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    Condividi Le analisi dei denti di due cacciatori-raccoglitori di Sulawesi rivelano l’uso abituale della noce di areca, una pianta neuroattiva, fino a 25.000 anni fa Uno studio pubblicato su Science Advances parla di due cacciatori-raccoglitori vissuti a migliaia di anni di distanza. Il più antico è datato tra circa 25.000 e 16.000 anni fa, mentre il secondo tra circa 7.600 e 6.300 anni fa. Entrambi presentano sui denti profonde scanalature, compatibili con l’abitudine di trattenere e succh
     

Vizi preistorici? Incredibile ma vero: a Sulawesi piante psicoattive già 25.000 anni fa

November 1st 2026 at 04:00

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Le analisi dei denti di due cacciatori-raccoglitori di Sulawesi rivelano l’uso abituale della noce di areca, una pianta neuroattiva, fino a 25.000 anni fa

Uno studio pubblicato su Science Advances parla di due cacciatori-raccoglitori vissuti a migliaia di anni di distanza. Il più antico è datato tra circa 25.000 e 16.000 anni fa, mentre il secondo tra circa 7.600 e 6.300 anni fa.

Entrambi presentano sui denti profonde scanalature, compatibili con l’abitudine di trattenere e succhiare a lungo noci di areca intere. A rafforzare questa interpretazione sono state le analisi biomolecolari, che hanno individuato nei tessuti dentali tracce compatibili con la presenza di arecolina, il principale alcaloide neuroattivo dell’areca.

I ricercatori hanno anche condotto esperimenti dimostrando che mantenere a lungo una noce intera a contatto con la saliva può liberare arecolina in quantità sufficienti a produrre effetti fisiologici.

La noce di areca, seme della palma Areca catechu, ha effetti prevalentemente stimolanti dovuti soprattutto all’arecolina, un alcaloide che agisce sul sistema nervoso. Oggi viene spesso consumata nel cosiddetto betel quid, insieme a foglie di betel e calce spenta, ed è considerata una delle sostanze psicoattive più diffuse al mondo, con centinaia di milioni di consumatori soprattutto in Asia e nel Pacifico.

Frutti della palma Areca catechu, dai cui semi si ricava la cosiddetta noce di areca, contenente l’alcaloide psicoattivo arecolina. Foto: Dinesh Valke / Wikimedia Commons – CC BY-SA 2.0

Perché succhiavano le noci di areca?

La risposta rimane incerta. Entrambi gli individui soffrivano di importanti problemi dentali e gli autori considerano possibile che l’areca venisse utilizzata anche per le sue proprietà analgesiche.

Non è però possibile stabilire se questa fosse la ragione principale. Potrebbero aver avuto importanza anche gli effetti neuroattivi della pianta o motivazioni che i resti archeologici non permettono di ricostruire.

L’abitudine aveva inoltre conseguenze pesanti: la durezza delle noci provocava una progressiva usura dei denti e, in uno degli individui, le scanalature arrivavano fino alla cavità pulpare.

Una pratica precedente all’agricoltura

Il dato più interessante riguarda l’antichità del comportamento. I due individui erano cacciatori-raccoglitori preagricoli e il più antico testimonia questa pratica già nel Pleistocene superiore.

La scoperta suggerisce quindi che l’uso abituale di una pianta neuroattiva possa avere radici molto più antiche di quanto documentato finora.

Gli studiosi invitano comunque alla prudenza. I resti appartengono a soli due individui e non dimostrano che il comportamento fosse diffuso nell’intera popolazione di Sulawesi né che la pratica sia stata trasmessa senza interruzioni per migliaia di anni.

L’usura e le molecole rimaste nei denti possono restituire comportamenti quotidiani avvenuti decine di migliaia di anni fa, altrimenti difficili da riconoscere.

Che dire? Al prossimo Raduno inviteremo anche qualche cacciatore-raccoglitore… così, tanto per farli stare in buona compagnia.

Fonti

Science Advances – Betel nut sucking is the earliest recorded evidence for the habitual use of a neuroactive plant drug – 9 settembre 2026
https://doi.org/10.1126/sciadv.aei1901

Pikaia – Sulawesi: le più antiche tracce di droga? – 2026
https://pikaia.eu/sulawesi-piu-antiche-tracce-droga/

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  • Sulawesi, gli incendi minacciano alcune delle più antiche testimonianze di arte rupestre
    Condividi Il calore e il fumo degli incendi che stanno colpendo l’Indonesia potrebbero accelerare il deterioramento delle pitture preistoriche di Sulawesi. Tra queste, uno stencil di mano di almeno 67.800 anni e una scena figurativa datata ad almeno 51.200 anni fa Sono a rischio reperti di arte rupestre tra i più antichi del mondo, anche se forse non necessariamente i più antichi, anche per il confronto con le testimonianze attribuite ai Neanderthal europei L’Indonesia sta affrontando una
     

Sulawesi, gli incendi minacciano alcune delle più antiche testimonianze di arte rupestre

Október 31st 2026 at 04:00

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Il calore e il fumo degli incendi che stanno colpendo l’Indonesia potrebbero accelerare il deterioramento delle pitture preistoriche di Sulawesi. Tra queste, uno stencil di mano di almeno 67.800 anni e una scena figurativa datata ad almeno 51.200 anni fa

Sono a rischio reperti di arte rupestre tra i più antichi del mondo, anche se forse non necessariamente i più antichi, anche per il confronto con le testimonianze attribuite ai Neanderthal europei

L’Indonesia sta affrontando una delle più gravi stagioni di incendi boschivi e di torbiera degli ultimi anni. Temperature elevate, siccità e scarsità di precipitazioni associate a un forte episodio di El Niño hanno reso vaste aree del Paese particolarmente vulnerabili al fuoco.

Le regioni maggiormente colpite sono Sumatra e Borneo, ma gli incendi hanno interessato anche Sulawesi, già duramente colpita negli anni scorsi.

Resti di un incendio boschivo nel Sulawesi meridionale, Indonesia, nel 2015. Foto: Afriandi Makmur / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.

Qui il problema assume un significato particolare per l’archeologia: nelle grotte dell’isola si conserva una delle più antiche e straordinarie sequenze di arte parietale conosciute.

Gli incendi sono arrivati anche nelle vicinanze delle aree carsiche che custodiscono le pitture.

I ricercatori temono che il calore, anche se non raggiunge le immagini, possa modificare le condizioni termiche attorno alle superfici dipinte e accelerarne il deterioramento.

Il fumo può inoltre depositare fuliggine sulle pareti, rendendo le figure progressivamente meno leggibili.

Una mano di almeno 67.800 anni

Nella grotta di Liang Metanduno, sull’isola di Muna, al largo di Sulawesi, uno stencil di mano rossastro è stato datato ad almeno 67.800 anni fa.

La data richiede una precisazione importante: non è stato datato direttamente il pigmento della mano, ma una formazione di calcite cresciuta lì sopra. La pittura è quindi precedente alla formazione della concrezione: per questo gli studiosi parlano più correttamente di età minima.

Il risultato costituisce oggi il più antico limite minimo dimostrato conosciuto per un’opera di arte rupestre parietale.

Non è, tuttavia,possibile stabilire con certezza quale specie umana abbia prodotto lo stencil. L’attribuzione più probabile è a Homo sapiens: ma Sulawesi e’ stata frequentata in epoche remote anche da ominini arcaici, e non esiste un metodo diretto per identificare l’autore della mano.

La scena di 51.200 anni

Ancora più sorprendente, per un motivo diverso, è una pittura rinvenuta nell’area carsica di Maros-Pangkep, nel Sulawesi meridionale.

Datata ad almeno 51.200 anni fa, raffigura un grande maiale insieme a tre figure antropomorfe apparentemente coinvolte in una forma di interazione con l’animale.

Oltre alla rilevante datazione, l’importanza del reperto risiede in altri: si tratta del più antico esempio conosciuto, attualmente datato, di arte figurativa narrativa.

Non un semplice segno, una mano o una figura isolata, ma una scena nella quale più soggetti sembrano partecipare a un’unica azione.

Le radici del comportamento simbolico e grafico sono molto più antiche. In Africa sono noti motivi geometrici incisi su ocra e veri e propri disegni risalenti a decine di migliaia di anni prima, mentre in Europa i Neanderthal hanno lasciato tracce intenzionali sulle pareti delle grotte.

A Sulawesi però compare qualcosa di diverso: una composizione che pare già organizzare figure e animali all’interno di una relazione: una forma di racconto visivo, che continua anche in immagini successive.

Dettaglio della pittura rupestre nella grotta di Leang Tedongnge sull’isola di Sulawesi (Indonesia), che raffigura un cinghiale (probabilmente Sus celebensis) dipinto con pigmento rosso ocra — anch’essa una delle più antiche opere d’arte figurativa conosciute, datata ad almeno 45.500 anni fa
Crediti: AA Oktaviana / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

L’arte antica: anche nei Neanderthal

Definire senza precisazioni le pitture di Sulawesi come “le più antiche del mondo” può quindi essere fuorviante.

Nella grotta spagnola di Maltravieso uno stencil di mano è stato datato a oltre 66.700 anni fa ed è stato attribuito ai Neanderthal. Altre tracce di pigmento nelle grotte di La Pasiega e Ardales hanno fornito età minime superiori ai 64.000 anni.

Queste datazioni, ottenute attraverso il metodo uranio-torio sulle concrezioni di calcite associate alle pitture, sono state oggetto di discussione. Alcuni studiosi hanno messo in dubbio l’affidabilità di determinate misure, ipotizzando alterazioni nella distribuzione dell’uranio all’interno delle croste minerali.

Nuove analisi hanno tuttavia continuato a fornire elementi compatibili con l’ipotesi che anche i Neanderthal producessero stencil di mani e altre forme di espressione parietale.

Resta comunque necessaria una certa prudenza: trattandosi di età minime ottenute indirettamente, l’identità degli autori non può sempre essere dimostrata in modo assoluto.

Esistono però testimonianze neanderthaliane meno dipendenti da questo specifico problema di datazione.

Nella grotta di La Roche-Cotard, in Francia, sono state individuate serie organizzate di segni tracciati intenzionalmente con le dita sulle pareti. La grotta fu sigillata dai sedimenti prima dell’arrivo documentato di Homo sapiens nella regione e le tracce sono attribuite ai Neanderthal, con un’età superiore a circa 57.000 anni.

Ancora più indietro nel tempo, circa 176.500 anni fa, i Neanderthal costruirono nella grotta di Bruniquel, sempre in Francia, strutture circolari composte da centinaia di frammenti di stalagmiti, a più di 300 metri dall’ingresso.

Non si tratta di pitture e non è necessario definirle “arte” per riconoscerne l’importanza. Dimostrano comunque una frequentazione organizzata e complessa dell’ambiente sotterraneo molto prima della comparsa delle grandi tradizioni artistiche del Paleolitico superiore.

Non una gara per il primato

Il confronto tra Sulawesi e le grotte europee mostra perché sia rischioso trasformare queste scoperte in una semplice classifica.

Una data minima di 67.800 anni per Muna e una di oltre 66.700 anni per Maltravieso non significano necessariamente che una pittura sia stata realizzata esattamente 1.100 anni prima dell’altra.

Sono limiti minimi, ottenuti attraverso la datazione delle concrezioni minerali formatesi sopra le immagini, e sono accompagnati da margini di errore e problemi metodologici differenti.

Più che stabilire quale sia “la prima opera d’arte della storia”, queste scoperte mostrano che la capacità di produrre segni intenzionali, immagini e forse narrazioni ha radici molto profonde, e non necessariamente Sono nell’Homo sapiens.

Torniamo agli incendi, che stanno colpendo l’intera Indonesia, e anche i fragili archivi della storia umana

Area colpita dagli incendi boschivi a Sukadana, Kalimantan occidentale, Indonesia, 27 settembre 2026. Foto: Zahwa Huwaidah / Wikimedia Commons, CC0

In questa prospettiva, gli incendi di Sulawesi assumono particolare gravità.

Le grotte dell’isola conservano una sequenza eccezionale: dalle impronte di mani antichissime alle rappresentazioni di animali, fino a scene nelle quali figure differenti sembrano interagire tra loro.

Sono importanti, fondamentali: che Siamo o meno i piú antichi al mondo, sono frammenti della storia della nascita del gesto grafico, dell’immagine, del simbolo, e forse del racconto.

Un patrimonio che ha attraversato decine di migliaia di anni e che oggi rischia di deteriorarsi più rapidamente sotto la pressione di incendi, calore, fumo e cambiamenti ambientali.

La comunità mondiale dovrebbero muoversi per rendere noto il pericolo e collaborate per salvare quanto di questa storia si può ancora conservare.

Foto di copertina: Ingresso della grotta di Leang Karampuang sull’isola di Sulawesi (Indonesia), dove sono state individuate pitture rupestri narrative datate a oltre 51.000 anni fa. Foto: Anhar Karim / CC BY.SA 4.0 via Wikimedia Commons

Fonti:

  • Nature, “Earliest figurative cave painting found in Indonesia”;
  • Nature, “Earliest known cave painting”;
  • Science, “The earliest known cave painting in the world”.

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