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“Le aree carsiche liguri”: già nel 1980 una mappa del futuro del carso ligure

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Un articolo di Mario De Biasi e Silvano Motti anticipava la necessità di conoscere e tutelare le principali aree carsiche della Liguria

Fabio Negrino, Professore associato di Preistoria e Protostoria e Direttore della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Genova, sempre attento alle connessioni con la speleologia, ha condiviso un articolo del Notiziario Culturale dell’Università Popolare Sestrese, del mese di luglio 1980. Lo ringraziamo come sempre della sua attenzione, da archeologo e da speleologo.

La pubblicazione, a firma di Mario De Biasi e Silvano Motti e’ destinata a diventare una preziosa testimonianza della conoscenza speleologica ligure dell’epoca. Intitolato “Le aree carsiche liguri”, il contributo proponeva una panoramica delle principali zone carsiche della regione, sottolineandone il valore naturalistico, idrogeologico, archeologico e paesaggistico.

Il testo prendeva spunto dalla (allora) recente Legge regionale 12 settembre 1977, n. 40, dedicata alla tutela dei valori naturali e alla promozione dei parchi e delle riserve naturali.

Gli autori osservavano come il patrimonio carsico meritasse strumenti di tutela specifici, auspicando una normativa regionale dedicata alla speleologia e alla conservazione delle aree carsiche.

A onor del vero, in Liguria, dopo la LR 40/1977, per la speleologia è arrivata la Legge regionale 3 aprile 1990, n. 14, “Norme per la tutela del patrimonio speleologico e delle aree carsiche e per lo sviluppo della speleologia”, abrogata e sostituita dalla successiva Legge regionale 6 ottobre 2009, n. 39, recante “Norme per la valorizzazione della geodiversità, dei geositi e delle aree carsiche in Liguria” (GU 3a Serie Speciale – Regioni n.25 del 26-06-2010).

Torniamo all’articolo, che ha riflessioni che, rilette oggi, appaiono di straordinaria attualità.

Si passano in rassegna le principali aree carsiche della Liguria, dalle grotte dei Balzi Rossi all’Alta Valle Nervia, dalle gole di Creppo e Realdo alle valli Tanarello, Tanaro e Arroscia, fino al Bric Galero, Toirano, Melogno, Finale Ligure, Bergeggi, Isoverde, Monte Maggio, Portovenere e alle isole Palmaria, Tino e Tinetto. Ogni zona viene descritta evidenziandone gli aspetti geologici, speleologici, idrogeologici e archeologici, offrendo una vera e propria carta d’identità del patrimonio carsico ligure.

Un aspetto particolarmente interessante è l’attenzione riservata al ruolo delle acque sotterranee. De Biasi e Motti ricordano infatti come molte aree carsiche costituiscano i bacini di alimentazione delle principali sorgenti della regione, sottolineando il legame tra speleologia e gestione delle risorse idriche, un tema che negli ultimi decenni è diventato sempre più centrale.

Tra le aree descritte compare anche il Monte Gazzo, a Sestri Ponente. Già nel 1980 gli autori evidenziavano come l’intensa attività estrattiva avesse distrutto numerosi fenomeni carsici, pur riconoscendo l’importanza speleologica della montagna e la presenza di molte cavità.

A distanza di quarantacinque anni, quella descrizione assume il valore di una fotografia storica: l’escavazione è infatti proseguita, ampliando ulteriormente il fronte di cava e trasformando il rilievo ben oltre quanto fosse allora documentabile. Il confronto tra il testo del 1980 e la situazione attuale restituisce con chiarezza la portata delle trasformazioni subite da uno dei principali affioramenti calcarei dell’area genovese.

Anzi, in alcuni casi, il rilievo è tutto ciò che resta del patrimonio speleologico. E’ il caso del Buranco da Pria Moia o Grotta della Bocca del Leone: la grotta era stata scoperta già nel 1971 proprio grazie alla cava che ne intercettato la parte superiore, una condotta forzata molto concrezionata che immetteva in un pozzo da 30 metri. L’ingresso è stato poi distrutto. Parte della grotta è tornata alla luce nel 1973 per un breve periodo. In questo anno la grotta è stata in parte esplorata, purtroppo la prosecuzione dei lavori di estrazione della cava hanno impedito di ultimare l’esplorazione.

Nel 2012 è stato steso un nuovo rilievo. Dopo di questo, il nulla.

Buranco da Pria Moia o Grotta della Bocca del Leone – foto Daniele Gortan

Rileggere oggi “Le aree carsiche liguri” significa riscoprire uno dei primi tentativi di descrivere in modo organico il patrimonio carsico regionale. Molti dei siti citati sono oggi meglio conosciuti e tutelati, mentre altri hanno subito profonde trasformazioni. Proprio per questo la documentazione storica assume un valore fondamentale: conoscere il passato permette di comprendere l’evoluzione del territorio e di misurare ciò che è stato conservato e ciò che, invece, è andato perduto. Il lavoro di Mario De Biasi e Silvano Motti conserva quindi un duplice valore: da un lato rappresenta una sintesi della conoscenza speleologica ligure all’inizio degli anni Ottanta, dall’altro costituisce una preziosa testimonianza dello stato di conservazione del territorio prima delle profonde trasformazioni che hanno interessato alcune delle sue aree più significative.

Un esempio significativo è il Monte Gazzo. Se il rilievo del Monte è stato profondamente modificato dall’attività estrattiva rispetto alla situazione descritta nel 1980, oggi continua però a raccontare la propria storia attraverso il Catasto Speleologico della Delegazione Speleologica Ligure – DSL, ma anche grazie al Museo di Speleologia del Monte Gazzo (https://srvcarto.regione.liguria.it/geoservices/apps/viewer/pages/apps/cultura/?LUOGO=32899).

Il Museo, voluto e animato per anni dall’impegno dell’inossidabile Carlo Marzio, è oggi aperto regolarmente nei fine settimana grazie all’attività dei volontari, che ne portano avanti l’opera di divulgazione e conservazione della memoria. Questo è un modo concreto per ricordare che la tutela del patrimonio carsico passa anche attraverso la conoscenza della sua storia e delle persone che l’hanno studiato e raccontato.

Ne riparleremo: è una promessa, non una minaccia. Del Museo Speleologico del Monte Gazzo e delle persone che oggi ne garantiscono l’apertura torneremo a parlare nei prossimi giorni.

Grazie a Fabio Negrino per la condivisione dell’articolo “Le aree carsiche liguri” : un’importante memoria storica per la Liguria speleologica.

Fonte

De Biasi M., Motti S. (1980), Le aree carsiche liguri, Notiziario Culturale, Bollettino mensile dell’Università Popolare Sestrese, Anno XXVI, n. 6, luglio 1980

Info sul Museo di Speleologia “Monte Gazzo” https://www.museionline.info/musei/museo-di-speleologia-monte-gazzo-di-genova

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