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Dentro l’oro nero di Liguria: le cave di ardesia raccontano il sottosuolo di Uscio, nell’immediato entroterra di Recco (GE)

September 9th 2026 at 05:00

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Sabato 12 settembre un’escursione sulle alture di Uscio, tra i monti Tugio e Rosso, porterà alla riscoperta delle antiche cave di ardesia. Un viaggio tra geologia, paesaggio, storia del lavoro e cavità artificiali, alla scoperta dell’“oro nero” della Liguria.

Il sottosuolo non racconta soltanto la storia scritta dall’acqua e dai fenomeni carsici. Esistono cavità nelle quali alla geologia si sovrappone un’altra storia, quella lasciata dall’uomo: gallerie, fronti di scavo e vuoti sotterranei aperti per seguire e conquistare la roccia.

È il mondo delle antiche cave, materia particolarmente vicina a chi frequenta e studia gli ambienti ipogei.

Sabato 12 settembre 2026, sulle alture di Uscio, nell’entroterra ligure, un’escursione ad anello condurrà alla riscoperta delle vecchie cave di ardesia situate alle pendici dei monti Tugio e Rosso.

“U pan che dorme”, il pane che dorme, è il titolo dell’evento: è un’espressione entrata nella storia dell’ardesia della Val Fontanabuona. Intorno al 1870 don Giovanni Battista Arata, parroco di Orero, incoraggiava i suoi parrocchiani ad aprire nuove cave ricordando loro che “qui sotto c’è del pane che dorme”. Quel pane era l’ardesia nascosta nella montagna: una risorsa che, una volta estratta, diventava lavoro e sostentamento per intere famiglie. Il “pane che dorme” era dunque la pietra ancora custodita nel sottosuolo, destinata a diventare l’“oro nero” della Liguria.

Protagonista della giornata sarà proprio l’ardesia, il celebre “oro nero di Liguria”, una roccia che per secoli ha segnato profondamente il paesaggio, l’economia, l’architettura e la cultura di questo territorio.

Dietro una lastra di ardesia si nasconde molto più di un materiale da costruzione. C’è una lunga storia geologica, ma c’è anche quella degli uomini che hanno imparato a riconoscere gli strati migliori, a entrare nella montagna, a estrarre la pietra e infine a lavorarla.

L’escursione permetterà di conoscere diversi aspetti di questo patrimonio, dall’estrazione alla lavorazione dell’ardesia, osservando al tempo stesso il territorio che circonda le cave, i suoi sentieri e le tracce lasciate nel paesaggio dalle attività del passato.

Ad accompagnare i partecipanti saranno la prof.ssa Clara Manzamilla, geologa, e la Guida Ambientale Escursionistica Fabio Casazza (Scarpinate).

Per gli speleologi e, più in generale, per chi si interessa al mondo sotterraneo, le antiche cave rappresentano ambienti di grande fascino. Qui la roccia conserva contemporaneamente due memorie: quella della propria formazione geologica e quella dell’attività umana che l’ha attraversata e trasformata.

I vuoti di cava diventano così veri e propri documenti del territorio. Le pareti, i fronti di estrazione, gli accessi e le tracce degli antichi lavori consentono di leggere una storia che dalla superficie continua sottoterra.

Sarà l’occasione, dunque, di camminare insieme sulle alture di Uscio, ma anche per guardare il paesaggio ligure anche dall’interno, seguendo le tracce di quella pietra scura che è diventata uno dei simboli della regione.

Informazioni sull’escursione

L’appuntamento è fissato per sabato 12 settembre alle ore 10:00, con partenza dalla Pieve di Uscio.

Il percorso è un anello di circa 7 chilometri, con un dislivello positivo di circa 380 metri. La durata prevista è di circa 6 ore, comprese le soste dedicate agli interventi e la pausa pranzo.

È richiesto equipaggiamento adeguato: scarpe da trekking con suola scolpita, borraccia e pranzo al sacco.

L’evento è organizzato da Tigullio Verticale, con il patrocinio del Comune di Uscio.

La prenotazione è obbligatoria. I posti disponibili sono al massimo 25.

Informazioni e prenotazioni:
Fabio Casazza – Scarpinate
Tel. 331 2851961

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Preistoria del Beigua, a Varazze Fabio Negrino racconta le antiche frequentazioni di Alpicella: dal Riparo di Alpicella alla Strada Megalitica

August 31st 2026 at 05:00

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Sabato 5 settembre 2026 al Festival Sinestesie un incontro dedicato alla preistoria del territorio del Beigua e al Museo dell’Alpicella. Nell’entroterra di Varazze il Riparo di Rocca Due Teste conserva le tracce di frequentazioni dal Neolitico all’età dei metalli, in un particolare ambiente di roccia non calcarea.

VARAZZE (SV) – Un viaggio nella preistoria del Beigua, tra archeologia, ambiente e testimonianze delle comunità che migliaia di anni fa frequentavano l’entroterra ligure. È il tema dell’incontro con Fabio Negrino, docente di Archeologia preistorica e Paleontologia all’Università di Genova e speleologo, in programma sabato 5 settembre alle 21 al Giardino delle Boschine di Varazze, nell’ambito del Festival Sinestesie.

L’appuntamento, intitolato “La preistoria del Beigua e il Museo dell’Alpicella”, offre l’occasione per riscoprire un sito particolarmente interessante anche per chi si occupa del rapporto tra uomo e ambienti naturali: il Riparo sotto Roccia di Fenestrelle, o Rocca Due Teste, nei pressi della frazione di Alpicella.

Un riparo preistorico tra le rocce del Beigua

Scoperto casualmente nel 1977 da Mario Fenoglio, il riparo fu interessato da campagne archeologiche a partire dal 1979. Si apre alla base di una parete caratterizzata da una marcata scistosità ed è costituito da una stretta piattaforma naturale lunga circa 22 metri e larga non più di quattro.

Particolarmente curioso dal punto di vista geomorfologico è un profondo inghiottitoio, associato a un affioramento roccioso, che interrompe la piattaforma all’incirca a metà e divide il riparo in due settori.

Non si tratta, tuttavia, di una grotta carsica. Il Parco del Beigua definisce infatti Rocca Due Teste come una delle rare testimonianze liguri di insediamento preistorico in ambiente di roccia non calcarea: una precisazione importante in ambito speleologico, perché permette di inserire il sito nel più ampio tema dell’utilizzo umano di ripari e cavità naturali senza attribuirgli impropriamente un’origine carsica.

Dal Neolitico all’Età del Bronzo

Gli scavi hanno restituito una stratigrafia articolata. Nel settore occidentale sono particolarmente importanti i materiali riferibili al Neolitico Medio, con ceramiche della Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata. La quantità dei reperti suggerisce che la frequentazione non fosse semplicemente occasionale.

Il riparo conobbe successivamente altre fasi di utilizzo. Tra i reperti figurano ceramiche e manufatti riferibili all’Età del Bronzo, compreso uno spillone in bronzo; la documentazione archeologica indica una presenza particolarmente significativa anche durante il Bronzo Finale.

Un dato di notevole interesse è inoltre la scoperta di una sepoltura incompleta di un fanciullo. Il Comune di Varazze la segnala come un caso finora unico di questo tipo al di fuori delle aree del Finalese e dell’Albenganese-Val Pennavaira.

Il sito racconta quindi un rapporto con il riparo naturale protratto per millenni e modificatosi nel tempo, dall’insediamento neolitico alle frequentazioni successive.

I reperti nel rinnovato Museo dell’Alpicella

Una parte importante dei materiali rinvenuti negli scavi è oggi conservata nell’Esposizione Archeologica Permanente “Mario Fenoglio” di Alpicella, intitolata proprio allo studioso e conoscitore del territorio che individuò Rocca Due Teste nel 1977.

L’esposizione raccoglie reperti provenienti dalle campagne archeologiche condotte tra il 1979 e il 1987 a Fenestrelle-Rocca Due Teste e Alpicella ed è stata completamente riallestita tra il 2025 e il 2026. Il percorso mette in relazione i reperti con il contesto archeologico, geologico e paesaggistico nel quale vissero le comunità preistoriche del Beigua.

Pietra verde e incisioni rupestri

Rocca Due Teste non è un episodio isolato. Il comprensorio del Beigua conserva numerose testimonianze di frequentazione preistorica. In particolare nell’area di Sassello sono stati rinvenuti manufatti, asce, accette e semilavorati in pietra verde, mentre il territorio conserva anche un articolato patrimonio di incisioni rupestri: coppelle, intagli, croci, canalette e altri segni prodotti in epoche differenti.

Il Parco ha creato anche l’itinerario “Alpicella Neolitica”, che collega idealmente l’esposizione archeologica, il sito di Fenestrelle e il territorio circostante. Dal paese il riparo è raggiungibile seguendo un sentiero che scende verso il torrente Teiro e attraversa il cosiddetto Ponte dei Saraceni.

È un paesaggio nel quale archeologia e geologia risultano strettamente intrecciate: proprio le caratteristiche naturali delle rocce e dei rilievi contribuirono a determinare i luoghi scelti dall’uomo preistorico per sostare e insediarsi.

La Strada Megalitica di Alpicella

Nel territorio di Alpicella si trova anche la suggestiva Strada Megalitica, inserita dal Parco del Beigua nell’itinerario escursionistico “Alpicella Neolitica”. Il tracciato, immerso nel bosco, presenta un tratto lastricato lungo poco più di cento metri, delimitato da grandi blocchi di pietra, e conduce verso un’area caratterizzata da massi infissi nel terreno. La particolare disposizione delle strutture e l’orientamento verso il Monte Greppino hanno fatto ipotizzare in passato possibili funzioni rituali o legami con il ciclo solare. Datazione e funzione restano tuttavia incerte, poiché la struttura non è stata oggetto di indagini archeologiche sufficienti a confermarne l’origine preistorica. La cosiddetta Strada Megalitica rimane quindi uno degli elementi più enigmatici del paesaggio archeologico del Beigua, da leggere con cautela accanto alle testimonianze preistoriche documentate di Alpicella.

Foto Fabio Negrino

L’incontro a Varazze

L’incontro con Fabio Negrino si svolgerà sabato 5 settembre 2026 alle ore 21 al Giardino delle Boschine, in Piazza San Bartolomeo 3 a Varazze. La partecipazione è gratuita.

La serata fa parte di Sinestesie – Festival Varazze, manifestazione dedicata all’incontro tra cultura, natura e differenti forme espressive.

Per gli appassionati di archeologia e speleologia, l’appuntamento rappresenta soprattutto l’occasione per conoscere meglio uno dei siti preistorici più interessanti dell’immediato entroterra ligure: un riparo naturale che, insieme ai reperti conservati ad Alpicella, testimonia una storia di frequentazioni umane lunga diversi millenni.

Fonti: Parco Naturale Regionale del Beigua; Comune di Varazze – Esposizione Archeologica Permanente “Mario Fenoglio”; programma Sinestesie – Festival Varazze.

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  • F15 raggiunge F33: un nuovo -400 nel Complesso del Colle dei Signori
    Condividi Dal campo speleologico franco-italiano una nuova importante congiunzione: dopo mesi di esplorazioni e una lunga disostruzione, F15 raggiunge F33 ed entra nel Complesso del Colle dei Signori. E la grotta non è ancora finita. A volte basta una finestra. Una di quelle che, nel buio di un pozzo, sembrano soltanto un’ipotesi e invece finiscono per cambiare la geografia sotterranea di un intero massiccio. Al Colle dei Signori è successo con F15. Alla fine del campo 2025, grazie al
     

F15 raggiunge F33: un nuovo -400 nel Complesso del Colle dei Signori

August 30th 2026 at 09:30

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Dal campo speleologico franco-italiano una nuova importante congiunzione: dopo mesi di esplorazioni e una lunga disostruzione, F15 raggiunge F33 ed entra nel Complesso del Colle dei Signori. E la grotta non è ancora finita.

A volte basta una finestra. Una di quelle che, nel buio di un pozzo, sembrano soltanto un’ipotesi e invece finiscono per cambiare la geografia sotterranea di un intero massiccio.

Al Colle dei Signori è successo con F15. Alla fine del campo 2025, grazie al fiuto di Jo Lamboglia, una finestra situata a poche decine di metri dall’ingresso aveva aperto la strada verso due nuovi pozzi e portato la grotta a circa -100 metri, lasciando intravedere la possibilità di proseguire ancora.

Nel giugno 2026 le esplorazioni ripartono. Quello che sembrava poter essere un grande pozzo si rivela una lunga diaclasi, che scende per circa 70 metri fino a una strettoia: F15 raggiunge così quota -170.

Con il campo di agosto la storia cambia passo. Una settimana di disostruzione permette di superare l’ostacolo e raggiungere due piccoli salti, poi un grande pozzo di 50 metri. Alla sua base si apre quello che gli esploratori battezzano semplicemente “il canyon”, percorso da un piccolo corso d’acqua che accompagna la discesa fino a -300 metri.

Un’altra strettoia, ancora un passaggio, poi improvvisamente lo spazio si allarga: un grande volume nel quale confluiscono tre pozzi di oltre 30 metri di larghezza. Ed è qui che compare un segno inequivocabile lasciato da chi era passato da un’altra parte del sistema: un vecchio spit. F15 ha raggiunto F33.

Una breve ricognizione fino al grande incrocio F5–Abisso Aldo–Fiat Lux–F33 conferma la nuova connessione: un altro tassello entra nel Complesso del Colle dei Signori e F15 diventa un nuovo -400.

E il punto finale, per ora, non c’è. Nell’ultima settimana del campo gli esploratori raggiungono un’altra finestra e scoprono un pozzo di 25 metri. A fermarli non è la grotta, ma la mancanza di materiale.

“Le esplorazioni continuano.”

A raccontare questa nuova pagina dell’esplorazione del Colle dei Signori è Agostino Chiesa, del GS Cycnus. Le fotografie sono di Alessia Calcagno, del GS Édouard-Alfred Martel.

Lasciamo dunque la parola ad Agostino e continuiamo a cullarci con le immagini di Alessia, per entrare con loro in F15.

F15, un altro tassello nel Complesso del Colle dei Signori
di Agostino Chiesa – GS Cycnus

CAMPO SPELEO FRANCO-ITALIANO AL COLLE DEI SIGNORI

F15 un altro tassello nel Complesso del Colle dei Signori

Alla fine del campo 2025, grazie al fiuto di Jo Lamboglia, viene esplorato un nuovo ramo di F15. Attraverso una finestra situata a poche decine di metri dall’ingresso, si sono scesi due pozzi che hanno portato la grotta a circa -100 m. Da qui ci si ferma di fronte a una diaclasi che faceva sperare in un ulteriore grande pozzo, valutato all’incirca 80m.

A giugno 2026 riprendono le esplorazioni. Il pozzo si rivela una lunga diaclasi che scende per circa 70 m, portando lo sviluppo in sezione fino a -170 m dall’ingresso. Ci si ferma davanti ad una strettoia, da affrontare durante il campo estivo.

Ad agosto si installa il campo e si comincia la grande disostruzione. Dopo una settimana di lavori, accediamo a due piccoli salti che sono l’anticamera di un grande pozzo di 50 m alla cui base si apre quello che verrà chiamato “il canyon”, percorso da un piccolo corso d’acqua e che raggiunge la quota di -300 m.

Qui, una ulteriore strettoia rallenta l’esplorazione e richiede nuovo impegno disostruttivo. La fatica viene velocemente ricompensata perché al di là il vuoto è immenso: tre grandi pozzi si congiungono con dimensioni di oltre 30 m di larghezza per 70m circa di profondità. Si scende e, trovando un vecchio spit, ci rendiamo conto di aver congiunto F15 con F33. 

Una breve ricognizione ci permette di giungere al grande incrocio F5-Abisso Aldo-Fiat Lux-F33 aggiungendo così un altro tassello al complesso del Colle dei Signori e un nuovo -400 m con F15.

Durante l’ultima settimana del campo ci si dedica a raggiungere una finestra sull’ultimo pozzo, quello della congiunzione. Al di là si trova un pozzo da 25 m che per mancanza di materiale non riusciamo a scendere, ma che sembrerebbe puntare a sud, in una zona “bianca”. 

Le esplorazioni continueranno a settembre.

Tantissimi complimenti ad Agostino Chiesa, Alessia Calcagno e Jo Lamboglia, e anche a Stefania Castellino e a tutti gli speleologi italiani e francesi che hanno preso parte al campo e alle esplorazioni.

Un nuovo -400, un’importante congiunzione e tanto bel vuoto da inseguire: un risultato bellissimo, frutto di intuito, tenacia, fatica e soprattutto di un grande lavoro di squadra.

Bravissimi tutti, buone grotte e avanti così: F15 ha ancora molto da raccontare!

Le esplorazioni continuano!

Fonti: testo di Agostino Chiesa (GS Cycnus); fotografie di Alessia Calcagno (GS Édouard-Alfred Martel).

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  • Ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri: nuove tracce dal Paleolitico al Medioevo
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Ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri: nuove tracce dal Paleolitico al Medioevo

August 26th 2026 at 11:00

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Nel Finalese, le ricognizioni dello Speleo Club Gianni Ribaldone Genova tra il 2015 e il 2019 hanno segnalato materiali che ampliano il quadro delle frequentazioni umane nelle cavità. I ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri richiamano la necessità di documentare, tutelare e studiare ogni contesto senza alterarlo.

Ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri e il paesaggio del Finalese

I ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri emersi nel quinquennio 2015-2019 restituiscono un quadro di lunga durata nel comprensorio di Finale Ligure e Borgio Verezzi, in provincia di Savona. Il contributo di Henry De Santis, presentato nelle Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia del 2022, riunisce segnalazioni raccolte durante attività speleologiche e ricognizioni territoriali.

Non si tratta di campagne di scavo stratigrafico. I materiali erano visibili in superficie, in colluvi o in porzioni residue di deposito. Per questa ragione, le attribuzioni cronologiche indicate devono essere lette come ipotesi fondate su confronti tipologici, sullo stato di conservazione e sul rapporto con i siti noti dell’area.

Il Finalese possiede già una sequenza archeologica di riferimento di grande rilievo. La Caverna delle Arene Candide conserva un deposito che va dall’età tardo-romana al Paleolitico superiore. Il catalogo nazionale ricorda per la cavità fasi di frequentazione neolitica, dell’età del Rame, del Bronzo e del Ferro, oltre a contesti funerari e abitativi. [web:2]

In questo quadro, i nuovi ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri non definiscono da soli nuovi siti pienamente interpretati. Segnalano piuttosto punti del territorio nei quali potranno essere necessari controlli, verifiche e, quando autorizzate, indagini scientifiche mirate.

Paleolitico medio nell’Antro della Fettuccia

L’Antro della Fettuccia, nella valle Andrassa in località Le Manie, ha restituito un molare di cinghiale, resti ossei attribuiti a Equidae e una porzione di nucleo Levallois in selce locale. In una ricognizione successiva è stata individuata anche una tibia verosimilmente collegata al precedente metacarpale.

Le ossa sono fossilizzate e in parte concrezionate. Il contributo propone per il complesso una provenienza da un livello pleistocenico e un possibile riferimento al Paleolitico medio recente, o Musteriano. Il nucleo Levallois è un elemento importante perché rimanda a una tecnica di scheggiatura pianificata, nota in diversi contesti paleolitici dell’arco ligure.

Il dato si inserisce in un territorio nel quale la ricerca continua a confrontarsi con le testimonianze dei gruppi neandertaliani. Nel programma scientifico dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria del 2018 figurano, tra l’altro, studi su industrie musteriane dell’Arma delle Mànie e sui resti neandertaliani della Liguria occidentale. [web:8]

Neolitico medio e Vasi a Bocca Quadrata

Una parte consistente dei ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri descritti nel contributo è riferibile, con diversi gradi di certezza, al Neolitico medio. Nell’Arma di Caprazoppa sono stati raccolti frammenti ceramici, manufatti litici e un grosso ciottolo con tracce di ocra rossa. I frammenti fittili, per impasto e trattamento delle superfici, sono messi in relazione con la cultura dei Vasi a Bocca Quadrata.

Il confronto territoriale è significativo. Alle Arene Candide, intorno a 6000 anni prima del presente, è attestata una fase di intensa occupazione connessa alla cultura dei Vasi a Bocca Quadrata, seguita da ulteriori frequentazioni preistoriche. [web:2] Questo non autorizza a trasferire automaticamente la stessa cronologia a ogni reperto di superficie. Offre però un termine di confronto solido per valutare le evidenze del Caprazoppa e delle cavità vicine.

Nella Grotta della Valle, presso la Rocca di Perti, sono stati recuperati frammenti in pietra verde levigata, un ciottolo in arenaria con colorante rossastro e un’ansa a nastro orizzontale in ceramica scura. È soprattutto quest’ultima a essere considerata compatibile con la facies dei Vasi a Bocca Quadrata. I resti ossei di Ursus sp. e gli altri oggetti richiedono invece prudenza interpretativa.

Bronzo, Ferro e frequentazioni storiche

La sequenza prosegue nel tempo. Nella Grotta di Cima Castellaro, a Borgio Verezzi, erano presenti grossi frammenti di ceramica grezza con tracce di combustione e manufatti litici, tra cui una macina con un possibile macinello. La tipologia dei materiali sostiene una collocazione nella prima età del Ferro.

Nell’anfratto di Montesordo-Fosso Pianmarino sono stati segnalati circa trenta frammenti ceramici. Un orlo a tacche impresse, una parete con scanalatura e altri elementi permettono di ipotizzare una datazione tra la fine dell’età del Rame e l’inizio dell’età del Bronzo. L’Antro di Fronte alle Case Valle ha invece restituito ceramiche confrontabili con materiali dell’età del Bronzo finale dei siti vicini di Bric Reseghe e della Grotta del Sanguineto.

La Grotta II del Caprone pone un tema diverso. Nella saletta terminale affioravano resti ossei umani attribuibili ad almeno due individui, uno giovane e uno adulto. In assenza di manufatti diagnostici, il testo propone con cautela un possibile uso funerario in epoca pre-protostorica.

Anche le frequentazioni più recenti meritano attenzione. Nella Grotta del Mulo sono emersi cocci anforacei e una porzione di giara islamica iberica del XIII secolo, accanto a frammenti compatibili con produzioni preistoriche. Nel Grottino dell’Ulivo, quattro frammenti di maiolica arcaica monocroma sembrano appartenere a una coppa databile tra XIV e XV secolo. Le cavità risultano quindi luoghi riutilizzati in epoche molto distanti.

Tutela dei ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri

Il valore dei ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri dipende anche dalla precisione con cui vengono segnalati. La posizione, il rapporto con il deposito e le condizioni del rinvenimento sono dati essenziali. La rimozione non controllata può cancellare informazioni che nessun reperto isolato riesce a restituire.

Il Codice dei beni culturali prevede che le cose di interesse archeologico rinvenute nel sottosuolo appartengano allo Stato. Chi effettua una scoperta fortuita deve denunciarla entro 24 ore alla Soprintendenza, al sindaco o all’autorità di pubblica sicurezza e deve conservarla lasciandola, quando possibile, nel luogo e nelle condizioni del rinvenimento. [web:10]

Il caso finalese mostra il ruolo concreto della formazione dei gruppi speleologici. Riconoscere un osso fossilizzato, una ceramica diagnostica, un manufatto litico o un deposito rimaneggiato non equivale a formulare una diagnosi definitiva. Significa attivare una procedura di tutela e mettere i dati a disposizione delle autorità e degli specialisti.

La segnalazione tempestiva è anche una risposta al depauperamento causato dagli scavi clandestini. Nei contesti ipogei, fragili e spesso già alterati, il deposito archeologico è una fonte non rinnovabile. La collaborazione tra speleologi, Soprintendenza, forze di polizia e ricercatori resta quindi centrale per trasformare una scoperta casuale in conoscenza verificabile.

Fonti

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