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Ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri: nuove tracce dal Paleolitico al Medioevo

August 26th 2026 at 11:00

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Nel Finalese, le ricognizioni dello Speleo Club Gianni Ribaldone Genova tra il 2015 e il 2019 hanno segnalato materiali che ampliano il quadro delle frequentazioni umane nelle cavità. I ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri richiamano la necessità di documentare, tutelare e studiare ogni contesto senza alterarlo.

Ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri e il paesaggio del Finalese

I ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri emersi nel quinquennio 2015-2019 restituiscono un quadro di lunga durata nel comprensorio di Finale Ligure e Borgio Verezzi, in provincia di Savona. Il contributo di Henry De Santis, presentato nelle Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia del 2022, riunisce segnalazioni raccolte durante attività speleologiche e ricognizioni territoriali.

Non si tratta di campagne di scavo stratigrafico. I materiali erano visibili in superficie, in colluvi o in porzioni residue di deposito. Per questa ragione, le attribuzioni cronologiche indicate devono essere lette come ipotesi fondate su confronti tipologici, sullo stato di conservazione e sul rapporto con i siti noti dell’area.

Il Finalese possiede già una sequenza archeologica di riferimento di grande rilievo. La Caverna delle Arene Candide conserva un deposito che va dall’età tardo-romana al Paleolitico superiore. Il catalogo nazionale ricorda per la cavità fasi di frequentazione neolitica, dell’età del Rame, del Bronzo e del Ferro, oltre a contesti funerari e abitativi. [web:2]

In questo quadro, i nuovi ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri non definiscono da soli nuovi siti pienamente interpretati. Segnalano piuttosto punti del territorio nei quali potranno essere necessari controlli, verifiche e, quando autorizzate, indagini scientifiche mirate.

Paleolitico medio nell’Antro della Fettuccia

L’Antro della Fettuccia, nella valle Andrassa in località Le Manie, ha restituito un molare di cinghiale, resti ossei attribuiti a Equidae e una porzione di nucleo Levallois in selce locale. In una ricognizione successiva è stata individuata anche una tibia verosimilmente collegata al precedente metacarpale.

Le ossa sono fossilizzate e in parte concrezionate. Il contributo propone per il complesso una provenienza da un livello pleistocenico e un possibile riferimento al Paleolitico medio recente, o Musteriano. Il nucleo Levallois è un elemento importante perché rimanda a una tecnica di scheggiatura pianificata, nota in diversi contesti paleolitici dell’arco ligure.

Il dato si inserisce in un territorio nel quale la ricerca continua a confrontarsi con le testimonianze dei gruppi neandertaliani. Nel programma scientifico dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria del 2018 figurano, tra l’altro, studi su industrie musteriane dell’Arma delle Mànie e sui resti neandertaliani della Liguria occidentale. [web:8]

Neolitico medio e Vasi a Bocca Quadrata

Una parte consistente dei ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri descritti nel contributo è riferibile, con diversi gradi di certezza, al Neolitico medio. Nell’Arma di Caprazoppa sono stati raccolti frammenti ceramici, manufatti litici e un grosso ciottolo con tracce di ocra rossa. I frammenti fittili, per impasto e trattamento delle superfici, sono messi in relazione con la cultura dei Vasi a Bocca Quadrata.

Il confronto territoriale è significativo. Alle Arene Candide, intorno a 6000 anni prima del presente, è attestata una fase di intensa occupazione connessa alla cultura dei Vasi a Bocca Quadrata, seguita da ulteriori frequentazioni preistoriche. [web:2] Questo non autorizza a trasferire automaticamente la stessa cronologia a ogni reperto di superficie. Offre però un termine di confronto solido per valutare le evidenze del Caprazoppa e delle cavità vicine.

Nella Grotta della Valle, presso la Rocca di Perti, sono stati recuperati frammenti in pietra verde levigata, un ciottolo in arenaria con colorante rossastro e un’ansa a nastro orizzontale in ceramica scura. È soprattutto quest’ultima a essere considerata compatibile con la facies dei Vasi a Bocca Quadrata. I resti ossei di Ursus sp. e gli altri oggetti richiedono invece prudenza interpretativa.

Bronzo, Ferro e frequentazioni storiche

La sequenza prosegue nel tempo. Nella Grotta di Cima Castellaro, a Borgio Verezzi, erano presenti grossi frammenti di ceramica grezza con tracce di combustione e manufatti litici, tra cui una macina con un possibile macinello. La tipologia dei materiali sostiene una collocazione nella prima età del Ferro.

Nell’anfratto di Montesordo-Fosso Pianmarino sono stati segnalati circa trenta frammenti ceramici. Un orlo a tacche impresse, una parete con scanalatura e altri elementi permettono di ipotizzare una datazione tra la fine dell’età del Rame e l’inizio dell’età del Bronzo. L’Antro di Fronte alle Case Valle ha invece restituito ceramiche confrontabili con materiali dell’età del Bronzo finale dei siti vicini di Bric Reseghe e della Grotta del Sanguineto.

La Grotta II del Caprone pone un tema diverso. Nella saletta terminale affioravano resti ossei umani attribuibili ad almeno due individui, uno giovane e uno adulto. In assenza di manufatti diagnostici, il testo propone con cautela un possibile uso funerario in epoca pre-protostorica.

Anche le frequentazioni più recenti meritano attenzione. Nella Grotta del Mulo sono emersi cocci anforacei e una porzione di giara islamica iberica del XIII secolo, accanto a frammenti compatibili con produzioni preistoriche. Nel Grottino dell’Ulivo, quattro frammenti di maiolica arcaica monocroma sembrano appartenere a una coppa databile tra XIV e XV secolo. Le cavità risultano quindi luoghi riutilizzati in epoche molto distanti.

Tutela dei ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri

Il valore dei ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri dipende anche dalla precisione con cui vengono segnalati. La posizione, il rapporto con il deposito e le condizioni del rinvenimento sono dati essenziali. La rimozione non controllata può cancellare informazioni che nessun reperto isolato riesce a restituire.

Il Codice dei beni culturali prevede che le cose di interesse archeologico rinvenute nel sottosuolo appartengano allo Stato. Chi effettua una scoperta fortuita deve denunciarla entro 24 ore alla Soprintendenza, al sindaco o all’autorità di pubblica sicurezza e deve conservarla lasciandola, quando possibile, nel luogo e nelle condizioni del rinvenimento. [web:10]

Il caso finalese mostra il ruolo concreto della formazione dei gruppi speleologici. Riconoscere un osso fossilizzato, una ceramica diagnostica, un manufatto litico o un deposito rimaneggiato non equivale a formulare una diagnosi definitiva. Significa attivare una procedura di tutela e mettere i dati a disposizione delle autorità e degli specialisti.

La segnalazione tempestiva è anche una risposta al depauperamento causato dagli scavi clandestini. Nei contesti ipogei, fragili e spesso già alterati, il deposito archeologico è una fonte non rinnovabile. La collaborazione tra speleologi, Soprintendenza, forze di polizia e ricercatori resta quindi centrale per trasformare una scoperta casuale in conoscenza verificabile.

Fonti

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