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Cuevas de Fuentes de León: una nuova sala collega Cueva de los Postes e Cueva Nueva

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Nel sistema carsico dell’Extremadura emergono circa 100 metri di gallerie; la scoperta amplia la lettura geologica e apre nuove prospettive per l’archeologia in grotta

Nel Monumento Naturale delle Cuevas de Fuentes de León, nella provincia spagnola di Badajoz, una nuova sala ha stabilito il collegamento fisico tra la Cueva de los Postes e la Cueva Nueva. La scoperta è maturata durante la campagna archeologica dell’estate 2026 e ha consentito di percorrere circa 100 metri di passaggi fino ad allora non esplorati.

Il dato modifica la lettura del complesso. Le due cavità non vanno più considerate soltanto come ambienti vicini: il collegamento documentato conferma che appartengono a uno stesso sistema carsico, articolato su livelli e gallerie comunicanti. Le Cuevas de Fuentes de León diventano così un caso di interesse sia per la speleologia sia per la ricostruzione delle frequentazioni umane nel sottosuolo dell’Extremadura.[web:4][web:11]

Cuevas de Fuentes de León, il passaggio emerso durante lo scavo

L’accesso alla nuova sala è stato individuato nel corso delle operazioni di scavo. Rimosso uno strato di terreno, gli operatori hanno riconosciuto una piccola apertura che proseguiva oltre il fronte di indagine. L’ampliamento controllato del varco ha reso possibile il passaggio e l’esplorazione del settore inedito.

Secondo Hipólito Collado, responsabile dell’Archeologia della Junta de Extremadura e codirettore delle ricerche, il rinvenimento nasce quindi dall’incontro tra la lettura stratigrafica dello scavo e l’esplorazione speleologica. La Cueva Nueva era stata riconosciuta nel 2025, dopo che i custodi dell’area protetta avevano osservato il transito di animali presso una piccola apertura. Nel primo ingresso fu necessario superare un salto verticale di circa 15 metri con tecnica su corda.[web:4]

La continuità ora accertata con la Cueva de los Postes dà una base concreta a un’ipotesi formulata fin dalle prime osservazioni. Non definisce ancora l’intera rete di connessioni del massiccio, ma offre nuovi elementi per aggiornare rilievi, sezioni e modelli di sviluppo delle gallerie.

Cueva Nueva: quattro sale, lago interno e concrezioni

L’esplorazione della Cueva Nueva ha permesso di distinguere quattro sale. La maggiore presenta un dislivello vicino ai 20 metri e contiene un lago sotterraneo lungo circa 15 metri. Nelle sale sono stati osservati numerosi speleotemi in buono stato di conservazione, fra cui colate e concrezioni.

Questi elementi richiedono particolare attenzione. Speleotemi, sedimenti, acque e depositi archeologici sono parti di un unico archivio sotterraneo. Un rilievo accurato consente di registrare forma e posizione delle strutture naturali; una documentazione preventiva permette anche di stabilire percorsi di lavoro e misure di protezione prima delle analisi più invasive.

Sono stati segnalati anche resti archeologici. Al momento non è stata resa nota una loro datazione né un’attribuzione culturale. La prudenza è necessaria: solo lo studio dei materiali, del contesto stratigrafico e delle eventuali associazioni con resti faunistici o antropici potrà chiarire cronologia e funzione degli spazi.[web:4][web:11]

Archeologia nelle Cuevas de Fuentes de León

Il nuovo settore si inserisce in un’area già nota per la continuità delle ricerche. Il Progetto Orígenes opera a Fuentes de León dal 2001 e nel 2026 raggiunge i 25 anni di attività. Le indagini svolte nel complesso hanno documentato una sequenza che, secondo i ricercatori, arriva dall’età romana fino al Pleistocene medio.[web:4]

Nelle cavità del monumento sono state riconosciute funzioni diverse nel tempo. Per l’età romana sono stati indicati indizi di uso rituale. Nei periodi calcolitico e neolitico sono invece attestati impieghi funerari, con sepolture, resti umani e corredi. Le fonti istituzionali dell’Extremadura ricordano, per le campagne precedenti, oggetti riferiti a corredi dell’Età del Rame: idoli tipo falange decorati, elementi in osso, conchiglie perforate, perle litiche e utensili in pietra. I materiali erano in corso di studio e restauro.[web:4][web:2]

Il valore archeologico delle Cuevas de Fuentes de León non dipende quindi da un singolo reperto. Dipende dalla possibilità di leggere insieme stratigrafie, modalità di accesso, morfologia degli ambienti, tracce di attività umana, resti animali e trasformazioni naturali. La nuova connessione può aiutare a comprendere meglio come le persone si muovevano nel sistema e quali parti fossero effettivamente accessibili nelle diverse fasi storiche.

Perché la speleologia serve alla ricerca archeologica

La speleologia è essenziale per l’archeologia ipogea perché rende conoscibile il contesto prima ancora del reperto. Un gruppo speleologico contribuisce a localizzare nuovi vuoti, affrontare passaggi stretti o verticali in sicurezza, rilevare gallerie e identificare settori vulnerabili. Senza questa base, uno scavo rischia di interpretare un deposito isolandolo dalla rete di cavità, dai percorsi dell’acqua e dalle dinamiche sedimentarie che lo hanno formato.

Nel caso delle Cuevas de Fuentes de León, il collegamento fra Cueva de los Postes e Cueva Nueva mostra in modo diretto questo rapporto. L’archeologia ha intercettato l’apertura nel corso dello scavo; la speleologia ha consentito di superarla, descrivere le nuove sale e collocarle nella struttura del carsismo. Le due discipline lavorano su domande diverse, ma complementari.

La speleologia è utile anche alla conservazione. Il rilievo topografico e fotografico, la definizione dei percorsi, l’osservazione di concrezioni e acque, la valutazione dei rischi di crollo e l’attenzione ai microambienti riducono il rischio di alterare sia gli equilibri naturali sia i depositi culturali. Il materiale didattico della Società Speleologica Italiana ricorda che le grotte conservano reperti, pitture rupestri e graffiti e che la ricerca archeologica non può prescindere dalla lunga storia della frequentazione umana degli ipogei.[file:1]

Per le Cuevas de Fuentes de León la fase successiva sarà quindi decisiva: completare la documentazione della nuova connessione, studiare senza anticipazioni i resti individuati e integrare le osservazioni geologiche, archeologiche e speleologiche in una lettura comune del sistema.

Fonti

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Giornata internazionale delle grotte e del Carso: il 13 settembre inaugura la ricorrenza UNESCO

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Dalla biodiversità australiana alla tutela dei sistemi carsici, una nuova data richiama l’attenzione su acqua, ricerca e patrimonio sotterraneo

Domani, 13 settembre 2026, si celebra per la prima volta la Giornata internazionale delle grotte e del Carso. La ricorrenza, proclamata dalla Conferenza generale dell’UNESCO, sarà annuale e intende rendere più visibili ambienti sotterranei spesso poco conosciuti dal grande pubblico. L’obiettivo è collegare divulgazione, studio scientifico, protezione degli ecosistemi e gestione responsabile dei territori carsici.[web:2]

La Giornata internazionale delle grotte e del Carso arriva in un momento nel quale la conoscenza del sottosuolo assume un valore concreto. Grotte, sorgenti, acquiferi e paesaggi calcarei non sono soltanto luoghi di esplorazione. Custodiscono risorse idriche, biodiversità specializzata, dati geologici e tracce della presenza umana nel tempo.

Giornata internazionale delle grotte e del Carso: il primo appuntamento

La data del 13 settembre è stata designata dall’UNESCO come International Day of Caves and Karst, in sigla IDCK. La prima celebrazione internazionale si svolge a Postojna, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre. Il programma riunisce una conferenza scientifica e una cerimonia ufficiale, con l’intento di porre in dialogo speleologi, ricercatori, amministratori e comunità locali.[web:2]

La scelta della Slovenia richiama anche la storia della disciplina. Il termine “carsico” deriva dal Carso, la regione storica a ridosso di Trieste nella quale si svilupparono studi sistematici sui fenomeni di dissoluzione delle rocce. Per estensione, il carsismo studia forme e processi prodotti soprattutto dall’azione dell’acqua su rocce solubili, con effetti visibili in superficie e nel sottosuolo.[file:1]

La Giornata internazionale delle grotte e del Carso non propone una celebrazione separata dalle questioni territoriali. UNESCO indica esplicitamente protezione, ricerca e gestione sostenibile come assi della nuova ricorrenza. Invita inoltre scuole, enti, associazioni e cittadini a organizzare visite, incontri, mostre e attività didattiche.[web:2]

Carso, acqua e archivi naturali nelle grotte

Un paesaggio carsico si forma nell’arco di tempi lunghi. L’acqua scioglie progressivamente rocce solubili e può modellare doline, inghiottitoi, condotti sotterranei, grotte, risorgenti e corsi d’acqua ipogei. Il calcare è il substrato più comune, ma il fenomeno può coinvolgere anche dolomia, marmo e altri materiali solubili.

La rilevanza di questi sistemi supera i confini delle aree di grotta. Secondo UNESCO, i paesaggi carsici e le cavità coprono quasi un quarto delle terre emerse e forniscono acqua potabile a oltre un miliardo di persone. Le stesse fonti sottolineano che le grotte conservano biodiversità sotterranea, archivi geologici e testimonianze della storia culturale umana.[web:2]

Questi dati spiegano perché la Giornata internazionale delle grotte e del Carso richiami anche la tutela degli acquiferi. Nei territori carsici l’acqua può muoversi rapidamente attraverso fratture e condotti. Una contaminazione in superficie può quindi raggiungere sorgenti e falde con tempi diversi da quelli osservati in altri contesti geologici. La prevenzione richiede conoscenza del bacino di alimentazione, monitoraggi e scelte compatibili con la fragilità locale.

Le grotte sono anche laboratori di ricerca. Geomorfologia, idrogeologia, geochimica, paleontologia, mineralogia e biologia studiano processi che trovano nel sottosuolo dati difficili da osservare altrove. Il materiale didattico della Società Speleologica Italiana ricorda che molte discipline geologiche utilizzano le grotte come ambiti di indagine e che la salvaguardia richiede di limitare le attività impattanti e il campionamento distruttivo.[file:1]

Australia’s Beautiful Caves e la biodiversità sotterranea

Nel quadro delle iniziative divulgative dedicate alla Giornata internazionale delle grotte e del Carso, è stato diffuso il word search “Australia’s Beautiful Caves”. La risorsa è stata organizzata da Cathie Plowman, vicepresidente australiana dell’organizzazione promotrice, con l’obiettivo di avvicinare ragazze, ragazzi e visitatori agli animali che vivono negli ambienti sotterranei.

Il gioco propone una geografia speleologica dell’Australia attraverso grotte, archi naturali, doline e cavità visitabili. Accanto ai nomi dei siti emergono alcuni temi biologici. Sono ricordati glow worms, grilli di grotta, pipistrelli, crostacei d’acqua dolce e altri organismi legati agli ecosistemi ipogei. Il messaggio è semplice: la grotta non è uno spazio vuoto, ma un habitat con equilibri propri.

Tra gli esempi indicati figurano la Cutta Cutta Cave, nel Territorio del Nord, associata alle tradizioni del popolo Jawoyn e segnalata come habitat del ghost bat, specie minacciata e carnivora. Gunns Plains Cave, in Tasmania, viene presentata come ambiente frequentato dall’ornitorinco e dal gambero d’acqua dolce minacciato. A Marakoopa Cave sono ricordati corsi d’acqua, glow worms, fossili, cristalli di calcite e vasche di calcite.

La selezione include anche siti che aiutano a comprendere la varietà dei processi. L’Archway Cave di Abercrombie, nel Nuovo Galles del Sud, è descritta come il più grande tunnel naturale ad arco in calcare dell’emisfero meridionale. Le Undara Caves, nel Queensland, mostrano invece un sistema sviluppato in lave basaltiche, non nel calcare, collegato a un’eruzione avvenuta circa 190.000 anni fa. Il percorso ricorda quindi che il mondo delle grotte comprende origini geologiche differenti.

Educazione e tutela per le grotte e il Carso

Il word search australiano è un esempio di comunicazione accessibile. Trasforma un elenco di luoghi e specie in uno strumento per parlare di habitat, geologia e comportamenti corretti. Questa dimensione educativa è coerente con la Giornata internazionale delle grotte e del Carso, che UNESCO invita a portare anche nelle classi per spiegare carsismo, acque sotterranee e biodiversità.[web:2]

La visita a una grotta turistica può diventare parte di questo percorso se accompagnata da informazioni chiare. Occorre seguire le indicazioni dei gestori, non uscire dai percorsi consentiti, evitare di toccare le concrezioni e non disturbare gli animali. Nelle cavità non attrezzate servono competenze adeguate, pianificazione e attenzione alla conservazione.

La Giornata internazionale delle grotte e del Carso offre quindi un riferimento comune per gruppi speleologici, parchi, musei, scuole e amministrazioni. Il valore della ricorrenza sta nel rendere riconoscibile il legame tra ciò che accade in superficie e ciò che si conserva sotto terra. Acqua, fauna, paesaggio e memoria culturale appartengono allo stesso sistema.

Fonti

Australia

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Congresso SGI-SIMP 2026 a Padova: geoscienze, acqua e vulnerabilità dei territori carsici

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Dal 14 al 17 settembre le iniziative del Congresso SGI-SIMP 2026 riuniscono a Padova ricercatori e professionisti. Al centro: risorse minerarie, rischi naturali, transizione energetica e protezione degli acquiferi carsici.

Congresso SGI-SIMP 2026, il calendario di Padova

Padova ospita dal 15 al 17 settembre il Congresso Nazionale Congiunto della Società Geologica Italiana e della Società Italiana di Mineralogia e Petrologia. Il titolo dell’edizione 2026 è “Ter(r)ra: Risorse, Rischi, Rispetto”.

Le attività iniziano il 14 settembre con il PhD Day al Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova.

La distinzione delle date è utile per i partecipanti. Il congresso scientifico si svolge infatti nei tre giorni dal 15 al 17 settembre, mentre il 14 settembre è dedicato alla formazione dei dottorandi e all’apertura. Il programma pubblicato indica registrazioni, sessioni orali e poster, riunioni delle società scientifiche e quattro appuntamenti plenari distribuiti tra il 14 e il 17 settembre.

Il Congresso SGI-SIMP 2026 mette in relazione discipline che spesso vengono percepite come distanti dalla vita quotidiana. Geologia, mineralogia e petrologia intervengono nella ricerca e nella gestione delle materie prime, delle acque sotterranee, della stabilità dei versanti, della sismicità e dei paesaggi. Sono conoscenze che servono anche a valutare gli effetti territoriali delle infrastrutture e dei cambiamenti climatici.

Ter(r)ra: risorse, rischi e rispetto

Il tema scelto propone tre termini collegati. Le risorse comprendono minerali, rocce, acqua e suolo. I rischi riguardano frane, terremoti, alluvioni, erosione, dissesti e contaminazione delle falde. Il rispetto rimanda a una pianificazione che tenga conto dei tempi geologici e dei limiti fisici dei territori.

La transizione energetica richiede materiali non rinnovabili. Pannelli fotovoltaici, batterie, reti elettriche e impianti eolici dipendono da filiere minerarie e da valutazioni geologiche. Per questo il confronto sulle georisorse non riguarda solo l’estrazione. Include il riuso dei materiali, la riduzione degli impatti, la sicurezza degli approvvigionamenti e la scelta dei siti.

Il Congresso SGI-SIMP 2026 si inserisce in questo quadro. Il programma prevede nove sessioni scientifiche parallele, poster, workshop ed escursioni prima e dopo l’evento. Fra le aree tematiche figura l’osservazione della Terra, il monitoraggio ambientale e dei pericoli naturali. Sono ambiti vicini anche alla speleologia, perché la lettura delle strutture geologiche e delle acque sotterranee è essenziale per comprendere cavità, acquiferi e dinamiche carsiche.

Vulnerabilità dei territori carsici e delle falde

La vulnerabilità dei territori carsici richiede un’attenzione specifica. Nei calcari e nelle dolomie fratturati e carsificati, l’acqua può infiltrarsi attraverso fessure, doline, inghiottitoi, pozzi naturali e condotti sotterranei. Questi percorsi collegano talvolta in modo rapido la superficie agli acquiferi.

Questa stessa efficienza di drenaggio rende preziose le riserve idriche sotterranee. Può anche ridurre il tempo disponibile per intercettare un contaminante. In condizioni di carsismo profondo e completo, la capacità di filtrazione e attenuazione esercitata dal suolo e dalla zona non satura può essere molto inferiore rispetto ad altri contesti idrogeologici. Un inquinante veicolato dall’acqua può quindi raggiungere la falda più velocemente.

La vulnerabilità dei territori carsici non coincide soltanto con l’inquinamento. Include il rischio di allagamento nelle conche chiuse e presso gli inghiottitoi ostruiti, l’instabilità locale legata a cavità e fenomeni di sprofondamento, l’alterazione delle circolazioni sotterranee e il danneggiamento degli ecosistemi ipogei. Le pressioni possono derivare da scarichi, attività agricole, discariche, cave, urbanizzazione e modifiche del reticolo di drenaggio.

Una ricerca pubblicata da ISPRA sul Salento meridionale descrive bene il problema. Nelle aree dove sono presenti collegamenti rapidi fra superficie e acquifero, l’attenuazione degli inquinanti risulta bassa. Lo studio evidenzia anche come le attività umane modifichino la vulnerabilità complessiva: centri abitati, aree industriali, pozzi, canali e vore possono far crescere il livello di rischio. Le carte di vulnerabilità rappresentano quindi strumenti utili alla pianificazione, insieme al controllo delle sorgenti di pressione e alla manutenzione dei sistemi di drenaggio.

Per la speleologia, la vulnerabilità dei territori carsici è anche un tema di documentazione e responsabilità. Il rilievo delle cavità, il censimento degli ingressi assorbenti, le prove con traccianti quando autorizzate e il monitoraggio delle acque contribuiscono alla conoscenza del sistema. I dati devono dialogare con gli enti competenti, con i gestori idrici e con la pianificazione comunale e regionale.

Plenarie e formazione nel Congresso SGI-SIMP 2026

Il programma del Congresso SGI-SIMP 2026 apre il 14 settembre con Haakon Fossen, geologo noto per gli studi di geologia strutturale e tettonica. Il 15 settembre è prevista la plenaria di Max W. Schmidt. Il 16 settembre interviene il filosofo della scienza Telmo Pievani. La chiusura del 17 settembre è affidata a Massimo Lombardini, con un intervento dedicato al rapporto fra energia e geopolitica.

Il 14 settembre si svolge anche il PhD Day “Plan Projects for Your Future: AI’s potential in proposal writing assistance”. L’iniziativa è rivolta ai dottorandi in Scienze della Terra. Il programma comprende la scrittura delle proposte progettuali, le opportunità di finanziamento e un’attività pratica guidata. L’intelligenza artificiale viene presentata come supporto per bozze, strutture logiche e linguaggio, senza sostituire originalità e responsabilità del ricercatore.

L’appuntamento padovano offre dunque una sede di confronto utile anche per chi si occupa di grotte e carsismo. La protezione delle falde, la gestione del rischio e la conoscenza del sottosuolo richiedono competenze integrate. Il Congresso SGI-SIMP 2026 riporta questi temi nel dibattito delle geoscienze, con ricadute dirette sulle scelte territoriali.

Fonti

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Duemila Grotte, a Trieste il centenario del volume che ha dato forma al catasto carsico

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Il 15 settembre alla Sala Luttazzi il workshop “Duemila Grotte 1926-2026” ricostruirà l’eredità dell’opera di Luigi Vittorio Bertarelli ed Eugenio Boegan, tra storia del Carso, catasti, rilievo e nuove ricerche sul Timavo.

Trieste si prepara a ricordare un libro che ha segnato il modo di conoscere e descrivere il sottosuolo carsico. Martedì 15 settembre 2026, dalle 17.30, la Sala Luttazzi del Magazzino 26 ospiterà il workshop “Duemila Grotte. 1926-2026. La speleologia cent’anni dopo”. L’ingresso del pubblico è previsto dalle 17.00. La partecipazione in sala è libera fino a esaurimento dei posti; le iscrizioni sono aperte fino al 14 settembre.

L’iniziativa è promossa nell’ambito delle attività regionali legate alla prima Giornata internazionale delle grotte e del carsismo. Il workshop è organizzato dalla Regione Friuli Venezia Giulia con la Federazione Speleologica Regionale del Friuli Venezia Giulia e la Società Alpina delle Giulie.

Il centenario di Duemila Grotte offre così l’occasione per rileggere un’opera storica e per mettere in relazione il lavoro degli esploratori del primo Novecento con i metodi di documentazione, ricerca e divulgazione oggi disponibili.

Duemila Grotte e il primo grande inventario del Carso

Pubblicato dal Touring Club Italiano nel 1926, Duemila Grotte. Quarant’anni di esplorazioni nella Venezia Giulia è firmato da Luigi Vittorio Bertarelli ed Eugenio Boegan. Il volume ha 494 pagine. Riunisce centinaia di incisioni, tavole a colori e una carta speleologica alla scala 1:100.000.

La sua struttura mantiene un interesse che va oltre la storia editoriale. La prima parte è un manuale di speleologia. Affronta il fenomeno carsico, la flora e la fauna ipogee, la paleontologia, le tecniche di esplorazione, il rilievo, la fotografia, le grotte di guerra e l’idrologia sotterranea. La seconda parte costituisce il catasto delle grotte della Venezia Giulia entro i confini dell’epoca tra le due guerre. Comprende mappe, localizzazioni, descrizioni e rilievi.

I materiali storici ricordano che il censimento descriveva 2.142 cavità, con circa 800 rilievi. Per questo Duemila Grotte è considerato uno dei passaggi fondamentali verso una catalogazione sistematica delle cavità naturali. La ristampa anastatica del 1986 rese nuovamente accessibile l’opera dopo la distruzione delle matrici originarie nei bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Il volume riflette anche il ruolo della Commissione Grotte della Società Alpina delle Giulie. Il gruppo, nato nel 1883, aveva costruito nel tempo un patrimonio di osservazioni, esplorazioni e dati sul Carso classico. Eugenio Boegan, entrato nella Commissione nel 1894 e suo presidente dal 1904, contribuì a trasformare quella raccolta di conoscenze in un metodo di lavoro fondato su esplorazione, rilievo e ordinamento catastale.

Workshop Duemila Grotte: il programma alla Sala Luttazzi

I saluti istituzionali apriranno la giornata alle 17.30. Modererà Massimo Zanetti, direttore del Servizio geologico della Regione Friuli Venezia Giulia. Sono previsti interventi di Fabio Scoccimarro, Roberto Dipiazza, Sergio Orsini, Giovanni Duratti, Mauro Kraus e Massimiliano Reiter.

Alle 18.00 inizierà la sessione storica, coordinata da Giuseppe Muscio. Igor Ardetti della Commissione Grotte Eugenio Boegan proporrà l’intervento “Da un’idea giovanile al Duemila Grotte”. Seguiranno Silvo Stok su Italo Gariboldi e le grotte di guerra, Paolo Guglia sul volume del 1926 e Paolo Toffanin sul rilievo ipogeo cento anni dopo, tra interpretazione artistica e immaginazione virtuale.

Dopo la pausa, dalle 19.30, il programma guarderà alla speleologia contemporanea. Paolo Manca e Alessio Mereu presenteranno il Catasto speleologico regionale. Tom Kravanja, della Commissione Grotte Eugenio Boegan, parlerà di “Un secolo di misure in grotta”.

La seconda sessione comprenderà anche gli interventi di Luca Pisani sulla comunicazione della speleologia, Corrado Greco sulle grotte turistiche, Rosana Cerkvenik sulla speleologia di confine nelle aree di Škocjan, Marco Restaino su acque e biodiversità sotterranee, Federico Bernardini sull’archeologia carsica e la Grotta Tina jama, e Leda Cipriani sulle cavità artificiali.

Il programma restituisce la varietà di campi che già animavano Duemila Grotte e che oggi si sono ulteriormente articolati: catasto digitale, misurazioni strumentali, idrologia, archeologia, tutela, ricerca biologica e comunicazione pubblica.

Commissione Grotte Eugenio Boegan, dal catasto alle ricerche attuali

La Commissione Grotte “Eugenio Boegan” continua a rappresentare una presenza attiva nelle ricerche del Carso triestino e nelle spedizioni oltreconfine. Il suo lavoro affianca l’esplorazione alla documentazione tecnica, al rilievo, alla didattica e alla pubblicazione di risultati nelle proprie riviste e nei canali associativi.

Tra le attività recenti del gruppo emerge il progetto sull’Abisso Luciano Filipas, 87 VG. Il 23 gennaio 2026 la Commissione ha comunicato il raggiungimento di una nuova finestra sul Timavo sotterraneo nella zona di Fernetti, a 302 metri di profondità. La notizia è il risultato di una ricerca durata vent’anni nella cavità. Il 16 maggio, al centro didattico della Grotta Gigante, il sodalizio ha dedicato un incontro alla scoperta.

Il dato interessa direttamente la conoscenza dell’idrologia carsica. Il Timavo sotterraneo è infatti uno dei temi centrali degli studi sul Carso. L’individuazione di nuovi punti di accesso o osservazione può fornire elementi utili per le ricerche sulla circolazione delle acque, sulle condizioni degli ambienti ipogei e sui collegamenti tra bacini e risorgive.

Le cronache della Commissione documentano anche la prosecuzione di attività esplorative internazionali. Nel 2025 sono riprese le ricerche nello Žijovo–Kucke Planine, in Montenegro. Nel 2026 è stato rilanciato il progetto in Albania nell’area di Nikaj-Mërturi, avviato in precedenza e ora ripreso per completare il lavoro di esplorazione e documentazione.

Non manca l’impegno formativo. Nel 2026 la Commissione ha proposto un corso di avvicinamento alla speleologia. Ha inoltre sperimentato e divulgato l’uso del LiDAR integrato negli smartphone per il rilievo ipogeo. Sono attività che mostrano come il lascito di Duemila Grotte non riguardi soltanto la memoria di un’opera: riguarda la continuità di una pratica di rilevazione, confronto dei dati e restituzione delle conoscenze.

Carso, catasto e tutela delle grotte

Il workshop si inserisce in una settimana dedicata al patrimonio carsico regionale. Il 13 settembre ricorre la Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, proclamata dall’UNESCO nel 2025. In Friuli Venezia Giulia il calendario comprende anche “Grotte aperte”, in programma il 12 e 13 settembre, con visite gratuite alle cinque grotte turistiche regionali aderenti.

La dimensione territoriale è rilevante. Secondo i dati regionali, il carsismo interessa circa il 70% delle aree montane e collinari del Friuli Venezia Giulia. Il Catasto speleologico regionale registra quasi 9.000 grotte. Le aree carsiche alimentano inoltre più di 1.200 sorgenti, molte utilizzate a fini idropotabili.

In questo quadro, Duemila Grotte conserva un valore concreto. La documentazione delle cavità permette di leggere i cambiamenti nei paesaggi, nei metodi di rilievo e nelle conoscenze idrogeologiche. Permette anche di distinguere ciò che è stato esplorato da ciò che resta da verificare.

A cento anni dalla pubblicazione, l’incontro di Trieste mette quindi al centro il rapporto tra archivi storici e banche dati attuali. Le grotte del Carso restano oggetto di ricerca scientifica, esplorazione responsabile e tutela. Il percorso avviato dalla Commissione Grotte e condensato nel libro del 1926 continua nei rilievi, nei catasti e nelle nuove esplorazioni.

Informazioni e fonti

Ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili. Informazioni e iscrizioni al workshop

Fonti consultate:

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“Life in the Dark”: la biologia delle grotte celebra la prima Giornata Internazionale UNESCO

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Sabato 12 settembre alle 22:00, ora italiana, la Commissione di Biologia dell’Union Internationale de Spéléologie propone un incontro online dedicato alla storia e alle nuove frontiere della ricerca sulla vita sotterranea

Alla vigilia della prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo dell’UNESCO, la UIS Biology Commission organizza l’incontro online “Life in the Dark: From Legacy to the Frontiers of Cave Science”, dedicato alla biologia delle grotte e alle nuove prospettive della ricerca scientifica negli ambienti sotterranei.

L’appuntamento è per sabato 12 settembre 2026 alle ore 22:00 in Italia (CEST), con una sessione online trasmessa in diretta sulla pagina Facebook della Commissione.

L’iniziativa si inserisce nelle celebrazioni della prima International Day of Caves and Karst, istituita dall’UNESCO e fissata ogni anno al 13 settembre. La proclamazione rappresenta un importante riconoscimento internazionale per grotte e territori carsici, ambienti presenti in tutti i continenti ma finora privi di una giornata mondiale specificamente dedicata alla loro conoscenza e tutela.

Con Life in the Dark, la Commissione UIS pone l’accento sul ruolo della biospeleologia. Lo studio degli organismi sotterranei non riguarda infatti soltanto la biodiversità delle grotte, ma si intreccia con idrologia, climatologia, geologia e sviluppo di nuove tecnologie.

Le forme di vita adattate all’oscurità permanente costituiscono inoltre modelli straordinari per comprendere i meccanismi dell’adattamento e dell’evoluzione e per indagare i limiti entro i quali la vita può esistere sulla Terra e, potenzialmente, in altri ambienti planetari.

L’evento vuole così collegare l’eredità della ricerca biospeleologica alle nuove frontiere della scienza delle grotte, portando la vita nel buio al centro della prima grande celebrazione internazionale UNESCO dedicata al mondo carsico e sotterraneo.

Biospeleologia, ricerca e riconoscimento UNESCO stanno molto bene insieme.

Quando: sabato 12 settembre 2026, ore 22:00 (ora italiana)
Dove: online, in diretta sulla pagina Facebook della UIS Biology Commission
Evento: Life in the Dark: From Legacy to the Frontiers of Cave Science

UIS Biology Commission – Facebook

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Cavità nel ghiaccio del Montasio: esplorazioni e segnali di una criosfera che cambia

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La grande cavità osservata sul ghiacciaio occidentale del Montasio richiama l’attenzione su un mondo effimero di acqua e ghiaccio. Nelle vicine Alpi Giulie gli speleologi studiano da anni la criosfera sotterranea, documentando ambienti che cambiano, scompaiono e talvolta diventano accessibili proprio per effetto della fusione.

Una grande cavità nel settore superiore del ghiacciaio occidentale del Montasio, nelle Alpi Giulie, è stata osservata alla fine di agosto durante la quarta tappa della Carovana dei Ghiacciai 2026 di Legambiente, salita in quota insieme agli esperti dell’Università di Udine e al Corpo Forestale del Friuli Venezia Giulia. Parte della struttura è crollata proprio durante il sopralluogo.

La cavità non sarebbe però una comparsa assoluta. Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente, ha ricordato che forme analoghe si sono già manifestate in passato per poi essere nuovamente colmate da neve e ghiaccio. Quella attuale viene descritta come scavata dall’acqua meteorica nella parte sommitale del ghiacciaio. È un dettaglio importante: le cavità glaciali sono strutture estremamente dinamiche, che possono modificarsi o scomparire anche in tempi relativamente brevi. Come molte cavità che si formano nel ghiaccio, anche quella osservata sul Montasio ha INFATTI carattere potenzialmente effimero e può modificarsi o scomparire in tempi relativamente brevi.

Ghiacciaio del Montasio, versante nord. Foto: Mattiap78 / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0 – 2014

Il Montasio costituisce un caso particolare. Posto a circa 1.900 metri di quota media e con un’estensione di circa sette ettari, deve la sua eccezionale resistenza all’esposizione settentrionale, all’ombra delle pareti dello Jôf di Montasio, all’alimentazione valanghiva e alla copertura detritica. Nel 2026, tuttavia, la scarsità di neve e le elevate temperature estive hanno lasciato il ghiacciaio più appiattito e annerito rispetto alle osservazioni del 2022.

Per gli speleologi la presenza di una cavità nel ghiacciaio apre inevitabilmente un interrogativo: qualcuno l’ha mai esplorata? Al momento non risultano pubblicazioni o relazioni facilmente reperibili che documentino esplorazioni speleologiche sistematiche all’interno delle cavità del ghiacciaio del Montasio. Sarebbe quindi prematuro parlare di una “grotta esplorata” o attribuirle uno sviluppo noto.

A pochi chilometri di distanza, però, il rapporto tra speleologia e ghiaccio ha una storia ben diversa. Nel massiccio del Canin, il progetto C3 – Cave’s Cryosphere and Climate, nato dalla collaborazione fra Commissione Grotte “Eugenio Boegan” della Società Alpina delle Giulie e CNR, ha unito esplorazione speleologica e ricerca scientifica in numerose cavità contenenti ghiaccio permanente. Tra queste la 1938FR, la Grotta con ghiaccio sotto il Foran dal Muss 155FR, la Grotta del Ghiaccio Gilberti 558FR, Frozen e Turbine.

Ed è proprio qui che esplorazione e cambiamento ambientale si incontrano in modo sorprendente. Nella 1938FR la riduzione del deposito di ghiaccio ha reso accessibili nuovi ambienti precedentemente nascosti, mentre nella 155FR gli speleologi hanno percorso e rilevato un lungo meandro tra roccia e ghiaccio che consente di raggiungere la base del deposito glaciale. Rilievi, fotogrammetrie, carotaggi e monitoraggi termici hanno trasformato queste esplorazioni in strumenti per comprendere l’evoluzione della criosfera sotterranea.

Il fenomeno è tutt’altro che marginale. Il progetto regionale CryoKarst censiva, alla fine del 2022, 177 cavità con depositi di ghiaccio e 666 con presenza di neve e ghiaccio in Friuli Venezia Giulia, individuando proprio il Canin fra le aree di maggiore interesse.

Bisogna però distinguere i fenomeni: nelle grotte del Canin siamo prevalentemente dentro cavità carsiche nella roccia che conservano ghiaccio; sul Montasio osserviamo invece una cavità nel settore superiore del ghiacciaio, attribuita all’azione dell’acqua meteorica e di fusione. Due mondi differenti, ma accomunati dall’acqua, dal ghiaccio e dalla rapidità delle trasformazioni.

La cavità del Montasio può quindi diventare qualcosa di più di una fotografia spettacolare. Per la speleologia rappresenta una domanda ancora aperta; per chi osserva e tutela l’ambiente montano, un’ulteriore occasione per documentare una criosfera che cambia. E, come dimostra l’esperienza del vicino Canin, esplorare può significare anche misurare, osservare e conservare memoria di ambienti destinati a non rimanere uguali a lungo.

Fonti essenziali: Legambiente, Carovana dei Ghiacciai 2026 – Ghiacciaio del Montasio, 29 agosto 2026. Commissione Grotte “Eugenio Boegan”, C3 – Cave’s Cryosphere and Climate 2016–2020. Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Progetto CryoKarst.

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