i corpi furono portati nella cavità. Non stabiliscono se le deposizioni siano state contemporanee, se adulto e bambini appartenessero alla stessa famiglia o se Grotta Romanelli fosse utilizzata come luogo funerario ricorrente.

Tra le ipotesi compatibili rientra la scelta di uno spazio riparato e riconoscibile. Una cavità costiera poteva offrire protezione dalle intemperie e un luogo separato dagli abitati. Un’altra possibilità riguarda l’uso da parte di una comunità locale, ma questa interpretazione richiederebbe ulteriori deposizioni medievali, tracce di frequentazione e una ricostruzione spaziale dei reperti.

Non si possono escludere deposizioni legate a circostanze eccezionali, a pratiche non ordinarie o a un significato rituale attribuito allo spazio sotterraneo. Nessuna di queste spiegazioni è dimostrata. La presenza di due bambini non autorizza a parlare di epidemie, stragi o legami familiari senza dati osteologici, paleopatologici e genetici.

Le analisi future tra bioarcheologia e speleologia

Le ossa possono conservare informazioni su malattie, traumi, alimentazione e condizioni di vita. L’esame osteologico potrà verificare fratture, alterazioni articolari, segni di infezione, stress di crescita e patologie dentarie. Nei bambini, denti e ossa possono documentare fasi dello sviluppo, svezzamento e perturbazioni fisiologiche.

Gli isotopi stabili del carbonio e dell’azoto potranno offrire indicazioni sulla dieta. Carbonio, ossigeno e stronzio, se analizzati insieme, possono contribuire allo studio della mobilità e del luogo di crescita. L’analisi del DNA antico potrebbe valutare eventuali rapporti di parentela, se la conservazione dei campioni e le autorizzazioni lo permetteranno.

Sarà importante esaminare anche la tafonomia. Segni di disarticolazione, spostamento, esposizione, rosicchiamento o manipolazione possono aiutare a distinguere deposizioni primarie e secondarie. La ricerca dovrà comprendere un inventario completo dei resti conservati nei musei, il recupero dei vecchi registri e il collegamento tra numeri di catalogo, campagne di scavo e pubblicazioni.

Una ricerca interdisciplinare sul Salento medievale

Il caso di Grotta Romanelli richiede il confronto tra archeologia, antropologia fisica, geologia, sedimentologia, storia e speleologia. Le date collocano le deposizioni tra XIV e XV secolo, in un Salento attraversato da trasformazioni politiche, economiche e demografiche. Questo quadro storico offre un contesto di ricerca, ma non permette di collegare automaticamente le morti a epidemie, conflitti o crisi locali.

Il confronto con altre sepolture medievali della Puglia potrà chiarire se i tre individui fossero compatibili con una popolazione costiera locale o se presentassero segnali di mobilità. Potrà inoltre verificare la presenza di diete con una componente marina significativa, un aspetto rilevante per l’interpretazione delle date radiocarboniche.

Grotta Romanelli si conferma così un sito di lunga durata e di grande complessità. La ricerca non ha ancora stabilito se la cavità fosse un cimitero medievale. Ha però dimostrato che il suo uso non terminò con la preistoria. Le tre sepolture medievali trasformano una collezione storica ambigua in un problema scientifico verificabile e aprono nuove domande sulla relazione tra comunità, paesaggio carsico e spazi sotterranei.

Fonti

  • ANSA, “Il giallo di Grotta Romanelli, i tre corpi risalgono al Medioevo”, 11 settembre 2026.
  • La Repubblica Bari, “La grotta Romanelli frequentata anche nel Medioevo: la rivelazione dall’analisi di tre scheletri”, 11 settembre 2026.
  • Pieruccini et al., “Stratigraphic reassessment of Grotta Romanelli sheds light on Middle-Late Pleistocene palaeoenvironments and human settling in the Mediterranean”, Scientific Reports, 2022.
  • Materiale accademico e documentazione di progetto sulla datazione radiocarbonica, l’antropologia e la storia delle frequentazioni di Grotta Romanelli.

Grotta Romanelli

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Le necropoli etrusche di Grotte di Castro: “case per l’eternità»»” scavate nel tufo della Tuscia

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Sul colle della Civita, tra Bolsena e il Fiora, tre grandi necropoli etrusche raccontano l’idea di una dimora sotterranea pensata per accompagnare i defunti in un aldilà concepito come continuità della vita.


Contesto storico-geografico delle necropoli etrusche di Grotte di Castro

Grotte di Castro sorge su una rupe tufacea nel cuore della Tuscia, in posizione strategica tra il lago di Bolsena e la media valle del Fiora, a metà strada tra le antiche città etrusche di Vulci e Volsinii (l’attuale Orvieto). Sul colle di fronte al borgo, chiamato “Civita”, si sviluppò tra la seconda metà dell’VIII e il VI secolo a.C. un importante abitato etrusco, oggi quasi completamente scomparso, ma la cui presenza è testimoniata dalle tre grandi necropoli scavate nel tufo: Vigna la Piazza, Centocamere e Pianezze.

Queste necropoli non erano semplici cimiteri. Erano veri e propri quartieri funerari, progettati per accompagnare i defunti in un aldilà concepito come una continuazione della vita terrena.


Vigna la Piazza: le origini della necropoli etrusca di Grotte di Castro

Cronologia e tipologia delle tombe a fossa

La necropoli di Vigna la Piazza rappresenta la fase più antica dell’insediamento della Civita. Si data alla seconda metà dell’VIII – inizi VII secolo a.C., ed è quindi la più antica delle tre. La tipologia dominante è quella delle tombe a fossa con circolo di pietre, talvolta con sarcofago ligneo o litico.

Singolarit຺ nel panorama etrusco

Vigna la Piazza rappresenta una singolarità nel panorama etrusco per la presenza di tombe a fossa con circolo, segno di un rituale funerario arcaico e di legami con centri vicini come Bisenzio, Arlena e Orvieto. Documenta la fase più antica dell’insediamento della Civita, con sepolture individuali che riflettono una società ancora in formazione.


Centocamere: la necropoli “labirintica” del VII secolo a.C.

Struttura e sistema di cunicoli nel tufo

La necropoli di Centocamere deve il suo nome alle numerose tombe collegate tra di loro da un intricato sistema di fori e di cunicoli aperti nelle pareti delle camere funerarie, in parte realizzati dai tombaroli per passare più agevolmente dall’una all’altra struttura. Tutta la collina di Centocamere risulta interessata dalla presenza di strutture funerarie scavate nella roccia tufacea, disposte almeno su tre ordini, per un totale di oltre cinquanta tombe con deposizioni plurime.

Cronologia e tomba monumentale CC4

Le tombe fino ad ora indagate mostrano un arco cronologico compreso nel VII secolo a.C., ponendosi in una fase più antica rispetto alla necropoli di Pianezze, utilizzata per tutto il VI secolo a.C. La tomba monumentale CC4 si sviluppa per 16 metri, con cinque camere coassiali e tre laterali, per un totale di 19 inumati. Le tombe si sviluppano lungo un asse perpendicolare all’ingresso, con camere laterali; alcune furono riutilizzate in epoca medievale come colombai.

Percorso funerario e sentiero antico

Gli scavi hanno rivelato un tratto del sentiero antico usato durante i funerali, con gradini intagliati nel tufo per superare i punti più ripidi. Il sito è aperto all’aria aperta, accessibile da un sentiero che parte dalla strada per Onano.


Pianezze: le “case per l’eternità” degli Etruschi nel tufo

Struttura delle tombe a camera con dromos

Situata a circa tre chilometri a sud di Grotte di Castro, la necropoli di Pianezze rientra in un più ampio complesso cimiteriale che va riferito all’abitato etrusco che sorgeva sopra il colle denominato La Civita. In uso tra il VII e il V secolo a.C., è caratterizzata dalla presenza di 24 tombe monumentali a camera, accessibili tramite un dromos, un corridoio a cielo aperto che scende nella roccia e immette in un atrio, dal quale si aprono le stanze secondarie dove riposavano i defunti.

La Tomba Rossa e le decorazioni domestiche

La tomba più celebre è la Tomba Rossa, con colonna e mensola dipinte di rosso vivo per imitare gli arredi domestici. Ogni tomba è diversa, adattata alla qualità del tufo o alle richieste della famiglia, riflettendo l’idea di una casa personalizzata per il defunto.


L’idea etrusca di “casa per l’eternità” nelle necropoli di Grotte di Castro

Per gli Etruschi, la tomba non era un luogo di fine, ma di continuità. Le necropoli di Grotte di Castro lo dimostrano in modo eccezionale. Riproducevano gli ambienti domestici: atri, stanze, soglie, tetti a doppio spiovente scolpiti nella roccia. Gli arredi scolpiti e dipinti includevano colonne, mensole, letti funebri (klinai) e persino decorazioni parietali che imitavano le case dei vivi.

I defunti erano inumati in fosse o loculi, accompagnati da corredi funerari (ceramiche, armi, gioielli) che riflettevano il loro status e la vita quotidiana. I dromoi e i sentieri funerari non erano solo accessi, ma spazi di transizione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Questa concezione della morte come “casa per l’eternità” è uno degli aspetti più originali e commoventi della civilt຺ etrusca, e Grotte di Castro ne è una delle testimonianze più integre e suggestive.


Visita e valorizzazione del Parco Archeologico di Grotte di Castro

Oggi le necropoli di Pianezze e Centocamere sono adibite a Parco Archeologico e visitabili con biglietto cumulativo. Il Museo Civico Archeologico “Civita”, ospitato nel palazzo progettato dal Vignola, espone corredi funerari e ricostruisce in scala reale una tomba a camera, offrendo un percorso tematico sul mondo dell’aldilà e sulla vita quotidiana degli Etruschi.

Con lo stesso biglietto museale è possibile visitare le necropoli di Pianezze e Centocamere, approfondendo la storia millenaria di questa regione. Gli orari possono variare, perciò si consiglia di verificare con anticipo contattando il museo o consultando i siti ufficiali.


Fonti

Tuscia Grotte di Castro

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Perù, una tomba rimasta intatta per 600 anni svela i segreti della civiltà Chimú

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A Chan Chan scoperta una piattaforma funeraria con i resti di 38 individui e preziosi corredi. Il contesto archeologico quasi indisturbato potrà fornire nuove informazioni sui rituali e sulla società che precedette l’espansione degli Inca

Una piattaforma funeraria rimasta pressoché intatta per oltre 600 anni è stata scoperta dagli archeologi a Chan Chan, sulla costa settentrionale del Perù, antica capitale del regno Chimú e una delle più importanti città dell’America preispanica.

Il ritrovamento è avvenuto nel complesso fortificato di Utzh An, conosciuto in passato come Palazzo Gran Chimú. All’interno della struttura sono stati individuati i resti di 38 persone, accompagnati da ornamenti, oggetti cerimoniali, armi ed emblemi metallici. Un individuo, rinvenuto nella camera principale insieme a manufatti in conchiglia e metallo, potrebbe essere appartenuto all’élite Chimú.

La piattaforma funeraria scoperta nel complesso archeologico di Chan Chan, in Perù. Foto: Luis Puell / Agencia Andina

Particolarmente interessanti sono le tracce di pigmentazione rossa osservate su alcuni resti e reperti. Potrebbero essere riconducibili al cinabro, minerale composto da solfuro di mercurio utilizzato come pigmento rosso in contesti funerari di alto rango nelle società andine. Saranno tuttavia le analisi di laboratorio a stabilirne con certezza la composizione.

Dal punto di vista scientifico, il valore della scoperta risiede soprattutto nell’eccezionale conservazione del contesto. Molte sepolture dell’élite Chimú conosciute dagli studiosi erano state saccheggiate in passato, separando i reperti dai luoghi e dagli individui ai quali appartenevano. Qui gli archeologi possono invece analizzare ossa, posizione dei corpi, oggetti, pigmenti e struttura funeraria nelle loro associazioni originarie, ricostruendo con maggiore precisione rituali e gerarchie sociali.

Alcuni dei manufatti metallici rinvenuti nel contesto funerario di Chan Chan. Foto: Luis Puell / Agencia Andina

Un individuo presenta inoltre una deposizione insolita: il corpo era completamente disteso, mentre nelle sepolture Chimú sono più comuni posizioni flesse o sedute. Una differenza che apre interrogativi sul suo ruolo e sul significato del rituale funerario.

La civiltà Chimú prosperò sulla costa settentrionale del Perù prima dell’espansione incaica, con Chan Chan come grande centro politico. E il sito potrebbe conservare ancora moltissime sorprese: secondo il responsabile degli scavi Jorge Meneses, non più del 7% dell’intera area di Chan Chan è stato finora scavato.

Alcuni dei manufatti metallici rinvenuti nel contesto funerario di Chan Chan. Foto: Luis Puell / Agencia Andina

Fonti e approfondimenti

ANSA – Scoperta eccezionale in Perù, trovata una tomba pre-incaica di oltre 600 anni
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/09/10/scoperta-eccezionale-in-peru-trovata-una-tomba-pre-incaica-di-oltre-600_7df618f0-6cc4-454f-8bd2-66cc4735696d.html

El País – An intact tomb preserved for 600 years opens a window onto the world of the Chimú elite in Peru
https://english.elpais.com/culture/2026-09-10/an-intact-tomb-preserved-for-600-years-opens-a-window-onto-the-world-of-the-chimu-elite-in-peru.html

El Peruano – Hallazgo inédito en Chan Chan: descubren plataforma funeraria con 38 individuos de alto estatus
https://elperuano.pe/noticia/304310-hallazgo-inedito-en-chan-chan-descubren-plataforma-funeraria-con-38-individuos-de-alto-estatus

EFE – approfondimento sulla scoperta archeologica di Chan Chan
https://efe.com/cultura/2026-09-09/chan-chan-peru-chimu/

Chi erano i Chimú

La civiltà Chimú si sviluppò lungo la costa settentrionale dell’attuale Perù tra circa il IX e il XV secolo, prima della conquista da parte degli Inca. Il suo centro politico era Chan Chan, nei pressi dell’odierna Trujillo, una vastissima città costruita prevalentemente in terra cruda e oggi riconosciuta come Patrimonio Mondiale UNESCO. I Chimú crearono un potente regno costiero, basato su un’agricoltura sostenuta da sofisticati sistemi di irrigazione, e raggiunsero livelli notevoli nella lavorazione dei metalli, nei tessuti e nell’artigianato. Intorno al 1470 il regno di Chimor venne incorporato nell’Impero Inca, pochi decenni prima dell’arrivo degli Spagnoli.

Fotografie: Luis Puell – Agencia Andina©Editora Perú – – https://andina.pe/agencia/galeria-extraordinario-hallazgo-chan-chan-descubren-plataforma-funeraria-restos-38-individuos-alto-estatus-30392.aspx

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Arte rupestre post-paleolitica: nuove ricerche e metodi digitali

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Il volume nato dall’incontro di Camaiore riunisce dati da molte regioni italiane, casi di studio in cavità e all’aperto, tecniche di documentazione 3D, analisi diagnostiche e applicazioni dell’intelligenza artificiale.

L’arte rupestre post-paleolitica italiana torna al centro di una pubblicazione che raccoglie ricerche territoriali e riflessioni metodologiche. Il volume, curato da Anna Maria Tosatti, Francesco Marco Paolo Carrera, Renata Grifoni Cremonesi e Dario Sigari, deriva dal XII Incontro Annuale di Preistoria e Protostoria. L’appuntamento si svolse il 19 e 20 maggio 2023 al Museo Civico Archeologico di Camaiore, in provincia di Lucca.

Gli Atti sono pubblicati nel 2026 nella collana Access Archaeology di Archaeopress. Il libro propone un quadro articolato di incisioni, pitture e altre manifestazioni grafiche realizzate dalla preistoria recente alle fasi storiche. L’attenzione riguarda anche le condizioni materiali dei supporti rocciosi, la tutela e le difficoltà di interpretazione.

Arte rupestre post-paleolitica tra territori e contesti

L’espressione arte rupestre post-paleolitica comprende testimonianze molto diverse per cronologia, tecnica e significato. Nel volume sono esaminati siti dell’area apuana e versiliese, del Trentino, della Calabria, della Sicilia, dell’Abruzzo, del Gargano, delle Marche e della Valcamonica. Lo sguardo si estende anche alla Sardegna e a contesti fuori dall’Italia, come la Grotta dei Nuotatori nel Gilf Kebir egiziano.

La ricognizione geografica non è soltanto un catalogo di località. I contributi mettono in relazione segni, rocce, percorsi, visibilità e paesaggi. Alcune evidenze sono collocate in aree aperte e in punti di transito. Altre sono associate a ripari e cavità con caratteristiche topografiche specifiche. Per chi studia gli ambienti sotterranei, questo aspetto è rilevante: la posizione di una parete dipinta o incisa può concorrere a definire la funzione del luogo e le modalità di frequentazione.

Gli autori invitano a non ricondurre automaticamente ogni segno al solo ambito rituale. Le ipotesi considerate includono l’organizzazione territoriale, il pastoralismo, l’orientamento, la memoria di eventi e pratiche connesse alla vita delle comunità. Le attribuzioni restano complesse, soprattutto quando mancano dati stratigrafici o cronologie dirette.

Rilievo 3D e analisi per l’arte rupestre post-paleolitica

Una parte consistente degli Atti è dedicata agli strumenti di documentazione. Fotografia controllata, modelli tridimensionali e procedure digitali permettono di registrare superfici difficili da leggere a occhio nudo. La documentazione 3D è affrontata come metodo operativo, con attenzione agli usi possibili e ai limiti dei diversi procedimenti.

Le tecnologie non sostituiscono l’osservazione sul campo. Possono però rendere confrontabili rilievi eseguiti in tempi diversi e favorire una lettura più precisa delle sovrapposizioni. Questo è utile nei siti esposti agli agenti atmosferici, ma anche in ripari e cavità, dove luce, umidità, concrezioni e geometria delle pareti condizionano la registrazione dei segni.

Il volume presenta inoltre indagini chimico-fisiche, analisi petrologiche e proposte per distinguere lineazioni naturali da tracce di origine antropica. La distinzione è essenziale. Una frattura, una vena minerale o un’alterazione della roccia possono infatti assumere aspetti simili a un’incisione. Per l’arte rupestre post-paleolitica, la verifica della natura del segno deve quindi integrare rilievo, geologia e confronto con il contesto archeologico.

Intelligenza artificiale e documentazione delle superfici

Tra i contributi compare DigiRock, progetto dedicato al riconoscimento, alla digitalizzazione e all’analisi dell’arte di Grotta Poesia attraverso l’intelligenza artificiale. Il caso mostra una direzione di ricerca in crescita: sistemi capaci di assistere il ricercatore nella selezione delle immagini, nel riconoscimento delle tracce e nell’organizzazione di grandi quantità di dati.

L’uso di questi strumenti richiede banche dati affidabili, protocolli trasparenti e controlli specialistici. Un algoritmo può sostenere l’analisi preliminare, non attribuire da solo cronologia o significato a una figura. La qualità delle fotografie, l’illuminazione, le deformazioni della superficie e i criteri con cui vengono classificati i segni incidono sui risultati.

Nel caso di superfici rupestri fragili, una procedura digitale ben documentata può anche ridurre interventi diretti e consentire verifiche successive. Il dato conservato deve restare leggibile e riutilizzabile. Questa esigenza accomuna archeologi, geologi, restauratori e studiosi delle cavità.

Tutela, monitoraggio e prospettive di ricerca

Gli Atti richiamano la necessità di documentare rapidamente le nuove segnalazioni e di monitorare i siti già conosciuti. L’arte rupestre post-paleolitica è esposta a erosione, crescita biologica, alterazioni della roccia e, in alcuni casi, pressioni dovute alla frequentazione. La conoscenza sistematica costituisce quindi una base per definire priorità di tutela.

Il quadro emerso a Camaiore conferma il valore di un’impostazione interdisciplinare. Le scoperte sul territorio acquistano significato quando sono accompagnate da rilievi ripetibili, analisi dei materiali e studio del paesaggio. Anche le cavità e i ripari richiedono questa integrazione, perché il supporto roccioso e la morfologia del luogo sono parte della testimonianza.

La pubblicazione prosegue una serie di incontri dedicati all’arte rupestre in Italia e mette a disposizione materiali utili per ricerche future. Il confronto tra casi regionali, tecniche di acquisizione e proposte interpretative offre una base di lavoro per aggiornare carte archeologiche, programmi di monitoraggio e pratiche di divulgazione rivolte al pubblico.

Fonti

L'articolo Arte rupestre post-paleolitica: nuove ricerche e metodi digitali proviene da Scintilena.

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Cuevas de Fuentes de León: una nuova sala collega Cueva de los Postes e Cueva Nueva

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Nel sistema carsico dell’Extremadura emergono circa 100 metri di gallerie; la scoperta amplia la lettura geologica e apre nuove prospettive per l’archeologia in grotta

Nel Monumento Naturale delle Cuevas de Fuentes de León, nella provincia spagnola di Badajoz, una nuova sala ha stabilito il collegamento fisico tra la Cueva de los Postes e la Cueva Nueva. La scoperta è maturata durante la campagna archeologica dell’estate 2026 e ha consentito di percorrere circa 100 metri di passaggi fino ad allora non esplorati.

Il dato modifica la lettura del complesso. Le due cavità non vanno più considerate soltanto come ambienti vicini: il collegamento documentato conferma che appartengono a uno stesso sistema carsico, articolato su livelli e gallerie comunicanti. Le Cuevas de Fuentes de León diventano così un caso di interesse sia per la speleologia sia per la ricostruzione delle frequentazioni umane nel sottosuolo dell’Extremadura.[web:4][web:11]

Cuevas de Fuentes de León, il passaggio emerso durante lo scavo

L’accesso alla nuova sala è stato individuato nel corso delle operazioni di scavo. Rimosso uno strato di terreno, gli operatori hanno riconosciuto una piccola apertura che proseguiva oltre il fronte di indagine. L’ampliamento controllato del varco ha reso possibile il passaggio e l’esplorazione del settore inedito.

Secondo Hipólito Collado, responsabile dell’Archeologia della Junta de Extremadura e codirettore delle ricerche, il rinvenimento nasce quindi dall’incontro tra la lettura stratigrafica dello scavo e l’esplorazione speleologica. La Cueva Nueva era stata riconosciuta nel 2025, dopo che i custodi dell’area protetta avevano osservato il transito di animali presso una piccola apertura. Nel primo ingresso fu necessario superare un salto verticale di circa 15 metri con tecnica su corda.[web:4]

La continuità ora accertata con la Cueva de los Postes dà una base concreta a un’ipotesi formulata fin dalle prime osservazioni. Non definisce ancora l’intera rete di connessioni del massiccio, ma offre nuovi elementi per aggiornare rilievi, sezioni e modelli di sviluppo delle gallerie.

Cueva Nueva: quattro sale, lago interno e concrezioni

L’esplorazione della Cueva Nueva ha permesso di distinguere quattro sale. La maggiore presenta un dislivello vicino ai 20 metri e contiene un lago sotterraneo lungo circa 15 metri. Nelle sale sono stati osservati numerosi speleotemi in buono stato di conservazione, fra cui colate e concrezioni.

Questi elementi richiedono particolare attenzione. Speleotemi, sedimenti, acque e depositi archeologici sono parti di un unico archivio sotterraneo. Un rilievo accurato consente di registrare forma e posizione delle strutture naturali; una documentazione preventiva permette anche di stabilire percorsi di lavoro e misure di protezione prima delle analisi più invasive.

Sono stati segnalati anche resti archeologici. Al momento non è stata resa nota una loro datazione né un’attribuzione culturale. La prudenza è necessaria: solo lo studio dei materiali, del contesto stratigrafico e delle eventuali associazioni con resti faunistici o antropici potrà chiarire cronologia e funzione degli spazi.[web:4][web:11]

Archeologia nelle Cuevas de Fuentes de León

Il nuovo settore si inserisce in un’area già nota per la continuità delle ricerche. Il Progetto Orígenes opera a Fuentes de León dal 2001 e nel 2026 raggiunge i 25 anni di attività. Le indagini svolte nel complesso hanno documentato una sequenza che, secondo i ricercatori, arriva dall’età romana fino al Pleistocene medio.[web:4]

Nelle cavità del monumento sono state riconosciute funzioni diverse nel tempo. Per l’età romana sono stati indicati indizi di uso rituale. Nei periodi calcolitico e neolitico sono invece attestati impieghi funerari, con sepolture, resti umani e corredi. Le fonti istituzionali dell’Extremadura ricordano, per le campagne precedenti, oggetti riferiti a corredi dell’Età del Rame: idoli tipo falange decorati, elementi in osso, conchiglie perforate, perle litiche e utensili in pietra. I materiali erano in corso di studio e restauro.[web:4][web:2]

Il valore archeologico delle Cuevas de Fuentes de León non dipende quindi da un singolo reperto. Dipende dalla possibilità di leggere insieme stratigrafie, modalità di accesso, morfologia degli ambienti, tracce di attività umana, resti animali e trasformazioni naturali. La nuova connessione può aiutare a comprendere meglio come le persone si muovevano nel sistema e quali parti fossero effettivamente accessibili nelle diverse fasi storiche.

Perché la speleologia serve alla ricerca archeologica

La speleologia è essenziale per l’archeologia ipogea perché rende conoscibile il contesto prima ancora del reperto. Un gruppo speleologico contribuisce a localizzare nuovi vuoti, affrontare passaggi stretti o verticali in sicurezza, rilevare gallerie e identificare settori vulnerabili. Senza questa base, uno scavo rischia di interpretare un deposito isolandolo dalla rete di cavità, dai percorsi dell’acqua e dalle dinamiche sedimentarie che lo hanno formato.

Nel caso delle Cuevas de Fuentes de León, il collegamento fra Cueva de los Postes e Cueva Nueva mostra in modo diretto questo rapporto. L’archeologia ha intercettato l’apertura nel corso dello scavo; la speleologia ha consentito di superarla, descrivere le nuove sale e collocarle nella struttura del carsismo. Le due discipline lavorano su domande diverse, ma complementari.

La speleologia è utile anche alla conservazione. Il rilievo topografico e fotografico, la definizione dei percorsi, l’osservazione di concrezioni e acque, la valutazione dei rischi di crollo e l’attenzione ai microambienti riducono il rischio di alterare sia gli equilibri naturali sia i depositi culturali. Il materiale didattico della Società Speleologica Italiana ricorda che le grotte conservano reperti, pitture rupestri e graffiti e che la ricerca archeologica non può prescindere dalla lunga storia della frequentazione umana degli ipogei.[file:1]

Per le Cuevas de Fuentes de León la fase successiva sarà quindi decisiva: completare la documentazione della nuova connessione, studiare senza anticipazioni i resti individuati e integrare le osservazioni geologiche, archeologiche e speleologiche in una lettura comune del sistema.

Fonti

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Machu Picchu, il LiDAR rivela antichi percorsi Inca: uno potrebbe condurre a una montagna sacra

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Oltre 2,5 chilometri di percorsi preispanici nascosti dalla fitta vegetazione sono stati individuati nell’area di Machu Picchu grazie alla tecnologia LiDAR. Uno dei tracciati potrebbe avere avuto una funzione rituale ed essere diretto verso la montagna sacra di Yanantin. Una tecnologia ben nota anche agli speleologi, che da anni utilizzano LiDAR e laser scanner per studiare il carsismo e realizzare modelli tridimensionali delle grotte.

Una rete di antichi percorsi nascosta dalla vegetazione è stata individuata nei dintorni di Machu Picchu, in Perù, grazie a rilievi effettuati con tecnologia LiDAR.

Le indagini condotte nell’area della cosiddetta Muralla de Mandor, a est della celebre città inca, hanno permesso di identificare oltre 2,5 chilometri di percorsi preispanici, insieme a possibili piattaforme e terrazzamenti. Tra le evidenze individuate spicca un tracciato principale lungo almeno 1,2 chilometri, con caratteristiche compatibili con tecniche costruttive di epoca inca, tra cui un andamento a zig-zag. (gob.pe)

Il ritrovamento risale alle ricognizioni effettuate nel luglio 2026 ed è stato annunciato ufficialmente il 10 agosto dal Ministero della Cultura del Perù. Le ricerche sono frutto della collaborazione tra la Dirección Desconcentrada de Cultura di Cusco e il Centro de Estudios Andinos dell’Università di Varsavia, con la partecipazione di specialisti di diverse istituzioni. (gob.pe)

Forse un percorso verso una montagna sacra

Le prime interpretazioni dei risultati aggiungono ora un elemento particolarmente affascinante.

In un’intervista pubblicata il 31 agosto dall’agenzia peruviana Andina, Nino Del Solar Velarde, responsabile delle ricerche archeologiche di Machu Picchu della DDC Cusco, ha spiegato che il percorso potrebbe essere collegato a una destinazione di carattere rituale.

L’attenzione degli archeologi si concentra sulla cosiddetta Muralla de Mandor, una struttura che in alcuni settori raggiunge i due o tre metri di altezza e che potrebbe, a prima vista, suggerire una funzione difensiva.

Del Solar invita però alla prudenza: nell’area non esiste al momento un contesto archeologico tale da dimostrare la necessità di una fortificazione. Inoltre, la struttura sembra seguire la conformazione naturale del terreno.

Soprattutto, il suo orientamento conduce verso Yanantin, una montagna che raggiunge circa 4.100 metri di quota e che viene indicata come luogo sacro nella concezione andina.

Da qui nasce l’ipotesi che la “muraglia” possa essere interpretata diversamente: potrebbe trattarsi di un percorso sopraelevato con una funzione rituale, orientato verso la montagna sacra.

È un’ipotesi suggestiva, ma non ancora una conclusione definitiva. Lo stesso Ministero della Cultura peruviano, nell’annuncio iniziale, sottolineava la necessità di ulteriori indagini archeologiche per stabilire cronologia, funzione e rapporti dei tracciati con gli altri elementi del paesaggio di Machu Picchu.

Il LiDAR ha permesso di guardare sotto la vegetazione

Determinante per la scoperta è stata la tecnologia LiDAR, Light Detection and Ranging, un sistema di telerilevamento basato sull’emissione di impulsi laser e sulla misurazione del tempo impiegato dalla luce per ritornare al sensore.

Nel caso di Machu Picchu il rilievo è stato effettuato anche con drone, ottenendo dati ad altissima risoluzione e modelli tridimensionali del territorio.

La caratteristica particolarmente preziosa nelle zone ricoperte da foreste è la possibilità di elaborare i dati separando digitalmente la vegetazione dal terreno sottostante.

Strade, terrazzamenti, muri e altre modificazioni artificiali del suolo possono così diventare leggibili nei modelli digitali anche quando, osservando direttamente il territorio, sono quasi completamente nascosti dagli alberi.

Nell’area di Mandor il LiDAR non ha soltanto consentito di seguire gli antichi percorsi: ha confermato alcuni recinti circolari già conosciuti e ha permesso di individuare nuove strutture e piattaforme sotto la vegetazione.

Una tecnologia già ampiamente utilizzata in speleologia

Il LiDAR è ben conosciuto anche nel mondo della speleologia e della ricerca sul carsismo, dove le tecnologie di scansione laser sono ormai utilizzate per numerose applicazioni.

All’esterno delle grotte, i rilievi LiDAR aerotrasportati o effettuati con drone permettono di ottenere modelli estremamente dettagliati della superficie terrestre. Eliminando digitalmente la vegetazione possono diventare più evidenti doline, depressioni, inghiottitoi, scarpate, fratture e altre forme del paesaggio carsico.

Il LiDAR di superficie, naturalmente, non attraversa la roccia e non permette di vedere direttamente una grotta sotterranea. La lettura dettagliata della morfologia può però fornire informazioni preziose per indirizzare le ricognizioni e individuare aree potenzialmente interessanti per l’esplorazione speleologica.

Ancora più diffuso è l’impiego delle tecnologie LiDAR direttamente all’interno delle cavità.

Laser scanner terrestri e, sempre più spesso, sistemi mobili e portatili consentono di acquisire grandi quantità di punti e costruire modelli tridimensionali dettagliati degli ambienti sotterranei. Le applicazioni comprendono rilievo, studio geomorfologico, analisi delle fratture, documentazione archeologica e monitoraggio della stabilità delle cavità. Recenti ricerche hanno integrato, per esempio, LiDAR portatile, laser scanner terrestre e rilievi da drone per produrre cartografie geomorfologiche tridimensionali ad alta risoluzione di ambienti carsici.

La diffusione della tecnologia è arrivata anche a strumenti molto più piccoli: uno studio pubblicato nel 2025 sul Journal of Archaeological Science ha valutato persino l’impiego dei sensori LiDAR incorporati negli smartphone per applicazioni archeologiche e speleologiche, evidenziandone le possibilità nella documentazione tridimensionale delle cavità.

Il modello digitale non sostituisce l’esplorazione

Il caso di Machu Picchu mostra però anche un principio familiare agli speleologi: individuare qualcosa a distanza non equivale ad averlo esplorato e compreso.

I dati raccolti nell’area di Mandor costituiscono una base sulla quale indirizzare le prossime indagini. Le strutture riconosciute digitalmente dovranno essere raggiunte e studiate sul terreno per verificarne caratteristiche, cronologia e funzione.

Secondo quanto dichiarato da Del Solar ad Andina, le prospezioni sul posto sono previste tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. La zona presenta inoltre particolari condizioni ambientali e le attività richiederanno le necessarie autorizzazioni per operare nell’area protetta. (

Soltanto queste verifiche potranno chiarire se il percorso individuato fosse realmente legato a pratiche rituali e quale rapporto avesse con Yanantin e con la più vasta organizzazione territoriale di Machu Picchu.

La fitta foresta nebulare nell’area di Machu Picchu, dove il LiDAR permette di leggere la morfologia del terreno nascosta dalla vegetazione. Foto: Jason Hollinger / Wikimedia Commons – CC BY 2.0

Il LiDAR ha dunque fatto quello che sa fare particolarmente bene: ha reso visibili tracce che il paesaggio aveva nascosto.

Ora comincia la parte più antica del mestiere, comune in fondo ad archeologi e speleologi: andare sul terreno, osservare, esplorare e verificare.

Fonti:

Agencia Peruana de Noticias Andina, 31 agosto 2026 https://andina.pe/agencia/noticia-camino-inca-recientemente-hallado-machu-picchu-era-ruta-a-un-destino-uso-ritual-1089500.aspx

Ministerio de Cultura del Perú – Dirección Desconcentrada de Cultura de Cusco, 10 agosto 2026 https://www.gob.pe/institucion/cultura/noticias/1427676-identifican-mas-de-2-5-kilometros-de-caminos-prehispanicos-en-el-entorno-de-la-muralla-de-mandor-en-machupicchu

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Santin Cave, il monitoraggio ambientale misura l’impatto delle visite sull’arte rupestre

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Uno studio pubblicato su Geosciences analizza temperatura, anidride carbonica e particolato nella grotta cantabrica. I dati indicano che la gestione degli accessi deve considerare la ventilazione stagionale e i tempi di recupero del microclima.

Conservazione preventiva nelle grotte con arte rupestre

La gestione delle grotte con pitture preistoriche richiede dati ambientali ad alta risoluzione. Un recente studio dedicato alla Santin Cave, in Cantabria, Spagna settentrionale, ha valutato la risposta del sistema sotterraneo a visite sperimentali controllate. Il lavoro, pubblicato nel 2026 sulla rivista Geosciences, propone un metodo basato su un anno di osservazioni in condizioni indisturbate e su successive prove di accesso regolato.

L’obiettivo è distinguere le normali oscillazioni naturali dagli effetti prodotti dalla presenza umana. In una grotta decorata, anche variazioni limitate possono modificare l’equilibrio dell’aria e delle superfici. La respirazione dei visitatori introduce calore, vapore acqueo e anidride carbonica. Il movimento può inoltre rimettere in sospensione particelle e favorire il trasporto di microrganismi.

Santin Cave e i settori con pitture paleolitiche

La Santin Cave si trova presso Velo, nel comune di Piélagos. La cavità si sviluppa in calcari e calcareniti cretacici. La planimetria conosciuta raggiunge circa 205 metri. Le gallerie sono disposte prevalentemente lungo una direttrice nord-ovest sud-est e si sviluppano quasi su un unico livello.

Le pitture sono organizzate in due complessi. Il Conjunto I si trova a circa 75 metri dall’ingresso, in una sala più ampia della galleria principale. Il Conjunto II è collocato a circa 120 metri dall’ingresso e comprende diversi pannelli con simboli rossi attribuiti al Paleolitico. Il pannello principale misura circa 5 metri per 1,5 e presenta due fregi verticali.

L’accesso alla grotta è attualmente limitato da un cancello metallico. Le autorità locali e regionali hanno valutato la possibilità di inserire il sito in un’offerta di turismo culturale sotterraneo. Prima di qualsiasi apertura, lo studio sottolinea la necessità di definire una base ambientale affidabile.

Monitoraggio ambientale ad alta risoluzione

La prima fase della ricerca ha seguito la grotta per un intero ciclo annuale, dal novembre 2021 al novembre 2022. Sono stati registrati temperatura dell’aria, umidità relativa, concentrazione di CO2 e radon. Altri sensori hanno misurato le condizioni termiche in diversi punti delle gallerie.

La temperatura media interna è risultata di 13,45 °C. L’umidità relativa è rimasta prossima alla saturazione. I settori vicini all’ingresso hanno mostrato una maggiore influenza delle condizioni esterne. Le gallerie profonde, dove si trovano le pitture, sono apparse molto più stabili. Le oscillazioni termiche annuali nei punti associati ai complessi decorati sono state comprese tra 0,04 e 0,07 °C.

Il comportamento dei gas ha evidenziato due fasi stagionali. Da novembre ad aprile la ventilazione è più attiva e la CO2 nelle zone interne si mantiene generalmente tra 800 e 850 ppm. Dalla tarda primavera l’aria esterna più calda riduce gli scambi. La concentrazione media mensile di CO2 è arrivata a 1.249 ppm in giugno e a 1.405 ppm in luglio. Nello stesso periodo è aumentato anche il radon.

Visite sperimentali e risposta del microclima

La seconda fase si è svolta dal 26 al 28 giugno 2023, durante il periodo di ventilazione ridotta. Sono stati simulati diversi scenari di visita. Il primo giorno sono entrati tre gruppi di cinque persone. Il secondo giorno si sono alternati gruppi di cinque e sei visitatori. Il terzo giorno sono entrati consecutivamente gruppi composti da sette, sette, otto e sei persone.

I ricercatori hanno misurato l’aumento prodotto da ogni gruppo, il segnale residuo prima dell’ingresso successivo, il recupero parziale tra le visite e il tempo necessario per il ritorno alle condizioni precedenti.

Nel settore più vicino all’ingresso, il passaggio ha prodotto anomalie termiche contenute, tra 0,01 e 0,02 °C. Nei pressi delle pitture la risposta è stata più evidente. L’aumento medio ha raggiunto 0,11 °C nel Conjunto I e 0,28 °C nel Conjunto II. Il valore massimo registrato è stato di 0,37 °C. Il settore più interno ha mostrato anche tempi di recupero più lunghi.

CO2 e particolato come indicatori di gestione

L’anidride carbonica ha evidenziato il comportamento cumulativo più chiaro. Nel Conjunto I gli incrementi giornalieri associati alle visite hanno raggiunto 268 ppm il 27 giugno e 368 ppm il 28 giugno. Nel Conjunto II sono stati misurati aumenti di 327 e 376 ppm.

Il recupero notturno è rimasto incompleto. Nel Conjunto I sono rimasti segnali residui di 127 e 212 ppm. Nel Conjunto II i valori residui sono stati di 120 e 94 ppm. Secondo gli autori, la CO2 può quindi rappresentare il principale indicatore operativo per modulare gli accessi nel breve periodo.

Anche il particolato sospeso è aumentato con l’intensità delle visite. Con gruppi distanziati di cinque persone, le concentrazioni sono rimaste inferiori a 300 particelle per litro. Due gruppi consecutivi di sei persone hanno portato il valore a 561 particelle per litro. La sequenza più intensa ha raggiunto 686 particelle per litro, con un tempo di recupero di 13,6 ore.

Gli autori precisano che per il particolato non era disponibile una serie storica completa in assenza di visite nel punto più sensibile. I dati devono quindi essere interpretati soprattutto come variazioni relative associate alla presenza dei visitatori.

Accesso pubblico e tutela del patrimonio

Lo studio sulla Santin Cave non propone soglie definitive valide per ogni grotta. I valori dipendono dalla stagione, dalla morfologia, dalla ventilazione, dalla posizione delle pitture e dalla sensibilità delle superfici. Le soglie individuate devono quindi essere considerate preliminari e specifiche per il sito.

La ricerca indica una procedura applicabile anche ad altri contesti. Prima occorre documentare il ciclo annuale senza visite. Poi si possono svolgere prove controllate con gruppi di dimensione diversa. Il monitoraggio deve proseguire durante e dopo ogni ingresso.

La conservazione preventiva delle grotte decorate passa così da una semplice limitazione numerica degli accessi a una gestione basata sulla risposta reale dell’ambiente. La Santin Cave mostra che i settori più stabili sono anche quelli più vulnerabili alle perturbazioni. Per questo, la fruizione pubblica richiede tempi di recupero, controllo della CO2 e una verifica continua delle condizioni sotterranee.

Fonti

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Grotta di Bianfu: scoperto il primo osso dell’avambraccio di un Denisoviano in Cina

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La Grotta di Bianfu nello Yunnan diventa il secondo sito più ricco di fossili di Denisoviano al mondo, dopo la Grotta di Denisova in Siberia, grazie al ritrovamento di un radio e altri resti umani del tardo Pleistocene medio.


Una scoperta che cambia la mappa dei Denisoviani

Una scoperta eccezionale arriva dalla Cina sud?occidentale: nella Grotta di Bianfu, nello Yunnan, i ricercatori hanno identificato il primo radio di Denisoviano mai trovato, insieme ad altri resti umani risalenti al tardo Pleistocene medio.

I Denisoviani sono un gruppo di ominidi arcaici noti quasi solo grazie al DNA. I fossili sono rarissimi, soprattutto quelli postcraniali. Per questo la scoperta di cinque resti denisoviani — tra cui due ossa parietali, un radio e due denti — è considerata un passo fondamentale per capire come vivevano e come erano fatti questi antichi parenti dell’uomo moderno.


Il metodo innovativo del team di Fu Qiaomei

Il team guidato da Fu Qiaomei (IVPP, Accademia Cinese delle Scienze) ha utilizzato una strategia innovativa per identificare i resti:

  • Pre?screening morfologico per selezionare i frammenti più promettenti tra oltre 60.000 frammenti ossei.
  • ZooMS, una tecnica proteomica che identifica le specie tramite peptidi del collagene.
  • Analisi paleoproteomiche complete su osso, dentina e smalto.

Tutti e cinque i campioni mostrano varianti proteiche specifiche dei Denisoviani, confermate anche da alberi filogenetici coerenti con i dati genomici. L’estrazione di DNA antico non è stata possibile, ma le proteine hanno permesso l’identificazione con sicurezza.


Il radio di Bianfu: un fenotipo a mosaico

Il frammento di radio (BFD771) è particolarmente importante: ha caratteristiche simili ai Neanderthal nella parte prossimale, ma la forma generale ricorda gli esseri umani moderni.

Un vero fenotipo a mosaico, che suggerisce adattamenti biomeccanici e comportamentali unici. Secondo i ricercatori, questa conformazione “probabilmente forniva vantaggi funzionali per una manipolazione leggera e precisa”.


La Grotta di Bianfu: cronologia e contesto ambientale

La Grotta di Bianfu, datata tra 167.000 e 134.000 anni fa, diventa così il secondo sito più ricco di fossili denisoviani al mondo, dopo la celebre Grotta di Denisova in Siberia.

Durante lo stadio glaciale MIS 6, il clima relativamente mite dello Yunnan potrebbe aver favorito la sopravvivenza a lungo termine di queste popolazioni. Gli scavi hanno restituito anche più di 1.300 utensili litici e ossa animali con tracce di taglio, che raccontano le strategie di sussistenza dei Denisoviani nella regione.


Il sito di Denisova: la culla della scoperta

La Grotta di Denisova, situata nei Monti Altai in Siberia meridionale, è il luogo dove nel 2008 fu scoperto il primo resto attribuibile a questo gruppo di ominidi: un osso del dito di una mano.

Da allora, la Grotta di Denisova è rimasta l’unico sito con evidenze genetiche e fossili certe di Denisoviani, insieme a Neanderthal e umani moderni. Il nuovo ritrovamento nella Grotta di Bianfu amplia notevolmente la distribuzione geografica conosciuta di questi antichi umani.


Implicazioni per l’evoluzione umana

Questa scoperta colma una lacuna geografica cruciale e apre nuove prospettive sulla distribuzione, l’anatomia e l’evoluzione dei Denisoviani.

La Grotta di Bianfu conferma che i Denisoviani non erano confinati solo alla Siberia e all’altopiano tibetano, ma occupavano anche regioni più meridionali dell’Asia orientale.


Fonti

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Saqqara, scavata la mastaba di Yunmin e Iti: due cappelle della V dinastia tornano alla luce

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La mastaba di Saqqara, nota dall’Ottocento, è stata indagata da una missione egiziano-spagnola. Rilievi, iscrizioni e colori conservati aprono nuove prospettive sulla necropoli di Mariette e sulla vita amministrativa dell’Antico Regno.

Mastaba di Saqqara: lo scavo nella necropoli di Mariette

Una mastaba di Saqqara conosciuta in superficie da oltre un secolo e mezzo è stata oggetto di uno scavo archeologico sistematico. La scoperta riguarda la tomba doppia di Yunmin e di suo padre Iti, nella necropoli di Mariette, nel settore settentrionale del vasto complesso funerario di Saqqara, a ovest del Cairo.

La ricerca è stata svolta dalla missione egiziano-spagnola nata dalla collaborazione fra l’Universitat Autònoma de Barcelona e il Consiglio Supremo delle Antichità egiziano. Il cantiere è attivo dal 2023. La prima campagna sul terreno è iniziata nel 2024, mentre gli ultimi lavori si sono svolti tra aprile e giugno 2026.

La mastaba di Saqqara risale alla fine della V dinastia, nel periodo del faraone Djedkare Isesi. Le cronologie riportate nelle comunicazioni istituzionali collocano questa fase dell’Antico Regno fra il 2494 e il 2345 a.C. Il monumento era stato riconosciuto nell’area esplorata da Auguste Mariette nel XIX secolo, ma non era mai stato scavato e documentato in modo approfondito.

Il caso mostra il valore delle indagini condotte anche in paesaggi archeologici studiati da lungo tempo. La lettura della topografia, delle strutture emergenti e dei rapporti fra edifici ha portato infatti a definire meglio non solo la tomba, ma anche il contesto urbano della necropoli.

Yunmin e Iti: funzionari dell’Antico Regno

La mastaba di Saqqara ha una piattaforma di medie dimensioni e due cappelle funerarie aperte sul lato orientale. La cappella settentrionale era destinata a Yunmin, mentre quella meridionale apparteneva a Iti.

Yunmin ricopriva incarichi di rilievo nell’amministrazione egizia. Le fonti lo identificano come giudice, direttore della corte e capo degli scribi incaricati di esaminare petizioni e reclami. La sua figura offre quindi un riferimento diretto alla gestione delle controversie e delle richieste rivolte all’apparato statale.

Iti, padre di Yunmin, era invece uno scriba collegato alla gestione delle terre agricole e delle offerte. La tomba congiunta permette di osservare, nello stesso monumento, due livelli dell’amministrazione e un possibile percorso di ascesa sociale dalla sfera territoriale a quella centrale.

La cappella di Yunmin conserva una facciata scolpita con testi funerari, una formula d’offerta e l’immagine del proprietario in posa formale. Questi elementi associavano il defunto alle pratiche cultuali necessarie alla sua commemorazione.

Rilievi e colori della mastaba di Saqqara

Le pareti della cappella di Yunmin sono decorate con rilievi di buona qualità. Le scene raffigurano attività agricole e processioni di portatori di offerte dirette alla tomba. Sono presenti anche animali, fra cui asini.

Un dato rilevante riguarda la conservazione della policromia. Diverse decorazioni hanno mantenuto i colori originali dopo più di quattro millenni. Nella cappella di Iti sono state individuate una falsa porta e pitture con scene di offerte; in questo ambiente una parte più ampia dei pigmenti risulta sbiadita.

La falsa porta era un elemento centrale dell’architettura funeraria egizia. Rappresentava il punto di passaggio simbolico attraverso il quale il defunto poteva ricevere offerte e partecipare al culto. Testi, immagini e architettura formavano quindi un unico dispositivo rituale.

La mastaba di Saqqara aggiunge dati sulle tecniche decorative, sui modelli architettonici e sulle forme di autorappresentazione delle élite della tarda V dinastia. Le immagini agricole non sono semplici scene di vita quotidiana. Nel contesto funerario evocano anche la continuità delle risorse e delle offerte destinate al proprietario della tomba.

Saqqara come paesaggio funerario e urbano

Il lavoro della missione non si concentra soltanto sui due ambienti funerari. Gli archeologi stanno analizzando l’organizzazione dello spazio circostante, il rapporto tra edifici e percorsi, le dinamiche del paesaggio e l’uso delle aree della necropoli.

In questa prospettiva, Saqqara non appare come una somma di tombe isolate. Era uno spazio frequentato per la costruzione dei monumenti, per il deposito delle offerte e per lo svolgimento dei culti funerari. Lo studio delle strade, delle aree aperte e delle relazioni tra mastabe può chiarire come questo settore sia stato progettato e utilizzato nel tempo.

Le ricognizioni cartografiche e la ricostruzione dell’assetto della necropoli hanno già indicato una mastaba non nota in precedenza e tracce di altre due strutture vicine. Le future campagne potranno verificare natura, cronologia e connessioni di questi edifici.

La documentazione completa delle cappelle di Yunmin e Iti e gli interventi di conservazione annunciati saranno essenziali per proteggere le superfici decorate. Il rinvenimento conferma che la ricerca a Saqqara può ancora offrire informazioni significative, anche nei settori registrati dalla tradizione archeologica ottocentesca.

Fonti

L'articolo Saqqara, scavata la mastaba di Yunmin e Iti: due cappelle della V dinastia tornano alla luce proviene da Scintilena.

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Karahantepe, un uomo sul dorso di un leopardo 11.000 anni fa: cosa sappiamo davvero della nuova scoperta

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Una importante scultura neolitica è stata scoperta nel sito di Karahantepe, nella Turchia sudorientale. Raffigura un essere umano seduto sul dorso di un leopardo ed è stata trovata ancora nella sua posizione originaria all’interno di una piccola struttura. Il ritrovamento è autentico e recentissimo, ma sul suo significato l’archeologia, per ora, lascia aperte molte più domande che risposte.

Una figura umana siede sul dorso di un leopardo. La scena è stata scolpita nella pietra circa 11.000 anni fa e proviene da Karahantepe, uno dei grandi siti neolitici dell’Anatolia sudorientale, nella provincia turca di ?anl?urfa.

La scoperta è stata annunciata il 25 agosto 2026 dal ministro turco della Cultura e del Turismo Mehmet Nuri Ersoy e proviene dalla campagna di scavo attualmente in corso nel sito.

La scultura misura circa 70 centimetri di altezza e riunisce nello stesso manufatto una figura umana e un grande felino. Ma uno degli aspetti archeologicamente più interessanti non è soltanto ciò che rappresenta: è dove è stata trovata.

Una scultura ancora al suo posto

Secondo il comunicato ufficiale del Ministero turco della Cultura e del Turismo, l’opera è stata rinvenuta nel luogo in cui era stata lasciata circa 11.000 anni fa.

Si trovava su una panca in pietra che corre lungo la parete di una piccola struttura di circa tre metri di diametro, il cui pavimento era rivestito di pietre piatte.

È un’informazione fondamentale.

Un oggetto archeologico rinvenuto nel proprio contesto può raccontare molto più di un manufatto isolato. La posizione rispetto alle pareti, agli accessi, agli altri reperti e all’organizzazione dello spazio può contribuire a ricostruirne l’uso e, almeno in parte, il significato.

Nel caso della nuova scultura di Karahantepe, però, queste informazioni dettagliate non sono ancora disponibili.

Il Ministero la definisce una «scultura composita» realizzata secondo uno stile del quale nel sito non erano stati precedentemente trovati esempi.

Al momento dell’annuncio non risulta ancora pubblicato un rapporto scientifico completo sul ritrovamento che permetta di conoscere nel dettaglio la stratigrafia, la cronologia e la funzione della struttura e dell’oggetto.

Cosa significa quell’uomo sul leopardo?

È la domanda inevitabile, ed è anche quella alla quale, per ora, non possiamo rispondere.

L’immagine è potentissima: un essere umano sopra uno dei più grandi predatori dell’ambiente neolitico anatolico.

È facile vedere nella scena un’immagine di dominio dell’uomo sull’animale, oppure immaginare un significato rituale, religioso o mitologico. Potremmo pensare a un individuo particolare, a una figura sovrannaturale, a un racconto condiviso dalla comunità o a una rappresentazione simbolica del rapporto fra esseri umani e mondo selvatico.

Sono tutte possibilità, ma nessuna, allo stato attuale, è una spiegazione dimostrata.

Qui che la scoperta diventa particolarmente interessante.

Nel comunicato del 25 agosto il Ministero turco non attribuisce infatti alla scena uno di questi significati. Non parla di dominio sulla natura, né identifica la figura come divinità, sciamano o personaggio mitologico.

Il ministro Ersoy afferma invece che il ritrovamento apre «nuove domande» sulle fasi più antiche della storia umana.

Una formulazione prudente, almeno fino a quando il contesto archeologico non sarà pubblicato in modo più completo.

L’uomo e il leopardo: una relazione che ritorna

Il nuovo reperto non compare però in un vuoto iconografico.

A Karahantepe il rapporto fra figure umane e grandi felini è già documentato e proprio il confronto con le immagini precedenti rende questa scoperta particolarmente intrigante.

In altre rappresentazioni rinvenute nel sito il rapporto appare infatti rovesciato: è il felino a trovarsi sul dorso della figura umana.

Nella scultura scoperta nel 2026 accade il contrario.

È l’uomo a stare sul leopardo.

Non sappiamo se questa inversione possedesse un significato preciso per chi realizzò le immagini. Il confronto, tuttavia, pone una domanda affascinante: siamo davanti a episodi differenti di uno stesso racconto, a immagini rituali, a rappresentazioni di identità oppure a qualcosa che apparteneva a un sistema simbolico che oggi non siamo più in grado di decifrare?

Per il momento possiamo soltanto osservare la ricorrenza, ed evitare di trasformarla prematuramente in una bella narrazione.

Karahantepe e il mondo di Tas Tepeler

Karahantepe si trova nella regione di ?anl?urfa ed è uno dei siti compresi nel progetto archeologico Tas Tepeler, le “Colline di Pietra”, insieme a Göbekli Tepe e ad altri insediamenti preistorici dell’Anatolia sudorientale.

Gli scavi a Karahantepe sono iniziati nel 2019 e hanno restituito strutture monumentali, pilastri scolpiti, figure umane e numerose rappresentazioni animali.

Il sito appartiene a una fase cruciale della preistoria del Vicino Oriente, quando gruppi di cacciatori-raccoglitori stavano sperimentando nuove forme di aggregazione, costruzione monumentale e organizzazione sociale nel lungo processo che avrebbe accompagnato la nascita delle società neolitiche.

Le immagini hanno un ruolo sorprendentemente importante in questo mondo.

Felini, serpenti, uccelli rapaci, bovidi e figure umane compaiono ripetutamente nell’arte monumentale e negli oggetti della regione. Non sembrano semplici rappresentazioni naturalistiche: animali ed esseri umani vengono messi in relazione attraverso posture, associazioni e composizioni intenzionali.

Capire che cosa quelle immagini significassero è molto più difficile.

Non disponiamo di testi che possano spiegarle e interpretarle attraverso mitologie o religioni conosciute migliaia di anni più tardi rischia di proiettare sul Neolitico categorie che appartengono ad altre società.

Quegli “11.000 anni” richiedono ancora prudenza

Anche la cronologia merita una precisazione: il comunicato ufficiale parla di una scultura risalente a circa 11.000 anni fa. È quindi corretto utilizzare questa indicazione come datazione generale del reperto.

Non è ancora disponibile, nell’annuncio pubblico, una datazione scientifica dettagliata associata alla scultura, con l’indicazione della fase stratigrafica o di eventuali analisi radiocarboniche del contesto.

“11.000 anni” deve quindi essere letto, per il momento, come l’inquadramento cronologico comunicato dalle autorità archeologiche turche, non come una data assoluta del manufatto determinata con precisione all’anno.

È una distinzione lieve solo in apparenza.

Una scoperta che vale soprattutto per le domande che apre

La nuova scultura di Karahantepe è un ritrovamento eccezionale senza bisogno di attribuirle immediatamente un significato misterioso.

Sappiamo che una comunità vissuta nell’Anatolia sudorientale circa undici millenni fa scolpì una figura umana seduta sul dorso di un leopardo.

Sappiamo che quell’immagine non era un oggetto abbandonato casualmente: fu ritrovata su una panca, all’interno di una struttura organizzata e pavimentata.

Sappiamo inoltre che uomini e grandi felini erano già stati messi in relazione nelle immagini di Karahantepe.

Non sappiamo ancora perché:la motivazione è però un dato importante.

In archeologia una scoperta non diventa significativa solo quando più rapidamente riusciamo a darle un significato. A volte accade esattamente il contrario: è la capacità di conservare una domanda aperta, finché nuovi dati non permettono di restringere le possibilità, a rendere davvero prezioso un ritrovamento.

L’uomo sul leopardo di Karahantepe, almeno per ora, appartiene a questa categoria.

Fonte principale: Ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica di Turchia, comunicato del 25 agosto 2026; Anadolu Agency, 25 agosto 2026; Archaeology Magazine, 27 agosto 2026. La scoperta è stata annunciata nell’ambito degli scavi 2026 del progetto “Gelece?e Miras” (Patrimonio per il Futuro)

Il racconto della scoperta in Italia

La notizia è stata ripresa in Italia il 28 agosto da Il Giornale dell’Arte, che riferisce correttamente gli elementi principali del ritrovamento: la provenienza da Karahantepe, la datazione indicativa a circa 11.000 anni fa e la presenza di una figura umana sul dorso di un leopardo.

L’articolo introduce tuttavia anche interpretazioni che richiedono maggiore cautela rispetto ai dati finora resi pubblici. La posizione dell’uomo viene letta come possibile espressione di «dominio e controllo sulla natura» e la rappresentazione viene collegata a concetti di potere, virilità e autorità.

Sono ipotesi suggestive, ma non sono conclusioni archeologiche dimostrate dal ritrovamento.

Nel comunicato ufficiale del Ministero turco della Cultura e del Turismo del 25 agosto, queste interpretazioni non compaiono. La fonte primaria descrive la posizione delle due figure e il contesto della scoperta, sottolineandone l’eccezionalità, ma non attribuisce alla scena un significato preciso.

La distinzione è importante: dire che una figura umana è rappresentata sul dorso di un leopardo descrive ciò che possiamo osservare; affermare che quella figura domini il leopardo significa già interpretare l’immagine.

In attesa della pubblicazione scientifica completa del contesto, è quindi preferibile mantenere separate le due cose.

Fonte italiana: Il Giornale dell’Arte, «Una rara e particolare scultura di un leopardo risalente al Neolitico è stata scoperta in Turchia», 28 agosto 2026

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