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Nicola Barone, una vita nelle grotte dell’Etna e della Sicilia

August 15th 2026 at 16:24

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Addio a uno dei fondatori del Centro Speleologico Etneo. Dalle esplorazioni e dal catasto delle cavità vulcaniche alla ricerca nel territorio di Melilli, fino alla vulcanospeleologia internazionale: oltre mezzo secolo dedicato alla conoscenza e alla tutela del mondo sotterraneo siciliano

«Ci ha lasciati Nicola Barone, socio fondatore del CSE e riferimento per la speleologia siciliana dagli anni Settanta».

Con queste parole Alfio Cariola, presidente del Centro Speleologico Etneo, annuncia la scomparsa di Nicola Barone, ricordando una figura che ha accompagnato una parte importante della storia della speleologia siciliana e, in particolare, della ricerca nelle grotte vulcaniche dell’Etna. La Federazione Speleologica Siciliana, nella persona del presidente DArio Rocca, lo ricorda a sua volta.

Barone è stato presidente del Centro Speleologico Etneo, esploratore, rilevatore, autore e curatore di pubblicazioni, organizzatore di incontri scientifici e divulgatore. Ma soprattutto è appartenuto a quella generazione di speleologi che, a partire dagli anni Settanta, ha contribuito a trasformare l’esplorazione delle cavità siciliane in un lavoro sistematico di documentazione, studio e tutela.

Cariola ricorda anche due opere alle quali il nome di Barone resta particolarmente legato: “Le grotte dell’Etna” e “Le grotte del territorio di Melilli”.

Proprio Melilli continuava a occupare i suoi pensieri e il suo lavoro. Negli ultimi tempi Nicola Barone era infatti impegnato nella preparazione di un nuovo volume dedicato alle bellezze naturalistiche del territorio melillese. Un progetto che appare oggi quasi come la prosecuzione naturale di una ricerca cominciata molti decenni prima.

Dagli anni Settanta alla maturità della speleologia siciliana

La storia speleologica di Nicola Barone abbraccio quella del Centro Speleologico Etneo, con una stagione particolarmente vivace delle esplorazioni siciliane.

Sono gli anni in cui alla frequentazione delle grotte più conosciute si affiancano prospezioni sistematiche, rilievi topografici, raccolta di dati, osservazioni geologiche e biologiche e un crescente interesse per la catalogazione delle cavità.

Un passaggio fondamentale di quella stagione è stata la scoperta, nel 1977, della Grotta di Villasmundo, nel territorio siracusano. Molti anni dopo, introducendo il volume dedicato alle grotte di Melilli, Barone avrebbe ricordato quell’esperienza come uno dei momenti che hanno profondamente mutato gli orizzonti della speleologia siciliana. Villasmundo apriva infatti un mondo diverso da quello delle grotte laviche etnee e contribuiva ad ampliare interessi, tecniche e prospettive di ricerca.

Sono seguite le prospezioni di Poggio Manchitta, Cava dei Molini, Vallone Cannatello e di altre aree del territorio melillese. Esplorare significava sempre più spesso anche misurare, disegnare, descrivere, confrontare e pubblicare.

È in questo passaggio dall’esplorazione alla conoscenza condivisa che si comprende meglio il contributo di Nicola Barone.

Il lavoro per il catasto delle grotte

Una parte meno visibile al grande pubblico, ma fondamentale per la speleologia, è stato infatti il lavoro di documentazione catastale.

Nel 1994 Barone figura come primo autore, insieme ad A. Priolo, G. Priolo, G. Sanfilippo e B. Scammacca, dello studio “Grotte vulcaniche di Sicilia, notizie catastali: terzo contributo (da Si CT 51 a Si CT 75)”.

Il lavoro raccoglie dati relativi a venticinque cavità vulcaniche siciliane: localizzazione, descrizione, bibliografia e topografia.

Dietro una pubblicazione di questo genere ci sono ore e ore trascorse sottoterra e altrettante in superficie: rilievi, verifiche, restituzioni grafiche, ricerca bibliografica. È uno dei lavori silenziosi sui quali si costruisce la memoria speleologica di un territorio.

Ancora oggi quella documentazione continua a essere richiamata nella letteratura dedicata alle cavità vulcaniche dell’Etna.

Tra le testimonianze dell’attività sul terreno troviamo, per esempio, il rilievo del 1988 della Grotta dei Ladri, conosciuta anche come Grotta dei Briganti o Grotta della Neve, realizzato da Nicola Barone insieme ad A. Di Paola, F. Fanciulli, A. Marino e R. Maugeri.

L’Etna, un vulcano da esplorare anche sottoterra

Per Nicola Barone l’Etna, oltre al grande vulcano osservato dalla superficie. era anche un territorio sotterraneo fatto di tunnel lavici, fratture, cavità nate dalle colate e ambienti effimeri che le nuove eruzioni potevano creare e, talvolta, cancellare o trasformare.

Il lavoro del Centro Speleologico Etneo ha contribuito in maniera importante alla conoscenza di questo patrimonio e Barone fu tra i protagonisti di questa lunga stagione di ricerca.

Il suo nome compare in studi, schede catastali, rilievi e pubblicazioni dedicate alle grotte etnee. Anche dopo le eruzioni più recenti l’interesse non è venuta meno: dopo l’eruzione del 2004-2005, Barone ha partecipato alla presentazione dei primi risultati delle esplorazioni delle nuove cavità formatesi nelle lave, dove vennero osservati anche particolari fenomeni mineralogici.

La grotta vulcanica, dunque, era un fenomeno scientifico da osservare e documentare.

Catania al centro della vulcanospeleologia internazionale

L’attività di Nicola Barone ha superato presto i confini regionali.

Già nel 1983, quando Catania ha ospitato il IV Symposium Internazionale di Vulcanospeleologia, Barone era inserito nell’attività scientifica e organizzativa del settore. Gli atti del convegno, pubblicati dal Centro Speleologico Etneo nel 1987, sono stati curati da Nicola Barone, Orazio Mirabella e Giuseppe Licitra.

Sedici anni dopo, Catania tornò a essere uno dei punti d’incontro della comunità vulcanospeleologica mondiale. Dall’11 al 19 settembre 1999 si è svolto lì, infatti, il IX Simposio Internazionale di Vulcanospeleologia. Nicola Barone, allora presidente del Centro Speleologico Etneo, presiedette e ha coordinato il comitato organizzatore. E’ stato un appuntamento importante per il CSE e per la proiezione internazionale della speleologia siciliana tutta. Gli atti del Simposio sono stati poi curati da Nicola Barone, Renato Bonaccorso e Giuseppe Licitra.

La documentazione conservata di quell’evento testimonia quanto fosse centrale il suo ruolo: Barone aveva coordinato l’organizzazione del Simposio e della mostra collegata all’incontro internazionale e aveva partecipato al lavoro editoriale che aveva poi accompagnato la manifestazione.

“Dentro il Vulcano”

Proprio in occasione del Simposio del 1999 prese forma uno dei progetti divulgativi più significativi del Centro Speleologico Etneo: “Dentro il Vulcano – Le grotte dell’Etna”.

Mostra e pubblicazione raccontavano un Etna meno conosciuto, quello che continua sotto la superficie delle lave.

Il progetto espositivo portava le firme di Nicola Barone, Renato Bonaccorso e Giuseppe Puglisi e utilizzava anche fotografie realizzate dallo stesso Barone: un modo interessante e attuale di raccontare la speleologia.

La capacità di mettere insieme il lavoro dello speleologo e quello del narratore del territorio costituisce uno degli aspetti più interessanti della sua attività.

Le grotte di Melilli

Se l’Etna rappresentò una costante della sua vita speleologica, Melilli sembra essere stato per Nicola Barone un luogo del cuore e della ricerca.

Nel 1998 il Centro Speleologico Etneo pubblicò “Le Grotte del Territorio di Melilli”, un’opera che raccoglieva decenni di esplorazioni e conoscenze.

Non si trattava semplicemente di un catalogo.

Il volume riuniva informazioni geologiche, archeologiche, storiche e zoologiche e documentava cinquanta cavità, corredandole di topografie, dati catastali, bibliografia e indicazioni per raggiungerle.

Nell’introduzione Barone ripercorreva anche una parte della storia della speleologia catanese: dalla Grotta Palombara, palestra per generazioni di speleologi, alla scoperta di Villasmundo e alle successive campagne di ricerca nel territorio.

Ma indicava soprattutto una finalità che andava oltre la documentazione tecnica: far conoscere quel patrimonio naturalistico affinché potesse essere apprezzato e rispettato, soprattutto dalle nuove generazioni.

A distanza di quasi trent’anni, sapere che stava lavorando ancora a un libro dedicato alle bellezze naturali di Melilli dà a quelle pagine un significato particolare.

Il filo non si era mai spezzato.

Esplorare, studiare, raccontare

Negli anni successivi Barone continuò a occuparsi di storia e cultura delle grotte etnee.

Nel 2007, insieme a Giancarlo Santi, pubblicò sulla rivista Speleologia l’articolo “Etna grotte, viaggiatori e legende”, dedicato anche al rapporto secolare tra uomini, racconti e cavità del vulcano.

Nello stesso periodo partecipò alla divulgazione legata alla mostra “In Ima Tartara – Preistoria e leggenda delle grotte etnee”, un’altra iniziativa capace di mettere in relazione il dato speleologico con archeologia, storia e immaginario.

Era ormai evidente un percorso che aveva attraversato più dimensioni della speleologia: dall’esplorazione al rilievo, dal catasto alla ricerca, dall’organizzazione associativa ai rapporti internazionali, fino alla divulgazione.

Una generazione di speleologi

Anche altri riferimenti hanno un valore particolare: quando nel 2005 è mancato Giuseppe Licitra, altro protagonista della vulcanospeleologia catanese e internazionale, è stato Nicola Barone a scriverne il ricordo destinato alla comunità speleologica internazionale.

Ha raccontato un compagno con cui aveva condiviso più di trent’anni di attività.

Oggi quelle parole sembrano rimandare, inevitabilmente, alla stessa generazione alla quale apparteneva Barone: uomini e donne che hanno esplorato quando le conoscenze erano molto più frammentarie di oggi, hanno disegnato grotte, compilato schede, organizzato spedizioni e convegni, costruito archivi e lasciato pubblicazioni sulle quali continuano a lavorare gli speleologi delle generazioni successive.

Alfio Cariola ha parlato di Nicola come un “riferimento per la speleologia siciliana dagli anni Settanta”: verissimo: non soltanto per le cariche ricoperte o per i libri pubblicati, ma per la continuità di un impegno durato oltre mezzo secolo.

Nicola Barone ha contribuito a esplorare le grotte della Sicilia e, soprattutto, ha contribuito a trasformarle in patrimonio conosciuto, documentato e raccontato.

Fino agli ultimi tempi continuava a fare ciò che aveva fatto per gran parte della sua vita: studiare un territorio e prepararsi a raccontarlo ancora una volta.

Alla famiglia di Nicola Barone, ad Alfio e a tutti gli amici del Centro Speleologico Etneo e della Federazione Speleologica Siciliana va il cordoglio della redazione di Scintilena.

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  • Messico, pescatore ritrovato vivo dopo 15 giorni in una grotta sommersa
    Condividi AGGIORNAMENTO 22 AGOSTO 2026 – aggiunto il video con la ricostruzione dell’intervento speleosubacqueo Il giovane pescatore è stato raggiunto in una cavità asciutta oltre un tratto sommerso. Era scomparso il 23 luglio durante una battuta di pesca Un pescatore di 31 anni è stato ritrovato vivo il 7 agosto 2026, dopo essere rimasto per circa 15 giorni all’interno di un sistema di grotte nella zona di confine tra Veracruz e Oaxaca, in Messico. L’uomo era scomparso il 23 luglio dop
     

Messico, pescatore ritrovato vivo dopo 15 giorni in una grotta sommersa

August 22nd 2026 at 17:42

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AGGIORNAMENTO 22 AGOSTO 2026 – aggiunto il video con la ricostruzione dell’intervento speleosubacqueo

Il giovane pescatore è stato raggiunto in una cavità asciutta oltre un tratto sommerso. Era scomparso il 23 luglio durante una battuta di pesca

Un pescatore di 31 anni è stato ritrovato vivo il 7 agosto 2026, dopo essere rimasto per circa 15 giorni all’interno di un sistema di grotte nella zona di confine tra Veracruz e Oaxaca, in Messico.

L’uomo era scomparso il 23 luglio dopo essere entrato con il padre in un cenote nei pressi della comunità di San Francisco La Paz. Alle ricerche hanno partecipato abitanti della zona, Protezione Civile, sommozzatori della Marina messicana e successivamente subacquei specializzati.

Il 29 luglio era stato ritrovato il suo arpione a circa 65 metri di profondità, un indizio che aveva spinto i soccorritori a proseguire le ricerche all’interno della cavità.

A individuarlo è stato uno speleosubacqueo statunitense, che ha descritto un’esplorazione con visibilità inferiore a un metro e notevoli difficoltà nella posa della sagola guida. Dopo circa 100 metri di progressione nella grotta sommersa, le ricerche hanno infine condotto a una grande cavità asciutta.

Lo speleosub ha chiamato nell’oscurità e ha ricevuto una risposta: il pescatore era ancora vivo.

Secondo le testimonianze raccolte dalla stampa messicana, il pescatore avrebbe trascorso oltre due settimane nella cavità senza cibo, ma con acqua a disposizione. È stato accompagnato attraverso il tratto sommerso respirando con l’attrezzatura dei soccorritori e, una volta all’esterno, affidato ai sanitari.

Alcuni media hanno riferito che l’uomo sarebbe stato ritrovato a “oltre 100 metri di profondità”. Il resoconto del soccorritore parla invece di circa 100 metri di penetrazione all’interno della grotta, un dato che non equivale necessariamente alla profondità verticale.

La vicenda rappresenta un eccezionale caso di sopravvivenza in ambiente ipogeo e di soccorso attraverso una grotta sommersa.

Fonti: La Jornada, El Financiero, Imagen de Veracruz, 7–13 agosto 2026

Foto di copertina: un cenote in Messico. Foto di repertorio: Adam Baker / Wikimedia Commons, CC BY 2.0

Aggiornamento – Il racconto degli speleosub

A distanza di alcuni giorni dal ritrovamento di Erasto Crisanto Valdez, è stato diffuso un video che ricostruisce l’intervento degli speleosub impegnati nelle ricerche all’interno del sistema sommerso.

Le immagini e il racconto permettono di comprendere meglio le difficoltà dell’operazione e il momento straordinario in cui i soccorritori, entrati nella cavità quando ormai si temeva di dover recuperare un corpo, scoprirono invece che il pescatore era ancora vivo dopo circa 15 giorni trascorsi nel sistema sotterraneo.

Video: https://youtu.be/q2G9EdssWgA

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  • Durmitor, il grande mondo sotterraneo ancora da esplorare
    Condividi Ricercatori delle Università di Belgrado e del Montenegro studiano le grotte d’alta quota del massiccio: 415 cavità già censite, nuovi rilievi e un patrimonio carsico che attende ancora di essere conosciuto Il Durmitor non ha ancora svelato tutto ciò che nasconde sotto le sue montagne. Nel grande massiccio carsico del Montenegro sono oggi censite 415 cavità, tra grotte a sviluppo prevalentemente orizzontale e sistemi verticali, ma diverse zone rimangono ancora insufficientemente inv
     

Durmitor, il grande mondo sotterraneo ancora da esplorare

August 15th 2026 at 05:00

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Ricercatori delle Università di Belgrado e del Montenegro studiano le grotte d’alta quota del massiccio: 415 cavità già censite, nuovi rilievi e un patrimonio carsico che attende ancora di essere conosciuto

Il Durmitor non ha ancora svelato tutto ciò che nasconde sotto le sue montagne. Nel grande massiccio carsico del Montenegro sono oggi censite 415 cavità, tra grotte a sviluppo prevalentemente orizzontale e sistemi verticali, ma diverse zone rimangono ancora insufficientemente investigate. È un patrimonio sotterraneo di notevole interesse scientifico, nel quale nuove esplorazioni e soprattutto nuovi rilievi potrebbero contribuire a comprendere meglio l’evoluzione del carsismo d’alta quota dei Balcani.

Nel luglio 2026 un gruppo di speleologi e ricercatori dell’Università di Belgrado e dell’Università del Montenegro ha condotto una nuova campagna sul Durmitor nell’ambito del programma “Science in the Service of Nature – the Underground World of Durmitor”, promosso dall’Università del Montenegro.

Le ricerche hanno interessato tre cavità molto diverse tra loro: Vodena pecina, Zelenovirska pecina e Ledena pecina.

A raccontare i risultati a Vijesti sono stati Mihailo Miti? e Jovan Petronijevi?, della Facoltà di Geografia dell’Università di Belgrado.

Vodena pecina, una grotta a sviluppo orizzontale

Situata nel Parco nazionale del Durmitor, a ovest di Virak e a circa 1.550 metri di quota, Vodena pecina si sviluppa nei calcari mesozoici per circa 105 metri.

La sua morfologia è relativamente semplice e prevalentemente orizzontale. Un condotto principale attraversa una successione di allargamenti e strettoie, accompagnato da alcuni piccoli rami laterali e ambienti più ampi.

La cavità si sviluppa quasi interamente su un unico livello idrologico e presenta differenze altimetriche minime tra ingresso e parte terminale.

Proprio l’assenza di ostacoli verticali tecnicamente impegnativi ha portato i ricercatori a considerare Vodena pecina anche sotto il profilo della fruizione. Secondo Miti?, con casco, illuminazione, abbigliamento adeguato e soprattutto con l’accompagnamento di una guida speleologica qualificata, la grotta potrebbe essere inserita negli itinerari escursionistici che da Žabljak conducono verso Savin Kuk e le altre cime del Durmitor.

Una prospettiva quindi di speleoturismo controllato, distinta dall’accesso libero e comunque subordinata alla sicurezza e alla presenza di personale preparato.

Zelenovirska, 830 metri sotto il Durmitor

Ben diverso è il carattere della Zelenovirska pecina, presso Zeleni vir.

Con 830 metri di sviluppo esplorato, viene indicata dai ricercatori come la più lunga grotta conosciuta nell’area del Durmitor, escludendo dal confronto la cavità di Vjetreni brdi, i cui condotti esplorati raggiungono 1.951 metri ma che viene considerata un sistema speleologico distinto.

Rilievo della Jama na Vjetrenim brdima, uno dei maggiori sistemi verticali esplorati nel massiccio del Durmitor. La cavità raggiunge circa 880 metri di profondità e testimonia l’eccezionale sviluppo del carsismo profondo della montagn

Gli 830 metri assumono un significato particolare nel contesto geomorfologico della montagna.

Il carsismo d’alta quota del Durmitor è infatti caratterizzato soprattutto dalla presenza di pozzi e cavità verticali, favoriti dall’intensa tettonizzazione, dal grande spessore delle successioni carbonatiche e dalla forte componente verticale della circolazione idrica sotterranea.

Le grandi grotte a sviluppo prevalentemente orizzontale sono invece molto più rare. Per questo Zelenovirska rappresenta un fenomeno particolarmente interessante sia dal punto di vista geomorfologico sia da quello speleologico.

Un inghiottitoio che comincia 250 metri dopo l’ingresso

Uno degli aspetti più curiosi della Zelenovirska riguarda la sua funzione idrologica.

La cavità appartiene infatti alla tipologia delle grotte-inghiottitoio, ma la funzione di assorbimento delle acque non si manifesta direttamente all’ingresso: inizia soltanto a circa 250 metri dall’entrata.

Secondo Petronijevic questa caratteristica suggerisce una storia speleogenetica complessa, nella quale il drenaggio sotterraneo si sarebbe inserito all’interno di condotti già precedentemente formati.

Le acque superficiali penetrano nelle masse calcaree attraverso fratture e faglie e, mediante la dissoluzione chimica delle rocce carbonatiche associata all’erosione meccanica, contribuiscono progressivamente alla formazione e all’ampliamento della rete sotterranea.

La Zelenovirska diventa così particolarmente interessante per ricostruire le diverse fasi di evoluzione del sistema carsico.

La vicinanza della grotta a un frequentato itinerario escursionistico non deve però trarre in inganno.

Già nei primi dieci metri il condotto presenta un profilo estremamente basso e la progressione è possibile soltanto strisciando. Più avanti sono necessarie esperienza speleologica, conoscenza delle tecniche di progressione sotterranea e attrezzature specifiche.

I ricercatori sconsigliano quindi categoricamente l’ingresso autonomo e ritengono necessario che il pericolo venga chiaramente segnalato all’esterno della cavità.

Per gli speleologi, al contrario, Zelenovirska rimane un importante terreno di ricerca.

Il valore della Zelenovirska non risiede soltanto nelle sue dimensioni.

Le cavità del Durmitor devono essere considerate veri e propri archivi naturali, in grado di conservare informazioni sull’evoluzione del rilievo carsico, sulle variazioni paleoclimatiche, sui regimi delle acque sotterranee e sui processi di speleogenesi.

Al loro interno possono svilupparsi stalattiti, stalagmiti, colate e altre concrezioni calcitiche, anche se nelle cavità-inghiottitoio attive la presenza periodica o permanente dell’acqua può limitarne lo sviluppo.

È proprio questo insieme di caratteristiche a rendere Zelenovirska un luogo nel quale, osservano i ricercatori, gli speleologi avranno ancora molti motivi per tornare.

415 cavità conosciute, ma la ricerca non è finita

Il dato forse più significativo emerso dalla campagna riguarda l’intero massiccio.

Sul Durmitor risultano attualmente censite 415 cavità speleologiche, esplorate completamente o solo in parte. Un numero che testimonia l’eccezionale sviluppo del carsismo della montagna, ma che non deve essere interpretato come il punto conclusivo delle ricerche.

Alcune aree del massiccio non sono infatti ancora state indagate sistematicamente.

Secondo Miti?, una delle priorità dovrebbe essere quindi l’aggiornamento e il completamento del Catasto speleologico del Durmitor, accompagnato da rilievi topografici dettagliati dei sistemi conosciuti e dalla raccolta sistematica di dati geomorfologici.

L’obiettivo è costruire una banca dati sufficientemente completa da diventare una base affidabile per i futuri progetti scientifici e, dove compatibile con la conservazione delle cavità, per valutare possibili forme di valorizzazione speleoturistica.

In questo percorso viene sottolineata anche l’importanza delle associazioni e dei club speleologici, il cui lavoro dovrebbe essere sostenuto economicamente e integrato con quello delle università e degli enti che gestiscono e tutelano il territorio.

Ledena pecina: prima di tutto, proteggere

La campagna di ricerca ha riguardato anche la celebre Ledena pecina, la Grotta di Ghiaccio, ma qui il problema non è l’esplorazione: è la conservazione.

Secondo i ricercatori la cavità è stata danneggiata e le sue attuali condizioni hanno portato il gruppo a chiedere ai Parchi nazionali del Montenegro un intervento urgente per limitarne l’accesso.

Tra le misure proposte figurano la rimozione delle corde ormai usurate o danneggiate, la recinzione dell’area attorno all’ingresso e l’installazione di cartelli che vietino chiaramente la discesa nella cavità.

I visitatori potrebbero continuare a osservare dall’esterno le caratteristiche stalattiti e stalagmiti di ghiaccio, evitando però di entrare e di alterare ulteriormente il delicato microclima sotterraneo.

I Parchi nazionali del Montenegro hanno comunicato a Vijesti che procederanno, nell’ambito delle proprie competenze e della normativa vigente, all’adozione delle misure proposte.

Il quadro che emerge dalle ricerche è quello di un Durmitor nel quale esplorazione, ricerca scientifica, fruizione e conservazione devono necessariamente procedere insieme.

Quattrocentoquindici cavità sono già conosciute. Altre potrebbero attendere ancora di essere individuate, esplorate e rilevate. E anche nelle grotte già note restano pagine da leggere di quell’archivio naturale che il carsismo del Durmitor ha costruito, lentamente, nel cuore della montagna.

Fonte: Damira Kala?, “The wealth of the (un)explored underground world: Researchers from the University of Belgrade and the University of Montenegro on the speleological sites of Durmitor”, Vijesti, 9 agosto 2026 https://en.vijesti.me/news-b/society/821404/The-wealth-of-the-unexplored-underground-world–researchers-from-the-University-of-Belgrade-and-the-University-of-Montenegro-on-the-speleological-objects-of-Durmitor

Anche gli speleologi italiani nelle montagne del Montenegro

Il rinnovato interesse per il patrimonio sotterraneo montenegrino coinvolge anche la speleologia italiana. Negli ultimi anni il Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer” di Gorizia ha organizzato due campagne esplorative nel Montenegro sud-orientale, la Montenegro Speleo Expedition 2024 e la successiva spedizione del 2025, dedicate alla ricerca di nuove cavità, ai rilievi e alla raccolta di dati ambientali nel carsismo d’alta quota. Alle campagne hanno partecipato anche speleologi di altri gruppi italiani,.

Ulteriori esplorazioni sono state condotte nel Paese dalla Commissione Grotte “Eugenio Boegan” della Società Alpina delle Giulie – CAI Trieste.

Sono esperienze che, pur interessando settori diversi da quello del Durmitor, confermano quanto le montagne del Montenegro siano oggi uno dei territori carsici più interessanti dei Balcani per l’esplorazione, la ricerca scientifica e la collaborazione internazionale.

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