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Le necropoli etrusche di Grotte di Castro: “case per l’eternità»»” scavate nel tufo della Tuscia

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Sul colle della Civita, tra Bolsena e il Fiora, tre grandi necropoli etrusche raccontano l’idea di una dimora sotterranea pensata per accompagnare i defunti in un aldilà concepito come continuità della vita.


Contesto storico-geografico delle necropoli etrusche di Grotte di Castro

Grotte di Castro sorge su una rupe tufacea nel cuore della Tuscia, in posizione strategica tra il lago di Bolsena e la media valle del Fiora, a metà strada tra le antiche città etrusche di Vulci e Volsinii (l’attuale Orvieto). Sul colle di fronte al borgo, chiamato “Civita”, si sviluppò tra la seconda metà dell’VIII e il VI secolo a.C. un importante abitato etrusco, oggi quasi completamente scomparso, ma la cui presenza è testimoniata dalle tre grandi necropoli scavate nel tufo: Vigna la Piazza, Centocamere e Pianezze.

Queste necropoli non erano semplici cimiteri. Erano veri e propri quartieri funerari, progettati per accompagnare i defunti in un aldilà concepito come una continuazione della vita terrena.


Vigna la Piazza: le origini della necropoli etrusca di Grotte di Castro

Cronologia e tipologia delle tombe a fossa

La necropoli di Vigna la Piazza rappresenta la fase più antica dell’insediamento della Civita. Si data alla seconda metà dell’VIII – inizi VII secolo a.C., ed è quindi la più antica delle tre. La tipologia dominante è quella delle tombe a fossa con circolo di pietre, talvolta con sarcofago ligneo o litico.

Singolarit຺ nel panorama etrusco

Vigna la Piazza rappresenta una singolarità nel panorama etrusco per la presenza di tombe a fossa con circolo, segno di un rituale funerario arcaico e di legami con centri vicini come Bisenzio, Arlena e Orvieto. Documenta la fase più antica dell’insediamento della Civita, con sepolture individuali che riflettono una società ancora in formazione.


Centocamere: la necropoli “labirintica” del VII secolo a.C.

Struttura e sistema di cunicoli nel tufo

La necropoli di Centocamere deve il suo nome alle numerose tombe collegate tra di loro da un intricato sistema di fori e di cunicoli aperti nelle pareti delle camere funerarie, in parte realizzati dai tombaroli per passare più agevolmente dall’una all’altra struttura. Tutta la collina di Centocamere risulta interessata dalla presenza di strutture funerarie scavate nella roccia tufacea, disposte almeno su tre ordini, per un totale di oltre cinquanta tombe con deposizioni plurime.

Cronologia e tomba monumentale CC4

Le tombe fino ad ora indagate mostrano un arco cronologico compreso nel VII secolo a.C., ponendosi in una fase più antica rispetto alla necropoli di Pianezze, utilizzata per tutto il VI secolo a.C. La tomba monumentale CC4 si sviluppa per 16 metri, con cinque camere coassiali e tre laterali, per un totale di 19 inumati. Le tombe si sviluppano lungo un asse perpendicolare all’ingresso, con camere laterali; alcune furono riutilizzate in epoca medievale come colombai.

Percorso funerario e sentiero antico

Gli scavi hanno rivelato un tratto del sentiero antico usato durante i funerali, con gradini intagliati nel tufo per superare i punti più ripidi. Il sito è aperto all’aria aperta, accessibile da un sentiero che parte dalla strada per Onano.


Pianezze: le “case per l’eternità” degli Etruschi nel tufo

Struttura delle tombe a camera con dromos

Situata a circa tre chilometri a sud di Grotte di Castro, la necropoli di Pianezze rientra in un più ampio complesso cimiteriale che va riferito all’abitato etrusco che sorgeva sopra il colle denominato La Civita. In uso tra il VII e il V secolo a.C., è caratterizzata dalla presenza di 24 tombe monumentali a camera, accessibili tramite un dromos, un corridoio a cielo aperto che scende nella roccia e immette in un atrio, dal quale si aprono le stanze secondarie dove riposavano i defunti.

La Tomba Rossa e le decorazioni domestiche

La tomba più celebre è la Tomba Rossa, con colonna e mensola dipinte di rosso vivo per imitare gli arredi domestici. Ogni tomba è diversa, adattata alla qualità del tufo o alle richieste della famiglia, riflettendo l’idea di una casa personalizzata per il defunto.


L’idea etrusca di “casa per l’eternità” nelle necropoli di Grotte di Castro

Per gli Etruschi, la tomba non era un luogo di fine, ma di continuità. Le necropoli di Grotte di Castro lo dimostrano in modo eccezionale. Riproducevano gli ambienti domestici: atri, stanze, soglie, tetti a doppio spiovente scolpiti nella roccia. Gli arredi scolpiti e dipinti includevano colonne, mensole, letti funebri (klinai) e persino decorazioni parietali che imitavano le case dei vivi.

I defunti erano inumati in fosse o loculi, accompagnati da corredi funerari (ceramiche, armi, gioielli) che riflettevano il loro status e la vita quotidiana. I dromoi e i sentieri funerari non erano solo accessi, ma spazi di transizione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Questa concezione della morte come “casa per l’eternità” è uno degli aspetti più originali e commoventi della civilt຺ etrusca, e Grotte di Castro ne è una delle testimonianze più integre e suggestive.


Visita e valorizzazione del Parco Archeologico di Grotte di Castro

Oggi le necropoli di Pianezze e Centocamere sono adibite a Parco Archeologico e visitabili con biglietto cumulativo. Il Museo Civico Archeologico “Civita”, ospitato nel palazzo progettato dal Vignola, espone corredi funerari e ricostruisce in scala reale una tomba a camera, offrendo un percorso tematico sul mondo dell’aldilà e sulla vita quotidiana degli Etruschi.

Con lo stesso biglietto museale è possibile visitare le necropoli di Pianezze e Centocamere, approfondendo la storia millenaria di questa regione. Gli orari possono variare, perciò si consiglia di verificare con anticipo contattando il museo o consultando i siti ufficiali.


Fonti

Tuscia Grotte di Castro

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Perù, una tomba rimasta intatta per 600 anni svela i segreti della civiltà Chimú

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A Chan Chan scoperta una piattaforma funeraria con i resti di 38 individui e preziosi corredi. Il contesto archeologico quasi indisturbato potrà fornire nuove informazioni sui rituali e sulla società che precedette l’espansione degli Inca

Una piattaforma funeraria rimasta pressoché intatta per oltre 600 anni è stata scoperta dagli archeologi a Chan Chan, sulla costa settentrionale del Perù, antica capitale del regno Chimú e una delle più importanti città dell’America preispanica.

Il ritrovamento è avvenuto nel complesso fortificato di Utzh An, conosciuto in passato come Palazzo Gran Chimú. All’interno della struttura sono stati individuati i resti di 38 persone, accompagnati da ornamenti, oggetti cerimoniali, armi ed emblemi metallici. Un individuo, rinvenuto nella camera principale insieme a manufatti in conchiglia e metallo, potrebbe essere appartenuto all’élite Chimú.

La piattaforma funeraria scoperta nel complesso archeologico di Chan Chan, in Perù. Foto: Luis Puell / Agencia Andina

Particolarmente interessanti sono le tracce di pigmentazione rossa osservate su alcuni resti e reperti. Potrebbero essere riconducibili al cinabro, minerale composto da solfuro di mercurio utilizzato come pigmento rosso in contesti funerari di alto rango nelle società andine. Saranno tuttavia le analisi di laboratorio a stabilirne con certezza la composizione.

Dal punto di vista scientifico, il valore della scoperta risiede soprattutto nell’eccezionale conservazione del contesto. Molte sepolture dell’élite Chimú conosciute dagli studiosi erano state saccheggiate in passato, separando i reperti dai luoghi e dagli individui ai quali appartenevano. Qui gli archeologi possono invece analizzare ossa, posizione dei corpi, oggetti, pigmenti e struttura funeraria nelle loro associazioni originarie, ricostruendo con maggiore precisione rituali e gerarchie sociali.

Alcuni dei manufatti metallici rinvenuti nel contesto funerario di Chan Chan. Foto: Luis Puell / Agencia Andina

Un individuo presenta inoltre una deposizione insolita: il corpo era completamente disteso, mentre nelle sepolture Chimú sono più comuni posizioni flesse o sedute. Una differenza che apre interrogativi sul suo ruolo e sul significato del rituale funerario.

La civiltà Chimú prosperò sulla costa settentrionale del Perù prima dell’espansione incaica, con Chan Chan come grande centro politico. E il sito potrebbe conservare ancora moltissime sorprese: secondo il responsabile degli scavi Jorge Meneses, non più del 7% dell’intera area di Chan Chan è stato finora scavato.

Alcuni dei manufatti metallici rinvenuti nel contesto funerario di Chan Chan. Foto: Luis Puell / Agencia Andina

Fonti e approfondimenti

ANSA – Scoperta eccezionale in Perù, trovata una tomba pre-incaica di oltre 600 anni
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/09/10/scoperta-eccezionale-in-peru-trovata-una-tomba-pre-incaica-di-oltre-600_7df618f0-6cc4-454f-8bd2-66cc4735696d.html

El País – An intact tomb preserved for 600 years opens a window onto the world of the Chimú elite in Peru
https://english.elpais.com/culture/2026-09-10/an-intact-tomb-preserved-for-600-years-opens-a-window-onto-the-world-of-the-chimu-elite-in-peru.html

El Peruano – Hallazgo inédito en Chan Chan: descubren plataforma funeraria con 38 individuos de alto estatus
https://elperuano.pe/noticia/304310-hallazgo-inedito-en-chan-chan-descubren-plataforma-funeraria-con-38-individuos-de-alto-estatus

EFE – approfondimento sulla scoperta archeologica di Chan Chan
https://efe.com/cultura/2026-09-09/chan-chan-peru-chimu/

Chi erano i Chimú

La civiltà Chimú si sviluppò lungo la costa settentrionale dell’attuale Perù tra circa il IX e il XV secolo, prima della conquista da parte degli Inca. Il suo centro politico era Chan Chan, nei pressi dell’odierna Trujillo, una vastissima città costruita prevalentemente in terra cruda e oggi riconosciuta come Patrimonio Mondiale UNESCO. I Chimú crearono un potente regno costiero, basato su un’agricoltura sostenuta da sofisticati sistemi di irrigazione, e raggiunsero livelli notevoli nella lavorazione dei metalli, nei tessuti e nell’artigianato. Intorno al 1470 il regno di Chimor venne incorporato nell’Impero Inca, pochi decenni prima dell’arrivo degli Spagnoli.

Fotografie: Luis Puell – Agencia Andina©Editora Perú – – https://andina.pe/agencia/galeria-extraordinario-hallazgo-chan-chan-descubren-plataforma-funeraria-restos-38-individuos-alto-estatus-30392.aspx

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Arte rupestre post-paleolitica: nuove ricerche e metodi digitali

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Il volume nato dall’incontro di Camaiore riunisce dati da molte regioni italiane, casi di studio in cavità e all’aperto, tecniche di documentazione 3D, analisi diagnostiche e applicazioni dell’intelligenza artificiale.

L’arte rupestre post-paleolitica italiana torna al centro di una pubblicazione che raccoglie ricerche territoriali e riflessioni metodologiche. Il volume, curato da Anna Maria Tosatti, Francesco Marco Paolo Carrera, Renata Grifoni Cremonesi e Dario Sigari, deriva dal XII Incontro Annuale di Preistoria e Protostoria. L’appuntamento si svolse il 19 e 20 maggio 2023 al Museo Civico Archeologico di Camaiore, in provincia di Lucca.

Gli Atti sono pubblicati nel 2026 nella collana Access Archaeology di Archaeopress. Il libro propone un quadro articolato di incisioni, pitture e altre manifestazioni grafiche realizzate dalla preistoria recente alle fasi storiche. L’attenzione riguarda anche le condizioni materiali dei supporti rocciosi, la tutela e le difficoltà di interpretazione.

Arte rupestre post-paleolitica tra territori e contesti

L’espressione arte rupestre post-paleolitica comprende testimonianze molto diverse per cronologia, tecnica e significato. Nel volume sono esaminati siti dell’area apuana e versiliese, del Trentino, della Calabria, della Sicilia, dell’Abruzzo, del Gargano, delle Marche e della Valcamonica. Lo sguardo si estende anche alla Sardegna e a contesti fuori dall’Italia, come la Grotta dei Nuotatori nel Gilf Kebir egiziano.

La ricognizione geografica non è soltanto un catalogo di località. I contributi mettono in relazione segni, rocce, percorsi, visibilità e paesaggi. Alcune evidenze sono collocate in aree aperte e in punti di transito. Altre sono associate a ripari e cavità con caratteristiche topografiche specifiche. Per chi studia gli ambienti sotterranei, questo aspetto è rilevante: la posizione di una parete dipinta o incisa può concorrere a definire la funzione del luogo e le modalità di frequentazione.

Gli autori invitano a non ricondurre automaticamente ogni segno al solo ambito rituale. Le ipotesi considerate includono l’organizzazione territoriale, il pastoralismo, l’orientamento, la memoria di eventi e pratiche connesse alla vita delle comunità. Le attribuzioni restano complesse, soprattutto quando mancano dati stratigrafici o cronologie dirette.

Rilievo 3D e analisi per l’arte rupestre post-paleolitica

Una parte consistente degli Atti è dedicata agli strumenti di documentazione. Fotografia controllata, modelli tridimensionali e procedure digitali permettono di registrare superfici difficili da leggere a occhio nudo. La documentazione 3D è affrontata come metodo operativo, con attenzione agli usi possibili e ai limiti dei diversi procedimenti.

Le tecnologie non sostituiscono l’osservazione sul campo. Possono però rendere confrontabili rilievi eseguiti in tempi diversi e favorire una lettura più precisa delle sovrapposizioni. Questo è utile nei siti esposti agli agenti atmosferici, ma anche in ripari e cavità, dove luce, umidità, concrezioni e geometria delle pareti condizionano la registrazione dei segni.

Il volume presenta inoltre indagini chimico-fisiche, analisi petrologiche e proposte per distinguere lineazioni naturali da tracce di origine antropica. La distinzione è essenziale. Una frattura, una vena minerale o un’alterazione della roccia possono infatti assumere aspetti simili a un’incisione. Per l’arte rupestre post-paleolitica, la verifica della natura del segno deve quindi integrare rilievo, geologia e confronto con il contesto archeologico.

Intelligenza artificiale e documentazione delle superfici

Tra i contributi compare DigiRock, progetto dedicato al riconoscimento, alla digitalizzazione e all’analisi dell’arte di Grotta Poesia attraverso l’intelligenza artificiale. Il caso mostra una direzione di ricerca in crescita: sistemi capaci di assistere il ricercatore nella selezione delle immagini, nel riconoscimento delle tracce e nell’organizzazione di grandi quantità di dati.

L’uso di questi strumenti richiede banche dati affidabili, protocolli trasparenti e controlli specialistici. Un algoritmo può sostenere l’analisi preliminare, non attribuire da solo cronologia o significato a una figura. La qualità delle fotografie, l’illuminazione, le deformazioni della superficie e i criteri con cui vengono classificati i segni incidono sui risultati.

Nel caso di superfici rupestri fragili, una procedura digitale ben documentata può anche ridurre interventi diretti e consentire verifiche successive. Il dato conservato deve restare leggibile e riutilizzabile. Questa esigenza accomuna archeologi, geologi, restauratori e studiosi delle cavità.

Tutela, monitoraggio e prospettive di ricerca

Gli Atti richiamano la necessità di documentare rapidamente le nuove segnalazioni e di monitorare i siti già conosciuti. L’arte rupestre post-paleolitica è esposta a erosione, crescita biologica, alterazioni della roccia e, in alcuni casi, pressioni dovute alla frequentazione. La conoscenza sistematica costituisce quindi una base per definire priorità di tutela.

Il quadro emerso a Camaiore conferma il valore di un’impostazione interdisciplinare. Le scoperte sul territorio acquistano significato quando sono accompagnate da rilievi ripetibili, analisi dei materiali e studio del paesaggio. Anche le cavità e i ripari richiedono questa integrazione, perché il supporto roccioso e la morfologia del luogo sono parte della testimonianza.

La pubblicazione prosegue una serie di incontri dedicati all’arte rupestre in Italia e mette a disposizione materiali utili per ricerche future. Il confronto tra casi regionali, tecniche di acquisizione e proposte interpretative offre una base di lavoro per aggiornare carte archeologiche, programmi di monitoraggio e pratiche di divulgazione rivolte al pubblico.

Fonti

L'articolo Arte rupestre post-paleolitica: nuove ricerche e metodi digitali proviene da Scintilena.

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