Pokud se situace změní a nebudete moci přijít, napište nám prosím zprávu (na mail csszo611@gmail.com), ať místa uvolníme. Pokud se na vás nedostalo a půjdete kolem, můžeme vás zkusit zařadit místo někoho, kdo bez omluvy nedorazí (i to se bohužel stává).
Není nad to skočit si na chvíli do jeskyně! Letošní suchý rok otevřel po dlouhé době cestu Novou Ochozskou až na její konec, tedy alespoň pod propadání. Chodba Sifonová, kde je momentální konec jeskyně, zůstává stále uzavřena vodní hladinou. Za vodu v Sifonové chodbě mohou patrně přívalové deště, které naplní odtoky směrem k Estavele, ale nepřetečou do Nové Ochozské. Vody je tedy málo, ne však dost na to, abychom se podívali tak jako v roce 2012 do III. sifonu chodby Sifonové.
Ve spolupráci s ZO 6-12 jsme se pokusili o revizní kontrolu komínu č. 1, který byl naposledy zdolán v roce 1989. Jak uvádí publikace Jeskyně v povodí Říčky (J. Himmel – P. Himmel, 2012): „Komín 1 pod Hostěnickým propadáním končí neprůlezně 15 m nad řečištěm.“ Lezení v komíně je náročnější, než se zdá a na fotografii neprůlezné části si proto ještě musíme počkat. Uvidíme, kdo bude rychlejší, zda déšť, nebo my v komíně. Třeba dojde i na radiomaják…
Dnes se krátce podíváme na klasické pomůcky pro mapování jeskyní, tedy na přístroje typu Disto. Ty všichni dobře známe a v průzkumu jeskyní mají stále své nezastupitelné místo. Během posledních měsíců ožilo několik projektů, které se na tuto problematiku zaměřují. Objevili se nástupci přístroje DistoX/SAP, kteří jsou opět k dostání. Pokud si tedy nechcete stavět „vlastní“ kus, otevírá se nyní možnost si přístroj pořídit plně sestavený a otestovaný.
Klasika, o které slyšel každý a od které se všichni další výrobci odrazili. Švýcarský jeskyňář Beat Heeb přišel s úpravou laserového dálkoměru Leica X310, kterou přizpůsobil potřebám jeskyňářů (integroval kompas a sklonoměr). Přístroj umožňuje okamžitý bezdrátový přenos dat do kapesního počítače či tabletu přímo během mapování podzemí.
La storia dell’acqua – Primo capitolo. Nel 1923 il crollo della diga della Val di Scalve provoca 356 vittime. Archi, condotte e opere artificiali restano raccontare il difficile rapporto tra l’uomo, l’acqua e la montagna
Le recenti serate dedicate alla diga mai realizzata di Glori-Castellaro e alle sue gallerie mi hanno spinto ad approfondire la storia delle grandi opere idrauliche e dei disastri che hanno segnato il Novecento. Nasce così “La storia dell’acqua”, un viaggio tra dighe, territorio, cavità artificiali e memoria. Il primo capitolo ci porta al Gleno.
A Pian del Gleno, a circa 1.500 metri di quota, la diga sembra interrompersi nel mezzo.
Due grandi ali ad archi multipli rimangono appoggiate ai fianchi della montagna. In mezzo, un enorme vuoto.
Non è un’opera rimasta incompiuta. Quel vuoto è ciò che resta della mattina del 1° dicembre 1923.
È da qui che comincia il nostro viaggio nella storia dell’acqua: una storia fatta di montagne e torrenti, ma anche di dighe, gallerie, condotte e cavità artificiali costruite dall’uomo per raccogliere l’acqua, deviarla e trasformarne la forza in energia.
Quando l’acqua diventa energia
All’inizio del Novecento l’industrializzazione aumenta rapidamente la richiesta di energia elettrica. Le valli alpine, con i loro torrenti e i grandi dislivelli, diventano luoghi ideali per lo sviluppo dell’idroelettrico.
Sul torrente Povo, in Val di Scalve, nasce il progetto del Gleno. L’acqua raccolta nell’invaso deve alimentare un sistema idroelettrico composto da opere di derivazione, condotte e centrali a valle.
Il progetto originario prevede una diga a gravità. Ma mentre il cantiere procede cambia radicalmente: sulla struttura già realizzata nella parte centrale della valle, il cosiddetto tampone, viene impostata una diga ad archi multipli sostenuti da contrafforti.
Nasce così un’opera particolare, frutto della sovrapposizione di concezioni strutturali differenti.
Dentro quella massa di muratura e calcestruzzo esiste anche un elemento che interessa particolarmente chi si occupa di cavità artificiali: sul fondo della valle viene realizzato un tombone con una luce di circa quattro metri, destinato allo scarico di fondo. Quando il progetto della diga cambia, la struttura viene conservata e incorporata nella nuova opera.
Un passaggio artificiale nel cuore dello sbarramento, costruito per restituire all’acqua una via d’uscita controllata.
Una valle dentro la montagna
La Val di Scalve è, del resto, una terra abituata al sottosuolo.
Poco lontano, le rocce carbonatiche del massiccio della Presolana custodiscono cavità naturali, mentre a Schilpario chilometri di gallerie minerarie raccontano un’altra storia dell’uomo dentro la montagna.
Anche le opere idroelettriche appartengono a questo paesaggio nascosto: condotte, scarichi, canali e passaggi scavati nella roccia accompagnano l’acqua nel suo percorso verso le centrali.
Una diga, quindi, non è soltanto il grande muro che appare nel paesaggio. Esiste anche una parte meno visibile, fatta di strutture costruite per intercettare, incanalare e controllare l’acqua.
Le perdite
Ma al Gleno l’acqua comincia presto a trovare altre strade.
La diga del Gleno nel 1923, prima del disastro. Foto: autore sconosciuto, da Il disastro del Gleno – Wikimedia Commons, pubblico dominio
Già durante i primi riempimenti vengono segnalate infiltrazioni intorno al tampone e nelle murature della base. Con l’aumentare del livello dell’invaso aumentano anche le perdite.
Nell’autunno del 1923 il bacino raggiunge il massimo riempimento.
La diga è praticamente terminata.
1° dicembre 1923
Sono circa le 7.15 del mattino.
La parte centrale dello sbarramento cede.
Si apre una breccia di circa 80 metri e milioni di metri cubi d’acqua precipitano nella valle. L’onda trascina rocce, alberi, fango e detriti, investe Bueggio e Dezzo, percorre la Val di Scalve e raggiunge la Val Camonica, continuando la sua corsa fino al lago d’Iseo.
Il bilancio ufficiale conta 356 vittime.
Non è soltanto la storia di una calamità naturale.
Le indagini e il successivo processo portano al centro dell’attenzione il progetto, le modifiche introdotte durante la costruzione, la qualità dei materiali e le modalità con cui l’opera viene realizzata e controllata.
Il Gleno diventa così uno dei casi più significativi nella storia italiana della sicurezza delle grandi opere idrauliche.
La diga che racconta ancora
Oggi rimangono i due tronconi laterali della diga e il grande squarcio centrale.
È archeologia industriale, ma anche qualcosa di più.
Osservando gli archi, i contrafforti e ciò che resta delle strutture idrauliche è ancora possibile leggere fisicamente una parte della storia dell’opera. Anche gli studi moderni, attraverso rilievi tridimensionali, analisi dei materiali e verifiche strutturali, continuano a interrogare quei ruderi.
Camminare fino al Gleno significa quindi entrare in un luogo della memoria, ma anche osservare da vicino il rapporto tra acqua e montagna, tra tecnica e territorio, tra ciò che l’uomo progetta e ciò che realmente costruisce.
E forse è proprio questo il motivo per cui, a più di un secolo di distanza, il Gleno continua a parlarci.
Geologia, idrologia, qualità dei materiali, progettazione e controlli non sono elementi separati da una grande opera: sono parte del territorio nel quale quell’opera deve vivere.
Darfo, dicembre 1923, dopo il disastro del Gleno. L’onda percorre la Val di Scalve e la Val Camonica, lasciando dietro di sé distruzione e 356 vittime. Foto: autore sconosciuto, da Il disastro del Gleno – Wikimedia Commons, pubblico dominio
Il grande vuoto al centro della diga rimane a ricordarlo.
Se qualche lettore è stato recentemente al Gleno e vuole condividere fotografie della diga e delle sue strutture, ci farà piacere aggiungerle a questo articolo, citando naturalmente l’autore.
La storia dell’acqua continua
Gleno è soltanto il primo capitolo.
Nel corso del Novecento altre dighe, bacini e grandi opere legate all’acqua diventano teatro di tragedie: Molare nel 1935, Malpasset in Francia nel 1959, il Vajont nel 1963, Stava nel 1985.
Sono storie profondamente diverse, che non devono essere confuse né sovrapposte. Ma tutte riportano alla stessa domanda: quanto conosciamo davvero l’acqua, la roccia e il territorio prima di cercare di trasformarli?
Ne parleremo ancora.
Raccontare la storia dell’acqua significa raccontare anche la storia dell’uomo, delle sue opere, dei suoi errori e della memoria che questi luoghi continuano a custodire.
Foto di copertina: la diga spezzata del Gleno. A oltre un secolo dalla tragedia del 1° dicembre 1923, il grande vuoto al centro dello sbarramento racconta ancora la forza dell’acqua e gli errori dell’uomo. Foto: Gcanca/Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
La Federazione Speleologica Toscana rinnova l’adesione a “Puliamo il Buio”, l’iniziativa nazionale dedicata alla salvaguardia degli ambienti ipogei. L’appuntamento è domenica 13 settembre alla Buca di Pianiza dell’Alpe S. Antonio, nel Comune di Molazzana, in una giornata che quest’anno assume anche un particolare valore simbolico.
La Federazione Speleologica Toscana (FST) ha pubblicato sul proprio sito l’articolo dedicato all’edizione 2026 di “Puliamo il Buio”, l’iniziativa ideata dalla Società Speleologica Italiana (SSI) in collaborazione con Legambiente, alla quale anche quest’anno la Federazione toscana ha scelto di aderire.
L’intervento è in programma domenica 13 settembre 2026 presso la Buca di Pianiza dell’Alpe S. Antonio (2385 T/LU), nel territorio del Comune di Molazzana, in provincia di Lucca.
L’operazione rientra nelle attività di tutela e sensibilizzazione dedicate al mondo sotterraneo e punta ancora una volta l’attenzione su un problema spesso poco visibile all’esterno: l’abbandono di rifiuti nelle grotte, negli inghiottitoi e negli ambienti carsici.
“Puliamo il Buio” porta infatti sottoterra lo spirito delle campagne ambientali dedicate alla pulizia del territorio, coinvolgendo direttamente gli speleologi nell’individuazione, documentazione e rimozione dei rifiuti presenti nelle cavità naturali.
Un 13 settembre dal significato particolare
L’edizione di quest’anno assume inoltre un valore speciale. La giornata scelta per l’intervento coincide infatti con la prima celebrazione della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, istituita dall’UNESCO.
La concomitanza lega idealmente l’azione concreta di pulizia della Buca di Pianiza a un messaggio più ampio: le grotte e i territori carsici sono ambienti naturali delicati, archivi di storia geologica e climatica, habitat e riserve d’acqua che richiedono conoscenza, attenzione e tutela.
Per gli speleologi, la frequentazione del mondo sotterraneo non significa soltanto esplorazione e ricerca. Significa anche assumersi la responsabilità della sua conservazione, documentare le situazioni di degrado e contribuire alla diffusione di una maggiore consapevolezza sul valore degli ambienti ipogei.
La FST rinnova l’impegno per Puliamo il Buio
Con l’appuntamento alla Buca di Pianiza, la Federazione Speleologica Toscana rinnova dunque la propria partecipazione alla campagna promossa dalla SSI insieme a Legambiente, trasformando la Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo in un’occasione concreta di intervento sul territorio.
L’iniziativa del 13 settembre a Molazzana sarà così non soltanto una giornata dedicata alla rimozione dei rifiuti dal sottosuolo, ma anche un momento per richiamare l’attenzione sul ruolo che la speleologia può svolgere nella conoscenza, nel monitoraggio e nella protezione del patrimonio carsico.
Avevamo già anticipato l’iniziativa lo scorso luglio, annunciando la scelta della Buca di Pianiza come luogo dell’intervento 2026. La nuova comunicazione della Federazione Speleologica Toscana conferma ora l’appuntamento del 13 settembre e invita a conoscere più nel dettaglio l’operazione attraverso l’articolo pubblicato sul sito della FST.