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Stage di speleologia a Varese, tre giorni tra teoria, corde e grotte del Campo dei Fiori

September 14th 2026 at 14:00

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Dal 1° al 4 ottobre 2026 il Gruppo Speleologico Prealpino e il CAI Carnago propongono un percorso per principianti. Il programma comprende una serata teorica, l’addestramento alla palestra di roccia di Arcisate e una prima uscita nel sottosuolo varesino

Stage di speleologia tra Carnago, Arcisate e Campo dei Fiori

Il Gruppo Speleologico Prealpino e la sezione CAI di Carnago organizzano uno stage di speleologia rivolto a chi desidera conoscere il mondo sotterraneo e acquisire le prime competenze per frequentarlo in sicurezza. Il programma si sviluppa in tre appuntamenti tra il 1° e il 4 ottobre 2026.

L’iniziativa propone un avvicinamento graduale. La teoria precede l’addestramento tecnico. L’esperienza in parete prepara poi all’ingresso in grotta. Il percorso permette ai partecipanti di confrontarsi con aspetti diversi della speleologia, dalla lettura del paesaggio carsico alla gestione delle attrezzature.

La quota di partecipazione è fissata in 85 euro. Comprende l’utilizzo dei materiali tecnici e la copertura assicurativa. L’iscrizione è riservata a chi ha compiuto 15 anni. Per i minorenni serve l’autorizzazione dei genitori.

Carsismo e speleogenesi nella serata teorica

Il primo incontro è previsto giovedì 1° ottobre, dalle 21 alle 23.30. La serata affronterà la storia della speleologia, le attrezzature personali e collettive e i materiali utilizzati durante le esplorazioni.

Saranno presentati anche i concetti di carsismo e speleogenesi. Il carsismo descrive l’insieme dei processi attraverso i quali l’acqua modifica le rocce solubili, in particolare i calcari e le dolomie. La speleogenesi riguarda la formazione e l’evoluzione delle cavità naturali.

Il programma comprenderà la lettura delle morfologie carsiche superficiali e sotterranee. Sarà inoltre illustrato il ruolo dei gruppi speleologici nella ricerca, nell’esplorazione e nella documentazione delle grotte. Il materiale didattico di riferimento ricorda che la speleologia non coincide con il semplice ingresso in una cavità. È un’attività che integra osservazione, tecnica, studio e responsabilità ambientale.

Palestra di roccia ad Arcisate e progressione verticale

Sabato 3 ottobre il corso si sposterà alla palestra di roccia di Arcisate. Sotto la supervisione degli istruttori CAI, i partecipanti proveranno imbragatura, corde e dispositivi specifici.

Gli esercizi riguarderanno le principali manovre di salita e discesa. La palestra offre un ambiente controllato per acquisire familiarità con l’altezza e con la progressione verticale. Questa preparazione precede l’ambiente sotterraneo, dove buio, umidità, fango e spazi irregolari rendono più complessa la gestione dei movimenti.

L’addestramento non punta solo all’apprendimento di gesti tecnici. Serve anche a comprendere la necessità di seguire procedure condivise. In grotta la sicurezza dipende dalla preparazione individuale e dalla collaborazione tra i componenti della squadra.

Uscita nelle grotte del Monte Campo dei Fiori

Domenica 4 ottobre è prevista la prima escursione nel sottosuolo del Monte Campo dei Fiori. Gli aspiranti speleologi saranno accompagnati da esperti del Gruppo Speleologico Prealpino.

Il Campo dei Fiori è una delle principali aree carsiche della provincia di Varese. Secondo le informazioni raccolte dalla stampa specializzata, il parco comprende oltre 130 grotte e circa trenta chilometri di gallerie censite. Il territorio include cavità note, come la Grotta Remeron, e sistemi destinati alla ricerca speleologica.

L’uscita consentirà di sperimentare direttamente la progressione in grotta. L’abbigliamento dovrà essere adeguato all’ambiente ipogeo. Le attrezzature tecniche saranno messe a disposizione nell’ambito dello stage.

Gruppo Speleologico Prealpino, storia e attività

Il Gruppo Speleologico Prealpino è stato istituito ad Arcisate il 4 marzo 2002 su iniziativa di Guglielmo Ronaghi. Il sodalizio opera soprattutto in Valceresio, sul Monte Campo dei Fiori e in altre aree carsiche del Varesotto.

Le attività comprendono ricerca, esplorazione e studio delle cavità naturali e delle acque ipogee. Il gruppo organizza corsi, visite guidate, incontri didattici e proiezioni. Collabora inoltre con enti locali e associazioni per il recupero e la valorizzazione di siti sotterranei di interesse storico e culturale, compresi alcuni rifugi antiaerei di Varese.

La divulgazione occupa un ruolo rilevante. Dal 2016 il gruppo produce documentari dedicati alla speleologia e alla tutela degli ambienti ipogei. Tra i lavori figura Luci nel buio – Storia ed esplorazioni della Grotta Remeron, dedicato alla storia delle ricerche nella cavità e agli aspetti idrogeologici ed ecologici dell’ambiente sotterraneo. Il sodalizio ha realizzato anche documentari sull’Orrido di Cunardo, sul Monte Freikofel e sulla miniera dell’Ottava Sfera ai Piani Resinelli.

Le esplorazioni in Valceresio e le recenti attività

Una parte importante dell’attività del Gruppo Speleologico Prealpino riguarda la catena Monarco-Rho-Minisfreddo. In oltre trent’anni di ricerche sono state individuate, esplorate e studiate più di 70 cavità naturali. Alcune raggiungono una profondità di circa 160 metri.

Le ricerche hanno portato anche alla localizzazione di 44 risorgenze carsiche, perenni o temporanee. Per queste sorgenti sono state effettuate misurazioni di portata, monitoraggi, analisi e campionamenti dell’acqua. I dati contribuiscono alla conoscenza dell’idrologia ipogea della Valceresio.

Tra le esplorazioni documentate dal gruppo figura il Pozzo Santo Stefano. Il sito compare tra le attività speleologiche pubblicate dal sodalizio. Un altro sopralluogo ha riguardato una grotta-risorgenza collegata all’acqua utilizzata dal birrificio Poretti di Induno Olona. L’uscita, svolta nel febbraio 2018 con tecnici del birrificio, è stata condotta con attenzione alla sicurezza e alla protezione della risorsa idrica.

Nel 2025 il gruppo ha inoltre partecipato, insieme allo Speleo Club Ribaldone, all’esplorazione della Grotta degli Scogli Neri sulle alture di Giustenice, in Liguria. La cavità, considerata tra le più estese della regione, era stata in passato danneggiata da prelievi illeciti. L’attività si inserisce in un lavoro più ampio di documentazione e tutela.

Nel 2026 il Gruppo Speleologico Prealpino ha contribuito anche alla formazione biospeleologica. Dal 15 al 17 maggio Clivio ha ospitato un corso nazionale dedicato alla biospeleologia e all’ecologia degli ambienti ipogei, organizzato con il Gruppo Grotte CAI Carnago. In estate, nell’ambito del Festival del Benessere in Natura del Parco Campo dei Fiori, le guide del gruppo hanno accompagnato due appuntamenti di “Voci di pietra” all’Orrido di Cunardo.

Acque carsiche e tutela del sottosuolo

Le esplorazioni del Gruppo Speleologico Prealpino hanno anche una ricaduta sullo studio delle acque. In un’area carsica, l’acqua meteorica può penetrare attraverso fratture, inghiottitoi e condotti. Il flusso sotterraneo raggiunge poi sorgenti e risorgenze situate a valle.

La rapidità della circolazione rende gli acquiferi carsici vulnerabili agli inquinanti. Per questo la conoscenza delle grotte può sostenere il monitoraggio delle risorse idriche e l’individuazione dei percorsi sotterranei. La tutela non riguarda solo gli ambienti accessibili agli speleologi. Comprende anche il bacino superficiale che alimenta il sistema.

Il progetto “Le radici dell’acqua” ha affrontato questi temi con studenti di scuole di Besnate e Castellanza. Il percorso ha trattato acque carsiche, carsismo e microplastiche. Gli studenti hanno realizzato un video-racconto sulla provenienza dell’acqua potabile e sui rischi dell’inquinamento.

Informazioni per partecipare allo stage

Per informazioni e iscrizioni allo stage di speleologia è possibile contattare il Gruppo Speleologico Prealpino al numero 331 3721046 oppure all’indirizzo info@speleoprealpino.it. Dopo lo stage, gli interessati potranno valutare la partecipazione alle attività annuali del gruppo e l’ingresso nel sodalizio.

Fonti

Gruppo Speleologico Prealpino

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  • Racconti di Roccia a Genga, la fotografia speleologica entra nel buio delle grotte
    Condividi Andrea Moretti ospite della prima serata dedicata alla speleologia Venerdì 18 settembre 2026, dalle 20 alle 21, La Sosta di Genga San Vittore, nell’area che in precedenza ospitava il bar La Pinta, conosciuto anche come Climber, ospiterà il primo appuntamento speleologico della rassegna “Racconti di Roccia”. La serata è promossa e gestita dai responsabili del locale, Leo e Andrea, e vedrà la partecipazione del Gruppo Speleologico CAI Jesi. L’incontro sarà dedicato a “Fotografare i
     

Racconti di Roccia a Genga, la fotografia speleologica entra nel buio delle grotte

September 14th 2026 at 13:00

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Andrea Moretti ospite della prima serata dedicata alla speleologia

Venerdì 18 settembre 2026, dalle 20 alle 21, La Sosta di Genga San Vittore, nell’area che in precedenza ospitava il bar La Pinta, conosciuto anche come Climber, ospiterà il primo appuntamento speleologico della rassegna “Racconti di Roccia”. La serata è promossa e gestita dai responsabili del locale, Leo e Andrea, e vedrà la partecipazione del Gruppo Speleologico CAI Jesi.

L’incontro sarà dedicato a “Fotografare il Buio”, progetto e tema sviluppato da Andrea Moretti, fotografo e speleologo fiorentino. L’appuntamento è rivolto agli speleologi, agli appassionati di fotografia e a tutte le persone interessate a conoscere il mondo sotterraneo attraverso le immagini.

La comunicazione diffusa dal Gruppo Speleologico CAI Jesi presenta l’iniziativa come una serata aperta, pensata per favorire l’incontro tra la comunità speleologica e il pubblico del territorio. Il programma grafico indica l’orario 20:00-21:00 e la sede di La Sosta, a Genga San Vittore.

Fotografare il Buio, un progetto tra tecnica e percezione

Il progetto “Fotografare il Buio” nasce da una ricerca personale di Andrea Moretti sulla fotografia speleologica. Una prima esposizione è stata realizzata a Costacciaro, in provincia di Perugia, nel novembre 2023, durante il Raduno Speleologico Internazionale. Secondo la presentazione dell’autore, quella mostra ha rappresentato l’avvio di un lavoro ancora in evoluzione.

La fotografia di Moretti parte da una condizione specifica dell’esplorazione sotterranea: la grotta non offre una luce naturale capace di descrivere spontaneamente forme, distanze e volumi. La scena viene rivelata dalle sorgenti luminose portate dagli speleologi. Il fascio di una lampada mostra solo una parte dell’ambiente e cambia con il movimento di chi esplora.

La fotografia permette di fissare questo rapporto tra luce, spazio e presenza umana. Le immagini non restituiscono soltanto concrezioni o grandi sale. Possono mostrare la scala dell’ambiente, la profondità dei pozzi, la continuità dei meandri e il modo in cui il corpo si muove nella cavità.

La pagina dedicata al progetto descrive fotografie realizzate in diverse grotte, tra cui la Grotta del Belagaio, l’Antro del Corchia, la Grotta del Bue Marino, la Grotta Verde e la Cueva de Julia y Simona. Il lavoro comprende anche una componente testuale, sviluppata con Eugenio Griffoni, che accompagna le immagini e propone una riflessione sul significato del buio nell’esperienza speleologica.

La fotografia speleologica come documentazione

Nella speleologia, documentare una grotta significa raccogliere informazioni utili alla conoscenza e alla successiva verifica. Il rilievo topografico descrive lo sviluppo della cavità. Le coordinate individuano l’ingresso. Le osservazioni geologiche, idrologiche e biologiche aggiungono altri elementi. La fotografia integra questi dati con una registrazione visiva immediata.

Una fotografia correttamente associata a una cavità può fornire informazioni sull’ingresso, sulle morfologie interne, sulle concrezioni, sui depositi, sui corsi d’acqua e sui segni dell’impatto umano. Per essere utile, deve essere accompagnata da una didascalia precisa. Sono importanti il nome della grotta, la zona, la data, l’autore e, quando possibile, il punto del rilievo o la posizione dello scatto.

Il materiale didattico di riferimento della Società Speleologica Italiana colloca fotografia e rilievo all’interno del più ampio processo di esplorazione, documentazione e divulgazione. La fotografia non sostituisce il rilievo. Ne costituisce un complemento, perché consente di confrontare nel tempo l’aspetto di un ambiente e di registrare dettagli che possono sfuggire alla descrizione scritta.

Immagini e tutela delle grotte

La fotografia ha un ruolo anche nella tutela delle grotte. Un’immagine può rendere visibile a chi non frequenta gli ambienti ipogei la fragilità di una concrezione, la presenza di fauna cavernicola o l’effetto di rifiuti e manomissioni. La conoscenza pubblica del patrimonio sotterraneo può sostenere attività di monitoraggio, educazione ambientale e conservazione.

La documentazione fotografica è utile anche per confrontare condizioni diverse nel tempo. Una serie di immagini ripetute dalla stessa posizione può evidenziare variazioni del livello dell’acqua, alterazioni delle concrezioni, nuove tracce di frequentazione o cambiamenti nella presenza di organismi. In questo modo la fotografia diventa una forma di archivio ambientale.

La divulgazione deve essere accompagnata da responsabilità. Pubblicare l’immagine di una grotta non significa necessariamente diffondere l’esatta posizione di ogni cavità. Per ambienti vulnerabili o con specie sensibili, le informazioni localizzative devono essere valutate con attenzione. Durante gli scatti occorre evitare il contatto con concrezioni, disturbo della fauna e alterazione dei microhabitat.

L’importanza della fotografia nella tutela dipende quindi dalla qualità del metodo. Una fotografia spettacolare ma priva di contesto può avere un valore limitato. Un’immagine accompagnata da dati essenziali e realizzata senza danneggiare l’ambiente può diventare un documento utile alla ricerca e alla conservazione.

Tecniche per fotografare gli ambienti sotterranei

Fotografare il buio richiede il controllo di esposizione, messa a fuoco e illuminazione. Tempi lunghi consentono di registrare più luce, ma aumentano il rischio di mosso. Apertura e sensibilità ISO devono essere bilanciate per contenere il rumore e mantenere leggibili le superfici rocciose.

Le luci artificiali possono essere distribuite in punti diversi della cavità. Una fonte frontale appiattisce le forme. Luci laterali o arretrate possono evidenziare rilievi, fratture e profondità. La collaborazione tra fotografo e compagni di squadra è essenziale, perché le persone possono illuminare porzioni diverse della scena e offrire un riferimento dimensionale.

Umidità, fango, condensa e superfici irregolari rendono necessario proteggere l’attrezzatura. La preparazione dell’uscita comprende batterie, sistemi di illuminazione, supporti, protezioni e una valutazione dei tempi necessari. La tecnica resta subordinata alla sicurezza della squadra e alla conservazione della grotta.

Un appuntamento aperto al territorio

La serata di Genga San Vittore offre un’occasione di confronto sulla fotografia speleologica e sul modo in cui il buio può essere trasformato in racconto visivo. Andrea Moretti presenterà la propria esperienza e la propria lettura degli ambienti sotterranei. Il Gruppo Speleologico CAI Jesi contribuirà a collegare l’incontro alla pratica speleologica e alla conoscenza delle cavità del territorio.

“Racconti di Roccia” si apre così a un tema che unisce esplorazione, tecnica, arte della luce e documentazione scientifica. La fotografia può avvicinare il pubblico alle grotte, purché la loro rappresentazione mantenga insieme accessibilità e rispetto. La serata è prevista per venerdì 18 settembre 2026, dalle 20 alle 21, presso La Sosta di Genga San Vittore.

Fonti

Frasassi Andrea Moretti

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  • L’Inghiottitoio del Caravo nel sistema carsico del Bussento: esplorazioni, biospeleologia e progetti di ricerca
    Condividi Nel cuore del Cilento, l’Inghiottitoio del Caravo continua a rappresentare un punto chiave per lo studio del carsismo, dell’idrologia sotterranea e della biodiversità ipogea, con nuove campagne esplorative internazionali che rilanciano l’interesse scientifico sull’area. Posizione e contesto geologico dell’Inghiottitoio del Caravo L’Inghiottitoio del Caravo si apre nel territorio di Caselle in Pittari, nel Cilento meridionale, all’interno del Parco Nazionale del Cilento e Vall
     

L’Inghiottitoio del Caravo nel sistema carsico del Bussento: esplorazioni, biospeleologia e progetti di ricerca

September 14th 2026 at 12:00

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Nel cuore del Cilento, l’Inghiottitoio del Caravo continua a rappresentare un punto chiave per lo studio del carsismo, dell’idrologia sotterranea e della biodiversità ipogea, con nuove campagne esplorative internazionali che rilanciano l’interesse scientifico sull’area.


Posizione e contesto geologico dell’Inghiottitoio del Caravo

L’Inghiottitoio del Caravo si apre nel territorio di Caselle in Pittari, nel Cilento meridionale, all’interno del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. La cavità è ubicata nell’alveo del rio Bacuta, a circa 340 metri sul livello del mare, e raccoglie le acque provenienti dai versanti del Monte Rotondo e del Monte Pannello. [1][2][6]

Si tratta di un inghiottitoio attivo, ovvero di una cavità in cui le acque superficiali penetrano direttamente nel sottosuolo, alimentando il sistema carsico del Bussento. Questo sistema idrogeologico convoglia le acque verso la nota risorgenza di Morigerati, dove il fiume Bussento riaffiora dopo un percorso sotterraneo di diversi chilometri. [2][7][14]

La posizione del Caravo lo rende un punto strategico per comprendere il drenaggio sotterraneo dell’alta valle del Bussento e per studiare i processi di erosione, trasporto di sedimenti e formazione di condotti verticali tipici degli ambienti carsici. [1][6]


Storia delle esplorazioni speleologiche

Le prime esplorazioni documentate dell’Inghiottitoio del Caravo risalgono agli anni Cinquanta, nell’ambito delle campagne speleologiche condotte dal Circolo Speleologico Romano (CSR) e da altri gruppi nell’area del Bussento. [1][3][9]

Nel 1952 il Caravo fu oggetto di ricognizioni durante le attività del CSR, che mapparono i primi tratti della cavità. Negli anni successivi, il GS CAI Napoli e altri gruppi speleologici campani tornarono sulla grotta per ampliarne la conoscenza topografica e documentarne la morfologia. [3][9]

La cavità presenta un ingresso a vasto portale, alto circa 15 metri, seguito da un primo pozzo di circa 20 metri. Proseguendo, si incontra un grande pozzo di circa 70 metri, cui seguono altri pozzi di 20, 20 e 30 metri, tratti a canyon, marmitte erosive e laghi sotterranei. Lo sviluppo totale documentato è di circa 122 metri, con un dislivello di circa 153 metri. La progressione nota termina in un lago-sifone terminale, oltre il quale la cavità non è al momento esplorata. [1][2][6]

Nel 1986 il Gruppo Speleologico Valtiberino avanzò l’ipotesi di un possibile collegamento idrologico tra il sifone terminale del Caravo e un sifone pensile rilevato nella grotta Orsivacca, un’altra cavità attiva del sistema. Questa ipotesi rimane tuttora da verificare attraverso esplorazioni speleosubacquee e studi idrogeologici mirati. [1][6]


Morfologia e idrologia sotterranea

L’Inghiottitoio del Caravo mostra una morfologia tipica degli inghiottitoi attivi in ambiente calcareo. L’acqua del rio Bacuta penetra nella cavità attraverso fratture e condotti carsici, erodendo la roccia e formando pozzi verticali, canyon e marmitte. [1][6]

La presenza di laghi sotterranei e del sifone terminale indica che il sistema è attivo anche dal punto di vista idrologico, con flussi d’acqua che variano in funzione delle precipitazioni e dello scioglimento delle nevi sui monti circostanti. Durante le piene, la cavità può diventare particolarmente pericolosa a causa della rapidità con cui l’acqua riempie i condotti. [2][6]

Il Caravo rappresenta quindi un punto di ingresso diretto dell’acqua nel sistema carsico, permettendo di studiare il trasporto di sedimenti, la dinamica dei flussi sotterranei e l’evoluzione dei condotti verticali nel tempo. [1][6]


Biospeleologia e vertebrati troglosseni

L’Inghiottitoio del Caravo presenta un rilevante interesse biospeleologico. Durante le esplorazioni sono stati osservati diversi organismi, tra cui ortotteri del genere Dolichopoda, girini di Rana italica, esemplari di Bufo bufo, Natrix natrix e Anguis fragilis. Sono stati inoltre segnalati avvistamenti di pipistrelli in volo, sebbene non sia stata possibile una determinazione specifica. [1][3]

La presenza di queste specie, alcune delle quali considerate troglossene (ovvero presenti in grotta in modo accidentale o occasionale), conferma il valore ecologico della cavità come ambiente di rifugio e transito per la fauna. Gli inghiottitoi attivi, come il Caravo, svolgono infatti un ruolo importante nel trasporto di materia organica e nutrienti dal superficie al sottosuolo, sostenendo le catene trofiche ipogee. [1][3][19]

La tutela di questi ambienti è fondamentale per la conservazione della biodiversità sotterranea, soprattutto in un’area protetta come il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. [2][19]


Vulnerabilità ambientale e tutela del sistema carsico

Come tutti gli inghiottitoi attivi, il Caravo è particolarmente vulnerabile alle attività umane e alla contaminazione del bacino superficiale. Le sostanze presenti nell’alveo del rio Bacuta possono essere trasferite rapidamente nel sottosuolo, con effetti potenziali sulla qualità dell’acqua, sui sedimenti e sugli organismi cavernicoli. [2][4][6]

Nei sistemi carsici, infatti, l’infiltrazione dell’acqua è rapida e la capacità naturale di filtrazione e autodepurazione è limitata. Questo rende gli inghiottitoi punti critici per la protezione delle risorse idriche sotterranee e per la prevenzione dell’inquinamento. [4][26]

La sensibilizzazione delle comunità locali, il monitoraggio ambientale e la regolamentazione delle attività nel bacino superficiale sono strumenti essenziali per preservare l’integrità del sistema carsico del Bussento. [2][19]


Hidden Bussento 2026: nuove prospettive esplorative

L’interesse scientifico per l’Inghiottitoio del Caravo è confermato dalla sua inclusione nella spedizione internazionale Hidden Bussento 2026, promossa da Tetide APS e dedicata all’esplorazione del sistema carsico del Bussento. [2][3][5]

Dal 25 luglio al 9 agosto 2026, speleologi e ricercatori provenienti da diversi Paesi si sono riuniti a Morigerati per lavorare su più fronti: la risorgenza del Bussento, gli inghiottitoi di Caravo, Orsivacca e Bussento, i sifoni terminali e la ricerca di nuovi ingressi del collettore sotterraneo. [2][3][5]

Il progetto Hidden Bussento mira a chiarire alcuni dei misteri idrogeologici del Cilento, tra cui il possibile collegamento tra le diverse cavità del sistema e la continuità idrologica tra inghiottitoi e risorgenza. Le attività includono rilievi topografici, esplorazioni speleosubacquee, campionamenti biologici e studi idrologici. [2][3][7]


Ipotesi di collegamento Caravo-Orsivacca

Uno degli aspetti più affascinanti dello studio del Caravo riguarda la possibile connessione con la grotta Orsivacca. Nel 1986 il Gruppo Speleologico Valtiberino ipotizzò un collegamento tra il sifone terminale del Caravo e un sifone pensile dell’Orsivacca, sulla base di considerazioni morfologiche e idrologiche. [1][6]

Tale ipotesi rimane tuttora da verificare. La conferma di un collegamento tra le due cavità avrebbe importanti implicazioni per la comprensione del sistema carsico del Bussento, permettendo di ricostruire con maggiore precisione il percorso sotterraneo delle acque e la struttura dei condotti principali. [1][6]

Le future campagne esplorative, in particolare quelle speleosubacquee nei sifoni terminali, potranno fornire nuovi elementi per valutare questa possibilità. [2][7]


Fonti

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  • Spedizione UBSS in Montenegro: Hidden Earth 2026 racconta le esplorazioni speleologiche a Kameno More
    Condividi Una giovane squadra britannica torna nel “mare di pietra” del Montenegro Le esplorazioni speleologiche in Montenegro tornano al centro dell’attenzione con il resoconto della spedizione UBSS nella regione di Kameno More. L’University of Bristol Speleological Society presenterà?? risultati della missione a Hidden Earth 2026, la conferenza annuale britannica dedicata alla speleologia. L’intervento, intitolato UBSS Montenegro Expedition – Kameno More, sarà tenuto da Daniel Rose duran
     

Spedizione UBSS in Montenegro: Hidden Earth 2026 racconta le esplorazioni speleologiche a Kameno More

September 14th 2026 at 11:00

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Una giovane squadra britannica torna nel “mare di pietra” del Montenegro

Le esplorazioni speleologiche in Montenegro tornano al centro dell’attenzione con il resoconto della spedizione UBSS nella regione di Kameno More. L’University of Bristol Speleological Society presenterà?? risultati della missione a Hidden Earth 2026, la conferenza annuale britannica dedicata alla speleologia.

L’intervento, intitolato UBSS Montenegro Expedition – Kameno More, sarà tenuto da Daniel Rose durante una sessione di 30 minuti. Il programma della conferenza si svolgerà dal 25 al 27 settembre 2026 al Llangollen Pavilion, nel Galles del Nord, organizzato dalla British Cave Research Association e dalla British Caving Association.

Hidden Earth 2026: la conferenza che ospita il racconto della spedizione UBSS

Hidden Earth rappresenta l’appuntamento di riferimento per la comunità speleologica britannica e internazionale. L’edizione 2026 conferma la presenza di relazioni dedicate a spedizioni in Asia, Sud America ed Europa, con un focus particolare sulle aree carsiche meno conosciute.

La sessione dedicata al Montenegro si inserisce in un programma ricco di workshop e lecture. Tra i temi trattati figurano il supporto ai leader di spedizione, le tecniche di rilievo topografico e le trasformazioni nelle organizzazioni speleologiche.

Il contributo UBSS non si limita ai dati esplorativi. La relazione affronta anche l’organizzazione pratica della missione: la scelta dell’area, la logistica, la composizione della squadra e le difficoltà incontrate da un gruppo giovane.

Kameno More: il “mare di pietra” che attira le esplorazioni speleologiche in Montenegro

Kameno More è un’area carsica montenegrina il cui nome significa letteralmente “mare di pietra”. Il paesaggio superficiale e le cavitಲ sotterranee costituiscono un campo di ricerca ancora aperto.

La regione ha già attirato spedizioni internazionali negli anni precedenti. Nell’agosto 2024 la spedizione Stone Sea aveva programmato ricognizioni e prosecuzioni delle ricerche in tre cavitಲ denominate Meandar, Dvestotka e PT4.

Il ritorno di una squadra britannica segna la ripresa di una presenza esplorativa britannica nella zona dopo un’interruzione che durava dal 2013. Questo elemento rende il resoconto UBSS rilevante oltre la cronaca delle cavitಲ visitate.

Le esplorazioni speleologiche in Montenegro richiedono preparazione tecnica, lettura del territorio e capacità logistica. La collaborazione con le realtà locali rappresenta un fattore decisivo per il successo delle campagne sul campo.

Il contesto del carsismo montenegrino: Durmitor e Žijovo

Il Montenegro riunisce massicci calcarei di alta quota, zone fortemente fratturate e paesaggi modellati dall’azione congiunta dell’acqua e dei processi glaciali. In simili contesti, la ricerca può riguardare ingressi nuovi, pozzi, cavitಲ a sviluppo orizzontale e sistemi con ghiaccio sotterraneo.

Sul massiccio del Durmitor sono censite 415 cavità, esplorate integralmente o solo in parte. Una campagna svolta nel luglio 2026 da ricercatori delle Università di Belgrado e del Montenegro ha riguardato Vodena pecina, Zelenovirska pecina e Ledena pecina.

La Zelenovirska pecina raggiunge 830 metri di sviluppo esplorato. Questa grotta è rilevante perché le cavità a prevalente andamento orizzontale sono meno frequenti in un carsismo d’alta quota dominato da forme verticali.

La presenza italiana nelle esplorazioni speleologiche in Montenegro

Le esplorazioni speleologiche in Montenegro vedono da alcuni anni una presenza italiana articolata. Nel 2024 la Commissione Grotte Eugenio Boegan di Trieste ha operato sullo Žijovo, nelle Ku?ke Planine, vicino al confine albanese.

Dopo ricognizioni preliminari svolte tra il 2022 e il 2023, sei partecipanti hanno esplorato e rilevato 15 grotte in sei giorni di attività. La missione ha utilizzato anche un drone con camera ad alta definizione per migliorare la lettura del terreno.

Tra le cavità descritte figurano l’Abisso Ledo, la Grotta Prepih e la Grotta Armada. Ledo presenta un pozzo superiore ai 100 metri, con pareti in larga parte ricoperte da ghiaccio. Sul fondo è stata misurata una temperatura dell’aria di 1,7 °C.

Un secondo filone italiano è quello del Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer” di Gorizia. Durante la Montenegro Speleo Expedition 2024, attiva tra il monte Pasjak e la cresta del Surdup nel sud-est del Paese, il gruppo ha scoperto, esplorato e rilevato 24 nuove grotte in dieci giorni.

Il progetto ha associato alla ricerca esplorativa misure fisiche dell’aria in cavità, comprendenti temperatura, acidità, anidride carbonica, radon e radioattività. La seconda spedizione Seppenhofer è partita il 4 luglio 2025 con l’obiettivo di proseguire lo studio di nuove cavità.

Ricerca, rilievo e tutela delle grotte nel Montenegro

La presenza di squadre britanniche, italiane, montenegrine e serbe mostra come le esplorazioni speleologiche in Montenegro siano oggi legate a una dimensione internazionale. Le attività sul campo producono dati utili per cartografia, geomorfologia, idrologia sotterranea, biologia e valutazione dei rischi.

Non ogni cavità è destinata alla frequentazione, e la documentazione può essere il primo strumento di tutela. Il caso della Ledena pecina nel Durmitor è indicativo. I ricercatori hanno segnalato condizioni di degrado e proposto di rimuovere corde danneggiate, delimitare l’area dell’ingresso e vietare chiaramente la discesa.

Il mantenimento delle formazioni di ghiaccio e del microclima richiede una gestione prudente. I Parchi nazionali del Montenegro hanno dichiarato che adotteranno misure nell’ambito delle loro competenze.

La conferenza di Hidden Earth 2026 si inserisce in questo contesto. Il resoconto UBSS su Kameno More potrà offrire un aggiornamento diretto su una campagna recente. La condivisione dei risultati resta una parte decisiva del lavoro per le esplorazioni speleologiche in Montenegro.

Fonti

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  • Le necropoli etrusche di Grotte di Castro: “case per l’eternità»»” scavate nel tufo della Tuscia
    Condividi Sul colle della Civita, tra Bolsena e il Fiora, tre grandi necropoli etrusche raccontano l’idea di una dimora sotterranea pensata per accompagnare i defunti in un aldilà concepito come continuità della vita. Contesto storico-geografico delle necropoli etrusche di Grotte di Castro Grotte di Castro sorge su una rupe tufacea nel cuore della Tuscia, in posizione strategica tra il lago di Bolsena e la media valle del Fiora, a metà strada tra le antiche città etrusche di Vulci e Vo
     

Le necropoli etrusche di Grotte di Castro: “case per l’eternità»»” scavate nel tufo della Tuscia

September 14th 2026 at 10:00

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Sul colle della Civita, tra Bolsena e il Fiora, tre grandi necropoli etrusche raccontano l’idea di una dimora sotterranea pensata per accompagnare i defunti in un aldilà concepito come continuità della vita.


Contesto storico-geografico delle necropoli etrusche di Grotte di Castro

Grotte di Castro sorge su una rupe tufacea nel cuore della Tuscia, in posizione strategica tra il lago di Bolsena e la media valle del Fiora, a metà strada tra le antiche città etrusche di Vulci e Volsinii (l’attuale Orvieto). Sul colle di fronte al borgo, chiamato “Civita”, si sviluppò tra la seconda metà dell’VIII e il VI secolo a.C. un importante abitato etrusco, oggi quasi completamente scomparso, ma la cui presenza è testimoniata dalle tre grandi necropoli scavate nel tufo: Vigna la Piazza, Centocamere e Pianezze.

Queste necropoli non erano semplici cimiteri. Erano veri e propri quartieri funerari, progettati per accompagnare i defunti in un aldilà concepito come una continuazione della vita terrena.


Vigna la Piazza: le origini della necropoli etrusca di Grotte di Castro

Cronologia e tipologia delle tombe a fossa

La necropoli di Vigna la Piazza rappresenta la fase più antica dell’insediamento della Civita. Si data alla seconda metà dell’VIII – inizi VII secolo a.C., ed è quindi la più antica delle tre. La tipologia dominante è quella delle tombe a fossa con circolo di pietre, talvolta con sarcofago ligneo o litico.

Singolarit຺ nel panorama etrusco

Vigna la Piazza rappresenta una singolarità nel panorama etrusco per la presenza di tombe a fossa con circolo, segno di un rituale funerario arcaico e di legami con centri vicini come Bisenzio, Arlena e Orvieto. Documenta la fase più antica dell’insediamento della Civita, con sepolture individuali che riflettono una società ancora in formazione.


Centocamere: la necropoli “labirintica” del VII secolo a.C.

Struttura e sistema di cunicoli nel tufo

La necropoli di Centocamere deve il suo nome alle numerose tombe collegate tra di loro da un intricato sistema di fori e di cunicoli aperti nelle pareti delle camere funerarie, in parte realizzati dai tombaroli per passare più agevolmente dall’una all’altra struttura. Tutta la collina di Centocamere risulta interessata dalla presenza di strutture funerarie scavate nella roccia tufacea, disposte almeno su tre ordini, per un totale di oltre cinquanta tombe con deposizioni plurime.

Cronologia e tomba monumentale CC4

Le tombe fino ad ora indagate mostrano un arco cronologico compreso nel VII secolo a.C., ponendosi in una fase più antica rispetto alla necropoli di Pianezze, utilizzata per tutto il VI secolo a.C. La tomba monumentale CC4 si sviluppa per 16 metri, con cinque camere coassiali e tre laterali, per un totale di 19 inumati. Le tombe si sviluppano lungo un asse perpendicolare all’ingresso, con camere laterali; alcune furono riutilizzate in epoca medievale come colombai.

Percorso funerario e sentiero antico

Gli scavi hanno rivelato un tratto del sentiero antico usato durante i funerali, con gradini intagliati nel tufo per superare i punti più ripidi. Il sito è aperto all’aria aperta, accessibile da un sentiero che parte dalla strada per Onano.


Pianezze: le “case per l’eternità” degli Etruschi nel tufo

Struttura delle tombe a camera con dromos

Situata a circa tre chilometri a sud di Grotte di Castro, la necropoli di Pianezze rientra in un più ampio complesso cimiteriale che va riferito all’abitato etrusco che sorgeva sopra il colle denominato La Civita. In uso tra il VII e il V secolo a.C., è caratterizzata dalla presenza di 24 tombe monumentali a camera, accessibili tramite un dromos, un corridoio a cielo aperto che scende nella roccia e immette in un atrio, dal quale si aprono le stanze secondarie dove riposavano i defunti.

La Tomba Rossa e le decorazioni domestiche

La tomba più celebre è la Tomba Rossa, con colonna e mensola dipinte di rosso vivo per imitare gli arredi domestici. Ogni tomba è diversa, adattata alla qualità del tufo o alle richieste della famiglia, riflettendo l’idea di una casa personalizzata per il defunto.


L’idea etrusca di “casa per l’eternità” nelle necropoli di Grotte di Castro

Per gli Etruschi, la tomba non era un luogo di fine, ma di continuità. Le necropoli di Grotte di Castro lo dimostrano in modo eccezionale. Riproducevano gli ambienti domestici: atri, stanze, soglie, tetti a doppio spiovente scolpiti nella roccia. Gli arredi scolpiti e dipinti includevano colonne, mensole, letti funebri (klinai) e persino decorazioni parietali che imitavano le case dei vivi.

I defunti erano inumati in fosse o loculi, accompagnati da corredi funerari (ceramiche, armi, gioielli) che riflettevano il loro status e la vita quotidiana. I dromoi e i sentieri funerari non erano solo accessi, ma spazi di transizione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Questa concezione della morte come “casa per l’eternità” è uno degli aspetti più originali e commoventi della civilt຺ etrusca, e Grotte di Castro ne è una delle testimonianze più integre e suggestive.


Visita e valorizzazione del Parco Archeologico di Grotte di Castro

Oggi le necropoli di Pianezze e Centocamere sono adibite a Parco Archeologico e visitabili con biglietto cumulativo. Il Museo Civico Archeologico “Civita”, ospitato nel palazzo progettato dal Vignola, espone corredi funerari e ricostruisce in scala reale una tomba a camera, offrendo un percorso tematico sul mondo dell’aldilà e sulla vita quotidiana degli Etruschi.

Con lo stesso biglietto museale è possibile visitare le necropoli di Pianezze e Centocamere, approfondendo la storia millenaria di questa regione. Gli orari possono variare, perciò si consiglia di verificare con anticipo contattando il museo o consultando i siti ufficiali.


Fonti

Tuscia Grotte di Castro

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  • Súhrn speleo noviniek (38. týždeň 2026)
    🔦 Prehľad speleologických noviniek V januári 2026 bol publikovaný komplexný spravodaj o nových objavoch v slovenských jaskyniach vrátane detailného prieskumu Malužinskej jaskyne, ktorá sa potvrdila ako významný krasový útvar [1][3]. Zároveň prebehli kontroly bezpečnostných podmienok v otvorených jaskyniach Česka, čím sa zabezpečil nerušený návštevnícky prevádzku [5]. Slovenska Speleologická Spoločnosť Spravodaj SSS 2/2026 PDF 📅 2026-09-11 SSS Kurz dokumentácie a výskumu povrchových
     

Súhrn speleo noviniek (38. týždeň 2026)

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V januári 2026 bol publikovaný komplexný spravodaj o nových objavoch v slovenských jaskyniach vrátane detailného prieskumu Malužinskej jaskyne, ktorá sa potvrdila ako významný krasový útvar [1][3]. Zároveň prebehli kontroly bezpečnostných podmienok v otvorených jaskyniach Česka, čím sa zabezpečil nerušený návštevnícky prevádzku [5].

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  • Grotta di Timau: il sistema carsico sopra il Fontanon tra Grande Guerra, miniere e ricerca idrogeologica
    Condividi Un complesso ipogeo polifunzionale nel cuore della Carnia La Grotta presso la Centrale di Timau, censita al Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia con il numero 165 (locale 89 FR), rappresenta uno dei casi più articolati di cavità carsica dell’alta valle del But. Il sito combina elementi naturali, possibili tracce di attività estrattive antiche e una marcata trasformazione militare durante la Prima guerra mondiale, con ulteriori interventi negli anni Trenta.[1][2][
     

Grotta di Timau: il sistema carsico sopra il Fontanon tra Grande Guerra, miniere e ricerca idrogeologica

September 14th 2026 at 09:00

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Un complesso ipogeo polifunzionale nel cuore della Carnia

La Grotta presso la Centrale di Timau, censita al Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia con il numero 165 (locale 89 FR), rappresenta uno dei casi più articolati di cavità carsica dell’alta valle del But. Il sito combina elementi naturali, possibili tracce di attività estrattive antiche e una marcata trasformazione militare durante la Prima guerra mondiale, con ulteriori interventi negli anni Trenta.[1][2][3]

Il complesso si apre alla base della parete del Gamspitz, circa un chilometro a nord-ovest dell’abitato di Timau (frazione di Paluzza, provincia di Udine), a circa 50 metri sopra la Strada Statale 52 bis che sale al Passo di Monte Croce Carnico. L’ingresso principale è posto a 985 metri s.l.m. e si presenta come una galleria orizzontale chiusa da una porta in calcestruzzo attribuita al periodo bellico.[1][2][4]

Dati catastali e nuove misure: 380 metri ufficiali, oltre 750 nel rilievo recente

Secondo la scheda ufficiale del Catasto Speleologico Regionale FVG, lo sviluppo planimetrico registrato della Grotta presso la Centrale di Timau è di 380 metri, con un dislivello positivo e totale di 48 metri. Le descrizioni storiche e alcune sintesi divulgative riportavano in passato uno sviluppo complessivo di circa 200 metri, di cui 60 metri riferibili al settore bellico.[1][2]

Un rilievo topografico aggiornato, realizzato tra il 2024 e il 2025 dalla collaborazione tra Gruppo Triestino Speleologi, Società di Studi Carsici “A.F. Lindner” e Gruppo Speleologico “Michele Gortani” del CAI di Tolmezzo, ha documentato nuovi rami e ha portato lo sviluppo totale del sistema a oltre 750 metri.

Morfologia interna: settori fortificati, feritoie e passaggi verticali

L’impianto interno della grotta è articolato, con tratti orizzontali e verticali alternati e più livelli sovrapposti. Dopo una scalinata d’ingresso si raggiunge un ampio vano impostato su due piani, da cui si diramano gallerie in parte chiaramente artificiali. Due gallerie laterali conducono a veri e propri appostamenti fortificati, definiti nelle fonti locali come “malloppi”, affacciati verso l’esterno e concepiti per il controllo della valle.[2][3]

La documentazione catastale segnala sette aperture naturali semimurate, disposte allo stesso livello lungo circa 50 metri di parete e trasformate in feritoie. Queste aperture combinano la fratturazione originaria della roccia con la funzione difensiva, permettendo osservazione e tiro restando protetti dalla massa rocciosa. La comunicazione tra i piani avviene mediante barre di ferro piegate a U e infisse nella roccia, mentre un grande “finestrone” naturale, posto circa 30 metri sopra l’ingresso, è stato utilizzato come osservatorio e conserva evidenze di reticolato difensivo e reperti metallici. Due camini molto inclinati proseguono verso l’alto; il rilievo storico ipotizza possibili sbocchi in parete fino a circa 60 metri sopra l’ingresso.[1][2][3]

Carsismo, idrogeologia e il dibattito su “grotta naturale o miniera”

La genesi della Grotta di Timau è discussa da oltre un secolo. Studi ottocenteschi e primo-novecenteschi, richiamati anche dal Geoparco delle Alpi Carniche, citano ricerche di Olinto e Giovanni Marinelli, Lazzarini, De Gasperi e Michele Gortani. Una parte della tradizione interpretativa ha letto le cavità come antiche gallerie minerarie per calcopirite, in un’area nota per mineralizzazioni di rame e argento.[3][5]

Altre ricostruzioni propongono invece un sistema prevalentemente naturale, in parte ampliato o riutilizzato dall’uomo. La formulazione più prudente, coerente con le evidenze disponibili, è che il sito sia inserito in un sistema idrogeologico carsico associato al Fontanon, con tratti prossimi all’ingresso chiaramente artificializzati e opere belliche riconoscibili, mentre le tracce di frequentazione e scavo più antichi non bastano da sole a definire in modo conclusivo estensione, cronologia e scopo di eventuali attività minerarie.[3][5]

La scheda catastale registra il sito tra gli aspetti culturali di interesse archeologico e paleontologico, segnalando sei tacche scavate nella roccia (forse per grossi pali lignei), scritte a lapis attribuite a militari degli anni Trenta, tre scalpelli di antica fattura presso il finestrone, e chiodi in ferro sagomati a mano e ricoperti di calcite in gallerie cieche. Si tratta di segnalazioni e ipotesi di contesto, non di una datazione archeologica conclusiva: per trasformarle in prova sarebbero necessari studio stratigrafico, analisi tecnologica e confronto con materiali datati.[1][2][3]

Il Fontanon di Timau: una sorgente carsica strategica

La grotta sorge immediatamente sopra il Fontanon di Timau, risorgiva perenne alla base della parete della Creta di Timau. Uno studio idrogeologico preliminare, presentato negli atti del XXI Congresso nazionale di speleologia, ha rilevato portate complessive variabili da circa 250 a 3.000 litri al secondo, con una media annua di circa 1.250 litri al secondo; la risposta ai picchi di pioggia estivi e autunnali risultava dell’ordine di 14 ore.[1][6]

Ricerche più recenti, incluse quelle diffuse nel 2024–2026, indicano che la portata massima del Fontanon può superare i 5.000 litri al secondo, riflettendo un vasto bacino di alimentazione sotterraneo che si estende per oltre dieci chilometri a nord-est, attraversando le formazioni calcaree del Massiccio Coglians–Cjanevate e infiltrandosi anche oltre il confine austriaco, per poi riemergere presso Timau. Le acque della sorgente si riversano nel Torrente Bût dopo una ripida discesa tra i massi di un deposito morenico localmente cementato.[3][5][7][8]

La scheda catastale associa il punto d’ingresso ad areniti e siltiti del Flysch (Carbonifero superiore), mentre il paesaggio della risorgiva e il sistema idrico regionale coinvolgono anche corpi carbonatici carsificabili.[1][3]

La grotta nel fronte carnico della Grande Guerra

Dal maggio 1915 all’ottobre 1917 il fronte della Carnia collegava la guerra di montagna del Cadore e del Trentino con il settore del Fella e delle Prealpi Giulie. La valle del But e il Passo di Monte Croce Carnico erano cruciali: un’avanzata austro-ungarica oltre il valico avrebbe potuto aprire la direttrice verso le valli del But e del Chiarsò e, insieme alla val Fella, una via d’ingresso nell’Italia nord-orientale.[3]

Il tratto dell’Alto But comprendeva, fra gli altri, Coglians, Cresta Collinetta, Passo di Monte Croce Carnico, Pal Piccolo, Freikofel, Pal Grande e Pizzo di Timau. La grotta non era in prima linea di cresta, ma occupava una posizione di controllo e riparo nel fondovalle avanzato, sopra la strada e vicino a un’infrastruttura idrica ed energetica. Questo spiega il valore tattico di feritoie e osservatorio: dominare visivamente e difendere una direttrice di transito, con protezione offerta dalla roccia.[2][3]

Nel periodo 1915–1917 la cavità fu parzialmente adattata a fortino: ingresso in calcestruzzo, appostamenti, feritoie, scale e opere murarie costituiscono le testimonianze materiali principali di questa fase. Negli anni Trenta il settore iniziale fu ulteriormente riadattato per scopi militari; le scritte a lapis sono attribuite a questa fase. Oggi il sito è considerato patrimonio speleologico e storico-militare, cavità attrezzata ma non classificata come grotta turistica.[2][3]

Nella guerra alpina le cavità offrivano vantaggi concreti: mascheramento, protezione relativa da tiro e bombardamento, deposito, ricovero e possibilità di osservazione. Tuttavia non erano spazi “sicuri” in senso assoluto: umidità, gelo, ventilazione scarsa, caduta massi, difficoltà di collegamento e vulnerabilità degli imbocchi rendevano l’uso quotidiano duro e rischioso. Il caso Timau è rilevante perché conserva insieme la funzione passiva di riparo e quella attiva di opera difensiva.[3]

Le Portatrici Carniche e la logistica del fronte Alto But

Il settore Alto But dipendeva da rifornimenti lungo sentieri e mulattiere, in un ambiente dove le rotabili non raggiungevano le posizioni di quota. Le Portatrici di Timau e Paluzza operarono dall’agosto 1915 all’ottobre 1917 trasportando a spalla viveri, munizioni, medicinali e materiali verso il fronte. Inserire la grotta in questo quadro evita una lettura esclusivamente tecnico-militare: ogni postazione dipendeva da una rete di lavoro, logistica e popolazione civile.[3]

Valore patrimoniale e criteri per una tutela consapevole

La Grotta presso la Centrale di Timau è contemporaneamente patrimonio geologico e idrogeologico, in relazione alla risorgiva del Fontanon; documento della storia delle esplorazioni speleologiche carniche; possibile contesto minerario e archeologico da verificare; manufatto storico-militare della Grande Guerra e del riarmo degli anni Trenta; elemento paesaggistico della memoria locale di Timau.[3][5]

Il Catasto FVG segnala il sito alla Regione per futura tutela paesaggistica. Tale indicazione va intesa come un’opportunità e non come garanzia sufficiente: la conservazione richiede documentazione, controllo degli accessi, manutenzione conservativa e interpretazione non invasiva.[1]

Tra i rischi da considerare vi sono gli infortuni nei rami verticali, il danneggiamento delle strutture storiche, l’alterazione dell’ambiente ipogeo e l’inquinamento del sistema idrico. Nei sistemi carsici l’acqua e gli eventuali contaminanti possono transitare rapidamente; la vicinanza alla statale e a una risorsa idrica strategica richiede attenzione a sversamenti, gestione delle acque e trasformazioni del bacino.[3][6]

Criteri operativi per una valorizzazione corretta includono: affidare le visite ai soli rami non tecnici e alle condizioni effettivamente sicure, con guide speleologiche abilitate quando necessario; separare fisicamente e narrativamente il percorso di fruizione dai settori fragili, verticali o d’interesse archeologico; rilevare in 3D cavità e strutture belliche prima di qualunque intervento di consolidamento o apertura al pubblico; registrare fotogrammetricamente scritte, tacche, murature, scale e feritoie, senza “ripulire” né restaurare senza un progetto conservativo; integrare monitoraggio dell’acqua, delle condizioni microclimatiche e delle frequentazioni con la tutela della sorgente del Fontanon; collegare l’interpretazione del sito al Museo “La Zona Carnia nella Grande Guerra” di Timau e agli itinerari di Pal Piccolo, Pal Grande e Passo di Monte Croce, evitando di isolare la grotta dal sistema territoriale.[3][5]


Fonti

Fonti
[1] 165 | Grotta presso la Centrale di Timau https://catastogrotte.regione.fvg.it/schedacompleta/165-Grotta_presso_la_Centrale_di_Timau
[2] 165 | Grotta presso la Centrale di Timau https://catastogrotte.regione.fvg.it/scheda/165-Grotta_presso_la_Centrale_di_Timau
[3] SOTTO I GHIACCI DELLE CARNICHE: Il Fontanon di Timau Rivela i … https://www.scintilena.com/sotto-i-ghiacci-delle-carniche-il-fontanon-di-timau-rivela-i-suoi-segreti-dopo-secoli-di-silenzio/01/24/
[4] prcs 165 grotta presso la centrale di timau https://www.catastogrotte.it/main/stampa_grotta/165/1
[5] La sorgente e le grotte del Fontanon – Geoparco Alpi Carniche https://www.geoparcoalpicarniche.org/it/geotrails/il-fontanon-e-le-grotte-di-timau/
[6] [PDF] Il Fontanon di Timau (Paluzza, Udine, Italia): dati preliminari sulle … https://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/9092/1/66_Sessione-IX-Sessione-esplorazione-ricerca_Mocchiutti-Muscio.pdf
[7] Fontanon di Timau – % – Corrado Venturini https://www.corradoventurini.it/cor/fontanon-di-timau/
[8] Fontanon di Timau | Corrado Venturini https://www.corradoventurini.it/cor/wp-content/uploads/2013/05/Geositi006_fontanon_timau.pdf
[10] Geochemical characterization of the Timau Karst aquifer – ArTS https://arts.units.it/handle/11368/3075602
[11] Hydrogeology of continental southern Italy https://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/17445647.2018.1454352?needAccess=true
[12] CSR/CN/0 https://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/ambiente-territorio/geologia/FOGLIA33/allegati/20210323_Decreto1750.pdf
[13] La Carta idrografica d’Italia come fonte per la storia degli opifici idraulici alla fine dell’Ottocento. Il caso toscano https://www.bsgi.it/index.php/bsgi/article/download/1302/924
[14] Catasto Speleologico Regionale – Regione Autonoma Friuli … https://catastogrotte.regione.fvg.it/cartografia?id=165-Grotta_presso_la_Centrale_di_Timau
[15] PRCS 7197 CONDOTTA SOPRA LA CENTRALE DI TIMAU Stampa https://www.catastogrotte.it/grotta/7197
[16] PRCS 165 GROTTA PRESSO LA CENTRALE DI TIMAU https://www.catastogrotte.it/main/stampa_grotta/165/
[17] Il Fontanon di T imau è la più importante risorgiva carsica … https://www.faunaitalia.it/fstoch/pdf/Stoch,%202004b.pdf
[18] PRCS 165 GROTTA PRESSO LA CENTRALE DI TIMAU Stampa https://www.catastogrotte.it/grotta/165/grotta-presso-la-centrale-di-timau

https://www.facebook.com/share/1C8jdeUs7q/?mibextid=wwXIfr Roberto Cavasin Fotografo di Guerra – Timau

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  • Pulo di Altamura, la dolina carsica che rivela il sottosuolo dell’Alta Murgia
    Condividi Il Pulo di Altamura è una grande depressione carsica, modellata dalle acque e legata al crollo di antiche cavità Il Pulo di Altamura è una delle forme carsiche più riconoscibili dell’Alta Murgia. A pochi chilometri dalla città pugliese, lungo la SP 157, l’altopiano calcareo si apre in una vasta depressione chiusa, dai versanti ripidi e dalle pareti segnate da grotte e anfratti. Non si tratta di un cratere vulcanico. È una dolina profonda circa 90 metri, cioè una forma del paesaggio
     

Pulo di Altamura, la dolina carsica che rivela il sottosuolo dell’Alta Murgia

September 14th 2026 at 08:00

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Il Pulo di Altamura è una grande depressione carsica, modellata dalle acque e legata al crollo di antiche cavità

Il Pulo di Altamura è una delle forme carsiche più riconoscibili dell’Alta Murgia. A pochi chilometri dalla città pugliese, lungo la SP 157, l’altopiano calcareo si apre in una vasta depressione chiusa, dai versanti ripidi e dalle pareti segnate da grotte e anfratti. Non si tratta di un cratere vulcanico. È una dolina profonda circa 90 metri, cioè una forma del paesaggio prodotta nel lungo periodo dalla circolazione dell’acqua nelle rocce calcaree.

Pulo di Altamura e carsismo: l’acqua che dissolve il calcare

Il Pulo di Altamura è classificato come una dolina carsica a scodella. Il carsismo è l’insieme dei processi con cui l’acqua, resa debolmente acida dall’anidride carbonica presente nell’atmosfera e nel suolo, scioglie lentamente le rocce solubili. Nei calcari delle Murge l’acqua penetra attraverso fratture e discontinuità. Nel tempo amplia i percorsi sotterranei, mobilita sedimenti e modifica anche la superficie.

Nel caso del Pulo di Altamura, la forma regolare e le caratteristiche morfologiche hanno portato il Parco Nazionale dell’Alta Murgia a interpretare la depressione come una dolina di crollo. In questa lettura, sotto l’attuale conca esisteva una cavità ipogea o un sistema di vuoti; la volta ha perso stabilità ed è collassata. L’azione delle piogge e del ruscellamento ha poi continuato a modellare il bacino. [web:25]

Il processo non è riducibile a una sola causa. La dissoluzione chimica del calcare, l’erosione meccanica, il trasporto dei detriti e il cedimento di porzioni rocciose concorrono alla storia di queste grandi forme. Il Pulo di Altamura mostra quindi come un altopiano apparentemente uniforme possa custodire un articolato reticolo di fratture, cavità e condotti nel sottosuolo.

Due lame e la Grotta del Pulo nel sistema idrologico carsico

Il funzionamento del Pulo di Altamura è strettamente connesso alle acque meteoriche. Il Museo Archeologico Nazionale di Altamura lo descrive come il punto più basso di un’ampia area di scolo. Due lame, una proveniente da nord-est e una da nord-ovest, convogliano verso la dolina le acque delle precipitazioni. [web:27]

Nella terminologia locale pugliese, una lama è un solco erosivo nel quale l’acqua defluisce soprattutto in occasione delle piogge. Non è un corso d’acqua perenne. In territori calcarei e fratturati, infatti, una parte rilevante dell’acqua si infiltra rapidamente nel sottosuolo.

Al fondo della depressione si apre l’inghiottitoio noto come Grotta del Pulo. Il Comune di Altamura ne indica una profondità di 30 metri e specifica che la cavità è visitabile soltanto da speleologi. Il dato aiuta a comprendere il legame diretto tra carsismo epigeo e carsismo ipogeo: la grande forma visibile in superficie continua nel sistema sotterraneo, dove l’acqua trova vie di assorbimento e circolazione. [web:6]

In caso di piogge intense, lame, impluvi e fondo della dolina richiedono attenzione. Sono elementi attivi del drenaggio naturale del bacino. La fruizione del Pulo di Altamura deve quindi rispettare sentieri, segnaletica e condizioni meteorologiche.

Grotte del Pulo di Altamura e archeologia rupestre

Le cavità lungo le pareti, soprattutto sul versante settentrionale, costituiscono un patrimonio geomorfologico e archeologico. La Regione Puglia segnala le principali Grotta I e Grotta II e riferisce una frequentazione umana protratta fino al Medioevo e all’età moderna. Tra le evidenze ricordate figurano resti umani, ciottoli incisi e una conchiglia fossile del genere Cypraea. [web:4]

Le fonti comunali e del MurGeoPark collocano la presenza umana documentata nelle cavità in un arco cronologico che va dal Paleolitico superiore al Medioevo. È più corretto parlare di frequentazioni in fasi diverse, non di un uso continuo e uniforme nel tempo. Grotte e ripari possono infatti aver assolto funzioni differenti in periodi differenti: luogo di sosta, spazio di attività, deposito o contesto rituale. [web:8][web:21]

Va distinta con chiarezza la storia del Pulo di Altamura da quella dell’Uomo di Altamura. Il celebre scheletro fossile è stato scoperto nella Grotta di Lamalunga, altro sito carsico del territorio altamurano. Il Centro visite di Lamalunga propone proprio un percorso didattico dedicato al carsismo, alla speleologia e alla grotta dove il reperto è conservato; Pulo e Lamalunga sono quindi parte dello stesso contesto territoriale, ma restano siti distinti. [web:14]

Tutela del Pulo di Altamura e fruizione responsabile

Il valore del Pulo di Altamura non è soltanto paesaggistico. Il sito riunisce geologia, idrologia carsica, archeologia rupestre, flora e fauna di ambiente roccioso. La Regione Puglia segnala sul versante nord un importante sistema rupicolo, mentre il MurGeoPark lo colloca in zona A dell’area protetta, indicandone anche il microclima favorevole a specie endemiche. [web:4][web:21]

Nel 2025 il Comune di Altamura ha comunicato di aver dichiarato il geosito “zona silenziosa in aperta campagna”, nell’ambito di iniziative legate a gestione e fruizione. Il provvedimento richiama il valore naturalistico, geologico e paesaggistico dell’area e la sua appartenenza al GeoParco UNESCO MurGeoPark. [web:8]

Una visita rispettosa richiede comportamenti semplici: restare sui percorsi, non entrare nelle cavità non autorizzate, non raccogliere reperti o materiali, evitare rumori e luci invasive vicino agli anfratti. I reperti archeologici e i depositi naturali mantengono il loro significato soprattutto se conservati nel contesto in cui si trovano. Anche l’acqua merita attenzione, perché fratture e inghiottitoi possono trasferire rapidamente nel sottosuolo ciò che viene disperso in superficie.

Il Pulo di Altamura resta così una chiave di lettura dell’Alta Murgia. La sua grande conca rende visibili processi che di norma agiscono lentamente e in profondità: infiltrazione, dissoluzione del calcare, sviluppo delle cavità e trasformazione continua del paesaggio carsico.

Fonti

Pilo di Altamura

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Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo: dal Coahuila la proposta per riconoscere le cavità come zone umide sotterranee

September 14th 2026 at 07:00

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Nel primo appuntamento UNESCO del 13 settembre 2026, Mónica Ponce propone di leggere le grotte del Deserto Chihuahuense e del mondo come sistemi idrologici e corridoi biologici. Un’impostazione che richiama strumenti già previsti dalla Convenzione di Ramsar.

Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo e proposta dal Coahuila

Saltillo, nello Stato messicano di Coahuila, ha fatto da cornice a una proposta dedicata al ruolo ecologico delle cavità naturali. Il documento è stato diffuso il 13 settembre 2026, data della prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo riconosciuta dall’UNESCO.

L’iniziativa è firmata da Mónica Ponce, presidente della Commissione Materiali e Tecniche dell’Unione Internazionale di Speleologia e presidente dell’Asociación Coahuilense de Espeleología. Il testo invita a considerare le grotte del Deserto Chihuahuense, e per estensione le cavità del pianeta, come “zone umide sotterranee” e come “corridoi biologici ponte”.

La proposta non chiede di applicare una semplice definizione simbolica. Punta a mettere in relazione tutela delle acque sotterranee, biodiversità ipogea, continuità ecologica e pianificazione territoriale. Il messaggio centrale è chiaro: l’acqua invisibile del sottosuolo sostiene processi naturali che producono effetti anche in superficie.

La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo è stata proclamata dall’UNESCO nel novembre 2025. La ricorrenza mira a richiamare l’attenzione sulle cavità naturali, sulle risorse idriche e sui paesaggi geologici. La prima celebrazione internazionale si è svolta a Postumia, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre 2026.

Grotte come zone umide sotterranee e sistemi idrologici

Nel testo presentato da Ponce, la prima chiave di lettura è idrologica. Le grotte e i sistemi carsici raccolgono, trasferiscono, immagazzinano e restituiscono acqua. In molti casi sono collegati a falde, sorgenti, corsi d’acqua sotterranei e bacini di alimentazione posti in superficie.

La definizione di “zona umida sotterranea” ha anche un fondamento negli strumenti internazionali esistenti. La Risoluzione VI.5 della Convenzione sulle zone umide di Ramsar, adottata a Brisbane nel 1996, ha inserito i sistemi idrologici carsici e di grotta sotterranei nella classificazione Ramsar delle zone umide. Le linee guida successive sottolineano il legame stretto tra questi ambienti e le acque sotterranee.

Questo passaggio è rilevante per i territori aridi e semiaridi. La stessa documentazione Ramsar riconosce che alcuni sistemi carsici e di grotta sono risorse ecologiche, culturali e scientifiche. In molte aree possono costituire anche una fonte di acqua sotterranea per paesaggi altrimenti aridi.

La proposta dal Coahuila riprende questo quadro. Evidenzia che le cavità possono contribuire alla regolazione del ciclo dell’acqua e alla ricarica degli acquiferi. Ricorda anche le condizioni di elevata umidità e di relativa stabilità termica che caratterizzano molti ambienti ipogei. Ogni sistema va comunque valutato nel proprio contesto geologico e idrogeologico. Non tutte le grotte hanno infatti lo stesso regime delle acque, né la stessa capacità di immagazzinamento o trasferimento.

In questa prospettiva, la protezione di un ingresso o di una singola sala non è sempre sufficiente. Le pressioni esercitate nel bacino di alimentazione possono alterare qualità e quantità dell’acqua che raggiunge il sottosuolo. Ramsar indica perciò la necessità di definire confini e fasce di tutela capaci di mantenere le funzioni idrologiche dei siti.

Corridoi biologici delle grotte e biodiversità sotterranea

La seconda parte della proposta riguarda le grotte come “corridoi biologici ponte”. L’espressione descrive il ruolo di connessione tra superficie e sottosuolo. Una cavità non è un ambiente isolato. Gli apporti d’acqua, materia organica, aria e organismi la collegano a un sistema più ampio.

Le grotte ospitano comunità altamente specializzate. Vi si trovano specie cavernicole e, in alcune situazioni, organismi endemici adattati a condizioni di buio, umidità e disponibilità alimentare limitata. Le cavità possono inoltre offrire rifugio, siti di riproduzione o di sosta a specie che utilizzano anche gli ambienti esterni, compresi vari chirotteri.

La connettività richiamata nel documento non va intesa come un corridoio lineare valido in ogni circostanza. È una proposta di pianificazione. Significa considerare insieme la grotta, le aree di ricarica, le sorgenti, la copertura vegetale, gli habitat esterni e le rotte utilizzate dalla fauna. Significa anche includere microbiota e invertebrati meno visibili nei programmi di inventario e monitoraggio.

Le linee Ramsar per la selezione e la gestione dei siti chiedono di prendere in esame le componenti biologiche, fisiche e chimiche dell’ecosistema. Riconoscono inoltre che anche siti piccoli, o gruppi di siti idrologicamente collegati, possono avere valore elevato. Per gli ambienti carsici questo approccio di rete è particolarmente utile.

Tutela del carsismo, Ramsar e obiettivo 30×30

La proposta collega il riconoscimento delle grotte come zone umide sotterranee a più quadri internazionali. Tra questi figurano l’UNESCO, le attività di ricerca e divulgazione della UIS e l’azione della Convenzione di Ramsar. Viene richiamato anche il lavoro di identificazione e documentazione dei geositi svolto dal Servicio Geológico Mexicano.

Il riferimento alla strategia 30×30 richiede una precisazione. Il Target 3 del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal prevede che entro il 2030 sia efficacemente conservato e gestito almeno il 30 per cento delle aree terrestri, delle acque interne, delle aree costiere e marine. Il testo del target non stabilisce una quota autonoma riservata al sottosuolo.

L’estensione del ragionamento alle cavità e ai sistemi carsici rappresenta quindi una lettura proposta dal documento di Saltillo. Essa è coerente con l’idea di conservare aree importanti per la biodiversità, le funzioni ecosistemiche e la connettività. Per tradurla in misure concrete servono inventari, dati idrogeologici, valutazioni della fauna e una governance che includa le comunità locali.

La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo può offrire un contesto utile per questo confronto. La UIS ha invitato associazioni, grotte turistiche, geoparchi, scuole e istituzioni a promuovere iniziative locali. Nel caso della proposta di Ponce, divulgazione e tutela vengono poste sullo stesso piano: far conoscere le cavità significa anche rendere visibili i servizi idrici ed ecologici che svolgono.

Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo: cosa implica la proposta

Definire le grotte come zone umide sotterranee e corridoi biologici non sostituisce gli strumenti di tutela già in vigore. Può però modificare la scala con cui vengono osservate. L’attenzione si sposta dalla cavità considerata come singolo luogo al sistema carsico nel suo complesso.

In termini operativi, l’impostazione suggerisce alcune priorità:

  • realizzare inventari delle cavità, delle acque sotterranee e delle specie associate;
  • individuare le aree di ricarica e le possibili fonti di inquinamento;
  • monitorare portate, qualità delle acque, temperatura, umidità e comunità biologiche;
  • progettare fasce di rispetto e misure di gestione che includano gli habitat esterni connessi;
  • integrare ricerca speleologica, tutela della biodiversità, pianificazione idrica e divulgazione.

Il valore della proposta consiste nel riunire temi spesso trattati separatamente. Carsismo, falde, habitat ipogei e specie di superficie fanno parte di reti interdipendenti. La ricorrenza UNESCO del 13 settembre richiama proprio questo carattere integrato.

Per il Deserto Chihuahuense, dove l’acqua rappresenta una risorsa particolarmente sensibile, la lettura proposta da Ponce assume un rilievo specifico. Per altri contesti carsici, compresi quelli italiani, il punto di partenza resta analogo: conoscere i collegamenti tra superficie e sottosuolo prima di intervenire. La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo porta così al centro della discussione una domanda concreta: quali parti del paesaggio devono essere considerate per proteggere davvero una grotta?

Fonti

Monica Ponce

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  • Perù, una tomba rimasta intatta per 600 anni svela i segreti della civiltà Chimú
    Condividi A Chan Chan scoperta una piattaforma funeraria con i resti di 38 individui e preziosi corredi. Il contesto archeologico quasi indisturbato potrà fornire nuove informazioni sui rituali e sulla società che precedette l’espansione degli Inca Una piattaforma funeraria rimasta pressoché intatta per oltre 600 anni è stata scoperta dagli archeologi a Chan Chan, sulla costa settentrionale del Perù, antica capitale del regno Chimú e una delle più importanti città dell’America preispanica.
     

Perù, una tomba rimasta intatta per 600 anni svela i segreti della civiltà Chimú

September 14th 2026 at 06:00

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A Chan Chan scoperta una piattaforma funeraria con i resti di 38 individui e preziosi corredi. Il contesto archeologico quasi indisturbato potrà fornire nuove informazioni sui rituali e sulla società che precedette l’espansione degli Inca

Una piattaforma funeraria rimasta pressoché intatta per oltre 600 anni è stata scoperta dagli archeologi a Chan Chan, sulla costa settentrionale del Perù, antica capitale del regno Chimú e una delle più importanti città dell’America preispanica.

Il ritrovamento è avvenuto nel complesso fortificato di Utzh An, conosciuto in passato come Palazzo Gran Chimú. All’interno della struttura sono stati individuati i resti di 38 persone, accompagnati da ornamenti, oggetti cerimoniali, armi ed emblemi metallici. Un individuo, rinvenuto nella camera principale insieme a manufatti in conchiglia e metallo, potrebbe essere appartenuto all’élite Chimú.

La piattaforma funeraria scoperta nel complesso archeologico di Chan Chan, in Perù. Foto: Luis Puell / Agencia Andina

Particolarmente interessanti sono le tracce di pigmentazione rossa osservate su alcuni resti e reperti. Potrebbero essere riconducibili al cinabro, minerale composto da solfuro di mercurio utilizzato come pigmento rosso in contesti funerari di alto rango nelle società andine. Saranno tuttavia le analisi di laboratorio a stabilirne con certezza la composizione.

Dal punto di vista scientifico, il valore della scoperta risiede soprattutto nell’eccezionale conservazione del contesto. Molte sepolture dell’élite Chimú conosciute dagli studiosi erano state saccheggiate in passato, separando i reperti dai luoghi e dagli individui ai quali appartenevano. Qui gli archeologi possono invece analizzare ossa, posizione dei corpi, oggetti, pigmenti e struttura funeraria nelle loro associazioni originarie, ricostruendo con maggiore precisione rituali e gerarchie sociali.

Alcuni dei manufatti metallici rinvenuti nel contesto funerario di Chan Chan. Foto: Luis Puell / Agencia Andina

Un individuo presenta inoltre una deposizione insolita: il corpo era completamente disteso, mentre nelle sepolture Chimú sono più comuni posizioni flesse o sedute. Una differenza che apre interrogativi sul suo ruolo e sul significato del rituale funerario.

La civiltà Chimú prosperò sulla costa settentrionale del Perù prima dell’espansione incaica, con Chan Chan come grande centro politico. E il sito potrebbe conservare ancora moltissime sorprese: secondo il responsabile degli scavi Jorge Meneses, non più del 7% dell’intera area di Chan Chan è stato finora scavato.

Alcuni dei manufatti metallici rinvenuti nel contesto funerario di Chan Chan. Foto: Luis Puell / Agencia Andina

Fonti e approfondimenti

ANSA – Scoperta eccezionale in Perù, trovata una tomba pre-incaica di oltre 600 anni
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/09/10/scoperta-eccezionale-in-peru-trovata-una-tomba-pre-incaica-di-oltre-600_7df618f0-6cc4-454f-8bd2-66cc4735696d.html

El País – An intact tomb preserved for 600 years opens a window onto the world of the Chimú elite in Peru
https://english.elpais.com/culture/2026-09-10/an-intact-tomb-preserved-for-600-years-opens-a-window-onto-the-world-of-the-chimu-elite-in-peru.html

El Peruano – Hallazgo inédito en Chan Chan: descubren plataforma funeraria con 38 individuos de alto estatus
https://elperuano.pe/noticia/304310-hallazgo-inedito-en-chan-chan-descubren-plataforma-funeraria-con-38-individuos-de-alto-estatus

EFE – approfondimento sulla scoperta archeologica di Chan Chan
https://efe.com/cultura/2026-09-09/chan-chan-peru-chimu/

Chi erano i Chimú

La civiltà Chimú si sviluppò lungo la costa settentrionale dell’attuale Perù tra circa il IX e il XV secolo, prima della conquista da parte degli Inca. Il suo centro politico era Chan Chan, nei pressi dell’odierna Trujillo, una vastissima città costruita prevalentemente in terra cruda e oggi riconosciuta come Patrimonio Mondiale UNESCO. I Chimú crearono un potente regno costiero, basato su un’agricoltura sostenuta da sofisticati sistemi di irrigazione, e raggiunsero livelli notevoli nella lavorazione dei metalli, nei tessuti e nell’artigianato. Intorno al 1470 il regno di Chimor venne incorporato nell’Impero Inca, pochi decenni prima dell’arrivo degli Spagnoli.

Fotografie: Luis Puell – Agencia Andina©Editora Perú – – https://andina.pe/agencia/galeria-extraordinario-hallazgo-chan-chan-descubren-plataforma-funeraria-restos-38-individuos-alto-estatus-30392.aspx

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  • Arte rupestre post-paleolitica: nuove ricerche e metodi digitali
    Condividi Il volume nato dall’incontro di Camaiore riunisce dati da molte regioni italiane, casi di studio in cavità e all’aperto, tecniche di documentazione 3D, analisi diagnostiche e applicazioni dell’intelligenza artificiale. L’arte rupestre post-paleolitica italiana torna al centro di una pubblicazione che raccoglie ricerche territoriali e riflessioni metodologiche. Il volume, curato da Anna Maria Tosatti, Francesco Marco Paolo Carrera, Renata Grifoni Cremonesi e Dario Sigari, deriva dal
     

Arte rupestre post-paleolitica: nuove ricerche e metodi digitali

September 14th 2026 at 05:00

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Il volume nato dall’incontro di Camaiore riunisce dati da molte regioni italiane, casi di studio in cavità e all’aperto, tecniche di documentazione 3D, analisi diagnostiche e applicazioni dell’intelligenza artificiale.

L’arte rupestre post-paleolitica italiana torna al centro di una pubblicazione che raccoglie ricerche territoriali e riflessioni metodologiche. Il volume, curato da Anna Maria Tosatti, Francesco Marco Paolo Carrera, Renata Grifoni Cremonesi e Dario Sigari, deriva dal XII Incontro Annuale di Preistoria e Protostoria. L’appuntamento si svolse il 19 e 20 maggio 2023 al Museo Civico Archeologico di Camaiore, in provincia di Lucca.

Gli Atti sono pubblicati nel 2026 nella collana Access Archaeology di Archaeopress. Il libro propone un quadro articolato di incisioni, pitture e altre manifestazioni grafiche realizzate dalla preistoria recente alle fasi storiche. L’attenzione riguarda anche le condizioni materiali dei supporti rocciosi, la tutela e le difficoltà di interpretazione.

Arte rupestre post-paleolitica tra territori e contesti

L’espressione arte rupestre post-paleolitica comprende testimonianze molto diverse per cronologia, tecnica e significato. Nel volume sono esaminati siti dell’area apuana e versiliese, del Trentino, della Calabria, della Sicilia, dell’Abruzzo, del Gargano, delle Marche e della Valcamonica. Lo sguardo si estende anche alla Sardegna e a contesti fuori dall’Italia, come la Grotta dei Nuotatori nel Gilf Kebir egiziano.

La ricognizione geografica non è soltanto un catalogo di località. I contributi mettono in relazione segni, rocce, percorsi, visibilità e paesaggi. Alcune evidenze sono collocate in aree aperte e in punti di transito. Altre sono associate a ripari e cavità con caratteristiche topografiche specifiche. Per chi studia gli ambienti sotterranei, questo aspetto è rilevante: la posizione di una parete dipinta o incisa può concorrere a definire la funzione del luogo e le modalità di frequentazione.

Gli autori invitano a non ricondurre automaticamente ogni segno al solo ambito rituale. Le ipotesi considerate includono l’organizzazione territoriale, il pastoralismo, l’orientamento, la memoria di eventi e pratiche connesse alla vita delle comunità. Le attribuzioni restano complesse, soprattutto quando mancano dati stratigrafici o cronologie dirette.

Rilievo 3D e analisi per l’arte rupestre post-paleolitica

Una parte consistente degli Atti è dedicata agli strumenti di documentazione. Fotografia controllata, modelli tridimensionali e procedure digitali permettono di registrare superfici difficili da leggere a occhio nudo. La documentazione 3D è affrontata come metodo operativo, con attenzione agli usi possibili e ai limiti dei diversi procedimenti.

Le tecnologie non sostituiscono l’osservazione sul campo. Possono però rendere confrontabili rilievi eseguiti in tempi diversi e favorire una lettura più precisa delle sovrapposizioni. Questo è utile nei siti esposti agli agenti atmosferici, ma anche in ripari e cavità, dove luce, umidità, concrezioni e geometria delle pareti condizionano la registrazione dei segni.

Il volume presenta inoltre indagini chimico-fisiche, analisi petrologiche e proposte per distinguere lineazioni naturali da tracce di origine antropica. La distinzione è essenziale. Una frattura, una vena minerale o un’alterazione della roccia possono infatti assumere aspetti simili a un’incisione. Per l’arte rupestre post-paleolitica, la verifica della natura del segno deve quindi integrare rilievo, geologia e confronto con il contesto archeologico.

Intelligenza artificiale e documentazione delle superfici

Tra i contributi compare DigiRock, progetto dedicato al riconoscimento, alla digitalizzazione e all’analisi dell’arte di Grotta Poesia attraverso l’intelligenza artificiale. Il caso mostra una direzione di ricerca in crescita: sistemi capaci di assistere il ricercatore nella selezione delle immagini, nel riconoscimento delle tracce e nell’organizzazione di grandi quantità di dati.

L’uso di questi strumenti richiede banche dati affidabili, protocolli trasparenti e controlli specialistici. Un algoritmo può sostenere l’analisi preliminare, non attribuire da solo cronologia o significato a una figura. La qualità delle fotografie, l’illuminazione, le deformazioni della superficie e i criteri con cui vengono classificati i segni incidono sui risultati.

Nel caso di superfici rupestri fragili, una procedura digitale ben documentata può anche ridurre interventi diretti e consentire verifiche successive. Il dato conservato deve restare leggibile e riutilizzabile. Questa esigenza accomuna archeologi, geologi, restauratori e studiosi delle cavità.

Tutela, monitoraggio e prospettive di ricerca

Gli Atti richiamano la necessità di documentare rapidamente le nuove segnalazioni e di monitorare i siti già conosciuti. L’arte rupestre post-paleolitica è esposta a erosione, crescita biologica, alterazioni della roccia e, in alcuni casi, pressioni dovute alla frequentazione. La conoscenza sistematica costituisce quindi una base per definire priorità di tutela.

Il quadro emerso a Camaiore conferma il valore di un’impostazione interdisciplinare. Le scoperte sul territorio acquistano significato quando sono accompagnate da rilievi ripetibili, analisi dei materiali e studio del paesaggio. Anche le cavità e i ripari richiedono questa integrazione, perché il supporto roccioso e la morfologia del luogo sono parte della testimonianza.

La pubblicazione prosegue una serie di incontri dedicati all’arte rupestre in Italia e mette a disposizione materiali utili per ricerche future. Il confronto tra casi regionali, tecniche di acquisizione e proposte interpretative offre una base di lavoro per aggiornare carte archeologiche, programmi di monitoraggio e pratiche di divulgazione rivolte al pubblico.

Fonti

L'articolo Arte rupestre post-paleolitica: nuove ricerche e metodi digitali proviene da Scintilena.

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