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Duemila Grotte, a Trieste il centenario del volume che ha dato forma al catasto carsico

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Il 15 settembre alla Sala Luttazzi il workshop “Duemila Grotte 1926-2026” ricostruirà l’eredità dell’opera di Luigi Vittorio Bertarelli ed Eugenio Boegan, tra storia del Carso, catasti, rilievo e nuove ricerche sul Timavo.

Trieste si prepara a ricordare un libro che ha segnato il modo di conoscere e descrivere il sottosuolo carsico. Martedì 15 settembre 2026, dalle 17.30, la Sala Luttazzi del Magazzino 26 ospiterà il workshop “Duemila Grotte. 1926-2026. La speleologia cent’anni dopo”. L’ingresso del pubblico è previsto dalle 17.00. La partecipazione in sala è libera fino a esaurimento dei posti; le iscrizioni sono aperte fino al 14 settembre.

L’iniziativa è promossa nell’ambito delle attività regionali legate alla prima Giornata internazionale delle grotte e del carsismo. Il workshop è organizzato dalla Regione Friuli Venezia Giulia con la Federazione Speleologica Regionale del Friuli Venezia Giulia e la Società Alpina delle Giulie.

Il centenario di Duemila Grotte offre così l’occasione per rileggere un’opera storica e per mettere in relazione il lavoro degli esploratori del primo Novecento con i metodi di documentazione, ricerca e divulgazione oggi disponibili.

Duemila Grotte e il primo grande inventario del Carso

Pubblicato dal Touring Club Italiano nel 1926, Duemila Grotte. Quarant’anni di esplorazioni nella Venezia Giulia è firmato da Luigi Vittorio Bertarelli ed Eugenio Boegan. Il volume ha 494 pagine. Riunisce centinaia di incisioni, tavole a colori e una carta speleologica alla scala 1:100.000.

La sua struttura mantiene un interesse che va oltre la storia editoriale. La prima parte è un manuale di speleologia. Affronta il fenomeno carsico, la flora e la fauna ipogee, la paleontologia, le tecniche di esplorazione, il rilievo, la fotografia, le grotte di guerra e l’idrologia sotterranea. La seconda parte costituisce il catasto delle grotte della Venezia Giulia entro i confini dell’epoca tra le due guerre. Comprende mappe, localizzazioni, descrizioni e rilievi.

I materiali storici ricordano che il censimento descriveva 2.142 cavità, con circa 800 rilievi. Per questo Duemila Grotte è considerato uno dei passaggi fondamentali verso una catalogazione sistematica delle cavità naturali. La ristampa anastatica del 1986 rese nuovamente accessibile l’opera dopo la distruzione delle matrici originarie nei bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Il volume riflette anche il ruolo della Commissione Grotte della Società Alpina delle Giulie. Il gruppo, nato nel 1883, aveva costruito nel tempo un patrimonio di osservazioni, esplorazioni e dati sul Carso classico. Eugenio Boegan, entrato nella Commissione nel 1894 e suo presidente dal 1904, contribuì a trasformare quella raccolta di conoscenze in un metodo di lavoro fondato su esplorazione, rilievo e ordinamento catastale.

Workshop Duemila Grotte: il programma alla Sala Luttazzi

I saluti istituzionali apriranno la giornata alle 17.30. Modererà Massimo Zanetti, direttore del Servizio geologico della Regione Friuli Venezia Giulia. Sono previsti interventi di Fabio Scoccimarro, Roberto Dipiazza, Sergio Orsini, Giovanni Duratti, Mauro Kraus e Massimiliano Reiter.

Alle 18.00 inizierà la sessione storica, coordinata da Giuseppe Muscio. Igor Ardetti della Commissione Grotte Eugenio Boegan proporrà l’intervento “Da un’idea giovanile al Duemila Grotte”. Seguiranno Silvo Stok su Italo Gariboldi e le grotte di guerra, Paolo Guglia sul volume del 1926 e Paolo Toffanin sul rilievo ipogeo cento anni dopo, tra interpretazione artistica e immaginazione virtuale.

Dopo la pausa, dalle 19.30, il programma guarderà alla speleologia contemporanea. Paolo Manca e Alessio Mereu presenteranno il Catasto speleologico regionale. Tom Kravanja, della Commissione Grotte Eugenio Boegan, parlerà di “Un secolo di misure in grotta”.

La seconda sessione comprenderà anche gli interventi di Luca Pisani sulla comunicazione della speleologia, Corrado Greco sulle grotte turistiche, Rosana Cerkvenik sulla speleologia di confine nelle aree di Škocjan, Marco Restaino su acque e biodiversità sotterranee, Federico Bernardini sull’archeologia carsica e la Grotta Tina jama, e Leda Cipriani sulle cavità artificiali.

Il programma restituisce la varietà di campi che già animavano Duemila Grotte e che oggi si sono ulteriormente articolati: catasto digitale, misurazioni strumentali, idrologia, archeologia, tutela, ricerca biologica e comunicazione pubblica.

Commissione Grotte Eugenio Boegan, dal catasto alle ricerche attuali

La Commissione Grotte “Eugenio Boegan” continua a rappresentare una presenza attiva nelle ricerche del Carso triestino e nelle spedizioni oltreconfine. Il suo lavoro affianca l’esplorazione alla documentazione tecnica, al rilievo, alla didattica e alla pubblicazione di risultati nelle proprie riviste e nei canali associativi.

Tra le attività recenti del gruppo emerge il progetto sull’Abisso Luciano Filipas, 87 VG. Il 23 gennaio 2026 la Commissione ha comunicato il raggiungimento di una nuova finestra sul Timavo sotterraneo nella zona di Fernetti, a 302 metri di profondità. La notizia è il risultato di una ricerca durata vent’anni nella cavità. Il 16 maggio, al centro didattico della Grotta Gigante, il sodalizio ha dedicato un incontro alla scoperta.

Il dato interessa direttamente la conoscenza dell’idrologia carsica. Il Timavo sotterraneo è infatti uno dei temi centrali degli studi sul Carso. L’individuazione di nuovi punti di accesso o osservazione può fornire elementi utili per le ricerche sulla circolazione delle acque, sulle condizioni degli ambienti ipogei e sui collegamenti tra bacini e risorgive.

Le cronache della Commissione documentano anche la prosecuzione di attività esplorative internazionali. Nel 2025 sono riprese le ricerche nello Žijovo–Kucke Planine, in Montenegro. Nel 2026 è stato rilanciato il progetto in Albania nell’area di Nikaj-Mërturi, avviato in precedenza e ora ripreso per completare il lavoro di esplorazione e documentazione.

Non manca l’impegno formativo. Nel 2026 la Commissione ha proposto un corso di avvicinamento alla speleologia. Ha inoltre sperimentato e divulgato l’uso del LiDAR integrato negli smartphone per il rilievo ipogeo. Sono attività che mostrano come il lascito di Duemila Grotte non riguardi soltanto la memoria di un’opera: riguarda la continuità di una pratica di rilevazione, confronto dei dati e restituzione delle conoscenze.

Carso, catasto e tutela delle grotte

Il workshop si inserisce in una settimana dedicata al patrimonio carsico regionale. Il 13 settembre ricorre la Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, proclamata dall’UNESCO nel 2025. In Friuli Venezia Giulia il calendario comprende anche “Grotte aperte”, in programma il 12 e 13 settembre, con visite gratuite alle cinque grotte turistiche regionali aderenti.

La dimensione territoriale è rilevante. Secondo i dati regionali, il carsismo interessa circa il 70% delle aree montane e collinari del Friuli Venezia Giulia. Il Catasto speleologico regionale registra quasi 9.000 grotte. Le aree carsiche alimentano inoltre più di 1.200 sorgenti, molte utilizzate a fini idropotabili.

In questo quadro, Duemila Grotte conserva un valore concreto. La documentazione delle cavità permette di leggere i cambiamenti nei paesaggi, nei metodi di rilievo e nelle conoscenze idrogeologiche. Permette anche di distinguere ciò che è stato esplorato da ciò che resta da verificare.

A cento anni dalla pubblicazione, l’incontro di Trieste mette quindi al centro il rapporto tra archivi storici e banche dati attuali. Le grotte del Carso restano oggetto di ricerca scientifica, esplorazione responsabile e tutela. Il percorso avviato dalla Commissione Grotte e condensato nel libro del 1926 continua nei rilievi, nei catasti e nelle nuove esplorazioni.

Informazioni e fonti

Ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili. Informazioni e iscrizioni al workshop

Fonti consultate:

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“Life in the Dark”: la biologia delle grotte celebra la prima Giornata Internazionale UNESCO

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Sabato 12 settembre alle 22:00, ora italiana, la Commissione di Biologia dell’Union Internationale de Spéléologie propone un incontro online dedicato alla storia e alle nuove frontiere della ricerca sulla vita sotterranea

Alla vigilia della prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo dell’UNESCO, la UIS Biology Commission organizza l’incontro online “Life in the Dark: From Legacy to the Frontiers of Cave Science”, dedicato alla biologia delle grotte e alle nuove prospettive della ricerca scientifica negli ambienti sotterranei.

L’appuntamento è per sabato 12 settembre 2026 alle ore 22:00 in Italia (CEST), con una sessione online trasmessa in diretta sulla pagina Facebook della Commissione.

L’iniziativa si inserisce nelle celebrazioni della prima International Day of Caves and Karst, istituita dall’UNESCO e fissata ogni anno al 13 settembre. La proclamazione rappresenta un importante riconoscimento internazionale per grotte e territori carsici, ambienti presenti in tutti i continenti ma finora privi di una giornata mondiale specificamente dedicata alla loro conoscenza e tutela.

Con Life in the Dark, la Commissione UIS pone l’accento sul ruolo della biospeleologia. Lo studio degli organismi sotterranei non riguarda infatti soltanto la biodiversità delle grotte, ma si intreccia con idrologia, climatologia, geologia e sviluppo di nuove tecnologie.

Le forme di vita adattate all’oscurità permanente costituiscono inoltre modelli straordinari per comprendere i meccanismi dell’adattamento e dell’evoluzione e per indagare i limiti entro i quali la vita può esistere sulla Terra e, potenzialmente, in altri ambienti planetari.

L’evento vuole così collegare l’eredità della ricerca biospeleologica alle nuove frontiere della scienza delle grotte, portando la vita nel buio al centro della prima grande celebrazione internazionale UNESCO dedicata al mondo carsico e sotterraneo.

Biospeleologia, ricerca e riconoscimento UNESCO stanno molto bene insieme.

Quando: sabato 12 settembre 2026, ore 22:00 (ora italiana)
Dove: online, in diretta sulla pagina Facebook della UIS Biology Commission
Evento: Life in the Dark: From Legacy to the Frontiers of Cave Science

UIS Biology Commission – Facebook

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Cavità nel ghiaccio del Montasio: esplorazioni e segnali di una criosfera che cambia

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La grande cavità osservata sul ghiacciaio occidentale del Montasio richiama l’attenzione su un mondo effimero di acqua e ghiaccio. Nelle vicine Alpi Giulie gli speleologi studiano da anni la criosfera sotterranea, documentando ambienti che cambiano, scompaiono e talvolta diventano accessibili proprio per effetto della fusione.

Una grande cavità nel settore superiore del ghiacciaio occidentale del Montasio, nelle Alpi Giulie, è stata osservata alla fine di agosto durante la quarta tappa della Carovana dei Ghiacciai 2026 di Legambiente, salita in quota insieme agli esperti dell’Università di Udine e al Corpo Forestale del Friuli Venezia Giulia. Parte della struttura è crollata proprio durante il sopralluogo.

La cavità non sarebbe però una comparsa assoluta. Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente, ha ricordato che forme analoghe si sono già manifestate in passato per poi essere nuovamente colmate da neve e ghiaccio. Quella attuale viene descritta come scavata dall’acqua meteorica nella parte sommitale del ghiacciaio. È un dettaglio importante: le cavità glaciali sono strutture estremamente dinamiche, che possono modificarsi o scomparire anche in tempi relativamente brevi. Come molte cavità che si formano nel ghiaccio, anche quella osservata sul Montasio ha INFATTI carattere potenzialmente effimero e può modificarsi o scomparire in tempi relativamente brevi.

Ghiacciaio del Montasio, versante nord. Foto: Mattiap78 / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0 – 2014

Il Montasio costituisce un caso particolare. Posto a circa 1.900 metri di quota media e con un’estensione di circa sette ettari, deve la sua eccezionale resistenza all’esposizione settentrionale, all’ombra delle pareti dello Jôf di Montasio, all’alimentazione valanghiva e alla copertura detritica. Nel 2026, tuttavia, la scarsità di neve e le elevate temperature estive hanno lasciato il ghiacciaio più appiattito e annerito rispetto alle osservazioni del 2022.

Per gli speleologi la presenza di una cavità nel ghiacciaio apre inevitabilmente un interrogativo: qualcuno l’ha mai esplorata? Al momento non risultano pubblicazioni o relazioni facilmente reperibili che documentino esplorazioni speleologiche sistematiche all’interno delle cavità del ghiacciaio del Montasio. Sarebbe quindi prematuro parlare di una “grotta esplorata” o attribuirle uno sviluppo noto.

A pochi chilometri di distanza, però, il rapporto tra speleologia e ghiaccio ha una storia ben diversa. Nel massiccio del Canin, il progetto C3 – Cave’s Cryosphere and Climate, nato dalla collaborazione fra Commissione Grotte “Eugenio Boegan” della Società Alpina delle Giulie e CNR, ha unito esplorazione speleologica e ricerca scientifica in numerose cavità contenenti ghiaccio permanente. Tra queste la 1938FR, la Grotta con ghiaccio sotto il Foran dal Muss 155FR, la Grotta del Ghiaccio Gilberti 558FR, Frozen e Turbine.

Ed è proprio qui che esplorazione e cambiamento ambientale si incontrano in modo sorprendente. Nella 1938FR la riduzione del deposito di ghiaccio ha reso accessibili nuovi ambienti precedentemente nascosti, mentre nella 155FR gli speleologi hanno percorso e rilevato un lungo meandro tra roccia e ghiaccio che consente di raggiungere la base del deposito glaciale. Rilievi, fotogrammetrie, carotaggi e monitoraggi termici hanno trasformato queste esplorazioni in strumenti per comprendere l’evoluzione della criosfera sotterranea.

Il fenomeno è tutt’altro che marginale. Il progetto regionale CryoKarst censiva, alla fine del 2022, 177 cavità con depositi di ghiaccio e 666 con presenza di neve e ghiaccio in Friuli Venezia Giulia, individuando proprio il Canin fra le aree di maggiore interesse.

Bisogna però distinguere i fenomeni: nelle grotte del Canin siamo prevalentemente dentro cavità carsiche nella roccia che conservano ghiaccio; sul Montasio osserviamo invece una cavità nel settore superiore del ghiacciaio, attribuita all’azione dell’acqua meteorica e di fusione. Due mondi differenti, ma accomunati dall’acqua, dal ghiaccio e dalla rapidità delle trasformazioni.

La cavità del Montasio può quindi diventare qualcosa di più di una fotografia spettacolare. Per la speleologia rappresenta una domanda ancora aperta; per chi osserva e tutela l’ambiente montano, un’ulteriore occasione per documentare una criosfera che cambia. E, come dimostra l’esperienza del vicino Canin, esplorare può significare anche misurare, osservare e conservare memoria di ambienti destinati a non rimanere uguali a lungo.

Fonti essenziali: Legambiente, Carovana dei Ghiacciai 2026 – Ghiacciaio del Montasio, 29 agosto 2026. Commissione Grotte “Eugenio Boegan”, C3 – Cave’s Cryosphere and Climate 2016–2020. Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Progetto CryoKarst.

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