Gleno, la diga spezzata
La storia dell’acqua – Primo capitolo. Nel 1923 il crollo della diga della Val di Scalve provoca 356 vittime. Archi, condotte e opere artificiali restano raccontare il difficile rapporto tra l’uomo, l’acqua e la montagna
Le recenti serate dedicate alla diga mai realizzata di Glori-Castellaro e alle sue gallerie mi hanno spinto ad approfondire la storia delle grandi opere idrauliche e dei disastri che hanno segnato il Novecento. Nasce così “La storia dell’acqua”, un viaggio tra dighe, territorio, cavità artificiali e memoria. Il primo capitolo ci porta al Gleno.
A Pian del Gleno, a circa 1.500 metri di quota, la diga sembra interrompersi nel mezzo.
Due grandi ali ad archi multipli rimangono appoggiate ai fianchi della montagna. In mezzo, un enorme vuoto.
Non è un’opera rimasta incompiuta. Quel vuoto è ciò che resta della mattina del 1° dicembre 1923.
È da qui che comincia il nostro viaggio nella storia dell’acqua: una storia fatta di montagne e torrenti, ma anche di dighe, gallerie, condotte e cavità artificiali costruite dall’uomo per raccogliere l’acqua, deviarla e trasformarne la forza in energia.
Quando l’acqua diventa energia
All’inizio del Novecento l’industrializzazione aumenta rapidamente la richiesta di energia elettrica. Le valli alpine, con i loro torrenti e i grandi dislivelli, diventano luoghi ideali per lo sviluppo dell’idroelettrico.
Sul torrente Povo, in Val di Scalve, nasce il progetto del Gleno. L’acqua raccolta nell’invaso deve alimentare un sistema idroelettrico composto da opere di derivazione, condotte e centrali a valle.
Il progetto originario prevede una diga a gravità. Ma mentre il cantiere procede cambia radicalmente: sulla struttura già realizzata nella parte centrale della valle, il cosiddetto tampone, viene impostata una diga ad archi multipli sostenuti da contrafforti.
Nasce così un’opera particolare, frutto della sovrapposizione di concezioni strutturali differenti.
Dentro quella massa di muratura e calcestruzzo esiste anche un elemento che interessa particolarmente chi si occupa di cavità artificiali: sul fondo della valle viene realizzato un tombone con una luce di circa quattro metri, destinato allo scarico di fondo. Quando il progetto della diga cambia, la struttura viene conservata e incorporata nella nuova opera.
Un passaggio artificiale nel cuore dello sbarramento, costruito per restituire all’acqua una via d’uscita controllata.
Una valle dentro la montagna
La Val di Scalve è, del resto, una terra abituata al sottosuolo.
Poco lontano, le rocce carbonatiche del massiccio della Presolana custodiscono cavità naturali, mentre a Schilpario chilometri di gallerie minerarie raccontano un’altra storia dell’uomo dentro la montagna.
Anche le opere idroelettriche appartengono a questo paesaggio nascosto: condotte, scarichi, canali e passaggi scavati nella roccia accompagnano l’acqua nel suo percorso verso le centrali.
Una diga, quindi, non è soltanto il grande muro che appare nel paesaggio. Esiste anche una parte meno visibile, fatta di strutture costruite per intercettare, incanalare e controllare l’acqua.
Le perdite
Ma al Gleno l’acqua comincia presto a trovare altre strade.

Già durante i primi riempimenti vengono segnalate infiltrazioni intorno al tampone e nelle murature della base. Con l’aumentare del livello dell’invaso aumentano anche le perdite.
Nell’autunno del 1923 il bacino raggiunge il massimo riempimento.
La diga è praticamente terminata.
1° dicembre 1923
Sono circa le 7.15 del mattino.
La parte centrale dello sbarramento cede.
Si apre una breccia di circa 80 metri e milioni di metri cubi d’acqua precipitano nella valle. L’onda trascina rocce, alberi, fango e detriti, investe Bueggio e Dezzo, percorre la Val di Scalve e raggiunge la Val Camonica, continuando la sua corsa fino al lago d’Iseo.
Il bilancio ufficiale conta 356 vittime.
Non è soltanto la storia di una calamità naturale.
Le indagini e il successivo processo portano al centro dell’attenzione il progetto, le modifiche introdotte durante la costruzione, la qualità dei materiali e le modalità con cui l’opera viene realizzata e controllata.
Il Gleno diventa così uno dei casi più significativi nella storia italiana della sicurezza delle grandi opere idrauliche.
La diga che racconta ancora
Oggi rimangono i due tronconi laterali della diga e il grande squarcio centrale.
È archeologia industriale, ma anche qualcosa di più.
Osservando gli archi, i contrafforti e ciò che resta delle strutture idrauliche è ancora possibile leggere fisicamente una parte della storia dell’opera. Anche gli studi moderni, attraverso rilievi tridimensionali, analisi dei materiali e verifiche strutturali, continuano a interrogare quei ruderi.
Camminare fino al Gleno significa quindi entrare in un luogo della memoria, ma anche osservare da vicino il rapporto tra acqua e montagna, tra tecnica e territorio, tra ciò che l’uomo progetta e ciò che realmente costruisce.
E forse è proprio questo il motivo per cui, a più di un secolo di distanza, il Gleno continua a parlarci.
Geologia, idrologia, qualità dei materiali, progettazione e controlli non sono elementi separati da una grande opera: sono parte del territorio nel quale quell’opera deve vivere.

Il grande vuoto al centro della diga rimane a ricordarlo.
Se qualche lettore è stato recentemente al Gleno e vuole condividere fotografie della diga e delle sue strutture, ci farà piacere aggiungerle a questo articolo, citando naturalmente l’autore.
La storia dell’acqua continua
Gleno è soltanto il primo capitolo.
Nel corso del Novecento altre dighe, bacini e grandi opere legate all’acqua diventano teatro di tragedie: Molare nel 1935, Malpasset in Francia nel 1959, il Vajont nel 1963, Stava nel 1985.
Sono storie profondamente diverse, che non devono essere confuse né sovrapposte. Ma tutte riportano alla stessa domanda: quanto conosciamo davvero l’acqua, la roccia e il territorio prima di cercare di trasformarli?
Ne parleremo ancora.
Raccontare la storia dell’acqua significa raccontare anche la storia dell’uomo, delle sue opere, dei suoi errori e della memoria che questi luoghi continuano a custodire.
Foto di copertina: la diga spezzata del Gleno. A oltre un secolo dalla tragedia del 1° dicembre 1923, il grande vuoto al centro dello sbarramento racconta ancora la forza dell’acqua e gli errori dell’uomo. Foto: Gcanca/Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
Capitolo 0: https://www.scintilena.com/la-galleria-glori-castellaro-viaggio-nel-cuore-della-valle-argentina/08/22/
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