❌

Základné zobrazenie

  • ✇Scintilena
  • Grotta Vittorio Vecchi, a Sezze emerge una tana di iena del Pleistocene
    Condividi La terza campagna di scavo nella cavità dei Monti Lepini ha indagato un livello di antico e ha restituito nuovi materiali del II millennio a.C. A Sezze, la terza campagna di scavo archeologico nella Grotta Vittorio Vecchi ha portato all’individuazione di un livello pleistocenico interpretato come tana di iena preistorica. Le indagini hanno riguardato anche i depositi funerari e cultuali del II millennio a.C., nei quali sono stati rinvenuti vasi, fibule in bronzo e manufatti in osso
     

Grotta Vittorio Vecchi, a Sezze emerge una tana di iena del Pleistocene

September 21st 2026 at 08:00

Condividi

La terza campagna di scavo nella cavità dei Monti Lepini ha indagato un livello di antico e ha restituito nuovi materiali del II millennio a.C.

A Sezze, la terza campagna di scavo archeologico nella Grotta Vittorio Vecchi ha portato all’individuazione di un livello pleistocenico interpretato come tana di iena preistorica. Le indagini hanno riguardato anche i depositi funerari e cultuali del II millennio a.C., nei quali sono stati rinvenuti vasi, fibule in bronzo e manufatti in osso lavorato.

La notizia riguarda una cavità già nota per la sua lunga frequentazione preistorica. Il nuovo dato aggiunge una fase molto più antica alla sequenza di evidenze conservate nella grotta. Secondo quanto comunicato al termine delle ricerche, si tratta della prima testimonianza finora individuata di una tana di iena pleistocenica sui Monti Lepini.

Grotta Vittorio Vecchi e la tana di iena di 50mila anni fa

Le ricerche hanno esaminato per la prima volta un livello del Pleistocene nella Grotta Vittorio Vecchi. Questo livello è stato ricondotto a una tana di iena la cui datazione è ancora in corso. Il riconoscimento, allo stato attuale delle indagini, segnala quindi la presenza di questi carnivori nel territorio lepino durante il Pleistocene superiore.

L’espressione “tana di iena” indica un deposito formato o modificato dalla frequentazione dei grandi carnivori. Nelle grotte, le iene potevano accumulare resti delle prede e lasciare tracce della propria attività. La definizione puntuale del contesto di Sezze dipenderà dagli studi sui reperti faunistici, sulle eventuali tracce di rosicchiamento e sulla stratigrafia del deposito.

Il risultato ha interesse territoriale. Non dimostra soltanto la presenza di fauna pleistocenica nella cavità, ma apre una nuova prospettiva di ricerca sulle dinamiche ambientali e sui popolamenti animali dei Monti Lepini nel periodo considerato. Le comunicazioni disponibili non indicano ancora la specie attribuita né un elenco dei resti faunistici rinvenuti. Questi elementi richiederanno analisi specialistiche e successive pubblicazioni.

Scavi archeologici nella Grotta Vittorio Vecchi

La campagna è stata condotta dal professor Mario Federico Rolfo dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, insieme a Rolfo lo scavo è stato coordinato anche da Angelica Ferracci e Francesca Cortese, dottoranda e ricercatrice di Roma Tor Vergata. L’attività si è svolta con il Comune di Sezze e con l’autorizzazione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Lazio. Hanno partecipato anche geologi dell’INGV e dell’Università di Pisa, insieme a ricercatori, dottorandi e laureandi.

Nel settore riferibile al II millennio a.C. sono emersi numerosi vasi, fibule in bronzo e oggetti in osso lavorato. I materiali contribuiscono alla lettura delle pratiche cultuali svolte nella Grotta Vittorio Vecchi. La cavità conserva infatti una documentata fase di uso funerario e rituale nella protostoria.

Le ricerche avviate nel 2024 avevano già confermato una frequentazione cultuale e funeraria di circa 4mila anni fa. In quelle indagini erano state segnalate aree di combustione, resti animali di pecore, capre e maiali, semi combusti e numerosi frammenti ceramici. Erano emersi anche resti umani, in parte dispersi nelle zone più strette e impervie della cavità.

Dalla necropoli dell’Età del Bronzo al Pleistocene

La Grotta Vittorio Vecchi era stata scoperta dagli speleologi. Le campagne di scavo del 1988 e del 1989 avevano accertato l’uso della cavità come sepolcreto per oltre 40 persone di una comunità insediata nell’area. Lo studio della ceramica e degli oggetti metallici ha collocato quella utilizzazione tra l’antica e la media Età del Bronzo, nella prima metà del II millennio a.C.

La nuova indagine mette così in relazione due tempi molto distanti della storia della cavità. Da una parte vi è la frequentazione animale attribuita al Pleistocene superiore. Dall’altra vi sono le pratiche funerarie e cultuali delle comunità protostoriche. La continuità delle ricerche consentirà di chiarire la successione dei depositi e le trasformazioni subite dall’ambiente sotterraneo.

La lettura archeologica richiede prudenza. I materiali e le datazioni comunicati sono parte di un lavoro in corso. L’équipe ha annunciato che i risultati saranno illustrati alla cittadinanza in un convegno previsto nell’ambito del Natale Setino. Per la comunità speleologica, la Grotta Vittorio Vecchi resta un caso di interesse perché riunisce in una stessa cavità evidenze paleontologiche, archeologiche e di uso rituale del sottosuolo.

Fonti

L'articolo Grotta Vittorio Vecchi, a Sezze emerge una tana di iena del Pleistocene proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Acquedotto preromano a Monteleone Sabino, un nuovo tassello per la gestione delle acque nella Sabina antica
    Condividi Il rinvenimento speleo-archeologico amplia la conoscenza del territorio di Trebula Mutuesca Nel territorio di Monteleone Sabino, in provincia di Rieti, è stato esplorato e documentato un acquedotto ipogeo attribuito in via preliminare all’età preromana. L’indagine è stata condotta dal Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e la provincia di Rieti, con la collabora
     

Acquedotto preromano a Monteleone Sabino, un nuovo tassello per la gestione delle acque nella Sabina antica

September 16th 2026 at 14:00

Condividi

Il rinvenimento speleo-archeologico amplia la conoscenza del territorio di Trebula Mutuesca

Nel territorio di Monteleone Sabino, in provincia di Rieti, è stato esplorato e documentato un acquedotto ipogeo attribuito in via preliminare all’età preromana. L’indagine è stata condotta dal Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e la provincia di Rieti, con la collaborazione del Comune.

Il tratto oggi percorribile misura circa 100 metri. Il dato non coincide necessariamente con l’estensione complessiva dell’opera. Le caratteristiche del manufatto suggeriscono una progettazione articolata e una relazione diretta con la gestione delle acque nel paesaggio rurale della Sabina antica.

L’attribuzione preromana resta una proposta da verificare con rilievi completi, analisi stratigrafiche, confronto con opere analoghe ed eventuali datazioni scientifiche. La prudenza è necessaria perché la presenza di un cunicolo sotterraneo, da sola, non permette di stabilire con certezza né la cronologia né la funzione originaria.

La tecnica costruttiva dell’acquedotto ipogeo

L’acquedotto preromano presenta una sezione ogivale. Il condotto è stato scavato in depositi plio-pleistocenici formati da banchi conglomeratici alternati a livelli marnoso-argillosi. La composizione geologica ha condizionato le modalità di scavo, la stabilità delle pareti e la circolazione dell’acqua.

La sequenza costruttiva comunicata per il manufatto prevede l’apertura di cunicoli trasversali a intervalli regolari. In una fase successiva sarebbe stato scavato il condotto principale, seguendo un andamento parallelo a una dorsale collinare. Una simile organizzazione può avere consentito di lavorare da più punti, controllare la direzione dello scavo e ridurre la distanza necessaria per rimuovere il materiale estratto.

I cunicoli trasversali potevano svolgere più funzioni. Oltre a facilitare l’avanzamento del cantiere, potevano servire per la ventilazione, l’ispezione, la manutenzione e l’intercettazione di infiltrazioni laterali. La loro interpretazione dovrà essere verificata attraverso il rilievo diretto delle sezioni, delle connessioni e delle tracce lasciate dagli strumenti.

Drenaggio e agricoltura nella Sabina preromana

Nel linguaggio comune, il termine acquedotto indica spesso un’opera destinata a portare acqua potabile verso un abitato. Per il manufatto di Monteleone Sabino, l’interpretazione preliminare privilegia una funzione più ampia. L’opera potrebbe avere svolto attività di drenaggio, regimentazione delle acque e miglioramento della produttività agricola dei suoli.

In un territorio collinare, il controllo dell’acqua incide sulla stabilità dei versanti e sulla possibilità di coltivare i terreni. Un cunicolo può intercettare acque infiltrate, ridurre i ristagni, limitare l’erosione e indirizzare i flussi verso punti di raccolta o di deflusso. Per questo motivo, la definizione più prudente è quella di cunicolo idraulico plurifunzionale, con prevalente finalità rurale e territoriale.

La realizzazione di un’opera lunga almeno 100 metri avrebbe richiesto conoscenze empiriche della pendenza, della geologia e del comportamento delle acque. Sarebbero state necessarie anche squadre coordinate, strumenti adeguati, sistemi per lo smaltimento del materiale e attività di manutenzione. Questi elementi suggeriscono una comunità capace di organizzare il lavoro su scala superiore a quella della singola famiglia. Non costituiscono, da soli, la prova dell’esistenza di una specifica autorità politica.

Trebula Mutuesca e il paesaggio idraulico locale

Monteleone Sabino conserva le testimonianze dell’antica Trebula Mutuesca, centro di origine sabina sviluppatosi tra la fase preromana e l’età romana. Il nuovo acquedotto preromano si inserisce in un paesaggio nel quale abitati, santuari, percorsi, aree coltivate e opere idrauliche dovevano interagire.

La romanizzazione non cancellò un territorio privo di infrastrutture. Al contrario, la successiva organizzazione municipale poté inserirsi in un ambiente già frequentato e trasformato dalle comunità locali. L’acquedotto ipogeo offre quindi un possibile contributo alla ricostruzione del pagus dei Mutuesci, inteso come distretto rurale e comunità territoriale collegata a Trebula Mutuesca.

Il rinvenimento non deve essere confuso con i cunicoli romani dell’anfiteatro e delle terme, né con il sistema preromano già noto sotto la chiesa di Santa Vittoria. Le diverse evidenze appartengono allo stesso paesaggio idraulico, ma presentano cronologie, tecniche e funzioni che devono essere analizzate separatamente.

Il confronto con Santa Vittoria e le opere romane

Sotto la chiesa romanica di Santa Vittoria è noto un sistema di gallerie di captazione e drenaggio attribuito all’età preromana e studiato dal Gruppo Vespertilio a partire dal 1997. L’accesso avviene attraverso un pozzo profondo sette metri. Dal fondo si diramano cunicoli ogivali scavati in breccioni e argille pleistoceniche. In epoca romana l’acqua del pozzo sarebbe stata utilizzata anche per finalità cultuali e terapeutiche, in relazione al santuario di Vacuna. [web:8]

Le analogie con il nuovo acquedotto riguardano la sezione ogivale, l’impiego di ambienti sotterranei e il possibile rapporto con la gestione delle acque. Questi elementi non dimostrano una contemporaneità o una connessione diretta. Servono confronti puntuali tra rilievi, tecniche di scavo, sedimenti, tracce di utensili e materiali associati.

Le opere idrauliche romane note nell’area archeologica hanno caratteristiche differenti. Il sistema dell’anfiteatro comprende pozzi di accesso, condotti fognari e un collettore anulare destinato allo smaltimento delle acque. Il cunicolo della zona termale è largo circa 50 centimetri, alto 1,70 metri e rivestito in cocciopesto. La pendenza, pari al 20 per cento, favoriva lo scarico di grandi quantità d’acqua. [web:3]

Le prossime verifiche per datare l’opera

Per trasformare l’annuncio preliminare in una ricostruzione archeologica più solida saranno utili un rilievo topografico georeferenziato, una restituzione tridimensionale e la misurazione delle pendenze. Sarà importante individuare i possibili punti di captazione e di uscita, oltre alle relazioni con sorgenti, impluvi, coltivi e strutture antiche.

Potranno contribuire anche il campionamento controllato di sedimenti e incrostazioni, l’analisi delle tracce di scavo e la ricerca di eventuali tratti ostruiti. Le indagini non invasive nel sottosuolo potrebbero aiutare a riconoscere pozzi, prosecuzioni e collegamenti non ancora accessibili.

Il valore della scoperta risiede nella possibilità di studiare insieme speleologia, archeologia, geologia e idrogeologia. Il nuovo acquedotto preromano non è ancora una prova definitiva sull’organizzazione politica della Sabina antica. È un’evidenza concreta che può contribuire a comprendere come le comunità locali abbiano progettato e utilizzato il sottosuolo prima e durante il processo di integrazione nel mondo romano.

Fonti consultate

Acquedotto Lazio

L'articolo Acquedotto preromano a Monteleone Sabino, un nuovo tassello per la gestione delle acque nella Sabina antica proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Le necropoli etrusche di Grotte di Castro: “case per l’eternità»»” scavate nel tufo della Tuscia
    Condividi Sul colle della Civita, tra Bolsena e il Fiora, tre grandi necropoli etrusche raccontano l’idea di una dimora sotterranea pensata per accompagnare i defunti in un aldilà concepito come continuità della vita. Contesto storico-geografico delle necropoli etrusche di Grotte di Castro Grotte di Castro sorge su una rupe tufacea nel cuore della Tuscia, in posizione strategica tra il lago di Bolsena e la media valle del Fiora, a metà strada tra le antiche città etrusche di Vulci e Vo
     

Le necropoli etrusche di Grotte di Castro: “case per l’eternità»»” scavate nel tufo della Tuscia

September 14th 2026 at 10:00

Condividi

Sul colle della Civita, tra Bolsena e il Fiora, tre grandi necropoli etrusche raccontano l’idea di una dimora sotterranea pensata per accompagnare i defunti in un aldilà concepito come continuità della vita.


Contesto storico-geografico delle necropoli etrusche di Grotte di Castro

Grotte di Castro sorge su una rupe tufacea nel cuore della Tuscia, in posizione strategica tra il lago di Bolsena e la media valle del Fiora, a metà strada tra le antiche città etrusche di Vulci e Volsinii (l’attuale Orvieto). Sul colle di fronte al borgo, chiamato “Civita”, si sviluppò tra la seconda metà dell’VIII e il VI secolo a.C. un importante abitato etrusco, oggi quasi completamente scomparso, ma la cui presenza è testimoniata dalle tre grandi necropoli scavate nel tufo: Vigna la Piazza, Centocamere e Pianezze.

Queste necropoli non erano semplici cimiteri. Erano veri e propri quartieri funerari, progettati per accompagnare i defunti in un aldilà concepito come una continuazione della vita terrena.


Vigna la Piazza: le origini della necropoli etrusca di Grotte di Castro

Cronologia e tipologia delle tombe a fossa

La necropoli di Vigna la Piazza rappresenta la fase più antica dell’insediamento della Civita. Si data alla seconda metà dell’VIII – inizi VII secolo a.C., ed è quindi la più antica delle tre. La tipologia dominante è quella delle tombe a fossa con circolo di pietre, talvolta con sarcofago ligneo o litico.

Singolarit຺ nel panorama etrusco

Vigna la Piazza rappresenta una singolarità nel panorama etrusco per la presenza di tombe a fossa con circolo, segno di un rituale funerario arcaico e di legami con centri vicini come Bisenzio, Arlena e Orvieto. Documenta la fase più antica dell’insediamento della Civita, con sepolture individuali che riflettono una società ancora in formazione.


Centocamere: la necropoli “labirintica” del VII secolo a.C.

Struttura e sistema di cunicoli nel tufo

La necropoli di Centocamere deve il suo nome alle numerose tombe collegate tra di loro da un intricato sistema di fori e di cunicoli aperti nelle pareti delle camere funerarie, in parte realizzati dai tombaroli per passare più agevolmente dall’una all’altra struttura. Tutta la collina di Centocamere risulta interessata dalla presenza di strutture funerarie scavate nella roccia tufacea, disposte almeno su tre ordini, per un totale di oltre cinquanta tombe con deposizioni plurime.

Cronologia e tomba monumentale CC4

Le tombe fino ad ora indagate mostrano un arco cronologico compreso nel VII secolo a.C., ponendosi in una fase più antica rispetto alla necropoli di Pianezze, utilizzata per tutto il VI secolo a.C. La tomba monumentale CC4 si sviluppa per 16 metri, con cinque camere coassiali e tre laterali, per un totale di 19 inumati. Le tombe si sviluppano lungo un asse perpendicolare all’ingresso, con camere laterali; alcune furono riutilizzate in epoca medievale come colombai.

Percorso funerario e sentiero antico

Gli scavi hanno rivelato un tratto del sentiero antico usato durante i funerali, con gradini intagliati nel tufo per superare i punti più ripidi. Il sito è aperto all’aria aperta, accessibile da un sentiero che parte dalla strada per Onano.


Pianezze: le “case per l’eternità” degli Etruschi nel tufo

Struttura delle tombe a camera con dromos

Situata a circa tre chilometri a sud di Grotte di Castro, la necropoli di Pianezze rientra in un più ampio complesso cimiteriale che va riferito all’abitato etrusco che sorgeva sopra il colle denominato La Civita. In uso tra il VII e il V secolo a.C., è caratterizzata dalla presenza di 24 tombe monumentali a camera, accessibili tramite un dromos, un corridoio a cielo aperto che scende nella roccia e immette in un atrio, dal quale si aprono le stanze secondarie dove riposavano i defunti.

La Tomba Rossa e le decorazioni domestiche

La tomba più celebre è la Tomba Rossa, con colonna e mensola dipinte di rosso vivo per imitare gli arredi domestici. Ogni tomba è diversa, adattata alla qualità del tufo o alle richieste della famiglia, riflettendo l’idea di una casa personalizzata per il defunto.


L’idea etrusca di “casa per l’eternità” nelle necropoli di Grotte di Castro

Per gli Etruschi, la tomba non era un luogo di fine, ma di continuità. Le necropoli di Grotte di Castro lo dimostrano in modo eccezionale. Riproducevano gli ambienti domestici: atri, stanze, soglie, tetti a doppio spiovente scolpiti nella roccia. Gli arredi scolpiti e dipinti includevano colonne, mensole, letti funebri (klinai) e persino decorazioni parietali che imitavano le case dei vivi.

I defunti erano inumati in fosse o loculi, accompagnati da corredi funerari (ceramiche, armi, gioielli) che riflettevano il loro status e la vita quotidiana. I dromoi e i sentieri funerari non erano solo accessi, ma spazi di transizione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Questa concezione della morte come “casa per l’eternità” è uno degli aspetti più originali e commoventi della civilt຺ etrusca, e Grotte di Castro ne è una delle testimonianze più integre e suggestive.


Visita e valorizzazione del Parco Archeologico di Grotte di Castro

Oggi le necropoli di Pianezze e Centocamere sono adibite a Parco Archeologico e visitabili con biglietto cumulativo. Il Museo Civico Archeologico “Civita”, ospitato nel palazzo progettato dal Vignola, espone corredi funerari e ricostruisce in scala reale una tomba a camera, offrendo un percorso tematico sul mondo dell’aldilà e sulla vita quotidiana degli Etruschi.

Con lo stesso biglietto museale è possibile visitare le necropoli di Pianezze e Centocamere, approfondendo la storia millenaria di questa regione. Gli orari possono variare, perciò si consiglia di verificare con anticipo contattando il museo o consultando i siti ufficiali.


Fonti

Tuscia Grotte di Castro

L'articolo Le necropoli etrusche di Grotte di Castro: “case per l’eternità»»” scavate nel tufo della Tuscia proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Grotta Spaccata di Torre Paola, immagini e ricerca al Circeo dopo l’incontro di San Felice
    Condividi La Grotta Spaccata di Torre Paola è stata al centro dell’appuntamento del 12 settembre a San Felice Circeo. Il racconto di Lorenzo Grassi ha ripercorso il rilievo del 2019 di Sotterranei di Roma, tra carsismo, archeologia, tutela dei pipistrelli e il confronto prudente con l’Odissea. Grotta Spaccata di Torre Paola, il racconto svolto a San Felice Circeo Si è svolto sabato 12 settembre, in Piazza Lanzuisi a San Felice Circeo, l’incontro dedicato alla Grotta Spaccata di Torre Paola
     

Grotta Spaccata di Torre Paola, immagini e ricerca al Circeo dopo l’incontro di San Felice

September 13th 2026 at 12:00

Condividi

La Grotta Spaccata di Torre Paola è stata al centro dell’appuntamento del 12 settembre a San Felice Circeo. Il racconto di Lorenzo Grassi ha ripercorso il rilievo del 2019 di Sotterranei di Roma, tra carsismo, archeologia, tutela dei pipistrelli e il confronto prudente con l’Odissea.

Grotta Spaccata di Torre Paola, il racconto svolto a San Felice Circeo

Si è svolto sabato 12 settembre, in Piazza Lanzuisi a San Felice Circeo, l’incontro dedicato alla Grotta Spaccata di Torre Paola. L’appuntamento ha proposto un racconto per immagini della grande cavità naturale ai piedi del promontorio. Il giornalista e speleologo Lorenzo Grassi ha ricostruito le fasi della ricerca condotta nel 2019 con i ricercatori dell’Associazione Sotterranei di Roma.

L’iniziativa è stata promossa dalla Fondazione Marcello Zei. Ha preceduto la prima Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, celebrata il 13 settembre 2026 dopo la proclamazione UNESCO del novembre 2025. La ricorrenza pone l’attenzione sul valore ambientale delle cavità, sulle risorse idriche carsiche e sulla necessità di una gestione informata del sottosuolo.

L’evento ha affiancato alla divulgazione speleologica l’apertura della mostra permanente Homo sapiens e habitat. È stata inoltre presentata la rassegna Odissea contemporanea 2026, curata da Mad Museo d’Arte Diffusa Fabio D’Achille, con le opere “Ruminazione mentale” di Elliott Grieshofer e “Sea Frequencies” di Donatella Pinocci. Il dialogo tra ricerca, arte e memoria del paesaggio ha fornito una chiave di lettura del rapporto fra il promontorio, il mare e le cavità.

Esplorazione della Grotta Spaccata di Torre Paola nel 2019

La Grotta Spaccata di Torre Paola è raggiungibile attraverso una fenditura carsica sul versante costiero. Nel 2019 l’équipe ha svolto l’esplorazione e il rilievo tridimensionale con laser scanner. L’indagine è stata condotta dopo autorizzazioni e confronti con gli enti competenti, dato il contesto esposto a pericoli di frana e le difficoltà di accesso dal mare.

Le dimensioni comunicate nel corso della ricerca descrivono una cavità lunga oltre 100 metri, larga circa 30 e alta fino a 25 metri. Il volume stimato è nell’ordine di 30.000 metri cubi. Il gruppo è entrato dalla costa con una canoa e ha utilizzato tecniche su corda per superare la parete e documentare gli ambienti.

Il rilievo della Grotta Spaccata di Torre Paola ha avuto un interesse geologico e archeologico, ma anche faunistico. All’interno era stata osservata una grande colonia di pipistrelli non precedentemente censita. Questo dato richiede attenzione: nelle grotte, la documentazione scientifica e ogni eventuale attività devono ridurre il disturbo alle specie presenti, soprattutto durante le fasi sensibili del loro ciclo annuale.

La cavità non è un luogo per accessi autonomi. Le condizioni geomorfologiche, l’esposizione al mare e i vincoli di tutela rendono necessarie competenze specifiche, autorizzazioni e una valutazione preventiva del rischio.

Odissea e Grotta Spaccata di Torre Paola, un’ipotesi da verificare

Una parte del racconto ha riguardato il possibile legame tra la Grotta Spaccata di Torre Paola e le “cave grotte” ricordate nell’Odissea. Alcuni elementi hanno alimentato l’ipotesi: la posizione costiera, la morfologia dell’antro e una carta del Monte Circeo realizzata da Giovanni Battista Cipriani nel 1830, nella quale la fenditura è indicata come “due grotte una sopra dell’altra”.

Il tema va letto con metodo. Lorenzo Grassi aveva già chiarito nel 2019 che non esiste una dimostrazione definitiva dell’identificazione con il luogo omerico. Si tratta di una corrispondenza possibile e suggestiva, non di un dato archeologico acquisito. Proprio questa distinzione rende utile il lavoro speleo-archeologico: rilievi, fonti storiche, geologia e archeologia permettono di separare le evidenze dalle interpretazioni.

La Grotta Spaccata di Torre Paola si inserisce così nel più ampio sistema di cavità del Circeo. Il promontorio conserva una stratificazione di testimonianze naturali e umane che comprende anche siti di riferimento per la preistoria, come Grotta Guattari. La conoscenza di ciascun ambiente contribuisce alla ricostruzione del paesaggio costiero antico.

Sotterranei di Roma, attività tra ricerca e divulgazione

L’Associazione Sotterranei di Roma opera nello studio, nella documentazione e nella valorizzazione del patrimonio ipogeo di interesse archeologico. La sua attività comprende ricognizioni, rilievi, formazione speleo-archeologica, raccolta di dati e iniziative divulgative. Il rilievo della Grotta Spaccata di Torre Paola è un esempio di questo metodo: la scoperta non si esaurisce nell’accesso alla cavità, ma prosegue con la restituzione topografica, la lettura del contesto e la comunicazione dei risultati.

Nel 2026 l’associazione ha anche programmato il ciclo Lazio Sotterraneo, con visite e percorsi dedicati a cavità naturali, opere idrauliche e siti archeologici del Lazio. Il calendario ha incluso il Labirinto di Roma e i sotterranei di San Giovanni, la Grotta dell’Arco di Bellegra, un trekking degli acquedotti, le torri e le cave romane della Valle Tiberina e l’emissario del lago di Nemi.

Tra le più recenti scoperte rese pubbliche dall’associazione figura il rifugio antiaereo individuato nel 2025 sotto i giardini di viale Carlo Felice, nell’area di San Giovanni a Roma. La galleria, semi-allagata e posta a circa 15 metri di profondità, era stata utilizzata durante la Seconda guerra mondiale dai lavoratori dell’ex deposito ATAG. Nell’ambiente, lungo circa 70 metri, sono stati segnalati componenti originali di autobus e tram degli anni Trenta, inclusi sedili, telai e un cruscotto Fiat. Il caso mostra come la ricerca nel sottosuolo romano possa collegare archeologia industriale, memoria urbana e analisi delle infrastrutture del Novecento.

Nuova carta delle cavità sotterranee di Roma

L’attività di Sotterranei di Roma si colloca in una rete più ampia di conoscenze sul sottosuolo urbano. L’aggiornamento 2026 della Carta delle cavità sotterranee di Roma, curato da ISPRA con CNR-IGAG e Università della Tuscia, ha integrato fonti bibliografiche, archivi cartografici, cartografie archeologiche e indagini dirette. Alla precedente edizione avevano collaborato anche le associazioni Roma Sotterranea e Sotterranei di Roma.

La Carta ha censito circa 5.600 dati puntuali e 1.600 elementi lineari o poligonali in un’area di circa 350 chilometri quadrati. Sono rappresentate cave, catacombe, ipogei, cunicoli idraulici e altre infrastrutture. Il quadro non equivale a un elenco concluso di cavità: è uno strumento dinamico, aggiornabile con nuovi rilievi e con dati georeferenziati più accurati.

Per Roma la cartografia è utile alla ricerca e alla tutela del patrimonio. È rilevante anche per prevenire criticità legate agli sprofondamenti in un territorio segnato da secoli di estrazione di pozzolana e tufo. Per il Circeo, il caso della Grotta Spaccata di Torre Paola ricorda un principio analogo: conoscere le cavità significa documentare luoghi fragili prima di proporne qualsiasi valorizzazione.

Fonti

Grotta di Torre Paola Circeo

L'articolo Grotta Spaccata di Torre Paola, immagini e ricerca al Circeo dopo l’incontro di San Felice proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Grotta Battifratta, nuove ricerche tra clima, riti e frequentazioni nella Sabina preistorica
    Condividi Alla Grotta Battifratta di Poggio Nativo, nel Reatino, uno studio geoarcheologico pubblicato nel 2026 ricostruisce il rapporto tra dinamiche idroclimatiche, depositi carsici e presenza umana dal Neolitico all’età del Bronzo. Grotta Battifratta e la valle del Farfa La Grotta Battifratta si trova in località Casali di Poggio Nativo, lungo il versante sinistro della valle del Riano, piccolo affluente del Farfa. La cavità si apre in una scarpata di travertino attribuita al Sintema di
     

Grotta Battifratta, nuove ricerche tra clima, riti e frequentazioni nella Sabina preistorica

August 26th 2026 at 07:00

Condividi

Alla Grotta Battifratta di Poggio Nativo, nel Reatino, uno studio geoarcheologico pubblicato nel 2026 ricostruisce il rapporto tra dinamiche idroclimatiche, depositi carsici e presenza umana dal Neolitico all’età del Bronzo.

Grotta Battifratta e la valle del Farfa

La Grotta Battifratta si trova in località Casali di Poggio Nativo, lungo il versante sinistro della valle del Riano, piccolo affluente del Farfa. La cavità si apre in una scarpata di travertino attribuita al Sintema di Poggio Moiano, formato nel Pleistocene medio.

Oggi si presenta come un riparo sotto roccia collegato a un cunicolo che conduce a un ambiente interno. La morfologia attuale è il risultato di crolli, erosione e accumuli sedimentari. Alcuni collassi hanno sigillato settori della cavità e antichi accessi, contribuendo alla conservazione di parte del deposito archeologico.

La Grotta Battifratta era già nota per le indagini condotte negli anni Ottanta dall’Istituto Italiano di Paleontologia Umana. I saggi avevano individuato livelli di frequentazione riferibili al Neolitico e all’età del Bronzo. Dal 2021 il sito è tornato al centro delle ricerche con il Farfa Valley Project. Caves, people, and past environments, coordinato dal Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza Università di Roma e diretto da Cecilia Conati Barbaro.[1]

Archeologia della Grotta Battifratta

Le campagne recenti hanno ampliato in modo rilevante il quadro cronologico della Grotta Battifratta. Oltre alle attestazioni neolitiche e dell’età del Bronzo, sono emersi strumenti litici e reperti faunistici riferibili al Paleolitico medio. La sequenza documentata arriva poi fino alle fasi post-medievali.

Il sito conserva quindi tracce di utilizzi diversi e distanti nel tempo. L’attuale imbocco della cavità coincide con lo sbocco di un’antica sorgente, probabilmente stagionale. La disponibilità d’acqua può avere avuto un ruolo centrale nell’attrazione esercitata dal luogo sulle comunità preistoriche.

Nei livelli del Neolitico, datati tra la fine del VI e l’inizio del V millennio a.C., sono stati rinvenuti ceramiche, manufatti litici, resti faunistici e materiali botanici. Le ricerche hanno inoltre restituito resti umani e una statuina antropomorfa in argilla, datata a circa 7.000 anni fa. Il manufatto è oggetto di studio tecnologico e stilistico, per definirne tecniche produttive e possibili riferimenti culturali.[2]

I dati disponibili suggeriscono che la Grotta Battifratta non fosse usata solo per l’approvvigionamento idrico. Le evidenze archeologiche indicano pratiche funerarie e rituali associate ai livelli neolitici. Ceramiche decorate, utensili in selce e ossidiana, ornamenti in osso e resti di fauna sono stati esposti nel 2025-2026 nella mostra Acque nascoste. Grotte e riti nella preistoria della Sabina, al Museo Civico Archeologico di Rieti.[3][4]

Il nuovo studio sul clima

La principale novità emersa nel 2026 riguarda la pubblicazione di uno studio su Quaternary Science Reviews. Il lavoro, firmato da Luca Forti e da un gruppo interdisciplinare di ricercatori, analizza i depositi olocenici della Grotta Battifratta con un approccio integrato.

La ricerca combina dati di scavo, sedimentologia, micromorfologia, geochimica, mineralogia, micropaleontologia e datazioni radiocarboniche. L’obiettivo è capire come si sia formato il riempimento della cavità e in che modo clima, idrologia e attività umane abbiano interagito nel tempo.[5]

Per il Neolitico, lo studio riconosce brevi alternanze tra erosione e deposizione. Questi processi sono collegati a fasi di stabilità dei versanti, ruscellamento superficiale e riattivazioni episodiche del sistema carsico. Il deposito della Grotta Battifratta non rappresenta quindi un semplice accumulo di sedimenti. Registra anche le variazioni delle condizioni ambientali che modificavano l’accessibilità e la funzione della cavità.

Per l’età del Bronzo, le tracce di frequentazione risultano più limitate nello spazio e probabilmente episodiche. Gli autori collegano questa fase a pratiche pastorali e a una riorganizzazione del sistema idrologico carsico. In seguito si sviluppò una sedimentazione carbonatica a bassa energia, legata a condizioni differenti nella circolazione delle acque.[5]

Un archivio geoarcheologico sabino

La Grotta Battifratta conferma il valore delle cavità naturali come archivi complessi. Nei suoi sedimenti si intrecciano eventi di piena, erosione dei suoli, crolli, attività carsica e azioni umane. Ogni livello deve quindi essere letto attraverso il rapporto tra processi naturali e presenza antropica.

Le indagini paleoambientali in corso comprendono lo studio dei pollini, dei carboni, della fauna, dei sedimenti e delle materie prime impiegate per la produzione di strumenti e ceramiche. Queste analisi possono contribuire a ricostruire la vegetazione del passato, le risorse animali sfruttate e le strategie economiche delle comunità che frequentarono la valle del Farfa.

Nel caso della Grotta Battifratta, la ricerca speleologica sostiene direttamente l’archeologia. La conoscenza della cavità, delle sue morfologie, dei depositi e delle dinamiche idriche permette infatti di interpretare meglio la conservazione dei reperti e le trasformazioni del paesaggio preistorico della Sabina.

Fonti

Fonti
[1] Grotta Battifratta https://www.antichita.uniroma1.it/grotta-battifratta
[2] Rare clay figurine found in Lazio dating back 7000 years https://www.uniroma1.it/en/notizia/rare-clay-figurine-found-lazio-dating-back-7000-years
[3] In mostra a Rieti dal 25 ottobre le scoperte nel sito preistorico … https://sabap-met-rm.cultura.gov.it/in-mostra-a-rieti-dal-25-ottobre-le-scoperte-nel-sito-preistorico-della-grotta-battifratta/
[4] Acque nascoste. Grotte e riti della Sabina preistorica https://news.uniroma1.it/25102025_1700
[5] Catalogo dei prodotti della ricerca https://iris.uniroma1.it/handle/11573/1766833
[7] Archeologia dell’edilizia storica e costruzione del documento archeologico. Problemi di popolamento mediterraneo. I. Un’archeologia del costruito per la storia del territorio medievale https://www.openaccessrepository.it/record/61640/files/fulltext.pdf
[8] Poggio Nativo – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Poggio_Nativo
[9] Metamorfosi del paesaggio nella pianura fluviale mantovana (secoli VIII-XIII) https://revistes.ua.es/medieval/article/view/19812/pdf
[10] Chert sources, procurement strategies and mobility in central Italy … https://iris.uniroma1.it/handle/11573/1760926
[11] Grotta Battifratta (Poggio Nativo, Rieti). Un nuovo progetto … https://air.unimi.it/handle/2434/1188955
[12] Discovered Neolithic statuette in Lazio – Prehistory in Italy https://www.preistoriainitalia.it/en/2023/05/18/scoperta-una-statuetta-nel-lazio/
[13] Lazio e Sabina 13 – Atti del Convegno. Roma 25-27 maggio 2022 https://edizioniquasar.it/products/lazio-e-sabina-13
[14] Scintilena – Una luce nel buio – il giornale quotidiano della … https://www.scintilena.com/
[15] Atti del 6° Convegno Nazionale di Archeozoologia https://www.academia.edu/1499788/Atti_del_6_Convegno_Nazionale_di_Archeozoologia
[16] Scavi Archeologici alla Grotta di Battifratta: Un’Opportunità … https://www.scintilena.com/scavi-archeologici-alla-grotta-di-battifratta-unopportunita-per-gli-appassionati/07/10/
[17] The Farfa Valley Project: Grotta Battifratta https://www.ninatorp.com/battifratta.html
[18] Sinkhole: Quando la Terra Sprofonda https://www.scintilena.com/sinkhole-le-cause-delle-voragini-della-terra/10/04/
[19] Italia preistorica in grotta: a fine Ottobre il convegno di San … https://www.scintilena.com/italia-preistorica-in-grotta-a-fine-ottobre-il-convegno-di-san-lorenzo-bellizzi/10/03/
[20] Scintilena – Notiziario di speleologia e del sottosuolo – Scintilena https://www.scintilena.com/page/1191/
[21] Sistemi informativi dinamici a supporto della documentazione archeologica per interventi in emergenza https://oaj.fupress.net/index.php/ra/article/download/14150/11981
[22] Cecilia Conati Barbaro https://research.uniroma1.it/researcher/7244b15667a9b712c877d48d8d089ace0c68ccc4c45dc8b862cd72ae
[23] Scoperta statuetta Neolitica nel Lazio – Preistoria in Italia https://www.preistoriainitalia.it/2023/05/18/scoperta-una-statuetta-nel-lazio/
[24] Grotta Battifratta, il nuovo studio lega clima e presenza umana nel … https://www.scintilena.com/grotta-battifratta-il-nuovo-studio-lega-clima-e-presenza-umana-nel-sito-di-rieti/05/11/
[25] Scavi nazionali https://www.antichita.uniroma1.it/scavi_nazionali
[26] Figurines – Prehistory in Italy https://www.preistoriainitalia.it/en/segnalazioni/statuine/
[27] Poggio Nativo, avviato il Progetto di scavo e valorizzazione delle grotte di Battifratta – Rieti Life https://www.rietilife.com/2021/07/13/poggio-nativo-avviato-il-progetto-di-scavo-e-valorizzazione-delle-grotte-di-battifratta/
[28] Reports – Prehistory in Italy https://www.preistoriainitalia.it/en/segnalazioni/
[29] A 7,000-year-old figurine may hold secrets about ancient rituals on … https://wildhunt.org/2023/05/a-7000-year-old-figurine-may-hold-secrets-about-ancient-rituals-on-the-italian-peninsula.html

L'articolo Grotta Battifratta, nuove ricerche tra clima, riti e frequentazioni nella Sabina preistorica proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Grotte di Arpino, rifiuti in una cavità carsica: verifiche per la bonifica e allarme sulle acque sotterranee
    Condividi La denuncia sulle grotte di Arpino riporta al centro la fragilità del carsismo frusinate Una cavità del sistema carsico di Arpino, in provincia di Frosinone, è stata segnalata come ricettacolo di grandi quantità di rifiuti. La denuncia delle associazioni locali ha portato alla presentazione di un esposto al Comune. L’amministrazione ha avviato verifiche catastali per accertare la proprietà dell’area e definire le eventuali responsabilità per la rimozione dei materiali. In una second
     

Grotte di Arpino, rifiuti in una cavità carsica: verifiche per la bonifica e allarme sulle acque sotterranee

August 25th 2026 at 08:00

Condividi

La denuncia sulle grotte di Arpino riporta al centro la fragilità del carsismo frusinate

Una cavità del sistema carsico di Arpino, in provincia di Frosinone, è stata segnalata come ricettacolo di grandi quantità di rifiuti. La denuncia delle associazioni locali ha portato alla presentazione di un esposto al Comune. L’amministrazione ha avviato verifiche catastali per accertare la proprietà dell’area e definire le eventuali responsabilità per la rimozione dei materiali. In una seconda grotta, a Santopadre, sono state rinvenute carcasse di animali: sono intervenuti i carabinieri e restano al vaglio diverse ipotesi, comprese possibili macellazioni abusive o l’abbandono di animali morti.

Rifiuti nelle grotte di Arpino, il quadro segnalato dalle associazioni

Le grotte di Arpino fanno parte di un territorio ricco di cavità e fenomeni carsici. In una delle cavità raggiungibili dal bosco sarebbero stati gettati metri cubi di rifiuti. Carlo Scappaticci, dell’associazione Arpino Vacanze, ha definito il deposito «recente», ricordando che circa vent’anni fa, al momento della scoperta della cavità, non vi erano rifiuti al suo interno.

La segnalazione non descrive quindi un problema storico ormai stabilizzato. Indica una pressione recente su un ambiente sotterraneo vulnerabile. Il dato sarà da precisare attraverso gli accertamenti tecnici e amministrativi in corso, a partire dalla localizzazione della cavità e dalla titolarità del terreno.

La verifica catastale è un passaggio necessario. Se l’area risultasse privata, l’eventuale bonifica potrebbe ricadere sul proprietario secondo gli esiti dell’istruttoria. Al momento non risultano nel servizio consultato indicazioni su tempi, modalità operative o volume esatto dei materiali da rimuovere.

Carsismo e acque sotterranee nelle grotte di Arpino

Il caso delle grotte di Arpino riguarda direttamente la protezione delle acque. Patrizio Ricciotti, della Federazione Speleologica del Lazio, ha richiamato il legame tra sistemi carsici e risorsa idropotabile. Nel servizio RaiNews ha spiegato che gli inquinanti possono raggiungere rapidamente le sorgenti, soprattutto durante eventi meteorologici intensi.

Il meccanismo è noto a chi opera in ambiente carsico. Fratture, inghiottitoi e condotti sotterranei possono collegare in tempi brevi la superficie alla circolazione idrica profonda. La capacità di filtrazione del sottosuolo non equivale a una barriera sicura contro gli sversamenti. Rifiuti indifferenziati, percolati e carcasse possono rappresentare sorgenti di contaminazione, la cui effettiva incidenza va valutata con sopralluoghi, campionamenti e analisi mirate.

Nel maggio 2026, un progetto divulgativo dedicato alle grotte di Arpino aveva già posto al centro il rapporto tra comportamenti in superficie, qualità delle acque e tutela degli ecosistemi ipogei. L’iniziativa, denominata “Nel Cuore di Arpino – Grotte e Tutela dell’Ambiente”, aveva coinvolto scuole, fotografia e divulgazione sul carsismo locale. La nuova segnalazione rende più concreto quel tema educativo.

Santopadre, carcasse animali in un’altra cavità

A breve distanza da Arpino, nel territorio di Santopadre, è stata indicata un’altra situazione critica. In una grotta sono state trovate carcasse di animali. I carabinieri sono intervenuti sul posto. Tra le possibilità considerate figurano macellazioni abusive, animali deceduti per cause naturali e abbandonati nella cavità per evitare gli oneri di smaltimento.

Non sono elementi che consentono di attribuire responsabilità prima delle verifiche. Resta il rilievo ambientale dell’episodio. Una grotta non è un luogo idoneo per depositare resti animali o scarti. In un sistema carsico, ogni materiale immesso nel sottosuolo deve essere valutato anche in relazione al reticolo delle acque e agli habitat presenti.

Le esplorazioni speleologiche tra Arpino e Frosinone

La ricerca su Scintilena restituisce un quadro di attività e conoscenze che amplia il contesto della denuncia. Ad Arpino, nel 2026, il progetto “Nel Cuore di Arpino” ha valorizzato le cavità del conglomerato arpinate, il Sentiero dei Sotterranei, la Grotta delle Fate e la Grotta dello Zoppo. Il percorso ha prodotto anche il reportage fotografico “Segui il filo: Arpino sotterranea”, collegando patrimonio ipogeo, scuola e tutela ambientale.

Per quanto riguarda le esplorazioni recenti nella provincia di Frosinone, il riferimento più rilevante pubblicato da Scintilena è la Grotta degli Urli, nei Monti Ernici. Nel settembre 2025 il sito veniva indicato come il sistema carsico più esteso del Lazio per sviluppo complessivo, con oltre 6 chilometri di ambienti esplorati tra pozzi e gallerie. Nei due anni precedenti, le attività di Paolo Turrini, Roberto Pettirossi e altri speleologi avevano ampliato in modo significativo la conoscenza della cavità. Le aggiunte riportate comprendevano circa un chilometro di nuovi passaggi nel 2024, con 430 metri nella galleria LiberaDoria e 350 metri nella Via dei Campi Flegrei.

Il confronto è utile. Le grotte di Arpino e i sistemi ipogei del Frusinate non sono spazi marginali. Sono archivi geologici, habitat, percorsi idrici e luoghi di ricerca. La loro conoscenza dipende da esplorazione, documentazione e monitoraggio. La loro tutela richiede anche controlli sul territorio e una gestione tempestiva degli abbandoni.

Verifiche, bonifica e documentazione ambientale

Le priorità indicate dalla vicenda sono chiare: individuare con precisione l’area interessata, stabilire l’origine e la natura dei rifiuti, definire le responsabilità, rimuovere i materiali in condizioni di sicurezza e valutare se occorrano controlli sulle acque o sugli ambienti sotterranei connessi. Ogni operazione dovrebbe evitare ulteriori alterazioni della cavità e conservare la documentazione utile agli accertamenti.

La denuncia sulle grotte di Arpino mostra un contrasto netto tra valorizzazione e abbandono. Da un lato esistono iniziative per far conoscere il patrimonio sotterraneo. Dall’altro, l’uso improprio delle cavità può compromettere in poco tempo ambienti formati in scale geologiche molto più lunghe. Gli esiti delle verifiche comunali e delle indagini a Santopadre chiariranno quali interventi saranno necessari.

Fonti

L'articolo Grotte di Arpino, rifiuti in una cavità carsica: verifiche per la bonifica e allarme sulle acque sotterranee proviene da Scintilena.

❌