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Le caverne ossifere della Liguria e Giovanni Ramorino: la storia dimenticata di un pioniere della speleologia scientifica

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Un naturalista genovese tra le grotte del Finalese e l’emigrazione in Argentina: il contributo di A. Romani svela una vicenda poco nota della paleontologia ottocentesca


Le caverne ossifere della Liguria al centro di un nuovo studio

Nel 2026, all’interno del volume collettaneo Connessioni: oggetti, saperi, parole, culture e civiltà (Museo delle Civiltà, Roma), l’autore A. Romani ha pubblicato un contributo dedicato a Giovanni Ramorino (Genova, 1841–1876), naturalista e geologo ligure, che fu tra i primissimi ricercatori a condurre indagini sistematiche nelle caverne ossifere della Liguria.

Lo studio ricostruisce una figura fino ad oggi poco nota alla storia della speleologia italiana, intrecciando due filoni paralleli: il contributo scientifico di Ramorino alle ricerche preistoriche liguri e la sua successiva emigrazione in Argentina, che lo trasformò in un esponente della scienza italo-argentina del tardo Ottocento.

Le grotte al centro delle sue ricerche erano quelle del Finalese — in particolare la Caverna delle Arene Candide, la Grotta di Verezzi (poi nota come Grotta della Ferrovia) — e i siti dei Balzi Rossi. Questi depositi, ricchi di faune pleistoceniche e manufatti litici, costituivano un archivio naturale di straordinaria importanza per la nascente paletnologia italiana.


L’assistente del Museo di Genova tra Arene Candide e Verezzi

Giovanni Ramorino operava come assistente presso il Museo di Storia Naturale della Regia Università di Genova. In questa veste, nell’agosto del 1864, affiancò Arturo Issel nelle prime esplorazioni sistematiche alla Caverna delle Arene Candide, a Finale Ligure.

Il 14 agosto 1864, Issel e Ramorino visitarono congiuntamente le Arene Candide e la cosiddetta Grotta della Ferrovia, nei pressi di Verezzi. In quest’ultima recuperarono carboni, ossa animali e schegge di quarzo, materiali che divennero fondamentali per le successive interpretazioni paleoetnologiche.

Il lavoro sul campo confluì nella memoria scientifica pubblicata nel 1866 presso la Reale Accademia delle Scienze di Torino: Sopra le caverne di Liguria e specialmente sopra una recentemente scoperta a Verezzi sopra Finale (serie II, vol. 24, pp. 277–304). Il testo fu presentato in Accademia il 28 gennaio 1866 e discusso con una relazione di Bartolomeo Gastaldi. Si tratta di uno dei contributi più precoci e metodologicamente consapevoli sulla geologia delle caverne ossifere liguri.


Un metodo sistematico per le grotte ossifere

La memoria del 1866 non si limita alla descrizione dei rinvenimenti. Ramorino vi propone criteri geologici e topografici per individuare depositi fossiliferi nelle cavità carsiche liguri, anticipando un approccio metodologico che diventerà consolidato solo decenni dopo.

Le “caverne ossifere” — termine tecnico dell’epoca per le grotte con accumuli di resti faunistici in matrice sedimentaria — erano considerate archivi naturali capaci di restituire informazioni sull’ambiente e sulla presenza umana nel passato. Ramorino distingue tra depositi di breccia ossifera, livelli di cenere e carbone, e strati con manufatti litici, impostando una lettura stratigrafica ante-litteram dei depositi ipogei.

Questo contributo inserisce Ramorino a pieno titolo nella genealogia della paletnologia ligure, accanto a Issel, Perrando, Morelli e Amerano. Issel stesso, nella sua sintesi Liguria preistorica (1908), riconosce il ruolo delle esplorazioni del Finalese come momento fondativo per la disciplina.


Il Finalese come laboratorio della paletnologia italiana

Il territorio del Finalese divenne a partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento un polo di riferimento per i naturalisti italiani. Le grotte di questa fascia costiera ligure — con le loro sequenze stratigrafiche intatte e la ricchezza di materiali paleontologici e paleoetnologici — attiravano ricercatori da tutta Italia.

Attorno ad Arturo Issel si costruì una rete scientifica che coinvolgeva geologi, naturalisti, religiosi e collezionisti. Giovanni Ramorino ne fu parte attiva nella fase iniziale, contribuendo con le sue esplorazioni del 1864 e con la memoria del 1866 a definire i caratteri fondamentali di questo programma di ricerca.

Le caverne ossifere liguri fornirono negli anni successivi materiali che alimentarono le collezioni dei musei genovesi e di altri istituti scientifici. Il Museo di Storia Naturale Giacomo Doria, fondato nel 1867, divenne il principale centro di raccolta e studio di questi materiali.


L’emigrazione in Argentina e la doppia identità scientifica

Attorno al 1876, Ramorino lasciò Genova per l’Argentina. Le fonti lo definiscono “geologo e paleontologo italo-argentino”, una qualifica che riflette l’integrazione nella comunità scientifica del paese di adozione. La data del 1876 coincide con quella che storici dell’emigrazione identificano come l’inizio della prima grande ondata migratoria italiana verso l’Argentina.

Il trasferimento non rappresentò una rottura ma piuttosto una continuazione del progetto scientifico. L’Argentina era in quegli anni un paese che cercava attivamente competenze europee per costruire le proprie istituzioni scientifiche. La Costituzione del 1853 incoraggiava esplicitamente l’immigrazione di chi portasse “scienze e arti”.

Il contributo di Romani mette in luce questo doppio versante: da una parte un giovane ricercatore che contribuisce alla nascita della paletnologia ligure con esplorazioni pionieristiche e pubblicazioni metodologicamente avanzate; dall’altra, una traiettoria migratoria che trasporta in Argentina competenze maturate nelle grotte del Finalese, in un percorso che rispecchia il ruolo degli scienziati italiani nell’Argentina della seconda metà dell’Ottocento.


Una storia da recuperare per la speleologia italiana

Il contributo di Romani restituisce alla memoria collettiva un protagonista dimenticato della speleologia scientifica ottocentesca. La vicenda di Giovanni Ramorino ricorda come la storia della speleologia italiana sia fatta non solo di grandi esploratori, ma anche di ricercatori che, con mezzi limitati e carriere brevi o interrotte dall’emigrazione, posero le basi metodologiche per le discipline speleologiche successive.

Le caverne ossifere della Liguria, oggi patrimonio di siti come le Arene Candide e i Balzi Rossi, conservano ancora la memoria di queste prime indagini. Recuperare le storie di chi le ha studiate per primo — come Giovanni Ramorino — è parte integrante della storia della speleologia italiana.


Fonti consultate

L'articolo Le caverne ossifere della Liguria e Giovanni Ramorino: la storia dimenticata di un pioniere della speleologia scientifica proviene da Scintilena.

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