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Tutela del patrimonio ipogeo e attività speleologica

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Criticità e proposte sul nuovo disciplinare del Parco del Cilento

La parola a Giampaolo Pinto

La tutela delle grotte e della fauna che le abita è un obiettivo condiviso da tutta la comunità speleologica. Proprio per questo il nuovo disciplinare adottato dal Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni ha aperto un confronto sul modo più efficace di coniugare conservazione, ricerca, esplorazione e sicurezza.

Il tema coinvolge direttamente le realtà che da decenni operano per la conoscenza e la tutela del patrimonio ipogeo – dalla Società Speleologica Italiana (SSI ETS) al Club Alpino Italiano (CAI), attraverso le organizzazioni e i gruppi speleologici, fino alle associazioni e ai ricercatori impegnati sul territorio – chiamate a collaborare con l’Ente Parco per costruire strumenti di gestione realmente efficaci e condivisi.

Cerchio delle fate – foto Giampaolo Pinto

La parola a Giampaolo Pinto!

Tutela del patrimonio ipogeo e attività speleologica

Criticità e proposte sul nuovo disciplinare del Parco del Cilento

Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni ha recentemente approvato un nuovo disciplinare finalizzato a regolamentare l’accesso alle grotte non turistiche (habitat 8310 della Rete Natura 2000) e la tutela dei chirotteri.

Le finalità dell’Ente Parco sono pienamente condivisibili: proteggere ecosistemi fragili, salvaguardare la biodiversità e preservare la fauna ipogea durante le fasi più delicate del suo ciclo biologico. Un’analisi del disciplinare sotto il profilo scientifico, speleologico e dell’efficacia amministrativa evidenzia, tuttavia, alcune criticità che meritano un confronto. Il rischio è che misure nate con una corretta finalità di conservazione finiscano per limitare in modo eccessivamente generalizzato proprio le attività di studio, monitoraggio e conoscenza del mondo sotterraneo svolte da decenni dalla comunità speleologica.

  1. Il principio di precauzione e la necessità di un approccio puntuale

Una prima criticità riguarda l’applicazione generalizzata delle restrizioni temporali.

Il disciplinare prevede la chiusura delle cavità in due finestre temporali:

  • Dal 15 novembre al 15 marzo, per il periodo di letargo invernale.
  • Dal 15 maggio al 15 agosto, per il periodo di riproduzione e svezzamento.

Nel complesso, l’accesso alle grotte risulta quindi precluso per circa sette mesi all’anno. L’aspetto che merita maggiore approfondimento è che le limitazioni vengono applicate non soltanto alle cavità nelle quali sia accertata la presenza di chirotteri, ma, secondo quanto previsto dal disciplinare, anche agli ambienti ipogei censiti o non ancora censiti, in applicazione del principio di precauzione.

Dal punto di vista biologico e speleologico, un’impostazione così estesa presenta alcune criticità:

  • Biologia dei chirotteri. I pipistrelli selezionano i rifugi sulla base di specifiche caratteristiche ambientali e microclimatiche, quali temperatura, umidità, circolazione dell’aria e morfologia degli accessi. Ne consegue che non tutte le cavità presentano necessariamente caratteristiche idonee alla presenza di colonie nelle diverse fasi del ciclo biologico.
  • Attività esplorativa e conoscenza. Limitare preventivamente l’accesso anche a cavità inesplorate o non censite può rendere più difficile proprio l’acquisizione delle informazioni necessarie a verificare l’eventuale presenza di specie o habitat da tutelare. La conoscenza del territorio ipogeo costituisce infatti uno dei presupposti della sua stessa conservazione.

2. Il nodo burocratico: preavviso e valutazioni specialistiche

Per accedere alle cavità nei soli 4 mesi rimasti disponibili il disciplinare impone alle figure accreditate la richiesta di un’autorizzazione preventiva tramite PEC con almeno 2 giorni di anticipo, a volte vincolata all’acquisizione del parere di un tecnico naturalista mediante la redazione della Valutazione di Incidenza Ambientale (VIncA).

Un’impostazione di questo tipo può risultare difficilmente conciliabile con alcune modalità operative della ricerca e della prevenzione sul campo:

  • Condizioni meteorologiche e idrologiche. La speleologia esplorativa e scientifica è fortemente condizionata dalle condizioni meteorologiche e dai livelli idrici. Anche una programmazione effettuata con anticipo può dover essere modificata rapidamente: precipitazioni improvvise possono rendere pericolosa una cavità, mentre particolari condizioni di secca possono creare finestre esplorative di breve durata.
  • Proporzionalità dell’iter. L’applicazione di procedure complesse anche alle attività scientifiche, esplorative o di monitoraggio svolte da associazioni specializzate rischia di determinare un aggravio sia per gli operatori sia per gli uffici del Parco. Potrebbe quindi essere utile distinguere le procedure in funzione della natura, della durata e dell’effettivo impatto delle attività.

3. Sicurezza, addestramento e formazione

Il disciplinare esenta opportunamente dalle limitazioni le attività del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) in caso di intervento di emergenza.

Sotto il profilo della prevenzione, tuttavia, è opportuno considerare che la capacità di operare e soccorrere in ambiente ipogeo deriva da addestramento continuo, esercitazioni sul campo e formazione tecnica. Una forte riduzione delle occasioni di attività sul territorio potrebbe quindi incidere, indirettamente, sulla continuità della formazione e sulla conoscenza operativa delle cavità. Sarebbe utile che il disciplinare tenesse conto anche di questa esigenza, individuando modalità compatibili con gli obiettivi di conservazione.

4. Il ruolo della comunità speleologica nella tutela del territorio

La comunità speleologica, dalla Società Speleologica Italiana e dal Club Alpino Italiano (CAI) alle organizzazioni e ai gruppi speleologici locali, contribuisce storicamente alla conoscenza del patrimonio ipogeo attraverso attività di esplorazione, documentazione, aggiornamento dei catasti, segnalazione di criticità ambientali e collaborazione con la ricerca scientifica.

Una riduzione molto ampia della presenza qualificata sul territorio potrebbe avere anche effetti non intenzionali. Gli speleologi rappresentano infatti un presidio volontario diffuso, capace di osservare e segnalare situazioni di degrado, inquinamento o frequentazione impropria. La tutela potrebbe quindi essere rafforzata non soltanto attraverso limitazioni, ma anche valorizzando forme strutturate di collaborazione tra l’Ente Parco e i soggetti speleologici riconosciuti.

Conclusioni: proposte per una tutela efficace e condivisa

L’efficacia di una politica di conservazione dipende non soltanto dal rigore delle misure adottate, ma anche dalla loro proporzionalità, applicabilità e capacità di produrre risultati concreti.

Per coniugare la tutela dei chirotteri con la ricerca, la conoscenza del territorio e la sicurezza, sarebbe auspicabile avviare un confronto tra l’Ente Parco, le organizzazioni speleologiche e le competenze scientifiche interessate, prendendo in considerazione alcuni possibili strumenti:

  • Catasto dinamico e vincoli puntuali. Rafforzare progressivamente la mappatura delle cavità e, sulla base dei dati disponibili, modulare i periodi di rispetto in relazione alla presenza accertata delle colonie e alle caratteristiche dei singoli siti.
  • Protocolli d’intesa con i soggetti accreditati. Valutare convenzioni o protocolli annuali con i gruppi speleologici riconosciuti, accompagnati da obblighi di rendicontazione, condivisione dei dati e collaborazione nelle attività di monitoraggio.
  • Flessibilità procedurale per le attività esplorative. Prevedere procedure semplificate per le battute di ricerca e per le cavità di nuova scoperta, così da consentire l’acquisizione delle conoscenze necessarie alla successiva definizione delle misure di tutela.

La conservazione del patrimonio naturale richiede collaborazione, competenza e realismo operativo. L’obiettivo comune dovrebbe essere costruire un sistema nel quale tutela e conoscenza non siano percepite come esigenze contrapposte, ma come parti dello stesso processo. La comunità speleologica può offrire al Parco esperienza, presenza sul territorio e dati: trasformare questo patrimonio di competenze in una collaborazione strutturata potrebbe rendere la tutela del mondo ipogeo del Cilento più efficace, condivisa e duratura.

Trasformare il mondo ipogeo del Cilento in una fortezza burocratica inaccessibile non aiuterà i pipistrelli, ma rischia soltanto di spegnere la luce della conoscenza e della ricerca speleologica sul territorio.

foto Giampaolo Pinto

Ringraziamo moltissimo Giampaolo Pinto per questo contributo. Un confronto aperto tra Parco, mondo speleologico, comunità scientifica e le altre realtà coinvolte nella tutela del territorio può essere il passo decisivo per trasformare le criticità in un’occasione di collaborazione e tutela condivisa.

foto Giampaolo Pinto

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