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Valsesia, una perforazione scientifica verso il mantello terrestre

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Il progetto internazionale DIVE prepara a Vocca una nuova fase di carotaggi nella Zona Ivrea-Verbano, dove il confine tra crosta e mantello potrebbe trovarsi a profondità eccezionalmente ridotta

In Valsesia si prepara una delle perforazioni scientifiche più interessanti degli ultimi anni. Il progetto internazionale DIVE – Drilling the Ivrea-Verbano zonE punta infatti a studiare direttamente le rocce profonde della crosta continentale e ad avvicinarsi alla transizione con il mantello terrestre.

Il nuovo sito individuato si trova nell’area di Vocca, in provincia di Vercelli, all’interno della Zona Ivrea-Verbano, una struttura geologica nota in tutto il mondo perché espone in superficie rocce che normalmente si trovano a decine di chilometri di profondità.

Secondo le indagini geofisiche, in quest’area rocce con caratteristiche riconducibili al mantello potrebbero trovarsi ad appena 1-3 chilometri dalla superficie. Una situazione eccezionale: sotto i continenti il limite tra crosta e mantello, la cosiddetta discontinuità di Mohorovi?i? o Moho, si trova normalmente a 30-40 chilometri di profondità e ancora più in basso sotto le grandi catene montuose.

La particolare situazione della Valsesia è legata alla storia geologica delle Alpi. Durante l’apertura e la successiva chiusura dell’antico oceano che separava Europa e Africa, parti della crosta profonda e del mantello furono deformate e sollevate. Oggi la Zona Ivrea-Verbano costituisce quindi una sorta di sezione naturale attraverso le parti più profonde della crosta continentale.

Pochi chilometri a monte di Vocca si trova inoltre la celebre peridotite di Balmuccia, un affioramento di roccia proveniente dal mantello superiore e uno dei siti geologici più studiati al mondo.

DIVE ha già completato una prima fase di perforazioni in Val d’Ossola. Tra il 2022 e il 2024 sono stati realizzati due pozzi a Ornavasso e Pieve Vergonte, profondi rispettivamente circa 580 e 910 metri. Le carote recuperate hanno fornito nuovi dati sulla composizione e sulle proprietà fisiche della crosta continentale inferiore.

La seconda fase sarà molto più ambiziosa. Il pozzo previsto nell’area di Vocca dovrebbe raggiungere diversi chilometri di profondità. L’obiettivo non è soltanto recuperare nuove carote, ma confrontare direttamente le rocce attraversate con i segnali sismici e geofisici che oggi fanno ipotizzare la presenza del mantello a profondità così ridotta.

Le analisi riguarderanno composizione mineralogica, temperatura, proprietà fisiche delle rocce e fluidi profondi. I risultati potranno contribuire a comprendere meglio la struttura della crosta terrestre, la formazione delle Alpi e i processi che avvengono al confine tra crosta e mantello.

Se il progetto riuscirà a raggiungere questa transizione, la Valsesia diventerà uno dei rarissimi luoghi al mondo dove sarà possibile studiare direttamente, dalla terraferma, una delle principali frontiere dell’interno della Terra.

Fonti:

  • Corriere della Sera, Cristina Marrone, «In Valsesia si può “toccare” il mantello terrestre: nel paese di Vocca è a due chilometri di profondità», 7 ottobre 2026
  • Approfondimenti scientifici: progetto DIVE – Drilling the Ivrea-Verbano zonE, International Continental Scientific Drilling Program (ICDP).

L'articolo Valsesia, una perforazione scientifica verso il mantello terrestre proviene da Scintilena.

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Grotta di Denisova, il DNA rivela una linea estinta di bovini finora sconosciuta

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L’analisi del DNA antico recuperato da frammenti ossei della celebre cavità siberiana e di altri siti degli Altai ha identificato lo “yak X”, una linea genetica finora sconosciuta, sopravvissuta nella regione per circa 200 mila anni nella Grotta di Denisova

a Grotta di Denisova, celebre per le straordinarie scoperte sull’evoluzione umana, si conferma anche un eccezionale archivio della biodiversità del Pleistocene. L’analisi del DNA antico conservato in frammenti ossei provenienti dalla cavità e da altri siti della Siberia ha infatti permesso di individuare una linea di bovini finora sconosciuta, strettamente imparentata con gli yak.

I ricercatori l’hanno denominata “yak X”. Non si tratta, almeno per il momento, della descrizione formale di una nuova specie, ma di una linea mitocondriale profondamente divergente rispetto a tutte quelle conosciute negli yak antichi e moderni.

La scoperta emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Genome Biology and Evolution, dedicato alla diversità dei bovini vissuti nell’Asia delle medie latitudini durante il Pleistocene.

Il DNA nascosto nelle ossa della grotta

I ricercatori hanno analizzato 63 frammenti ossei di bovini, 57 dei quali provenienti dalla Grotta di Denisova e sei da altri siti della Siberia occidentale e meridionale.

Molti dei reperti erano troppo frammentari per consentire una precisa identificazione sulla base della sola morfologia. Le ossa provenienti da Denisova erano state precedentemente attribuite alla sottofamiglia dei bovini attraverso analisi paleoproteomiche.

L’estrazione e il sequenziamento del DNA antico hanno permesso di andare molto oltre.

Le analisi genetiche hanno identificato uri (Bos primigenius), bisonti e numerosi individui appartenenti al gruppo degli yak. All’interno di questi ultimi è comparsa una linea mitocondriale mai documentata prima.

È lo yak X, una linea sorella rispetto alla diversità genetica conosciuta degli yak, ma nettamente distinta da essa.

Una presenza durata circa 200 mila anni

I dati indicano che questa linea non rappresentò una presenza occasionale negli Altai.

Lo yak X sembra essere rimasto nella regione per un arco temporale eccezionalmente lungo, attraversando importanti oscillazioni climatiche del Pleistocene.

Le datazioni e la stratigrafia documentano la sua presenza per circa 200 mila anni. Nella Grotta di Denisova la continuità della linea è attestata, secondo gli autori, approssimativamente da 203 mila fino a 18 mila anni fa.

Il risultato modifica anche l’immagine tradizionale della fauna degli Altai. Gli yak erano stati precedentemente considerati presenze relativamente rare nella regione, mentre le nuove analisi genetiche indicano che bovini con un mitogenoma simile a quello dello yak erano fra gli abitanti più comuni dell’area.

Non sappiamo ancora esattamente che animale fosse

Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda proprio l’identità dello yak X.

Gli autori ipotizzano che la linea genetica possa corrispondere allo yak del Baikal (Bos mutus baikalensis), conosciuto attraverso precedenti osservazioni paleontologiche negli Altai.

Ma si tratta, per ora, soltanto di un’ipotesi.

Per verificarla saranno necessari altri reperti identificabili dal punto di vista morfologico e ulteriori analisi genetiche.

Gli stessi ricercatori sottolineano inoltre che lo studio si basa soprattutto sul DNA mitocondriale. L’ottenimento di genomi nucleari permetterà di comprendere meglio i rapporti evolutivi dello yak X con gli yak e con gli altri bovini.

Una grotta, molti abitanti scomparsi

La scoperta assume un significato particolare proprio perché arriva dalla Grotta di Denisova.

La cavità dei monti Altai è diventata uno dei luoghi simbolo della paleogenetica mondiale dopo l’identificazione dei Denisoviani, una popolazione umana arcaica riconosciuta inizialmente grazie al DNA ricavato da pochissimi resti fossili.

Nella stessa regione vissero anche Neanderthal e, successivamente, esseri umani moderni.

Ora le analisi mostrano che qualcosa di simile accadde anche per la fauna: negli Altai erano presenti linee di bovini profondamente divergenti che non sono sopravvissute nelle popolazioni attuali.

Oltre allo yak X, lo studio documenta infatti antiche linee di bisonti e la presenza, più rara, dell’uro.

Gli autori descrivono così gli Altai come un vero hotspot di diversità, tanto per gli ominini quanto per i grandi bovini.

Reperti litici e resti faunistici provenienti dalla Grotta di Denisova, nei monti Altai. Foto: Thilo Parg / Wikimedia Commons – Licenza CC BY-SA 4.0

Le grotte come archivi della biodiversità perduta

Una grande quantità di materiale proveniente dai depositi di grotta è costituita da frammenti ossei difficilmente identificabili con i metodi tradizionali. L’integrazione tra stratigrafia, paleoproteomica e DNA antico permette oggi di ottenere informazioni anche da questi reperti apparentemente anonimi.

Nel caso di Denisova, la forte frammentazione di parte delle ossa potrebbe essere collegata anche all’attività di predatori e necrofagi, in particolare delle iene delle caverne, la cui presenza emerge dalle analisi effettuate sui reperti.

Da frammenti che a prima vista avrebbero potuto raccontare molto poco è stato così possibile ricostruire una parte della biodiversità scomparsa degli Altai.

Non smetteremo mai di scriverlo: le grotte – in questo caso la grotta di Denisova – confermano sempre che i depositi sotterranei possono funzionare come archivi biologici del tempo profondo, conservando ossa, manufatti e tracce genetiche, in grado di rivelare popolazioni animali e umane delle quali, altrimenti, si conoscerebbe poco o nulla.

Fonti

Scienze Notizie, Un misterioso animale estinto scoperto nella grotta Denisova nel cuore della Siberia, 6 ottobre 2026 – https://www.scienzenotizie.it/2026/10/06/un-misterioso-animale-estinto-scoperto-nella-grotta-denisova-nel-cuore-della-siberia-43128566

“Paleogenomics Reveals a Loss of Bovine Lineages in Mid-latitude Asia Over the Last 200,000 Years”, pubblicato su Genome Biology and Evolution, volume 17, numero 11 – DOI: 10.1093/gbe/evaf206

L'articolo Grotta di Denisova, il DNA rivela una linea estinta di bovini finora sconosciuta proviene da Scintilena.

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