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    Condividi Dopo il 13 settembre, le Giornate Nazionali della Speleologia 2026 proseguono con eventi, tutela e divulgazione sul carsismo in tutta Italia Le Giornate Nazionali della Speleologia 2026 non si esauriscono con il 13 settembre. La data ha coinciso con la prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, ma la campagna nazionale resta aperta per tutto settembre e ottobre. Gruppi speleologici, Società Speleologica Italiana, sezioni del Club alpino italiano, scuole di speleo
     

Giornate Nazionali della Speleologia 2026: attività aperte fino a ottobre

September 18th 2026 at 13:00

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Dopo il 13 settembre, le Giornate Nazionali della Speleologia 2026 proseguono con eventi, tutela e divulgazione sul carsismo in tutta Italia

Le Giornate Nazionali della Speleologia 2026 non si esauriscono con il 13 settembre.

La data ha coinciso con la prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, ma la campagna nazionale resta aperta per tutto settembre e ottobre. Gruppi speleologici, Società Speleologica Italiana, sezioni del Club alpino italiano, scuole di speleologia, associazioni e singoli soci possono ancora programmare iniziative rivolte al pubblico e inserirle nel calendario nazionale.

L’invito riguarda attività molto diverse. Sono previste visite guidate, open day, pulizie di cavità, incontri scientifici, laboratori per bambine e bambini, mostre, proiezioni, iniziative culturali e appuntamenti digitali. Il filo comune è la conoscenza del patrimonio ipogeo e dei territori carsici.

Giornate Nazionali della Speleologia e la data del 13 settembre

Il 13 settembre 2026 ha segnato la prima celebrazione della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, denominata in ambito internazionale International Day of Caves and Karst (IDCK). L’UNESCO ha proclamato la ricorrenza nel 2025, su proposta dell’Unione internazionale di speleologia e con il sostegno di oltre 150 organizzazioni. L’obiettivo dichiarato è promuovere conoscenza, tutela e valorizzazione delle grotte e dei sistemi carsici, considerati per il loro rilievo ambientale, scientifico, culturale, economico e paesaggistico. [web:2]

Le Giornate Nazionali della Speleologia 2026 hanno quindi rappresentato il quadro italiano di una ricorrenza che assume carattere annuale. La coincidenza ha dato maggiore visibilità a iniziative dedicate all’acqua sotterranea, alla biodiversità, alla ricerca e alla frequentazione consapevole delle cavità.

La prima celebrazione internazionale si è svolta anche a Postojna, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre, con una conferenza incentrata sulla gestione sostenibile di grotte e carsismo. In Italia, il calendario diffuso prima della ricorrenza raccoglieva appuntamenti in nove aree del Paese, tra visite, attività divulgative e interventi di bonifica. [web:7]

Eventi GNS 2026 fino a ottobre

La prosecuzione delle Giornate Nazionali della Speleologia 2026 consente di ampliare il programma oltre il fine settimana centrale. Le proposte possono essere organizzate fino alla conclusione di ottobre e registrate attraverso i moduli indicati dal portale dell’iniziativa. L’inserimento nel calendario nazionale permette di rendere pubblica l’attività e di coordinarla con le iniziative già programmate.

Tra le formule indicate rientrano le uscite sul campo, gli open day e le visite in grotte o aree carsiche, sempre nel rispetto delle autorizzazioni necessarie, delle condizioni ambientali e delle regole di sicurezza. Nel calendario 2026 compare, per esempio, un open day ai Monti Alburni presso la Grotta Fra’ Gentile, in programma il 19 settembre a Sant’Angelo a Fasanella, in provincia di Salerno. [web:16]

Sono parte della campagna anche le attività di Puliamo il Buio. Interventi di questo tipo possono unire il recupero di un ambiente degradato alla spiegazione pubblica delle ragioni della tutela. La rimozione dei rifiuti non coincide infatti con una semplice azione pratica. Può diventare un momento per illustrare la vulnerabilità degli ecosistemi sotterranei, i tempi molto lunghi di degradazione dei materiali e il collegamento tra ciò che accade in superficie e la qualità delle acque nel sottosuolo.

Carsismo, acqua e biodiversità al centro

La dimensione divulgativa delle Giornate Nazionali della Speleologia 2026 riguarda anche il significato più ampio del carsismo. Le grotte non sono ambienti isolati. Sono spesso parte di sistemi nei quali l’acqua attraversa fratture, condotti, risorgenti e acquiferi, con effetti diretti sulle risorse idriche e sugli ecosistemi.

Un esempio viene dal Friuli Venezia Giulia. La Regione segnala che il carsismo interessa circa il 70% delle aree montane e collinari regionali, con quasi 9.000 grotte censite. Le aree carsiche alimentano più di 1.200 sorgenti, molte delle quali sono captate a uso potabile. Nella stessa regione sono presenti ecosistemi sotterranei e specie altamente specializzate. [web:2]

Questo quadro aiuta a comprendere il valore di conferenze, laboratori e mostre fotografiche proposti durante le GNS. Le iniziative possono avvicinare il pubblico al lavoro di chi esplora, rileva e studia le cavità, senza ridurre la grotta a un luogo da visitare. Possono anche spiegare perché la tutela richieda attenzione agli ingressi, ai corsi d’acqua, alla fauna e alla gestione dei flussi di persone.

Come aderire al calendario nazionale

Gruppi e associazioni che intendono aderire alle Giornate Nazionali della Speleologia 2026 possono consultare il sito della campagna per il calendario aggiornato, il vademecum GNS IDCK26 e i moduli di registrazione. Le proposte possono riguardare anche documentari, presentazioni pubbliche, percorsi didattici e attività online. Questa varietà permette di coinvolgere persone che non praticano speleologia e di raccontare il legame tra grotte, paesaggio e comunità locali.

Nella programmazione è utile indicare con chiarezza luogo, orari, modalità di partecipazione, destinatari, attrezzatura richiesta, eventuale prenotazione e riferimenti organizzativi. Per le attività in ambiente ipogeo restano centrali la valutazione dei rischi, l’adeguatezza degli accompagnatori e il rispetto delle norme che regolano l’accesso alle cavità.

La campagna prosegue dunque fino a ottobre, offrendo alle realtà locali il tempo per costruire occasioni informative e di tutela. L’obiettivo è mantenere visibile il patrimonio sotterraneo anche dopo la data del 13 settembre e favorire una conoscenza più concreta dei sistemi carsici italiani.

Fonti

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    Condividi La storia dell’acqua – Terzo capitolo. Il 2 dicembre 1959 crolla la diga ad arco sul Reyran, nell’entroterra di Fréjus. Per comprendere una delle più gravi catastrofi francesi bisogna guardare sotto il cemento, nelle fratture della montagna e nell’acqua che vi penetra Nomen omen, dicevano i latini: nel nome, il destino. E nel caso di Malpasset il nome sembra quasi una premonizione. L’antico toponimo indicava infatti un luogo di difficile passaggio, un “cattivo passaggio”, una
     

Malpasset 1959, quando cede la roccia

September 18th 2026 at 05:00

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La storia dell’acqua – Terzo capitolo. Il 2 dicembre 1959 crolla la diga ad arco sul Reyran, nell’entroterra di Fréjus. Per comprendere una delle più gravi catastrofi francesi bisogna guardare sotto il cemento, nelle fratture della montagna e nell’acqua che vi penetra

Nomen omen, dicevano i latini: nel nome, il destino.

E nel caso di Malpasset il nome sembra quasi una premonizione.

L’antico toponimo indicava infatti un luogo di difficile passaggio, un “cattivo passaggio”, una zona impervia nella quale, secondo la tradizione locale, i viaggiatori potevano anche rischiare di essere assaliti dai briganti.

Secoli dopo quel nome rimane legato a un’altra terribile storia.

È qui, in una stretta valle attraversata dal Reyran, nell’entroterra di Fréjus, che continua la nostra storia dell’acqua.

Dopo Gleno e Molare siamo ormai vicinissimi alla Liguria.

Ma questa volta, per comprendere ciò che accade, non basta guardare l’acqua.

Non basta neppure guardare la diga.

Bisogna guardare dentro la montagna.

Una diga per l’acqua

Nel dopoguerra la costa del Var cresce rapidamente. Servono acqua per la popolazione, per l’agricoltura e per un territorio nel quale si sta sviluppando anche il turismo.

Nel 1950 viene approvata la costruzione di una diga sul Reyran, torrente quasi asciutto per gran parte dell’anno ma capace di piene violente.

Nasce una grande diga a volta sottile, alta circa 60 metri.

È una struttura elegante: la pressione dell’acqua non viene contrastata soltanto dal peso del cemento, ma trasferita attraverso la volta alle pareti rocciose della valle.

Ed è proprio qui che si nasconde il punto debole.

Ed è proprio qui che si nasconde il punto debole.

La diga e la montagna

Per una diga ad arco il terreno di fondazione non è semplicemente il luogo sul quale costruire.

Fa parte della struttura.

La spinta dell’acqua viene trasferita attraverso la volta agli appoggi laterali. La sicurezza dell’opera dipende quindi anche dalla resistenza delle pareti della valle, dalla disposizione delle fratture, dalle discontinuità e dalla circolazione dell’acqua.

A Malpasset il calcestruzzo della diga risulterà di buona qualità.

Il problema è nelle fondazioni.

L’acqua penetra nelle fratture e genera pressioni, mentre l’aumento delle sollecitazioni modifica il comportamento dell’ammasso sul quale poggia lo sbarramento.

Sono fenomeni di meccanica delle rocce che all’epoca non sono ancora adeguatamente conosciuti.

Qui la nostra storia diventa anche storia dell’acqua sotterranea.

Quella che non vediamo.

2 dicembre 1959

Da giorni piove intensamente.

Il livello del bacino continua a salire. Il 2 dicembre l’acqua raggiunge quote mai toccate prima e, nel tardo pomeriggio, viene ordinata l’apertura dello scarico.

Ma ormai la situazione è critica.

Poco dopo le 21.10, la diga cede.

Circa 50 milioni di metri cubi d’acqua precipitano nella valle del Reyran.

In pochi istanti una massa enorme di acqua, fango e detriti si mette in movimento verso Fréjus.

L’onda travolge tutto ciò che incontra: abitazioni, strade, ponti, campi e infrastrutture.

Quando raggiunge la pianura, la sua forza è ancora devastante.

Il bilancio è terribile: 423 morti e dispersi.

Cercare sotto terra

C’è un particolare della storia di Malpasset che interessa particolarmente chi si occupa di sottosuolo.

Durante la costruzione non viene realizzata la consueta galleria provvisoria di deviazione del torrente, anche perché il Reyran rimane asciutto per gran parte dell’anno.

Le analisi successive metteranno in evidenza un elemento sorprendente: una galleria scavata nella sponda interessata avrebbe potuto attraversare una delle principali discontinuità geologiche coinvolte nel cedimento.

Non possiamo sapere se questo avrebbe evitato la tragedia.

Ma quello scavo avrebbe consentito di osservare dall’interno la struttura geologica e avrebbe potuto fornire informazioni preziose.

Per chi esplora grotte e cavità artificiali è un concetto familiare: il sottosuolo può mostrare ciò che la superficie nasconde.

Fratture, faglie e infiltrazioni diventano leggibili quando è possibile osservarle direttamente.

A Malpasset, ciò che non si vede diventa determinante.

Dopo Malpasset

Le indagini sulla catastrofe durano anni.

La giustizia francese non individua responsabilità penali dei costruttori. Gli studi tecnici concentrano invece l’attenzione sulle condizioni delle fondazioni, sulle pressioni generate dall’acqua e sull’assetto geologico della sponda sinistra.

Malpasset diventa così un caso fondamentale per lo sviluppo della moderna meccanica delle rocce applicata alle grandi dighe.

La tragedia contribuisce anche a modificare il sistema francese di controllo delle grandi opere idrauliche, rafforzando le verifiche sui progetti, sulla geologia dei siti e sulla sorveglianza degli sbarramenti.

La lezione è chiara: una grande opera non può essere separata dalla conoscenza profonda del territorio nel quale viene inserita.

Le rovine

Oggi Malpasset è ancora lì.

Non una diga ricostruita, ma una diga spezzata.

Una parte della volta rimane aggrappata alla parete della valle, mentre enormi blocchi di calcestruzzo giacciono sul fondo, alcuni trascinati lontano dalla violenza dell’acqua.

Camminare tra quelle rovine significa leggere ciò che è accaduto.

I frammenti dello sbarramento e i massi disseminati lungo il Reyran raccontano ancora fisicamente la potenza dell’onda.

Quek che resta della diga di Malpasset nella valle del Reyran. Foto: Bonho1962 / Wikimedia Commons – pubblico dominio

È archeologia industriale, geologia e memoria nello stesso luogo.

Dopo Gleno e Molare, Malpasset aggiunge così un nuovo elemento alla nostra storia.

Non basta conoscere l’acqua che vediamo.

Bisogna comprendere anche quella che non vediamo, capace di penetrare nelle fratture ed esercitare pressioni profonde.

La storia dell’acqua continua

Passano appena quattro anni.

È il 9 ottobre 1963.

Torniamo in Italia, in una stretta valle tra Veneto e Friuli.

Davanti a noi c’è una diga ancora più alta.

Ma al Vajont la diga non crolla.

Rimane in piedi.

Questa volta sarà la montagna a entrare nell’acqua.

E comincerà un nuovo, terribile capitolo della nostra storia.

Le rovine di Malpasset e, sulla destra, la zona del “dièdre” interessata dall’asportazione della massa rocciosa durante il cedimento. Foto: 5053PM / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0

Capitolo 0: Glori Castellaro https://www.scintilena.com/la-galleria-glori-castellaro-viaggio-nel-cuore-della-valle-argentina/08/22/

Capitolo 1 Gleno, la Diga spezzata https://www.scintilena.com/gleno-la-diga-spezzata/09/01/

Capitolo 2 Molare 1935, quando l’acqua trovò un’altra strada https://www.scintilena.com/molare-1935-quando-lacqua-trovo-unaltra-strada/09/08/

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