❌

Základné zobrazenie

  • ✇Scintilena
  • Distrutto il quaderno di vetta del Gran Sasso. Esiste ancora la nostra poesia?
    Condividi Di Agnese Wilde Il quaderno di vetta del Corno Grande sul Gran Sasso è stato ritrovato ridotto in pezzi da qualcuno che ne ha divelto la copertina, strappato le pagine e poi lo ha lasciato alle intemperie che hanno terminato il lavoro: l’intera memoria di una montagna buttata via, cancellata per sempre. I resti del quaderno sono stati recuperati da Vincenzo Brancadoro che li ha trasportati alla sezione Aquilana del CAI, dove verranno conservati. Appresa la notizia, il prim
     

Distrutto il quaderno di vetta del Gran Sasso. Esiste ancora la nostra poesia?

November 3rd 2026 at 07:00

Condividi

Di Agnese Wilde

Il quaderno di vetta del Corno Grande sul Gran Sasso è stato ritrovato ridotto in pezzi da qualcuno che ne ha divelto la copertina, strappato le pagine e poi lo ha lasciato alle intemperie che hanno terminato il lavoro: l’intera memoria di una montagna buttata via, cancellata per sempre.

I resti del quaderno sono stati recuperati da Vincenzo Brancadoro che li ha trasportati alla sezione Aquilana del CAI, dove verranno conservati.

Appresa la notizia, il primo pensiero che ho avuto è stato: §trønzo. Il secondo è stato “dobbiamo riscriverlo” e ho iniziato a contattare i miei amici per organizzare. Il terzo pensiero è stato per la nostra poesia che era lassù. Quella che avevamo scritto in quell’avventura in un autunno che era di molti gradi e poche parole mentre noi eravamo un fiume in piena e avevamo deciso di unirle insieme.

Dove è finita la nostra poesia? Chissà se è sopravvissuta ed è al sicuro, se è diventata pure lei unostraccio illeggibile. Esiste ancora la nostra poesia? E se è diventata un brandello, allora non esiste più? Credevo che una cosa esistesse solo se una penna la può raccontare, eppure la posso sentire ancora, è dentro di me e di te. Non era solo lassù.

Io e i miei amici ci siamo incontrati e mentre eravamo lì davanti ai nostri calici parlavamo dell’accaduto. Eravamo tutti indignati e arrabbiati, io per prima, eppure c’era qualcosa che continuava a ronzarmi in testa. Il fatto è questo: pensiamo tutti che sia stato qualche vandalo, magari qualche ragazzino irrispettoso della montagna, che è arrivato lì e ha distrutto i nostri ricordi, la nostra poesia. “Oramai la montagna è fin troppo frequentata da gentaccia” dice uno di noi. “Non è neppure la prima volta che succede in questo periodo”.

Poche settimane prima infatti, nel Bivacco Piergiorgio Desiati (1815m) il registro di vetta è stato danneggiato e le pagine utilizzate per accendere un fuoco. Un’ondata di vandalismo che travolge la montagna.

Il pensiero continua a ronzare in testa. Non riesco a capire. Perché un vandalo dovrebbe farsi 3000 metri, arrivare fin lassù e davanti a tanta bellezza pensare invece a stracciare via la memoria intera di una montagna? E soprattutto: come è possibile, dio, che un essere umano riesca ad arrivare in vetta con quello stato d’animo? Senza che un minimo, un minimo dico, la nostra montagna lo acquieti?

Non riesco a capire, la mia mente non riesce a concepire un qualcosa del genere. Sarà che io sono convinta che non esiste persona al mondo capace di amare la montagna ed essere al tempo stesso una pessima persona. Magari uno può amare la montagna ed essere un tipo particolare (anzi, certamente lo sarà) oppure essere un po’ difficile ma non certo una pessima persona.Voglio dire non sto giustificando il tipo, se lo incontrassi gli direi anche io sei uno §trønzo. Però misto anche interrogando se, forse, non possa essere stato un modo per comunicare qualcosa.

Qualcos’altro, come una forma di metaforica protesta.

Lo dico perché proprio mentre scrivo fuori dal mio posto di lavoro c’è una di quelle manifestazioni per cui i ragazzi in questi giorni hanno anche spaccato le vetrine. Mi sono sempre ripromessa che non sarei diventata una di quei vecchi bigotti incapaci di capire i giovani e così come mi sono messa davanti alle immagini delle città depredate e ai municipi in fiamme sforzandomi di capire (e capendo) la rabbia dei giovanissimi, così allo stesso modo io guardo il nostro libro distrutto e mi chiedo: e se non fosse un solo atto di vandalismo? E se fosse lo stesso? Che cosa potrebbe cercare di comunicarci? Perché distruggere la memoria di una montagna? Perché si può essere così stufi e arrabbiati con la memoria di una montagna? La voleva cancellare o ne voleva forse una nuova? Curiosa questa idea… una nuova memoria per la montagna.

Ci rifletto.

Io, forse, un senso l’ho trovato. O forse l’ho voluto trovare, perché per me non può esistere uno che arriva a 3000 metri per distruggere la montagna. Non riesco ad accettare che uno arrivi a 3000 metri senza essere folgorato e placato da quella bellezza. Ma forse hanno ragione i miei amici, forse è stato solo un povero §trønzo, uno spostato o uno il cui tormento interiore è così acceso che neppure una vetta del genere è stata capace di spegnerglielo.

Eppure, anche in questo caso, il nostro vandalo mi lascia questa riflessione: che fine ha fatto la nostra poesia?

Solo perché lui l’ha stracciata allora non c’è più? Cos’è che davvero permetteva a quella poesia, alla memoria della montagna, di esistere?

“Allora Agne, andata per il primo weekend di marzo?” Andata per il primo weekend di marzo.”Ma.. riscriviamo la stessa?” O ne scriviamo una nuova?

L'articolo Distrutto il quaderno di vetta del Gran Sasso. Esiste ancora la nostra poesia? proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Speleologia Veneta, il numero 25 prende forma: circa 350 pagine per raccontare il sottosuolo
    Condividi Prenotazioni aperte fino al 14 novembre 2026 per Speleologia Veneta, la rivista della Federazione Speleologica Veneta. Uscita prevista nei primi giorni di dicembre. Dalle esplorazioni agli acquiferi carsici, un percorso editoriale iniziato nel 1984 e sviluppato attraverso rivista, aggiornamenti catastali e allegati scientifici. Speleologia Veneta 25: uscita a dicembre e prenotazioni entro il 14 novembre È in fase di impaginazione e revisione il numero 25 di Speleologia Veneta, la
     

Speleologia Veneta, il numero 25 prende forma: circa 350 pagine per raccontare il sottosuolo

November 3rd 2026 at 06:00

Condividi

Prenotazioni aperte fino al 14 novembre 2026 per Speleologia Veneta, la rivista della Federazione Speleologica Veneta. Uscita prevista nei primi giorni di dicembre. Dalle esplorazioni agli acquiferi carsici, un percorso editoriale iniziato nel 1984 e sviluppato attraverso rivista, aggiornamenti catastali e allegati scientifici.

Speleologia Veneta 25: uscita a dicembre e prenotazioni entro il 14 novembre

È in fase di impaginazione e revisione il numero 25 di Speleologia Veneta, la rivista della Federazione Speleologica Veneta. La pubblicazione è prevista per i primi giorni di dicembre 2026. Il nuovo volume avrà circa 350 pagine, con una consistenza particolarmente ampia rispetto alla produzione precedente.

La redazione ha aperto le prenotazioni al prezzo di 17,00 euro per copia. La scadenza è fissata al 14 novembre 2026. Le richieste serviranno anche a definire il numero di esemplari da stampare.

Per prenotare una o più copie occorre scrivere a pgasparetto@libero.it, indicando:

  • nome e cognome;
  • indirizzo postale completo per la spedizione;
  • numero di copie desiderate.

Le spedizioni avverranno, ove possibile, attraverso il servizio Piego di libri di Poste Italiane per invii inferiori a 2 chilogrammi. Per quelli di peso superiore è previsto il corriere espresso. Il costo esatto della spedizione e le modalità di pagamento saranno comunicati dopo la stampa. L’annuncio della redazione invita quindi a prenotare entro la scadenza, sostenendo la produzione e la diffusione della rivista.

Speleologia Veneta dal 1984: dalle fotocopie alla nuova serie

La storia di Speleologia Veneta comincia nel 1984. La pubblicazione nasce come foglio informativo interno fotocopiato. Contiene brevi notizie e i verbali dell’Assemblea dei delegati dei gruppi veneti. Fino al 1990 escono sei numeri in questa veste essenziale, pensata soprattutto per la comunicazione associativa. [web:2]

Il passaggio alla stampa tipografica arriva con i primi finanziamenti. La nuova serie si apre nel 1993, come documenta il catalogo della Federazione. Al primo volume si affianca un supplemento dedicato agli elenchi catastali delle grotte e delle aree carsiche del Veneto, firmato da Paolo Mietto. La rivista amplia così la propria funzione: non soltanto informazione interna, ma anche pubblicazione di dati sul patrimonio sotterraneo regionale. [web:2][web:24]

Un’altra tappa riguarda la veste grafica. Dal numero 5, uscito nel 1997, la pubblicazione diventa interamente a colori. Il cambiamento accompagna la volontà della Federazione di costruire un bollettino accurato, alimentato dai contributi degli autori veneti. I rinnovi della redazione introducono nel tempo nuove impostazioni e diverse modalità di organizzazione dei contenuti. [web:2]

La redazione di Speleologia Veneta e la crescita degli autori

La formazione degli autori costituisce uno degli obiettivi dichiarati della rivista. Le diverse redazioni hanno cercato di coinvolgere un numero crescente di speleologi nella scrittura delle proprie esperienze e ricerche. Il lavoro editoriale offre quindi uno sbocco alle attività dei gruppi e favorisce la loro trasformazione in documentazione consultabile. [web:2]

Nel percorso della testata si sono succeduti, come direttori responsabili, Federico Lanaro, Enrico Gleria, Giancarlo Marchetto e Paolo Gasparetto. Sono nomi legati a fasi differenti della sua evoluzione. La continuità del progetto risiede nell’attenzione agli autori e nella volontà di raccogliere il lavoro svolto sul territorio. [web:2]

La figura di Federico “Ico” Lanaro mostra il rapporto fra esplorazione e pubblicazione. Nel 1993 raccontò su Speleologia Veneta la Spurga del Viperotto, con l’articolo “Il Faedo ha un abisso: la Spurga del Viperotto”. Alla scrittura affiancava fotografie e rilievi. La sua attività documenta un modo di fare speleologia nel quale l’esplorazione prosegue attraverso il racconto e la rappresentazione delle cavità. [web:20]

Gli allegati scientifici di Speleologia Veneta: una seconda linea editoriale

Accanto alla rivista si sviluppa una produzione di supplementi e allegati. Dal 2007 l’allegato, pubblicato in precedenza in modo sporadico, assume una propria programmazione. La finalità dichiarata è ospitare ricerche ed eventi importanti della speleologia veneta, lasciando alla rivista una struttura più agile e leggibile. [web:2]

Le due linee editoriali rispondono quindi a esigenze complementari. La testata raccoglie contributi diversi, notizie e resoconti. I volumi tematici permettono di organizzare materiali estesi attorno a uno stesso argomento, progetto o incontro. Questa articolazione emerge anche dal catalogo delle pubblicazioni federali. [web:2][web:24]

Fra i titoli figurano gli “Atti del terzo incontro di Speleologia Veronese”, allegato scientifico numero 5 del 2007. Seguono il volume del 2009 sul progetto IN.A.C. e quello del 2010 dedicato a “Ramaloch 2007”. Nel catalogo compare anche “L’acqua che berremo”, del 2011, con il sottotitolo “Speleologi e istituzioni difendono la risorsa più preziosa”. Il programma editoriale collega così ricerca, confronto fra gruppi e divulgazione delle questioni ambientali. [web:24]

Catasto delle grotte del Veneto: la documentazione nelle pubblicazioni

La componente catastale accompagna la nuova serie fin dall’inizio. Al supplemento del 1993 si aggiunge, nel 2005, il volume “Elenchi catastali delle grotte del Veneto – X aggiornamento generale”, ancora a firma di Paolo Mietto. La pubblicazione degli aggiornamenti costituisce una parte riconoscibile dell’attività editoriale federale. [web:24]

Il catasto e la rivista svolgono funzioni distinte, ma collegate. Gli elenchi ordinano le informazioni sulle cavità. Gli articoli ospitano invece descrizioni, interpretazioni e resoconti delle attività. La presenza di entrambi nel catalogo permette di affiancare la registrazione del patrimonio carsico alla narrazione delle ricerche che ne ampliano la conoscenza. [web:24][web:25]

Questa relazione è visibile anche nella produzione recente. Nel volume 24 trovano spazio le nuove esplorazioni del periodo 2020-2024, curate da Francesco Sauro, e le ricerche sul Monte Baldo raccontate da Andrea Ceradini. La rivista conserva quindi una funzione di aggiornamento sulle attività esplorative regionali. [web:25]

Acquiferi carsici e progetto IN.A.C.: la ricerca pubblicata da Speleologia Veneta

Un esempio articolato della produzione scientifica è l’allegato numero 6 del 2009, “IN.A.C. – Inquinamento Acque carsiche”. Il volume conta 192 pagine. Il suo indice riunisce strumenti di misura, organizzazione dei dati, idrogeologia, qualità delle acque e indagini biologiche. [web:26]

Una prima parte affronta il confronto fra datalogger di temperatura, cioè strumenti che registrano le misure nel tempo. Un altro contributo riguarda il GIS delle sorgenti del progetto: un sistema informativo geografico che associa dati e cartografia. Il lavoro comprende la scelta del software, il sistema di riferimento e la struttura delle tabelle. La pubblicazione affianca così i risultati delle indagini alle modalità impiegate per raccogliere e organizzare le informazioni. [web:26]

I casi territoriali comprendono i Monti Lessini veronesi e l’altopiano Faedo-Casaron. Altri contributi riguardano la sorgente Copacan presso Lumignano, le sorgenti dell’Oliero e alcune sorgenti dell’Altopiano dei Sette Comuni. Il volume ospita anche uno studio sulle temperature delle sorgenti della Vena d’Oro, nelle Prealpi Bellunesi. [web:26]

La ricerca si estende alle acque ipogee del Bus de la Genziana e del Bus del Pal, sul Cansiglio. Include inoltre metodi di raccolta dei protozoi negli ambienti sotterranei e nelle risorgive. Due contributi affrontano i protozoi delle acque carsiche del Montello, anche come possibili indicatori di qualità. Il monitoraggio fisico e chimico viene quindi affiancato dall’osservazione biologica. [web:26]

Un capitolo presenta il lavoro condotto dal Liceo Scientifico di Asiago con protocolli IN.A.C. La sua presenza documenta anche una collaborazione fra ricerca speleologica e scuola. La raccolta non si limita a descrivere luoghi: mette in circolazione esperienze, procedure e bibliografie. [web:26]

Speleologia Veneta 24: esplorazioni, sorgenti e ghiacciai ipogei

Il volume 24, pubblicato nel 2024, offre un quadro recente degli interessi della testata. Conta 222 pagine e alterna sezioni dedicate a eventi, incontri, articoli di approfondimento e attività dei gruppi. Vi figurano l’inaugurazione della biblioteca “Francesco Dal Cin”, uno stage per istruttori e aiuto istruttori e gli atti di “Tutti giù in Lessinia 2023”. [web:25]

L’idrogeologia occupa uno spazio specifico con i contributi di Alessio Fileccia sulla sorgente del Meschio. Un articolo presenta i risultati del monitoraggio 2017-2020. Un secondo riferisce della ripresa delle esplorazioni dopo trent’anni, con aggiornamenti all’ottobre 2022. Le due prospettive affiancano lo studio del bacino di alimentazione alla frequentazione esplorativa della sorgente. [web:25]

Il numero comprende anche “Lo stato di salute di alcuni ghiacciai ipogei dell’Altopiano di Asiago, 25 anni dopo”, di Jacopo Zannoni. La presenza del contributo estende l’attenzione editoriale agli ambienti sotterranei con ghiaccio e al loro confronto nel tempo. Nella stessa pubblicazione trovano spazio temi di circolazione dell’acqua e dinamica dell’ambiente ipogeo. [web:25]

Cavità artificiali, mappe digitali e psicologia nella rivista

Speleologia Veneta non si limita alle grotte naturali. Il volume 24 comprende uno studio sugli antichi acquedotti sotterranei di Asolo, firmato da Massimiliano Zago, Daniele Davolio, Marcello Pellegrini, Roberto Sordi e Marco Sordi. La sezione dedicata alla speleologia artificiale raccoglie quindi ricerche sul sottosuolo costruito dall’uomo. [web:25]

Un altro contributo presenta “Il Buio in tasca”, di Daniele Davolio e Marco Romano. Il sottotitolo, “Mappe digitali per una speleologia diffusa e condivisa”, esplicita l’attenzione agli strumenti digitali e alla condivisione della documentazione. [web:25]

La sezione “Speleologia e Psyche” allarga ulteriormente il campo. Un articolo affronta caratteristiche e abilità di esperti e non esperti nell’ambiente ipogeo. Un secondo, di Tommaso De Vivo, riguarda la rappresentazione mentale del corpo negli speleologi. La rivista ospita così anche studi sull’esperienza umana della grotta, accanto a esplorazione, geologia e ricerca sulle acque. [web:25]

Recensioni, riferimenti ai gruppi veneti, laboratori di biologia sotterranea e incarichi federali completano il volume. La testata mantiene quindi un collegamento fra approfondimento e vita associativa, senza ridurre la propria funzione al resoconto delle sole esplorazioni. [web:25]

Fonti e documentazione

Speleologia Veneta

L'articolo Speleologia Veneta, il numero 25 prende forma: circa 350 pagine per raccontare il sottosuolo proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Grotta Chauvet, una sottile pellicola di calcite protegge i disegni di 37.000 anni fa
    Condividi Una tecnica basata sulla fluorescenza ultravioletta ha permesso di studiare le pareti senza toccarle, lavorando fino a 2,5 metri di distanza. Sui disegni è emerso un velo traslucido di calcite, mentre alcune tracce potrebbero conservare l’impronta termica di carboni ancora incandescenti Una pellicola quasi invisibile di calcite ricopre parte dei celebri disegni paleolitici della Grotta Chauvet, in Francia. Depositata naturalmente dall’acqua sulla superficie calcarea, potrebbe aver c
     

Grotta Chauvet, una sottile pellicola di calcite protegge i disegni di 37.000 anni fa

November 3rd 2026 at 05:00

Condividi

Una tecnica basata sulla fluorescenza ultravioletta ha permesso di studiare le pareti senza toccarle, lavorando fino a 2,5 metri di distanza. Sui disegni è emerso un velo traslucido di calcite, mentre alcune tracce potrebbero conservare l’impronta termica di carboni ancora incandescenti

Una pellicola quasi invisibile di calcite ricopre parte dei celebri disegni paleolitici della Grotta Chauvet, in Francia. Depositata naturalmente dall’acqua sulla superficie calcarea, potrebbe aver contribuito a proteggere per millenni alcune delle più antiche manifestazioni artistiche conosciute.

A rivelarla è uno studio pubblicato sulla rivista scientifica ACS Omega da un gruppo di ricercatori francesi coordinato da Philippe Walter, del Laboratoire d’Archéologie Moléculaire et Structurale della Sorbonne Université e del CNRS.

Il risultato è interessante anche per il metodo utilizzato.

Nella Grotta Chauvet non ci si può semplicemente avvicinare a una parete per effettuare una misura. Il pavimento conserva impronte e altre testimonianze paleolitiche estremamente fragili e gli spostamenti dei ricercatori sono rigidamente limitati.

Gli scienziati hanno quindi sviluppato uno strumento capace di analizzare le superfici decorate senza contatto e da distanze fino a circa 2,5 metri, utilizzando la spettroscopia di fluorescenza ultravioletta.

Una luce invisibile per leggere la parete

Il principio consiste nell’illuminare una piccolissima porzione della superficie con radiazione ultravioletta e analizzare la fluorescenza emessa dai materiali.

La difficoltà, a Chauvet, è distinguere due materiali apparentemente molto simili: il calcare della parete e la calcite depositata successivamente dall’acqua.

Entrambi sono costituiti principalmente da carbonato di calcio.

La fluorescenza ultravioletta permette però di riconoscerli grazie alle differenti impurità, in particolare organiche, incorporate nella matrice minerale.

Per effettuare le misure i ricercatori hanno lavorato dalle passerelle predisposte all’interno della grotta, utilizzando un sistema ottico montato su un lungo supporto.

Sono stati raccolti 60 spettri di fluorescenza sulle pareti decorate, in condizioni tipicamente ipogee: temperatura intorno ai 13 °C e umidità relativa prossima al 100%.

Il velo sopra i cavalli

Le analisi si sono concentrate soprattutto nel Secteur des Chevaux, nella Sala Hillaire, comprendente il celebre Pannello dei Cavalli, l’Alcova dei Leoni e il Pannello delle Renne.

Sul Pannello dei Cavalli la spettroscopia ha permesso di riconoscere un sottile deposito traslucido di calcite sovrapposto ai disegni realizzati con carbone.

A occhio nudo questa copertura può essere praticamente invisibile.

La sua presenza è importante perché permette di ricostruire la storia della parete dopo la realizzazione delle figure e di comprendere meglio i processi che ne hanno determinato l’eccezionale conservazione.

La calcite può infatti aver funzionato, almeno in alcune zone, come una sorta di vernice naturale, isolando e proteggendo le tracce sottostanti.

Il fenomeno non è però uniforme.

Nell’Alcova dei Leoni i ricercatori hanno osservato una notevole variabilità nella distribuzione delle concrezioni. In alcuni punti, inoltre, la presenza stessa del carbone sembra aver influenzato la deposizione successiva del carbonato di calcio.

La parete decorata appare quindi come qualcosa che ha continuato a trasformarsi lentamente per migliaia di anni.

Disegnavano anche con carboni incandescenti?

Lo studio ha fatto emergere anche un secondo indizio, forse ancora più curioso.

In corrispondenza di alcune tracce nere e di zone associate all’impiego di torce, la luce ultravioletta ha prodotto una particolare fluorescenza arancione.

Per comprenderne l’origine, i ricercatori hanno effettuato esperimenti su campioni di riferimento.

Il riscaldamento di calcare e calcite ha prodotto un segnale simile a quello osservato sulle pareti di Chauvet.

Da qui nasce un’ipotesi affascinante: alcuni segni potrebbero essere stati realizzati utilizzando carboni molto caldi o ancora incandescenti, capaci di alterare termicamente il carbonato di calcio della superficie.

Gli autori dello studio mantengono però molta cautela.

La fluorescenza arancione rappresenta un indizio compatibile con un’alterazione provocata dal calore, non una dimostrazione definitiva della tecnica utilizzata dagli artisti paleolitici.

Una grotta chiusa per millenni

La Grotta Chauvet-Pont d’Arc, nelle gole dell’Ardèche, nel sud-est della Francia, è stata scoperta il 18 dicembre 1994 dagli speleologi Jean-Marie Chauvet, Éliette Brunel e Christian Hillaire.

Al suo interno sono conservate centinaia di rappresentazioni di animali: leoni delle caverne, rinoceronti, mammut, bisonti, cavalli e altre specie.

Parte delle decorazioni risale a circa 37.000 anni fa.

L’eccezionale stato di conservazione non dipende soltanto dalla calcite individuata sulle superfici. Antichi crolli hanno sigillato l’accesso alla grotta durante il Paleolitico superiore, isolandone gli ambienti per millenni.

Oggi Chauvet è uno dei siti di arte preistorica più protetti al mondo. L’accesso è fortemente limitato e persino gli scienziati devono muoversi lungo percorsi prestabiliti per evitare qualsiasi alterazione del suolo, delle impronte e delle pareti.

Pannello dei Leoni nella Caverne du Pont-d’Arc, riproduzione della Grotta Chauvet: al centro un cavallo circondato da leoni, rinoceronti, bisonti e mammut. Foto Claude Valette / Wikimedia Commons.

Studiare senza toccare

È forse proprio questo l’aspetto più interessante della nuova ricerca.

La tecnica messa a punto dal gruppo francese consente di ottenere informazioni sulla successione degli strati presenti sulle pitture senza prelevare materiale e senza entrare in contatto con la parete.

La fluorescenza permette inoltre di distinguere il calcare originario dalle concrezioni successive, nonostante entrambi siano costituiti da calcite.

Sapere dove si trovano questi sottilissimi veli minerali e come stanno evolvendo può diventare importante anche per controllare nel tempo lo stato di conservazione delle opere, soprattutto in relazione alle variazioni microclimatiche.

A Chauvet, insomma, la roccia non è soltanto il supporto sul quale gli uomini del Paleolitico hanno lasciato cavalli, leoni e rinoceronti.

In alcuni punti, nei millenni successivi, la grotta ha continuato lentamente a lavorare sopra quei disegni, depositando su di essi un sottilissimo velo di pietra.

Fonti

Boulard Y., Guillou T., Fritz C., Tosello G., Jaber M., Walter P. – In Situ Ultraviolet Fluorescence Spectroscopy for the Characterization of Translucent Calcite Coatings over Prehistoric Cave Art – ACS Omega – 29 settembre 2026
https://doi.org/10.1021/acsomega.6c05061

American Chemical Society – A glowing clue to how ancient cave artworks survived – 28 ottobre 2026
https://www.acs.org/pressroom/presspacs/2026/october/glowing-clue-to-how-ancient-cave-artworks-survived.html

PubMed – In Situ Ultraviolet Fluorescence Spectroscopy for the Characterization of Translucent Calcite Coatings over Prehistoric Cave Art – 2026
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/42889610/

L'articolo Grotta Chauvet, una sottile pellicola di calcite protegge i disegni di 37.000 anni fa proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • “Rilievo: tra arte e tecnica”, a Costacciaro premiati i migliori rilievi speleologici del 2026
    Condividi Era Bianca di Riccardo Temponi vince la terza edizione del concorso promosso dalla Commissione Nazionale Catasto Cavità Naturali della SSI. Sul podio anche il Complesso del Colle dei Signori e l’Abisso Generale Marietto, mentre il pubblico premia Grotta Barone Un rilievo speleologico non è soltanto una successione di misure e punti topografici. È il risultato dell’esplorazione, dell’osservazione e dell’interpretazione di una cavità; uno strumento tecnico e scientifico che permette d
     

“Rilievo: tra arte e tecnica”, a Costacciaro premiati i migliori rilievi speleologici del 2026

November 3rd 2026 at 04:00

Condividi

Era Bianca di Riccardo Temponi vince la terza edizione del concorso promosso dalla Commissione Nazionale Catasto Cavità Naturali della SSI. Sul podio anche il Complesso del Colle dei Signori e l’Abisso Generale Marietto, mentre il pubblico premia Grotta Barone

Un rilievo speleologico non è soltanto una successione di misure e punti topografici. È il risultato dell’esplorazione, dell’osservazione e dell’interpretazione di una cavità; uno strumento tecnico e scientifico che permette di trasformare lo spazio sotterraneo percorso dagli speleologi in qualcosa che possa essere letto, studiato, confrontato e conservato.

Proprio su questo incontro fra precisione e rappresentazione si è giocata la terza edizione del concorso “Rilievo: tra arte e tecnica”, promosso dalla Commissione Nazionale Catasto Cavità Naturali della Società Speleologica Italiana ETS.

La proclamazione dei vincitori si è svolta sabato 31 ottobre alle 19.30, durante il Raduno Internazionale di Speleologia di Costacciaro, alla presenza del presidente della SSI Sergio Orsini e di un folto pubblico. Alla fine, anche un brindisi per festeggiare vincitori e partecipanti.

Dieci rilievi, quattro criteri di valutazione

Undici gli elaborati presentati al concorso; dieci quelli ammessi alla valutazione della Commissione giudicatrice, composta da Raffaella Zerbetto, Alessandro Uggeri e Giampaolo Pinto.. Un elaborato non ha potuto concorrere alla graduatoria finale per ragioni esclusivamente legate alla rispondenza alle prescrizioni del bando, indipendenti dalla qualità del lavoro presentato.

Quattro i criteri presi in considerazione: leggibilità, estetica, completezza e originalità.

Non soltanto, quindi, precisione del tratto e presenza delle informazioni necessarie alla comprensione della cavità, ma anche equilibrio compositivo, chiarezza, utilizzo della simbologia, integrazione dei dati geologici e ambientali e capacità di sperimentare nuove soluzioni grafiche e tecnologiche.

Una valutazione particolarmente complessa perché le cavità rappresentate erano molto diverse fra loro. Un piccolo sistema sotterraneo, un grande complesso plurichilometrico e un abisso prevalentemente verticale pongono infatti problemi cartografici differenti e richiedono differenti capacità di sintesi.

Primo premio a Era Bianca

Il primo premio è stato assegnato a Era Bianca, rilievo di Riccardo Temponi.

La Commissione ha riconosciuto nella tavola un equilibrio particolarmente riuscito fra rigore tecnico, veste grafica e inquadramento geologico.

Pianta e sezione permettono di seguire lo sviluppo della cavità mantenendo una lettura complessiva molto chiara, mentre l’impiego misurato del colore evidenzia acqua e caratteristiche litologiche senza appesantire il disegno.

Il rilievo integra inoltre dati catastali, coordinate, quota, sviluppo e dislivello con informazioni sul regime idrico, sulla circolazione dell’aria e sul contesto geologico.

Un esempio particolarmente efficace di come informazioni molto diverse possano convivere all’interno della stessa tavola senza comprometterne la leggibilità.

Secondo il Complesso del Colle dei Signori

Il secondo premio è andato al Complesso del Colle dei Signori, rappresentato da Enrico Massa.

Qui la difficoltà è soprattutto nelle dimensioni e nell’articolazione del sistema: oltre 6,9 chilometri di sviluppo e 560 metri di profondità.

Piante e sezioni schematiche, affiancate da codici colore differenti, permettono di orientarsi all’interno di un complesso sviluppato su più livelli e di percepirne immediatamente l’estensione.

La Commissione ha premiato proprio questa capacità di sintesi: riuscire a rendere leggibile un sistema ipogeo di grande sviluppo senza perdere la percezione della sua complessità.

Terzo l’Abisso Generale Marietto

Il terzo premio è stato assegnato all’Abisso Generale Marietto, rilievo di Simon Beatrice.

In questo caso è la verticalità a diventare protagonista.

La disposizione affiancata della sezione sviluppata e della pianta consente di seguire con immediatezza la successione dei pozzi e di comprenderne la posizione reciproca.

La Commissione ha inoltre sottolineato la contestualizzazione della cavità nel particolare ambiente periglaciale della Vedretta Piana, a 2.861 metri di quota, un settore interessato dal ritiro glaciale e quindi in rapida evoluzione.

Tre menzioni speciali

Accanto ai primi tre classificati, la Commissione ha deciso di attribuire tre menzioni speciali, riconoscendo caratteristiche particolarmente significative di altrettanti elaborati.

Henry De Santis, con Arma del Galusso, è stato segnalato per la pulizia grafica e l’elevata leggibilità della rappresentazione classica in bianco e nero.

Vincenzo Martimucci, con Grotta Le Solagne, ha ricevuto la menzione per la sperimentazione tecnologica applicata al rilievo: fotogrammetria a 360°, nuvola di punti e successiva elaborazione digitale.

Luca Dada, con Abisso della Venere, è stato invece premiato per l’efficace utilizzo dei codici colore, capaci di distinguere i diversi rami e rendere comprensibili le sovrapposizioni di un sistema articolato.

Tre lavori molto diversi, che mostrano quanto ampio sia oggi il ventaglio degli strumenti disponibili per rappresentare una grotta: dal segno essenziale in bianco e nero alla fotogrammetria e alle nuvole di punti.

Il pubblico sceglie Grotta Barone

Alla valutazione tecnica della Commissione si è aggiunto il voto dei partecipanti al Raduno Internazionale di Speleologia di Costacciaro.

Il maggior numero di preferenze è andato al rilievo di Enrico Massa, seguito da quello di Riccardo Temponi. Poiché entrambi avevano già ottenuto un premio dalla Commissione e i riconoscimenti non erano cumulabili, la graduatoria è stata fatta scorrere.

Il Premio del pubblico è stato quindi assegnato a Grotta Barone, rilievo di Antonio Bambina.

Una tavola particolarmente ricca, nella quale trovano spazio piante morfologiche e idrologiche, profili longitudinali, numerose sezioni trasversali, inquadramento cartografico e altre informazioni sulla cavità.

Una sala piena di grotte

Gli elaborati sono stati esposti durante il raduno nella Sala Uomini Originari di Costacciaro, per permettere agli speleologi di osservarli da vicino, confrontare tecniche e linguaggi e scegliere il proprio preferito.

Il confronto fra le tavole è uno degli aspetti più interessanti del concorso.

Rappresentare una cavità significa infatti risolvere problemi molto differenti. C’è chi deve raccontare chilometri di gallerie sovrapposte, chi una successione di grandi verticali, chi pochi metri di ambiente sotterraneo nei quali ogni dettaglio morfologico acquista importanza.

C’è chi sceglie il bianco e nero, chi utilizza il colore per separare livelli e rami, chi integra informazioni geologiche e idrologiche e chi sperimenta fotogrammetria, nuvole di punti e restituzioni tridimensionali.

Le tecnologie cambiano, ma rimane identica la domanda: come trasformare una grotta, spazio tridimensionale percorso fisicamente dagli esploratori, in una rappresentazione che possa essere compresa anche da chi non vi è mai entrato?

Qui che il titolo del concorso della Società Speleologica trova il suo significato più profondo: tra arte e tecnica.

Il premio più grande è il lavoro di tutti

La graduatoria individua necessariamente vincitori, menzioni e un premio del pubblico. Non racconta però da sola il lavoro che sta dietro agli elaborati presentati.

Ogni rilievo nasce da ore trascorse sottoterra, misure, appunti, capisaldi, controlli, ritorni nella cavità e molto lavoro successivo davanti a un tavolo o a un computer.

La stessa Commissione giudicatrice ha sottolineato quanto sia stata meditata la valutazione prima di arrivare alla scelta finale.

Per questo il ringraziamento della SSI ETS e della Commissione Catasto Cavità Naturali va a tutti i partecipanti alla terza edizione di “Rilievo: tra arte e tecnica”.

I lavori presentati testimoniano impegno, competenza e passione e contribuiscono, indipendentemente dalla posizione in classifica, alla valorizzazione del rilievo speleologico come strumento di documentazione, conoscenza e rappresentazione delle cavità naturali.

Una punta esplorativa può durare qualche ora o qualche giorno, e una scoperta può riempire per qualche giorno le conversazioni degli speleologi, ma un rilievo inserito a catasto, invece, raccontare la grotta per sempre.

L'articolo “Rilievo: tra arte e tecnica”, a Costacciaro premiati i migliori rilievi speleologici del 2026 proviene da Scintilena.

❌