Malpasset 1959, quando cede la roccia
La storia dell’acqua – Terzo capitolo. Il 2 dicembre 1959 crolla la diga ad arco sul Reyran, nell’entroterra di Fréjus. Per comprendere una delle più gravi catastrofi francesi bisogna guardare sotto il cemento, nelle fratture della montagna e nell’acqua che vi penetra
Nomen omen, dicevano i latini: nel nome, il destino.
E nel caso di Malpasset il nome sembra quasi una premonizione.
L’antico toponimo indicava infatti un luogo di difficile passaggio, un “cattivo passaggio”, una zona impervia nella quale, secondo la tradizione locale, i viaggiatori potevano anche rischiare di essere assaliti dai briganti.
Secoli dopo quel nome rimane legato a un’altra terribile storia.
È qui, in una stretta valle attraversata dal Reyran, nell’entroterra di Fréjus, che continua la nostra storia dell’acqua.
Dopo Gleno e Molare siamo ormai vicinissimi alla Liguria.
Ma questa volta, per comprendere ciò che accade, non basta guardare l’acqua.
Non basta neppure guardare la diga.
Bisogna guardare dentro la montagna.
Una diga per l’acqua
Nel dopoguerra la costa del Var cresce rapidamente. Servono acqua per la popolazione, per l’agricoltura e per un territorio nel quale si sta sviluppando anche il turismo.
Nel 1950 viene approvata la costruzione di una diga sul Reyran, torrente quasi asciutto per gran parte dell’anno ma capace di piene violente.
Nasce una grande diga a volta sottile, alta circa 60 metri.
È una struttura elegante: la pressione dell’acqua non viene contrastata soltanto dal peso del cemento, ma trasferita attraverso la volta alle pareti rocciose della valle.
Ed è proprio qui che si nasconde il punto debole.
Ed è proprio qui che si nasconde il punto debole.
La diga e la montagna
Per una diga ad arco il terreno di fondazione non è semplicemente il luogo sul quale costruire.
Fa parte della struttura.
La spinta dell’acqua viene trasferita attraverso la volta agli appoggi laterali. La sicurezza dell’opera dipende quindi anche dalla resistenza delle pareti della valle, dalla disposizione delle fratture, dalle discontinuità e dalla circolazione dell’acqua.
A Malpasset il calcestruzzo della diga risulterà di buona qualità.
Il problema è nelle fondazioni.
L’acqua penetra nelle fratture e genera pressioni, mentre l’aumento delle sollecitazioni modifica il comportamento dell’ammasso sul quale poggia lo sbarramento.
Sono fenomeni di meccanica delle rocce che all’epoca non sono ancora adeguatamente conosciuti.
Qui la nostra storia diventa anche storia dell’acqua sotterranea.
Quella che non vediamo.
2 dicembre 1959
Da giorni piove intensamente.
Il livello del bacino continua a salire. Il 2 dicembre l’acqua raggiunge quote mai toccate prima e, nel tardo pomeriggio, viene ordinata l’apertura dello scarico.
Ma ormai la situazione è critica.
Poco dopo le 21.10, la diga cede.
Circa 50 milioni di metri cubi d’acqua precipitano nella valle del Reyran.
In pochi istanti una massa enorme di acqua, fango e detriti si mette in movimento verso Fréjus.
L’onda travolge tutto ciò che incontra: abitazioni, strade, ponti, campi e infrastrutture.
Quando raggiunge la pianura, la sua forza è ancora devastante.
Il bilancio è terribile: 423 morti e dispersi.
Cercare sotto terra
C’è un particolare della storia di Malpasset che interessa particolarmente chi si occupa di sottosuolo.
Durante la costruzione non viene realizzata la consueta galleria provvisoria di deviazione del torrente, anche perché il Reyran rimane asciutto per gran parte dell’anno.
Le analisi successive metteranno in evidenza un elemento sorprendente: una galleria scavata nella sponda interessata avrebbe potuto attraversare una delle principali discontinuità geologiche coinvolte nel cedimento.
Non possiamo sapere se questo avrebbe evitato la tragedia.
Ma quello scavo avrebbe consentito di osservare dall’interno la struttura geologica e avrebbe potuto fornire informazioni preziose.
Per chi esplora grotte e cavità artificiali è un concetto familiare: il sottosuolo può mostrare ciò che la superficie nasconde.
Fratture, faglie e infiltrazioni diventano leggibili quando è possibile osservarle direttamente.
A Malpasset, ciò che non si vede diventa determinante.
Dopo Malpasset
Le indagini sulla catastrofe durano anni.
La giustizia francese non individua responsabilità penali dei costruttori. Gli studi tecnici concentrano invece l’attenzione sulle condizioni delle fondazioni, sulle pressioni generate dall’acqua e sull’assetto geologico della sponda sinistra.
Malpasset diventa così un caso fondamentale per lo sviluppo della moderna meccanica delle rocce applicata alle grandi dighe.
La tragedia contribuisce anche a modificare il sistema francese di controllo delle grandi opere idrauliche, rafforzando le verifiche sui progetti, sulla geologia dei siti e sulla sorveglianza degli sbarramenti.
La lezione è chiara: una grande opera non può essere separata dalla conoscenza profonda del territorio nel quale viene inserita.
Le rovine
Oggi Malpasset è ancora lì.
Non una diga ricostruita, ma una diga spezzata.
Una parte della volta rimane aggrappata alla parete della valle, mentre enormi blocchi di calcestruzzo giacciono sul fondo, alcuni trascinati lontano dalla violenza dell’acqua.
Camminare tra quelle rovine significa leggere ciò che è accaduto.
I frammenti dello sbarramento e i massi disseminati lungo il Reyran raccontano ancora fisicamente la potenza dell’onda.

È archeologia industriale, geologia e memoria nello stesso luogo.
Dopo Gleno e Molare, Malpasset aggiunge così un nuovo elemento alla nostra storia.
Non basta conoscere l’acqua che vediamo.
Bisogna comprendere anche quella che non vediamo, capace di penetrare nelle fratture ed esercitare pressioni profonde.
La storia dell’acqua continua
Passano appena quattro anni.
È il 9 ottobre 1963.
Torniamo in Italia, in una stretta valle tra Veneto e Friuli.
Davanti a noi c’è una diga ancora più alta.
Ma al Vajont la diga non crolla.
Rimane in piedi.
Questa volta sarà la montagna a entrare nell’acqua.
E comincerà un nuovo, terribile capitolo della nostra storia.

Capitolo 0: Glori Castellaro https://www.scintilena.com/la-galleria-glori-castellaro-viaggio-nel-cuore-della-valle-argentina/08/22/
Capitolo 1 Gleno, la Diga spezzata https://www.scintilena.com/gleno-la-diga-spezzata/09/01/
Capitolo 2 Molare 1935, quando l’acqua trovò un’altra strada https://www.scintilena.com/molare-1935-quando-lacqua-trovo-unaltra-strada/09/08/
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