❌

Základné zobrazenie

  • ✇European Speleological Federation
  • EuroSpeleo Newsletter October 2026
    It is with great pleasure that the European Speleological Federation (FSE) publishes the next EuroSpeleo Newsletter of October 2026. This Newsletter will be exclusively available in electronic form and it will be distributed through the FSE mailing lists, website, Facebook and Instagram page. It is edited by the FSE Bureau and will inform member countries and individual speleologists about important events nationally and internationally as well as new developments and the initiatives of the FSE
     

EuroSpeleo Newsletter October 2026

Október 14th 2026 at 21:30

It is with great pleasure that the European Speleological Federation (FSE) publishes the next EuroSpeleo Newsletter of October 2026. This Newsletter will be exclusively available in electronic form and it will be distributed through the FSE mailing lists, website, Facebook and Instagram page. It is edited by the FSE Bureau and will inform member countries and individual speleologists about important events nationally and internationally as well as new developments and the initiatives of the FSE and its member countries. This Newsletter will be released on an occasional basis.

Please spread this newsletter on the broadest way possible among caving clubs and individual speleologists and all those interested.

You can download the English version of the October 2026 newsletter and the French version of the Bulletin d’Information EuroSpeleo octobre 2026.

With cordial regards,

The FSE Bureau, October 2026

  • ✇Scintilena
  • Quasi senza fine premiato a Málaga: il Buco del Castello e la memoria del soccorso speleologico
    Condividi Il documentario di Giorgio Tomasi riceve il Premio speciale del pubblico all’Espeleo Canyoning Cinema ASEDEB 2026. La vicenda di Roncobello del 1966 riapre il racconto delle origini del soccorso speleologico italiano, fino alle trasformazioni seguite al terremoto dell’Irpinia e alla tragedia di Vermicino. Quasi senza fine: il premio del pubblico al festival ASEDEB 2026 Quasi senza fine, il documentario diretto da Giorgio Tomasi sulla tragedia del Buco del Castello, ha ottenuto il
     

Quasi senza fine premiato a Málaga: il Buco del Castello e la memoria del soccorso speleologico

Október 14th 2026 at 11:00

Condividi

Il documentario di Giorgio Tomasi riceve il Premio speciale del pubblico all’Espeleo Canyoning Cinema ASEDEB 2026. La vicenda di Roncobello del 1966 riapre il racconto delle origini del soccorso speleologico italiano, fino alle trasformazioni seguite al terremoto dell’Irpinia e alla tragedia di Vermicino.

Quasi senza fine: il premio del pubblico al festival ASEDEB 2026

Quasi senza fine, il documentario diretto da Giorgio Tomasi sulla tragedia del Buco del Castello, ha ottenuto il Premio speciale del pubblico come Miglior Documentario all’Espeleo Canyoning Cinema ASEDEB 2026. Selezionato nella Sezione ufficiale in concorso, nella categoria Lungometraggi di Speleologia, il film è stato proiettato sabato 10 ottobre alla presenza del regista. Il riconoscimento porta all’attenzione del pubblico una vicenda centrale nella storia del soccorso speleologico italiano.

Il festival si è svolto a Málaga dal 10 al 12 ottobre 2026. Lo ha organizzato l’Asociación Española de Espeleología y Barrancos, ASEDEB. Il concorso comprende opere dedicate alla speleologia, alla speleosubacquea e al canyoning. Il regolamento distingue i premi della giuria dai riconoscimenti assegnati dal pubblico.

La manifestazione nasce per diffondere il racconto audiovisivo degli ambienti sotterranei e delle forre. Accanto all’esplorazione, il progetto valorizza la collaborazione tra i partecipanti, la conoscenza degli ecosistemi e il rispetto degli ambienti naturali.

Quasi senza fine e le testimonianze del Buco del Castello

Il film ricostruisce quanto accadde nell’aprile 1966 al Buco del Castello. La grotta si apre a Roncobello, in alta Val Brembana, in provincia di Bergamo. Il racconto segue le giornate dell’emergenza attraverso le voci dei protagonisti e dei soccorritori. Le testimonianze restituiscono l’attesa, i tentativi di raggiungere gli speleologi bloccati e le difficoltà del recupero.

Quasi senza fine è un’opera autogestita e autofinanziata. Secondo le informazioni della produzione, il lavoro ha richiesto oltre due anni e la collaborazione di numerosi amici. Il documentario aveva già incontrato il pubblico italiano nel 2025. Una proiezione a Bergamo fu annunciata con il contributo della Provincia e il patrocinio della Federazione Speleologica Lombarda, del CNSAS e della Società Speleologica Italiana.

Il 18 dicembre 2025 il Gruppo Speleologico Bolognese ha organizzato una proiezione alla Mediateca di San Lazzaro di Savena. Ad accompagnare Giorgio Tomasi erano Sergio Orsini e Aurelio “Lelo” Pavanello, partecipanti alla spedizione del 1966. Il confronto con i testimoni lega il film alla memoria della comunità speleologica.

Buco del Castello: l’esplorazione del 1966 diventa un’emergenza

Conosciuto dagli speleologi lombardi dal 1956, il Buco del Castello fu interessato nel 1966 da nuove esplorazioni dei bolognesi. Durante le uscite primaverili vennero affrontati il grande pozzo e i salti successivi. La spedizione del ponte del 25 aprile prevedeva di proseguire l’esplorazione, rilevare la cavità e recuperare il materiale durante l’uscita.

Una piena del corso d’acqua sotterraneo impedì a quattro speleologi di risalire. Il passaggio verticale divenne impraticabile. I compagni rimasti più in alto raggiunsero l’esterno e attivarono i soccorsi. L’emergenza richiamò uomini e materiali da diversi gruppi italiani.

Durante il tentativo di raggiungere i bloccati, Luigi Donini e Carlo Pelagalli precipitarono nel pozzo investito dall’acqua. Entrambi persero la vita. I quattro speleologi inizialmente intrappolati furono salvati. L’intervento si concluse con il recupero delle salme, tra il 30 aprile e il 1° maggio.

Soccorso speleologico: una storia che precede Roncobello

La tragedia del Buco del Castello segnò il primo banco di prova del soccorso speleologico appena organizzato su scala nazionale. L’assemblea costituente si era svolta a Torino il 5 e 6 marzo 1966. Vi avevano aderito circa cento volontari, suddivisi in cinque gruppi. Roncobello mostrò quanto fosse necessario trasformare la disponibilità dei singoli in procedure condivise.

Il film porta questa storia fuori dalla sola memoria associativa. Il premio ottenuto a Málaga riguarda un racconto che unisce esplorazione, responsabilità e soccorso. La vicenda resta legata ai nomi di Donini e Pelagalli, ma anche al lavoro collettivo di chi contribuì al salvataggio. L’organizzazione nata in quegli anni sarebbe entrata nel Soccorso Alpino nel 1968. Nel 1990 la componente speleologica divenne parte integrante della struttura con l’attuale denominazione CNSAS.

Relazione: come si è costruito il soccorso speleologico in Italia

Soccorso speleologico italiano: dalla solidarietà alla struttura nazionale

La storia del soccorso speleologico italiano non coincide con un solo incidente. È un processo formato da esperienze locali, emergenze, collaborazione tra gruppi e riconoscimenti istituzionali. Il Buco del Castello ne rappresenta un passaggio decisivo. Irpinia e Vermicino appartengono a una fase successiva: quella della costruzione di un sistema nazionale capace di coordinare organizzazioni diverse. [web:33][web:8][web:32]

La distinzione cronologica chiarisce il rapporto fra questi eventi. Nel 1966 si organizzò il soccorso specialistico in grotta. Nel 1980 e nel 1981 maturò una più ampia consapevolezza pubblica sul coordinamento delle emergenze. Non si tratta di origini alternative. Sono livelli diversi di una stessa evoluzione: competenza tecnica, organizzazione operativa e integrazione nel sistema pubblico. [web:33][web:48][web:32]

Il precedente istituzionale era il Corpo Soccorso Alpino, costituito dal Club Alpino Italiano il 12 dicembre 1954. L’organizzazione riunì strutture territoriali già attive in montagna. Fra i promotori ebbero un ruolo centrale il medico Scipio Stenico e il presidente generale del CAI Bartolomeo Figari. La componente speleologica si sviluppò successivamente, con esigenze e tecniche proprie. [web:8]

Incidenti in grotta prima del 1966: i limiti del soccorso locale

La ricostruzione pubblicata dal GSB-USB e curata da Lelo Pavanello documenta diversi incidenti precedenti alla nascita del corpo nazionale. Nel 1955 Lucio Mersi morì all’Abisso Gachè, nel massiccio del Marguareis. Nel 1961 Adriana Androsoni perse la vita al Pozzo della Ventrosa, nel Lazio. Nel 1964 Marisa Bolla Castellani morì alla Spluga della Preta, sui Monti Lessini. [web:33]

I recuperi furono organizzati dai gruppi speleologici, talvolta con l’aiuto di colleghi provenienti da altre città. Esistevano capacità tecniche e una forte disponibilità al mutuo aiuto. Mancava una rete nazionale stabile. Materiali, allarmi e squadre dipendevano in larga misura dalle risorse reperibili in quel momento. [web:33]

Nel 1965 due morti accelerarono il cambiamento. Alla Grotta Guglielmo, sul Monte Palanzone, morì Gianni Piatti. Per il recupero fu necessario mobilitare speleologi di più regioni. L’operazione richiese sei giorni e mise in evidenza la carenza di attrezzature specifiche. Poco dopo Eraldo Saracco perse la vita nella grotta Su Anzu, in Sardegna. Gli amici del Gruppo Speleologico Piemontese diedero nuovo impulso alla costituzione di una struttura dedicata. [web:33]

Torino 1966: nasce il Corpo di Soccorso Speleologico

Il passaggio dalle intenzioni all’organizzazione avvenne attraverso il confronto tra gruppi. Il 19 settembre 1965, a Formigine, Giulio Badini presentò una relazione sull’opportunità di creare un Corpo di Soccorso Speleologico. L’intervento si svolse nell’ambito del sesto congresso speleologico dell’Emilia-Romagna. Il gruppo torinese sostenne una parte rilevante del lavoro organizzativo. Altri gruppi misero a disposizione sedi e materiali. [web:33]

L’assemblea del 5 e 6 marzo 1966 a Torino riunì circa cento volontari. La prima struttura comprendeva cinque gruppi operativi. Il numero descrive una rete ancora contenuta, ma già orientata a superare l’isolamento delle realtà locali. [web:33]

La scelta fondamentale era la condivisione. Squadre provenienti da luoghi diversi dovevano poter lavorare insieme. Servivano metodi compatibili, materiali adeguati e responsabilità riconoscibili. Il soccorso non poteva dipendere soltanto dall’esperienza individuale degli esploratori. Questa esigenza sarebbe rimasta centrale anche nei congressi e nelle esercitazioni successive. [web:33]

Buco del Castello 1966: il primo banco di prova nazionale

L’emergenza di Roncobello arrivò poche settimane dopo l’assemblea costituente. Quattro uomini erano bloccati sotto un pozzo attraversato da una piena. Le comunicazioni a voce erano ostacolate dal fragore dell’acqua. Un fraintendimento fece ritenere che uno degli intrappolati fosse ferito. [web:7]

Luigi Donini e Carlo Pelagalli entrarono per portare aiuto e materiali. Nel tentativo di raggiungere i compagni caddero e subirono lesioni gravissime. Pelagalli non sopravvisse. Per Donini vennero tentate cure e manovre di recupero, ma anche lui morì durante l’emergenza. La tragedia trasformò un blocco provocato dalla piena in un intervento con soccorritori gravemente feriti. [web:7]

Gianni Ribaldone riuscì a raggiungere gli uomini dopo lo spostamento dell’attacco delle scale. Partecipò anche al trasferimento di Donini oltre il pozzo, trasportandolo sulle spalle con un sacco Gramminger. Alle operazioni contribuirono speleologi di numerose città, sanitari, il Soccorso Alpino bergamasco e minatori chiamati ad allargare alcune strettoie. [web:7]

La ricostruzione dell’intervento rende visibili problemi ancora fondamentali: comunicare con precisione, valutare la piena, assistere il ferito e rendere percorribile la via d’uscita. Roncobello confermò la necessità del corpo appena costituito. La disponibilità al soccorso doveva accompagnarsi a una preparazione organizzata e alla protezione delle squadre impegnate. [web:7][web:33]

Soccorso speleologico nel CAI: integrazione e addestramento comune

Nel 1968 il Soccorso Speleologico entrò nel Corpo Nazionale Soccorso Alpino come sezione speleologica. L’inserimento diede una collocazione istituzionale alla rete nata due anni prima. La collaborazione con Bruno Toniolo, direttore del Soccorso Alpino, contribuì a questo percorso. [web:8][web:33]

Nel novembre 1969 si tenne a Trieste il primo congresso nazionale del Soccorso Speleologico. Il confronto riguardò sia le tecniche sia l’assistenza medica. Occorreva uniformare materiali e metodi, oltre a migliorare l’affiatamento fra volontari. Nel 1970 l’Antro del Corchia ospitò la prima esercitazione nazionale. Nel 1972 nacque il Bollettino, strumento di circolazione delle esperienze. [web:33]

L’addestramento comune permette di preparare il lavoro prima dell’incidente. Il problema non è soltanto raggiungere una persona in difficoltà. È organizzare l’assistenza e il trasporto lungo una cavità che può imporre pozzi, meandri e passaggi stretti. Lo sviluppo delle commissioni specialistiche e delle scuole risponde proprio a questa pluralità di esigenze. [web:39]

Terremoto in Irpinia: la coscienza nazionale del coordinamento

Il 23 novembre 1980 un terremoto di magnitudo 6,9 colpì Campania, Basilicata e marginalmente Puglia. Il Dipartimento della Protezione Civile riporta 2.734 vittime e 688 comuni gravemente danneggiati. L’ampiezza dell’emergenza mise in evidenza difficoltà e ritardi nella gestione dei soccorsi. [web:48]

Il presidente della Repubblica Sandro Pertini visitò i luoghi colpiti. Nel messaggio televisivo del 26 novembre denunciò le carenze dell’intervento statale e sollecitò la mobilitazione del Paese. Dopo i primi giorni, Giuseppe Zamberletti fu nominato commissario straordinario e riorganizzò i soccorsi, rafforzando il rapporto con i sindaci. [web:48]

Per la storia del soccorso speleologico, il significato dell’Irpinia riguarda il quadro generale dell’emergenza. Il corpo specialistico esisteva già. Il terremoto rese evidente che le singole competenze dovevano inserirsi in un coordinamento più ampio. La riflessione avviata in quei mesi contribuì alla nomina di Zamberletti a ministro per il Coordinamento della Protezione Civile nel febbraio 1982 e alla successiva istituzione del Dipartimento. [web:8][web:48]

Vermicino 1981: il soccorso nel pozzo e l’impatto pubblico

Il 10 giugno 1981 Alfredo Rampi, sei anni, cadde in un pozzo artesiano presso Frascati. Il pozzo era largo circa 30 centimetri e profondo 80 metri. Il bambino fu inizialmente localizzato a 36 metri. Non si trattava di una grotta naturale, ma di una cavità artificiale estremamente stretta. [web:32]

Le operazioni coinvolsero i Vigili del Fuoco e altri soccorritori, compresi speleologi. Vennero tentate diverse soluzioni, fra cui uno scavo con una trivella. Il 12 giugno arrivò sul posto anche Pertini. Il bambino morì senza che fosse possibile riportarlo in superficie vivo. [web:32]

La vicenda entrò nelle case attraverso una diretta televisiva durata 18 ore. Il pubblico seguì i tentativi, le attese e l’esito dell’emergenza. La Protezione Civile considera Vermicino una tappa decisiva nella presa di coscienza dei limiti del sistema e della necessità di coordinare meglio le risorse. [web:32]

Vermicino non segnò la nascita del soccorso speleologico. Ne mostrò al grande pubblico alcune competenze, dentro un’emergenza diversa dall’esplorazione in grotta. Insieme all’Irpinia, alimentò il dibattito che portò alla nuova organizzazione nazionale della Protezione Civile nel 1982. La lezione istituzionale riguardò il rapporto fra capacità specialistiche e direzione complessiva dell’intervento. [web:33][web:32]

CNSAS e Protezione Civile: le tappe del riconoscimento pubblico

Nel 1990 la componente speleologica divenne parte integrante dell’organizzazione, che assunse l’attuale denominazione di Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Nel 1991 zone e stazioni furono ricomprese nei servizi regionali e provinciali. La struttura territoriale acquistò così maggiore unitarietà. [web:8]

Il 1992 portò due passaggi rilevanti. La legge 162 introdusse provvedimenti a favore dei volontari e delle attività operative e addestrative. La legge 225 istituì il Servizio nazionale della Protezione Civile, individuando il CNSAS fra le strutture operative nazionali. [web:8]

La legge 74 del 2001 riconobbe la funzione di servizio di pubblica utilità del CNSAS. Rafforzò inoltre il rapporto con il sistema sanitario per il soccorso in montagna e nell’ambiente ipogeo. La legge 289 del 2002 attribuì di norma al CNSAS e al Bergrettungsdienst dell’Alpenverein Südtirol il soccorso negli ambienti indicati dalla norma e il coordinamento in presenza di altre organizzazioni, escludendo le grandi emergenze e calamità. [web:8]

Questa distinzione mantiene separati l’intervento specialistico ordinario e la gestione generale di una calamità. Il CNSAS opera nel sistema pubblico, in collaborazione con servizi sanitari e Protezione Civile. Le norme non cancellano le competenze degli altri enti. Definiscono ruoli e relazioni necessarie al lavoro congiunto. [web:8]

Soccorso speleologico oggi: territorio, sanità e specializzazioni

La pagina istituzionale del CNSAS descrive il Soccorso Speleologico articolato in 17 zone, generalmente corrispondenti alle regioni. Le zone sono suddivise in stazioni. La struttura consente di mantenere presìdi territoriali e di utilizzare competenze specialistiche nelle emergenze locali, nazionali o all’estero. [web:39]

Le commissioni affrontano aspetti distinti, ma collegati, dell’intervento:

  • La Commissione medica, costituita nel 1984, riunisce medici e infermieri con esperienza speleologica. Cura l’assistenza al paziente e l’uniformità di tecniche e materiali sanitari. [web:39]
  • La Commissione speleosubacquea, costituita nel 1984 e operativa dalla prima esercitazione del 1985, interviene nei tratti allagati e nelle acque confinate. [web:39]
  • La Commissione disostruzione, istituita nel 1992, opera sui passaggi che impediscono il transito della barella e studia metodi condivisi per questi interventi. [web:39]
  • La Commissione tecnica speleologica, formalizzata nel 1992, sperimenta dispositivi e materiali. Dal 2004 la Scuola Nazionale Tecnici del Soccorso Speleologico assume il compito formativo prima svolto dalla commissione nei corsi nazionali. [web:39]
  • La Commissione comunicazione e documentazione raccoglie e diffonde informazioni sulle esercitazioni e sugli interventi, attraverso gli addetti stampa delle delegazioni. [web:39]

Queste funzioni rendono concreto il concetto di organizzazione. Il sanitario deve raggiungere il paziente. Il ferito deve poter attraversare la cavità. Le squadre devono comunicare con la direzione delle operazioni. La soluzione richiede un lavoro integrato, non una sola abilità tecnica. [web:39]

Tecnologie per il soccorso in grotta: comunicazioni e trasporto

L’evoluzione riguarda anche gli strumenti. Il CNSAS descrive barelle scomponibili, dispositivi di protezione del ferito e sistemi di comunicazione dedicati. Il sistema Ermes consente di portare una connessione dati in grotta e di collegare il personale sanitario con specialisti esterni. Le linee telefoniche rimangono un altro elemento del collegamento fra interno ed esterno. [web:39]

La Commissione tecnica sviluppa inoltre sistemi per verificare le linee e collegare il telefono sotterraneo al campo base. Il campo interno modulare Estià risponde alle necessità di riposo, nutrizione e recupero dei tecnici impegnati nelle grotte profonde. La tecnologia sostiene quindi sia il paziente sia la continuità operativa delle squadre. [web:39]

Il confronto con il Buco del Castello mostra la continuità dei problemi. Nel 1966 il rumore dell’acqua ostacolò le comunicazioni. I passaggi stretti imposero lavori di allargamento. L’assistenza al ferito si intrecciò con un trasporto difficile. Le specializzazioni attuali affrontano, con strumenti e procedure evoluti, le stesse esigenze fondamentali dell’intervento sotterraneo. [web:7][web:39]

Dal Buco del Castello a Vermicino: le diverse radici di un sistema credibile

Gli incidenti del 1965 portarono a costruire una rete nazionale. L’assemblea di Torino le diede forma. Il Buco del Castello ne verificò subito le capacità e rese evidente il costo umano del soccorso. Congressi, esercitazioni e integrazione nel CAI consolidarono il percorso. [web:33][web:8]

Irpinia e Vermicino modificarono invece la coscienza pubblica dell’emergenza. Mostrarono la necessità di collegare le competenze operative a una responsabilità di coordinamento. Il riconoscimento legislativo e l’inserimento nella Protezione Civile completarono progressivamente questo quadro. [web:48][web:32][web:8]

La credibilità del soccorso speleologico italiano si fonda su questa convergenza. Esperienza sul terreno, formazione comune, ricerca tecnica, assistenza sanitaria e ruoli istituzionali lavorano insieme. Quasi senza fine conserva la voce di chi visse uno dei passaggi iniziali di tale storia. Il documentario riporta al centro una memoria che riguarda anche le condizioni del soccorso di oggi. [web:62][web:33][web:39]

Fonti consultate

Buco del Castello

L'articolo Quasi senza fine premiato a Málaga: il Buco del Castello e la memoria del soccorso speleologico proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Biodiversità delle grotte marine: molte specie, poche alternative quando l’ecosistema cambia
    Condividi Uno studio su nove grotte atlantiche spiega il paradosso della vulnerabilità. La biodiversità delle grotte marine italiane, dalla Grotta del Bue Marino alla Grotta Zinzulusa, richiede una tutela che consideri specie, funzioni ecologiche e circolazione delle acque. Biodiversità delle grotte marine: la ricchezza non basta a garantire resilienza Le grotte marine possono ospitare comunità ricche di organismi e restare fragili di fronte ai cambiamenti ambientali. Una ricerca pubbl
     

Biodiversità delle grotte marine: molte specie, poche alternative quando l’ecosistema cambia

Október 14th 2026 at 10:00

Condividi

Uno studio su nove grotte atlantiche spiega il paradosso della vulnerabilità. La biodiversità delle grotte marine italiane, dalla Grotta del Bue Marino alla Grotta Zinzulusa, richiede una tutela che consideri specie, funzioni ecologiche e circolazione delle acque.

Biodiversità delle grotte marine: la ricchezza non basta a garantire resilienza

Le grotte marine possono ospitare comunità ricche di organismi e restare fragili di fronte ai cambiamenti ambientali.

Una ricerca pubblicata nel 2026 su Marine Environmental Research individua una spiegazione precisa: molte combinazioni di caratteristiche ecologiche sono rappresentate da un solo taxon.

Se quel componente scompare, altri organismi della comunità potrebbero non svolgere un ruolo equivalente. [web:4]

Lo studio, intitolato “The vulnerability paradox in Atlantic marine caves: A multiscale mechanistic explanation from wave exposure to cave gradients”, analizza nove grotte delle Canarie. Il lavoro è firmato da Yeray Gonzalez-Marrero, Antonio Canepa-Oneto, Sabrina Clemente, Javier Cristobo, Carlos Hernandez-Gonzalez, Aarón Herrero-Perez, Marina Adrover-Huesca e Vasilis Gerovasileiou. È stato pubblicato online il 13 febbraio 2026, con identificativo 107915 e DOI 10.1016/j.marenvres.2026.107915.

La notizia riguarda direttamente il modo di interpretare la biodiversità delle grotte marine. Il numero delle specie descrive la ricchezza di una comunità. La capacità di conservare i processi ecologici dipende anche da come quella ricchezza si distribuisce tra ruoli differenti.

Grotte marine atlantiche: onde e profondità organizzano le comunità

I ricercatori hanno esaminato 414 fotoquadrati, immagini di superfici delimitate usate per studiare gli organismi fissati al substrato. Hanno riconosciuto 126 taxa e analizzato sei tratti biologici. Il campionamento ha considerato più livelli: il contesto costiero, le condizioni locali e i settori interni delle grotte. [web:4]

L’energia delle onde è risultata il principale fattore tra quelli valutati alle scale del paesaggio marino e del sito. Ha spiegato il 34,5% delle associazioni tra tratti biologici e ambiente. L’intervallo di profondità ha contribuito per il 7,7%. Il mare esterno, quindi, concorre a definire la struttura ecologica delle cavità. [web:4]

Le analisi hanno individuato quattro sindromi funzionali, ossia raggruppamenti di caratteristiche biologiche che ricorrono insieme. Queste configurazioni riflettono compromessi ecologici. Tra gli esempi figura il contrasto tra organismi autotrofi e spugne che si alimentano mediante filtrazione attiva. Le diverse strategie rispondono in modo distinto alle condizioni ambientali. [web:4]

Vulnerabilità delle grotte marine: il 57% delle entità funzionali ha un solo rappresentante

A scala regionale, lo studio registra un indice di diversità di Shannon pari a 3,6 e una ricchezza funzionale di 1,93. Sono indicatori riferiti al campionamento e al metodo adottato. Non corrispondono a conteggi di specie o a percentuali. [web:4]

Il risultato centrale è un altro. Il 57% delle entità funzionali era rappresentato da un solo taxon. Un’entità funzionale raggruppa organismi con la stessa combinazione dei tratti considerati. Quando ha un unico rappresentante, manca una ridondanza funzionale rilevabile con quel sistema di classificazione. [web:4]

La biodiversità, quindi, non coincide automaticamente con una disponibilità di sostituti ecologici. Lo studio descrive un basso potenziale di resilienza funzionale, cioè una capacità limitata di mantenere o recuperare le funzioni dopo una perturbazione. Il dato riguarda la struttura delle comunità, non una percentuale di estinzione prevista. [web:4]

Zone semibuie delle grotte marine: il settore più vulnerabile

Le zone semibuie mostrano il valore più elevato di vulnerabilità funzionale, pari all’81%. Nel campione analizzato, questi ambienti di transizione risultano dunque particolarmente esposti alla perdita di combinazioni funzionali poco replicate. [web:4]

La vulnerabilità diminuisce quando aumenta la scala spaziale considerata. Parallelamente cresce la ridondanza. Una funzione rappresentata da un solo taxon in un settore può trovare altri rappresentanti quando si esamina un insieme più ampio di ambienti. Questa relazione sostiene l’importanza di considerare reti di grotte, insieme alla conservazione dei singoli siti. [web:4]

Biodiversità delle grotte marine italiane: Bue Marino e Zinzulusa come casi di riferimento

Il quadro atlantico offre una chiave di lettura anche per il Mediterraneo. La Grotta del Bue Marino, a Dorgali, e la Grotta Zinzulusa, presso Castro, ospitano sistemi costieri complessi. In entrambe, le relazioni tra mare, acque sotterranee e ambienti emersi contribuiscono alla varietà biologica. [web:46][web:30]

Nel Bue Marino, studi sui foraminiferi, descrizioni di nuove specie e monitoraggi delle acque collegano la fauna alla circolazione carsica. Nella Zinzulusa, crostacei sotterranei e la spugna Higginsia ciccaresei documentano il valore degli ambienti anchialini, connessi al mare attraverso il sottosuolo. [web:46][web:31][web:30]

Le percentuali della ricerca atlantica si riferiscono alle nove grotte studiate. Il principio ecologico amplia invece le domande da rivolgere ai siti italiani: quali organismi sostengono i processi dell’ecosistema, quali ruoli hanno pochi rappresentanti e come cambiano lungo i gradienti ambientali? La tutela della biodiversità delle grotte marine passa anche attraverso queste relazioni. [web:4][web:57]

Relazione di approfondimento: biodiversità delle grotte marine italiane dal Bue Marino alla Zinzulusa

Grotte marine italiane e ambienti anchialini: un mosaico tra mare e acquiferi

Le grotte marine italiane non costituiscono un habitat uniforme. Alcune sono completamente sommerse. Altre comprendono superfici emerse, camere d’aria e laghi. Nei sistemi carsici costieri possono incontrarsi acque marine e apporti continentali, con variazioni di salinità e ricambio idrico. [web:31][web:46]

Il termine anchialino indica ambienti acquatici costieri collegati al mare attraverso vie sotterranee, nei quali possono agire anche apporti di acqua dolce. La comunicazione idrica non richiede un’apertura superficiale diretta per ogni lago o camera interna. Il Bue Marino e la Zinzulusa permettono di studiare questo intreccio tra acquifero e mare. [web:30][web:43]

La distinzione è importante sul piano biologico. Una parete sommersa vicina all’ingresso può ospitare una comunità marina di spugne e altri invertebrati. Un lago interno può sostenere crostacei specializzati nelle acque sotterranee. Una sala emersa può accogliere artropodi terrestri e pipistrelli. Il valore del sistema deriva anche dalla coesistenza di questi ambienti. [web:31][web:30][web:46]

Il confronto tra cavità deve quindi mantenere distinte le componenti. La fauna marina fissata alle pareti, la fauna mobile delle acque e quella terrestre non rispondono agli stessi fattori. Sommarle in un’unica lista aiuta a descrivere il patrimonio complessivo, ma non esaurisce l’interpretazione dell’ecosistema. [web:4][web:31][web:30]

Grotta del Bue Marino: biodiversità costiera e connessioni con il Supramonte

La Grotta del Bue Marino si apre nelle falesie calcaree del Golfo di Orosei, nel territorio di Dorgali. Comprende i rami Nord, di Mezzo e Sud. La sua struttura alterna gallerie emerse, laghi e tratti sommersi, con prosecuzioni verso l’entroterra carsico. [web:46]

Il collegamento con Su Molente, realizzato nel 2013, e quello del 2016 tra Monte Longos e Su Molente hanno unito la parte costiera al sistema di Su Palu. I circa 70 chilometri raggiunti nel 2016 riguardavano l’intero complesso interconnesso, non il solo Bue Marino. Per la biodiversità, questa continuità rende essenziale considerare anche le acque provenienti dal bacino interno. [web:46]

Le condizioni cambiano tra rami e settori. Acque dolci, salmastre e marine partecipano alla formazione di habitat differenti. Le piene modificano flussi e trasporto di materiali. Le maree producono oscillazioni che possono propagarsi nelle porzioni allagate. La grotta è quindi un sistema dinamico, non un contenitore isolato. [web:46][web:43]

Il progetto di monitoraggio presentato da Scintilena nel 2023 prevede misure automatiche di livello idrico, temperatura e conducibilità elettrica. Questi parametri aiutano a ricostruire l’influenza delle maree e la distribuzione delle acque. Il lavoro coinvolge competenze speleologiche, idrogeologiche e biospeleologiche. [web:43]

Fauna del Bue Marino: spugne, foraminiferi e invertebrati sotterranei

Tra le specie descritte nel Bue Marino figura Protosuberites mereui, una spugna presentata nel 2016 su Zootaxa. Il materiale proviene dall’ambiente estuarino-anchialino della grotta. La descrizione ha integrato caratteri morfologici e analisi genetiche, contribuendo alla conoscenza delle spugne negli ambienti di transizione. [web:46]

Il patrimonio biologico comprende anche organismi terrestri. Typhloreicheia monacha, un coleottero carabide descritto nel 2011, proviene dalla cavità. Nel 2021 è stato descritto lo pseudoscorpione Chthonius marciai, con località tipica nella Grotta del Bue Marino. Questi esempi mostrano la necessità di osservare sia le acque sia gli ambienti emersi. [web:46]

Un ruolo rilevante nelle ricerche ecologiche spetta ai foraminiferi bentonici. Sono organismi unicellulari che vivono sul fondo. I loro gusci possono conservarsi nei sedimenti, offrendo informazioni sulle comunità attuali e su quelle del passato. Nel Bue Marino sono stati utilizzati per riconoscere settori con diversa influenza marina e differenti condizioni ambientali. [web:46]

Le indagini hanno distinto una zona d’ingresso, una di confluenza e una di transizione verso l’interno. Le associazioni biologiche dipendono da apporti idrici, disponibilità di materiale organico e caratteristiche dei sedimenti. La distanza dall’imboccatura è quindi una parte del quadro, non l’unico criterio ecologico. [web:46]

Bue Marino e foca monaca: il valore del rifugio costiero

Il nome della grotta richiama la foca monaca, Monachus monachus, che utilizzava la cavità come rifugio. La sua storia aggiunge una dimensione diversa alla biodiversità del sito: le grotte costiere possono offrire riparo anche a grandi vertebrati marini. [web:16][web:46]

La documentazione del sito di visita ricorda una frequentazione stabile fino agli anni Settanta e successivi avvistamenti. Questa presenza storica va distinta da una colonia attualmente insediata nella cavità. Il legame con la foca monaca resta importante per comprendere la funzione dei rifugi costieri e il rapporto tra conservazione e disturbo umano. [web:16]

Nel Bue Marino convivono dunque scale biologiche molto diverse. Il rifugio di un mammifero marino, i rivestimenti di una spugna e le comunità microscopiche del sedimento appartengono allo stesso sistema geografico. Richiedono osservazioni e strumenti di tutela differenti. [web:16][web:46]

Grotta Zinzulusa: biodiversità sotterranea e stratificazione delle acque

La Grotta Zinzulusa, presso Castro in provincia di Lecce, rappresenta un caso di riferimento per la biospeleologia degli ambienti costieri pugliesi. La documentazione scientifica descrive due bacini interni particolarmente importanti, La Conca e il Cocito, con condizioni idriche e comunità differenti. [web:30]

La Conca presenta acque più salmastre e ospita organismi di origine marina insieme a forme legate alle acque dolci. Il Cocito comprende una lente superficiale di acqua dolce sovrapposta ad acqua salmastra. Questa stratificazione contribuisce a separare habitat anche all’interno dello stesso bacino. [web:30]

Le esplorazioni del 1996 hanno individuato oltre il Cocito una prosecuzione sommersa di circa 110 metri. Il nuovo percorso ha ampliato la conoscenza della geometria della cavità e ha permesso ulteriori osservazioni faunistiche. L’esplorazione speleosubacquea ha quindi avuto un effetto diretto sulla ricerca biologica. [web:6][web:30]

La sintesi storica di Giuseppe L. Pesce riporta circa 60 specie e sottospecie, comprendendo organismi terrestri e acquatici. Il numero descrive l’inventario della documentazione considerata, non un conteggio delle sole specie marine. La ricchezza del sito comprende fauna dell’acquifero e ambienti emersi. [web:30]

Crostacei della Zinzulusa: la componente stigobia dell’acquifero

Fra gli organismi della Zinzulusa figurano Typhlocaris salentina, Spelaeomysis bottazzii, Stygiomysis hydruntina, Salentinella gracillima e Monodella stygicola. Appartengono a gruppi differenti di crostacei e documentano la varietà della fauna acquatica sotterranea salentina. [web:30]

Gli stigobi sono organismi obbligatoriamente legati alle acque sotterranee. Gli stigofili possono utilizzare questi ambienti senza dipenderne in modo esclusivo. La distinzione separa specializzazione ecologica e semplice presenza in grotta. Nella Zinzulusa, la documentazione distingue specie tipiche delle acque ipogee e forme con maggiore tolleranza alle variazioni ambientali. [web:30]

Le comunità dei bacini interni comprendono anche copepodi, ostracodi e altri piccoli organismi. La loro distribuzione rende evidente il rapporto tra biodiversità e caratteristiche dell’acqua. Un cambiamento nella salinità o nella circolazione può modificare la disponibilità di habitat per specie differenti. [web:30]

Per questa ragione, la conservazione della Zinzulusa deve includere il sistema idrico sotterraneo. La tutela della sola parte visibile della grotta non rappresenta l’intera dimensione ecologica del sito. La ricerca pubblicata nel 2001 su Natura Croatica richiama espressamente l’importanza di mantenere condizioni adeguate nell’acquifero. [web:36]

Higginsia ciccaresei: la spugna sotterranea della Zinzulusa

Higginsia ciccaresei è stata descritta nel 1998 da Maurizio Pansini e Giuseppe L. Pesce, su materiale della Zinzulusa. La specie rappresenta uno dei risultati delle ricerche condotte nelle porzioni sommerse interne. La revisione del 2023 sulle spugne delle grotte pugliesi ne conferma la rilevanza nel quadro regionale. [web:31]

La presenza di una spugna specializzata in un ambiente sotterraneo costiero amplia il significato della biodiversità della grotta. Non riguarda soltanto crostacei privi di pigmentazione o altri animali associati nell’immaginario alla vita ipogea. Comprende organismi filtratori e strategie biologiche meno evidenti al visitatore. [web:6][web:31]

La stessa revisione del 2023 aggiunge per la Zinzulusa una segnalazione di Terpios gelatinosus, specie frequente negli ambienti ombrosi. È utile distinguere i due risultati: Higginsia ciccaresei fu descritta come specie nuova; Terpios gelatinosus costituisce un nuovo dato di presenza nella cavità. [web:31]

Spugne delle grotte marine italiane: filtrazione e complessità dell’habitat

Le spugne costituiscono una componente dominante delle comunità fissate alle pareti di molte grotte marine mediterranee. La revisione del 2023 richiama 329 specie documentate in almeno 185 cavità del Mediterraneo, circa il 48% della diversità mediterranea dei poriferi. Queste cifre riguardano l’intero bacino. [web:31]

Per la Puglia, lo stesso lavoro riunisce dati di 26 grotte e registra 145 specie di spugne. Ne risultano 117 nelle Tremiti, 33 nel settore adriatico presso Bari e 73 nel Salento. I valori delle tre aree non vanno sommati, perché diverse specie sono condivise. [web:31]

Le spugne partecipano alla filtrazione dell’acqua e modificano la complessità dell’habitat. Uno studio mediterraneo pubblicato su Scientia Marina le descrive come “alberghi viventi”: ospitano fauna associata e offrono strutture utilizzabili da altri organismi. La loro funzione va oltre la semplice occupazione della parete. [web:20]

Questo rapporto aiuta a interpretare la vulnerabilità funzionale. La perdita di una specie può comportare anche la riduzione delle strutture e delle condizioni che offre ad altri animali. L’importanza ecologica di un organismo non dipende quindi soltanto dalla sua abbondanza o dalla superficie che ricopre. [web:20][web:4]

Pesci delle grotte marine italiane: rifugi e biodiversità aggiuntiva

Una ricerca pubblicata nel 2015 su PLOS ONE ha esaminato 14 grotte nelle aree marine protette di Capo Caccia, Lampedusa, Porto Cesareo e Plemmirio. Lo studio ha censito 38 specie di pesci all’interno delle cavità. Diciotto sono state osservate soltanto in grotta durante quel confronto con i fondali rocciosi esterni. [web:62]

Questa esclusività riguarda il campionamento, non significa che tutte le 18 specie vivano esclusivamente nelle grotte lungo l’intero areale. Il risultato dimostra che includere le cavità nei censimenti aumenta la rappresentatività degli inventari costieri. [web:62]

Apogon imberbis è stato rilevato in tutte le 14 grotte. Thorogobius ephippiatus in 13. Tra le specie osservate figurano anche piccoli gobidi, come Didogobius splechtnai e Gammogobius steinitzi, e predatori che utilizzano i rifugi durante il giorno, come il grongo Conger conger. [web:62]

Pareti, soffitti, fondi e settori terminali ospitano associazioni differenti. Le grotte non sono quindi semplici ripari intercambiabili. La loro morfologia contribuisce alla distribuzione dei pesci e al valore biologico della costa. [web:62]

Biodiversità delle grotte marine tra Liguria, Sardegna, Puglia e Sicilia

La sintesi mediterranea del 2021 registra 2.369 taxa in 404 grotte di 15 Paesi, entro un bacino nel quale sono note oltre 3.000 cavità marine. Anche in questo caso, si tratta di un quadro mediterraneo e non di un inventario nazionale italiano. [web:63]

In Liguria, la Grotta Marina di Bergeggi comprende porzioni emerse e sommerse, con passaggi, camere e piccoli bacini salmastri. Il sito mostra come una cavità costiera possa riunire condizioni ecologiche differenti in uno spazio relativamente contenuto. [web:70]

In Sardegna, il Bue Marino documenta il rapporto con l’acquifero carsico, mentre le grotte di Capo Caccia contribuiscono alla conoscenza della fauna marina e dei pesci. In Puglia, Tremiti e Salento offrono serie di dati sulle spugne e sui sistemi anchialini. In Sicilia e nelle Pelagie, Plemmirio e Lampedusa completano il confronto sulle comunità ittiche. [web:46][web:31][web:62]

La presenza di organismi legati a fessure, ambienti ombrosi e acque profonde contribuisce alla peculiarità delle comunità. Le condizioni di oscurità e scarsità alimentare possono rendere accessibili, a modesta profondità, alcuni aspetti ecologici normalmente associati ad ambienti più profondi. Non tutte le specie presenti sono cavernicole obbligate. [web:63][web:31]

Gradienti delle grotte marine: luce, cibo, idrodinamismo e salinità

La luce diminuisce procedendo verso l’interno. Le alghe si concentrano soprattutto nei settori dove resta possibile la fotosintesi. Più oltre, le comunità dipendono in larga parte da materiale organico trasportato dall’esterno e da organismi capaci di utilizzarlo. [web:31]

Il ricambio idrico regola una parte di questi apporti. Forma dell’ingresso, aperture secondarie, profondità e geometria delle gallerie influenzano circolazione e penetrazione della luce. In molti settori interni, il confinamento e la minore disponibilità di cibo riducono copertura biologica e biomassa. [web:31][web:63]

Nei sistemi anchialini si aggiunge la salinità. L’incontro tra acque differenti può produrre stratificazione, mentre maree e piene possono spostare le condizioni ambientali. Le comunità del Bue Marino e della Zinzulusa vanno interpretate entro questa dinamica tridimensionale. [web:30][web:43][web:46]

La zonazione biologica è quindi il risultato di più fattori che agiscono insieme. Non basta distinguere ingresso, penombra e buio sulla base della distanza. Occorre collegare ciascun settore alla sua geometria e al funzionamento delle acque. [web:46][web:63]

Cambiamenti climatici, specie introdotte e microplastiche nelle grotte marine

Il nuovo studio atlantico colloca la fragilità delle grotte nel contesto dei cambiamenti climatici e delle pressioni antropiche. La ricchezza tassonomica può coesistere con una scarsa ridondanza funzionale. Una perturbazione può quindi interessare ruoli ecologici con pochi rappresentanti. [web:4]

La letteratura mediterranea documenta anche la presenza crescente di specie introdotte. Una revisione pubblicata nel 2022 su Mediterranean Marine Science segnala che il loro numero nelle grotte censite è più che raddoppiato rispetto al precedente quadro di otto anni prima. Il dato riguarda l’insieme delle segnalazioni mediterranee, non una misura uniforme per ogni grotta italiana. [web:59]

Nel Bue Marino, una ricerca pubblicata nel 2023 su Marine Pollution Bulletin ha trovato microplastiche in tutti i campioni di acqua e sedimento esaminati. I materiali comprendevano soprattutto frammenti e fibre di PVC e polietilene. Gli autori hanno indicato una provenienza presumibilmente più marina che legata agli apporti stagionali di acqua dolce. [web:72]

Le analisi hanno identificato polietilene anche nei gusci di foraminiferi agglutinanti. Durante la costruzione del guscio, questi organismi avevano incorporato particelle plastiche insieme ai granuli sedimentari. Il risultato dimostra l’ingresso delle microplastiche nella componente biologica dell’ambiente studiato, senza equivalere a una misura della tossicità sull’intera comunità. [web:72]

Conservazione delle grotte marine italiane: habitat 8330 e gestione del territorio

Le grotte marine sommerse e semisommerse rientrano nell’habitat 8330 della Direttiva Habitat 92/43/CEE. Sono habitat di interesse comunitario. La loro conservazione richiede di mantenere condizioni favorevoli per gli ambienti e le comunità che li caratterizzano. [web:31]

La protezione va collegata al funzionamento del sito. Per una grotta marina aperta contano le pressioni costiere e le attività nell’area dell’imboccatura. Per un sistema anchialino conta anche la qualità dell’acquifero e la conservazione dei suoi equilibri idrici. Nel Bue Marino e nella Zinzulusa, mare e territorio partecipano allo stesso sistema ecologico. [web:31][web:36][web:43]

La letteratura segnala inoltre il disturbo associato alle attività subacquee non regolate. Contatti con il substrato e risospensione dei sedimenti possono interessare organismi delicati e alterare le condizioni locali. Le modalità di frequentazione devono quindi essere commisurate alle caratteristiche delle cavità. [web:62]

Dalle ricerche emerge un’impostazione gestionale articolata:

  • considerare insieme cavità, imboccature e contesto costiero;
  • proteggere qualità e regime delle acque nei sistemi anchialini;
  • conservare settori diversi, comprese le zone semibuie;
  • integrare inventari delle specie e analisi dei ruoli ecologici;
  • organizzare monitoraggi ripetuti, con metodi comparabili nel tempo. [web:4][web:31][web:36][web:43]

Monitoraggio della biodiversità delle grotte marine: dalle fotografie alle funzioni

I fotoquadrati permettono di osservare copertura e distribuzione degli organismi fissati alle pareti. La ricerca del 2026 li combina con l’analisi dei tratti biologici. Gli strumenti statistici RLQ e Fourth Corner collegano dati ambientali, distribuzione dei taxa e caratteristiche degli organismi; GLM e GAMM aiutano a descrivere le relazioni ecologiche. [web:4]

Il monitoraggio italiano può affiancare a queste osservazioni misure di temperatura, salinità, conducibilità, livello idrico e caratteristiche dei sedimenti. Nel Bue Marino, le ricerche sulle acque e sui foraminiferi mostrano il valore di questa integrazione. Per i pesci, i censimenti visivi devono includere microhabitat differenti. [web:43][web:46][web:62]

La distinzione tra inventario e funzione resta centrale. Un elenco indica quali organismi sono stati osservati. L’analisi funzionale studia come partecipano ai processi ecologici. Una serie temporale permette infine di riconoscere cambiamenti, separando per quanto possibile oscillazioni naturali e pressioni esterne. [web:4][web:31]

La scala spaziale aggiunge un ulteriore livello. Più grotte possono conservare una diversità funzionale maggiore rispetto a un singolo settore. Questo non rende sostituibili i siti: ciascuno può ospitare combinazioni biologiche e condizioni ambientali specifiche. La conservazione deve tenere insieme valore locale e complementarità della rete costiera. [web:4][web:31]

Concetti chiave sulla biodiversità delle grotte marine: schede di ripasso

  • Che cosa distingue ricchezza tassonomica e ridondanza funzionale? La prima riguarda la varietà dei taxa; la seconda la presenza di più taxa con combinazioni equivalenti dei tratti analizzati. [web:4]
  • Che cosa caratterizza un ambiente anchialino? La connessione sotterranea con il mare, spesso associata ad apporti di acqua dolce e a gradienti di salinità. [web:30]
  • Perché Bue Marino e Zinzulusa sono rilevanti? Riuniscono ambienti marini, acquatici sotterranei ed emersi, con specie specializzate e relazioni idrogeologiche documentate. [web:46][web:30][web:31]
  • Perché un inventario da solo non misura la resilienza? Non descrive necessariamente quanti rappresentanti sostengano ciascuna combinazione funzionale né come rispondano alle perturbazioni. [web:4]

Fonti scientifiche e documentali

  1. Gonzalez-Marrero e collaboratori, 2026 — “The vulnerability paradox in Atlantic marine caves: A multiscale mechanistic explanation from wave exposure to cave gradients”, Marine Environmental Research, 217, 107915. Scheda PubMed e DOI:
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41713036/
    https://doi.org/10.1016/j.marenvres.2026.107915
  2. Longo, Giménez, Miscioscia e Corriero, 2023 — “Sponge Fauna of the Apulian Marine Caves (Southern Italy): Current State of Knowledge”, Diversity, 15, 641:
    https://www.mdpi.com/1424-2818/15/5/641
  3. Gerovasileiou e Bianchi, 2021 — “Mediterranean Marine Caves: A Synthesis of Current Knowledge”:
    https://www.taylorfrancis.com/chapters/oa-edit/10.1201/9781003138846-1/mediterranean-marine-caves-synthesis-current-knowledge-vasilis-gerovasileiou-carlo-nike-bianchi
  4. Bussotti, Di Franco, Francour e Guidetti, 2015 — “Fish Assemblages of Mediterranean Marine Caves”, PLOS ONE:
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4395268/
  5. Romano e collaboratori, 2023 — “First record of microplastic in the environmental matrices of a Mediterranean marine cave (Bue Marino, Sardinia, Italy)”, Marine Pollution Bulletin:
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36473244/
  6. “Sponges as ‘living hotels’ in Mediterranean marine caves”, 2016 — Scientia Marina:
    https://scientiamarina.revistas.csic.es/index.php/scientiamarina/article/view/1641
  7. Gerovasileiou, Bancila, Katsanevakis e Zenetos, 2022 — “Introduced species in Mediterranean marine caves: an increasing but neglected threat”, Mediterranean Marine Science:
    https://ejournals.epublishing.ekt.gr/index.php/hcmr-med-mar-sc/article/view/31284
  8. Giuseppe L. Pesce — documentazione biospeleologica della Grotta Zinzulusa; articolo del 2001 “The Zinzulusa cave: an endangered biodiversity ‘hot spot’ of South Italy”, Natura Croatica:
    https://www.luciopesce.net/gw/caves/zinzul1.html
    https://hrcak.srce.hr/file/45291
  9. Scintilena, 4 maggio 2023 — “Monitoraggio del Bue Marino: Studio delle influenze delle maree sulla biodiversità del maggiore sistema carsico sommerso del Mediterraneo”:
    https://www.scintilena.com/monitoraggio-del-bue-marino-studio-delle-influenze-delle-maree-sulla-biodiversita-del-maggiore-sistema-carsico-sommerso-del-mediterraneo/05/04/
  10. Scintilena, 12 ottobre 2026 — “Grotta del Bue Marino, nei sedimenti sommersi la storia di un ambiente di 6.000 anni fa”:
    https://www.scintilena.com/grotta-del-bue-marino-nei-sedimenti-sommersi-la-storia-di-un-ambiente-di-6-000-anni-fa/10/12/
  11. Grotta del Bue Marino — documentazione sulla presenza storica della foca monaca:
    https://www.grottabuemarino.com/il-bue-marino/
  12. Pro Loco Bergeggi — descrizione della Grotta Marina di Bergeggi:
    https://www.prolocobergeggi.it/liguria/the-bergeggi-marine-cave/
  13. FAI — scheda della Grotta Zinzulusa:
    https://fondoambiente.it/luoghi/grotta-zinzulusa
  14. “Taxonomic and functional surrogates of sessile benthic diversity in Mediterranean marine caves”, 2017 — studio sul monitoraggio ecologico non distruttivo:
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5587111/

L'articolo Biodiversità delle grotte marine: molte specie, poche alternative quando l’ecosistema cambia proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Grotte lunari, l’esplorazione a vista guida le missioni verso Marius Hills
    Condividi Uno studio su Acta Astronautica analizza otto pozzi vulcanici e individua configurazioni favorevoli per comunicazioni e osservazioni. Le grotte lunari entrano nella pianificazione delle missioni attraverso mappe di visibilità, modelli del terreno e simulazioni delle riprese. Attenzione immagine di copertina di fantasia generata da AI Grotte lunari: due algoritmi per scegliere dove atterrare e cosa osservare L’esplorazione delle grotte lunari comincia prima della discesa nel so
     

Grotte lunari, l’esplorazione a vista guida le missioni verso Marius Hills

Október 14th 2026 at 09:00

Condividi

Uno studio su Acta Astronautica analizza otto pozzi vulcanici e individua configurazioni favorevoli per comunicazioni e osservazioni. Le grotte lunari entrano nella pianificazione delle missioni attraverso mappe di visibilità, modelli del terreno e simulazioni delle riprese.

Attenzione immagine di copertina di fantasia generata da AI

Grotte lunari: due algoritmi per scegliere dove atterrare e cosa osservare

L’esplorazione delle grotte lunari comincia prima della discesa nel sottosuolo. Comincia dalla scelta di un punto di atterraggio e dalla possibilità di mantenere un collegamento con il robot. Uno studio pubblicato nel 2026 su Acta Astronautica affronta questo problema con due algoritmi. Il primo misura la visibilità tra una piattaforma mobile e un lander. Il secondo ricostruisce le porzioni di parete e di cavità osservabili da una telecamera. [web:3]

Il lavoro, intitolato “Line-of-Sight as a key element of exploration missions into lunar volcanic pits, caves, and tubes”, è firmato da Ramon Margarit, Jordi Gómez Jodar, Anna Mittelholz, Valentin T. Bickel e Simon Stähler. La ricerca considera otto pozzi dei mari lunari, selezionati per la disponibilità di modelli digitali del terreno e di aree adatte alla valutazione dell’atterraggio. [web:3]

Al centro dell’analisi c’è la visibilità. La linea di vista, indicata con la sigla LoS, descrive un percorso geometrico non interrotto dal terreno. Per le piccole missioni robotiche è un requisito importante. Antenne compatte e disponibilità energetiche limitate rendono difficile compensare l’occultamento prodotto da pareti, bordi e rilievi. [web:3]

Pozzi vulcanici lunari: il terreno condiziona le comunicazioni

I pozzi vulcanici sono aperture prodotte dal collasso del terreno sopra un vuoto. Alcuni mostrano pareti verticali, tratti aggettanti e possibili prosecuzioni sotto la superficie. Attorno all’apertura può svilupparsi un imbuto di regolite. Il fondo contiene spesso blocchi e accumuli di materiale crollato. Questi elementi complicano sia il movimento sia l’osservazione. [web:72]

Il primo algoritmo utilizza modelli digitali del terreno, o DTM. Calcola quali punti restano visibili da una determinata posizione del lander. La valutazione tiene conto della geometria delle piattaforme e dell’altezza degli elementi coinvolti. Spostare il punto di atterraggio può quindi modificare sensibilmente l’area servita dal collegamento diretto. [web:3]

Le configurazioni più favorevoli raggiungono una copertura LoS del 90,3%. Tra gli esempi indicati figura una posizione prossima al pozzo di Marius Hills, a 14,085° di latitudine nord e 303,222° di longitudine est. La percentuale descrive la copertura geometrica nel dominio analizzato e nelle condizioni simulate. Non rappresenta una garanzia di collegamento radio continuo durante l’intera missione. [web:3]

Marius Hills: osservare a 30 metri di profondità senza scendere nel pozzo

Il secondo algoritmo impiega il ray-casting. Il metodo simula raggi che partono dalla telecamera e intersecano un modello tridimensionale. Consente di determinare quali superfici entrano nel campo visivo e quali restano nascoste. Lo studio applica questa procedura a un modello geometrico del pozzo di Marius Hills. [web:3]

I risultati mostrano che, da gran parte delle posizioni considerate, un robot potrebbe osservare fino a circa 15 metri di profondità. Questa configurazione non richiederebbe di attraversare pendii dell’imbuto superiori a circa 5°. Un esploratore progettato per il terreno dei pozzi, come quello previsto dal concetto LunarLeaper, potrebbe ottenere osservazioni più profonde. [web:3]

Con una telecamera collocata a circa 0,7 metri dal suolo e uno spostamento su una pendenza di circa 10°, il modello indica la possibilità di distinguere la prosecuzione cavernicola ipotizzata a circa 30 metri di profondità. Sono quote di osservazione, non profondità raggiunte dal robot. Il risultato riguarda inoltre la geometria simulata e non una ripresa già effettuata sul posto. [web:3]

LunarLeaper e grotte lunari: ricognizione dal bordo e geofisica di superficie

LunarLeaper è un concetto di missione sviluppato per studiare i pozzi attraverso un robot dotato di zampe. L’obiettivo è raggiungere terreni difficili vicino al bordo e integrare immagini con misure geofisiche. La strumentazione proposta comprende un radar per il sottosuolo, un gravimetro, una camera scientifica e uno spettrometro. Le zampe possono anche contribuire a esperimenti sulle proprietà meccaniche della regolite. [web:62][web:63]

La linea di vista mette così in relazione tre scelte. La prima riguarda il luogo di atterraggio. La seconda interessa il percorso del robot. La terza determina quali obiettivi scientifici possano essere osservati. Gli algoritmi dello studio forniscono strumenti per coordinare queste scelte nella preparazione delle missioni verso le grotte lunari. [web:3]


Relazione di approfondimento sulle grotte lunari: cavità osservate, scoperte e metodi di esplorazione

Grotte lunari e tubi lavici: origine e forme del sottosuolo

Le grotte lunari più studiate sono legate al vulcanismo e ai processi di collasso. Un tubo lavico può formarsi quando la parte esterna di una colata si raffredda e crea una copertura. La lava continua a scorrere sotto questa crosta. Quando il flusso diminuisce o si svuota, può rimanere un condotto. Il cedimento locale del tetto apre una finestra verso il sottosuolo, chiamata skylight. [web:21][web:29]

L’apertura e la galleria non sono la stessa struttura. Il pozzo è la parte visibile dall’orbita. Il condotto può proseguire lateralmente, sotto una copertura rocciosa. Il suo sviluppo dipende dalla storia della colata e dai crolli successivi. In altri contesti, le depressioni si trovano nei materiali fusi dagli impatti e poi solidificati. [web:72]

Questa distinzione è essenziale per leggere il paesaggio. Un allineamento di aperture può indicare una struttura sotterranea comune. Una singola depressione può invece corrispondere a un vuoto circoscritto. La classificazione combina forma, contesto geologico e osservazioni del fondo. [web:72][web:43]

Cavità lunari censite: centinaia di pozzi, origini differenti

Il censimento orbitale ha individuato centinaia di depressioni di collasso. Uno studio di Robert V. Wagner e Mark S. Robinson, pubblicato nel 2022 sul Journal of Geophysical Research: Planets, descrive quasi 300 pozzi. La maggioranza si trova in depositi di materiale fuso da impatto, all’interno di grandi crateri relativamente giovani, con età inferiori a circa un miliardo di anni. [web:72][web:76]

Gli autori hanno esaminato anche 21 pozzi esterni a questi depositi. Quattro presentano un contesto particolarmente indicativo di tubi lavici. Le altre strutture conservano interesse per l’accesso al sottosuolo e per la stratigrafia dei mari. Le pareti possono esporre successioni basaltiche per spessori di circa 20–100 metri. [web:72]

Il numero dei pozzi censiti non equivale quindi al numero di gallerie rilevate. È un inventario di aperture e depressioni riconoscibili nelle immagini. Il Pits Atlas di LROC raccoglie coordinate, dimensioni dell’imbuto, dimensioni interne e profondità. Questi parametri permettono di confrontare siti molto diversi senza ridurli a un’unica categoria. [web:78]

Marius Hills: dalla scoperta di Kaguya ai modelli tridimensionali

Il pozzo di Marius Hills si apre nell’Oceanus Procellarum, all’interno di una regione vulcanica attraversata da canali sinuosi. Fu individuato nelle immagini della missione giapponese SELENE, nota come Kaguya, e descritto nella letteratura scientifica nel 2009. Le successive riprese di LRO hanno documentato meglio il fondo e le pareti. [web:22][web:43]

La scheda attuale del Pits Atlas colloca il centro a 14,0917° nord e 303,2299° est. Riporta un imbuto di circa 79–92 metri e un’apertura interna di circa 49–55 metri. La profondità indicata, ricavata da modellazione stereoscopica, è di 40 metri. L’imbuto contribuisce per circa 10 metri al dislivello. [web:82]

Questi valori descrivono parti precise della struttura. Le dimensioni dell’imbuto non coincidono con quelle dell’apertura interna. Le stime delle prime immagini LROC riportavano invece circa 34 metri di profondità e dimensioni di 65 per 90 metri. Il rilievo stereoscopico offre una caratterizzazione successiva, utile per la pianificazione geometrica delle osservazioni. [web:11][web:82]

Il fondo appare relativamente piano, ma contiene blocchi. Vicino alla sua quota sono presenti piccoli aggetti su entrambi i lati. La struttura rende Marius Hills adatta a studiare insieme stratigrafia, collasso, accessibilità e possibile prosecuzione sotterranea. È anche il sito sul quale si concentra la simulazione delle riprese proposta dal nuovo studio sulla linea di vista. [web:82][web:3]

Tubi lavici di Marius Hills: radar Kaguya e gravità GRAIL

Nel 2017 un gruppo internazionale ha analizzato i dati del Lunar Radar Sounder di Kaguya nella regione di Marius Hills. Lo strumento trasmetteva onde a frequenze comprese tra 4 e 6 MHz. I ricercatori hanno individuato sequenze di echi compatibili con vuoti sotterranei: una diminuzione della potenza ricevuta seguita da un secondo picco marcato. [web:43]

Alcuni siti candidati seguono il canale sinuoso denominato rille A e il suo possibile prolungamento. La distribuzione degli indizi si estende verso sud-ovest per circa 50 chilometri. Le anomalie risultano inoltre associate, in diversi punti, a deficit di massa rilevati nei dati gravimetrici della missione GRAIL. [web:43][web:47]

Radar e gravimetria osservano proprietà differenti. Il radar registra riflessioni legate alle discontinuità del sottosuolo. Le misure gravitazionali evidenziano variazioni nella distribuzione della massa. La loro convergenza sostiene l’interpretazione di strutture cave regionali. L’estensione dei siti candidati non va confusa con il rilievo continuo di una galleria già percorsa. [web:43][web:47]

Mare Tranquillitatis: la scoperta radar di un condotto cavernicolo

Nel luglio 2024 Nature Astronomy ha pubblicato la ricerca “Radar evidence of an accessible cave conduit on the Moon below the Mare Tranquillitatis pit”. Lo studio ha fornito evidenza diretta di un condotto sotterraneo collegato al pozzo del Mare della Tranquillità. Il risultato deriva dalla rielaborazione dei dati acquisiti nel 2010 dal radar Mini-RF a bordo di LRO. [web:2][web:18]

Il gruppo comprende Leonardo Carrer e Lorenzo Bruzzone dell’Università di Trento, Riccardo Pozzobon dell’Università di Padova e La Venta, Francesco Sauro di La Venta, Davide Castelletti e Gerald Wesley Patterson. La ricerca integra elaborazione radar e interpretazione geologica di un ambiente non illuminato direttamente dal Sole. [web:17]

Una parte delle riflessioni provenienti dal pozzo è spiegata da un condotto che prosegue sotto la superficie per decine di metri. Le ricostruzioni riportate da Eos indicano un ingresso largo almeno 45 metri e uno sviluppo di circa 30–80 metri. A seconda della pendenza assunta, il tratto modellato raggiunge quote comprese fra 135 e 175 metri sotto la superficie. [web:2][web:13]

Il Pits Atlas assegna al pozzo una profondità di 105 metri. L’apertura interna misura circa 88–100 metri, mentre l’imbuto esterno arriva a circa 140–146 metri. Il condotto laterale appartiene dunque a una struttura più articolata della sola apertura visibile. La sua scoperta rende il sito un riferimento per l’esplorazione del sottosuolo lunare. [web:78][web:2]

Mare Ingenii e altri pozzi lunari: un quadro comparativo

Mare Ingenii, sulla faccia nascosta della Luna, ospita un altro pozzo di interesse scientifico. Le immagini LROC mostrano pareti stratificate. Ogni livello può documentare un episodio della storia vulcanica locale. La scheda del catalogo riporta un imbuto di circa 157–180 metri, un’apertura interna di 71–104 metri e una profondità di 55 metri. [web:11][web:78]

L’atlante comprende anche cavità nei mari Fecunditatis, Insularum, Moscoviense e Serenitatis, oltre a strutture nell’Oceanus Procellarum. Il confronto seguente utilizza i valori del catalogo LROC. Le dimensioni riguardano l’apertura interna, non l’intero imbuto. Le profondità sono quelle riportate per ciascuna scheda. [web:78] Sito Apertura interna riportata Profondità riportata Marius Hills 49–55 m 40 m Mare Tranquillitatis 88–100 m 105 m Mare Ingenii 71–104 m 55 m Central Mare Fecunditatis 100–122 m 42 m Mare Moscoviense 160–175 m 40 m Mare Serenitatis 17–21 m Oltre 25 m North Procellarum 2 155–160 m 43 m

Dati: Pits Atlas del Lunar Reconnaissance Orbiter Camera. Le misure non indicano lo sviluppo delle eventuali gallerie associate. [web:78]

Questa varietà modifica le esigenze delle missioni. Un pozzo piccolo e profondo richiede geometrie di ripresa diverse da una grande apertura. Aggetti e blocchi influenzano l’accesso. La posizione sulla faccia nascosta aggiunge esigenze specifiche di collegamento con l’esterno, oltre agli ostacoli prodotti dal terreno locale. [web:72][web:74]

Osservare le grotte lunari: immagini, fotogrammetria e radar

Le immagini orbitali costituiscono il primo livello di indagine. Riprese con illuminazioni diverse mostrano porzioni differenti delle pareti e del fondo. Le ombre aiutano a stimare i dislivelli. Le immagini oblique possono documentare superfici nascoste sotto un bordo aggettante. [web:11][web:43]

La fotogrammetria sfrutta immagini sovrapposte per ricostruire la geometria. Wagner e Robinson hanno prodotto modelli tridimensionali di sei interni utilizzando immagini della Narrow Angle Camera con risoluzione inferiore a due metri per pixel. Un successivo studio del 2024 ha ottenuto modelli di Marius Hills e Mare Tranquillitatis con risoluzione spaziale di due metri, combinando più coppie stereoscopiche. [web:72][web:73]

Il radar amplia l’indagine oltre le superfici illuminate. Le misure di Mini-RF hanno consentito di riconoscere il condotto di Mare Tranquillitatis. Il radar di Kaguya ha invece cercato discontinuità sotto il terreno circostante Marius Hills. Sono osservazioni complementari, acquisite con strumenti e geometrie differenti. [web:2][web:43]

Lo studio sulla LoS utilizza queste informazioni per una domanda operativa. Stabilisce dove collocare il lander e da quali posizioni osservare. La ricostruzione del paesaggio diventa così una base per pianificare il movimento e l’acquisizione dei dati. [web:3]

Temperatura delle grotte lunari e protezione della copertura rocciosa

Le cavità interessano anche la progettazione di infrastrutture permanenti. La copertura può ridurre l’esposizione a micrometeoriti e radiazioni. Le zone ombreggiate possono inoltre attenuare le escursioni termiche della superficie. Questi vantaggi spiegano l’interesse per ambienti sotterranei da caratterizzare con missioni dedicate. [web:21][web:74]

Una ricerca illustrata dalla NASA nel 2022, basata sui dati del radiometro Diviner e su modelli termici, ha studiato il pozzo di Mare Tranquillitatis. Le zone permanentemente ombreggiate analizzate mantengono temperature prossime a 17 °C. L’aggetto limita il riscaldamento diurno e la perdita di calore durante la notte. [web:21]

Il valore riguarda il sito e le condizioni modellate. Non è una temperatura attribuibile automaticamente a tutte le grotte lunari. La stessa comunicazione NASA confronta queste condizioni con temperature superficiali che possono raggiungere circa 127 °C di giorno e scendere fino a circa ?173 °C di notte. [web:21]

La funzione di riparo non elimina le necessità di un habitat. Restano da affrontare accesso, energia, comunicazioni, stabilità della roccia e condizioni operative del sottosuolo. La ricerca ESA tratta questi elementi come parti integrate della progettazione, insieme alla navigazione e alle misure scientifiche. [web:74]

Robot per le grotte lunari: LunarLeaper, DAEDALUS e prove sulla Terra

LunarLeaper privilegia la ricognizione dalla superficie. Il robot dovrebbe attraversare la zona del tubo ipotizzato, raggiungere il pozzo e combinare immagini con misure radar e gravimetriche. Questo approccio consente di studiare il sottosuolo senza richiedere subito una discesa lungo le pareti. Il programma rimane un concetto di missione in sviluppo. [web:67][web:63]

DAEDALUS affronta invece il problema dell’esplorazione verticale. Negli studi promossi dall’ESA, una sfera robotica dotata di camere e sistemi laser viene calata attraverso l’apertura. L’obiettivo è misurare le pareti e ricostruire l’ambiente tridimensionale. Alimentazione e trasmissione dei dati fanno parte dell’architettura di accesso. [web:74]

La preparazione comprende sperimentazioni terrestri. Nel settembre 2026 Scintilena ha raccontato il test di DaedalusCam in una cava basaltica dei Monti Lessini. La campagna ha impiegato quattro camere nella configurazione completa prevista per il sistema. Il lavoro riguarda riprese panoramiche, visione stereoscopica e ricostruzione geometrica. [web:29]

Gli analoghi terrestri permettono di verificare strumenti e procedure. Non riproducono integralmente l’ambiente lunare. Il loro contributo consiste soprattutto nella possibilità di confrontare le ricostruzioni con misure indipendenti e di correggere il sistema prima dell’impiego spaziale. [web:29]

Speleologia planetaria: dalle pareti basaltiche alla storia della Luna

Per la speleologia planetaria, le cavità lunari sono anche archivi geologici. Le pareti espongono successioni che la regolite nasconde in superficie. Osservare i contatti tra le colate aiuta a ricostruire la formazione della crosta basaltica. Strati di paleoregolite, se presenti, possono conservare informazioni sull’ambiente antico. [web:72][web:67][web:85]

Le missioni possono collegare scale diverse. Le immagini descrivono blocchi, livelli e aggetti. Il radar indaga la continuità dei vuoti. La gravimetria contribuisce a vincolarne la distribuzione. Le misure spettrometriche aggiungono informazioni sulla composizione. L’integrazione di questi strumenti permette di passare dall’apertura osservata a una ricostruzione geologica del sottosuolo. [web:62][web:67]

Il nuovo lavoro sulla linea di vista si inserisce in questo percorso. Affronta il collegamento pratico tra conoscenza del terreno e capacità del robot di raccogliere dati. Per esplorare le grotte lunari non basta individuare una cavità. Occorre anche raggiungere una posizione utile, mantenerne il collegamento e scegliere una geometria di osservazione compatibile con il mezzo. [web:3]

Fonti online e pubblicazioni scientifiche

Grotte Lunari

L'articolo Grotte lunari, l’esplorazione a vista guida le missioni verso Marius Hills proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Speleotemi e permafrost: le grotte dello Utah ricostruiscono 600.000 anni di clima
    Condividi Gli speleotemi dei monti Uinta documentano la presenza e il disgelo del permafrost montano. Lo studio collega gli archivi delle grotte ai processi che trasformano il sottosuolo, dalle montagne americane alle voragini della Siberia e ai terreni vulcanici della Kamchatka. Speleotemi e permafrost: la ricerca nelle grotte dello Utah Le concrezioni di due grotte calcaree dello Utah settentrionale hanno permesso di ricostruire una storia del permafrost montano lunga 600.000 anni. Il ri
     

Speleotemi e permafrost: le grotte dello Utah ricostruiscono 600.000 anni di clima

Október 14th 2026 at 08:00

Condividi

Gli speleotemi dei monti Uinta documentano la presenza e il disgelo del permafrost montano. Lo studio collega gli archivi delle grotte ai processi che trasformano il sottosuolo, dalle montagne americane alle voragini della Siberia e ai terreni vulcanici della Kamchatka.

Speleotemi e permafrost: la ricerca nelle grotte dello Utah

Le concrezioni di due grotte calcaree dello Utah settentrionale hanno permesso di ricostruire una storia del permafrost montano lunga 600.000 anni. Il risultato arriva da uno studio pubblicato su Quaternary Research, nel volume 131 del 2026, alle pagine 77–84. I ricercatori hanno utilizzato 108 datazioni uranio-torio degli speleotemi per individuare i periodi nei quali l’acqua liquida raggiungeva le cavità. La crescita delle concrezioni si concentra quasi interamente nelle fasi interglaciali. Le interruzioni corrispondono invece ai periodi glaciali, quando il terreno congelato ostacolava l’infiltrazione.

La ricerca riguarda i monti Uinta. Gli autori sono Jeffrey Munroe, Madison Wittmer, David McGee, Gabriela Serrato Marks, Kristin Kimble, Abigail Santis, Christoph Spötl e David Herron. Il gruppo riunisce competenze del Middlebury College, del Massachusetts Institute of Technology, dell’Università di Innsbruck e del servizio forestale statunitense. L’articolo è stato pubblicato online il 2 marzo 2026.

Permafrost montano e speleotemi: quando l’acqua torna a infiltrarsi

Gli speleotemi comprendono stalattiti, stalagmiti e altre concrezioni minerali delle grotte. Molte di queste strutture crescono quando l’acqua deposita carbonato di calcio. La presenza di acqua liquida costituisce quindi un requisito fondamentale per la loro formazione.

Nei monti Uinta, la sequenza delle età racconta l’alternanza fra condizioni favorevoli alla crescita e lunghi arresti. Durante le fasi fredde, il permafrost sopra le cavità limitava il passaggio dell’acqua. Nei periodi più caldi, il suo degrado consentiva la ripresa dell’infiltrazione e della deposizione minerale. Le grotte conservano così una registrazione indiretta delle condizioni termiche del sottosuolo.

Le 108 datazioni non corrispondono a 108 grotte né necessariamente ad altrettante concrezioni. Sono misure effettuate su speleotemi provenienti da due sistemi sotterranei indipendenti. La ricorrenza degli stessi raggruppamenti di età in più campioni rafforza l’interpretazione climatica del fenomeno.

Datazioni degli speleotemi e cicli del permafrost nel Quaternario

La crescita si concentra nei sottostadi isotopici marini MIS 5e, 7e, 9e, 11c e nello stadio MIS 13. Queste sigle identificano intervalli della cronologia climatica usata per confrontare le successioni del Quaternario. Nel lavoro corrispondono alle condizioni interglaciali che favorivano l’alimentazione idrica delle grotte.

Il metodo uranio-torio misura i rapporti fra isotopi radioattivi presenti nei carbonati. Consente di assegnare un’età alla deposizione delle concrezioni, anche per intervalli di centinaia di migliaia di anni. La qualità della ricostruzione dipende dalla conservazione del campione e dal controllo delle componenti iniziali di torio.

Il confronto fra le grotte e gli archivi paleoclimatici vicini indica una risposta regionale. Il permafrost montano si formava e si degradava seguendo i cicli climatici scanditi dalle variazioni orbitali terrestri. Le interruzioni degli speleotemi non rappresentano quindi soltanto una vicenda locale delle singole cavità.

Permafrost dei monti Uinta: il ruolo di un raffreddamento di 3–5 °C

I gradienti termici regionali indicano che un raffreddamento di circa 3–5 °C rispetto alle condizioni attuali sarebbe sufficiente a generare permafrost sopra le grotte studiate. Il dato riguarda questo specifico ambiente montano. Descrive la sensibilità del terreno alle variazioni climatiche e aiuta a interpretare le pause nella deposizione.

La ricerca fornisce un riferimento per i modelli climatici e per la valutazione dei rischi geomorfologici e idrologici. La degradazione del terreno congelato modifica infatti la stabilità dei versanti e la circolazione dell’acqua. Nelle aree carsiche, gli archivi delle grotte permettono di osservare questi rapporti su tempi molto più lunghi delle misurazioni strumentali.

Dalle grotte dello Utah al permafrost della Siberia

Il collegamento con la Siberia passa anche attraverso la speleologia. Nel 2013, una ricerca pubblicata su Science aveva utilizzato la crescita degli speleotemi lungo un transetto di grotte siberiane. L’obiettivo era ricostruire la storia del permafrost nelle condizioni climatiche del passato. Il lavoro dei monti Uinta estende questa prospettiva a un contesto montano nordamericano.

Sul terreno, il disgelo assume forme diverse. In Siberia produce depressioni termocarsiche, laghi, frane da disgelo e, in particolari condizioni geologiche, crateri da emissione di gas. In Kamchatka, il permafrost convive con depositi vulcanici, ghiaccio sepolto e sorgenti locali di calore. La relazione seguente approfondisce questi processi e distingue le loro conseguenze per il paesaggio e il sottosuolo.

Scioglimento del permafrost e voragini: relazione su Siberia e Kamchatka

Il disgelo del permafrost modifica la struttura dei terreni, la circolazione idrica e il ciclo del carbonio. Le voragini rappresentano una delle sue manifestazioni. Per comprenderle occorre distinguere la fusione del ghiaccio sotterraneo, le frane termiche e le espulsioni di gas in pressione.

Permafrost e strato attivo: che cosa cambia nel sottosuolo

Il permafrost è terreno che rimane a temperatura pari o inferiore a 0 °C per almeno due anni consecutivi. Può comprendere suolo, sedimenti e roccia. Non identifica necessariamente un unico strato compatto di ghiaccio. La quantità e la distribuzione del ghiaccio variano da un luogo all’altro.

Sopra il permafrost si trova spesso lo strato attivo. Questa porzione superficiale disgela nella stagione calda e ricongela durante quella fredda. Il suo ispessimento consente al calore e all’acqua di raggiungere livelli prima protetti dal gelo persistente.

È quindi più preciso parlare di disgelo del terreno e fusione del ghiaccio contenuto al suo interno. La differenza chiarisce anche perché il riscaldamento non produca ovunque una voragine. I cedimenti più marcati richiedono depositi ricchi di ghiaccio, la cui fusione lascia una struttura incapace di conservare il volume precedente.

Un’indagine internazionale basata su 156 siti di monitoraggio ha documentato un’accelerazione della degradazione del permafrost fra il 2000 e il 2024. Le osservazioni comprendono regioni artiche, antartiche e di alta montagna. L’aumento dello spessore dello strato attivo mostra che la trasformazione interessa ambienti geograficamente diversi.

Termocarsismo e voragini del permafrost: come si formano

Il termocarsismo è l’insieme dei processi e delle forme prodotti dal disgelo di terreni ricchi di ghiaccio. Quando il ghiaccio fonde, il terreno si assesta in modo irregolare. Si formano avvallamenti, conche, solchi, scarpate e depressioni che possono raccogliere acqua.

La sequenza può svilupparsi attraverso passaggi collegati:

  • Il ghiaccio sotterraneo fonde e riduce il sostegno dei sedimenti.
  • La superficie si abbassa, spesso in modo disomogeneo.
  • L’acqua si concentra nelle depressioni e trasferisce calore al sottosuolo.
  • L’erosione rimuove il materiale scongelato e può esporre altro terreno ricco di ghiaccio.

Il processo non richiede sempre una cavità aperta preesistente. Molte depressioni nascono dall’assestamento dei sedimenti dopo la perdita del ghiaccio. Altre evolvono attraverso frane e arretramento delle pareti. Il termine giornalistico “voragine” può quindi riunire morfologie con origini differenti.

Il nome richiama il carsismo per la somiglianza delle forme superficiali. Il meccanismo è diverso: il termocarsismo dipende dalla fusione del ghiaccio nel terreno, non dalla dissoluzione delle rocce carbonatiche. Questa distinzione è centrale anche per il pubblico speleologico.

Siberia e Batagay: la grande frana da disgelo del permafrost

Il caso di Batagay, noto anche come Batagaika, si trova nella Yakutia settentrionale, sui rilievi del bacino della Yana. La letteratura scientifica lo descrive come il più grande megaslump da disgelo retrogressivo conosciuto. Si tratta di una grande frana che si amplia mediante fusione del ghiaccio esposto e arretramento della scarpata.[8]

La forma viene spesso chiamata “cratere”. La sua evoluzione non corrisponde a quella di una singola esplosione. Il disgelo libera i sedimenti, che scivolano o vengono trasportati dall’acqua. La parete arretra e mette a nudo nuove porzioni del deposito congelato.[8]

Una revisione scientifica del 2023 ricostruisce tre fasi. Dopo il disturbo della vegetazione e del suolo fra gli anni Quaranta e Sessanta, si sviluppò un’incisione sul versante. Negli anni Ottanta l’erosione passò a una frana da disgelo. Negli anni Novanta il fenomeno raggiunse le dimensioni di un megaslump.[8]

I dati riferiti al 2019 indicavano circa 80 ettari di superficie. La forma raggiungeva 1,8 chilometri di lunghezza e una larghezza massima di 0,89 chilometri. La parete principale arrivava a circa 55 metri sopra il fondo. Queste misure descrivono un momento preciso della sua evoluzione.[8]

Il contenuto di ghiaccio spiega parte della vulnerabilità. Nel complesso glaciale superiore studiato, il ghiaccio raggiungeva fino all’87% del volume. La sua fusione comporta quindi una perdita importante della struttura del deposito, seguita dalla mobilizzazione di sabbia, limo e materia organica.[8]

Permafrost di Batagay: un archivio ambientale di almeno 650.000 anni

Le pareti della frana espongono depositi che conservano una storia ambientale estesa ad almeno 650.000 anni. La successione comprende complessi ricchi di ghiaccio, livelli sabbiosi, resti vegetali e tracce di antiche superfici erosive. Il sito permette di studiare la persistenza del permafrost attraverso più cicli climatici.[8][14]

Il disgelo porta alla luce anche ossa, denti e carcasse conservate. La Scintilena ha raccontato nel dicembre 2024 il ritrovamento del giovane mammut Yana, proveniente da Batagaika e presentato come risalente a circa 50.000 anni fa. La notizia si inserisce nella più ampia documentazione paleontologica del sito.[15]

L’esposizione rende questi archivi accessibili, ma avvia anche la loro trasformazione. L’acqua trasferisce sedimenti e materia organica verso il fiume Batagay e poi verso la Yana. I microrganismi possono decomporre parte del carbonio prima conservato nel terreno congelato.[16]

Il confronto con lo Utah è utile, pur mantenendo distinti i materiali. Nelle grotte, gli speleotemi registrano quando l’acqua poteva infiltrarsi. A Batagay, la stratigrafia conserva ghiaccio, sedimenti e resti biologici. Entrambi gli archivi contribuiscono alla ricostruzione del rapporto fra clima e sottosuolo.[1][8]

Siberia occidentale: i crateri da emissione di gas di Yamal e Gydan

Un’altra categoria di voragini è documentata nelle penisole di Yamal e Gydan. Sono i gas emission craters, indicati con la sigla GEC. La loro formazione coinvolge gas in pressione e l’espulsione di terreno congelato. Non sono semplicemente conche prodotte da un lento assestamento.[6]

Uno dei casi che richiamarono l’attenzione internazionale fu osservato nella penisola di Yamal nel 2014. Il modello descritto dai ricercatori prevede un accumulo di metano sotto o dentro il permafrost ricco di ghiaccio. La sovrapressione può deformare la superficie e superare la resistenza dei materiali sovrastanti.[17]

Il fenomeno produce una rottura rapida, con espulsione di ghiaccio e sedimenti. Successivamente, l’erosione delle pareti e l’ingresso dell’acqua possono trasformare il cratere. La forma iniziale diventa quindi meno riconoscibile nel paesaggio.[6][18]

Una ricerca del 2021 ha analizzato 327.000 chilometri quadrati della regione Yamal-Gydan. Il metodo riconosceva i sette GEC allora riportati nella letteratura e individuava tre ulteriori forme simili. Il 5% del paesaggio risultava modificato fra il 1984 e il 2017. Questa percentuale riguarda tutti i cambiamenti rilevati, non soltanto i crateri da gas. Le frane retrogressive da disgelo erano più abbondanti dei GEC.[6]

Permafrost, gas profondi e riscaldamento: i processi dei crateri siberiani

La formazione dei GEC coinvolge condizioni geologiche e termiche specifiche. Uno studio del 2025 propone un ruolo determinante per flussi concentrati di gas e calore provenienti da sotto il permafrost. Il lavoro associa i crateri alla presenza di faglie e all’incontro fra zone scongelate sotto laghi o fiumi e assottigliamenti locali del terreno congelato.[9]

In questa interpretazione, il riscaldamento atmosferico agisce anche indirettamente. Favorisce la trasformazione del permafrost e lo sviluppo di laghi e corsi d’acqua, modificando le condizioni che consentono l’accumulo e la fuoriuscita del gas. L’origine di un cratere dipende quindi dall’interazione fra clima, struttura geologica e circolazione dei fluidi.[9]

I modelli scientifici descrivono contributi diversi e continuano a essere affinati. Il punto comune è il ruolo di una pressione capace di rompere il terreno. Questo separa i crateri da gas dalle depressioni termocarsiche ordinarie e dal megaslump di Batagay.[6][8][9]

Kamchatka: permafrost montano e terreni vulcanici

La Kamchatka presenta un contesto diverso dalle pianure di Yamal. Nel gruppo vulcanico Klyuchevskaya, il permafrost è diffuso anche in prossimità di vulcani attivi. La sua distribuzione dipende dalla quota, dalle condizioni termiche superficiali, dalla neve e dalle caratteristiche dei depositi vulcanici.[7]

Uno studio di Andrey Abramov, Stephan Gruber e David Gilichinsky, pubblicato nel 2008, descrive misurazioni e campagne condotte fra il 2002 e il 2007. I risultati documentano temperature medie annue del terreno vicine a 0 °C intorno a 950 metri di quota e prossime a ?7 °C a 2.500 metri. Il modello prevedeva permafrost a partire da circa 700 metri, con variazioni locali.[7]

Le simulazioni indicavano spessori dell’ordine di un chilometro sotto le cime più alte. Si tratta di stime modellistiche relative all’area studiata, non di misure applicabili all’intera penisola. Il lavoro costituisce una base per comprendere la struttura del sottosuolo vulcanico congelato.[7]

La presenza di magma non impedisce automaticamente la conservazione del permafrost. Il calore delle fumarole e dei condotti ha effetti localizzati. Le scorie vulcaniche possono inoltre isolare il ghiaccio sepolto. Nei sondaggi descritti dagli autori erano presenti livelli di ghiaccio massivo protetti da depositi vulcanici.[7]

Disgelo e voragini in Kamchatka: ghiaccio sepolto, infiltrazione e cedimenti

Nei terreni vulcanici della Kamchatka convivono lave, ceneri, scorie, sedimenti congelati e ghiaccio sepolto. Alcuni materiali sono molto porosi. L’acqua può quindi infiltrarsi anche attraverso substrati parzialmente congelati, quando i pori non sono completamente occupati dal ghiaccio.[7]

La risposta al riscaldamento dipende dalla struttura locale. Nei depositi ricchi di ghiaccio, la fusione può favorire assestamenti e depressioni. Sui versanti può contribuire alla mobilizzazione dei materiali. In questo ambiente, la valutazione dei cedimenti deve considerare insieme il ghiaccio sotterraneo, l’acqua e le proprietà meccaniche dei depositi vulcanici.[5][7][19]

Occorre distinguere anche il permafrost dal ghiaccio di origine glaciale sepolto. Le depressioni prodotte dalla fusione di ghiaccio glaciale relitto non sono classificate nello stesso modo del termocarsismo dei terreni permanentemente congelati. Una forma simile in superficie può dunque corrispondere a una storia diversa del sottosuolo.[12]

Per la Kamchatka, il riferimento è quindi un sistema montano e vulcanico con condizioni locali molto variabili. I crateri da emissione di gas studiati a Yamal e Gydan appartengono a un altro quadro geologico. La distinzione consente di descrivere il rischio senza trasferire automaticamente un meccanismo da una regione all’altra.[6][7]

Laghi termocarsici e permafrost: il ruolo dell’acqua nel disgelo

L’acqua non è soltanto un prodotto della fusione. È anche un mezzo di trasporto del calore. Quando una depressione diventa un lago che non congela fino al fondo, può mantenere una zona scongelata nel sottosuolo: il talik. La presenza di questa zona modifica la circolazione idrica e la distribuzione del permafrost.[13]

Nel delta della Lena, uno studio su cinque laghi ha misurato temperature medie annue sul fondo comprese fra 2,7 e 4 °C. Durante il periodo senza ghiaccio, le temperature mensili dell’acqua di fondo arrivavano a 15 °C. I bacini funzionavano come assorbitori di calore, trasferendolo ai sedimenti sottostanti.[20]

I laghi possono ampliarsi, unirsi o drenarsi attraverso nuovi percorsi. L’evoluzione idrologica modifica quindi anche l’evoluzione termica del terreno. Non esiste una sequenza identica per tutti i bacini: il risultato dipende dal ghiaccio disponibile, dalla topografia e dai collegamenti con il reticolo idrografico.[13][21]

Permafrost e carbonio: perché le voragini hanno effetti climatici

La regione settentrionale del permafrost conserva grandi quantità di carbonio organico. Una sintesi NOAA del 2019 stimava un deposito di 1.460–1.600 miliardi di tonnellate di carbonio nei suoli della regione. È una riserva complessiva, non una quantità destinata a essere emessa immediatamente.[22]

Il disgelo rende parte della materia organica disponibile alla decomposizione microbica. Si producono anidride carbonica e metano, con proporzioni influenzate anche dall’umidità e dalla disponibilità di ossigeno. Gli ambienti saturi d’acqua favoriscono la produzione di metano.[22][23]

Le forme di disgelo rapido possono esporre livelli profondi in tempi brevi. Per questo, frane e depressioni termocarsiche hanno rilevanza nel bilancio del carbonio. Una valutazione circumpolare del 2016 stimava che i paesaggi termocarsici occupassero circa il 20% della regione settentrionale del permafrost e conservassero circa metà del carbonio organico sotterraneo dell’area studiata.[5]

Il carbonio mobilizzato non si trasforma interamente e subito in gas. Una parte viene trasportata, depositata o ulteriormente trasformata nei fiumi e nei laghi. La ricerca su Batagay documenta proprio il collegamento fra disgelo, erosione e trasferimento della materia organica.[16]

Rischi del permafrost per infrastrutture e versanti

Il terreno congelato sostiene edifici, strade e altre infrastrutture. La sua degradazione può ridurre la capacità portante e aumentare i cedimenti differenziali. Le deformazioni dipendono dal contenuto di ghiaccio e dalla distribuzione del disgelo, non soltanto dalla temperatura dell’aria.[10][19]

In Yakutia, studi sulle comunità rurali collegano il termocarsismo a deformazioni di abitazioni e fabbricati, riduzione delle aree edificabili e perdita di terreni agricoli. Si tratta di trasformazioni che coinvolgono direttamente l’uso del territorio.[24]

Il monitoraggio combina osservazioni sul campo e telerilevamento. I sondaggi misurano la temperatura del terreno. Le misure dello strato attivo seguono il disgelo stagionale. Le immagini satellitari e i rilievi topografici documentano l’evoluzione delle depressioni e delle scarpate.[6][7][25]

I crateri da gas richiedono inoltre attenzione alla possibile deformazione della superficie e alla distribuzione delle condizioni geologiche favorevoli. Le mappe aiutano a individuare le trasformazioni, mentre la valutazione del rischio deve distinguere i diversi processi che le producono.[6][9]

Speleologia e permafrost: gli archivi delle grotte completano il monitoraggio

Le misurazioni strumentali descrivono il cambiamento contemporaneo. Gli archivi geologici estendono l’osservazione ai cicli climatici del passato. Le 108 datazioni dei monti Uinta offrono una ricostruzione della risposta del permafrost montano su 600.000 anni.[1]

Il contributo delle grotte riguarda soprattutto il rapporto fra gelo e infiltrazione. Gli speleotemi mostrano quando l’acqua poteva raggiungere il sottosuolo e depositare carbonati. Le successioni di Batagay conservano invece ghiaccio e materiali antichi. I sondaggi della Kamchatka descrivono la distribuzione termica nei terreni vulcanici.[1][7][8]

Questi strumenti osservano componenti diverse dello stesso sistema. Il loro confronto aiuta a comprendere la vulnerabilità dei terreni congelati, i cambiamenti idrologici e l’evoluzione dei versanti. Per la speleologia, lo studio dello Utah conferma il valore delle concrezioni come documenti della storia climatica e della circolazione dell’acqua.[1]

Scheda di studio: concetti chiave sul permafrost

  • Permafrost: terreno a temperatura pari o inferiore a 0 °C per almeno due anni consecutivi.[10]
  • Strato attivo: porzione superficiale che disgela e ricongela stagionalmente.[11]
  • Termocarsismo: assestamento e trasformazione di terreni ricchi di ghiaccio durante il disgelo.[5]
  • Talik: zona di terreno scongelato che può persistere sotto un lago.[13]
  • GEC: cratere prodotto dall’espulsione di terreno associata a gas in pressione.

Fonti
[1] Speleothems in Utah caves record past dynamics of mountain permafrost | Quaternary Research | Cambridge Core https://www.cambridge.org/core/journals/quaternary-research/article/abs/speleothems-in-utah-caves-record-past-dynamics-of-mountain-permafrost/82FDABC8EAC3EDA75A2079DDCB9620C5
[2] Speleothems – Caves and Karst (U.S. National Park Service) https://www.nps.gov/subjects/caves/speleothems.htm
[3] Uranium-Series Dating of Speleothems: Current Techniques, Limits … https://link.springer.com/chapter/10.1007/978-1-4419-9118-8_10
[4] Speleothems reveal 500000-year history of Siberian permafrost. – ORA https://ora.ox.ac.uk/objects/uuid:c6d6a31f-6a5d-4975-ac06-10885254649e
[5] Circumpolar distribution and carbon storage of thermokarst … https://www.nature.com/articles/ncomms13043
[6] Detecting and Mapping Gas Emission Craters on the Yamal and Gydan Peninsulas, Western Siberia https://www.mdpi.com/2076-3263/11/1/21
[7] [PDF] Mountain permafrost on active volcanoes: field data and statistical … https://scispace.com/pdf/mountain-permafrost-on-active-volcanoes-field-data-and-3xijvzrjoi.pdf
[8] Batagay megaslump: A review of the permafrost deposits … https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/ppp.2194
[9] Formation of giant Siberian gas emission craters (GECs) – PubMed https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/40695218/
[10] Permafrost – ClimateChangePost https://www.climatechangepost.com/countries/russia/permafrost/
[11] Global study indicates widespread permafrost degradation https://www.preventionweb.net/news/global-study-indicates-widespread-permafrost-degradation
[12] Thermokarst | Types, Formation, & Facts – Britannica https://www.britannica.com/science/thermokarst
[13] Story Map »Thermokarst Lakes – Arctic Landscape EXplorer (ALEX) https://alex.awi.de/en/story-maps/thermokarst-lakes/slide-02
[14] A multimethod dating study of ancient permafrost, Batagay megaslump, east Siberia https://www.cambridge.org/core/services/aop-cambridge-core/content/view/A9EF8CD9E70A048C45ECF590A49D892D/S0033589421000272a.pdf/div-class-title-a-multimethod-dating-study-of-ancient-permafrost-batagay-megaslump-east-siberia-div.pdf
[15] Scoperta di un Cucciolo di Mammut di 50.000 Anni in … https://www.scintilena.com/scoperta-di-un-cucciolo-di-mammut-di-50-000-anni-in-siberia-un-ritrovamento-eccezionale-nel-permafrost-siberiano/12/26/
[16] Molecular biomarkers in Batagay megaslump permafrost deposits … https://tc.copernicus.org/articles/16/3601/2022/
[17] New study reveals formation of new gas emissions craters in the Arctic https://www.woodwellclimate.org/new-study-reveals-formation-of-new-gas-emissions-craters-in-the-arctic/
[18] Formation of giant Siberian gas emission craters (GECs) – EarthArXiv https://eartharxiv.org/repository/view/6351/
[19] Permafrost Degradation: Mechanisms, Effects, and (Im)Possible Remediation https://www.mdpi.com/2073-445X/14/10/1949
[20] Thermal processes of thermokarst lakes in the continuous permafrost zone of northern Siberia – observations and modeling (Lena River Delta, Siberia) https://www.biogeosciences.net/12/5941/2015/bg-12-5941-2015.pdf
[21] Gradual and Abrupt Permafrost Thaw as Drivers of Rapid Geomorphic Change in Arctic Permafrost Regions https://meetingorganizer.copernicus.org/EGU2020/EGU2020-11772.html
[22] Permafrost and the Global Carbon Cycle – NOAA Arctic https://arctic.noaa.gov/report-card/report-card-2019/permafrost-and-the-global-carbon-cycle/
[23] How emissions from thawing permafrost reshape carbon budgets https://www.sciencespo.fr/chair-sustainable-development/news/how-emissions-from-thawing-permafrost-reshape-carbon-budgets/
[24] Influence of Permafrost Landscapes Degradation on Livelihoods of Sakha Republic (Yakutia) Rural Communities https://www.mdpi.com/2073-445X/10/2/101/pdf
[25] Thermokarst Development Detected from High-Definition Topographic Data in Central Yakutia https://www.mdpi.com/2072-4292/10/10/1579/pdf?version=1538384706
[27] Formation of giant Siberian gas emission craters (GECs). https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0048969725016821
[28] Future and present susceptibility to thermokarst hazards in … https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0022169425011254
[29] A Biogeochemical Study of Greenhouse Gas Formation From Two Ice Complexes of Batagay Megaslump, East Siberia https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/ppp.2234
[30] Assessing Organic Matter Characteristics in Ancient Permafrost: A Biogeochemical Study at the Batagay Megaslump, East Siberia https://www.semanticscholar.org/paper/7a595018f929fa9103bb76d03469d9a95df53099
[31] Paleoclimate Inferred from Concentration of Greenhouse Gas and Ratios of O2/Ar and N2/Ar in Ice Wedges in Northeastern Siberia and Northern Alaska https://meetingorganizer.copernicus.org/EGU21/EGU21-6965.html
[32] Speleothems in Utah caves record past dynamics of mountain … https://www.cambridge.org/core/journals/quaternary-research/article/speleothems-in-utah-caves-record-past-dynamics-of-mountain-permafrost-corrigendum/F1C809F69667673077DF67DEEA55217C
[33] Speleothems in Utah Caves Record Past Dynamics of Mountain … https://static.cambridge.org/content/id/urn:cambridge.org:id:article:S0033589426100763/resource/name/S0033589426100763sup001.pdf
[34] Deep ice-Rich permafrost and Its Carbon Vulnerability https://www.semanticscholar.org/paper/e83493a309c51bec13a9ed08092f9a6753d3246c
[35] Munroe, Jeffrey; Wittmer, Madison; McGee, David; Marks … https://zh.mindat.org/reference.php?id=20097012
[36] Batagay megaslump: A review of the permafrost deposits, Quaternary environmental history, and recent development https://onlinelibrary.wiley.com/doi/pdfdirect/10.1002/ppp.2194
[37] Speleothems in Utah caves record past dynamics of mountain … https://quaternary.uibk.ac.at/publication/speleothems-in-utah-caves-record-past-dynamics-of-mountain-permafrost/
[38] Detecting and Mapping Gas Emission Craters on the Yamal and Gydan Peninsulas, Western Siberia https://www.mdpi.com/2076-3263/11/1/21/pdf
[39] Gas emission crater – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Gas_emission_crater
[40] Formation of Gas-Emission Craters in Northern West Siberia: Shallow Controls https://www.mdpi.com/2076-3263/11/9/393/pdf
[41] Why those huge craters in Siberia are a climate wake-up call | EDF https://www.edf.org/why-those-huge-craters-siberia-are-climate-wake-call
[42] Experimental Insights Into Freeze?Thaw Effects on Fine?Grained Sediment Rheology Under Thermokarst Development https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2025GL114884
[43] [PDF] Current and Future Permafrost Emissions as Large as Major Emitters https://unfccc.int/sites/default/files/resource/Global_Carbon_Budgets_Current_and_Future_Permafrost_Emissions_as_Large_as_Major_Emitters_SusanaHancock.pdf
[44] Monitoring the Thaw Slump-Derived Thermokarst by Alos-2 Interferometric Data in Permafrost Terrain of Qinghai-Tibet Plateau Between 2015 And 2022 https://ieeexplore.ieee.org/document/10282107/
[45] Summary for Policymakers – IPCC https://www.ipcc.ch/report/ar6/syr/summary-for-policymakers/
[46] Quantifying the water contributions and carbon consequences of permafrost degradation on the Tibetan Plateau. https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S2095927325009661
[47] Susceptibility of active-layer detachment failures and vulnerability of infrastructure in Alaska and northwestern Canada https://link.springer.com/10.1007/s10346-025-02603-x
[48] The role of thermokarst evolution in debris flow initiation (Hüttekar … https://egusphere.copernicus.org/preprints/2022/egusphere-2022-567/
[49] [PDF] Permafrost and Climate Change: Carbon Cycle Feedbacks From the … https://epic.awi.de/57387/1/Schuur_2022.pdf
[50] NUNATARYUK: Permafrost thaw and the changing Arctic coast. Science for socio-economic adaptation https://www.semanticscholar.org/paper/41ea050e3cb7da30709a03a8ef40490e4c52d6c5
[51] Raccolta Aprile 2008 https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2023/06/2008_04_Raccolta_Scintilena_Aprile.pdf
[52] INVESTIGATING THE IMPACTS OF PERMAFROST THAW ON ARCTIC LANDSCAPES https://www.semanticscholar.org/paper/04067aaaabc1764f0e21ccf7884f38902f64da95
[53] Raccolta Gennaio 2026 https://www.scintilena.com/wp-content/uploads/2020/03/Annales-Scintilena-Gennaio-2026.pdf
[54] Role of Ecosystem-Driven Permafrost in Soil Development and Ecosystem Fragmentation During the Holocene Evolution of a Boreal Lowland Landscape https://www.mdpi.com/2076-3263/16/9/355
[55] Raccolta Giugno 2007 https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2023/06/2007_06_Raccolta_Scintilena_Giugno.pdf
[56] The impact of the permafrost carbon feedback on global climate https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/9/8/085003
[57] Long-term monitoring of active layer thickness confirms global … https://www.nature.com/articles/s43247-026-03824-1
[58] ESTIMATION OF SEISMIC IMPACTS UNDER CONDITIONS OF PERMAFROST DEGRADATION http://www.kscnet.ru/journal/kraesc/article/view/737
[59] Permafrost – UNESCO https://www.unesco.org/en/tags/permafrost?hub=748
[60] SPECIFICS OF THE LITHOSPHERE OF THE PERMAFROST ZONE OF EASTERN SIBERIA http://www.kscnet.ru/journal/kraesc/article/view/650
[61] Climate Change in the Arctic – Permafrost, Thermokarst, and … https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/j.1749-8198.2010.00390.x
[62] Morphometry of volcanic cones on Mars in perspective of Astrobiological Research https://www.cambridge.org/core/product/identifier/S1473550415000166/type/journal_article
[63] Thermokarst disturbance responses to climate change across … https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1674987125001525
[64] Non-temperature environmental drivers modulate warming-induced 21st-century permafrost degradation on the Tibetan Plateau https://www.nature.com/articles/s41467-025-63032-x
[65] Senza titolo https://ui.adsabs.harvard.edu/abs/2021cosp…43E.402S/abstract
[66] Permafrost vulnerability to climate change: understanding thaw dynamics and climate feedback of permafrost degradation https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/adfc7e
[67] Permafrost Degradation and Concomitant Hydrological Changes Dominated by Anthropogenic Greenhouse Gas Emissions in the Northeastern Tibetan Plateau https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2024GL113679
[68] Thermokarst – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Thermokarst
[69] Review of Permafrost Degradation in the Mongolian Plateau https://www.mdpi.com/2073-445X/14/2/383
[70] A Blessing and a Curse: Melting Permafrost in the Russian Arctic https://www.thearcticinstitute.org/blessing-curse-melting-permafrost-russian-arctic/
[71] Methane-cycling microbiomes in soils of the pan-Arctic and their response to permafrost degradation https://www.nature.com/articles/s43247-025-02765-5
[72] Geomorphology of the Central Kamchatka Depression, the Kamchatka Peninsula, NE Pacific https://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/17445647.2023.2252006?needAccess=true&role=button
[73] A shift of thermokarst lakes from carbon sources to sinks during the … https://www.usgs.gov/publications/a-shift-thermokarst-lakes-carbon-sources-sinks-during-holocene-epoch
[74] Speleothems in Utah caves record past dynamics of mountain … https://www.cambridge.org/core/journals/quaternary-research/article/speleothems-in-utah-caves-record-past-dynamics-of-mountain-permafrost/82FDABC8EAC3EDA75A2079DDCB9620C5
[75] INFLUENCE OF RIFT ZONES AND THERMOKARST LAKES ON THE FORMATION OF SUBAQUEOUS PERMAFROST AND THE STABILITY ZONE OF METHANE HYDRATES OF THE LAPTEV SEA SHELF IN THE PLEISTOCENE https://ice-snow.igras.ru/jour/article/download/458/269
[76] Active thermokarst zones on permafrost territory and their dete?ting … https://izvestiya.tpu.ru/archive/article/view/1685
[77] Geocryological conditions triggering thermokarst processes in Central Yakutia https://www.e3s-conferences.org/articles/e3sconf/pdf/2020/23/e3sconf_vc2020_02007.pdf
[78] Mountain permafrost on active volcanoes: field data and statistical … https://ideas.repec.org/a/wly/perpro/v19y2008i3p261-277.html
[79] ?????????? – ????????? https://ru.wikipedia.org/wiki/%D0%A2%D0%B5%D1%80%D0%BC%D0%BE%D0%BA%D0%B0%D1%80%D1%81%D1%82
[80] Vulnerability of the Ancient Peat Plateaus in Western Siberia https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8707802/
[81] Kamchatka Peninsula – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Kamchatka_Peninsula
[82] Glaciers in the Russian Mountains (Caucasus, Altai, Kamchatka) in … https://journals.eco-vector.com/2076-6734/article/view/659370
[83] Thermokarst lakes – Brockmann Consult https://www.brockmann-consult.de/lakes/thermokarst-lakes/
[84] Climate warming has lead to widespread thawing in – CNN https://www.cnn.com/2019/06/11/americas/thermokarst-arctic-climate-change-intl-hnk
[85] Speleothems Reveal 500,000-Year History of Siberian Permafrost https://www.gt-crust.ru/jour/article/download/86/88
[86] Speleothems in subglacial caves: An emerging archive of glacial climate history and mountain glacier dynamics https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0277379124001859
[87] U–Th dating of speleothems with high initial 230Th using … https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1871101407000222
[88] The antiquity of Nullarbor speleothems and implications for karst palaeoclimate archives https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC6345804/
[89] Petrology, geochronology, and tectonic implications of c. 500 Ma metamorphic and igneous rocks along the northern margin of the Central Asian Orogen (Olkhon terrane, Lake Baikal, Siberia) https://ndownloader.figshare.com/files/5425988
[90] [PDF] Speleothems Reveal 500000-year History of Siberian Permafrost https://www.research.ed.ac.uk/files/11622548/PDF_Science2013.pdf
[91] Paleolithic occupation of arid Central Asia in the Middle Pleistocene https://dx.plos.org/10.1371/journal.pone.0273984
[92] Speleothems Reveal 500,000-Year History of Siberian Permafrost https://www.earth.ox.ac.uk/publication/385519/scopus
[93] Speleothems Reveal 500,000-year History of Siberian Permafrost https://www.research.ed.ac.uk/en/publications/speleothems-reveal-500000-year-history-of-siberian-permafrost/
[94] Uranium–thorium dating – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Uranium%E2%80%93thorium_dating
[95] What is Uranium-Thorium Dating? – Isobar Science https://isobarscience.com/what-is-u-th-dating/
[96] Speleothems Reveal 500000-Year History of Siberian Permafrost https://scispace.com/papers/speleothems-reveal-500-000-year-history-of-siberian-1hmx4a1z89
[97] Siberian caves warn of permafrost meltdown https://www.sciencedaily.com/releases/2013/06/130619101521.htm
98 Uranium–thorium dating method and Palaeolithic rock art https://www.academia.edu/90905663/Uranium_thorium_dating_method_and_Palaeolithic_rock_art
[99] [PDF] Uranium-thorium dating: the race towards the earliest rock art https://aplombpublications.net/wp-content/uploads/2026/03/AOJHAE-02-0007_Final.pdf

Permafrost

L'articolo Speleotemi e permafrost: le grotte dello Utah ricostruiscono 600.000 anni di clima proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • “Forest – Il futuro ha radici antiche”: a Pietra Ligure il documentario che racconta il bosco e chi se ne prende cura
    Condividi Mercoledì 14 ottobre 2026 alle 21 al Cinema Teatro Moretti il documentario di Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon. La proiezione, promossa dalle Sezioni CAI di Albenga, Loano e Finale Ligure, sarà seguita da un dibattito sui temi ambientali affrontati dal film PIETRA LIGURE (SV) – Mercoledì 14 ottobre 2026, alle ore 21, il Cinema Teatro Moretti ospita la proiezione di “Forest – Il futuro ha radici antiche”, documentario diretto da Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon dedicato al la
     

“Forest – Il futuro ha radici antiche”: a Pietra Ligure il documentario che racconta il bosco e chi se ne prende cura

Október 14th 2026 at 06:00

Condividi

Mercoledì 14 ottobre 2026 alle 21 al Cinema Teatro Moretti il documentario di Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon. La proiezione, promossa dalle Sezioni CAI di Albenga, Loano e Finale Ligure, sarà seguita da un dibattito sui temi ambientali affrontati dal film

PIETRA LIGURE (SV) – Mercoledì 14 ottobre 2026, alle ore 21, il Cinema Teatro Moretti ospita la proiezione di “Forest – Il futuro ha radici antiche”, documentario diretto da Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon dedicato al lavoro forestale e al complesso rapporto tra uomo e bosco.

Un’altra tappa ligure per “Forest”, che racconta il bosco attraverso gli occhi di quattro giovani alle prese con un mestiere antico che oggi richiede conoscenze scientifiche, tecnologia, formazione e una crescente attenzione agli equilibri ambientali.

Diretto da Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon, “Forest – Il futuro ha radici antiche” è prodotto da CineBlend e realizzato in collaborazione con il Club Alpino Italiano. Il documentario, della durata di circa 80 minuti, sta attraversando l’Italia con numerose proiezioni e ha già fatto tappa anche in altre località liguri.

Quattro giovani imparano a leggere il bosco

Il docufilm è ambientato nel bosco del Monte Meletta, nel territorio di Gallio, sull’Altopiano dei Sette Comuni, in Veneto. Le Melette sono un gruppo di piccoli rilievi montuosi dalle forme prevalentemente dolci e tondeggianti, che si elevano nella parte centro-orientale dell’Altopiano a quote comprese indicativamente tra i 1.400 e i 1.800 metri, fino ai 1.824 metri del Monte Fior. È un paesaggio nel quale boschi e pascoli si alternano sulle dorsali e sui versanti, con una lunga storia di presenza e attività umana. Nel bosco si incontrano anche le caratteristiche “Puche”: è un termine di origine cimbra che significa faggio: vecchi alberi dalle forme spesso simili a grandi candelabri, modellati dalle antiche pratiche di capitozzatura, con le quali il tronco veniva tagliato a qualche metro da terra per favorire la produzione di nuovi rami.

Al centro del racconto ci sono due ragazze e due ragazzi che si avvicinano per la prima volta al lavoro di operatore forestale.

A guidarli sono i fratelli Michele e Giorgio Sambugaro, che li accompagnano in un percorso nel quale abbattere un albero rappresenta soltanto una parte di un’attività molto più complessa.

Bisogna imparare a riconoscere le piante, leggere il terreno e le condizioni del bosco, valutare i rischi, utilizzare correttamente gli strumenti e i dispositivi di protezione individuale, lavorare in sicurezza anche su terreni ripidi e comprendere le conseguenze di ogni intervento.

Il bosco diventa così contemporaneamente luogo di lavoro, ecosistema, oggetto di studio e territorio da gestire.

Il documentario affianca all’esperienza dei giovani anche il contributo di esperti e studiosi: mette così a confronto conoscenze tradizionali e ricerca scientifica.

Un mestiere antico che cambia con la tecnologia

Il titolo del film sintetizza uno dei suoi temi principali: il lavoro forestale affonda le proprie radici in pratiche antiche, ma oggi è profondamente cambiato.

Esperienza e capacità di osservazione rimangono fondamentali, ma sono affiancate da nuove attrezzature, tecnologie, procedure di sicurezza e conoscenze scientifiche.

Una parte importante del racconto riguarda proprio la sicurezza sul lavoro nel bosco, dove pendenze, alberi instabili, condizioni meteorologiche e utilizzo di macchinari possono trasformare rapidamente un errore di valutazione in un grave pericolo.

Il progetto cinematografico nasce anche dall’incontro di CineBlend con il CAI e con aziende impegnate nella ricerca, nella tecnologia e nella formazione applicate al lavoro forestale.

Il bosco non è soltanto qualcosa da lasciare intatto

“Forest” riguarda il significato stesso della tutela.

Il film supera la rappresentazione del bosco come semplice risorsa da sfruttare, ma allo stesso tempo non lo descrive come un ambiente nel quale la presenza dell’uomo debba necessariamente scomparire.

Emergono invece la necessità di conoscere i processi naturali, comprendere quando e come intervenire e trovare un equilibrio fra conservazione, sicurezza, attività economiche e gestione forestale.

È un rapporto costruito nel corso dei secoli e ancora leggibile nel paesaggio.

Un ambiente che cambia

Sul racconto pesa anche la trasformazione che negli ultimi anni ha interessato molti boschi dell’arco alpino.

Eventi meteorologici estremi, periodi di siccità, incendi, parassiti e cambiamenti climatici stanno modificando rapidamente ambienti che possono apparire stabili soltanto a uno sguardo superficiale.

Il lavoro di chi si occupa delle foreste deve quindi confrontarsi con problemi nuovi e con decisioni non sempre semplici: lasciare che il bosco evolva autonomamente, intervenire per favorirne la rigenerazione, rimuovere alberi pericolosi o danneggiati, proteggere determinate specie o cercare di aumentare la capacità dell’ecosistema di affrontare futuri cambiamenti.

Sono questioni nelle quali non esistono necessariamente risposte valide per ogni bosco e per ogni situazione: il racconto dei quattro giovani assume un significato più ampio: prima di intervenire occorre imparare a osservare e comprendere.

Dopo il film il dibattito con il pubblico

La serata di Pietra Ligure proseguirà anche dopo i titoli di coda.

Al termine della proiezione sarà proposto un dibattito con il pubblico, animato da Marina Abisso del CAI Ligure-Genova, insieme ad altri operatori TAM – Tutela Ambiente Montano – e naturalistico culturali del Club Alpino Italiano.

Il confronto partirà dai temi sollevati dal documentario per allargarsi al rapporto tra uomo e ambiente forestale: dalla biodiversità alla gestione del bosco, dalla sicurezza agli effetti dei cambiamenti climatici, fino al ruolo che conoscenza scientifica e osservazione naturalistica possono avere nelle decisioni che riguardano il territorio.

Una domanda attraversa in fondo tutto il film e può accompagnare anche la discussione: proteggere un bosco significa semplicemente non toccarlo oppure, in determinate condizioni, significa anche conoscerlo abbastanza bene da sapere quando e come intervenire?

“Forest – Il futuro ha radici antiche” non offre una risposta semplice. Mostra piuttosto quanto il rapporto con la foresta richieda competenza, responsabilità e capacità di leggere un ecosistema nel quale ogni intervento produce conseguenze.

La proiezione inizierà mercoledì 14 ottobre alle ore 21 al Cinema Teatro Moretti di Pietra Ligure.

Il biglietto costa 10,00 euro, ridotto a 8,00 euro per i soci CAI e gli over 65. I soci CAI interessati possono prenotare attraverso le rispettive Sezioni oppure direttamente tramite il sito del cinema.

Fonti

Locandina della serata – Club Alpino Italiano, Sezioni di Albenga, Loano e Finale Ligure.

CinemaItaliano.info – Forest: Il futuro ha radici antiche:
https://www.cinemaitaliano.info/forestilfuturoharadiciantiche

CAI Thiene – Forest – Il futuro ha radici antiche:
https://www.caithiene.it/22-luglio-forest-il-futuro-ha-radici-antiche/

CAI Conegliano – Forest – Il futuro ha radici antiche:
https://www.caiconegliano.it/evento/forest-il-futuro-ha-radici-antiche/

L'articolo “Forest – Il futuro ha radici antiche”: a Pietra Ligure il documentario che racconta il bosco e chi se ne prende cura proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Archeologia, LiDAR e intelligenza artificiale: a Genova la conferenza di Claudine Gravel-Miguel
    Condividi Mercoledì 14 ottobre all’Università di Genova un incontro dedicato all’impiego dei rilievi LiDAR e dell’intelligenza artificiale per individuare e studiare le tracce archeologiche nel territorio LiDAR, archeologia e intelligenza artificiale saranno al centro di una lezione-conferenza in programma mercoledì 14 ottobre 2026 all’Università degli Studi di Genova. L’incontro, dal titolo “LiDAR for archaeology and AI object detection”, sarà tenuto da Claudine Gravel-Miguel, del Départe
     

Archeologia, LiDAR e intelligenza artificiale: a Genova la conferenza di Claudine Gravel-Miguel

Október 14th 2026 at 05:00

Condividi

Mercoledì 14 ottobre all’Università di Genova un incontro dedicato all’impiego dei rilievi LiDAR e dell’intelligenza artificiale per individuare e studiare le tracce archeologiche nel territorio

LiDAR, archeologia e intelligenza artificiale saranno al centro di una lezione-conferenza in programma mercoledì 14 ottobre 2026 all’Università degli Studi di Genova.

L’incontro, dal titolo “LiDAR for archaeology and AI object detection”, sarà tenuto da Claudine Gravel-Miguel, del Département d’anthropologie dell’Université de Montréal, nell’ambito degli InPrA – Incontri di Preistoria e Antropologia della Scuola di Scienze Umanistiche dell’Università di Genova.

La conferenza affronterà le possibilità offerte dall’integrazione tra rilievi LiDAR e sistemi di intelligenza artificiale per la ricerca archeologica.

Il LiDAR consente di ottenere modelli tridimensionali molto dettagliati del terreno e di riconoscere morfologie che possono risultare difficili da osservare direttamente, soprattutto in aree coperte dalla vegetazione. Gli algoritmi di intelligenza artificiale e machine learning possono poi contribuire all’analisi di grandi quantità di dati e all’individuazione automatica di strutture e anomalie potenzialmente riconducibili alla presenza di siti archeologici.

Si tratta di un settore di ricerca sempre più importante per l’archeologia del paesaggio e per lo studio di territori complessi, dove le tracce delle attività umane del passato possono essere poco visibili in superficie.

Una ricercatrice legata anche alla preistoria ligure

Claudine Gravel-Miguel si occupa di preistoria dell’Europa occidentale, reti sociali preistoriche e applicazioni di metodologie quantitative alla ricerca archeologica.

Il suo rapporto con la Liguria è particolarmente stretto. Ha infatti partecipato a progetti di ricerca dedicati alle comunità di cacciatori-raccoglitori tra la fine del Pleistocene e l’inizio dell’Olocene, collaborando anche con studiosi dell’Università di Genova.

Le attività hanno interessato siti e territori della Liguria occidentale e delle Alpi Marittime, con particolare attenzione alle trasformazioni ambientali e culturali che caratterizzarono il passaggio tra le ultime fasi del Paleolitico e il Mesolitico.

L’incontro rappresenta quindi un’occasione per conoscere da vicino strumenti che stanno modificando il modo di esplorare e interpretare il paesaggio archeologico, mettendo insieme rilievo del territorio, elaborazione digitale e intelligenza artificiale.

Informazioni

  • “LiDAR for archaeology and AI object detection” – Claudine Gravel-Miguel
    Département d’anthropologie
    Université de Montréal, Canada
  • Mercoledì 14 ottobre 2026 – ore 13:15
  • Aula 4 – Via Balbi 2, Genova

L’incontro potrà essere seguito anche attraverso Microsoft Teams.

Per gli utenti UniGe il codice di accesso indicato dagli organizzatori è:

2fn0amk

Per informazioni e modalità di accesso è possibile scrivere a:

fabio.negrino@unige.it

L’appuntamento fa parte degli InPrA – Incontri di Preistoria e Antropologia, organizzati nell’ambito del Corso Magistrale di Paletnologia della Scuola di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Genova.

Fonti: Università degli Studi di Genova; Université de Montréal; comunicazione di Fabio Negrino; Advances in Archaeological Practice.

L'articolo Archeologia, LiDAR e intelligenza artificiale: a Genova la conferenza di Claudine Gravel-Miguel proviene da Scintilena.

❌