Messico, le fosse dei mammut: cosa raccontano 13.000 anni dopo
A Tultepec, nella grande conca del Messico, oltre 1.500 ossa appartenenti ad almeno 14 mammut sono state trovate all’interno di due grandi fosse
Gli archeologi ritengono che possano essere state utilizzate come trappole dai cacciatori preistorici. Nuove analisi sui denti e sulle ossa degli animali aggiungono oggi altri particolari alla storia
La curiosità è nata leggendo un articolo pubblicato da Focus, dedicato al mistero di una “trappola per mammut” risalente a circa 15.000 anni fa.
Una storia abbastanza affascinante da meritare qualche ricerca in più.
le fonti scientifiche e quelle dell’Instituto Nacional de Antropología e Historia (INAH), l’ente pubblico messicano che si occupa della ricerca e della tutela del patrimonio archeologico, antropologico e paleontologico. E’ emersa una storia ancora più interessante: non soltanto grandi fosse e centinaia di ossa, ma nuove datazioni, analisi dei denti e delle ossa e perfino indizi sugli spostamenti dei mammut che vivevano nella regione alla fine del Pleistocene.
Tutto comincia con due grandi buche nel terreno e una quantità impressionante di ossa.

Siamo a Tultepec, nello Stato del Messico, una quarantina di chilometri a nord di Città del Messico. Qui, durante alcuni lavori effettuati nel 2019 in un’area destinata a una discarica, gli archeologi dell’Instituto Nacional de Antropología e Historia (INAH) hanno portato alla luce più di 1.500 resti ossei appartenenti ad almeno 14 mammut.
Della scoperta colpisce, più ancora del notevole numero di resti, il fatto che le ossa si trovassero all’interno di due grandi fosse, profonde circa un metro e settanta e larghe una ventina di metri. Secondo gli archeologi, potrebbero essere state scavate intenzionalmente e utilizzate dagli antichi abitanti della regione per intrappolare i mammut.
Se questa interpretazione è corretta, Tultepec conserva la testimonianza di una forma di caccia molto più organizzata di quanto si potrebbe immaginare pensando ai gruppi umani della fine del Pleistocene.
Grandi lavori per catturare animali ancora più grandi
Scavare quelle fosse non doveva essere semplice.
Secondo le stime dell’INAH, per realizzarle sarebbe stato necessario rimuovere complessivamente circa 400 metri cubi di terreno. Un lavoro che fa pensare a un’attività collettiva e programmata.
Gli archeologi ipotizzano inoltre che nella zona possano esistere altre strutture simili, forse disposte a poche decine di metri l’una dall’altra.
L’idea è affascinante: invece di limitarsi ad approfittare di mammut morti naturalmente o rimasti accidentalmente bloccati nel terreno, gli uomini potrebbero aver imparato a indirizzare gli animali verso punti scelti in precedenza, trasformando il paesaggio in un vero strumento di caccia. È bene però usare un po’ di prudenza.
Le fosse vengono interpretate dagli archeologi come trappole sulla base dell’insieme delle evidenze raccolte nel sito. Non abbiamo, naturalmente, la possibilità di osservare direttamente come venissero utilizzate 13.000 anni fa. Anche in documenti dell’INAH relativi ad altri siti della stessa regione si parla infatti delle “possibili trappole” di Tultepec.
Non soltanto ossa: a rendere interessante il sito è anche il modo in cui sono stati ritrovati i resti
Gli archeologi hanno osservato tracce di intervento umano sulle ossa e differenze nel modo in cui le carcasse furono trattate. Alcune sembrano essere state sfruttate quasi completamente, altre soltanto in parte. Sono stati trovati anche strumenti realizzati in osso. In alcuni casi la disposizione dei resti sembra inoltre tutt’altro che casuale. Intorno a un cranio di mammut, ad esempio, alcune vertebre e una zanna appartenente a un altro animale sembrerebbero essere state sistemate intenzionalmente.
L’archeologo Luis Córdoba Barradas, responsabile delle ricerche, ha proposto che alcuni di questi comportamenti potessero avere anche un significato rituale. dimostrare rispetto alla semplice osservazione delle ossa e della loro posizione: proprio per questo va considerata come interpretazione, non come certezza.
Nel sito sono comparsi anche resti di altri grandi animali, tra cui cavalli e cammelli, che facevano parte della fauna presente nella regione alla fine del Pleistocene.
Cosa mangiavano i mammut?
Negli ultimi anni la storia di Tultepec ha acquistato un nuovo capitolo.
Gli scienziati hanno infatti cominciato a interrogare direttamente denti e ossa dei mammut per capire qualcosa in più sulla loro vita. Un primo studio, pubblicato nel 2023 sul Journal of South American Earth Sciences, ha analizzato l’usura dei denti di undici mammut provenienti dai siti di Tultepec.
I denti, proprio come accade negli animali attuali, si consumano in maniera differente a seconda di ciò che viene mangiato. Studiandone le superfici è quindi possibile ottenere indicazioni sul tipo di vegetazione consumata durante la vita. Il risultato mostra animali con una dieta piuttosto varia, compatibile con un ambiente formato da zone erbose alternate ad aree con alberi e arbusti. La maggior parte degli individui studiati era relativamente giovane: cinque avevano meno di 18 anni e soltanto uno avrebbe raggiunto circa 45 anni.
Le informazioni nascoste nello smalto dei denti
Nel 2025 un nuovo studio ha fatto procedere ancora. La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Palaeogeography, Palaeoclimatology, Palaeoecology, ha combinato diversi tipi di analisi su undici mammut di Tultepec.
Senza addentrarsi troppo nella chimica, il principio è semplice: quello che un animale mangia e beve lascia una piccola firma chimica nei suoi denti e nelle sue ossa: una “firma” che si conserva a lungo, per migliaia di anni.
Analizzandola, i ricercatori hanno scoperto che dieci degli undici mammut studiati avevano un’alimentazione mista. Non erano quindi legati a un solo tipo di vegetazione, ma sembrano aver sfruttato risorse differenti. Soltanto uno degli animali mostra caratteristiche compatibili con una dieta maggiormente basata su foglie e vegetazione arbustiva.
Solo un piccolo dettaglio, che contribuisce a restituire l’immagine di animali capaci di adattarsi ad ambienti diversi.
Mammut locali e mammut viaggiatori
Anche l’acqua bevuta da un animale lascia una traccia riconoscibile nei suoi tessuti. Studiando le differenze, i ricercatori hanno osservato che non tutti i mammut di Tultepec sembrano avere la stessa storia. Alcuni potrebbero essere vissuti stabilmente nella regione, mentre altri potrebbero essere arrivati da zone differenti.
Gli autori dello studio parlano della possibile presenza di individui residenti e individui migratori.
Non conosciamo le loro rotte, non possiamo ricostruire sulla carta gli spostamenti delle mandrie: però, sembra che alcuni animali si siano mossi attraverso territori più ampi.
Allora, se gli uomini di Tultepec utilizzavano davvero grandi fosse per catturare i mammut, dovevano probabilmente conoscere molto bene, oltre al territorio, anche le abitudini e gli spostamenti degli animali.
La datazione
Nelle prime notizie sulla scoperta si è parlato spesso di “trappole per mammut di 15.000 anni fa”.
L’INAH colloca il contesto archeologico di Tultepec in un intervallo compreso approssimativamente tra 15.000 e 13.000 anni fa.
Lo studio pubblicato nel 2025 ha però permesso di ottenere qualcosa di ancora più preciso: tre mandibole di mammut sono state datate direttamente con il metodo del radiocarbonio: i risultati sono compresi tra circa 13.170 e 13.450 anni fa.
Questo non significa che tutto il sito abbia esattamente la stessa età, ma permette di collocare con maggiore precisione nel tempo alcuni degli animali studiati e di aggiungere un nuovo tassello alla ricostruzione archeologica di Tultepec.
Una storia scritta sotto terra
Tultepec è interessante perché discipline diverse stanno ricostruendo pezzi differenti della stessa storia.
L’archeologia studia le fosse, la posizione delle ossa e le tracce lasciate dagli uomini. La paleontologia ricostruisce età e caratteristiche degli animali. Lo studio dei denti permette di capire cosa mangiavano. Le analisi chimiche di denti e ossa possono persino suggerire se alcuni di quei mammut fossero vissuti sempre nello stesso territorio oppure fossero arrivati da più lontano.
Alla fine, le due fosse raccontano qualcosa che va oltre la spettacolare immagine della “trappola per mammut”: un paesaggio oggi scomparso, popolato da grandi erbivori, e gruppi umani che sembrano aver imparato a conoscere molto bene quel territorio e gli animali che lo attraversavano.
Spunto
Focus, 30 settembre 2026 – “C’è un mistero nella trappola per mammut di 15.000 anni fa” https://www.focus.it/scienza/scienze/il-mistero-della-trappola-per-mammut-di-15000-anni-fa
Fonti scientifiche
Rodríguez-Franco S., Pérez-Crespo V.A., Barrón-Ortiz C.I., Córdoba-Barradas L., Arroyo-Cabrales J., Rivals F., Cienfuegos-Alvarado E., Otero F.J., Loredo-Jasso A.U., Beramendi-Orosco L.E. (2025) – Dietary reconstruction of Mammuthus columbi from Tultepec, Estado de México, México: A multiproxy approach, Palaeogeography, Palaeoclimatology, Palaeoecology, 666, 112829. DOI: 10.1016/j.palaeo.2025.112829 – https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0031018225001142
Rodríguez-Franco S., Pérez-Crespo V.A., Barrón-Ortiz C.I., Córdoba-Barradas L., Arroyo-Cabrales J. (2023) – Dental mesowear analysis of the Columbian mammoth (Mammuthus columbi) from Tultepec, Estado de México, México, Journal of South American Earth Sciences, 125, 104320. DOI: 10.1016/j.jsames.2023.104320 – https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0895981123001311
Instituto Nacional de Antropología e Historia (INAH) – El megasitio de mamuts de Tultepec revela la cultura de los antiguos cazadores de la Cuenca de México, comunicazione istituzionale sulle ricerche archeologiche condotte da Luis Córdoba Barradas – https://www.inah.gob.mx/boletines/el-megasitio-de-mamuts-de-tultepec-revela-la-cultura-de-los-antiguos-cazadores-de-la-cuenca-de-mexico
Instituto Nacional de Antropología e Historia (INAH) – Los mamuts de Tultepec: vestigios de un paisaje remoto, sintesi sul sito paleoarcheologico Tultepec II – https://www.inah.gob.mx/foto-del-dia/los-mamuts-de-tultepec-vestigios-de-un-paisaje-remoto
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