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Grotte di Castelcivita 2026: altri 180 metri esplorati nei Pozzi dell’Orrido

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Gigi Casati prosegue l’esplorazione subacquea del sifone a monte: raggiunti gli 81 metri di profondità e risalita fino a -39. Il sistema di gallerie allagate conosciute supera ora i 700 metri di sviluppo

Nuovi importanti risultati esplorativi nelle Grotte di Castelcivita, in provincia di Salerno, dove nel corso della campagna speleosubacquea 2026 Gigi Casati, del Gruppo Speleologico Lecchese, ha proseguito l’esplorazione del sifone a monte nei Pozzi dell’Orrido.

L’attività, organizzata dal Gruppo Speleologico Natura Esplora (GSNE), ha richiesto un notevole impegno logistico e il coinvolgimento di speleologi provenienti da numerosi gruppi italiani.

L’obiettivo principale della campagna era la prosecuzione dell’esplorazione subacquea iniziata negli anni precedenti.

Nel corso delle operazioni Casati ha effettuato complessivamente quattro immersioni: la prima per il posizionamento delle bombole di emergenza, la seconda per ripristinare il filo guida nelle condotte forzate, dove si era interrotto, la terza dedicata all’esplorazione vera e propria e la quarta per il recupero dei materiali.

Nella galleria a -60m

Le condizioni ambientali si sono rivelate migliori rispetto alla campagna dello scorso anno. La qualità dell’aria nei settori interessati dall’esplorazione ha consentito di operare senza particolari problemi, mentre la temperatura della grotta oscillava tra i 14 e i 15 °C.

Nella condotta forzata a -80m

In acqua, le condizioni sono state ancora una volta eccezionali dal punto di vista della visibilità, risultata perfetta, con una temperatura di circa 11 °C.

Nel restringimento

180 metri di nuova esplorazione

Nella gallerie si alternano sale e sul fango i ripples son ben visibili

Il risultato della campagna è particolarmente significativo: 180 metri di nuova esplorazione subacquea, raggiungendo una profondità massima di -81 metri e risalendo successivamente fino alla quota di -39 metri.

Di nuovo ambienti di ridotte dimensioni

Un risultato molto gratificante, nonostante se il mitico speleoGigi abbia accennato a proprie condizioni fisiche non ottimali durante la spedizione.

Con le nuove scoperte, il sistema delle gallerie allagate dei Pozzi dell’Orrido supera ora i 700 metri di sviluppo conosciuto, confermando l’importanza e la complessità del settore sommerso delle Grotte di Castelcivita.

Le esplorazioni sono tutt’altro che concluse. L’intenzione è quella di tornare nel 2027 per proseguire le ricerche sia a monte sia a valle, cercando di comprendere ulteriormente l’estensione e l’andamento di questo articolato sistema carsico sommerso.

Un grande lavoro di squadra

Dietro ai risultati dell’esplorazione speleosubacquea c’è stato un importante lavoro collettivo. Durante la campagna è stata infatti movimentata una notevole quantità di materiali, con numerosi speleologi impegnati nella preparazione della discesa nel pozzo e nel trasporto delle attrezzature necessarie alle immersioni.

Di seguito pubblichiamo il racconto di Gigi Casati, protagonista dell’esplorazione speleosubacquea nei Pozzi dell’Orrido, con il resoconto diretto delle immersioni, delle difficoltà affrontate e dei risultati raggiunti durante la campagna 2026 alle Grotte di Castelcivita.

Grotte di Castelcivita 2026
Il mio obiettivo di quest’anno in compagnia del GSNE che ha organizzato la logistica era la prosecuzione del sifone a monte nei Pozzi dell’Orrido.
Abbiamo avuto la possibilità di fare 4 immersioni: una per posare le bombole di emergenza, una per sistemare il filo nelle condotte forzate che si era rotto, una per l’esplorazione e una per sbaraccare i materiali. Le condizioni dell’aria erano nettamente migliori dello scorso anno, si respirava bene, la temperatura nella grotta varia dai 15 ai 14 gradi. In acqua come al solito la visibilità era perfetta e la temperatura di 11 gradi. Il risultato finale considerando che le mie condizioni fisiche non erano perfette è stato gratificante, 180m di nuova esplorazione e risalito fino a -39m dai -81m di profondità massima. Ora il sistema delle gallerie allagate nei Pozzi dell’Orrido supera i 700m. Il prossimo anno ci daremo da fare per continuare sia a monte che a valle a esplorare questo incredibile sistema.
Quest’anno abbiamo movimentato molti materiali e il ringraziamento va a tutti gli amici speleologi che ci hanno aiutato nel preparare la discesa nel pozzo e nel trasportare le attrezzature.
Non è mancato l’indispensabile supporto del Comune di Castelcivita nella persona del Dott. Antonio Forziati e della Società delle Grotte di Castelcivita nella persona del Dott. Antonio Gigliello nonché le storiche guide Giuseppe Ricciardella e Pietro Costantino
Gruppo Speleologico Natura Esplora organizzatore dell’evento: Amalio Schiavo, Benedetta De Francesco, Berardino Bocchino, Enza Finelli, Francesca De Sio, Ivan Giorgetti, Rossana D’Arienzo e Vito Vairo
Gruppo Speleo Alpinistico Vallo di Diano: Vladimir Cuellar
Gruppo Speleo Cudinipuli: Vittorio Platì, Bahija El Malki e Amal El Alam
Gruppo Speleologico la Grave di Verzino: Quinzia Palazzo
Gruppo Grotte Grottaglie: Domenico Cimarrusti, Donato Barletta, Ester Stante, Gianna Freuli, Massimiliano de Marco, Rocco De Icco e Silvia Marrone
Gruppo Speleologico Lecchese: Gigi Casati
Gruppo Grotte Melphicta Kalipè: Giuseppe Dileo e Alessandro Smaldino.
Gruppo Speleo Tricase: Antonio Creti e Valeria Cazzetta
Roberto De Cave

La campagna 2026 aggiunge così un nuovo importante tassello alla conoscenza delle Grotte di Castelcivita.

Soprattutto, lascia aperta una prospettiva particolarmente interessante: oltre gli attuali limiti esplorativi, il sistema sommerso dei Pozzi dell’Orrido continua.

Il gruppone di fine spedizione

Fotografie e notizia di Gigi Casati

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Camerota, capitale della preistoria: nuove indagini nelle Grotte della Cala e del Poggio

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La campagna di scavi nel Cilento riunisce archeologia, paleoantropologia e studio dei cambiamenti ambientali

Dal 14 settembre al 3 ottobre 2026 Marina di Camerota ospita una nuova campagna di scavi nelle Grotte della Cala e del Poggio.

La ricerca è diretta dall’Università di Siena e coinvolge le Università di Bologna, Genova e Pisa, l’Université Côte d’Azur di Nizza e il CNRS di Nizza.

Le attività si svolgono in regime di concessione ministeriale, con la collaborazione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Salerno e Avellino e il sostegno del Comune di Camerota. [web:29][web:25]

La campagna interessa due archivi archeologici distinti ma complementari. La Grotta del Poggio conserva livelli del Paleolitico medio riferibili alle frequentazioni neandertaliane. La Grotta della Cala documenta soprattutto il Paleolitico superiore e successive rioccupazioni della cavità. Insieme, i due siti permettono di seguire una lunga storia di presenze umane, cambiamenti climatici e trasformazioni del paesaggio costiero cilentano. [web:27]

Grotte della Cala e del Poggio, due archivi del Paleolitico

Le indagini nelle Grotte della Cala e del Poggio sono iniziate negli anni Sessanta. I depositi sono considerati riferimenti per la ricostruzione cronoculturale del Paleolitico medio e superiore nell’Italia meridionale. La continuità delle ricerche consente di mettere a confronto i dati delle campagne storiche con le tecniche oggi disponibili. [web:27]

La Grotta del Poggio presenta un deposito antropico spesso circa sei metri. I livelli principali sono collocati nello stadio isotopico marino 6, durante una fase glaciale compresa indicativamente tra 200.000 e 140.000 anni fa. In questo contesto sono stati documentati raschiatoi e denticolati su scheggia, talvolta con ritocco scalariforme. [web:27]

La fauna comprende specie oggi assenti dal territorio, tra cui l’elefante a zanne diritte, Palaeoloxodon antiquus, e rinoceronti del genere Stephanorhinus. Questi resti non rappresentano soltanto elementi isolati. Contribuiscono alla ricostruzione delle condizioni ecologiche del Cilento durante il Pleistocene medio.

La Grotta della Cala è invece nota per i livelli del Paleolitico superiore. Le ricerche hanno restituito industrie litiche, resti faunistici, conchiglie marine e ornamenti ricavati da canini atrofici di cervo. Nella camera interna è stata inoltre indagata un’area sepolcrale dell’età del Bronzo, scoperta nel 2018, con resti umani appartenenti a più individui e perle in pasta vitrea e ambra. [web:27]

Lo strato M e il ruolo del cervo rosso

Uno studio recente dedicato allo strato M della Grotta della Cala analizza la fauna associata alla fase antica dell’Epigravettiano. Il livello è datato tra 20.203 e 15.784 anni fa. La ricerca è intitolata “Tracing the Epigravettian in southern Italy. Faunal exploitation in layer M of Grotta della Cala (Cilento, Italy)” ed è associata a Clarissa Dominici, all’Università di Siena e al CNRS CEPAM dell’Université Côte d’Azur. [web:25][web:38]

Nel campione analizzato prevalgono i resti di cervo rosso. Le ossa mostrano tracce di macellazione e fratture compatibili con l’estrazione del midollo. Sono stati inoltre considerati età e sesso degli animali. La presenza di giovani individui e maschi adulti è stata collegata a uccisioni concentrate soprattutto nei mesi invernali.

Questi dati suggeriscono un uso stagionale della cavità. La Grotta della Cala potrebbe essere stata frequentata con maggiore intensità durante la stagione fredda, quando la disponibilità di risorse e il fabbisogno energetico condizionavano gli spostamenti dei gruppi umani. L’interpretazione deve essere costruita insieme ai dati stratigrafici, tafonomici e ambientali.

La composizione faunistica mostra anche una trasformazione nel tempo. Tra circa 16.000 e 15.000 anni fa diminuisce la presenza del cervo, mentre aumentano capriolo e cinghiale. Il cambiamento è coerente con un’evoluzione verso condizioni più calde e umide, nel quadro della transizione climatica che precede e accompagna il Bølling-Allerød. [web:25]

Camerota come area rifugio climatico

La definizione di Camerota come area rifugio indica l’ipotesi che il basso Cilento abbia mantenuto condizioni relativamente favorevoli durante alcune fasi fredde. La posizione costiera, la disponibilità di risorse terrestri e marine e la presenza di ambienti diversificati avrebbero potuto sostenere gruppi umani, fauna e vegetazione.

Il concetto non descrive un territorio immutabile. Un’area rifugio può essere sottoposta a stress climatici e variazioni nella disponibilità delle risorse. La sua importanza dipende dalla capacità di offrire condizioni meno rigide rispetto alle regioni circostanti, oppure di garantire corridoi di spostamento e opportunità alimentari.

Le sequenze delle Grotte della Cala e del Poggio sono utili proprio perché permettono di osservare la relazione tra clima, fauna e frequentazione umana lungo intervalli temporali molto ampi. La ricerca non si limita a stabilire chi abbia abitato le grotte. Cerca anche di comprendere come i gruppi umani abbiano organizzato la caccia, la lavorazione delle carcasse e l’uso dello spazio.

Metodi per ricostruire la vita nelle grotte

Lo scavo contemporaneo non consiste nella semplice raccolta di manufatti. Ogni reperto viene registrato in rapporto alla stratigrafia, al sedimento e agli altri materiali. La posizione permette di valutare se un oggetto sia rimasto nel luogo originario oppure sia stato spostato da crolli, erosione, acqua o attività successive.

La geoarcheologia analizza la formazione dei depositi. Nelle grotte costiere occorre considerare anche dinamiche marine, sedimentazione, concrezionamento e rideposizione. La stratigrafia stabilisce la successione degli eventi e fornisce il quadro necessario per interpretare reperti e campioni.

L’archeozoologia identifica le specie, ricostruisce età e sesso e valuta il numero minimo di individui. La tafonomia studia i processi che modificano i resti dopo la morte: macellazione, combustione, fratture intenzionali, morsi di carnivori, calpestio e alterazioni sedimentarie.

Le datazioni possono integrare radiocarbonio, luminescenza e altri metodi. Ogni risultato deve essere collegato con precisione all’unità stratigrafica. Le date, considerate da sole, non sostituiscono la lettura complessiva della sequenza.

Una ricerca internazionale con ricadute locali

La campagna 2026 riunisce docenti, ricercatori, dottorandi e studenti di più istituzioni. La partecipazione dell’Università di Siena, delle Università di Bologna, Genova e Pisa, dell’Université Côte d’Azur e del CNRS conferma il carattere interdisciplinare del programma. [web:25][web:29]

Gli obiettivi della campagna devono essere distinti dai risultati già pubblicati. Le operazioni potranno ampliare le aree scavate, fornire nuovi dati stratigrafici e recuperare materiali utili per datazioni, analisi ambientali e studi sulla distribuzione spaziale delle attività. Le eventuali scoperte dovranno essere documentate e sottoposte a verifica prima di essere presentate come risultati definitivi.

Accanto allo scavo sono previste attività di divulgazione e laboratori didattici per gli studenti. Le iniziative possono illustrare la lettura di una stratigrafia, il riconoscimento di un manufatto litico, l’analisi delle ossa e il funzionamento delle datazioni. La comunicazione permette così di collegare ricerca, scuola e conoscenza del patrimonio locale.

Tutela del patrimonio ipogeo

Le Grotte della Cala e del Poggio richiedono attenzione non soltanto per i reperti. Il patrimonio comprende sedimenti, superfici, microclima, concrezioni, tracce organiche e distribuzione spaziale. La rimozione o l’alterazione di un deposito può causare la perdita di informazioni anche quando i materiali vengono conservati in laboratorio.

La tutela dovrebbe includere il controllo degli accessi, la protezione dei profili di scavo, il monitoraggio microclimatico e la prevenzione dei rifiuti. Sono utili anche la documentazione digitale, il backup dei dati e il coordinamento tra Comune, Soprintendenza, università e soggetti impegnati nella fruizione.

La formazione speleologica ricorda che gli ambienti carsici sono vulnerabili all’infiltrazione rapida dell’acqua e possiedono una limitata capacità di autodepurazione. Questa caratteristica rende importanti la gestione degli scarichi, la riduzione dell’inquinamento e il controllo del turismo non regolamentato. [file:1]

Le domande ancora aperte

Le nuove indagini potranno contribuire a chiarire la durata e la stagionalità delle occupazioni. Resta da definire con maggiore precisione come venissero organizzate le attività nella Grotta del Poggio e quali differenze emergano rispetto alle frequentazioni sapiens della Cala.

Altre questioni riguardano il rapporto tra livello del mare, erosione costiera e accessibilità delle cavità. Sarà inoltre importante ricostruire i microambienti disponibili durante le fasi glaciali e seguire l’evoluzione della fauna durante la deglaciazione.

La Grotta della Cala pone anche il tema del riuso. Le frequentazioni paleolitiche e l’area sepolcrale dell’età del Bronzo appartengono a momenti diversi, ma mostrano come la cavità sia stata reinterpretata nel tempo. Il sito non è un contenitore immobile. È un archivio formato da sedimentazione, crolli, attività umane e trasformazioni ambientali.

Camerota, capitale della preistoria

La nuova campagna di scavi conferma il ruolo delle Grotte della Cala e del Poggio nella ricerca sulla preistoria del Mediterraneo occidentale. Il Poggio conserva informazioni sui Neanderthal e sugli ambienti del Paleolitico medio. La Cala documenta la presenza di gruppi del Paleolitico superiore, l’economia basata anche sul cervo e un successivo riutilizzo della cavità nell’età del Bronzo.

Il valore dei siti dipende dalla possibilità di collegare cronologia, stratigrafia, fauna, tecnologia, clima e comportamento umano. La ricerca sullo strato M mostra come una serie di ossa frammentate possa fornire indicazioni sulla caccia, sulla stagione di frequentazione e sui cambiamenti ambientali.

Definire Camerota capitale della preistoria è una formula giornalistica efficace se accompagnata da dati verificabili. La solidità della notizia risiede nella durata delle ricerche, nella collaborazione scientifica e nella conservazione dei contesti. La campagna 2026 aggiunge un nuovo capitolo a questa documentazione, senza anticipare risultati che potranno essere valutati solo dopo lo scavo e lo studio dei materiali.

Fonti

Camerota

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Tutela del patrimonio ipogeo e attività speleologica

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Criticità e proposte sul nuovo disciplinare del Parco del Cilento

La parola a Giampaolo Pinto

La tutela delle grotte e della fauna che le abita è un obiettivo condiviso da tutta la comunità speleologica. Proprio per questo il nuovo disciplinare adottato dal Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni ha aperto un confronto sul modo più efficace di coniugare conservazione, ricerca, esplorazione e sicurezza.

Il tema coinvolge direttamente le realtà che da decenni operano per la conoscenza e la tutela del patrimonio ipogeo – dalla Società Speleologica Italiana (SSI ETS) al Club Alpino Italiano (CAI), attraverso le organizzazioni e i gruppi speleologici, fino alle associazioni e ai ricercatori impegnati sul territorio – chiamate a collaborare con l’Ente Parco per costruire strumenti di gestione realmente efficaci e condivisi.

Cerchio delle fate – foto Giampaolo Pinto

La parola a Giampaolo Pinto!

Tutela del patrimonio ipogeo e attività speleologica

Criticità e proposte sul nuovo disciplinare del Parco del Cilento

Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni ha recentemente approvato un nuovo disciplinare finalizzato a regolamentare l’accesso alle grotte non turistiche (habitat 8310 della Rete Natura 2000) e la tutela dei chirotteri.

Le finalità dell’Ente Parco sono pienamente condivisibili: proteggere ecosistemi fragili, salvaguardare la biodiversità e preservare la fauna ipogea durante le fasi più delicate del suo ciclo biologico. Un’analisi del disciplinare sotto il profilo scientifico, speleologico e dell’efficacia amministrativa evidenzia, tuttavia, alcune criticità che meritano un confronto. Il rischio è che misure nate con una corretta finalità di conservazione finiscano per limitare in modo eccessivamente generalizzato proprio le attività di studio, monitoraggio e conoscenza del mondo sotterraneo svolte da decenni dalla comunità speleologica.

  1. Il principio di precauzione e la necessità di un approccio puntuale

Una prima criticità riguarda l’applicazione generalizzata delle restrizioni temporali.

Il disciplinare prevede la chiusura delle cavità in due finestre temporali:

  • Dal 15 novembre al 15 marzo, per il periodo di letargo invernale.
  • Dal 15 maggio al 15 agosto, per il periodo di riproduzione e svezzamento.

Nel complesso, l’accesso alle grotte risulta quindi precluso per circa sette mesi all’anno. L’aspetto che merita maggiore approfondimento è che le limitazioni vengono applicate non soltanto alle cavità nelle quali sia accertata la presenza di chirotteri, ma, secondo quanto previsto dal disciplinare, anche agli ambienti ipogei censiti o non ancora censiti, in applicazione del principio di precauzione.

Dal punto di vista biologico e speleologico, un’impostazione così estesa presenta alcune criticità:

  • Biologia dei chirotteri. I pipistrelli selezionano i rifugi sulla base di specifiche caratteristiche ambientali e microclimatiche, quali temperatura, umidità, circolazione dell’aria e morfologia degli accessi. Ne consegue che non tutte le cavità presentano necessariamente caratteristiche idonee alla presenza di colonie nelle diverse fasi del ciclo biologico.
  • Attività esplorativa e conoscenza. Limitare preventivamente l’accesso anche a cavità inesplorate o non censite può rendere più difficile proprio l’acquisizione delle informazioni necessarie a verificare l’eventuale presenza di specie o habitat da tutelare. La conoscenza del territorio ipogeo costituisce infatti uno dei presupposti della sua stessa conservazione.

2. Il nodo burocratico: preavviso e valutazioni specialistiche

Per accedere alle cavità nei soli 4 mesi rimasti disponibili il disciplinare impone alle figure accreditate la richiesta di un’autorizzazione preventiva tramite PEC con almeno 2 giorni di anticipo, a volte vincolata all’acquisizione del parere di un tecnico naturalista mediante la redazione della Valutazione di Incidenza Ambientale (VIncA).

Un’impostazione di questo tipo può risultare difficilmente conciliabile con alcune modalità operative della ricerca e della prevenzione sul campo:

  • Condizioni meteorologiche e idrologiche. La speleologia esplorativa e scientifica è fortemente condizionata dalle condizioni meteorologiche e dai livelli idrici. Anche una programmazione effettuata con anticipo può dover essere modificata rapidamente: precipitazioni improvvise possono rendere pericolosa una cavità, mentre particolari condizioni di secca possono creare finestre esplorative di breve durata.
  • Proporzionalità dell’iter. L’applicazione di procedure complesse anche alle attività scientifiche, esplorative o di monitoraggio svolte da associazioni specializzate rischia di determinare un aggravio sia per gli operatori sia per gli uffici del Parco. Potrebbe quindi essere utile distinguere le procedure in funzione della natura, della durata e dell’effettivo impatto delle attività.

3. Sicurezza, addestramento e formazione

Il disciplinare esenta opportunamente dalle limitazioni le attività del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) in caso di intervento di emergenza.

Sotto il profilo della prevenzione, tuttavia, è opportuno considerare che la capacità di operare e soccorrere in ambiente ipogeo deriva da addestramento continuo, esercitazioni sul campo e formazione tecnica. Una forte riduzione delle occasioni di attività sul territorio potrebbe quindi incidere, indirettamente, sulla continuità della formazione e sulla conoscenza operativa delle cavità. Sarebbe utile che il disciplinare tenesse conto anche di questa esigenza, individuando modalità compatibili con gli obiettivi di conservazione.

4. Il ruolo della comunità speleologica nella tutela del territorio

La comunità speleologica, dalla Società Speleologica Italiana e dal Club Alpino Italiano (CAI) alle organizzazioni e ai gruppi speleologici locali, contribuisce storicamente alla conoscenza del patrimonio ipogeo attraverso attività di esplorazione, documentazione, aggiornamento dei catasti, segnalazione di criticità ambientali e collaborazione con la ricerca scientifica.

Una riduzione molto ampia della presenza qualificata sul territorio potrebbe avere anche effetti non intenzionali. Gli speleologi rappresentano infatti un presidio volontario diffuso, capace di osservare e segnalare situazioni di degrado, inquinamento o frequentazione impropria. La tutela potrebbe quindi essere rafforzata non soltanto attraverso limitazioni, ma anche valorizzando forme strutturate di collaborazione tra l’Ente Parco e i soggetti speleologici riconosciuti.

Conclusioni: proposte per una tutela efficace e condivisa

L’efficacia di una politica di conservazione dipende non soltanto dal rigore delle misure adottate, ma anche dalla loro proporzionalità, applicabilità e capacità di produrre risultati concreti.

Per coniugare la tutela dei chirotteri con la ricerca, la conoscenza del territorio e la sicurezza, sarebbe auspicabile avviare un confronto tra l’Ente Parco, le organizzazioni speleologiche e le competenze scientifiche interessate, prendendo in considerazione alcuni possibili strumenti:

  • Catasto dinamico e vincoli puntuali. Rafforzare progressivamente la mappatura delle cavità e, sulla base dei dati disponibili, modulare i periodi di rispetto in relazione alla presenza accertata delle colonie e alle caratteristiche dei singoli siti.
  • Protocolli d’intesa con i soggetti accreditati. Valutare convenzioni o protocolli annuali con i gruppi speleologici riconosciuti, accompagnati da obblighi di rendicontazione, condivisione dei dati e collaborazione nelle attività di monitoraggio.
  • Flessibilità procedurale per le attività esplorative. Prevedere procedure semplificate per le battute di ricerca e per le cavità di nuova scoperta, così da consentire l’acquisizione delle conoscenze necessarie alla successiva definizione delle misure di tutela.

La conservazione del patrimonio naturale richiede collaborazione, competenza e realismo operativo. L’obiettivo comune dovrebbe essere costruire un sistema nel quale tutela e conoscenza non siano percepite come esigenze contrapposte, ma come parti dello stesso processo. La comunità speleologica può offrire al Parco esperienza, presenza sul territorio e dati: trasformare questo patrimonio di competenze in una collaborazione strutturata potrebbe rendere la tutela del mondo ipogeo del Cilento più efficace, condivisa e duratura.

Trasformare il mondo ipogeo del Cilento in una fortezza burocratica inaccessibile non aiuterà i pipistrelli, ma rischia soltanto di spegnere la luce della conoscenza e della ricerca speleologica sul territorio.

foto Giampaolo Pinto

Ringraziamo moltissimo Giampaolo Pinto per questo contributo. Un confronto aperto tra Parco, mondo speleologico, comunità scientifica e le altre realtà coinvolte nella tutela del territorio può essere il passo decisivo per trasformare le criticità in un’occasione di collaborazione e tutela condivisa.

foto Giampaolo Pinto

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L’Inghiottitoio del Caravo nel sistema carsico del Bussento: esplorazioni, biospeleologia e progetti di ricerca

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Nel cuore del Cilento, l’Inghiottitoio del Caravo continua a rappresentare un punto chiave per lo studio del carsismo, dell’idrologia sotterranea e della biodiversità ipogea, con nuove campagne esplorative internazionali che rilanciano l’interesse scientifico sull’area.


Posizione e contesto geologico dell’Inghiottitoio del Caravo

L’Inghiottitoio del Caravo si apre nel territorio di Caselle in Pittari, nel Cilento meridionale, all’interno del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. La cavità è ubicata nell’alveo del rio Bacuta, a circa 340 metri sul livello del mare, e raccoglie le acque provenienti dai versanti del Monte Rotondo e del Monte Pannello. [1][2][6]

Si tratta di un inghiottitoio attivo, ovvero di una cavità in cui le acque superficiali penetrano direttamente nel sottosuolo, alimentando il sistema carsico del Bussento. Questo sistema idrogeologico convoglia le acque verso la nota risorgenza di Morigerati, dove il fiume Bussento riaffiora dopo un percorso sotterraneo di diversi chilometri. [2][7][14]

La posizione del Caravo lo rende un punto strategico per comprendere il drenaggio sotterraneo dell’alta valle del Bussento e per studiare i processi di erosione, trasporto di sedimenti e formazione di condotti verticali tipici degli ambienti carsici. [1][6]


Storia delle esplorazioni speleologiche

Le prime esplorazioni documentate dell’Inghiottitoio del Caravo risalgono agli anni Cinquanta, nell’ambito delle campagne speleologiche condotte dal Circolo Speleologico Romano (CSR) e da altri gruppi nell’area del Bussento. [1][3][9]

Nel 1952 il Caravo fu oggetto di ricognizioni durante le attività del CSR, che mapparono i primi tratti della cavità. Negli anni successivi, il GS CAI Napoli e altri gruppi speleologici campani tornarono sulla grotta per ampliarne la conoscenza topografica e documentarne la morfologia. [3][9]

La cavità presenta un ingresso a vasto portale, alto circa 15 metri, seguito da un primo pozzo di circa 20 metri. Proseguendo, si incontra un grande pozzo di circa 70 metri, cui seguono altri pozzi di 20, 20 e 30 metri, tratti a canyon, marmitte erosive e laghi sotterranei. Lo sviluppo totale documentato è di circa 122 metri, con un dislivello di circa 153 metri. La progressione nota termina in un lago-sifone terminale, oltre il quale la cavità non è al momento esplorata. [1][2][6]

Nel 1986 il Gruppo Speleologico Valtiberino avanzò l’ipotesi di un possibile collegamento idrologico tra il sifone terminale del Caravo e un sifone pensile rilevato nella grotta Orsivacca, un’altra cavità attiva del sistema. Questa ipotesi rimane tuttora da verificare attraverso esplorazioni speleosubacquee e studi idrogeologici mirati. [1][6]


Morfologia e idrologia sotterranea

L’Inghiottitoio del Caravo mostra una morfologia tipica degli inghiottitoi attivi in ambiente calcareo. L’acqua del rio Bacuta penetra nella cavità attraverso fratture e condotti carsici, erodendo la roccia e formando pozzi verticali, canyon e marmitte. [1][6]

La presenza di laghi sotterranei e del sifone terminale indica che il sistema è attivo anche dal punto di vista idrologico, con flussi d’acqua che variano in funzione delle precipitazioni e dello scioglimento delle nevi sui monti circostanti. Durante le piene, la cavità può diventare particolarmente pericolosa a causa della rapidità con cui l’acqua riempie i condotti. [2][6]

Il Caravo rappresenta quindi un punto di ingresso diretto dell’acqua nel sistema carsico, permettendo di studiare il trasporto di sedimenti, la dinamica dei flussi sotterranei e l’evoluzione dei condotti verticali nel tempo. [1][6]


Biospeleologia e vertebrati troglosseni

L’Inghiottitoio del Caravo presenta un rilevante interesse biospeleologico. Durante le esplorazioni sono stati osservati diversi organismi, tra cui ortotteri del genere Dolichopoda, girini di Rana italica, esemplari di Bufo bufo, Natrix natrix e Anguis fragilis. Sono stati inoltre segnalati avvistamenti di pipistrelli in volo, sebbene non sia stata possibile una determinazione specifica. [1][3]

La presenza di queste specie, alcune delle quali considerate troglossene (ovvero presenti in grotta in modo accidentale o occasionale), conferma il valore ecologico della cavità come ambiente di rifugio e transito per la fauna. Gli inghiottitoi attivi, come il Caravo, svolgono infatti un ruolo importante nel trasporto di materia organica e nutrienti dal superficie al sottosuolo, sostenendo le catene trofiche ipogee. [1][3][19]

La tutela di questi ambienti è fondamentale per la conservazione della biodiversità sotterranea, soprattutto in un’area protetta come il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. [2][19]


Vulnerabilità ambientale e tutela del sistema carsico

Come tutti gli inghiottitoi attivi, il Caravo è particolarmente vulnerabile alle attività umane e alla contaminazione del bacino superficiale. Le sostanze presenti nell’alveo del rio Bacuta possono essere trasferite rapidamente nel sottosuolo, con effetti potenziali sulla qualità dell’acqua, sui sedimenti e sugli organismi cavernicoli. [2][4][6]

Nei sistemi carsici, infatti, l’infiltrazione dell’acqua è rapida e la capacità naturale di filtrazione e autodepurazione è limitata. Questo rende gli inghiottitoi punti critici per la protezione delle risorse idriche sotterranee e per la prevenzione dell’inquinamento. [4][26]

La sensibilizzazione delle comunità locali, il monitoraggio ambientale e la regolamentazione delle attività nel bacino superficiale sono strumenti essenziali per preservare l’integrità del sistema carsico del Bussento. [2][19]


Hidden Bussento 2026: nuove prospettive esplorative

L’interesse scientifico per l’Inghiottitoio del Caravo è confermato dalla sua inclusione nella spedizione internazionale Hidden Bussento 2026, promossa da Tetide APS e dedicata all’esplorazione del sistema carsico del Bussento. [2][3][5]

Dal 25 luglio al 9 agosto 2026, speleologi e ricercatori provenienti da diversi Paesi si sono riuniti a Morigerati per lavorare su più fronti: la risorgenza del Bussento, gli inghiottitoi di Caravo, Orsivacca e Bussento, i sifoni terminali e la ricerca di nuovi ingressi del collettore sotterraneo. [2][3][5]

Il progetto Hidden Bussento mira a chiarire alcuni dei misteri idrogeologici del Cilento, tra cui il possibile collegamento tra le diverse cavità del sistema e la continuità idrologica tra inghiottitoi e risorgenza. Le attività includono rilievi topografici, esplorazioni speleosubacquee, campionamenti biologici e studi idrologici. [2][3][7]


Ipotesi di collegamento Caravo-Orsivacca

Uno degli aspetti più affascinanti dello studio del Caravo riguarda la possibile connessione con la grotta Orsivacca. Nel 1986 il Gruppo Speleologico Valtiberino ipotizzò un collegamento tra il sifone terminale del Caravo e un sifone pensile dell’Orsivacca, sulla base di considerazioni morfologiche e idrologiche. [1][6]

Tale ipotesi rimane tuttora da verificare. La conferma di un collegamento tra le due cavità avrebbe importanti implicazioni per la comprensione del sistema carsico del Bussento, permettendo di ricostruire con maggiore precisione il percorso sotterraneo delle acque e la struttura dei condotti principali. [1][6]

Le future campagne esplorative, in particolare quelle speleosubacquee nei sifoni terminali, potranno fornire nuovi elementi per valutare questa possibilità. [2][7]


Fonti

L'articolo L’Inghiottitoio del Caravo nel sistema carsico del Bussento: esplorazioni, biospeleologia e progetti di ricerca proviene da Scintilena.

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Alburni, oltre 60 speleologi al Campo Federativo 2026: confermata la connessione tra Grava II di Campitelli e Don Pasquale il Fotografo

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Dal 13 al 23 agosto la Federazione Speleologica Campana è tornata a riunire i gruppi sul massiccio degli Alburni. Dieci giorni di esplorazioni, attività sul territorio e vita da campo, culminati nell’importante risultato ottenuto da Renato Ricco con l’attraversamento del sifone a monte della Grava II di Campitelli (CP 107).

Dal 13 al 23 agosto 2026 il massiccio degli Alburni ha ospitato il Campo Speleologico Federativo Alburni 2026, organizzato dalla Federazione Speleologica Campana: un appuntamento che, dopo alcuni anni, ha riportato speleologi e gruppi campani a condividere sul campo esplorazioni, ricerca, lavoro e momenti di socialità.

Sono stati più di 60 i partecipanti che hanno preso parte alle attività, con numerose uscite nelle cavità del massiccio e giornate trascorse tra grotte e boschi, facendo del campo non soltanto una base per l’attività speleologica, ma anche un importante momento di incontro e collaborazione.

Grava II di Campitelli: confermata la connessione con DPiF

Il risultato speleologico più significativo del campo è arrivato alla Grava II di Campitelli (CP 107).

Nel corso delle esplorazioni Renato Ricco ha attraversato il sifone a monte della cavità, confermando la connessione con Don Pasquale il Fotografo – DPiF (CP 1399).

Un risultato importante per la conoscenza del sistema carsico degli Alburni, che aggiunge un nuovo elemento alla ricostruzione dei rapporti tra le cavità dell’area e apre la strada alla prosecuzione delle ricerche e delle esplorazioni.

Ripristinato anche il Sentiero delle Grave

Il Campo Federativo non è stato dedicato soltanto all’attività sotterranea.

I partecipanti sono intervenuti anche sul Sentiero delle Grave, effettuando lavori di ripristino nel tratto compreso dall’Aresta a Madonna del Monte.

L’intervento ha riguardato la sistemazione del percorso e l’installazione di nuovi pali segnaletici, contribuendo così a rendere nuovamente riconoscibile e percorribile un itinerario strettamente legato al territorio carsico degli Alburni.

Dieci giorni di speleologia e condivisione

Accanto alle esplorazioni e ai lavori sul territorio, il Campo Speleologico Federativo ha ritrovato uno degli aspetti che storicamente caratterizzano questi appuntamenti: la vita comune.

Le immagini del campo raccontano tende e attrezzature nel bosco, partenze verso le grotte, preparativi per le esplorazioni e lunghe serate attorno al fuoco. Dieci giorni di grotte, boschi, lavoro, risate e vita da campo, nei quali gruppi e speleologi hanno potuto tornare a confrontarsi e lavorare fianco a fianco.

«Grazie davvero a tutti. È stato bello tornare a stare insieme così», è il messaggio con cui la Federazione Speleologica Campana ha concluso il racconto dell’iniziativa.

Fonte: post social e foto Federazione Speleologica Campana

L'articolo Alburni, oltre 60 speleologi al Campo Federativo 2026: confermata la connessione tra Grava II di Campitelli e Don Pasquale il Fotografo proviene da Scintilena.

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