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Alla Grotta del Vento la prima Giornata UNESCO delle Grotte e del Carsismo: tecnica, memoria e divulgazione in Garfagnana

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Domenica 13 settembre 2026, Fornovolasco ha ospitato dimostrazioni di progressione verticale, attrezzature speleosubacquee e una visita storica guidata. L’iniziativa ha collegato la ricorrenza internazionale UNESCO alla conoscenza concreta del patrimonio carsico delle Alpi Apuane.


La prima Giornata internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo

Il 13 settembre 2026 è stata celebrata per la prima volta la Giornata internazionale delle Grotte e del Carsismo – International Day of Caves and Karst (IDCK), ricorrenza annuale proclamata dall’UNESCO per sensibilizzare sul valore degli ambienti ipogei e dei paesaggi carsici.

La celebrazione internazionale si è svolta a Postojna, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre, con una conferenza scientifica e una cerimonia ufficiale nella celebre grotta turistica.

Secondo l’UNESCO, grotte e paesaggi carsici interessano quasi un quarto delle terre emerse e forniscono acqua potabile a oltre un miliardo di persone, oltre a conservare biodiversità sotterranea, archivi geologici e testimonianze della storia umana.


Grotta del Vento: un laboratorio pubblico di speleologia nelle Alpi Apuane

La Grotta del Vento, situata a Fornovolasco nel cuore del Parco delle Alpi Apuane (Garfagnana, provincia di Lucca), ha aderito alla ricorrenza con una giornata dedicata a tecnica, esplorazione e memoria storica della speleologia.

La cavità turistica, sviluppata in rocce calcaree, offre tre itinerari di durata diversa e consente di osservare gallerie fossili, condotti freatici e ambienti in concrezionamento.

La valorizzazione turistica è iniziata negli anni Sessanta: i lavori per l’accessibilità sono cominciati nel 1965, il primo itinerario è stato completato nel 1967, il secondo nel 1970 e il terzo nel 1982.


Dalla corrente d’aria alle prime esplorazioni: la storia della cavità

Prima dell’esplorazione sistematica, la grotta era conosciuta soprattutto per la corrente d’aria che usciva dall’apertura, sfruttata in una struttura usata come frigorifero naturale.

Nel 1898 una bambina di quattro anni, Bettina, penetrò per pochi metri nella cavità, aprendo simbolicamente la strada alla conoscenza moderna della grotta.

Le prime esplorazioni speleologiche organizzate risalgono al 1929, quando il Gruppo Speleologico Fiorentino del CAI raggiunse circa 60 metri di sviluppo, fermandosi davanti a una galleria a U piena d’acqua interpretata come sifone.


La mostra delle attrezzature: evoluzione della tecnica speleologica

Nel piazzale della Grotta del Vento è stata allestita una mostra storica che ha ripercorso l’evoluzione delle tecniche di progressione verticale e di illuminazione.

La progressione verticale è stata illustrata attraverso le scalette di corda con pioli di legno, le scale “superleggere” degli anni Sessanta e infine la progressione su sola corda con discensori e bloccanti, che ha reso più efficiente la salita e la discesa lungo i pozzi.

Il percorso storico ha ricordato anche il passaggio dalle prime lampade a incandescenza alle lampade frontali ad acetilene con accensione piezoelettrica, fino all’attuale illuminazione elettrica a LED.


Dimostrazioni di progressione verticale e arrampicata in grotta

Dal piazzale pendeva una corda dalla parete strapiombante, sulla quale gli speleologi hanno eseguito manovre dimostrative per mostrare il funzionamento dei sistemi di progressione moderna.

Le dimostrazioni sono state realizzate da Davide Massarenti, Pietro Taddei dello Speleo Club Garfagnana, Simona Marioti e Federico Bucci.

L’arrampicata in grotta e la discesa su corda dalla sommità della Sala dei Trenta Metri hanno aggiunto una dimensione spettacolare, subordinata però alla spiegazione tecnica per il pubblico non specialista.


Speleosubacquea: attrezzature e spiegazioni sui sifoni

L’esposizione ha incluso anche le attrezzature per l’esplorazione dei sifoni, introducendo il pubblico alla speleosubacquea, una delle discipline più complesse dell’esplorazione ipogea.

Un sifone è un tratto di cavità completamente o parzialmente allagato che richiede tecniche subacquee per essere attraversato, in un ambiente confinato e spesso privo di luce naturale.

Il pubblico ha ricevuto spiegazioni da Davide Massarenti, indicato come speleosub e istruttore subacqueo della Marina Militare.


Visita storica conclusiva guidata da Massimo Goldoni

La giornata si è conclusa con una visita speciale guidata da Massimo Goldoni, speleologo modenese, che ha riportato l’attenzione sui primi naturalisti che, agli inizi del Novecento, affrontarono le parti conosciute della grotta con strumenti e conoscenze molto più limitati.

Il percorso ha trasformato la grotta in un archivio di memoria, presentando sale e pozzi non soltanto come forme geologiche, ma come luoghi segnati da tentativi, errori, intuizioni e passaggi generazionali.


Il significato scientifico e ambientale del carsismo

Il carsismo nasce dall’interazione tra acqua, roccia solubile, fratture e tempo, creando gallerie, pozzi e reti idrologiche sotterranee.

Le aree carsiche sono riconoscibili per calcari e dolomie, doline, inghiottitoi, sorgenti, fiumi sotterranei e scarso sviluppo del reticolo superficiale.

Gli acquiferi carsici sono particolarmente vulnerabili all’inquinamento perché l’acqua può trasferirsi rapidamente attraverso fessure e cavità»», rendendo più difficile la filtrazione naturale degli inquinanti.


Valutazione dell’evento e prospettive future

La manifestazione ha avuto un esito positivo, con la partecipazione di un pubblico composto sia da speleologi e appassionati sia da visitatori curiosi.

L’evento ha trasformato una visita turistica in un’esperienza di interpretazione del patrimonio sotterraneo, mettendo in relazione strumenti, tecniche, persone e storia dell’esplorazione.

Inserita nella prima ricorrenza UNESCO dedicata alle grotte e al carsismo, l’iniziativa assume un significato più ampio: ricordare che il mondo sotterraneo è un sistema fragile, scientificamente prezioso e connesso alla sicurezza dell’acqua e alla conservazione della natura.


Fonti

Grotta del Vento

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Il proteo si divide in nove specie: il Carso Classico ha il suo anfibio

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La revisione tassonomica del 2026 riconosce Proteus maurii tra le linee evolutive del Carso dinarico

Una revisione cambia il quadro del proteo

Il proteo non è un pesce. È un anfibio urodelo della famiglia Proteidae, adattato alla vita nelle acque sotterranee. Per oltre due secoli, la maggior parte delle popolazioni del Carso dinarico è stata ricondotta alla specie Proteus anguinus. Una revisione pubblicata nel 2026 sulla rivista Amphibia-Reptilia riconosce invece nove specie nel genere Proteus.

Lo studio, firmato da Christophe Dufresnes e collaboratori, integra dati genomici e filogeografici, morfologia, distribuzione, modellistica ambientale, valutazioni del rischio e analisi nomenclaturale. Il risultato non indica la comparsa improvvisa di nove animali distinti. Rende visibile una diversità evolutiva già suggerita da precedenti ricerche genetiche.

La revisione descrive il proteo come un esempio di microendemismo sotterraneo. Le nove specie occupano areali molto ristretti nel Carso dinarico, tra Italia nord-orientale, Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina. Il nuovo quadro modifica anche le priorità di conservazione.

Proteo, un anfibio stigionte del Carso dinarico

Il proteo è una salamandra acquatica. Vive in acquiferi, fiumi e laghi sotterranei, sorgenti carsiche e zone di contatto tra ambiente ipogeo ed epigeo. È uno stigionte, cioè un organismo strettamente associato alle acque sotterranee.

Il corpo allungato, la riduzione degli occhi, la pigmentazione generalmente scarsa e le branchie esterne persistenti sono adattamenti alla vita nel buio. La pedamorfosi consente all’animale adulto di conservare caratteri larvali. Il proteo vive e si riproduce in acqua senza completare la metamorfosi terrestre tipica di molte salamandre.

Il nome popolare “pesce delle caverne” è quindi improprio. La denominazione riflette l’aspetto e la vita acquatica, ma non la posizione sistematica dell’animale. Anche il dato sulla longevità, spesso indicata oltre il secolo, va riferito alla letteratura sul complesso storico di P. anguinus. Non può essere trasferito automaticamente a tutte le specie riconosciute nel 2026.

Nove specie e tre nuove descrizioni

La revisione riconosce nove specie di Proteus. Sei corrispondono a nomi già disponibili nella letteratura zoologica. Tre sono descritte formalmente nel nuovo lavoro.

Le specie riconosciute sono:

  • Proteus anguinus.
  • Proteus xanthostictus.
  • Proteus freyeri.
  • Proteus carrarae.
  • Proteus croaticus.
  • Proteus parkelj.
  • Proteus ikae.
  • Proteus bosniensis.
  • Proteus maurii.

Il proteo nero sloveno, Proteus parkelj, viene trattato come specie autonoma. La forma è caratterizzata da pigmentazione più marcata e da occhi maggiormente sviluppati rispetto alle forme bianche troglomorfe.

Le tre specie nuove sono P. ikae, associata all’Istria, P. bosniensis, riferita alla Bosnia nord-occidentale, e P. maurii, legata al Carso Classico. Il lavoro sottolinea che sei nomi erano già disponibili e sono stati recuperati attraverso una verifica storica della nomenclatura.

Proteus maurii, il proteo del Carso Classico

La nuova specie italiana è Proteus maurii. Il suo areale comprende le popolazioni del Carso Classico, nell’area del bacino sotterraneo del Timavo-Reka tra Italia e Slovenia. Il nome specifico rende omaggio al naturalista Edgardo Mauri, impegnato per anni nello studio e nella conservazione del proteo.

La diagnosi non dipende soltanto dall’aspetto esterno. Nel Carso Classico sono stati osservati individui bianchi e longilinei in grotta, ma anche esemplari più robusti e con tonalità dorate presso ambienti superficiali. La variazione fenotipica può dipendere dall’habitat e non basta a identificare una specie.

La delimitazione di Proteus maurii deriva dalla convergenza di più evidenze. I ricercatori hanno considerato la differenziazione genetica, la distribuzione geografica, la morfologia, l’ecologia e la storia dei nomi zoologici. È questo il principio della tassonomia integrativa.

Speciazione e acquiferi carsici isolati

Nel sottosuolo carsico, la continuità apparente del paesaggio non coincide con la connessione delle acque. Fratture, condotti, sifoni, cavità e sorgenti formano reti complesse. La riorganizzazione dei drenaggi, le catture fluviali e le variazioni del livello di base possono interrompere il flusso tra bacini diversi.

Il percorso evolutivo può essere ricostruito in modo semplice. Una popolazione ancestrale occupa le acque sotterranee. Un cambiamento del reticolo carsico isola alcuni gruppi. Il flusso genetico diminuisce. Deriva genetica, selezione e tempo producono lignaggi indipendenti.

Le grotte visitabili sono finestre su acquiferi più ampi. Due cavità vicine in superficie non sono necessariamente collegate in profondità. Due sorgenti lontane possono invece appartenere allo stesso sistema idrogeologico. Questa cautela è essenziale per interpretare la distribuzione del proteo.

Microendemismo e rischio di estinzione

L’abbandono del modello di una sola specie ampiamente distribuita ha conseguenze concrete. Quando tutte le popolazioni erano incluse in P. anguinus, la perdita di una sorgente poteva apparire come un declino locale. Se quella popolazione appartiene a una specie autonoma, lo stesso evento può rappresentare una perdita globale per il taxon.

L’abstract dello studio afferma che le nove specie sono in immediato pericolo di estinzione. La pubblicazione associa alla delimitazione tassonomica anche valutazioni di Lista Rossa e modelli di distribuzione. L’obiettivo è fornire una base per la gestione della conservazione a scala di specie.

Il caso di P. parkelj mostra la fragilità delle distribuzioni minime. Per il proteo nero sloveno viene indicata un’estensione di presenza di circa 3 chilometri quadrati, compatibile con una valutazione di In Pericolo Critico. P. bosniensis è riferito ai bacini superiori di Una e Sana, nella Bosnia nord-occidentale, con un’area occupata molto più piccola dell’estensione complessiva stimata.

Acquiferi carsici e pressioni ambientali

Il proteo dipende dalla qualità dell’acqua sotterranea. Gli acquiferi carsici sono vulnerabili perché l’acqua può infiltrarsi rapidamente attraverso fessure e inghiottitoi. I contaminanti possono transitare lungo i condotti e raggiungere sorgenti e habitat sotterranei con limitata filtrazione naturale.

Le pressioni principali includono nitrati, pesticidi, reflui civili, scarichi industriali, idrocarburi e rifiuti. Si aggiungono captazioni, emungimenti, cave, infrastrutture e cambiamenti nell’uso del suolo. Siccità e variazioni della ricarica possono modificare portate, livelli di falda e temperatura dell’acqua.

La tutela del proteo non può limitarsi al punto in cui viene osservato. Deve comprendere il bacino di ricarica, le connessioni idrogeologiche e le attività svolte in superficie. La documentazione sul progetto SOS Proteus richiama la necessità di integrare il monitoraggio chimico con quello ecologico delle acque sotterranee.

Monitoraggio e ruolo della speleologia

La conservazione richiede dati affidabili e raccolti con metodi a basso impatto. L’eDNA può rilevare tracce genetiche nell’acqua senza catturare direttamente gli animali. Le osservazioni standardizzate alle sorgenti, le fototrappole a infrarossi e il monitoraggio idrochimico possono completare il quadro.

La speleologia può contribuire alla conoscenza delle connessioni tra cavità, sorgenti e sistemi di drenaggio. Il lavoro sul campo deve rispettare protocolli rigorosi. Manipolazioni non necessarie, contaminazione delle attrezzature e divulgazione indiscriminata di località sensibili possono aumentare i rischi.

La gestione dovrebbe coinvolgere speleologi, idrogeologi, zoologi, enti gestori, laboratori genetici e comunità locali. Nessuna disciplina osserva da sola l’intero acquifero. La nuova tassonomia rende necessario coordinare le informazioni biologiche con la cartografia delle falde.

Una nuova scala per la conservazione

La revisione del 2026 modifica il modo di leggere il proteo. Non si tratta più soltanto di una specie simbolo del Carso dinarico, ma di un insieme di linee evolutive legate a sistemi sotterranei distinti. Proteus maurii porta questa revisione direttamente nel Carso Classico italiano.

Il punto centrale riguarda il rapporto tra specie e habitat. Una linea evolutiva isolata in un acquifero piccolo richiede una tutela commisurata alla sua distribuzione reale. La protezione della sorgente è importante, ma deve essere accompagnata dalla salvaguardia del bacino di ricarica e delle acque che lo alimentano.

Per la speleologia, il proteo conferma il valore scientifico delle cavità e delle sorgenti carsiche. Per la conservazione, mostra quanto la diversità sotterranea possa rimanere nascosta fino a quando genetica, idrogeologia e ricerca sul campo non vengono integrate.

Fonti

  1. Dufresnes, C. et al. (2026), Olm sweet olm: unearthing nine species of Proteus hidden beneath the Dinaric Karst, Amphibia-Reptilia, DOI 10.1163/15685381-bja10266. URL: https://orbi.uliege.be/handle/2268/347905
  2. Brill, Amphibia-Reptilia, articolo scientifico. URL: https://brill.com/view/journals/amre/aop/article-10.1163/15685381-bja10266/article-10.1163/15685381-bja10266.xml
  3. Università degli Studi di Milano, “Il proteo non è una sola specie: una ricerca ne riconosce nove, tra cui una italiana”. URL: https://lastatalenews.unimi.it/proteo-non-sola-specie-ricerca-ne-riconosce-nove-cui-italiana
  4. La Scintilena, “Il proteo non è più solo: nove specie nelle acque sotterranee dei Balcani”. URL: https://www.scintilena.com/il-proteo-non-e-piu-solo-nove-specie-nelle-acque-sotterranee-dei-balcani/08/17/
  5. Trontelj, P. et al. (2026), “Four new species of the genus Proteus (Amphibia: Proteidae)”, Natura Sloveniae. URL: https://journals.uni-lj.si/NaturaSloveniae/article/view/29865
  6. Society for Cave Biology, SOS Proteus, “Implementation of monitoring and practical actions”. URL: https://journals.uni-lj.si/NaturaSloveniae/article/download/16745/14135/51729
  7. Tular Cave Laboratory, “With Proteus we share dependence on groundwater”. URL: https://www.tular.si/images/pdf/Threats_on_Proteus_and_groundwater.pdf
  8. Materiale di progetto, file di riferimento.txt, sezione “Biologia & grotte”.

https://rivistanatura.com/il-pesce-delle-caverne-non-e-piu-il-solo/

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Puliamo il Buio 2026 alla Buca di Pianiza dell’Alpe: la speleologia toscana in prima linea per la tutela del carsismo

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In occasione della prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, la Federazione Speleologica Toscana ha bonificato la cavità 2385 T/LU a Molazzana, rimuovendo 400 kg di rifiuti con il supporto del Comune.

La coincidenza simbolica: Giornata UNESCO e azione concreta

Il 13 settembre 2026 ha segnato un doppio appuntamento per la comunita speleologica internazionale e italiana. Da un lato, la prima celebrazione ufficiale della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo (International Day of Caves and Karst – IDCK), istituita dall’UNESCO nel novembre 2025 su proposta della Slovenia e dell’Unione Internazionale di Speleologia (UIS). [web:2][web:3][web:4] Dall’altro, l’edizione toscana di Puliamo il Buio 2026, la campagna nazionale promossa dalla Societa Speleologica Italiana (SSI) in collaborazione con Legambiente, dedicata alla bonifica e alla tutela delle cavita carsiche. [web:7][web:11]

La scelta di fissare l’intervento alla Buca di Pianiza dell’Alpe di Sant’Antonio proprio in questa data ha conferito all’iniziativa un valore operativo oltre che simbolico: non solo una ricorrenza istituzionale, ma un’azione concreta di salvaguardia di un ambiente ipogeo vulnerabile. [web:7][web:10]

Obiettivi della campagna Puliamo il Buio

Puliamo il Buio nasce con una missione chiara e articolata. Individuare e documentare le situazioni di rischio ambientale nelle grotte e nelle cavita naturali o artificiali. Intervenire, dove tecnicamente possibile, con operazioni di bonifica e rimozione dei rifiuti. Contribuire a individuare soluzioni per la prevenzione dell’abbandono dei rifiuti e la gestione sostenibile del carsismo. [web:5][web:7]

La campagna e collegata a Puliamo il Mondo, l’iniziativa nazionale di Legambiente, e dal 2005 unisce la rimozione dei rifiuti al censimento delle criticita, alla valutazione del rischio e alla sensibilizzazione delle comunita locali. [web:7][web:13]

Svolgimento dell’evento: numeri e partecipazione

All’edizione toscana di Puliamo il Buio 2026 hanno aderito circa 30 volontari, provenienti da diversi gruppi speleologici della Federazione Speleologica Toscana (FST). Tra i gruppi coinvolti figurano lo Speleo Club Garfagnana, il GST Speleo Fucecchio, il GSAA Massa, il GSF Firenze, il GSPI Pisa, l’ASS Siena, la SST Firenze e il GSAV. [web:5][web:6][web:7]

L’evento e stato organizzato con il patrocinio del Comune di Molazzana, che ha fornito supporto logistico per il trasporto dei sacchi di rifiuti raccolti. [web:5][web:6][web:7] Il ritrovo era previsto alle ore 9 davanti al Municipio di Molazzana, da dove sono stati organizzati equipaggi, trasferimenti e squadre di lavoro. [web:7][web:11]

Quantita e tipologia dei rifiuti recuperati

Nel corso della giornata, gli speleologi hanno recuperato dalla cavita una quantita considerevole di materiali. Circa 400 kg di rifiuti sono stati riportati in superficie, distribuiti in 30 sacchi riempiti, con un peso medio di circa 15 kg ciascuno. [web:5][web:6][web:7]

La tipologia dei rifiuti era principalmente composta da vetro, plastica e metalli, oltre ad alcune batterie, particolarmente problematiche per il loro potenziale impatto ambientale. [web:5][web:6][web:7] Al termine delle operazioni, grazie alla collaborazione dell’amministrazione comunale, i sacchi sono stati trasportati con un mezzo messo a disposizione dal Comune in un luogo idoneo, dove resteranno temporaneamente in attesa del successivo conferimento ai centri di raccolta. [web:5][web:6][web:7]

La Buca di Pianiza dell’Alpe di Sant’Antonio (2385 T/LU)

La Buca di Pianiza dell’Alpe di Sant’Antonio e una cavita carsica censita con il numero 2385 T/LU nel catasto speleologico toscano. [web:5][web:6][web:7] Si trova nel territorio del Comune di Molazzana, in provincia di Lucca, nell’area dell’Alpe di Sant’Antonio, un settore dell’Appennino Tosco-Emiliano caratterizzato da estesi fenomeni carsici. [web:5][web:6][web:7]

La cavita si apre a 910 metri di quota nel cuore delle Alpi Apuane. E una cavita in calcare con uno sviluppo spaziale di 120 metri e un dislivello di 40 metri, caratterizzata da una fessura discendente e da un inghiottitoio occasionale. [web:10] La scheda catastale, aggiornata nel 2023, segnalava la presenza di rifiuti non recenti nella prima parte della grotta, rendendo ancora piu significativo l’intervento di bonifica promosso dalla Federazione Speleologica Toscana. [web:10]

Vulnerabilita delle aree carsiche e rischi ambientali

Le aree carsiche sono particolarmente vulnerabili all’inquinamento e all’abbandono dei rifiuti per diverse ragioni. La permeabilita elevata favorisce l’infiltrazione rapida dell’acqua superficiale nel sottosuolo attraverso fessure e inghiottitoi, trasportando con se eventuali contaminanti. [file:1] La difficolta di accesso rende molte cavita poco visibili o difficili da raggiungere, favorendo l’abbandono illegale di rifiuti. [web:9] Gli ecosistemi ipogei ospitano specie endemiche e adattate a condizioni di scarsa energia, molto sensibili alle alterazioni ambientali. [web:2][web:8]

I rifiuti recuperati (vetro, plastica, metalli, batterie) rappresentano una fonte di inquinamento potenzialmente grave per gli ecosistemi sotterranei. Vetro e plastica possono frammentarsi in microplastiche e microvetri, con effetti negativi sulla fauna ipogea. [web:5][web:6][web:7] I metalli possono rilasciare ioni metallici tossici nelle acque sotterranee. [web:5][web:6][web:7] Le batterie contengono metalli pesanti (piombo, cadmio, mercurio) e sostanze chimiche pericolose, con elevato potenziale di contaminazione delle falde acquifere. [web:5][web:6][web:7]

Gestione post-bonifica e collaborazione istituzionale

Dopo la raccolta, i sacchi sono stati trasportati in un’area di stoccaggio temporaneo, in attesa del conferimento ai centri di raccolta differenziata. [web:5][web:6][web:7] Questa fase e cruciale per garantire che i materiali vengano smaltiti correttamente, evitando che tornino a inquinare l’ambiente. [web:5][web:9]

L’intervento alla Buca di Pianiza rappresenta un esempio di collaborazione virtuosa tra associazioni speleologiche, volontari, amministrazione pubblica e organizzazioni nazionali e internazionali. [web:5][web:7][web:9] Questa sinergia e fondamentale per garantire la sostenibilita delle azioni di tutela e la continuita degli interventi nel tempo. [web:5][web:7]

Contesto nazionale e internazionale: altre iniziative Puliamo il Buio 2026

Nel 2026, Puliamo il Buio ha registrato iniziative distribuite in piu regioni italiane. Alla Voragine di San Lorenzo sul Carso triestino si e svolta una bonifica con 21 volontari, per rimuovere rifiuti accumulati nel corso di decenni. [web:9] Alla Dolina di Tuvixeddu a Cagliari e intervenuto il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano insieme a Legambiente in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente. [web:9] All’Inghiottitoio di Monte Carello (Puglia) il GASP! ha operato tra Noci e Alberobello, con rimozione di rifiuti e sensibilizzazione delle comunita locali. [web:3][web:13]

Queste iniziative dimostrano come la campagna sia radicata in tutto il territorio nazionale, con un impatto significativo sulla tutela del carsismo italiano. [web:9][web:13]

Il progetto europeo Clean-Up the Dark

A livello europeo, l’esperienza italiana di Puliamo il Buio si inserisce nel contesto del progetto Clean-Up the Dark, una banca dati che amplia la mappa delle cavita pulite e inquinate con dati da Francia, Germania e Paese Basco. [web:9] Il progetto mira a rendere visibili le grotte bonificate e a monitorare le pressioni antropiche sugli ambienti ipogei. [web:9]

La speleologia al servizio dell’ambiente: responsabilita e tutela

Puliamo il Buio dimostra come la speleologia non sia soltanto esplorazione e ricerca, ma anche responsabilita e tutela del territorio. [web:5][web:7] Gli speleologi, grazie alle loro competenze tecniche e alla conoscenza degli ambienti sotterranei, sono figure chiave per identificare le criticita ambientali nelle grotte, intervenire in sicurezza per la rimozione dei rifiuti e documentare le situazioni di rischio. [web:5][web:7][web:9]

Prospettive future: monitoraggio, sensibilizzazione e formazione

Le prospettive future includono il monitoraggio continuo delle cavita a rischio, per identificare tempestivamente nuove situazioni di inquinamento. [web:9] La sensibilizzazione delle comunita locali e dei visitatori, per ridurre l’abbandono dei rifiuti. [web:5][web:9] L’integrazione con progetti europei come Clean-Up the Dark, per condividere dati e buone pratiche a livello internazionale. [web:9] La formazione degli speleologi e dei tecnici, per migliorare le capacita di intervento in sicurezza e di documentazione delle criticita. [web:5][web:9]

In questo contesto, la speleologia si conferma non solo una disciplina scientifica e sportiva, ma anche un presidio attivo per la tutela del patrimonio carsico italiano ed europeo. [web:5][web:7][web:9]


Fonti consultate

Federazione Speleologica Toscana

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Cryosphere in Motion: manca un mese alla scadenza

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Laura Sanna ricorda su Speleo-it il videocontest in itinere

Al video contest promosso dal CNR possono partecipare anche filmati non realizzati di recente

La precisazione può essere di particolare interesse per la comunità speleologica, che può candidare immagini già presenti negli archivi relative a grotte di ghiaccio, esplorazioni glaciali, attività di ricerca, monitoraggio e lavoro sul campo in ambienti innevati e d’alta quota.

La scadenza per le candidature è fissata al 15 ottobre 2026.

Il contest prevede tre categorie e tre premi in materiale tecnico. La premiazione si terrà l’11 dicembre 2026 presso la sede centrale del CNR a Roma.

Avete negli archivi immagini di grotte di ghiaccio, esplorazioni glaciali, attività di ricerca o monitoraggio in ambienti innevati e d’alta quota? Potrebbe essere l’occasione giusta per valorizzarle.

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Grotte di Castelcivita 2026: altri 180 metri esplorati nei Pozzi dell’Orrido

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Gigi Casati prosegue l’esplorazione subacquea del sifone a monte: raggiunti gli 81 metri di profondità e risalita fino a -39. Il sistema di gallerie allagate conosciute supera ora i 700 metri di sviluppo

Nuovi importanti risultati esplorativi nelle Grotte di Castelcivita, in provincia di Salerno, dove nel corso della campagna speleosubacquea 2026 Gigi Casati, del Gruppo Speleologico Lecchese, ha proseguito l’esplorazione del sifone a monte nei Pozzi dell’Orrido.

L’attività, organizzata dal Gruppo Speleologico Natura Esplora (GSNE), ha richiesto un notevole impegno logistico e il coinvolgimento di speleologi provenienti da numerosi gruppi italiani.

L’obiettivo principale della campagna era la prosecuzione dell’esplorazione subacquea iniziata negli anni precedenti.

Nel corso delle operazioni Casati ha effettuato complessivamente quattro immersioni: la prima per il posizionamento delle bombole di emergenza, la seconda per ripristinare il filo guida nelle condotte forzate, dove si era interrotto, la terza dedicata all’esplorazione vera e propria e la quarta per il recupero dei materiali.

Nella galleria a -60m

Le condizioni ambientali si sono rivelate migliori rispetto alla campagna dello scorso anno. La qualità dell’aria nei settori interessati dall’esplorazione ha consentito di operare senza particolari problemi, mentre la temperatura della grotta oscillava tra i 14 e i 15 °C.

Nella condotta forzata a -80m

In acqua, le condizioni sono state ancora una volta eccezionali dal punto di vista della visibilità, risultata perfetta, con una temperatura di circa 11 °C.

Nel restringimento

180 metri di nuova esplorazione

Nella gallerie si alternano sale e sul fango i ripples son ben visibili

Il risultato della campagna è particolarmente significativo: 180 metri di nuova esplorazione subacquea, raggiungendo una profondità massima di -81 metri e risalendo successivamente fino alla quota di -39 metri.

Di nuovo ambienti di ridotte dimensioni

Un risultato molto gratificante, nonostante se il mitico speleoGigi abbia accennato a proprie condizioni fisiche non ottimali durante la spedizione.

Con le nuove scoperte, il sistema delle gallerie allagate dei Pozzi dell’Orrido supera ora i 700 metri di sviluppo conosciuto, confermando l’importanza e la complessità del settore sommerso delle Grotte di Castelcivita.

Le esplorazioni sono tutt’altro che concluse. L’intenzione è quella di tornare nel 2027 per proseguire le ricerche sia a monte sia a valle, cercando di comprendere ulteriormente l’estensione e l’andamento di questo articolato sistema carsico sommerso.

Un grande lavoro di squadra

Dietro ai risultati dell’esplorazione speleosubacquea c’è stato un importante lavoro collettivo. Durante la campagna è stata infatti movimentata una notevole quantità di materiali, con numerosi speleologi impegnati nella preparazione della discesa nel pozzo e nel trasporto delle attrezzature necessarie alle immersioni.

Di seguito pubblichiamo il racconto di Gigi Casati, protagonista dell’esplorazione speleosubacquea nei Pozzi dell’Orrido, con il resoconto diretto delle immersioni, delle difficoltà affrontate e dei risultati raggiunti durante la campagna 2026 alle Grotte di Castelcivita.

Grotte di Castelcivita 2026
Il mio obiettivo di quest’anno in compagnia del GSNE che ha organizzato la logistica era la prosecuzione del sifone a monte nei Pozzi dell’Orrido.
Abbiamo avuto la possibilità di fare 4 immersioni: una per posare le bombole di emergenza, una per sistemare il filo nelle condotte forzate che si era rotto, una per l’esplorazione e una per sbaraccare i materiali. Le condizioni dell’aria erano nettamente migliori dello scorso anno, si respirava bene, la temperatura nella grotta varia dai 15 ai 14 gradi. In acqua come al solito la visibilità era perfetta e la temperatura di 11 gradi. Il risultato finale considerando che le mie condizioni fisiche non erano perfette è stato gratificante, 180m di nuova esplorazione e risalito fino a -39m dai -81m di profondità massima. Ora il sistema delle gallerie allagate nei Pozzi dell’Orrido supera i 700m. Il prossimo anno ci daremo da fare per continuare sia a monte che a valle a esplorare questo incredibile sistema.
Quest’anno abbiamo movimentato molti materiali e il ringraziamento va a tutti gli amici speleologi che ci hanno aiutato nel preparare la discesa nel pozzo e nel trasportare le attrezzature.
Non è mancato l’indispensabile supporto del Comune di Castelcivita nella persona del Dott. Antonio Forziati e della Società delle Grotte di Castelcivita nella persona del Dott. Antonio Gigliello nonché le storiche guide Giuseppe Ricciardella e Pietro Costantino
Gruppo Speleologico Natura Esplora organizzatore dell’evento: Amalio Schiavo, Benedetta De Francesco, Berardino Bocchino, Enza Finelli, Francesca De Sio, Ivan Giorgetti, Rossana D’Arienzo e Vito Vairo
Gruppo Speleo Alpinistico Vallo di Diano: Vladimir Cuellar
Gruppo Speleo Cudinipuli: Vittorio Platì, Bahija El Malki e Amal El Alam
Gruppo Speleologico la Grave di Verzino: Quinzia Palazzo
Gruppo Grotte Grottaglie: Domenico Cimarrusti, Donato Barletta, Ester Stante, Gianna Freuli, Massimiliano de Marco, Rocco De Icco e Silvia Marrone
Gruppo Speleologico Lecchese: Gigi Casati
Gruppo Grotte Melphicta Kalipè: Giuseppe Dileo e Alessandro Smaldino.
Gruppo Speleo Tricase: Antonio Creti e Valeria Cazzetta
Roberto De Cave

La campagna 2026 aggiunge così un nuovo importante tassello alla conoscenza delle Grotte di Castelcivita.

Soprattutto, lascia aperta una prospettiva particolarmente interessante: oltre gli attuali limiti esplorativi, il sistema sommerso dei Pozzi dell’Orrido continua.

Il gruppone di fine spedizione

Fotografie e notizia di Gigi Casati

L'articolo Grotte di Castelcivita 2026: altri 180 metri esplorati nei Pozzi dell’Orrido proviene da Scintilena.

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