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Grotta Chauvet, una sottile pellicola di calcite protegge i disegni di 37.000 anni fa

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Una tecnica basata sulla fluorescenza ultravioletta ha permesso di studiare le pareti senza toccarle, lavorando fino a 2,5 metri di distanza. Sui disegni è emerso un velo traslucido di calcite, mentre alcune tracce potrebbero conservare l’impronta termica di carboni ancora incandescenti

Una pellicola quasi invisibile di calcite ricopre parte dei celebri disegni paleolitici della Grotta Chauvet, in Francia. Depositata naturalmente dall’acqua sulla superficie calcarea, potrebbe aver contribuito a proteggere per millenni alcune delle più antiche manifestazioni artistiche conosciute.

A rivelarla è uno studio pubblicato sulla rivista scientifica ACS Omega da un gruppo di ricercatori francesi coordinato da Philippe Walter, del Laboratoire d’Archéologie Moléculaire et Structurale della Sorbonne Université e del CNRS.

Il risultato è interessante anche per il metodo utilizzato.

Nella Grotta Chauvet non ci si può semplicemente avvicinare a una parete per effettuare una misura. Il pavimento conserva impronte e altre testimonianze paleolitiche estremamente fragili e gli spostamenti dei ricercatori sono rigidamente limitati.

Gli scienziati hanno quindi sviluppato uno strumento capace di analizzare le superfici decorate senza contatto e da distanze fino a circa 2,5 metri, utilizzando la spettroscopia di fluorescenza ultravioletta.

Una luce invisibile per leggere la parete

Il principio consiste nell’illuminare una piccolissima porzione della superficie con radiazione ultravioletta e analizzare la fluorescenza emessa dai materiali.

La difficoltà, a Chauvet, è distinguere due materiali apparentemente molto simili: il calcare della parete e la calcite depositata successivamente dall’acqua.

Entrambi sono costituiti principalmente da carbonato di calcio.

La fluorescenza ultravioletta permette però di riconoscerli grazie alle differenti impurità, in particolare organiche, incorporate nella matrice minerale.

Per effettuare le misure i ricercatori hanno lavorato dalle passerelle predisposte all’interno della grotta, utilizzando un sistema ottico montato su un lungo supporto.

Sono stati raccolti 60 spettri di fluorescenza sulle pareti decorate, in condizioni tipicamente ipogee: temperatura intorno ai 13 °C e umidità relativa prossima al 100%.

Il velo sopra i cavalli

Le analisi si sono concentrate soprattutto nel Secteur des Chevaux, nella Sala Hillaire, comprendente il celebre Pannello dei Cavalli, l’Alcova dei Leoni e il Pannello delle Renne.

Sul Pannello dei Cavalli la spettroscopia ha permesso di riconoscere un sottile deposito traslucido di calcite sovrapposto ai disegni realizzati con carbone.

A occhio nudo questa copertura può essere praticamente invisibile.

La sua presenza è importante perché permette di ricostruire la storia della parete dopo la realizzazione delle figure e di comprendere meglio i processi che ne hanno determinato l’eccezionale conservazione.

La calcite può infatti aver funzionato, almeno in alcune zone, come una sorta di vernice naturale, isolando e proteggendo le tracce sottostanti.

Il fenomeno non è però uniforme.

Nell’Alcova dei Leoni i ricercatori hanno osservato una notevole variabilità nella distribuzione delle concrezioni. In alcuni punti, inoltre, la presenza stessa del carbone sembra aver influenzato la deposizione successiva del carbonato di calcio.

La parete decorata appare quindi come qualcosa che ha continuato a trasformarsi lentamente per migliaia di anni.

Disegnavano anche con carboni incandescenti?

Lo studio ha fatto emergere anche un secondo indizio, forse ancora più curioso.

In corrispondenza di alcune tracce nere e di zone associate all’impiego di torce, la luce ultravioletta ha prodotto una particolare fluorescenza arancione.

Per comprenderne l’origine, i ricercatori hanno effettuato esperimenti su campioni di riferimento.

Il riscaldamento di calcare e calcite ha prodotto un segnale simile a quello osservato sulle pareti di Chauvet.

Da qui nasce un’ipotesi affascinante: alcuni segni potrebbero essere stati realizzati utilizzando carboni molto caldi o ancora incandescenti, capaci di alterare termicamente il carbonato di calcio della superficie.

Gli autori dello studio mantengono però molta cautela.

La fluorescenza arancione rappresenta un indizio compatibile con un’alterazione provocata dal calore, non una dimostrazione definitiva della tecnica utilizzata dagli artisti paleolitici.

Una grotta chiusa per millenni

La Grotta Chauvet-Pont d’Arc, nelle gole dell’Ardèche, nel sud-est della Francia, è stata scoperta il 18 dicembre 1994 dagli speleologi Jean-Marie Chauvet, Éliette Brunel e Christian Hillaire.

Al suo interno sono conservate centinaia di rappresentazioni di animali: leoni delle caverne, rinoceronti, mammut, bisonti, cavalli e altre specie.

Parte delle decorazioni risale a circa 37.000 anni fa.

L’eccezionale stato di conservazione non dipende soltanto dalla calcite individuata sulle superfici. Antichi crolli hanno sigillato l’accesso alla grotta durante il Paleolitico superiore, isolandone gli ambienti per millenni.

Oggi Chauvet è uno dei siti di arte preistorica più protetti al mondo. L’accesso è fortemente limitato e persino gli scienziati devono muoversi lungo percorsi prestabiliti per evitare qualsiasi alterazione del suolo, delle impronte e delle pareti.

Pannello dei Leoni nella Caverne du Pont-d’Arc, riproduzione della Grotta Chauvet: al centro un cavallo circondato da leoni, rinoceronti, bisonti e mammut. Foto Claude Valette / Wikimedia Commons.

Studiare senza toccare

È forse proprio questo l’aspetto più interessante della nuova ricerca.

La tecnica messa a punto dal gruppo francese consente di ottenere informazioni sulla successione degli strati presenti sulle pitture senza prelevare materiale e senza entrare in contatto con la parete.

La fluorescenza permette inoltre di distinguere il calcare originario dalle concrezioni successive, nonostante entrambi siano costituiti da calcite.

Sapere dove si trovano questi sottilissimi veli minerali e come stanno evolvendo può diventare importante anche per controllare nel tempo lo stato di conservazione delle opere, soprattutto in relazione alle variazioni microclimatiche.

A Chauvet, insomma, la roccia non è soltanto il supporto sul quale gli uomini del Paleolitico hanno lasciato cavalli, leoni e rinoceronti.

In alcuni punti, nei millenni successivi, la grotta ha continuato lentamente a lavorare sopra quei disegni, depositando su di essi un sottilissimo velo di pietra.

Fonti

Boulard Y., Guillou T., Fritz C., Tosello G., Jaber M., Walter P. – In Situ Ultraviolet Fluorescence Spectroscopy for the Characterization of Translucent Calcite Coatings over Prehistoric Cave Art – ACS Omega – 29 settembre 2026
https://doi.org/10.1021/acsomega.6c05061

American Chemical Society – A glowing clue to how ancient cave artworks survived – 28 ottobre 2026
https://www.acs.org/pressroom/presspacs/2026/october/glowing-clue-to-how-ancient-cave-artworks-survived.html

PubMed – In Situ Ultraviolet Fluorescence Spectroscopy for the Characterization of Translucent Calcite Coatings over Prehistoric Cave Art – 2026
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/42889610/

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