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Le “miniere” a km 0 dei costruttori romani: i Colli Euganei svelano il loro segreto

Apríl 28th 2026 at 14:00

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Il progetto EuQuGeA dell’Università di Padova identifica l’antico distretto estrattivo che riforniva i grandi cantieri imperiali


Cave romane nei Colli Euganei: una scoperta millenaria

Gli antichi ingegneri romani sapevano dove cercare i materiali migliori senza percorrere centinaia di chilometri. Nei Colli Euganei, a pochi passi dai cantieri, avevano individuato una fonte di approvvigionamento di prim’ordine: la pozzolana euganea, una breccia di esplosione vulcanica dalle eccezionali proprietà consolidanti, e la trachite, roccia lavica densa destinata a muri e pavimentazioni stradali.

A restituire alla storia questo sistema estrattivo dimenticato è il progetto EuQuGeA (Geoarchaeology of Euganean Quarrying from Research to Valorization), promosso dal Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova e finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo nell’ambito del bando Ricerca Scientifica di Eccellenza 2023.


Droni e laser per rileggere il paesaggio delle cave

La prima scoperta arriva dal cielo. Nello studio firmato da Josiah Olah, dottorando del Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova, pubblicato sul Journal of Archaeological Science, droni equipaggiati con tecnologia LiDAR (Light Detection and Ranging) hanno sorvolato l’area dei Colli Euganei. I sensori laser hanno filtrato virtualmente la fitta vegetazione boschiva, restituendo un modello tridimensionale del terreno ad alta risoluzione.

Algoritmi di clustering morfometrico hanno poi classificato le forme del suolo rilevate, permettendo di distinguere le tracce di cavatura antica dalle concavità naturali del territorio.

Il risultato è stato la localizzazione di due siti estrattivi completamente abbandonati e assenti dalla memoria storica: uno nel parco di Villa Draghi a Montegrotto Terme, l’altro in Via Scagliara a sud di Monte Oliveto, nella località di Turri. Entrambi conservano segni inconfutabili di cavatura antica, precedente all’industrializzazione moderna.


La firma geochimica della pozzolana di Villa Draghi

Una volta identificato il “dove”, le analisi di laboratorio hanno chiarito il “cosa” e il “perché”. Il secondo studio, pubblicato su PLOS One e coordinato dal ricercatore Simone Dilaria, ha completato il quadro attraverso un protocollo di indagini petrografiche e geochimiche, confrontando i campioni prelevati dai fronti di cava con un ampio database di rocce euganee sviluppato dal team dell’Università di Padova.

Le analisi hanno dimostrato che dalla cava di Villa Draghi i Romani estraevano una specifica pozzolana euganea, impiegata per realizzare i calcestruzzi delle terme di Fons Aponi, l’antica Montegrotto Terme. La stessa roccia veniva scelta per le sue proprietà consolidanti: mescolata nelle malte, ne migliorava nettamente le caratteristiche strutturali.

La firma geochimica di questo materiale è stata riconosciuta non solo nelle costruzioni locali, ma anche nelle malte delle terme tardo-antiche di Aquileia, in Friuli-Venezia Giulia. Il che dimostra che la pozzolana euganea non era una semplice risorsa di prossimità: era un prodotto considerato pregiato, commercializzato su medie e lunghe distanze.


L’alternativa locale alla Pozzolana Flegrea

Il progetto EuQuGeA si inserisce in un percorso di ricerca già avviato. Uno studio del 2024, coordinato dallo stesso team dell’Università di Padova in collaborazione con le Università Ca’ Foscari di Venezia e di Modena e Reggio Emilia, aveva evidenziato come per le grandi infrastrutture di Aquileia e della Laguna di Venezia i Romani importassero via mare dalla Campania la celebre “Pozzolana Flegrea”, citata da Vitruvio, materiale costoso e proveniente da oltre un migliaio di chilometri.

I nuovi risultati di EuQuGeA mostrano un’immagine più articolata. Nei Colli Euganei, gli stessi ingegneri romani avevano individuato un’alternativa a km 0 di pari efficacia, sfruttando una conoscenza capillare delle georisorse locali. Un sapere tecnico di precisione che è poi andato perduto nel corso dei secoli.

Come sottolinea il professor Michele Secco, principal investigator del progetto, i risultati dimostrano «la conoscenza capillare e di incredibile dettaglio delle georisorse locali e della loro ottimizzazione nei cantieri: un sapere ingegneristico andato poi perduto nel corso dei secoli e oggi finalmente riscoperto grazie al progetto EuQuGeA».


Un team interdisciplinare per decifrare le rocce

Il progetto EuQuGeA ha coinvolto ricercatori di più dipartimenti e istituzioni. Per il Dipartimento dei Beni Culturali, i docenti Jacopo Bonetto, Caterina Previato e Jacopo Turchetto hanno curato l’inquadramento storico-archeologico, le analisi tecnico-costruttive e le ricognizioni topografiche. Il Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, con il professor Claudio Mazzoli e i ricercatori Luigi Germinario e Jacopo Nava, ha fornito il contributo petrografico e geochimico per l’analisi delle rocce vulcaniche.

La validazione degli algoritmi di elaborazione dei dati da drone è stata garantita dai ricercatori Sebastiano Chiodini (Dip. Ingegneria Industriale) e Filippo Carraro (Dip. Ingegneria Civile, Edile e Ambientale). I voli LiDAR operativi sono stati condotti da Cristiano Miele della società padovana Archetipo s.r.l. Il progetto ha potuto contare anche sui contributi internazionali di Milo K. Pilgrim (University of Texas at Austin) e Matthew Tryc (WSP-Albuquerque).


Articolo di La Scintilena – Notiziario italiano di Speleologia
Fonte primaria: Università di Padova / Le Scienze, 24 aprile 2026


Scheda di studio completa

  • Concetti e definizioni dei materiali lapidei romani (Pozzolana Euganea, Trachite, Opus caementicium) e delle tecnologie usate (LiDAR, clustering morfometrico)
  • I due studi scientifici del progetto EuQuGeA con metodologie e risultati
  • Il team di ricerca completo con ruoli e affiliazioni
  • Il contesto storico dell’approvvigionamento edilizio romano e la strategia “km 0”
  • 6 domande di autoverifica con risposte
  • Flashcard rapide per memorizzazione veloce dei dati chiave

Le “miniere” edilizie a km 0 degli antichi Romani – Progetto EuQuGeA

Fonte: Università di Padova / Le Scienze – 24 aprile 2026


Panoramica

Il progetto EuQuGeA (Geoarchaeology of Euganean Quarrying from Research to Valorization) dell’Università di Padova ha ricostruito per la prima volta il distretto estrattivo antico dei Colli Euganei, rivelando come gli ingegneri romani selezionassero con straordinaria precisione le risorse lapidee locali per le loro costruzioni, evitando costose importazioni a lunga distanza.


Concetti Chiave e Definizioni

TermineDefinizione
Pozzolana EuganeaBreccia di esplosione vulcanica estratta dai Colli Euganei; mescolata nelle malte, migliorava nettamente le proprietà strutturali dei calcestruzzi
Pozzolana FlegreaCenere vulcanica campana citata da Vitruvio; importata via mare per grandi infrastrutture come Aquileia; più costosa e proveniente da lunga distanza
TrachiteDensa roccia lavica estratta abbondantemente nei Colli Euganei; usata per la costruzione di muri e la pavimentazione delle strade
Opus caementiciumCalcestruzzo romano realizzato con aggregati vulcanici (pozzolana) e leganti; straordinariamente duraturo grazie alle reazioni pozzolaniche
LiDAR (Light Detection and Ranging)Tecnologia laser montata su drone che permette di mappare il terreno “filtrando” virtualmente la vegetazione e rilevando micromodificazioni del suolo
Clustering morfometricoAlgoritmo che classifica automaticamente le forme del terreno rilevate dal LiDAR, distinguendo cave artificiali da concavità naturali
Fons AponiNome romano dell’attuale Montegrotto Terme (PD); sede di importanti terme di epoca imperiale costruite con pozzolana estratta dalla cava di Villa Draghi

I Due Materiali Estratti

1. Pozzolana Euganea (aggregato pozzolanico)

  • Breccia di esplosione vulcanica che affiora solo in limitate porzioni del territorio euganeo
  • Estratta specificatamente dalla cava di Villa Draghi (Montegrotto Terme)
  • Utilizzata per i calcestruzzi delle terme di Fons Aponi
  • La sua firma geochimica è stata riconosciuta anche nelle malte delle terme tardo-antiche di Aquileia (Friuli-Venezia Giulia), prova di un commercio su medie e lunghe distanze
  • Alternativa locale di pari efficacia alla costosa Pozzolana Flegrea campana

2. Trachite

  • Roccia lavica densa, estratta in modo più diffuso nei Colli Euganei
  • Destinata a costruzione di muri e pavimentazione delle strade
  • Utilizzata dall’età preistorica fino ai giorni nostri[1]
  • La sua estrazione ha continuato fino all’era industriale, quando la produzione raggiunse quasi 6 milioni di tonnellate nel 1968[1]

Metodologie della Ricerca

Studio 1 – Mappatura LiDAR da Drone

Pubblicazione: Journal of Archaeological Science
Autore principale: Josiah Olah (Dip. Beni Culturali, UniPD)

Metodo:

  1. Droni equipaggiati con sensori LiDAR sorvolano i Colli Euganei
  2. La tecnologia penetra la vegetazione boschiva, acquisendo dati tridimensionali del suolo
  3. Algoritmi di clustering morfometrico analizzano le forme del terreno
  4. Cavità e fronti di cava antichi vengono distinti dalle modificazioni naturali del suolo

Risultati:

  • Identificati siti estrattivi totalmente dimenticati e abbandonati prima dell’industrializzazione moderna
  • Due siti di primaria importanza localizzati:
  • Cava di Villa Draghi – nel parco di Villa Draghi a Montegrotto Terme
  • Via Scagliara – a sud di Monte Oliveto, nella località di Turri

Studio 2 – Identificazione Archeometrica dei Materiali

Pubblicazione: PLOS One
Autore principale: Simone Dilaria (Dip. Beni Culturali, UniPD)

Metodo:

  1. Campionamento dei fronti di cava di Villa Draghi
  2. Analisi petrografiche (osservazione al microscopio della struttura della roccia)
  3. Analisi geochimiche (composizione chimica degli elementi)
  4. Confronto con il database di campioni di rocce euganee sviluppato dal team UniPD
  5. Confronto incrociato con le malte degli edifici termali antichi

Risultati:

  • Dimostrata la provenienza dei materiali delle terme di Fons Aponi dalla cava di Villa Draghi
  • Firma geochimica riconoscibile anche nelle malte di Aquileia ? prova di distribuzione commerciale

Team di Ricerca

NomeEnteRuolo
Michele Secco (P.I.)UniPD – Dip. Beni CulturaliCoordinamento generale, petrografia
Josiah OlahUniPD – Dip. Beni CulturaliRilievi LiDAR e clustering morfometrico
Simone DilariaUniPD – Dip. Beni CulturaliAnalisi archeometriche, malte
Jacopo Bonetto, Caterina Previato, Jacopo TurchettoUniPD – Dip. Beni CulturaliInquadramento storico-archeologico, topografia
Claudio Mazzoli, Luigi Germinario, Jacopo NavaUniPD – Dip. GeoscienzePetrografia e geochimica delle rocce
Sebastiano ChiodiniUniPD – Dip. Ingegneria IndustrialeValidazione algoritmi e dati LiDAR
Filippo CarraroUniPD – ICEAElaborazione dati territoriali da drone
Cristiano MieleArchetipo s.r.l. (Padova)Voli LiDAR operativi
Milo K. PilgrimUniversity of Texas at AustinContributo internazionale
Matthew TrycWSP-AlbuquerqueContributo internazionale

Finanziamento: Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo – Bando Ricerca Scientifica di Eccellenza 2023


Contesto Storico: Romani e Risorse Lapidee

Prima del Progetto EuQuGeA (studio 2024)

  • Per le grandi infrastrutture di Aquileia e della Laguna di Venezia, i Romani importavano via mare dalla Campania la “Pozzolana Flegrea”, citata da Vitruvio
  • Si trattava di un materiale prezioso, costoso e proveniente da oltre 1.000 km di distanza

La Novità del Progetto EuQuGeA

  • I Romani avevano individuato nei Colli Euganei una alternativa locale di pari efficacia
  • Strategia “km 0”: approvvigionamento locale riducendo i costi di trasporto via mare
  • Dimostrazione di una conoscenza capillare delle georisorse del territorio
  • Tale sapere ingegneristico è poi andato perduto nei secoli successivi

Importanza per l’Archeologia

  • Le cave di Villa Draghi erano completamente dimenticate dalla memoria storica
  • Il LiDAR le ha “riscoperte” senza alcuno scavo invasivo
  • La firma geochimica permette di tracciare le rotte commerciali del materiale estratto

Domande di Autoverifica

  1. Che cos’è la “Pozzolana Euganea” e perché era preziosa per i Romani?
    (R: breccia di esplosione vulcanica estratta in aree limitate dei Colli Euganei; mescolata nelle malte migliorava le proprietà strutturali del calcestruzzo, sostituendo localmente la più costosa Pozzolana Flegrea campana)
  2. Qual è la differenza d’uso tra pozzolana e trachite nell’edilizia romana?
    (R: la pozzolana era usata come aggregato pozzolanico nei calcestruzzi delle terme; la trachite era destinata a muri e pavimentazioni stradali)
  3. Come ha permesso il LiDAR di individuare la cava di Villa Draghi?
    (R: i sensori laser montati su drone hanno filtrato la vegetazione boschiva e rilevato le modificazioni del suolo, poi classificate tramite algoritmi di clustering morfometrico per distinguere le tracce di cava dalle concavità naturali)
  4. Quali costruzioni sono state collegate con certezza alla cava di Villa Draghi?
    (R: le terme di Fons Aponi / Montegrotto Terme e, tramite firma geochimica, le terme tardo-antiche di Aquileia)
  5. Qual è la prova che la pozzolana euganea non era solo usata localmente?
    (R: la sua firma geochimica è stata riconosciuta nelle malte delle terme di Aquileia, in Friuli-Venezia Giulia, dimostrando una distribuzione commerciale su medie e lunghe distanze)
  6. Quale studio precedente (2024) aveva già avanzato ipotesi sull’approvvigionamento romano?
    (R: uno studio coordinato dallo stesso team UniPD con Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Modena e Reggio Emilia, che aveva dimostrato l’importazione via mare della Pozzolana Flegrea per Aquileia e la Laguna di Venezia)

Flashcard Rapide

DomandaRisposta
Acronimo del progettoEuQuGeA
Principal InvestigatorMichele Secco (UniPD)
Tecnologia per la mappaturaLiDAR su drone + clustering morfometrico
Rivista dello studio LiDARJournal of Archaeological Science
Rivista dello studio archeometricoPLOS One
Autore studio LiDARJosiah Olah
Autore studio archeometricoSimone Dilaria
Cava identificataVilla Draghi, Montegrotto Terme
Terme costruite con la pozzolana localeTerme di Fons Aponi (Montegrotto Terme)
Pozzolana alternativa (importata)Pozzolana Flegrea (Campania)
Altro sito estrattivo identificatoVia Scagliara, Turri (Monte Oliveto)
Distanza commerciale provataAquileia (Friuli-Venezia Giulia)
FinanziamentoFondazione CARIPARO – bando 2023

Fonti consultate

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  • Fontana del Lantro: torna il ciclo di aperture gratuite a Bergamo Alta
    Condividi Gli speleologi delle Nottole guidano i visitatori nella cisterna medievale più antica della città Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” ha avviato domenica 26 aprile 2026 il nuovo ciclo di aperture della Fontana del Lantro, la suggestiva cisterna sotterranea medievale collocata sotto la chiesa di San Lorenzo, in via Boccola, nel cuore di Città Alta. Le visite sono libere e gratuite. Sono previsti otto appuntamenti distribuiti tra aprile e ottobre 2026, sempre nelle dome
     

Fontana del Lantro: torna il ciclo di aperture gratuite a Bergamo Alta

Apríl 28th 2026 at 11:00

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Gli speleologi delle Nottole guidano i visitatori nella cisterna medievale più antica della città

Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” ha avviato domenica 26 aprile 2026 il nuovo ciclo di aperture della Fontana del Lantro, la suggestiva cisterna sotterranea medievale collocata sotto la chiesa di San Lorenzo, in via Boccola, nel cuore di Città Alta. Le visite sono libere e gratuite. Sono previsti otto appuntamenti distribuiti tra aprile e ottobre 2026, sempre nelle domeniche pomeriggio, con orario dalle 14:30 alle 18:30. Fa eccezione il 15 agosto, che cade di sabato. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con il Comune di Bergamo.bergamotomorrow+1


La Fontana del Lantro: mille anni di storia idrica nel sottosuolo bergamasco

La Fontana del Lantro è uno dei siti ipogei medievali meglio conservati dell’Italia settentrionale. Il nome deriva dal latino antrum, ovvero “antro dell’acqua”, riferimento diretto alla piccola cavità naturale da cui sgorga la sorgente originaria. La prima attestazione documentale risale all’anno 928, in una pergamena redatta per conto del vescovo Adalberto. Ulteriori documenti del 1032 e del 1042 ne confermano l’esistenza, mentre lo Statuto cittadino del 1248 descrive il complesso già dotato di cisterna, cunicoli, abbeveratoi e lavelli.wikipedia+3

La struttura visibile oggi è della seconda metà del Cinquecento. La sua costruzione fu determinata dall’avvio dei lavori per le mura difensive veneziane (1561–1588), che comportarono la demolizione della preesistente chiesa di San Lorenzo: ricostruita poco distante, la nuova chiesa inglobò la cisterna in un atrio interrato. Da quel momento la fontana rimase protetta in quell’ambiente ipogeo che è ancora oggi visitabile.bergamonews+2


Architettura: doppia vasca e volte in pietra a vista

Dal punto di vista architettonico, il Lantro è un manufatto di notevole pregio. La struttura è costruita interamente in pietra squadrata a vista e presenta ampie volte con archi a tutto sesto e a sesto acuto, che convergono verso un’unica colonna portante posta al centro della vasca principale.nottole+3

Il sistema adotta il principio della doppia vasca: l’acqua della sorgente viene convogliata in una vasca sopraelevata, dove le impurità si depositano sul fondo, prima di fluire nella cisterna principale. Questo sistema, già noto in epoca romana, garantiva un’acqua di qualità elevata alla comunità della vicinia di San Lorenzo.visitbergamo+2

Il complesso è alimentato da due sorgenti: la storica sorgente del Lantro, originata da una piccola cavità naturale, e la sorgente di San Francesco, captata durante i lavori di costruzione delle mura veneziane nel XVI secolo tramite un apposito cunicolo.museionline+1


Da lavatoio pubblico all’abbandono, fino al recupero del 1992

Per secoli la fontana ha svolto una funzione pubblica fondamentale: veniva utilizzata per usi domestici, come abbeveratoio per gli animali e per la concia delle pelli. Con l’entrata in funzione del nuovo acquedotto municipale alla fine dell’Ottocento, la struttura perse la sua funzione di approvvigionamento idrico, ma rimase in uso come lavatoio fino al 1950.nottole+1

Nei decenni successivi il sito cadde in abbandono e divenne una discarica abusiva. Nel 1992 il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” avviò una campagna di pulizia e restauro che riportò la cisterna alle sue condizioni originali. Da allora il Lantro è visitabile solo in occasione di aperture speciali organizzate con il Comune di Bergamo.ecodibergamo+3


Le Nottole: oltre cinquant’anni di esplorazione sotterranea a Bergamo

Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” nasce dalla fusione, avvenuta nel 1974, tra il Gruppo Speleologico Bergamasco (fondato nel 1964) e il Gruppo Speleologico “Le Nottole” (fondato nel 1969). Il nome “Nottole” fa riferimento a un pipistrello.nottole+1

L’attività del gruppo copre sia la speleologia in grotte naturali nelle Prealpi Orobiche, sia il censimento e la valorizzazione delle cavità artificiali del sottosuolo bergamasco. Tra i contributi principali: la pubblicazione degli studi sugli antichi acquedotti di Bergamo, il rilievo delle cannoniere in casamatta delle mura venete UNESCO, la scoperta nel 2023 del cunicolo originale della Fontana del Vagine (lungo circa 80 metri, con due sorgenti attive a 13 metri di profondità sotto la Corsarola) e la gestione didattica del patrimonio sotterraneo di Città Alta.scintilena+4

Nel 2025 il Lantro ha accolto 3.199 visitatori, dato in crescita rispetto agli anni precedenti.ecodibergamo


Il calendario delle otto aperture 2026

Per accedere alla struttura è obbligatorio indossare scarpe chiuse con suola antiscivolo. Prima dell’avvio del ciclo 2026, le Nottole hanno effettuato manutenzione straordinaria sulla griglia della passerella interna.ecodibergamo+2

Le date previste sono le seguenti:bergamotomorrow+1

  • Domenica 26 aprile – 14:30 / 18:30
  • Domenica 31 maggio – 14:30 / 18:30
  • Domenica 28 giugno – 14:30 / 18:30
  • Domenica 26 luglio – 14:30 / 18:30
  • Sabato 15 agosto – 14:30 / 18:30
  • Domenica 30 agosto – 14:30 / 18:30
  • Domenica 27 settembre – 14:30 / 18:30
  • Domenica 25 ottobre – 14:30 / 18:30

La Fontana del Lantro si trova in via Boccola, sotto la chiesa di San Lorenzo (coordinate GPS: 45.70569, 9.66417). L’ingresso è libero e gratuito.bergamonews+1


Fontana del Lantro e le Aperture 2026.

Riapre la Fontana del Lantro: le visite guidate con «Le Nottole» – Bergamo Tomorrow

Il report analizza in dettaglio:

  • Origine storica: prima citazione documentata nell’anno 928, con attestazioni nel 1032, 1042 e nello Statuto cittadino del 1248
  • ?? Architettura: struttura della seconda metà del ‘500, doppia vasca (quella principale da 400 m³), volte ad archi romanici/gotici su colonna centrale, sistema di doppia vasca per la depurazione dell’acqua
  • Le due sorgenti: la storica Sorgente del Lantro e la Sorgente di San Francesco (scoperta durante la costruzione delle mura venete)
  • ?? Bergamo Sotterranea: il Lantro come nodo di una rete più ampia di acquedotti romani, veneziani e cunicoli militari
  • Il Gruppo “Le Nottole”: fondato nel 1969, fusione con il GSB nel 1974, protagonisti del recupero del 1992 e di decenni di esplorazione ipogea
  • Calendario 2026: 8 aperture gratuite da aprile a ottobre, sempre dalle 14:30 alle 18:30 (ricorda: scarpe chiuse con suola antiscivolo!)
  • Dati visitatori: 3.199 visitatori nel 2025, in crescita costante

Fontana del Lantro – Studio Approfondito

Inquadramento generale

La Fontana del Lantro è una delle cavità artificiali più significative di Bergamo e uno dei siti ipogei medievali meglio conservati dell’Italia settentrionale. Situata sotto la chiesa di San Lorenzo in via Boccola, nel cuore di Città Alta, è una straordinaria cisterna sotterranea che ha fornito acqua alla comunità locale per quasi mille anni. A partire dal 26 aprile 2026, il sito ha riaperto al pubblico con un calendario di otto aperture gratuite organizzate dal Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” in collaborazione con il Comune di Bergamo.[1][2][3][4][5][6]


Storia e origine del nome

Le prime attestazioni documentali

Il nome “Lantro” deriva dal latino Later (o antrum, antro), che significa letteralmente “antro dell’acqua”, un riferimento diretto alla piccola cavità naturale da cui sgorga la sorgente principale. Il primo documento che attesta l’esistenza della fontana risale all’anno 928, quando una pergamena scritta per conto del vescovo Adalberto menziona espressamente la sorgente del Lantro. Altri documenti del 1032 e del 1042 ne riportano menzione, mentre lo Statuto cittadino del 1248 descrive l’intero complesso come dotato di cisterna, cunicoli, abbeveratoi e lavelli.[1][2][7][6][8]

Dal Medioevo all’età veneziana

Originariamente collocata all’aperto, la fontana subì una profonda trasformazione nella seconda metà del XVI secolo, quando la Repubblica di Venezia impose la costruzione delle celebri mura difensive di Bergamo (1561–1588). Questo radicale intervento urbanistico comportò la demolizione della preesistente chiesa di San Lorenzo, ricostruita poco distante proprio sopra la cisterna, che si trovò così inglobata in un atrio interrato sotto la nuova chiesa. Da quel momento in poi, la fontana rimase protetta e racchiusa in quel suggestivo ambiente ipogeo che ancora oggi è possibile visitare.[1][7][9]

Dal lavatoio all’abbandono

Nel corso dei secoli, il Lantro svolse una funzione pubblica fondamentale per la comunità della Vicinia di San Lorenzo: l’acqua veniva utilizzata per usi domestici, come abbeveratoio per gli animali e per la concia delle pelli. Alla fine dell’Ottocento, con l’entrata in funzione del nuovo acquedotto municipale, la fontana perse la sua funzione primaria di approvvigionamento idrico, ma continuò a essere usata come lavatoio fino al 1950. Negli anni successivi la cisterna cadde in completo abbandono, trasformandosi progressivamente in una discarica abusiva.[2][7]


Architettura e caratteristiche strutturali


Fontana del Lantro cistern
La struttura attuale della Fontana del Lantro è della seconda metà del Cinquecento e rappresenta un eccellente esempio di architettura idraulica rinascimentale. È costruita interamente in pietra squadrata a vista ed è caratterizzata da ampie volte con archi a tutto sesto e a sesto acuto, che convergono verso una singola colonna portante posta al centro della vasca principale.[1][2][3][6]

ElementoDescrizione
Vasca principaleBase quadrata, capacità circa 400 m³
Vasca minoreIn posizione sopraelevata rispetto alla principale
CoperturaVolte ad archi a tutto sesto e sesto acuto
Supporto centraleUnica colonna portante al centro
MaterialePietra squadrata a vista
LocalizzazioneVia Boccola, sotto la chiesa di San Lorenzo
Coordinate45°42?20.63?N 9°39?50.42?E

La fontana adottava il classico sistema della doppia vasca già in uso presso gli antichi romani per la purificazione dell’acqua: l’acqua della sorgente veniva convogliata nella vasca sopraelevata, dove le impurità (sabbia e altri corpuscoli) si depositavano sul fondo prima che l’acqua passasse nella vasca principale. Questo sistema garantiva un elevato livello qualitativo dell’acqua distribuita alla comunità.[6]

Le sorgenti

Il sistema idrico del Lantro era alimentato da due sorgenti distinte:[2][10]

  • Sorgente del Lantro: la più antica e abbondante, nasce da una piccola cavità naturale dietro la chiesa di San Lorenzo, da cui prende il nome l’intera struttura
  • Sorgente di San Francesco: intercettata successivamente, durante i lavori di costruzione delle mura veneziane nel XVI secolo; captata tramite un apposito cunicolo

Il sistema idrico sotterraneo di Bergamo Alta

La Fontana del Lantro non è un sito isolato, ma fa parte di un complesso reticolo di acquedotti e cavità artificiali che si sviluppano sotto Città Alta, frutto di secoli di interventi di ingegneria idraulica che si stratificano dall’epoca romana fino all’Ottocento.[11][12]

Gli antichi acquedotti romani

Bergamo deve la sua rete idrica originaria all’ingegno della civiltà romana, che seppe captare le sorgenti sui colli e costruire una fitta rete idrica in mattoni, piombo e marmo. Le sorgenti principali storicamente documentate sono la Boccola, il Vagine, il Lantro e il Corno. Due acquedotti principali di epoca romana servivano Città Alta: l’Acquedotto di Castagneta (detto anche dei Vasi o Saliente, lungo 3.544 m con dislivello di 70 m) e l’Acquedotto di Sudorno.[12][13]

L’Acquedotto Magistrale veneziano

Con la denominazione di “Acquedotto Magistrale” si indica il sistema integrato di distribuzione dell’acqua all’interno della cinta veneta, rimasto in funzione fino alla fine del XIX secolo. Dal punto di unione degli acquedotti dei Vasi e di Sudorno, nel baluardo di Sant’Alessandro, prendeva origine il condotto Magistrale, in parte ancora percorribile, che serviva utenze pubbliche (cisterne e fontane) e utenze private tramite partitori e canalizzazioni minori.[13]

L’Acquedotto di Prato Baglioni

Nel 2005 il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” ha completato lo studio del terzo grande acquedotto di Bergamo Alta, l’Acquedotto di Prato Baglioni: struttura della seconda metà del 1500, costruita contestualmente alle mura, con una lunghezza di circa 1.400 metri, che riforniva privati e fontane pubbliche della zona nord-est della città.[14]


Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole”

Storia e fondazione

Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” è un’associazione di volontari con radici che risalgono al 1964, quando nacque il Gruppo Speleologico Bergamasco, e al 1969, anno di fondazione del Gruppo Speleologico “Le Nottole” — il cui nome deriva dalla nottola, un pipistrello. Nel 1974 i due sodalizi si fusero, dando vita al Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole”, con sede inizialmente al Museo Civico di Scienze Naturali “E. Caffi” di Bergamo.[15][16]

Attività e ricerche

Il gruppo è attivo su molteplici fronti dell’esplorazione speleologica, sia in cavità naturali che artificiali:[17]

  • Esplorazione e rilievo delle mura venete: già nel 1974 le Nottole collaborarono con l’Azienda Autonoma di Turismo per la pubblicazione Le mura di Bergamo (1977), effettuando ispezioni notturne nelle cannoniere in casamatta e nei sotterranei militari[18]
  • Studio degli antichi acquedotti di Bergamo: ricerche d’archivio e sopralluoghi ipogei che hanno portato alla pubblicazione Gli antichi acquedotti di Bergamo (1992) e a studi successivi[11][13]
  • Recupero e valorizzazione del Lantro: nel 1992 il gruppo ha avviato i lavori di pulizia e restauro della cisterna, riportandola all’antico splendore dopo quarant’anni di abbandono[2]
  • Scoperta della fontana del Vagine (2023): ritrovamento del cunicolo originale lungo circa 80 metri, con sezione variabile e due sorgenti attive a 13 metri di profondità sotto la Corsarola[19]
  • Esplorazione carsica dell’Arera: esplorazioni nelle grotte delle Prealpi Orobiche con rilievi topografici e documentazione scientifica[17]
  • Didattica: attività scolastiche già dagli anni ’70 e gestione di corsi di speleologia[20][16]

Le Nottole sono anche attive nelle visite guidate al patrimonio sotterraneo delle mura veneziane, Patrimonio dell’Umanità UNESCO.[21][22]


Il recupero della Fontana del Lantro (1992)

Il 1992 rappresenta un anno fondamentale nella storia recente del Lantro: il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” avviò un’imponente campagna di pulizia e restauro della cisterna, ridotta a una discarica abusiva colma di detriti, vetri e rottami metallici accumulati in oltre quarant’anni di abbandono. Dopo pochi mesi di lavoro intenso, il manufatto è stato riportato al suo antico splendore. Da quella data, il Lantro è visitabile solo in occasione di aperture speciali o eventi straordinari organizzati in collaborazione con il Comune.[19][1][2][5]

Nel 2025, l’anno precedente alle attuali aperture, la Fontana del Lantro ha registrato 3.199 visitatori, con un incremento significativo rispetto agli anni precedenti — a testimonianza del crescente interesse del pubblico per la “Bergamo sotterranea”.[5]


Calendario Aperture 2026

Le Aperture Fontana del Lantro 2026 sono organizzate dal Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” in collaborazione con il Comune di Bergamo, nell’ambito di una convenzione formale per la gestione e valorizzazione del sito. Prima dell’avvio delle aperture è stata effettuata manutenzione straordinaria sulla griglia della passerella utilizzata dai visitatori per accedere alla cisterna.[4][5][23]

DataGiornoOrario
26 aprile 2026Domenica14:30 – 18:30
31 maggio 2026Domenica14:30 – 18:30
28 giugno 2026Domenica14:30 – 18:30
26 luglio 2026Domenica14:30 – 18:30
15 agosto 2026Sabato14:30 – 18:30
30 agosto 2026Domenica14:30 – 18:30
27 settembre 2026Domenica14:30 – 18:30
25 ottobre 2026Domenica14:30 – 18:30

Le visite sono libere e gratuite per tutti. Per accedere alla struttura è obbligatorio indossare scarpe chiuse con suola antiscivolo, per ragioni di sicurezza data la presenza di acqua e superfici umide. Il sito si trova in via Boccola, sotto la chiesa di San Lorenzo, coordinate GPS: 45.70569, 9.66417.[24][8][4]


Bergamo Sotterranea: contesto patrimoniale più ampio

La Fontana del Lantro si inserisce nel ricco panorama della Bergamo Sotterranea, un sistema di cavità artificiali che comprende:[25][26][9]

  • Cannoniere in casamatta delle Mura Veneziane (Patrimonio UNESCO): strutture militari sotterranee con bocche cannoniere, costruite tra il 1561 e il 1588 su progetto della Serenissima; secondo la ricostruzione storica, se ne contavano 17 in casamatta e 25 a cielo aperto[9]
  • Sortita dell’Acquedotto: accesso sotterraneo al sistema di distribuzione idrica veneziano
  • Rifugi antiaerei della Seconda guerra mondiale: gallerie scavate 15 metri sotto terra, capaci di accogliere fino a mille persone[27]
  • Cunicoli degli acquedotti romani e veneziani: rete idraulica che si snoda per chilometri sotto il tessuto urbano di Città Alta

Le mura venete di Bergamo, iscritte nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, sono uno degli elementi che conferiscono alla città il suo straordinario valore storico-culturale. Bergamo e Brescia sono state inoltre Capitale italiana della Cultura 2023, evento che ha intensificato l’attenzione verso il suo patrimonio nascosto.[21][22][25]


Significato scientifico e speleologico

Dal punto di vista della speleologia in cavità artificiali, la Fontana del Lantro rappresenta un caso studio di eccellente livello, con caratteristiche che la rendono unica nel panorama italiano:[2][6]

  • Continuità storica millenaria: documentata dal 928, è tra i più antichi manufatti idraulici urbani ancora integri e visitabili in Italia settentrionale
  • Stratificazione tecnologica: la struttura sovrappone elementi di captazione idrica di epoche diverse (medioevale e rinascimentale), documentando l’evoluzione delle tecniche costruttive
  • Idrogeologia attiva: le sorgenti sono ancora attive, rendendo il Lantro un sito “vivo” e non solo un reperto museale
  • Valore ambientale: come tutti i siti ipogei, rappresenta un potenziale rifugio per chirotteri e fauna cavernicola, in linea con le ricerche naturalistiche condotte nelle grotte bergamasche

La ricerca speleologica condotta dalle Nottole si inserisce in un filone metodologico che integra indagine d’archivio storico, esplorazione fisica delle cavità e rilievo topografico: un approccio multidisciplinare che ha permesso di ricostruire la rete idrica sotterranea di Bergamo con un livello di dettaglio altrimenti irraggiungibile.[11][28]


Conclusione

La Fontana del Lantro è molto più di una cisterna medievale: è un palinsesto millenario che condensa la storia idrica, urbanistica e sociale di Bergamo in un unico spazio sotterraneo. Il lavoro delle Nottole, avviato nel 1974 e proseguito ininterrottamente fino ad oggi, ha trasformato questo sito da discarica abbandonata a monumento accessibile e valorizzato. Le Aperture 2026 rappresentano dunque non solo un appuntamento turistico, ma anche un atto di custodia attiva del patrimonio speleologico e storico-culturale bergamasco.[16][2][5]

Fonti consultate

L'articolo Fontana del Lantro: torna il ciclo di aperture gratuite a Bergamo Alta proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • La Miniera Abbandonata non è una Rovina: è un Organismo che Cambia
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La Miniera Abbandonata non è una Rovina: è un Organismo che Cambia

Apríl 28th 2026 at 07:00

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La speleologia mineraria come pratica di memoria e consapevolezza del tempo: esplorare le cavità dismesse significa essere testimoni di uno spazio irripetibile, destinato a scomparire


La Miniera Dismessa come Spazio in Continua Trasformazione

Quando si pensa a una miniera abbandonata, l’immagine che viene in mente è spesso quella di un luogo immobile, sospeso nel tempo. Una fotografia fissa di un passato industriale ormai concluso. Quella immagine è sbagliata.

La miniera abbandonata è invece un organismo in continua trasformazione. Le armature in legno marciscono. Le volte cedono. L’acqua scava nuovi percorsi. I detriti colmano i vuoti. La roccia si assesta. La vegetazione riconquista gli accessi. Ciò che oggi è percorribile, domani può essere interdetto. Ciò che oggi appare leggibile, fra pochi anni può scomparire senza lasciare traccia.[1][2]

Il GRAIM (Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella) lo ha documentato concretamente nel corso di oltre un decennio di esplorazioni sulla Maiella: «la montagna si sta riappropriando del suo territorio cancellando a poco a poco le tracce del vissuto umano legato all’estrazione mineraria».[3][4]


Ogni Ingresso è un Momento Irripetibile della Speleologia Mineraria

L’esploratore che entra in una miniera dismessa non visita uno spazio. Visita un momento di quello spazio. Una configurazione unica, destinata a mutare.

Anche tornando nello stesso luogo, non si torna davvero nello stesso luogo. Il sottosuolo abbandonato è un teatro del divenire, dove il tempo agisce con pazienza silenziosa ma inesorabile. Questo aspetto della speleologia mineraria non riguarda solo la dimensione tecnica dell’esplorazione: tocca una questione filosofica profonda sull’irripetibilità dell’esperienza sotterranea.[5]

Le tecniche di rilievo più avanzate — scanner LiDAR, fotogrammetria sferica, modelli 3D — cercano di catturare questa configurazione momentanea prima che muti ulteriormente. Ma nessuna tecnologia può fermare il processo. Può solo documentarlo.[6][7]


Il Paradosso del Dominio Umano e il Riassorbimento della Natura

Ogni miniera nasce come gesto di dominio sulla materia. L’uomo fora, spacca, svuota, estrae. È un atto tecnico che separa artificialmente uno spazio dalla montagna che lo conteneva.

Cessata la presenza umana, la Natura avvia il processo inverso. Non distrugge: riassorbe. La montagna lentamente cicatrizza le ferite. L’acqua dissolve, la gravità abbatte, i sedimenti seppelliscono, il gelo spacca, il bosco cancella le tracce in superficie.

Questo processo è visibile nelle miniere di bitume della Maiella, nei complessi estrattivi dell’Aspromonte, nelle zolfare siciliane dove «strutture obsolete, lacerti tristemente fascinosi dell’archeologia industriale, resistono in mezzo alle campagne dell’entroterra», nelle gallerie umbre della lignite con i loro oltre 20 km di percorsi oggi quasi integralmente inaccessibili.[8][9][10]


La Documentazione nelle Miniere Abbandonate come Atto Etico

Entrare in questi luoghi significa spesso essere tra gli ultimi testimoni di una realtà in via di estinzione. Ogni fotografia, ogni rilievo, ogni mappa, ogni testimonianza orale raccolta, ogni nome annotato su una parete può diventare un frammento salvato dall’oblio.

Documentare non è semplice archivistica. È un atto di responsabilità verso il passato umano depositato nel sottosuolo.

Le miniere custodiscono non solo gallerie e macchinari. Custodiscono fatica, ingegno, pericolo, speranze, tragedie, economie locali, comunità intere. In una galleria della Maiella, il GRAIM ha scoperto un ambiente di circa 80 m² «interamente ricoperto di scritte lasciate dai minatori», definito «un autentico gioiello di testimonianze antropologiche». Quando una cavità collassa, non scompare solo un vuoto fisico: si perde una parte di memoria collettiva.[4]


Il Patrimonio Minerario Dismesso in Italia: i Numeri dell’Urgenza

L’ISPRA ha censito 3.021 siti minerari dismessi in Italia, distribuiti in 93 province e 889 comuni. Di questi, solo 75 fanno parte della Rete Nazionale dei Musei e Parchi Minerari (ReMi).[11]

Il divario tra il numero di siti esistenti e quelli effettivamente tutelati mostra la vastità del problema. L’ISPRA ha denunciato che «dal 1980 ad oggi, vi è stata assenza delle istituzioni per una politica alla pianificazione del territorio con investimenti coordinati, integrati e continui».[11]

I siti minerari di interesse storico ed etnoantropologico sono riconosciuti come beni culturali dall’art. 10, comma 4, lettera h del Codice Urbani. Nella realtà normativa, però, solo alcune regioni — Lombardia, Valle d’Aosta, Sardegna, Liguria, Piemonte, Abruzzo — hanno legiferato in materia. Manca ancora una normativa nazionale organica.[11]


Pericoli Concreti nelle Miniere di Carbone: la Sicurezza nella Speleologia Mineraria

La consapevolezza filosofica del tempo non può prescindere dalla consapevolezza fisica del rischio. Le miniere di carbone presentano pericoli specifici e spesso invisibili.

Il grisù (metano) è esplosivo in concentrazioni tra il 5% e il 16% nell’aria. Il blackdamp — miscela di CO? e azoto — sostituisce l’ossigeno causando perdita di coscienza senza preavviso. Il whitedamp (monossido di carbonio) è inodore, insapore, letale. Nel 1906 la peggiore catastrofe mineraria europea uccise 1.099 minatori per un’esplosione di grisù.[12]

Gabriele La Rovere ha dedicato un intero volume — Speleologia in Cavità Artificiali – Pericoli e Rischi: Linee Guida — a codificare queste competenze di sicurezza, segnale dell’urgenza avvertita dalla comunità specializzata.[12]


La Speleologia Mineraria come Disciplina della Consapevolezza del Tempo

La speleologia mineraria non è soltanto avventura o ricerca tecnica. È anche una disciplina della consapevolezza del tempo.

Ci insegna che tutto ciò che l’uomo costruisce è transitorio. Che proprio la fragilità delle opere rende preziosa la loro testimonianza. Si scende nel sottosuolo per osservare ciò che resta, ma anche per comprendere che il restare stesso è provvisorio.[5]

Per questo documentare è urgente. Non per possedere questi luoghi, ma per consegnarne traccia a chi verrà dopo, quando gli accessi saranno chiusi, le gallerie franate e i vuoti nuovamente confusi nella roccia. Prima che tutto ritorni al silenzio minerale da cui era emerso.


Guida di studio

Struttura della guida:

Il testo propone una filosofia dell’effimero sotterraneo articolata su quattro assi principali, che la guida esplora in profondità:

  1. La miniera come organismo vivo — non rovina statica ma sistema in continua trasformazione per azione di acqua, gravità, processi chimici e vegetazione. Il GRAIM sulla Maiella ha osservato direttamente come «la montagna si stia riappropriando del suo territorio cancellando a poco a poco le tracce del vissuto umano».[1]
  2. Il paradosso dell’unicità eraclitea — ogni ingresso è irripetibile perché la configurazione dello spazio muta costantemente; si ritorna in un luogo nominalmente identico ma ontologicamente diverso.[2]
  3. Il paradosso dominio/riassorbimento — la miniera nasce come gesto di dominio sulla materia, ma la Natura non distrugge: riassorbe, cicatrizza, reintegra.[3][4]
  4. La dimensione etica e memoriale — documentare è «un atto di responsabilità verso il passato umano depositato nel sottosuolo». In Italia esistono 3.021 siti minerari dismessi censiti da ISPRA in 93 province, ma solo 75 sono tutelati nella rete ReMi — una sproporzione che rende urgente ogni azione documentale.[5]

La guida include anche il profilo dei pericoli concreti (gas letali nelle miniere di carbone, crolli strutturali), le tecniche di documentazione speleologica (rilievo LiDAR, fotogrammetria sferica, cartografia topografica), casi di studio da Abruzzo, Sardegna, Umbria e Sicilia, un glossario, domande per la riflessione e flashcard per la preparazione all’esame.[6][7][8]

La Filosofia dell’Effimero Sotterraneo: Le Miniere Dismesse come Spazio di Memoria e Divenire

Guida di Studio Approfondita


Panoramica Concettuale

Il testo di riferimento sviluppa una tesi filosofica complessa che intreccia quattro dimensioni fondamentali:

DimensioneConcetto ChiaveImplicazione
OntologicaLa miniera come organismo in divenireL’abbandono non congela, ma accelera la trasformazione
FenomenologicaOgni ingresso è irripetibileNon esiste la “stessa” miniera in tempi diversi
EticaL’esploratore come testimoneDocumentare è un atto di responsabilità morale
MemorialeMiniere come archivi di umanitàLa perdita fisica è perdita di memoria collettiva

1. La Miniera come Organismo in Trasformazione

Concetto Fondamentale: Rifiutare il Paradigma della “Rovina Museale”

Il testo stabilisce sin dall’inizio una distinzione critica: la miniera abbandonata non è uno spazio statico, congelato come reperto museale, ma un sistema in continua evoluzione biologica e geologica. Questa posizione si oppone a una lettura romantica e contemplativa delle rovine che le vuole ferme nel tempo.

L’idea trova riscontro nelle esperienze documentate da gruppi come il GRAIM (Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella), che nel corso di oltre un decennio di esplorazioni sulla Maiella ha osservato come «la montagna si stia riappropriando del suo territorio cancellando a poco a poco le tracce del vissuto umano legato all’estrazione mineraria». Questo processo di riassorbimento è reale, concreto e misurabile, non una metafora.[1]

I Meccanismi della Trasformazione

La miniera si trasforma attraverso agenti fisici, chimici e biologici che agiscono simultaneamente:

  • Degradazione strutturale: le armature in legno marciscono; nelle miniere di carbone, costruite prevalentemente in roccia sedimentaria tenera, i sostegni che reggevano tonnellate di pietra si ammorbidiscono per l’infiltrazione dell’acqua fino al cedimento[2]
  • Azione idrica: l’acqua scava nuovi percorsi, dissolve materiali, trasporta sedimenti, crea laghi sotterranei là dove non esistevano
  • Cedimenti litici: la roccia risponde allo stress generato dall’escavazione con assestamenti progressivi e crolli — a volte improvvisi, a volte lentissimi
  • Ricolonizzazione vegetale: in superficie, il bosco cancella le tracce degli accessi; muschi e felci penetrano nelle gallerie più esterne
  • Processi chimici: nelle miniere metallifere, l’ossidazione dei minerali crea concrezioni di ossidi e idrossidi che colorano le pareti e formano strutture simili a stalattiti e stalagmiti[3]

In Umbria, per esempio, le miniere di lignite che avevano raggiunto nei decenni attivi fino a 20 km di gallerie su più livelli oggi vedono i propri ambienti progressivamente compromessi da infiltrazioni e cedimenti: i record storici sono i soli archivi di quella geometria oggi alterata.[4][5]


2. Il Paradosso dell’Unicità: Ogni Ingresso è Irripetibile

La Struttura Filosofica del Paradosso

Il testo formula un paradosso di natura eraclitea: non si entra mai due volte nella stessa miniera. Questa affermazione, che suona quasi come un aforisma, ha radici concrete nei processi di trasformazione descritti sopra. Se la configurazione di un ambiente sotterraneo cambia costantemente — sia pur con ritmi più lenti di un corso d’acqua — allora ogni visita è ontologicamente distinta dalle precedenti.

Questo paradosso richiama la distinzione aristotelica tra hyle (materia) e morphé (forma): la materia rocciosa è la stessa, ma la forma — disposizione dei vuoti, orientamento delle gallerie accessibili, presenza o assenza di acqua — si modifica. Sono due accessi a luoghi diversi, anche se nominalmente identici.

Implicazioni per l’Esplorazione

L’unicità dell’ingresso trasforma l’esplorazione in un atto non ripetibile e non delegabile. Non è sufficiente leggere il resoconto di chi è entrato prima: la miniera che quella persona ha visitato potrebbe non esistere più. Questa consapevolezza genera un senso di urgenza nella documentazione e spiega la prassi, consolidata tra gli esploratori più rigorosi, di redigere ogni volta dettagliati resoconti scritti, fotografie, rilievi.[6]


3. Il Paradosso Profondo: Dominio Umano vs. Riassorbimento Naturale

La Miniera come Gesto di Dominio

Ogni miniera nasce da un atto di violenza controllata sulla materia: l’uomo fora, spacca, svuota, estrae. È un gesto di dominio tecnico che presuppone una separazione netta tra soggetto (l’umanità produttrice) e oggetto (la montagna, la roccia, il minerale). Le miniere storiche italiane — dalle zolfare siciliane alle ligniti umbre, dalle miniere di bitume della Maiella alle grandi concessioni metallifere sarde — rappresentano tutte questo stesso impulso.[7][8]

In Sicilia, le zolfare delle province di Agrigento e Caltanissetta hanno segnato per quasi due secoli il paesaggio e la società locali, con strutture che oggi «resistono in mezzo alle campagne dell’entroterra quasi con un senso di vergogna, e, certamente, di solitudine immensa». La dismissione ha interrotto il gesto di dominio, lasciando la ferita aperta.[9]

Il Riassorbimento come Risposta della Natura

Cessato il presidio umano, la Natura avvia il processo inverso: non distrugge ma riassorbe. Questa distinzione semantica è cruciale nel testo. “Distruggere” implica un’azione violenta; “riassorbire” è un processo organico, quasi fisiologico. La montagna si comporta come un organismo che cicatrizza: acqua, gravità, sedimenti, gelo, vegetazione lavorano con «pazienza silenziosa ma inesorabile».

Il fenomeno è documentato sia nei siti della Maiella, dove le testimonianze dell’attività estrattiva «vanno scomparendo perché la montagna si sta riappropriando del suo territorio», sia nelle miniere dell’Aspromonte, dove «cunicoli e gallerie ancora visibili nel territorio» convivono con le prime forme di ri-colonizzazione naturale.[10][11]

La Tabella del Conflitto Ontologico

FaseSoggettoAzioneRisultato
AttivaUomoEstrae, domina, controllaSpazio artificiale separato dalla natura
AbbandonoNaturaRiassorbe, cicatrizzaSpazio ibrido in transizione
FinaleNaturaCompleta il riassorbimentoRitorno alla condizione originaria

4. La Dimensione Etica e Memoriale

L’Esploratore come Ultimo Testimone

Il testo attribuisce all’esploratore-documentatore un ruolo etico preciso: essere tra i “testimoni di una realtà in via di estinzione”. Questa funzione memoriale trasforma la speleologia mineraria da semplice avventura a disciplina umanistica.

La struttura etica si articola in tre passaggi:

  1. Riconoscimento: l’esploratore prende coscienza del valore di ciò che vede
  2. Documentazione: trasforma l’esperienza in archivio (fotografie, rilievi, mappe, testimonianze orali)
  3. Trasmissione: consegna questo archivio alla memoria collettiva, oltre i propri anni di vita

Il GRAIM, che dal 2014 ha documentato circa venti complessi minerari sulla Maiella, raccogliendo testimonianze degli anziani ex-minatori e catalogando oltre cento ingressi tra miniere e sondaggi, incarna esattamente questo modello. La Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Chieti e Pescara ha riconosciuto formalmente questa funzione, ma si tratta di eccezioni virtuose in un panorama di generale disattenzione istituzionale.[12][13][14]

Le Miniere come Archivi di Umanità

Le cavità minerarie non custodiscono solo geometrie e macchinari. Contengono strati di vita umana sedimentati:

  • Materiali: binari, carrelli, montacarichi, tramogge, stazioni di carico, centrali idroelettriche[1]
  • Immateriali: le scritte dei minatori sulle pareti — una galleria di circa 80 m² nella Maiella è stata scoperta «interamente ricoperta di scritte lasciate dai minatori», definita «un autentico gioiello di testimonianze antropologiche»[15]
  • Sociali: economie locali, comunità intere, gerarchie di classe (nelle zolfare siciliane il lavoro dei “carusi” era condizioni semiservili)[9]
  • Letterari: le miniere siciliane «respirano» nelle pagine di Pirandello e Sciascia, dove lo zolfo «esala fino alla tragedia nelle dolorose vicende familiari»[9]

Quando una cavità collassa, non scompare solo il vuoto fisico. Si perde un archivio multistratificato che nessun documento cartaceo può sostituire completamente.

Il Framework dell’Urgenza

Il censimento ISPRA ha registrato 3.021 siti minerari dismessi in Italia, distribuiti in 93 province e 889 comuni. Di questi, solo 75 fanno parte della Rete Nazionale dei Musei e Parchi Minerari (ReMi). Il divario tra il numero di siti esistenti e quelli tutelati rivela la vastità del problema: la maggior parte dei siti è in abbandono senza protezione normativa né risorse per la valorizzazione.[16]

Questa sproporzione conferisce un carattere di urgenza pratica alla riflessione filosofica: il tempo non è una metafora astratta, ma una variabile concreta che misura la velocità della perdita.


5. La Speleologia Mineraria come Disciplina della Consapevolezza

Definizione e Specificità

La speleologia mineraria — o speleologia in cavità artificiali — si distingue dalla speleologia classica per l’ambiente e per le competenze richieste. Opera in cavità create dall’uomo (miniere, cave, acquedotti storici, catacombe) piuttosto che in grotte naturali, ma condivide con essa:

  • Le tecniche di progressione verticale e orizzontale
  • La cartografia speleologica (poligonale, bussola, clinometro, distanziometri laser)[6]
  • Le tecnologie di rilievo avanzate (scanner LiDAR, fotogrammetria sferica, modelli 3D)[17]
  • Il codice etico del rispetto dell’ambiente: «prendi solo foto, lascia solo impronte»[18]

I Pericoli Specifici delle Miniere

La consapevolezza etica include la consapevolezza del rischio fisico. Le miniere presentano pericoli distinti per tipologia:

Miniere metallifere (ferro, rame, piombo, zinco):

  • Strutture più stabili perché scavate in rocce ignee e metamorfiche
  • Concrezioni chimiche vistose ma non letali
  • Rischio principale: instabilità strutturale localizzata[19]

Miniere di carbone (pericoli maggiori):

  • Strutture meno stabili per la natura sedimentaria della roccia (argilliti, scisti)
  • Grisù (metano): esplosivo tra il 5% e il 16% di concentrazione[2]
  • Blackdamp: miscela di CO? e azoto che sostituisce l’ossigeno causando perdita di coscienza[2]
  • Whitedamp (monossido di carbonio): inodore, insapore, letale senza sintomi evidenti[2]
  • Nel 1906, la peggiore catastrofe mineraria europea uccise 1.099 minatori per un’esplosione di grisù[2]

Gabriele La Rovere, autore di Speleologia in Cavità Artificiali – Pericoli e Rischi: Linee Guida, ha dedicato un intero volume a codificare queste competenze di sicurezza, segnale dell’urgenza avvertita dalla comunità specializzata.[2]

Il Codice Etico nella Speleologia

La speleologia ha sviluppato una riflessione etica interna che riguarda direttamente il tema del testo:[18]

  • Rispetto ambientale: non alterare l’ambiente (non scavare, non rimuovere oggetti, non spostare minerali)
  • Gestione delle informazioni: il dibattito sulla divulgazione delle coordinate di nuove scoperte — proteggere dall’affluenza eccessiva vs. condivisione della conoscenza
  • Responsabilità verso il futuro: ogni scelta di oggi ha effetti per le generazioni di esploratori che verranno

6. La Filosofia dell’Abbandono: Contesto Teorico

Il Concetto di “Fatiscente”

Il termine “fatiscente” (dal latino fatisci, fendersi) cattura meglio di qualunque altro la dinamica che il testo descrive. Non è una condizione statica ma un processo in atto: il participio presente (fatiscens) segnala che la rovina sta accadendo adesso, non che è già avvenuta. La miniera non è una rovina compiuta ma una rovina in divenire.[20]

La Psicologia dell’Abbandono e dell’Esplorazione

I luoghi abbandonati generano un’«ambivalenza emotiva: ne siamo attratti e respinti, contemporaneamente, oscilliamo come pendoli tra l’inquietudine e il fascino della scoperta». Questa tensione è il motore psicologico dell’esplorazione. Gli urbexer — esploratori di edifici e luoghi abbandonati — condividono questa psicologia: l’esploratore «non è il custode del posto fisico, ma della sua memoria e il suo compito è quello di raccontare e congelare con i suoi scatti un istante preciso della storia».[21][20]

La stessa Carmen Pellegrino, studiosa dell’abbandono definita “abbandonologa” anche dall’Enciclopedia Treccani, afferma che «l’abbandono riduce le dissomiglianze sociali, economiche, geografiche e persino quelle religiose»: le rovine livellano i destini, rendendo simili nei silenzi i luoghi dei potenti e quelli dei poveri.[22]

Il Raccordo con la Filosofia del Tempo

Il testo evoca implicitamente la concezione eraclitea del tempo come flusso (panta rhei) e quella buddhista dell’impermanenza. Ma radica queste intuizioni in un contesto materiale preciso: il sottosuolo industriale moderno. La filosofia dell’effimero non si applica a un’astrazione ma a gallerie misurabili, strutture catalogabili, storie documentabili.

Questa materializzazione della filosofia è la specificità della speleologia mineraria rispetto alla mera speculazione teorica: l’esploratore non contempla l’impermanenza in astratto, ma la tocca con mano, la respira, la misura con clinometro e bussola.


7. La Documentazione come Atto Politico e Culturale

Dal Dato all’Archivio, dall’Archivio alla Memoria

Il testo afferma che «documentare non è semplice archivistica: è un atto di responsabilità verso il passato umano depositato nel sottosuolo». Questa affermazione meriterebbe di essere letta alla luce del dibattito archivistico italiano, che negli ultimi decenni ha riconosciuto come il lavoro dell’archivista non sia «mera “scrittura” amministrativa, ma produzione di strumenti di ricerca e di comunicazione culturale».[23]

La documentazione speleologica delle miniere produce:

  1. Rilievi topografici — piante, sezioni, modelli 3D con sistemi LiDAR e fotogrammetria sferica[17][6]
  2. Documentazione fotografica — da quella analogica storica alle tecniche subacquee e sotterranee contemporanee
  3. Testimonianze orali — raccolte dagli ex-minatori ancora viventi, che custodiscono il sapere incarnato che nessun documento scritto può rimpiazzare[24]
  4. Ricerca archivistica — consultazione di archivi comunali, catastali, biblioteche, pubblicazioni minerarie storiche[25]
  5. Schede catalografiche — l’ISPRA ha sviluppato la nuova Scheda di Catalogo SPD (Siti Produttivi Dismessi) per standardizzare la documentazione[16]

Il Riconoscimento Istituzionale: un Quadro Ancora Incompleto

I siti minerari «di interesse storico ed etnoantropologico» sono riconosciuti come beni culturali dall’art. 10, comma 4, lettera h del Codice Urbani. Tuttavia, questa tutela formale si scontra con una realtà normativa frammentata: solo alcune regioni hanno legiferato in materia di valorizzazione del patrimonio minerario dismesso (Lombardia, Valle d’Aosta, Sardegna, Liguria, Piemonte, Abruzzo), mentre manca una normativa nazionale organica.[16]

L’ISPRA stessa ha denunciato che «dal 1980 ad oggi, vi è stata assenza delle istituzioni per una politica alla pianificazione del territorio con investimenti coordinati, integrati e continui». Questa lacuna istituzionale amplifica la responsabilità dell’esplorazione volontaria e della documentazione privata.[16]


8. Casi di Studio: Esempi Concreti dalla Realtà Italiana

La Maiella (Abruzzo): Modello di Speleologia Mineraria Attiva

Il massiccio della Maiella rappresenta forse il caso più documentato di speleologia mineraria sistematica in Italia. Il GRAIM ha:[7][12]

  • Catalogato oltre 100 ingressi tra miniere e sondaggi[1]
  • Documentato chilometri di binari, carrelli, bunker, montacarichi, tramogge[1]
  • Ritrovato miniere considerate perdute (miniera di Santo Spirito, miniera di Cusano)[15]
  • Scoperto la galleria ricoperta di scritte dei minatori — un documento antropologico irripetibile[15]
  • Ottenuto il riconoscimento della Soprintendenza[13]

Nel 2026 le esplorazioni si sono estese a nuovi territori (Taranta Peligna, Lama dei Peligni) in cerca di ulteriori siti di estrazione del bitume.[26]

La Sardegna: Dalla Dismissione al Turismo Culturale

Le miniere sarde, particolarmente nel Sulcis-Iglesiente, rappresentano uno dei patrimoni minerari più rilevanti d’Italia. Siti come l’Argentiera (Nord Sardegna), con strutture «in parte restaurate e in parte lasciate alle intemperie», raccontano «due secoli di lavoro e sacrificio». Sos Enattos (Galtellì), ultima miniera metallifera del Nuorese, chiusa nel 1996, è ora candidata a ospitare l’Einstein Telescope, proiettando il passato minerario verso il futuro scientifico.[8][27]

L’Umbria: Lignite e Memoria Industriale

In Umbria, i permessi di ricerca della lignite risalgono al primo Novecento, con un predominio della Società Terni fino agli anni ’50. La miniera di Buonacquisto (Arrone, TR), pilastro economico della regione, ha oggi un Parco Minerario dedicato (Parco Minerario Valentino Paparelli). Le miniere di Spoleto hanno raggiunto fino al XIII livello, a 55 metri sotto il livello del mare, con oltre 20 km di gallerie: oggi quel reticolo è quasi integralmente inaccessibile.[28][5][4]

La Sicilia: Tragedia, Letteratura e Recupero Difficile

Le zolfare siciliane sono forse le miniere più cariche di memorie dolorose: sfruttamento dei “carusi”, tragedia di Gibellini, economia estrattiva segnata dal disumano. Ciò che resta oggi sono «strutture obsolete, lacerti tristemente fascinosi dell’archeologia industriale, resistenti in mezzo alle campagne». Alcune soprintendenze hanno avviato tutele formali, ma la valorizzazione è ancora largamente incompiuta.[9]

La Liguria e il Piemonte: Miniere Metallifere Esplorabili

Nelle miniere di Brosso (Ivrea, TO) — oltre 180 chilometri di gallerie — gli esploratori possono girare per ore senza ripassare nello stesso punto, incontrando carrellini, binari con scambi, scivoli inclinati, formazioni di ossidi e idrossidi che replicano nelle gallerie la bellezza delle concrezioni naturali. È uno degli esempi più vividi di come la miniera diventi, nel tempo, un ambiente quasi naturale.[3]


9. Glossario dei Concetti Chiave

TermineDefinizione nel contesto del testo
Effimero sotterraneoLa condizione di transitorietà di ogni configurazione spaziale in una miniera abbandonata
Teatro del divenireMetafora per indicare la miniera come luogo dove il tempo agisce visibilmente sulla materia
Riassorbimento naturaleIl processo con cui la Natura reintegra nel proprio sistema gli spazi artificialmente separati dall’attività estrattiva
Esploratore-documentatoreFigura che unisce la prassi esplorativa alla responsabilità memoriale
Mediatore di temporalitàFunzione dell’esploratore tra il tempo passato del lavoro minerario e il tempo futuro dell’oblio
Disciplina della consapevolezzaDimensione filosofica della speleologia mineraria che trascende la sola tecnica
Silenzio mineraleL’immagine finale del testo: la condizione anteriore e posteriore all’intervento umano, a cui tutto ritorna

10. Domande per la Riflessione e l’Esame

Comprensione

  1. Perché il testo rifiuta il paragone tra la miniera abbandonata e una “rovina museale”? Quali argomenti porta a supporto?
  2. Quali sono i quattro agenti fisici principali della trasformazione sotterranea citati nel testo?
  3. Cosa intende l’autore con “mediatore tra due temporalità”?

Analisi Critica

  1. Il paradosso “non si torna mai nello stesso luogo” è di matrice eraclitea. In che modo il testo adatta questa intuizione filosofica al contesto specifico delle miniere?
  2. Analizza la distinzione semantica tra “distruggere” e “riassorbire”. Perché questa distinzione è filosoficamente rilevante?
  3. Come si articola, secondo il testo, il rapporto tra urgenza della documentazione e limitazione del tempo?

Applicazione e Sintesi

  1. Un critico potrebbe obiettare che la documentazione speleologica non cambia nulla, perché le miniere continueranno a deteriorarsi. Come potrebbe rispondere l’autore del testo?
  2. Confronta il ruolo etico dell’esploratore-documentatore con quello dell’archivista tradizionale. In cosa si sovrappongono? In cosa divergono?
  3. La tesi del “silenzio minerale” finale (tutto ritorna al silenzio da cui era emerso) ha implicazioni pessimistiche o costruttive? Argomenta la tua posizione.
  4. Come si collega il concetto di “speleologia come disciplina della consapevolezza del tempo” con la pratica concreta del rilievo topografico?

Domanda di Sintesi (tipo saggio breve)

Traccia: Il testo afferma che «documentare è urgente. Non per possedere questi luoghi, ma per consegnarne traccia a chi verrà dopo». Analizza questa affermazione in relazione alla situazione reale del patrimonio minerario italiano, utilizzando esempi concreti e sviluppando una tua posizione argomentata sulla responsabilità dell’esploratore-documentatore.


Schede Flash (Flashcard)

Q: Qual è la distinzione fondamentale che il testo stabilisce rispetto alla concezione comune della miniera abbandonata?
A: La miniera non è uno spazio immobile “congelato nel tempo come una rovina museale”, ma un organismo in lenta ma continua trasformazione.


Q: Perché l’esplorazione non è mai “semplice ripetizione”?
A: Perché l’ambiente sotterraneo si trasforma costantemente: anche tornando nello stesso luogo, non si torna mai davvero nello stesso luogo.


Q: Cosa significa che la Natura “riassorbe” invece di “distruggere”?
A: Significa che il processo è organico, quasi fisiologico: la montagna cicatrizza le ferite, reintegrando gli spazi artificiali nel sistema naturale piuttosto che semplicemente demolirli.


Q: Quale valore etico attribuisce il testo alla documentazione speleologica?
A: È un «atto di responsabilità verso il passato umano depositato nel sottosuolo», non semplice archivistica.


Q: Cosa si intende con l’espressione “silenzio minerale”?
A: La condizione originaria e finale dello spazio sotterraneo: prima dell’intervento umano e dopo che la Natura ha completato il riassorbimento di ciò che l’uomo aveva scavato.


Q: Cos’è il GRAIM e qual è il suo significato nel contesto della speleologia mineraria?
A: È il Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella, fondato nel 2014, che documenta sistematicamente le miniere abbandonate della Maiella; incarna il modello dell’esploratore-documentatore descritto nel testo.


Q: Quanti siti minerari dismessi ha censito ISPRA in Italia?
A: 3.021 siti, distribuiti in 93 province e 889 comuni; solo 75 fanno parte della Rete ReMi di musei e parchi minerari.


Q: Quali sono i tre gas più pericolosi nelle miniere di carbone abbandonate?
A: Grisù (metano, esplosivo), Blackdamp (CO? + azoto, asfissiante), Whitedamp/monossido di carbonio (letale, inodore e insapore).


Q: In che senso la speleologia mineraria è definita “disciplina della consapevolezza del tempo”?
A: Perché ci insegna che tutto ciò che l’uomo costruisce è transitorio, e che proprio la fragilità delle opere rende preziosa la loro testimonianza.


Q: Cosa custodiscono le miniere oltre alle gallerie e ai macchinari?
A: «Fatica, ingegno, pericolo, speranze, tragedie, economie locali, comunità intere» — ovvero strati di vita umana che nessun documento può rimpiazzare.


Note Metodologiche per lo Studio

Il testo ha una struttura argomentativa circolare, non lineare. Parte da una tesi (la miniera come organismo in divenire), la sviluppa attraverso paradossi e implicazioni, e ritorna all’inizio con una diversa profondità. Per studiarla efficacemente:

  1. Prima lettura: identifica le tesi principali e la loro sequenza logica
  2. Seconda lettura: isola i paradossi e analizza come vengono risolti o lasciati aperti
  3. Terza lettura: collega ogni affermazione filosofica a un esempio concreto (dalla documentazione GRAIM, dall’ISPRA, dalla letteratura sul campo)
  4. Scrittura: esercitati a parafrasare le tesi in linguaggio tecnico-scientifico, poi in linguaggio filosofico, poi in linguaggio divulgativo — la padronanza si misura nella capacità di traduzione tra registri

L’urgenza che il testo esprime non è retorica: il patrimonio minerario italiano si deteriora più velocemente delle capacità istituzionali di tutelarlo. Comprendere questa realtà è parte integrante della comprensione del testo stesso.

Fonti consultate:

Fonti
[1] Le miniere dismesse della Maiella al Raduno Internazionale di … https://www.scintilena.com/le-miniere-dismesse-della-maiella-al-raduno-internazionale-di-speleologia-di-costacciaro/10/15/
[2] “Le miniere abbandonate della Maiella: situazione attuale, nuove … https://www.museo.unich.it/news/le-miniere-abbandonate-della-maiella-situazione-attuale-nuove-scoperte-e-prospettive-future
[3] Le miniere abbandonate della Majella: situazione attuale … https://www.scintilena.com/doppio-appuntamento-in-abruzzo-le-miniere-abbandonate-della-majella-situazione-attuale-nuove-scoperte-e-prospettive-future/03/08/
[4] GRAIM: Presentazione delle Scoperte e ricerche sulle … https://www.scintilena.com/graim-presentazione-delle-scoperte-e-ricerche-sulle-miniere-abbandonate-della-maiella-il-23-gennaio/01/08/
[5] Esplorare oltre la roccia: riflessioni sull’etica nella speleologia https://www.scintilena.com/esplorare-oltre-la-roccia-riflessioni-sulletica-nella-speleologia/02/24/
[6] Mappe dall’Oscurità: Come si Crea la Cartografia del … – Scintilena https://www.scintilena.com/mappe-dalloscurita-come-si-crea-la-cartografia-del-mondo-sotterraneo/10/05/
[7] Modellazione 3D di cavità artificiali per analisi geomeccanica a … https://www.scintilena.com/modellazione-3d-di-grotte-artificiali-per-analisi-geomeccanica-a-gravina-in-puglia/09/02/
[8] Miniere dimenticate dell’Aspromonte: storia, geologia e archeologia https://www.scintilena.com/miniere-dimenticate-dellaspromonte-storia-geologia-e-archeologia/07/13/
[9] Le miniere abbandonate, patrimonio siciliano da riscoprire https://www.leviedeitesori.com/le-miniere-abbandonate-patrimonio-siciliano-da-riscoprire/
[10] Miniere d’Italia – Le miniere di lignite di Spoleto https://sites.google.com/view/miniere-italia/regioni/umbria/lignite-xiloide/le-miniere-di-lignite-di-spoleto
[11] [PDF] Miniere dismesse: un patrimonio culturale ed economico – ISPRA https://www.isprambiente.gov.it/files2025/notizie/san-cataldo-re-mi-patane-giugno-2025-1.pdf
[12] A Lettomanoppello la presentazione del libro sulla speleologia in … https://www.scintilena.com/a-lettomanoppello-la-presentazione-del-libro-sulla-speleologia-in-cavita-artificiali-pericoli-rischi-e-linee-guida/02/20/
[13] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt
[14] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt
[15] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt

L'articolo La Miniera Abbandonata non è una Rovina: è un Organismo che Cambia proviene da Scintilena.

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