Alla ricerca della Grotta del Lago Bianco
Sulla Piana di Marcesina gli speleologi tornano a cercare l’ingresso di una cavità cancellato dai lavori successivi alla tempesta Vaia. Il varco è stato ritrovato, ma il pozzo che conduce al cuore della grotta resta ancora da raggiungere.
La Grotta del Lago Bianco è ancora lì, sotto la Piana di Marcesina. Di questo non vi sono dubbi. Il problema è ritrovare la porta per entrarvi.
Con questo obiettivo il Gruppo Grotte Valdagno ha organizzato una mini-spedizione sull’Altopiano dei Sette Comuni, coinvolgendo anche volontari del Gruppo Speleologi Malo e del Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer” di Gorizia.
Il teatro delle operazioni è la Piana di Marcesina, sull’Altopiano dei Sette Comuni,, vasto e suggestivo pianoro posto tra le province di Vicenza e Trento, a una quota compresa indicativamente fra i 1.300 e i 1.400 metri. Siamo nei pressi del rifugio Barricata, struttura ben più grande del classico rifugietto di montagna, attrezzata con ampi spazi esterni, parcheggio, tavoli e servizi per i numerosi frequentatori della zona.
Non lontano si trova anche una presenza ormai simbolica del territorio: la cosiddetta Aquila Vaia di Marcesina, o “Aquila del Barricata”, realizzata sul Monte Cucco dallo scultore Marco Martalar. Una gigantesca aquila di legno nata utilizzando radici e materiali provenienti dagli alberi abbattuti dalla tempesta Vaia. Alta circa sette metri e pesante 1.600 chilogrammi, l’opera è diventata un simbolo della rinascita del territorio dopo la devastazione del 2018.
Ed è proprio a Vaia che bisogna tornare per capire perché oggi sia necessario andare alla ricerca dell’ingresso di una grotta che, in passato, era perfettamente conosciuto.
Un ingresso cancellato
Tra il 26 e il 30 ottobre 2018 una violentissima perturbazione investì vaste aree dell’Europa e colpì con particolare durezza il Nord-Est italiano. Piogge eccezionali e raffiche di vento di intensità straordinaria provocarono allagamenti e soprattutto estesissimi schianti forestali.
Sulle montagne del Triveneto milioni di alberi furono abbattuti. Dopo la tempesta iniziò quindi un enorme lavoro di recupero del legname, con un continuo passaggio di mezzi pesanti, cingolati e non, e con interventi di sistemazione del terreno.
Nella zona della Grotta del Lago Bianco quelle operazioni ebbero una conseguenza particolare: l’ingresso della cavità venne di fatto cancellato.
La morfologia superficiale fu modificata a tal punto che, a distanza di anni, individuare nuovamente il punto esatto dal quale si accedeva alla grotta è diventato un piccolo problema di archeologia speleologica.
Una curiosità riguarda proprio il nome “Vaia”. La denominazione deriva dal sistema adottato dall’Istituto di Meteorologia dell’Università Libera di Berlino, che consente di attribuire un nome alle perturbazioni meteorologiche. “Vaia” era stato acquistato come originale regalo per una donna di nome Vaia Jakobs, naturalmente senza che nessuno potesse immaginare le conseguenze che quell’evento atmosferico avrebbe successivamente prodotto. Nel sistema europeo la perturbazione era invece conosciuta anche con il nome di Adrián, ma in Italia fu “Vaia” a imporsi nell’uso comune e mediatico.
Prima il georadar, poi gli scavi
La ricerca dell’antico ingresso non è stata affidata soltanto alla memoria e all’intuito.
Prima dell’intervento è stata effettuata un’accurata ricognizione mediante georadar, con l’obiettivo di individuare nel sottosuolo almeno il vuoto corrispondente al primo pozzo della grotta.
L’indagine aveva evidenziato alcuni punti interessanti, probabilmente distribuiti fra il pozzo iniziale e il meandro che conduceva ad esso. Da quelle indicazioni è quindi partita la ricerca sul terreno.
Otto gli speleologi impegnati nelle operazioni, un numero che ha consentito di formare due squadre. Mentre una lavorava alla ricerca dell’ingresso perduto, l’altra ha potuto controllare anche una vicina cavità, distante circa un centinaio di metri, nella quale si ipotizzava una possibile prosecuzione.
D’altra parte ci troviamo in uno dei territori carsici più importanti delle Prealpi: l’Altopiano di Asiago è disseminato di cavità, alcune delle quali raggiungono profondità prossime al migliaio di metri.
E poiché anche gli speleologi hanno bisogno di carburante, accanto al cantiere non è mancato un provvidenziale punto di ristoro, generosamente fornito di prodotti locali e, soprattutto, di abbondante caffè caldo.
Sotto terra compare un varco
Lo scavo è cominciato praticamente dalla superficie, fra terra, pietre, erba e arbusti.
Poi qualcosa è apparso.
È stato individuato un varco, sotto il quale si apre una comoda stanzetta seguita da un cunicolo. Un risultato importante, perché conferma che la ricerca si sta muovendo nella direzione giusta.
Ma non è ancora il risultato sperato.
Gli interventi eseguiti dopo Vaia hanno infatti modificato non soltanto la superficie, ma anche i primi metri del sottosuolo. Riporti, sistemazioni e movimenti di materiale hanno alterato quella che un tempo era la naturale via d’accesso alla cavità.
Lo scavo effettuato durante questa prima operazione non ha quindi permesso di raggiungere il pozzo iniziale.
Ed è proprio oltre quel pozzo che comincia la parte più interessante della storia.
Laggiù c’è ancora il Lago Bianco
La Grotta del Lago Bianco non è, infatti, una piccola cavità limitata ai primi ambienti intercettati dallo scavo. Superato il pozzo iniziale, la grotta prosegue per centinaia di metri e custodisce quello che può essere considerato il suo piccolo gioiello geologico: il “Lago Bianco”, dal quale la cavità prende il nome.
Per ora rimane irraggiungibile.
La giornata sulla Piana di Marcesina però è stata davvero produttiva: è stato ritrovato un vuoto, è stato individuato un possibile accesso e, soprattutto, sono state raccolte nuove informazioni utili per orientare i prossimi lavori.

La montagna, insomma, ha restituito una parte della porta. Ora bisognerà trovare il resto.
La mini-spedizione si è così conclusa senza il successo pieno che tutti speravano, ma anche con la consapevolezza che il lavoro può continuare.
E forse è proprio questo uno degli aspetti più autentici della speleologia: non sempre una ricerca termina con una discesa nel buio. A volte finisce davanti a qualche metro di terra e pietre che separa da qualcosa che sappiamo essere là sotto.
La Grotta del Lago Bianco aspetta la prossima visita degli speleologi. E noi anche, per il seguito del racconto.
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