Zobrazenie na čítanie

Winner of the 2026 France Habe Prize

The 2026 France Habe Prize

This year, although the topics addressed by the candidates were very diverse, they were approached through a wide range of options, such as the protection and conservation of caves and karst environments, raising awareness of caving, the interplay between exploration findings and scientific research, education and tourism, whilst also identifying ways to ensure the long-term sustainability of their objectives.

The members of the jury for the 2026 France Habe Prize assessed each submission using an evaluation grid that focused on relevance, presentation, interdisciplinarity, photography, scientific content, readability, and originality.

They unanimously decided to award the 2025 France Habe Prize to the project entitled “Photographic, topographical and digital documentation of the deep sections of the Aven d’Orgnac” (France), submitted by Rémi FLAMENT.

The winner receives a cash prize of €300 awarded by the UIS, as well as caving equipment donated by the firms BARHAR ($250) and RESSEG (€300).

Details of the project will be presented by the winner in the next UIS Bulletin.

The Jury congratulates the other participants on their enthusiasm for caving and their commitment to the protection of caves and karst.

Origin of the prize

The France HABE Prize has been awarded since 2013 by the Commission for the Protection of Karst and Caves of the International Union of Speleology (UIS).
The aim of this award is to promote the protection of karst and caves for future generations. This natural heritage is a proven source of increasingly rich information about the history of our planet and humanity, enabling people to act in a more thoughtful, effective, and sustainable manner for the future of our environment.

The prize is named in memory and honor of Dr France HABE († 10 December 1999) from Slovenia (Yugoslavia), who, amongst her many roles and achievements, served as Chair of the UIS Protection Department from 1973 to 1997.

 

Jean-Pierre Bartholeyns
UIS Karst and Cave Protection Commission
Past President

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Cleaned caves in Europe – Six datasets now online

The European Cave Protection Commission is proud to announce that there are now 6 datasets of cleaned caves in Europe available at the “Clean-Up the Dark” website.

Following the initial data from Croatia, Slovenia and Italy, there is data now also about cleaned and polluted caves and karst from France and from Germany available. 

Furthermore there is a dataset from The Basque Country listed as well.

In case your organisation has such data it would be a pleasure to integrate this in the Clean-up the Dark database and make efforts of cleaned underground available to all. 

Please have a look at the dedicated website.

The Clean-up the Dark team

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Lechuguilla Cave, quarant’anni fa lo sfondamento: quel vento sotto le pietre che annunciava una grotta immensa

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Il 26 maggio 1986 gli speleologi superarono l’ostruzione che per decenni aveva nascosto uno dei più straordinari sistemi carsici del mondo. Tutto era cominciato da un indizio familiare agli speleologi: un fortissimo soffio d’aria proveniente dal sottosuolo.

C’era una grotta, ma sembrava finire quasi subito. E poi c’era quel vento.

La storia moderna della Lechuguilla Cave, nel New Mexico, ha qualcosa di profondamente speleologico: prima delle grandi gallerie, delle esplorazioni internazionali, delle spettacolari concrezioni di gesso e delle ricerche scientifiche, ci fu un indizio apparentemente semplice. Aria che passava attraverso un accumulo di detriti dove, in teoria, non avrebbe dovuto esserci altro.

Quarant’anni fa quell’intuizione portò a uno degli sfondamenti più importanti della speleologia moderna.

Una piccola grotta che non convinceva gli speleologi

Lechuguilla si trova nel Carlsbad Caverns National Park, nelle Guadalupe Mountains del New Mexico.

Prima del 1986 era considerata dal National Park Service una cavità di scarsa importanza. All’ingresso si apriva un pozzo di circa 27 metri, seguito da appena 122 metri di passaggi asciutti apparentemente senza prosecuzione. All’inizio del Novecento vi era stato estratto per un breve periodo anche guano di pipistrello.

Non sembrava esserci molto altro da vedere.

Ma dagli anni Cinquanta gli speleologi che visitavano la cavità notarono qualcosa di difficile da ignorare: dal fondo ostruito della grotta proveniva un forte vento.

Non esisteva un passaggio evidente. L’aria, però, suggeriva esattamente il contrario.

Se un volume così importante d’aria riusciva a muoversi attraverso i detriti, da qualche parte oltre quell’ostruzione doveva esserci spazio. E probabilmente molto.

Scavare seguendo il vento

Nel corso degli anni diversi speleologi tentarono di trovare la prosecuzione.

La svolta arrivò nel 1984, quando un gruppo di speleologi del Colorado ottenne dal National Park Service l’autorizzazione a scavare nell’ostruzione.

Non si trattò quindi di una scoperta improvvisa. Fu il risultato di un’intuizione coltivata per decenni e di un lavoro di disostruzione portato avanti con la convinzione che quel vento non potesse provenire dal nulla.

La letteratura speleologica statunitense descrive il flusso d’aria come eccezionale: in determinate condizioni il rumore proveniente dall’ostruzione ricordava quello di un treno merci sotterraneo. La polvere poteva essere sollevata e spinta verso l’alto lungo il pozzo d’ingresso.

Poi, il 26 maggio 1986, accadde quello che gli speleologi aspettavano.

L’ostruzione cedette verso la cavità sottostante e il gruppo riuscì a entrare in grandi gallerie percorribili.

Dietro quella frana non c’era semplicemente una prosecuzione.

C’era Lechuguilla.

Da poche centinaia di metri a centinaia di chilometri

Quello sfondamento cambiò completamente la storia della grotta.

Le esplorazioni partirono a un ritmo impressionante. Speleologi provenienti dagli Stati Uniti e successivamente da molti altri Paesi parteciparono alle campagne di esplorazione, rilievo e ricerca.

Secondo il National Park Service, sono stati cartografati oltre 233 chilometri di gallerie, con un dislivello che raggiunge 489 metri.

Il dato riportato nella pagina ufficiale del Parco è però riferito alla situazione del 2019 e deve quindi essere letto come un valore minimo consolidato, non necessariamente come la misura aggiornata dell’attuale sviluppo esplorato.

La National Speleological Society, presentando il volume Lechuguilla Cave: Discoveries in a Hidden Splendor, parla infatti di oltre 240 chilometri esplorati.

Ma i numeri, per quanto impressionanti, raccontano solo una parte della storia.

Una grotta che ha cambiato anche la scienza delle grotte

Lechuguilla si è rivelata un ambiente sotterraneo eccezionale non soltanto per le dimensioni.

Le esplorazioni hanno incontrato enormi depositi di gesso e zolfo giallo, concrezioni e mineralizzazioni di straordinaria varietà: giganteschi “lampadari” di gesso, lunghissimi cristalli e filamenti, cannule, perle di grotta, balloon di idromagnesite ed eccentriche subacquee.

Alcune morfologie erano praticamente sconosciute prima dell’esplorazione della cavità.

Lechuguilla ha inoltre fornito elementi fondamentali per comprendere la speleogenesi ipogenica legata all’acido solforico nelle Guadalupe Mountains. La presenza di grandi quantità di gesso e zolfo ha contribuito a rafforzare un modello genetico molto diverso dalla classica dissoluzione del calcare operata dalle acque meteoriche provenienti dalla superficie.

La grotta è diventata così un enorme laboratorio naturale nel quale geologia, mineralogia, microbiologia e speleologia si incontrano.

I batteri di Lechuguilla e la resistenza agli antibiotici

Di un altro aspetto sorprendente della grotta Scintilena si è occupata recentemente, nell’articolo “Batteri delle profondità già resistenti agli antibiotici”, pubblicato il 28 marzo 2026.

In ambienti profondi e fortemente isolati di Lechuguilla sono stati studiati microrganismi dotati di meccanismi naturali di resistenza agli antibiotici, nonostante non fossero stati precedentemente esposti ai farmaci utilizzati dalla medicina moderna.

Queste ricerche hanno contribuito a mostrare come la resistenza agli antibiotici non sia esclusivamente una conseguenza dell’attività umana: alcuni dei meccanismi biologici che oggi osserviamo hanno origini molto più antiche.

È uno degli esempi più affascinanti di come una scoperta nata dall’ostinazione di alcuni speleologi davanti a una frana abbia finito per aprire nuove strade anche alla ricerca scientifica.

Il vento come promessa di vuoto

A quarant’anni dallo sfondamento del 1986, forse l’aspetto più suggestivo della storia di Lechuguilla rimane proprio il suo inizio.

Gli speleologi non vedevano la prosecuzione.

Non potevano conoscere le dimensioni del sistema che si trovava sotto di loro. Non avevano davanti una grande finestra nera o un pozzo inesplorato.

Avevano una frana e del vento.

Ma per chi esplora le grotte il movimento dell’aria può essere una misura invisibile del vuoto. Una corrente importante attraverso una strettoia, una fessura o un accumulo di detriti può raccontare l’esistenza di ambienti che ancora nessuno ha visto.

A Lechuguilla quell’indizio conduceva a uno dei più grandi sistemi sotterranei conosciuti.

Dopo decenni di tentativi e due anni di nuovi scavi, il 26 maggio 1986 gli speleologi riuscirono finalmente a seguirlo.

E il vento aveva ragione.

Fonti

National Park Service – Carlsbad Caverns National Park, Lechuguilla Cave. Fonte principale per la storia dell’ingresso, gli scavi iniziati nel 1984, lo sfondamento del 26 maggio 1986, sviluppo, profondità, mineralizzazioni e attività scientifica.

National Speleological Society, pubblicazioni e materiali dedicati alla Lechuguilla Cave e alla storia delle esplorazioni.

Patricia Kambesis, Sixty-Five and Still Going Strong, Journal of Cave and Karst Studies. Ricostruzione della storia delle esplorazioni nelle Guadalupe Mountains e del ruolo della scoperta di Lechuguilla.

Scintilena, Marina Abisso, Batteri delle profondità già resistenti agli antibiotici, 28 marzo 2026.

Scintilena, Per Natale regala un bel libro: Lechuguilla Cave: Discoveries in a Hidden Splendor, 9 dicembre 2023

Foto di copertina: Le spettacolari concrezioni di Lechuguilla Cave, nel Carlsbad Caverns National Park, New Mexico. Credito: NPS Photo / Shawn Thomas https://www.nps.gov/media/photo/gallery.htm?id=318A0C5A-155D-451F-6771B101D8195C02

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È morto Changiz Sheykhli, padre della speleologia iraniana

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Aveva 99 anni ed era considerato il fondatore della speleologia organizzata in Iran. Esploratore, topografo e instancabile catalogatore, Changiz Sheykhli dedicò oltre settant’anni allo studio delle grotte del suo Paese, lasciando un patrimonio di rilievi, appunti e manoscritti ancora in gran parte inedito.

È morto nell’agosto 2026, all’età di 99 anni, Changiz Sheykhli, considerato il padre della speleologia iraniana e una delle figure fondamentali per la conoscenza del patrimonio sotterraneo dell’Iran.

Changiz Sheykhli (1927–2026), considerato il padre della speleologia iraniana

La sua storia attraversa quasi per intero quella della speleologia moderna del Paese: dalle prime esplorazioni compiute con mezzi elementari negli anni Quaranta alla nascita dei primi gruppi organizzati, dai rilievi topografici alla catalogazione sistematica delle cavità, fino alle battaglie degli ultimi anni per la loro conservazione.

Le prime grotte negli anni Quaranta

Nato a Mashhad nel 1927, Sheykhli iniziò molto giovane a frequentare la montagna e le grotte. Le sue prime esperienze speleologiche risalgono al 1943, quando in Iran l’esplorazione sistematica del mondo sotterraneo era ancora praticamente agli inizi.

Tre anni più tardi, il 29 novembre 1946, insieme a Sirus Mostofi e Akbar Shafizadeh, diede vita all’Hey’at-e Gharshenasi Iran, il primo nucleo organizzato dedicato alla speleologia nel Paese.

Le fonti iraniane distinguono questo gruppo dalla successiva associazione speleologica, costituita nel 1948. In ogni caso, proprio a quelle esperienze viene generalmente fatta risalire la nascita della speleologia organizzata iraniana, e Sheykhli ne fu per decenni uno dei principali protagonisti.

Esplorare significava misurare e documentare

E’ particolarmente interessante il metodo con cui Sheykhli affrontava l’esplorazione.

Già negli anni Quaranta e Cinquanta non si limitava infatti a entrare nelle cavità: effettuava misurazioni e rilievi, osservava le concrezioni e la circolazione delle acque e registrava eventuali testimonianze archeologiche.

Una lettera risalente al 1976, quando Sheykhli presiedeva il comitato speleologico della federazione iraniana, offre un’immagine particolarmente significativa del suo modo di intendere la speleologia.

Agli esploratori che individuavano nuove cavità raccomandava di produrre uno schizzo della grotta, misurarne lunghezza, larghezza e profondità, raccogliere campioni di roccia e acqua e segnalare eventuali frammenti ceramici o altre evidenze archeologiche.

Un’impostazione che oggi appare naturale, ma che testimonia quanto presto Sheykhli avesse concepito la grotta come un ambiente da esplorare, rilevare, studiare e conservare, mettendo in relazione speleologia, geologia, idrologia e archeologia.

Centinaia di grotte in oltre settant’anni

Pianta della grotta-fortezza di Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran. Changiz Sheykhli fu tra i primi a documentare sistematicamente il complesso: nel 1958 realizzò disegni, planimetrie e rilievi delle strutture architettoniche conservate nella grande cavità naturale. Immagine: ISNA

Stabilire quante cavità abbia personalmente esplorato non è semplice, perché le fonti iraniane forniscono cifre differenti.

Le stime più prudenti gli attribuiscono oltre 500 grotte esplorate e documentate durante più di settant’anni di attività. Altre fonti parlano di un numero ancora maggiore.

Diverso è invece il patrimonio di informazioni da lui raccolto: il grande archivio costruito nel corso della sua vita sarebbe arrivato a comprendere dati relativi a circa 1.500 grotte dell’Iran.

È quindi opportuno distinguere le cavità personalmente esplorate da Sheykhli dal numero, molto superiore, di quelle entrate nel suo lavoro di catalogazione.

Partecipò inoltre a campagne di rilevamento e documentazione svolte in collaborazione con organismi geografici e sportivi iraniani. Alcune delle carte prodotte durante quelle attività sarebbero tuttora conservate negli archivi dell’organizzazione geografica nazionale.

I rilievi di Espahbod Khorshid

Tra le cavità legate al nome di Sheykhli compare anche la celebre Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran, una grande cavità naturale caratterizzata dalla presenza di importanti strutture fortificate storiche.

Alcune fonti in lingua inglese arrivano ad attribuirgli la “scoperta” della grotta. Una formulazione che appare però impropria per un luogo evidentemente conosciuto dalle popolazioni locali e legato a una lunga storia di frequentazione umana.

Più precisamente, Sheykhli fu tra coloro che contribuirono alla sua documentazione speleologica sistematica: già nel 1958 avrebbe realizzato disegni della grande arcata naturale, planimetrie e rilievi delle strutture presenti all’interno.

È un episodio emblematico del suo interesse per il rapporto tra cavità naturali e testimonianze archeologiche.

Sedici volumi per raccontare le grotte dell’Iran

Forse l’eredità più straordinaria di Changiz Sheykhli è quella rimasta sulla carta.

Nel corso di decenni raccolse schede, schizzi, rilievi, osservazioni e informazioni sulle grotte iraniane, organizzando il materiale in un’opera monumentale indicata dalle fonti come “Farhang-e Jame’-e Gharha-ye Iran”, traducibile come Enciclopedia completa delle grotte dell’Iran (https://www.tehrantimes.com/news/500396/Encyclopedia-of-Iran-s-caves-unveiled).

Il lavoro ha raggiunto complessivamente sedici volumi. La presentazione pubblica dell’Enciclopedia è avvenuta nel giugno 2024.

Già in un’intervista del 2015 Sheykhli lamentava la difficoltà di trovare un’istituzione disponibile a pubblicare l’intero corpus.

La sua morte pone quindi anche una questione che interessa direttamente la comunità speleologica: quale sarà il destino del suo archivio?

Se davvero una parte consistente dei rilievi, degli appunti e della documentazione accumulata in oltre settant’anni è ancora conservata privatamente, la sua tutela e digitalizzazione potrebbero rappresentare un’importante operazione per la memoria della speleologia iraniana.

Esplorazione e tutela

Negli ultimi anni Sheykhli aveva rivolto una crescente attenzione anche alla conservazione delle grotte.

Criticava gli interventi turistici invasivi, le alterazioni degli ambienti sotterranei e i danni provocati dai cercatori clandestini di tesori, fenomeno particolarmente distruttivo nelle cavità contenenti testimonianze archeologiche.

La grotta, nella sua concezione, non era dunque soltanto un luogo da conquistare o percorrere. Era un archivio naturale e culturale da conoscere prima di tutto attraverso la documentazione e da trasmettere alle generazioni successive.

Un principio che conserva una sorprendente attualità.

La scomparsa nell’agosto 2026

Le fonti iraniane collocano la morte di Changiz Sheykhli nel 28 Mordad 1405 del calendario persiano, corrispondente al 19 agosto 2026, mentre alcune fonti in lingua inglese indicano il 20 agosto. Aveva 99 anni.

Con lui scompare uno degli ultimi protagonisti della generazione che pose le basi della speleologia iraniana moderna.

Rimangono centinaia di esplorazioni, rilievi e documenti e, soprattutto, un metodo: entrare nel sottosuolo non soltanto per vedere cosa c’è oltre, ma per misurare, comprendere, documentare e conservare.

Una concezione della speleologia che, ottant’anni dopo le sue prime esplorazioni, continua a parlare la stessa lingua degli speleologi di oggi.

Fonti

  • Tehran Times, “Changiz Sheykhli, father of Iranian caving, dies at 99”, agosto 2026.
  • Amordad, articoli e intervista dedicati a Changiz Sheykhli e alla storia della speleologia iraniana.
  • ISNA e fonti iraniane riprese dalla stampa persiana, agosto 2026.
  • Documentazione storica speleologica iraniana relativa al Comitato speleologico e alle attività di Sheykhli.

Foto di copertina: La grotta-fortezza di Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran. La grande cavità naturale conserva importanti strutture fortificate storiche. Changiz Sheykhli ne realizzò già nel 1958 disegni, planimetrie e documentazione delle strutture interne. Foto: Faradeed

Altre immagini:

Pianta della grotta-fortezza di Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran. Changiz Sheykhli fu tra i primi a documentare sistematicamente il complesso: nel 1958 realizzò disegni, planimetrie e rilievi delle strutture architettoniche conservate nella grande cavità naturale. Immagine: ISNA https://cdn.isna.ir/d/off/mazandaran/2023/04/24/3/62587614.jpg?ts=1682313901941&

Changiz Sheykhli (1927–2026), considerato il padre della speleologia iraniana. Tra i fondatori del primo nucleo speleologico organizzato dell’Iran nel 1946, dedicò oltre settant’anni all’esplorazione, al rilievo e alla documentazione delle grotte del Paese. Fonte Federazione iraniana di alpinismo e arrampicata https://file.msfi.ir/msfiwebimage/GHGS4MU9F2.jpeg

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