Buso del Seciòn: è nato il quinto ingresso del sistema Rana–Pisatela
Due mesi di esplorazioni, risalite, misure ARVA, un falso indizio e infine le voci che si incontrano attraverso un metro di terra: il Gruppo Grotte Schio CAI apre un nuovo accesso al grande sistema sotterraneo
Cesare Raumer racconta in prima persona una storia di tenacia, tecnica, intuizione e passione speleologica
In alcune esplorazioni i la scoperta arriva alla fine di anni di tentativi.
In altre, nel giro di poche settimane, una serie di intuizioni, errori, verifiche, risalite e ostinazione riesce a trasformare un punto quasi invisibile nel bosco in una nuova porta verso un grande sistema sotterraneo.
È ciò che è accaduto al Gruppo Grotte Schio CAI, che nell’estate 2026 ha portato a termine un risultato davvero entusiasmante: l’apertura del quinto ingresso del Sistema Sotterraneo Buso della Rana–Pisatela. Il nuovo accesso è stato battezzato Buso del Seciòn.

La cosa straordinaria è anche dove si trova. Il Seciòn si apre ad appena otto metri dall’ingresso della Pisatela e tre metri più in basso. Eppure, per andare sottoterra dall’uno all’altro, occorre percorrere quasi un chilometro. Il nuovo ingresso costituisce così una sorta di accesso diretto al cuore della Pisatela, con conseguenze importanti non soltanto per le future esplorazioni, ma anche per un eventuale intervento del Soccorso Speleologico nelle zone più interne.

Il risultato finale racconta solo una parte della storia. Per arrivarci sono serviti una buona conoscenza della grotta e del suo rilievo, risalite impegnative, il confronto continuo fra ciò che diceva la topografia e ciò che realmente si incontrava sottoterra e persino l’impiego degli ARVA, gli apparecchi normalmente utilizzati per la ricerca delle persone travolte da valanga, qui trasformati in preziosi strumenti per mettere in relazione il mondo sotterraneo con la superficie.
A un certo punto, sopra e sotto erano separati da appena un metro di terra. Cesare Raumer, all’esterno, batteva sul terreno con una pietra e una mazzetta; gli speleologi sotto di lui rispondevano battendo sulla roccia. Poi le voci: da una parte all’altra del prato. È uno di quei momenti che spiegano, forse meglio di molte definizioni, perché si continua a cercare.
A raccontarci tutta la storia, con il suo stile inconfondibile e senza risparmiare fatica, entusiasmo, ironia e qualche riflessione destinata probabilmente a far discutere, è Cesare Raumer, per il Gruppo Grotte Schio CAI.

A lui la parola.
IL “BUSO DEL SECION” diventa il 5° ingresso del Sistema Sotterraneo Buso della Rana–Pisatela
di Cesare Raumer – Gruppo Grotte Schio CAI
La speleologia è un’attività fantastica. Gli speleologi (veri) lo sanno benissimo, da sempre. Tuttavia questa pratica comporta talvolta un impegno ed un sacrificio non indifferenti, in certi casi addirittura al limite della sopportazione umana. Ma ciò nonostante, chissà perché, ogni speleologo (vero) non si tira mai indietro….
Così mentre mi soffermo a riflettere un po’ su queste cose mi vengono in testa certi pensieri…. Una piccola e breve digressione dal tema speleo di questo articolo.
Da qualche tempo (un bel po’) tante cose sono cambiate nel modo di pensare e di approcciare la vita in questa folle epoca storica. Lo spartiacque del prima e del dopo sicuramente è stato l’avvento di internet ed in particolare l’utilizzo dello smartphone nei rapporti personali. Questo fantastico e nello stesso tempo diabolico dispositivo ha decisamente trasformato il modo di fare speleologia.
Se un tempo ci si trovava regolarmente in gruppo per decidere l’attività del successivo fine settimana ora le occasioni si propongono attraverso i cosiddetti “social” e le attività conseguenti risultano spesso frammentate e anche meno partecipate. Ma il problema più grande consiste nel fatto che le nuove generazioni di giovani, bombardate sullo smartphone da una miriade di informazioni a 360°, si trovano attratte da un notevole e ampio ventaglio di opportunità che alla fine non consente loro la necessaria dote di concentrazione e focalizzazione per concretizzare anche pochi ma significativi obiettivi.
In poche parole, la maggioranza dei giovani di quest’epoca sono propensi a provare molteplici emozioni derivate da mille e più varie esperienze possibili piuttosto che condensare il proprio tempo in un’unica attività. Il risultato diventa inevitabilmente una dispersione di esperienza e anche di conoscenza approfondita di tutte le varie facce che una vera passione pretende.

Insomma, tornando ora al nostro discorso speleo, tutta questa premessa per dire che se in speleologia vogliamo vedere dei risultati importanti ci si deve applicare assiduamente, costantemente ed esclusivamente, con tenacia e continuità. Con spirito di sacrificio certo, ma sempre con passione. Il risultato di una speleologia turistica da fine settimana inizia e finisce nella stessa giornata. È così, purtroppo.

Ma attenzione, non mi sento minimamente di criticare chi pratica anche questo tipo di speleologia. Si tratta di una scelta legittima, spesso anche determinata da fattori più che comprensibili (tempo a disposizione, famiglia, lavoro, capacità, curiosità, ecc.). Ma resta comunque il fatto che questa pratica non è “vera” speleologia. È qualcosa d’altro.
Mi sono venute in mente queste considerazioni perché mentalmente pensavo a come sia stato possibile che il mio gruppo grotte, il Gruppo Grotte Schio CAI, realizzasse la scoperta di quello che da pochi giorni è diventato il 5° ingresso del Sistema Sotterraneo Buso della Rana–Pisatela.
Vediamo un po’, riavvolgendo il nastro.
Innanzitutto determinante è stata, all’origine, la realizzazione di una buona e completa mappatura della grotta. Poi lo studio del rilievo topografico di questa grande cavità ha fatto capire, tra molte altre cose, che un particolare ramo in una regione particolare della “Pissy” finisse quasi a fuoriuscire all’esterno.
Interessante.
La sommità di questo ramo che si sviluppa in salita è costituita da una sala a cui è stato dato il nome di “Sala della Dolina”. Ma non una dolina qualsiasi, ma proprio la dolina sul cui bordo sommitale si apre l’ingresso della Pisatela stessa. Che strana coincidenza…
Ma quanti metri mancavano effettivamente per sbucare da sotto nei verdi e scoscesi bordi di questa dolina? Boh, era tutto da vedere. Ed inoltre, dove sarebbe ubicato “esattamente” questo ipotetico punto dato che una accurata ispezione di questo grosso catino carsico con diametro di almeno una sessantina di metri, non presentava alcun degno pertugio che si chiamasse tale?

Tuttavia i dati altimetrici parlavano chiaro e quindi abbiamo deciso di metterci a lavorare per venirne a capo. Sapevamo che il risultato non sarebbe stato per niente scontato. Le grotte ti fregano spesso….
Nel giugno scorso con un socio del mio gruppo iniziamo quindi a vedere cosa c’è in cima ad un interessante camino situato alla base di una propaggine laterale di detta sala. Volevamo verificare se il nome “Sala della Dolina” che le era stato dato fosse sensato.
Il camino si presenta molto bene, bello verticale. Roccia asciutta e compatta, liscia e senza fratture. Le condizioni ideali di risalita col sistema Stick-Up. Risaliamo così molto in fretta. Quasi sulla sommità, ad una decina di metri d’altezza, si raggiunge l’imbocco di un meandrino che dopo pochi metri un po’ stretti si affaccia, attraverso una finestra, su un pozzo parallelo di ragionevoli dimensioni.
Ad una decina di metri sotto la nostra verticale si scorge un diaframma che divide il pozzo in due parti. Da una parte a occhio il pozzo continua per altri 6/7 metri. Dalla parte opposta si intravvede invece uno sprofondo abbastanza stretto. Successivamente abbiamo capito però, indagando da un’altra parte, che il diaframma si poteva raggiungere da sotto anche con una risalita in libera.
Dalla finestra il fusoide continua verso l’alto dapprima con dimensioni abbastanza ragionevoli. Ma alla luce dello zoom la sommità appare però decisamente stretta. Mah!! Saranno c…i acidi risalirlo, pensavo mentre tornavo fuori col mio amico.
Per un’altra uscita successiva ci siamo dotati di un paio di strumenti ARVA (il noto dispositivo progettato per trovare le persone travolte da valanga) che anche in altre occasioni si sono rivelati estremamente utili. Mi riferisco in particolare alla campagna esplorativa condotta un paio di anni fa e che ci ha permesso di trovare il 4° ingresso di questo stesso sistema sotterraneo, l’ingresso “Carnevale” (vedi Scintilena, 6 aprile 2024).
L’uscita ha funzionato così: una squadra si è portata all’interno della grotta in corrispondenza del bordo della “finestra” con uno strumento acceso sulla funzione “send”. Un’altra squadra all’esterno con un altro dispositivo in funzione “search” a scandagliare i bordi della dolina.
Girando in lungo ed in largo lungo la superficie della dolina finalmente il “bip-bip” dello strumento localizza un punto particolare, in pratica un esile buchetto di 20 cm, chiuso da terriccio. La distanza dallo strumento sottoterra dava circa 10 metri.
Beh ottimo! Ottimo pensavo, specialmente tenendo conto che sopra la finestra il camino risaliva ancora per circa 8 metri buoni. Quindi, con un rapido calcolo, sulla sommità del camino dovrebbero mancare “solo” un paio di metri. È fatta!
Qualche giorno dopo, animati ed euforici iniziamo l’allargamento del buchetto. Mmh, il buchetto si è rivelato però subito proprio ostico. Poco sotto come buco diventa quasi invisibile, solo una fessurina larga un dito in una roccia bella dura. Ma mancano due metri, no?
Lavorando come muli allarghiamo comunque il buco per una cinquantina di centimetri. Poca cosa…. ma soprattutto su roccia viva, senza senso quindi. Qualcosa non torna.
Bisogna indagare meglio per cui in un’altra uscita successiva una coppia di speleo si fionda dentro alla Pissy, ma non prima di aver piazzato uno strumento ARVA all’interno del “buchetto”, questa volta in funzione “send”.
Raggiunta la finestra il secondo strumento portato appresso dava una distanza, come già appurato, di 10 metri. Attrezzati per la risalita del camino il “solito speleo” raggiunge la sommità. In arrampicata libera. Come abbia fatto ancora adesso non lo so.
Non lo so perché so che le pareti ad un certo punto stringono così tanto che se da sopra ci cascassi dentro, sul fondo non ci finisco. Io che ho misure da “normodotato” per esempio non ci passo, l’ho capito tempo dopo….
Fatto sta che il “solito speleo”, che è anche un ottimo climber appunto, arriva in cima. Qui trova che il fusoide interseca un meandro. Da una parte questo muore dopo 3 metri. Dalla parte opposta invece il meandro si presenta parzialmente occluso da una frana, ma al di là però si intravvede qualcosa.
Per capire dove si trova tira fuori l’ARVA, lo accende e lo mette in posizione search. Il responso dà 9 metri.
9 metri? Ma come, non dovevano mancarne solo due?
Lì per lì sembra impossibile, qualcosa non ha funzionato. E quindi giù poi tutti insieme a fare mille congetture per capire qualcosa da questi dati.
All’epoca del “buchetto” siamo stati effettivamente un po’ superficiali ad interpretarli. Mi spiego. Gli ARVA in realtà hanno sempre funzionato benissimo. Bisogna capire però che gli strumenti inviano/ricevono il segnale in/da tutte le direzioni, come se fossero al centro di una sfera.
Se sull’esterno della sfera ci mettiamo uno strumento posizionato in un punto qualsiasi della superficie, ci darà sempre la stessa distanza dal centro, dove è appunto posizionato lo strumento gemello.
Quindi, se lo strumento interno dava 9 metri dallo strumento esterno significava che la sommità del camino non si trovava sulla loro verticale ma in un qualunque altro punto della “sfera” considerata. Potenzialmente anche sopra….

Sopra? Beh, perché no? Ricordiamoci che l’esterno, come dicevo, è costituito dai fianchi della dolina con bordi piuttosto inclinati e scoscesi.
Arriviamo così all’ennesima uscita “finale”, quella della prova del nove. Una coppia di speleo, tra cui sempre il “solito speleo”, ritorna in cima al camino/fusoide. Il meandro con la franetta viene facilmente superato scoprendo al di là una piccola saletta, tipo un geode per intendersi.
Il “solito speleo” piazza l’ARVA sulla sommità del geode in posizione send. In quel momento io sono fuori con l’altro strumento.
All’ora concordata e partendo dal “buchetto” riprendo a scandagliare il bordo della dolina. Il bip-bip del mio strumento inizia quasi subito ad aumentare la frequenza. I metri segnalati sono sempre meno, sempre meno, fino al punto che un bip-bip frenetico ed impazzito mi dice “1 metro”!!!
Sono eccitatissimo. I ragazzi sono sotto di me ad appena un metro (!) di distanza, sotto il prato. Roba da non crederci!
Qui non ci sono rocce, solo terra, erba e qualche fiore. Corro in cerca di una pietra, la porto sul punto e comincio a batterla con una mazzetta. Da sotto mi rispondono con altrettanti colpi sulle pareti, perfettamente udibili.
Urlo di gioia, tanto fuori sono da solo…
Ma no, non sono solo, appena lì sotto ci sono i miei amici. Sentendomi urlare urlano a loro volta.
Incredibile, ci parliamo attraverso il prato. Ci parliamo capite? Una cosa mai vista! Questa mi mancava proprio.
Ma ci pensate? Provate ad immaginarvi la scena. Un escursionista che casualmente passasse di là in quel momento e vedesse un tipo (io) che urlo come un ossesso e a parlare inginocchiato verso il suolo con la bocca vicina alla madre terra. Cosa penserebbe se non a chiamare il 118 per un TSO immediato?

Per fortuna non è passato nessuno….
Ecco, questa era la situazione.
Neanche un paio di giorni dopo eravamo lì in tre baldi giovanotti speleo (tre splendidi pensionati) tra cui ovviamente il “solito speleo” per rompere l’ultimo diaframma e creare così l’apertura del 5° ingresso del Sistema.
Dopo neanche un’oretta di scavo, dapprima su terra e sassi e poi su roccia frammentata notiamo un forellino nero. Un forte sputo d’aria gelida proveniva da esso. Lo allarghiamo senza alcuna difficoltà fino ad un diametro di 30 centimetri. L’aria ora si fa veramente forte e gelida, un piacere sentirla così se rammentiamo quanto calde sono state le giornate dello scorso luglio.
Questo improvviso cambiamento del flusso d’aria che abbiamo artificialmente provocato però non ci piaceva affatto per cui abbiamo pensato subito di correre ai ripari. Dovevamo risolvere il problema.
Abbiamo così realizzato un grosso cilindro in robusto acciaio inox e l’abbiamo intubato nel buco fino a filo del terreno. La chiusura poi è garantita da un coperchio dello stesso materiale ma dipinto con una vernice color marrone/cioccolato, per confondersi con l’ambiente.

Tutto intorno il terreno è stato quindi ripristinato esattamente come era prima dell’intervento. L’erba qui ricrescerà presto e l’unica cosa visibile sarà la presenza di questo disco marrone.
Tutto qua. Siamo contenti perché abbiamo fatto proprio un bel lavoro. Abbiamo centrato almeno tre obiettivi. Uno, è stato consolidare le pareti del buco altrimenti costituite da terra, radici e sassi che franano continuamente ad ogni passaggio. Due, rendere l’ingresso perfettamente stagno, adesso non passa un filo d’aria. Corrente zero. Tre, ripristinare l’ambiente dove abbiamo lavorato com’era precedentemente. È ritornato il prato.
E anche il famoso “buchetto”, cioè il falso ingresso, lo abbiamo accuratamente richiuso dapprima con le pietre di risulta, poi con terra e infine con le foglie. Non si riesce a vedere neanche dov’era.
Così, data la circostanza del tutto singolare abbiamo chiamato questo 5° ingresso il “BUSO DEL SECION” (che tradotto dal dialetto veneto significa “secchione”). Non poteva chiamarsi altrimenti….
Ecco, adesso sì che siamo davvero tutti contenti del risultato.
Ed è incredibile notare dove si trova ubicato questo nuovo ingresso. È impossibile non trovarlo: è infatti situato ad appena 8 metri (!) di distanza dall’ingresso del notissimo Buso della Pisatela, 3 metri più in basso.
E stranamente questi due ingressi non hanno niente in comune. Entrando dalla Pissy e uscire dal Seciòn (o viceversa) comporta infatti una traversata di quasi un chilometro.
Ora però dal Seciòn si penetra nel cuore della Pisatela molto più velocemente, una vera diretta. Ciò comporta molto meno tempo ad esplorare la grotta nelle regioni a monte dello Stargate. Inoltre una eventuale uscita di una barella del Soccorso da queste zone risulta molto facilitata e veloce.
Sempre dal Seciòn si possono raggiungere le regioni a valle dello Stargate più facilmente attraverso una lunga galleria inclinata che parte dalla Sala della Dolina (il nome dato era in effetti sensato…) fino alla gigantesca Sala delle Mogli, il Lago Lungo e poi, più giù, fino alla giunzione col Buso della Rana.
In corrispondenza della Sala della F-Rana parte il noto ramo in salita chiamato Ramo Carnevale che, come ho citato prima, fuoriesce sotto la Valle delle Lore. A questo proposito, sulla falsariga della logica ambientale che abbiamo voluto dare al Buso del Seciòn, stiamo adesso lavorando anche alla chiusura ermetica dell’Ingresso Carnevale, ristabilendo presto anche qui le condizioni meteorologiche preesistenti alla sua apertura. Cioè corrente d’aria zero. Come anche già fatto a suo tempo all’ingresso del Pater Noster, il terzo ingresso trovato dal nostro gruppo GGS CAI SCHIO.
Considerazioni finali
Riprendendo la logica delle frasi nel deragliamento descrittivo nella premessa iniziale voglio qui sottolineare che il raggiungimento di questo risultato non è stato affatto semplice.
Siamo scesi in Pisatela parecchie volte e la risalita del “Pozzo a T”, il fusoide, non è stata affatto banale, anzi.
Dio, niente di assolutamente eccezionale però tengo a sottolineare che tutta questa storia è durata solo più o meno due mesi molto intensi. Un tempo esplorativo speleologicamente breve. Ma è perché ci tenevamo tantissimo, specie il “solito speleo”.
Con fatica, con determinazione ma specialmente con passione e soprattutto con divertimento ci siamo riusciti.
Cesare Raumer per il Gruppo Grotte Schio CAI
Agosto 2026

E da parte nostra: complimenti!
C’è poco da aggiungere dopo un racconto così, se non un grande applauso a Cesare Raumer e a tutto il Gruppo Grotte Schio CAI.
Dietro un nuovo ingresso, oltre al momento esaltante in cui finalmente “si passa”, ci sono rilievi studiati e ristudiati, ipotesi che sembrano giuste e poi non lo sono, risalite, strettoie, giornate di lavoro, capacità di leggere la grotta e anche la disponibilità a riconoscere un errore e ricominciare da un’altra parte.
In questo caso c’è qualcosa in più: l’attenzione con cui, una volta aperto il nuovo ingresso, il gruppo ha cercato di non alterare la circolazione d’aria del sistema e di restituire alla superficie il suo aspetto originario.
E poi c’è quella scena che difficilmente si dimentica: uno speleologo inginocchiato sul prato e gli altri sotto di lui, separati da un metro di terra, che riescono prima a sentirsi battere e poi addirittura a parlarsi.
A volte una giunzione comincia proprio così: con due mondi che scoprono di essere ormai a un metro di distanza.
Complimenti al Gruppo Grotte Schio CAI e a tutti coloro che hanno lavorato al Buso del Seciòn.
E naturalmente complimenti al “solito speleo”, chiunque egli sia: dopo essere comparso così tante volte in questa storia, se li è decisamente guadagnati.
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