Fontanon di Goriuda, 25 anni di esplorazioni nel cuore del Canin
Il Club Alpinistico Triestino celebra un quarto di secolo di attività speleosubacquea nella grande risorgenza della Val Raccolana. Una storia di esplorazione e ricerca che continua, con nuovi obiettivi ancora da raggiungere.
Venticinque anni dentro la montagna, seguendo l’acqua e cercando passaggi verso ambienti ancora sconosciuti. Il Club Alpinistico Triestino celebra un importante anniversario delle esplorazioni speleosubacquee al Fontanon di Goriuda, una delle più spettacolari risorgenze del massiccio del Canin.
Una lunga storia, iniziata nei primi anni Duemila e proseguita attraverso immersioni, risalite, campi sotterranei, rilievi e nuove scoperte, che hanno progressivamente modificato la conoscenza della cavità. Un lavoro che ha richiesto negli anni competenze tecniche, continuità e la capacità di tornare più volte sugli stessi interrogativi posti da un sistema carsico complesso e ancora lontano dall’essere completamente conosciuto.
L’anniversario è stato celebrato tornando proprio al Goriuda, con gli speleologi del CAT, il presidente Franco Riosa e Duilio Cobol, protagonista delle esplorazioni fin dalle prime fasi. Alla giornata ha partecipato anche una troupe Rai: le immagini girate nella cavità saranno trasmesse in autunno all’interno di “Linea Bianca” su Rai 1.

I venticinque anni sono occasione per guardare indietro e puntare avanti.
Il Fontanon conserva ancora importanti incognite: il prossimo inverno gli speleologi intendono tornare a lavorare su quattro obiettivi esplorativi rimasti aperti, mentre sullo sfondo si fa sempre più interessante anche l’ipotesi di possibili collegamenti con altri sistemi carsici del Canin.
La parola ad Alessandra Ressa, dell’Ufficio Stampa del Club Alpinistico Triestino, che nel comunicato che segue ripercorre venticinque anni di esplorazioni al Fontanon di Goriuda, dalle prime immersioni alle grandi scoperte, fino alle domande che ancora oggi attendono una risposta.
CLUB ALPINISTICO TRIESTINO APS
COMUNICATO STAMPA con preghiera di pubblicazione
FONTANON DI GORIUDA, 25 ANNI NEL CUORE DELLA MONTAGNA: IL CAT CELEBRA UNA LUNGA STORIA DI ESPLORAZIONI SPELEOSUBACQUEE
Da un quarto di secolo gli speleologi del Club Alpinistico Triestino esplorano, studiano e documentano uno dei più affascinanti sistemi carsici del Friuli Venezia Giulia, il Fontanon di Goriuda. Il CAT, il presidente Franco Riosa e lo speleosubacqueo Duilio Cobol, protagonista delle esplorazioni dal loro principio, hanno voluto festeggiare questo speciale compleanno proprio all’interno della cavità da cui sgorga la cascata più celebre della Regione alla presenza di una troupe della RAI, che racconterà questa straordinaria esperienza in autunno all’interno di “Linea Bianca”.
Trieste, 25 agosto 2026 – Venticinque anni di esplorazioni continuative. È questo il traguardo che il Club Alpinistico Triestino celebra al Fontanon di Goriuda, una delle più importanti e spettacolari risorgenze delle Alpi Giulie, dove da un quarto di secolo generazioni di speleologi del CAT hanno investito tempo, energie, competenze e passione nel tentativo di svelare ciò che si nasconde oltre la cascata e dentro la montagna.
Una ricorrenza che non è stata celebrata semplicemente con un incontro, ma tornando là dove tutto è cominciato: nel cuore della Val Raccolana, davanti e dentro quella poderosa risorgenza che continua a rappresentare, dopo tanti anni, una delle grandi sfide della speleologia regionale.
Alla recente uscita hanno partecipato gli speleologi del Club Alpinistico Triestino e il presidente Franco Riosa, insieme a Duilio Cobol, speleosubacqueo e protagonista di una parte fondamentale di questa lunga stagione esplorativa. È stato proprio Cobol a organizzare l’uscita, mettendo a disposizione l’esperienza maturata in oltre 25 anni di attività dedicata all’esplorazione e alla ricerca nel Fontanon di Goriuda.
La ricorrenza diventa così soprattutto un momento per ripercorrere una storia fatta di scoperte, immersioni, risalite, rilievi, campi interni, corde, attrezzature e interminabili ore trascorse nel buio della montagna. Una storia nella quale il CAT ha avuto un ruolo costante, contribuendo in modo significativo alla conoscenza di una cavità che, ancora oggi, conserva importanti incognite.
Il Fontanon di Goriuda, infatti, non è semplicemente la spettacolare cascata che si incontra in Val Raccolana. È una poderosa risorgenza perenne attraverso la quale riaffiorano le acque del sovrastante massiccio del Canin. La scheda del Catasto Speleologico Regionale la identifica con il numero 20 e ne indica l’ingresso a 861 metri di quota, uno sviluppo planimetrico catastato di 767,6 metri e un dislivello positivo di 119 metri. La Regione Friuli Venezia Giulia lo ha inoltre classificato come geosito di interesse nazionale.
Per chi osserva il Fontanon dall’esterno, la grotta sembra terminare dopo il primo tratto percorribile a piedi. In realtà, dopo circa 150 metri, un lago obbliga a passare dalle tecniche speleologiche tradizionali a quelle della speleosubacquea oppure ad utilizzare un canotto. Da quel punto inizia un ambiente completamente diverso, nel quale la progressione avviene tra acqua, sifoni, roccia e oscurità assoluta.
La storia moderna delle esplorazioni del CAT al Goriuda prende forma nei primi anni Duemila, dopo l’incontro di un gruppo di sette speleosubacquei esperti avvenuto durante Bora 2000, importante appuntamento internazionale della speleologia svoltosi a Trieste. Da quell’esperienza nacque la volontà di continuare a lavorare insieme e di individuare nel Fontanon un ambiente nel quale mettere alla prova e affinare tecniche di immersione. Il Goriuda divenne progressivamente un vero laboratorio di esplorazione, nel quale ogni immersione poteva significare una nuova osservazione, un nuovo passaggio, una diversa interpretazione della cavità.
La grande svolta arrivò tra il 2008 e il 2009, quando gli speleosub del CAT riuscirono a individuare, al di sopra dei rami allora conosciuti, grandi gallerie fossili. La documentazione del Parco Naturale delle Prealpi Giulie racconta la scoperta di ambienti di dimensioni sorprendenti: una grande galleria superiore, con spazi così vasti che inizialmente i fasci luminosi degli esploratori non riuscivano nemmeno a illuminarne i limiti. Quelle scoperte cambiarono la lettura della grotta. Quello che per anni era stato considerato il “terzo sifone” non sembrava infatti rappresentare la prosecuzione principale della cavità, ma una sorta di vasca sospesa, mentre le antiche vie dell’acqua conducevano verso livelli superiori. Da qui ebbe inizio una nuova fase di esplorazioni e risalite, con sviluppi verticali superiori ai cento metri.
Per rendere possibile il lavoro fu necessario organizzare un vero e proprio campo base sotterraneo. Nel 2008, le attività comprendevano già il ripristino di centinaia di metri di linea telefonica, la realizzazione di un campo interno e la sistemazione delle sagole e degli ancoraggi tra i diversi sifoni.
Ma il Fontanon non ha mai concesso facilmente i propri segreti. Le piene periodiche hanno più volte danneggiato o distrutto le installazioni, costringendo gli speleologi a ricostruire ancoraggi, sostituire corde e ripristinare le vie di progressione. Ogni nuova esplorazione ha quindi richiesto non soltanto capacità tecnica, ma anche una notevole dose di pazienza e determinazione.
Venticinque anni di esplorazione continuativa significano anche venticinque anni di conoscenza maturata sul campo. E proprio questa esperienza ha fatto del Goriuda anche un ambiente particolarmente significativo per il soccorso speleosubacqueo.
Nel corso degli anni la cavità ha ospitato importanti esercitazioni del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, sfruttando la complessità dei percorsi e la presenza dei sifoni per simulare interventi in condizioni estremamente impegnative. Nel 2018, ad esempio, un’esercitazione nazionale speleosubacquea del CNSAS coinvolse tredici speleosubacquei e altri sette tecnici, impegnati nel superamento di due sifoni e nella simulazione del soccorso di persone in difficoltà in profondità. Il Goriuda ha dunque rappresentato negli anni non soltanto un luogo di scoperta, ma anche un ambiente nel quale sviluppare e verificare tecniche, procedure e capacità operative.
La speleosubacquea, del resto, non lascia spazio all’improvvisazione. La temperatura dell’acqua, la difficoltà degli ambienti, l’oscurità, i lunghi percorsi, la gestione delle bombole e la possibilità di un problema tecnico rendono ogni immersione un’attività ad elevata complessità. È necessario lavorare con attrezzature ridondanti, linee di sicurezza e materiali di riserva, mantenendo sempre la possibilità di gestire un eventuale guasto.
Ed è proprio questo uno degli aspetti che il CAT ha voluto mostrare anche in occasione di questa speciale uscita celebrativa.
A documentare la giornata, infatti, era presente una troupe della Rai, interessata a raccontare non soltanto la spettacolarità del Fontanon, ma soprattutto la storia degli uomini che da decenni ne inseguono le prosecuzioni. La troupe è stata accompagnata all’interno della cavità dalle Guide Turistiche Speleologiche del Friuli Venezia Giulia, che hanno curato l’accompagnamento in ambiente ipogeo e il supporto necessario alle riprese.
Le immagini realizzate al Goriuda confluiranno in un servizio che sarà trasmesso nel prossimo autunno all’interno di “Linea Bianca” su Rai 1. La presenza della televisione rappresenta un’importante occasione per far conoscere a un pubblico molto più vasto una realtà che normalmente rimane completamente nascosta: il lavoro degli speleologi, la complessità dell’esplorazione e, insieme alla bellezza del mondo sotterraneo, anche i rischi della speleosubacquea.
Ma la Rai, in questa occasione, è soprattutto una finestra su una storia che appartiene al CAT.
Una storia che non si conclude con i risultati già ottenuti. Perché, nonostante 25 anni di attività, il Fontanon di Goriuda continua a porre interrogativi.
Sono almeno quattro le grandi incognite sulle quali gli speleologi intendono tornare a lavorare. Una riguarda una difficile arrampicata di circa 40 metri sulla volta della galleria terminale; un’altra una risalita meno impegnativa che potrebbe aprire una nuova prosecuzione. Rimane poi da verificare un pozzo stimato in circa cinque metri, dal quale il rumore prodotto dalla caduta dei sassi potrebbe far pensare alla presenza di acqua. E proprio l’eventuale presenza di un nuovo sifone, a una distanza così importante dall’ingresso, rappresenterebbe una prospettiva esplorativa di grande interesse.
A rendere ancora più affascinante questa ricerca è il fatto che il Goriuda potrebbe non essere un sistema isolato. Negli ultimi anni le esplorazioni condotte da altri gruppi speleologici sull’altopiano del Canin hanno raggiunto settori che sembrano avvicinarsi a quelli esplorati dal CAT. L’ipotesi di un futuro collegamento fra sistemi carsici differenti appare quindi sempre più concreta.
Sarebbe una scoperta capace di aggiungere un capitolo importante alla conoscenza del carsismo del Canin e della circolazione delle acque sotterranee di uno dei più importanti territori carsici delle Alpi Giulie.
Per il Club Alpinistico Triestino, dunque, i 25 anni del gruppo speleosubacqueo non rappresentano un traguardo, ma la conferma di una scelta che continua nel tempo: esplorare, conoscere, documentare e trasmettere alle nuove generazioni la passione per il mondo sotterraneo.
Un quarto di secolo dopo l’inizio di questa avventura, Duilio Cobol e gli speleologi del CAT sono ancora davanti alle stesse domande che hanno accompagnato tante delle loro spedizioni: dove porta davvero l’acqua del Goriuda? Quanto si estende ancora la cavità? E soprattutto, cosa si nasconde oltre l’ultimo passaggio conosciuto?
Il prossimo inverno gli speleologi intendono tornare al lavoro sulle quattro grandi incognite ancora aperte.
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Venticinque anni sono tanti, soprattutto quando si misurano non in chilometri percorsi in superficie, ma in metri conquistati nel buio, immersione dopo immersione, risalita dopo risalita.
La storia del Fontanon di Goriuda racconta bene uno degli aspetti più autentici della speleologia: una grotta non si esaurisce con una scoperta e nemmeno con una generazione di esploratori. Rimane lì, con le sue domande, mentre cambiano gli uomini, migliorano le tecniche e nuove conoscenze permettono di tornare dove, anni prima, ci si era dovuti fermare.
Al Goriuda le domande sono ancora molte. Ci sono pareti da risalire, passaggi da verificare, la possibilità di nuove vie d’acqua e, più lontano, l’affascinante prospettiva di un collegamento con altri grandi sistemi carsici del Canin.
Il modo migliore di festeggiare venticinque anni di esplorazioni è considerarli un punto per continuare a cercare: sotto il Canin, l’acqua continua il suo viaggio: gli speleologi, inevitabilmente, continueranno a seguirla.
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