Grotta dei Morti / Jama v Griži: carsismo, storia e tragedia sotto il Monte Spaccato
Dal “Foro della Speranza” all’Abisso dei Morti: 160 anni di esplorazioni nel Carso Triestino
Il 7 aprile 2026, la rubrica “Racconti dal Buio” di Radio Fragola accende i microfoni su uno degli abissi più carichi di storia del Carso triestino: la Grotta dei Morti, conosciuta in sloveno come Jama v Griži. Ospiti della puntata sono Moreno Tommasini e Maurizio Radacich del Club Alpinistico Triestino.
Trieste Imperiale Senz’Acqua: la Città che Cercava il Timavo
Nella seconda metà dell’Ottocento, Trieste era una città in trasformazione rapida.
Dai seimila abitanti del 1754, la popolazione era più che triplicata entro il 1800, sotto la spinta del porto franco e del commercio imperiale.
L’acquedotto Teresiano, costruito per volere di Maria Teresa d’Austria, non bastava più. Le siccità estive tornavano periodiche e le autorità municipali dovevano intervenire con commissioni straordinarie.[1]
La soluzione sembrava nascosta sotto terra. Il Timavo — il fiume che nasce in Slovenia come Reka, scompare nelle grotte di San Canziano e riemerge presso San Giovanni di Duino dopo oltre quaranta chilometri di percorso sotterraneo — era un’ossessione idrologica per Trieste.
La scoperta nel 1841 del fiume sotterraneo nella Grotta di Trebiciano aveva alimentato la speranza di intercettarlo più vicino alla città.
Massimiliano d’Asburgo e l’Abate Richard: il Progetto Prende Forma
Nel dicembre 1861, Ferdinando Massimiliano d’Asburgo-Lorena — fratello dell’Imperatore Francesco Giuseppe, futuro imperatore del Messico, all’epoca residente nel suo Castello di Miramare — invitò di propria iniziativa l’abate francese Richard, noto rabdomante e idroscopo, a effettuare ricerche sul costone carsico.
Richard concluse nella sua relazione che il fiume sotterraneo «scorreva lungo il margine dell’altipiano, a poca distanza dalla città». Le indagini si concentrarono sul costone sopra Longera. Il Consiglio Municipale stanziò duemila fiorini. Il cantiere aveva trovato il suo sito: la grotta più vicina all’abitato, già nota ai locali per le correnti d’aria che ne scaturivano — ritenute segnale di grandi vuoti sotterranei.[1]
1862–1864: Tre Anni di Scavi con Cuoio, Mine e Aria Irrespirabile
I lavori iniziarono nel febbraio 1862 sotto la direzione degli ingegneri Vallon e De Rin. Tra gli operai vi era Luca Kralj, 43 anni, contadino di Trebiciano: era stato il primo speleologo a toccare il fiume sotterraneo nella Grotta di Trebiciano, appena un decennio prima. Tornava nel buio carsico, questa volta per cercarlo dall’alto.[1]
I materiali venivano sollevati in sacchi di cuoio. Le mine aprivano i passaggi. L’aria si faceva via via più rarefatta. A 245 metri di profondità, nell’ottobre 1863, fu raggiunta una fessura obliqua da cui proveniva il suono di un lontano stillicidio e la pulsazione dell’aria. Per tre volte la galleria si allagò fino a un metro, e l’acqua che si ritirava lasciava depositi di sabbia — segnale diretto della circolazione freatica carsica sottostante.[1]
Nel maggio 1864, a 254 metri di profondità, i lumi si spegnevano per mancanza di ossigeno. I lavori furono sospesi.[1]
28 Ottobre 1866: l’Esplosione e la Morte nei Gas Tossici
Dopo oltre un anno di iter burocratico per ottenere il materiale esplosivo, il 28 ottobre 1866 venne trasmessa la scintilla elettrica per far esplodere 400 funti di polvere (circa 200 kg) calati in fondo all’abisso. All’esterno non si udì alcun rimbombo. Le vedette postate nelle cavità circostanti non avvertirono nulla.[1]
Convinti che la carica non avesse funzionato, dopo 45 minuti Andrea Fernetich, Luca Kralj e Antonio Kralj scesero a verificare. L’esplosione aveva saturato la grotta di gas tossici. Un pompiere calato in soccorso trovò a 130 metri il corpo di uno dei tre, senza traccia degli altri due.[1]
L’8 novembre 1866, quattro uomini di Corgnale scesero per recuperare le salme, accompagnati dal custode Matteo Kralj — figlio o nipote di uno dei caduti. A 70 metri i gas li costrinsero alla fuga. Matteo Kralj non tornò più su. L’ingresso fu chiuso con un masso, alle famiglie fu assegnata una misera pensione e la grotta prese il suo nome definitivo: Grotta dei Morti.[2][1]
Le Esplorazioni Speleologiche: un Secolo di Tentativi
Il Club Touristi Triestini (1894) e i Resti delle Vittime
Nel 1894 il Club Touristi Triestini visitò la cavità, rinvenendo alcuni resti delle vittime. Le autorità vietarono il recupero. Il crollo di parte dei detriti aveva intanto ostruito la galleria finale.[2]
Ottanta Tonnellate di Pietrame Rimosse nel 1957
Nel 1957 il Gruppo Grotte “Carlo Debeljak” affrontò l’abisso con sei mesi di lavoro e la rimozione di oltre 80 tonnellate di materiale dalla base del primo pozzo. Il limite del 1894 non fu comunque superato.[1]
Il Club Alpinistico Triestino Raggiunge il Fondo nel 2005
Nel 2005, dopo 139 anni, un gruppo di speleologi del Club Alpinistico Triestino raggiunse il punto dell’esplosione e si spinse oltre. Le ossa dei quattro lavoratori si trovano ancora sparse lungo i ripiani della cavità. Non sono mai state recuperate.[3]
Nel 2001, la Commissione Grotte “E. Boegan”, su iniziativa di Luciano Filipas, aveva posto sull’imbocco della grotta una targa con i quattro nomi e le due date: 28 ottobre e 8 novembre 1866.[2]
Nel 2016, Daniela Perhinek, Maurizio Radacich e Moreno Tommasini del CAT pubblicarono il libro «La Caverna sotto il Monte Spaccato. Da Foro della Speranza a Grotta dei Morti» — la ricostruzione completa di centocinquanta anni di esplorazioni, tragedie e speranze speleologiche.[3]
Carsismo: il Fenomeno che ha Scavato l’Abisso
Il Carso Triestino come Laboratorio del Mondo
Il termine “carsismo” deriva proprio dal Carso triestino, la regione dove questo fenomeno fu descritto sistematicamente per la prima volta. Rocce calcaree, acqua e anidride carbonica: tre elementi che, interagendo per milioni di anni, hanno creato l’altopiano carsico con le sue doline, gli inghiottitoi e i sistemi di gallerie sotterranee. L’acqua meteorica, arricchendosi di CO2, forma acido carbonico che dissolve il carbonato di calcio e lo asporta sotto forma di bicarbonato solubile.
Il Carso Triestino: Calcari Marini dal Cretacico all’Eocene
Il Carso triestino è costituito da rocce sedimentarie carbonatiche di origine marina: calcari, calcari dolomitici e dolomie, di età compresa tra il Cretacico superiore e l’Eocene. La scomparsa della coltre di flysch — alternanza di arenarie e marne — che copriva i sottostanti calcari è stata determinante per l’evoluzione carsica. L’altopiano è caratterizzato dall’assenza quasi totale di idrografia superficiale: l’acqua scompare rapidamente nel sottosuolo attraverso fessure, doline e inghiottitoi.
Le Forme del Carsismo: Doline, Pozzi e Concrezioni
Le morfologie superficiali del carsismo includono doline (depressioni a imbuto), uvale (più doline fuse insieme), polje (vaste depressioni pianeggianti), karren (solchi di dissoluzione sulla roccia) e inghiottitoi. Nel sottosuolo, la dissoluzione crea abissi a sviluppo prevalentemente verticale — come la Grotta dei Morti — oppure gallerie sub-orizzontali, condotte freatiche sommerse e sale ornate da stalattiti, stalagmiti e altre concrezioni calcitiche.
La zona epifreatica — oscillante tra zona vadosa e freatica a seconda delle stagioni — è soggetta sia a dissoluzione chimica che a erosione meccanica. Le allagazioni temporanee registrate nella Grotta dei Morti durante gli scavi del 1862–1864 erano probabilmente manifestazioni di questa circolazione, non ancora compresa nella sua complessità dall’epoca. Il percorso completo del Timavo nel sottosuolo carsico rimane ancora oggi oggetto di ricerca attiva.
Radio Fragola e “Racconti dal Buio”: la Speleologia ogni Martedì in Onda
“Racconti dal Buio – Carsismo e Speleologia raccontati da chi indaga i misteri del mondo sotterraneo” va in onda ogni martedì alle ore 20:00 su Radio Fragola (FM 104.6–104.8 a Trieste, streaming su www.radiofragola.com). La rubrica propone 60 minuti dedicati a grotte, acque sotterranee, Carso triestino, fauna ipogea e sotterranei urbani, con ospiti che intrecciano geologia, biologia, storia e archeologia. Il progetto, avviato a gennaio 2026, porta la speleologia a un pubblico più ampio.
Moreno Tommasini è direttore della Scuola di Speleologia del Club Alpinistico Triestino e istruttore di tecnica speleologica. Maurizio Radacich è speleologo del CAT e coautore del libro del 2016 sulla Grotta dei Morti. Entrambi fanno parte del gruppo che nel 2005 ha compiuto le esplorazioni più recenti della cavità. Il Club Alpinistico Triestino APS è attivo dal 1945.[3]
L'articolo Grotta dei Morti / Jama v Griži: carsismo, storia e tragedia sotto il Monte Spaccato proviene da Scintilena.