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    Condividi Un’iniziativa della Commissione Catasto Cavità Naturali della SSI ETS per studiare l’origine, l’evoluzione e la diffusione dei nomi delle grotte italiane Il tema della toponomastica delle cavità naturali è stato affrontato in diverse sedi istituzionali della SSI, tra cui i Congressi Nazionali, dove sono stati presentati contributi che hanno posto le basi per una riflessione sul significato e sull’origine dei nomi delle grotte. Il progetto promosso dalla Commissione Catasto Cavità Na
     

I nomi delle grotte raccontano una storia: nasce un progetto di ricerca sulla toponomastica delle cavità naturali

Júl 12th 2026 at 09:11

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Un’iniziativa della Commissione Catasto Cavità Naturali della SSI ETS per studiare l’origine, l’evoluzione e la diffusione dei nomi delle grotte italiane

Il tema della toponomastica delle cavità naturali è stato affrontato in diverse sedi istituzionali della SSI, tra cui i Congressi Nazionali, dove sono stati presentati contributi che hanno posto le basi per una riflessione sul significato e sull’origine dei nomi delle grotte. Il progetto promosso dalla Commissione Catasto Cavità Naturali si inserisce in questo percorso, ampliandone le prospettive grazie all’integrazione di competenze speleologiche, linguistiche e storiche.

Da alcuni mesi la Commissione Catasto Cavità Naturali della SSI ETS sta sviluppando uno studio dedicato alla toponomastica delle cavità naturali, un tema che si colloca all’incontro tra speleologia, linguistica, storia e cultura del territorio.

L’idea è nata nell’ambito del progetto WISH, dove è emersa l’esigenza di approfondire in modo sistematico il patrimonio costituito dai nomi delle cavità naturali. L’intuizione iniziale si è progressivamente trasformata in un’attività di ricerca strutturata, grazie alla collaborazione della dott.ssa Lavinia Giorgi, speleologa e filologa specializzata in etimologia, e di diversi componenti della Commissione, che hanno messo a disposizione competenze, conoscenze ed esperienze complementari.

L’obiettivo non è soltanto ricostruire l’origine dei nomi delle cavità, ma comprenderne il significato, la distribuzione geografica, l’evoluzione nel tempo e il rapporto con le caratteristiche del territorio e delle cavità stesse. Una particolare attenzione è rivolta ai termini con cui le cavità vengono denominate – come grotta, buso, abisso, foiba, spelonca e molti altri – perché rappresentano una preziosa testimonianza della storia linguistica e culturale delle comunità che hanno conosciuto, frequentato e descritto questi luoghi.

Il lavoro si sviluppa lungo diverse linee di indagine: lo studio etimologico delle denominazioni, l’analisi della distribuzione geografica dei diversi termini, l’evoluzione storica e dialettale dei nomi e la ricerca di possibili relazioni tra le denominazioni e le caratteristiche morfologiche delle cavità. Parallelamente è in corso un’importante attività di raccolta e confronto dei dati catastali e della bibliografia storica disponibile, con l’obiettivo di costruire una base documentale quanto più ampia e affidabile possibile.

Lo studio è ancora nelle sue fasi iniziali, ma ha ormai assunto un’impostazione metodologica definita. Per questo ci è sembrato importante presentarlo alla comunità speleologica, condividendone gli obiettivi, il metodo di lavoro e le principali domande di ricerca, senza anticiparne i risultati, che potranno emergere soltanto con il progredire delle analisi.

Uno degli aspetti più significativi dell’iniziativa è il suo carattere profondamente collaborativo. La ricerca sta crescendo grazie all’impegno volontario di numerosi speleologi, studiosi e collaboratori che mettono a disposizione tempo, competenze, conoscenze del territorio, documentazione storica e sensibilità linguistiche. È proprio dall’incontro tra esperienze diverse che un lavoro di questo tipo può svilupparsi con rigore e ricchezza di prospettive.

Un rilievo storico della Sprugola di Campastrino: ogni nome custodisce tracce della storia delle lingue e delle comunità che hanno conosciuto e descritto questi luoghi – dal Catasto Speleologico Ligure https://www.catastogrotte.net/liguria/it/caves/

L’iniziativa rappresenta anche un’occasione per far conoscere più da vicino le attività della Commissione Catasto Cavità Naturali, che svolge un lavoro spesso poco visibile all’interno della comunità speleologica. Rendere questa attività più conosciuta e condivisa significa valorizzare l’impegno dei numerosi volontari che vi partecipano e favorire il coinvolgimento di nuovi collaboratori.

Lo studio della toponomastica delle cavità naturali richiede molteplici competenze e un confronto continuo tra chi conosce il patrimonio speleologico, chi si occupa di linguistica, storia locale, dialetti, cartografia e documentazione.

Come già detto si tratta di una ricerca ancora in corso. Non possiamo sapere già oggi quali risultati raggiungerà, né quale sarà il suo impatto scientifico.

Siamo convinti che valga la pena intraprendere questo percorso con metodo, apertura e spirito di collaborazione.

I nomi delle cavità naturali non sono semplici etichette: custodiscono tracce della storia dei territori, delle lingue e delle comunità che li hanno abitati.
Comprenderli significa aggiungere un nuovo tassello alla conoscenza del patrimonio speleologico italiano, contribuendo a conservarne non solo la dimensione fisica, ma anche quella culturale.

Un esempio: la sorprendente storia di “spelonca”

Per comprendere meglio il tipo di indagini che la ricerca intende sviluppare, può essere utile considerare un semplice esempio.

Il termine spelonca, apparentemente semplice, racconta da solo un lungo percorso linguistico. Dalla forma originaria derivano infatti numerose varianti dialettali, documentate in diverse aree dell’Italia settentrionale: speloncia, spiloncia, spironcia, sperlonga, spluga, speluga, spurga, speruia e molte altre.

GROTTA(CAVERNA MOSER)-1096VG/476R – Le schede catastali conservano spesso la memoria delle diverse denominazioni attribuite a una stessa cavità nel corso del tempo. La Grotta Moser, ad esempio, era nota in passato anche come “Spelonca del Ferro” e “Caverna del Muschio“: i nomi possano cambiare insieme alla storia delle esplorazioni e delle conoscenze del territorio – foto da da https://multimedia.boegan.it/catalogo/dettaglio/10757

Dietro ciascuna di queste forme si nascondono trasformazioni linguistiche avvenute nel corso dei secoli – cambiamenti di pronuncia, adattamenti dialettali, semplificazioni fonetiche – che permettono di ricostruire la storia delle parole e, insieme, quella delle comunità che le hanno utilizzate.

È proprio questo uno degli obiettivi della ricerca: seguire il “viaggio” di un nome attraverso il tempo e i territori, per comprendere come la lingua abbia modellato il modo di chiamare e di riconoscere le cavità naturali.

Per approfondire: da SSI ETS

comunicato COMUNICATO SSI

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  • La speleologia in Giappone: un patrimonio ipogeo tra ricerca, cultura e turismo
    Condividi La speleologia in Giappone tra grotte carsiche, tubi di lava, società speleologiche e turismo ipogeo nel contesto internazionale Origini e sviluppo della speleologia in Giappone La speleologia in Giappone ha conosciuto uno sviluppo organizzato a partire dagli anni Cinquanta, quando iniziano le prime esplorazioni sistematiche delle principali cavità dell’arcipelago, molte delle quali oggi sono riconosciute come monumenti naturali.[web:10][web:31] In questo periodo si consolida
     

La speleologia in Giappone: un patrimonio ipogeo tra ricerca, cultura e turismo

Júl 12th 2026 at 09:00

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La speleologia in Giappone tra grotte carsiche, tubi di lava, società speleologiche e turismo ipogeo nel contesto internazionale

Origini e sviluppo della speleologia in Giappone

La speleologia in Giappone ha conosciuto uno sviluppo organizzato a partire dagli anni Cinquanta, quando iniziano le prime esplorazioni sistematiche delle principali cavità dell’arcipelago, molte delle quali oggi sono riconosciute come monumenti naturali.[web:10][web:31] In questo periodo si consolidano i primi gruppi di esploratori e ricercatori, che avviano campagne di rilievo e di studio geomorfologico e biologico nelle grotte più significative.
Negli anni Sessanta e Settanta la speleologia in Giappone entra in una fase intensa di esplorazione, con la scoperta di nuove cavità e l’estensione dei sistemi già noti, portando la lunghezza delle grotte principali da pochi chilometri a oltre venti chilometri di sviluppo complessivo.[web:10] In parallelo cresce l’interesse scientifico per gli ambienti ipogei, con la nascita di gruppi di ricerca specializzati su fauna cavernicola, idrologia sotterranea e tutela ambientale.
Oggi la speleologia in Giappone si colloca in un panorama maturo, dove attività di esplorazione, ricerca e divulgazione convivono con la gestione turistica di alcune cavità, in un equilibrio costante tra conservazione e fruizione.

Società Speleologica del Giappone e rete di associazioni

Un punto di riferimento per comprendere la speleologia in Giappone è la Società Speleologica del Giappone (Speleological Society of Japan, SSJ), nata nel 1975 e successivamente unificata con altre realtà nazionali.[web:26][web:29] Nel 1996 la SSJ si fonde con la Japan Speleological Association, fondata nel 1959, e con la Japan Caving Association, nata nel 1978, riunendo in un’unica struttura le diverse anime dell’esplorazione e dello studio delle grotte.
La speleologia in Giappone si articola anche attraverso associazioni di carattere esplorativo come la Japan Cavers Club, da cui deriva l’attuale Japan Karst & Underwater Exploration Project, impegnato in spedizioni sostenibili in carso e grotte marine.[web:28][web:35] Queste realtà affiancano l’attività più strettamente accademica, contribuendo alla mappatura di nuove cavità, al rilievo di tratti sommersi e alla documentazione fotografica.
Nel quadro della speleologia in Giappone, la SSJ coordina inoltre pubblicazioni come la rivista “Japan Caving” e iniziative divulgative rivolte sia ai soci sia al pubblico, consolidando la percezione delle grotte come patrimonio scientifico e culturale da conoscere e proteggere.[web:32][web:26]

Carso giapponese e distribuzione delle grotte carsiche

Dal punto di vista geologico, la speleologia in Giappone si confronta con un carso complesso e frammentato, distribuito lungo l’arco insulare dalla regione del Tohoku alle Isole Ryukyu.[web:10] Le aree carsiche principali si concentrano sul versante pacifico, dove affiora calcare di età paleozoica e mesozoica trasportato da sud su placche tettoniche, con origine in antiche barriere coralline.
Nelle Isole Ryukyu la speleologia in Giappone si misura con calcari di età quaternaria, derivati da barriere coralline recenti, che generano grotte di dimensioni medie ma con una ricca ornamentazione di speleotemi.[web:10] Questa duplice origine spiega perché la speleologia in Giappone non conti sistemi carsici di dimensioni paragonabili a quelli europei o cinesi, ma presenti invece un elevato numero di cavità di piccola e media lunghezza.
Il patrimonio censito si aggira intorno a circa tremila grotte, anche se manca ancora un inventario nazionale pienamente aggiornato, dato che la speleologia in Giappone procede in gran parte per aree e progetti specifici.[web:10]

Grotte emblematiche della speleologia in Giappone

Tra le cavità più rappresentative per la speleologia in Giappone spiccano alcuni sistemi carsici divenuti punti di riferimento sia per la ricerca sia per il turismo ipogeo. La grotta di Akkad?, situata a Iwaizumi nella prefettura di Iwate, è considerata la grotta più lunga del paese, con oltre 23.700 metri di sviluppo rilevato e un dislivello di circa 280 metri, ed è riconosciuta come monumento naturale nazionale.[web:10] Una parte del sistema è aperta alla visita in forma guidata.
Un altro sito centrale per la speleologia in Giappone è Akiyoshi-d?, sull’altopiano di Akiyoshidai nella prefettura di Yamaguchi, che con più di 10.700 metri di sviluppo rappresenta la grotta di maggior volume del paese.[web:10] Aperta al pubblico fin dai primi anni del Novecento, ospita numerosi sifoni e lunghi tratti esplorabili solo con tecniche di cave diving, facendo di Akiyoshi-d? un laboratorio naturale per chi si occupa di speleosubacquea.
La grotta di Abukuma, nella prefettura di Fukushima, è un’altra cavità fondamentale per la speleologia in Giappone, con circa 3.000 metri di sviluppo complessivo di cui circa 600 metri sono attrezzati per il percorso turistico.[web:30] È nota per la presenza di grandi stalattiti e stalagmiti e per l’abbondanza di speleotemi, compresi rari boxwork, che ne fanno un sito di interesse scientifico oltre che turistico.

Tubi di lava e speleologia vulcanica in Giappone

La speleologia in Giappone non riguarda soltanto le grotte calcaree, ma include anche i sistemi di tubi di lava legati alla intensa attività vulcanica del paese.[web:10] Ai piedi del Monte Fuji si trova il più esteso sistema di tubi di lava del Giappone, generato dall’eruzione dell’864 d.C. che ha formato la pianura lavica di Aokigahara.
Questi tubi di lava rappresentano un ambito di grande interesse per la speleologia in Giappone, perché combinano aspetti geomorfologici peculiari con dinamiche microclimatiche e biologiche diverse da quelle dei sistemi carsici classici.[web:10] La presenza di cavità vulcaniche, spesso accessibili anche al pubblico, contribuisce a rendere il panorama ipogeo giapponese particolarmente vario.
La speleologia in Giappone si confronta così con un mosaico di grotte calcaree, cavità marine e tubi di lava, che richiedono approcci tecnici e scientifici diversificati.

Ricerca speleologica e istituti scientifici

Sul piano della ricerca, la speleologia in Giappone è sostenuta da istituti dedicati e da una produzione scientifica regolare. Un esempio significativo è il Speleological Research Institute of Japan, nato nel 1967 con il supporto del Comune di Iwaizumi per studiare la grotta di Ryusendo, già designata come tesoro naturale nazionale per le sue acque sorgive e le colonie di pipistrelli.[web:31] L’istituto riunisce ricercatori che operano in campi diversi, dalla geologia alla biologia, fino all’archeologia.
La speleologia in Giappone è documentata anche attraverso gli “Annals of the Speleological Research Institute of Japan”, pubblicati ogni anno e dedicati a risultati di esplorazione e studi multidisciplinari sulle grotte dell’area di Iwaizumi e oltre.[web:31] In parallelo, la SSJ coordina lavori di sintesi e cataloghi di cavità, oltre a incontri e congressi nazionali.
In ambito divulgativo, la speleologia in Giappone è oggetto di servizi televisivi, video e reportage, che contribuiscono a rendere più nota l’attività speleologica nipponica anche al pubblico internazionale.[web:34]

Speleologia in Giappone e turismo ipogeo

Per molte grotte giapponesi, la speleologia in Giappone si intreccia con la dimensione turistica e culturale. Cavità come Abukuma, Akiyoshi-d? e numerose grotte costiere e carsiche sono organizzate come siti turistici con percorsi attrezzati, illuminazione e visite guidate.[web:10][web:30] La gestione è spesso affidata a enti locali, che si occupano di bilanciare flusso di visitatori e protezione degli speleotemi.
In alcuni casi la speleologia in Giappone si traduce in vere e proprie proposte di turismo speleologico, come i tour guidati nell’isola di Okinoerabu, dove guide professioniste accompagnano piccoli gruppi in esplorazioni di grotte con attrezzatura adeguata e documentazione fotografica.[web:27] Questo tipo di attività pone interrogativi sulla capacità dei territori di coniugare sicurezza, tutela ambientale e valorizzazione.
La presenza di grotte sacre e di cavità legate a tradizioni religiose, come le Iwaya di Enoshima, mostra un ulteriore aspetto della speleologia in Giappone, che qui si incrocia con studi di speleologia culturale e storia delle religioni, arricchendo la lettura del paesaggio ipogeo.[web:13][web:18]

Accesso alle grotte e gestione del patrimonio ipogeo

Dal punto di vista operativo, la speleologia in Giappone è regolata da modalità di accesso spesso legate alla proprietà dei terreni. In molte aree carsiche è necessario ottenere il permesso esplicito dei proprietari per entrare in grotta, mentre negli altopiani carsici più vasti, come Akiyoshi-dai, le cavità sono gestite da autorità locali o regionali.[web:10]
In altri contesti la speleologia in Giappone si confronta con una gestione frammentata, che può coinvolgere comuni, uffici di parchi nazionali, proprietari forestali privati o, in alcune zone, una sostanziale assenza di regolamentazione, con accessi liberi ma non sempre controllati.[web:10] Ciò rende importante il ruolo di coordinamento svolto dalla SSJ e dai club locali nel fornire indicazioni aggiornate su permessi e condizioni di visita.
Un elemento delicato per la speleologia in Giappone è la presenza di grotte profonde chiuse da decenni per decisione dei proprietari, come quelle del Carso di Oumi con profondità superiori ai 300 metri, che risultano inaccessibili e pongono il tema della tutela di cavità non più frequentate.[web:10]

Speleologia giapponese nel contesto internazionale

Negli ultimi anni la speleologia in Giappone ha acquisito una maggiore visibilità nel panorama internazionale, anche grazie a eventi come il 5° Incontro Internazionale dei Fotografi Speleologici (ICPM 5), organizzato nel 2019 dal Tokyo Speleo Club.[web:10] L’incontro ha portato nel paese fotografi speleologici da Europa e Nord America, generando reportage e servizi su riviste di settore che hanno contribuito a diffondere immagini delle grotte giapponesi.
La speleologia in Giappone è presente anche nelle reti internazionali coordinate da organismi come l’UIS, attraverso progetti di tutela del carso e delle grotte e partecipazioni a simposi sul soccorso speleologico e sulla protezione degli ambienti ipogei.[web:12][web:23] In questo quadro, l’esperienza giapponese offre casi studio utili su come conciliare esplorazione, ricerca, turismo e gestione.
Per chi si occupa di speleologia in Giappone dall’estero, la SSJ e le principali associazioni speleologiche rappresentano interlocutori privilegiati, sia per ottenere informazioni su accessi e permessi sia per partecipare a spedizioni e progetti congiunti.[web:25][web:26]


Fonti

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  • Test di pompaggio “atipici” e acquifero carbonatico del Gran Sasso: un nuovo studio idrodinamico
    Condividi Caratterizzazione idrodinamica dell’acquifero carbonatico del Gran Sasso con test di pompaggio atipici senza interruzione dell’acqua potabile Contesto: acquifero carbonatico del Gran Sasso e risorse idriche carsiche L’acquifero carbonatico del Gran Sasso è una delle principali riserve di acqua potabile dell’Appennino centrale e alimenta una parte significativa della rete idrica dell’Abruzzo. In questo sistema, la dissoluzione carsica e la fratturazione delle rocce calcaree ge
     

Test di pompaggio “atipici” e acquifero carbonatico del Gran Sasso: un nuovo studio idrodinamico

Júl 12th 2026 at 08:00

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Caratterizzazione idrodinamica dell’acquifero carbonatico del Gran Sasso con test di pompaggio atipici senza interruzione dell’acqua potabile

Contesto: acquifero carbonatico del Gran Sasso e risorse idriche carsiche

L’acquifero carbonatico del Gran Sasso è una delle principali riserve di acqua potabile dell’Appennino centrale e alimenta una parte significativa della rete idrica dell’Abruzzo.

In questo sistema, la dissoluzione carsica e la fratturazione delle rocce calcaree generano porosità secondaria, condotti e zone ad alta permeabilità che controllano immagazzinamento e circolazione dell’acqua sotterranea.[1][2][3]

La caratterizzazione idrodinamica dell’acquifero carbonatico del Gran Sasso è cruciale per definire portate sostenibili, raggio d’influenza dei pozzi e risposta del sistema a variazioni di pompaggio e ricarica.

I test di emungimento “canonici” richiedono di norma la sospensione temporanea dell’erogazione idrica, condizione difficile da accettare in sistemi che garantiscono l’approvvigionamento quotidiano di acqua potabile.[4][5]

Il caso studio: l’acquifero carbonatico del Gran Sasso

Il lavoro di Rusi, Di Curzio e Di Giovanni (2024), pubblicato su Water, è dedicato proprio all’acquifero carbonatico del Gran Sasso, descritto dagli autori come il più esteso e produttivo dell’Appennino, con una superficie idrogeologica di circa 700 km².

L’area di studio si trova nella valle del Tirino, dove le formazioni carbonatiche della catena appenninica poggiano sui depositi marno?arenacei di avanfossa, che costituiscono l’acquiclude di base del sistema.[2][1]

L’acquifero carbonatico del Gran Sasso è caratterizzato da porosità secondaria, con un basamento marnoso impermeabile che definisce il limite inferiore della circolazione sotterranea.

Fin dalla metà del Novecento, questa struttura è stata indagata per la captazione delle sorgenti a uso potabile e per opere ingegneristiche come le gallerie autostradali, ma mancavano test idrodinamici completi eseguiti in condizioni controllate.[2][4]

Metodologia: test di pompaggio atipici senza interruzione dell’acqua potabile

L’elemento innovativo del lavoro è l’uso di test di pompaggio atipici, progettati per caratterizzare l’acquifero carbonatico del Gran Sasso in condizioni di esercizio reale, senza interrompere la fornitura di acqua potabile.

Il campo pozzi di San Rocco, che alimenta l’acquedotto, diventa in questo studio un vero laboratorio idrogeologico a cielo aperto.[1][2]

Invece di utilizzare un singolo pozzo di prova con pozzi di osservazione dedicati, gli autori hanno impostato uno step?drawdown test accendendo progressivamente un numero crescente di pozzi di captazione, mantenendo fissi i punti di osservazione piezometrica.

Il test di pompaggio atipico ha consentito di simulare diverse condizioni di sfruttamento, dal regime ordinario (portate tra 550 e 750 L/s) a condizioni di integrazione con un campo pozzi secondario (Piazzale di Bussi), usato nei periodi di maggiore richiesta idrica.[4][2]

Parametri idrodinamici dell’acquifero carbonatico del Gran Sasso

Dall’analisi congiunta dei dati di abbassamento e della geometria semplificata dell’acquifero carbonatico del Gran Sasso, gli autori hanno stimato una conducibilità idraulica media di circa 5 × 10?³ m/s.

La trasmissività media risulta pari a circa 0,3 m²/s in condizioni di regime stazionario, confermando un’elevata permeabilità legata sia alla fratturazione sia alla carsificazione diffusa.[5][1][2]

Oltre a questi parametri, i test di pompaggio atipici hanno permesso di valutare:

  • l’entità del drawdown nei pozzi di pompaggio e nei piezometri di osservazione, rapportata a uno spessore saturo semplificato dell’acquifero di circa 57 metri;[2]
  • il raggio d’influenza del campo pozzi, ossia l’estensione spaziale della perturbazione indotta dal pompaggio in condizioni operative;[4]
  • le direzioni prevalenti di flusso durante l’esercizio, utili per comprendere le connessioni con sorgenti e con altri elementi della rete idrografica sotterranea.[4]

Questi risultati si inseriscono nel quadro di una classificazione fisico?basata degli acquiferi carbonatici, in cui parametri come il coefficiente di recessione del deflusso di base e le curve di drawdown nel tempo consentono di distinguere sistemi più o meno carsificati.[3]

Test di pompaggio atipici e gestione sostenibile delle risorse

La possibilità di eseguire test di pompaggio atipici sull’acquifero carbonatico del Gran Sasso senza interrompere la distribuzione di acqua potabile ha ricadute significative sulla gestione delle risorse idriche sotterranee.

Gli enti gestori possono acquisire dati idrodinamici di dettaglio sulle condizioni reali di sfruttamento, migliorando la stima delle portate sostenibili dei singoli pozzi e dell’intero campo pozzi.[5][2][4]

L’analisi della risposta in drawdown nel tempo consente di distinguere tra situazioni in cui si raggiunge una condizione quasi stazionaria – in cui la valutazione della sostenibilità deve avvenire alla scala del bacino carbonatico – e casi in cui il comportamento resta transitorio, rendendo la capacità di cattura del singolo pozzo il fattore limitante.

In acquiferi carbonatici eterogenei, diversi test di pompaggio mostrano che la resa dei pozzi può variare molto a seconda della posizione rispetto alle zone più fratturate o carsificate.[5]

Collegamenti con speleologia e protezione del carsismo

L’acquifero carbonatico del Gran Sasso è parte di un sistema carsico complesso, nel quale cavità e condotti non sempre sono accessibili alla speleologia esplorativa, ma giocano un ruolo essenziale nel trasporto e nell’immagazzinamento dell’acqua sotterranea.

La didattica della Società Speleologica Italiana sottolinea da anni l’importanza delle grotte come strumento per lo studio idrogeologico e per la ricostruzione dei paleoambienti.[6]

Le raccomandazioni della Union Internationale de Spéléologie (UIS) sulla protezione delle grotte e delle fonti carsiche insistono sulla necessità di definire zone di protezione e protocolli di monitoraggio per sorgenti, pozzi e cavità, in particolare durante eventi di piena e precipitazioni intense, quando il carico di contaminanti è massimo.

In questo quadro, test di pompaggio atipici come quelli applicati all’acquifero carbonatico del Gran Sasso offrono una base quantitativa utile per stabilire limiti di emungimento compatibili con la salvaguardia degli ecosistemi sotterranei.[7][2][4]

Per la comunità speleologica, la ricerca sugli acquiferi carbonatici rappresenta un ponte tra esplorazione tradizionale delle grotte e studio delle grandi strutture idrogeologiche che ne costituiscono il contesto di alimentazione e scarico.

La combinazione tra rilievi speleologici, test di pompaggio atipici e traccianti ambientali permette una lettura integrata del carsismo, utile tanto per la divulgazione quanto per la pianificazione delle misure di protezione.[8][6]

Prospettive future della caratterizzazione idrodinamica

Il lavoro su test di pompaggio atipici nell’acquifero carbonatico del Gran Sasso si inserisce in una linea di ricerca che comprende casi studio in acquiferi carbonatici, alluvionali e complessi dell’Italia centrale, sempre con l’obiettivo di evitare l’interruzione dell’esercizio degli acquedotti.

In queste applicazioni, gli stessi autori mostrano come sia possibile stimare conducibilità, trasmissività, estensione della perturbazione indotta e direzioni di flusso in acquiferi con diversa struttura geologica.[9][4]

Ulteriori sviluppi prevedono l’integrazione fra test di pompaggio atipici, analisi di idrogrammi di sorgente, traccianti chimici e isotopici e modellazione numerica, così da raffinare la classificazione quantitativa degli acquiferi carbonatici.

Questo approccio può migliorare la previsione della risposta degli acquiferi carbonatici alle variazioni di ricarica legate ai cambiamenti climatici e agli scenari di incremento della domanda idrica.[10][11][3]

Per i lettori interessati alla speleologia e all’idrogeologia carsica, studi come quello dedicato all’acquifero carbonatico del Gran Sasso mostrano come “ascoltare” il comportamento degli acquiferi sotto le montagne sia ormai possibile con strumenti quantitativi che rispettano, al tempo stesso, le esigenze di continuità del servizio idrico e la tutela degli ambienti sotterranei.[6][1]


Fonti

  • Rusi, S., Di Curzio, D., & Di Giovanni, A. (2024). Hydrodynamic Characterization of Carbonate Aquifers Using Atypical Pumping Tests without the Interruption of the Drinking Water Supply. Water, 16(7), 1047. https://www.mdpi.com/2073-4441/16/7/1047[1]
  • Di Curzio, D., Rusi, S., Di Giovanni, A. (2024). Unconventional pumping tests in carbonate, alluvial and complex aquifers, without interruption of drinking water exploitation. IRIS Università “G. d’Annunzio”. https://ricerca.unich.it/handle/11564/823060[4]
  • Unconventional Pumping Tests in Carbonate Aquifers, Without Interruption of Drinking Water Exploitation. IRIS Università “G. d’Annunzio”. https://ricerca.unich.it/handle/11564/823059[9]
  • Quantitative classification of carbonate aquifers based on hydrodynamic behaviour. Hydrogeology Journal. https://link.springer.com/article/10.1007/s10040-020-02285-w[3]
  • Response to Pumping of Wells in Carbonate and Karst Aquifers and Effect on the Assessment of Sustainable Well Yield: Some Examples from Southern Italy. Water. https://www.mdpi.com/2073-4441/16/18/2664[5]
  • Materiale didattico “Speleologia e ricerca scientifica” e “La speleologia italiana agli inizi del terzo millennio”, Società Speleologica Italiana (file di riferimento della Scintilena).[6]
  • Protezione delle grotte e del carsismo, le raccomandazioni della UIS in 21 lingue. Scintilena. https://www.scintilena.com/protezione-delle-grotte-e-del-carsismo-le-raccomandazioni-della-uis-in-21-lingue/[7]

Fonti
[1] Hydrodynamic Characterization of Carbonate Aquifers Using … – MDPI https://www.mdpi.com/2073-4441/16/7/1047
[2] Hydrodynamic Characterization of Carbonate Aquifers Using Atypical Pumping Tests without the Interruption of the Drinking Water Supply https://pure.tudelft.nl/ws/portalfiles/portal/183950288/water-16-01047.pdf
[3] Quantitative classification of carbonate aquifers based on hydrodynamic behaviour https://link.springer.com/article/10.1007/s10040-020-02285-w
[4] Unconventional pumping tests in carbonate, alluvial and complex aquifers, without interruption of drinking water exploitation https://ricerca.unich.it/handle/11564/823060
[5] Response to Pumping of Wells in Carbonate and Karst Aquifers and Effect on the Assessment of Sustainable Well Yield: Some Examples from Southern Italy https://www.mdpi.com/2073-4441/16/18/2664
[8] Un paper scientifico sull’utilizzo dei tracciamenti con CO2 in grotta – Scintilena https://www.scintilena.com/un-paper-scientifico-sullutilizzo-dei-tracciamenti-con-co2-in-grotta/04/10/
[9] Unconventional Pumping Tests in Carbonate Aquifers … – IRIS https://ricerca.unich.it/handle/11564/823059
[10] Hydrogeological Conceptual Model of Groundwater from Carbonate Aquifers Using Environmental Isotopes (18O, 2H) and Chemical Tracers A Case Study in Southern Latium Region, Central Italy https://www.scirp.org/journal/paperinformation?paperid=22721
[11] [PDF] Evaluation of Groundwater Resources in Minor Plio-Pleistocene … https://riservacalanchidiatri.it/wp-content/uploads/2023/07/hydrology-08-00121-v4-articolo-acquiferi-Atri-Rusi.pdf
[12] Studio sull’Acquifero Carsico del Salento: Analisi Idrodinamica con Serie Temporali Brevi – Scintilena https://www.scintilena.com/studio-sullacquifero-carsico-del-salento-analisi-idrodinamica-con-serie-temporali-brevi/02/10/
[13] Glossario speleologico UIS – Lettera ‘a’ Traduzione in italiano https://www.scintilena.com/glossario-speleologico-uis-lettera-a-traduzione-in-italiano/07/22/
[14] Silicificazione e carst ipogeno in Brasile: come i fluidi idrotermali … https://www.scintilena.com/ecco-la-notizia-per-scintilenasilicificazione-e-carst-ipogeno-in-brasile-come-i-fluidi-idrotermali-plasmano-i-serbatoi-carbonatici/04/28/
[15] Lascaux: Quando il Patrimonio Paleolitico Incontra la Fragilità dell … https://www.scintilena.com/lascaux-quando-il-patrimonio-paleolitico-incontra-la-fragilita-dellambiente-carsico/01/20/
[16] Perché le AI Generative Falliscono in Geografia: Errori di … – Scintilena https://www.scintilena.com/perche-le-ai-generative-falliscono-in-geografia-errori-di-localizzazione-prossimita-e-allucinazioni/05/01/
[17] Sotto il Gran Sasso si nasconde un acquifero “parlante” – Scintilena https://www.scintilena.com/sotto-il-gran-sasso-si-nasconde-un-acquifero-parlante-la-scienza-spiega-il-boato-di-ferragosto-2023/04/09/
[18] Great Blue Hole vs Taam Ja’: la guerra dei record tra le doline … https://www.scintilena.com/great-blue-hole-vs-taam-ja-la-guerra-dei-record-tra-le-doline-sommerse-che-nessuno-riesce-a-misurare-davvero/05/01/
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[20] Sotto l’Appennino Abruzzese, la Crosta si Sdoppia – Scintilena https://www.scintilena.com/sotto-lappennino-abruzzese-la-crosta-si-sdoppia-la-tomografia-svela-una-struttura-nascosta/04/26/
[21] Rivoluzionario Numero Speciale su Microplastiche e Microfibre … https://www.scintilena.com/rivoluzionario-numero-speciale-su-microplastiche-e-microfibre-negli-ambienti-acquatici/08/20/
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[23] Dentro i ghiacciai vallivi: cosa sta succedendo sotto la superficie del … https://www.scintilena.com/dentro-i-ghiacciai-vallivi-cosa-sta-succedendo-sotto-la-superficie-del-ghiaccio-alpino/03/08/
[24] Una miniera di risorse nella libreria digitale di karst Information Portal – Scintilena https://www.scintilena.com/una-miniera-di-risorse-nella-libreria-digitale-di-karst-information-portal/04/14/
[25] Hydrodynamic Characterization of Carbonate Aquifers Using … https://www.research.unipd.it/handle/11577/3553566
[26] [PDF] Hydrodynamic Characterization of Carbonate Aquifers Using … – Unich https://ricerca.unich.it/retrieve/125f0075-e333-4eee-9c99-85303923e537/Di%20Giovanni%20Di%20Curzio%20Rusi%20water-16-01047%20LR.pdf
[27] [PDF] Hydrodynamic characterization of carbonate aquifers by atypical … https://www.researchsquare.com/article/rs-3781489/v1.pdf
[28] [PDF] Journal of Hydrology – Bicocca https://boa.unimib.it/retrieve/a59e49b6-8873-4051-97f2-0d46a5528a1f/Chemeri-2024-Journal%20of%20Geochemical%20Exploration-Preprint.pdf
[29] [PDF] Regional Studies – AIR Unimi https://air.unimi.it/retrieve/9e97a607-cc8a-4d69-bb71-124ea85ae9cf/EJRH_101790_published_compressed.pdf
[30] ?Diego Di Curzio? – ?Google Scholar? https://scholar.google.it/citations?user=2b0-Aw8AAAAJ&hl=it
[31] Hydrogeochemical and isotopic characterization of the main karst aquifers of the middle Valseriana (Northern Italy): Nossana and Ponte del Costone springs https://air.unimi.it/retrieve/3aa9f843-c984-43c0-90c9-789ecc59a4d5/1-s2.0-S0883292724001513-main_compressed.pdf

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  • Uluzzo C, lo studio dei calchi dentali riapre il dibattito sui primi popolamenti del Salento nel Paleolitico
    Condividi La ricerca sui denti decidui provenienti dalla Grotta-Riparo di Uluzzo C analizza sette calchi in gesso riscoperti nel museo di Maglie e fornisce nuovi elementi sul contesto paleoantropologico del Paleolitico in Puglia. Grotta-Riparo di Uluzzo C, un sito chiave per il Paleolitico italiano La Grotta-Riparo di Uluzzo C, nella Baia di Uluzzo a Nardò (Lecce), rappresenta uno dei siti archeologici più importanti dell’Italia meridionale per lo studio della transizione tra Paleoliti
     

Uluzzo C, lo studio dei calchi dentali riapre il dibattito sui primi popolamenti del Salento nel Paleolitico

Júl 12th 2026 at 07:00

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La ricerca sui denti decidui provenienti dalla Grotta-Riparo di Uluzzo C analizza sette calchi in gesso riscoperti nel museo di Maglie e fornisce nuovi elementi sul contesto paleoantropologico del Paleolitico in Puglia.

Grotta-Riparo di Uluzzo C, un sito chiave per il Paleolitico italiano

La Grotta-Riparo di Uluzzo C, nella Baia di Uluzzo a Nardò (Lecce), rappresenta uno dei siti archeologici più importanti dell’Italia meridionale per lo studio della transizione tra Paleolitico medio e Paleolitico superiore. La sequenza stratigrafica conserva infatti livelli musteriani, attribuiti ai Neanderthal, seguiti da livelli uluzziani, una cultura materiale al centro del dibattito sull’arrivo dei primi Homo sapiens nella penisola italiana. (Wiley Online Library?)

Un nuovo studio pubblicato sull’American Journal of Biological Anthropology ha riportato l’attenzione su un insieme di resti umani rinvenuti nel 1960 durante le ricognizioni condotte dallo speleologo Carlo Cosma. I reperti originali sono andati perduti nel corso degli anni, ma sono stati ritrovati sette calchi in gesso conservati presso il Museo Civico di Paleontologia e Paletnologia “Decio De Lorentiis” di Maglie, permettendo una nuova analisi scientifica. (Wiley Online Library?)

I calchi dentali della Grotta-Riparo di Uluzzo C

Lo studio si concentra su sette corone dentarie decidue, appartenenti a incisivi, canini e molari da latte. Attraverso fotografie ad alta risoluzione, scansioni tridimensionali e analisi morfometriche geometriche, i ricercatori hanno confrontato dimensioni e forma dei denti con campioni di Homo sapiens e Homo neanderthalensis.

Pur trattandosi di calchi e non dei reperti originali, gli autori evidenziano come la qualità delle copie consenta di analizzare con affidabilità la morfologia delle corone dentarie. Le scansioni tridimensionali hanno inoltre permesso di effettuare confronti quantitativi con altri reperti fossili provenienti dall’Europa e dal Vicino Oriente. (Wiley Online Library?)

I risultati dell’analisi morfometrica

L’analisi mostra un quadro complesso. Alcuni caratteri dentali rientrano nella variabilità osservata nei Neanderthal, altri sono condivisi con gli esseri umani moderni.

In particolare, l’analisi della forma dei molari indica che quasi tutti gli elementi ricadono nella variabilità conosciuta per Homo neanderthalensis, mentre uno dei molari presenta caratteristiche più vicine a Homo sapiens. Gli autori sottolineano che nessun singolo carattere permette un’attribuzione certa e che è la combinazione dei diversi elementi anatomici a fornire indicazioni tassonomiche. (usiena-air.unisi.it?)

Secondo lo studio, i denti potrebbero appartenere a un solo bambino oppure, nel caso di uno degli incisivi, a due individui distinti. L’assenza dei reperti originali e l’incertezza sul livello stratigrafico preciso impediscono conclusioni definitive.

Il contesto archeologico della Grotta-Riparo di Uluzzo C

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda proprio il contesto di provenienza dei reperti. I denti furono recuperati nel deposito esterno della grotta durante le ricognizioni del 1960, prima dell’avvio degli scavi sistematici.

Poiché non è noto il livello esatto dal quale provengono, non è possibile attribuirli con sicurezza ai livelli musteriani o a quelli uluzziani. Gli studiosi stimano comunque un’età compresa tra circa 117.000 e 40.000 anni fa, intervallo che comprende una fase fondamentale dell’evoluzione umana europea. (Wiley Online Library?)

Dal 2015 il sito è interessato da nuove ricerche coordinate dalle Università di Bologna e di Roma “La Sapienza”, con l’obiettivo di ricostruire in modo più preciso la stratigrafia e le dinamiche di occupazione della grotta.

Un contributo alla ricerca sull’evoluzione umana

La Grotta-Riparo di Uluzzo C continua a rappresentare un riferimento per gli studi sul popolamento dell’Europa meridionale durante la sostituzione dei Neanderthal con le popolazioni di Homo sapiens.

Pur non fornendo una risposta definitiva sull’identità biologica dell’individuo o degli individui rappresentati dai calchi dentali, questa ricerca dimostra il valore scientifico dei materiali storici conservati nei musei. La riscoperta dei calchi ha consentito infatti di recuperare informazioni considerate perdute e di inserirle nelle moderne analisi morfometriche tridimensionali.

Gli autori sottolineano che future indagini archeologiche nella Grotta-Riparo di Uluzzo C potranno contribuire a chiarire la posizione stratigrafica dei reperti e il loro significato nel quadro della diffusione delle popolazioni umane nel Mediterraneo durante il Paleolitico.

Fonti

  • Seghi F., Sorrentino R., Bailey S.E. et al. (2024), Morphological and morphometric study of the hominin dental casts from Grotta-Riparo di Uluzzo C (Apulia, southern Italy), American Journal of Biological Anthropology. (Wiley Online Library?Attachment.png)
  • Università di Bologna – Archivio della ricerca. (Cris Unibo?Attachment.png)

URL (per esteso):

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  • Ancora sui chirotteri da Tutela Pipistrelli
    Condividi Pipistrelli, Lyssavirus (Rabbia) e Bat Box – la parola ad Alessandra Tomassini Pipistrelli, Lyssavirus (Rabbia) e Bat Box: facciamo chiarezza scientifica e sanitaria In queste ore molti cittadini ci stanno contattando preoccupati a seguito di alcuni post diventati virali sui social.La discussione è partita dalla condivisione, da parte del Prof. Pier Luigi Lopalco, pagina pubblica, di uno studio scientifico canadese riguardante un bambino tragicamente scomparso nel 2024 a causa de
     

Ancora sui chirotteri da Tutela Pipistrelli

Júl 12th 2026 at 06:00

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Pipistrelli, Lyssavirus (Rabbia) e Bat Box – la parola ad Alessandra Tomassini

Pipistrelli, Lyssavirus (Rabbia) e Bat Box: facciamo chiarezza scientifica e sanitaria

In queste ore molti cittadini ci stanno contattando preoccupati a seguito di alcuni post diventati virali sui social.
La discussione è partita dalla condivisione, da parte del Prof. Pier Luigi Lopalco, pagina pubblica, di uno studio scientifico canadese riguardante un bambino tragicamente scomparso nel 2024 a causa della rabbia veicolata da un contatto con un chirottero.

Su questo tema è anche intervenuto il Prof. Roberto Burioni, commentando che l’idea di installare “bat box” per attirare i pipistrelli vicino a casa fa “venire i brividi” a causa dei rischi sanitari.

Comprendiamo perfettamente l’apprensione delle persone che ci scrivono, ma come associazione scientifica che da oltre dieci anni si occupa di tutela dei chirotteri in Italia, riteniamo doveroso fare chiarezza basandoci sui dati epidemiologici ufficiali, sul monitoraggio nazionale e sulla reale complessità e varietà che caratterizza questo grande ordine di mammiferi limitandoci ad affrontare la situazione italiana.

Il monitoraggio in Italia e la situazione epidemiologica

Il virus della rabbia classica diffuso in America appartiene al genere Lyssavirus, lo stesso genere di cui fanno parte i ceppi europei (EBLV-1 e EBLV-2).

Tuttavia, la situazione in Italia è radicalmente diversa da quella americana.
Nel nostro Paese esiste da anni un monitoraggio attivo e rigoroso della rabbia nei chirotteri: come associazione, consegniamo regolarmente tutti gli individui che ci muoiono agli Istituti Zooprofilattici Sperimentali (IZS) Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie per le analisi virologiche.

Ad oggi, in Italia, nessun chirottero è mai risultato positivo al Lyssavirus.
Aggiungiamo che le specie antropofile (più frequentemente ritrovate in città e nelle abitazioni) presenti sul nostro territorio sono stanziali e non compiono grandi migrazioni, riducendo drasticamente le probabilità di introduzione di ceppi virali presenti in Europa.

Bat Box in totale tranquillità

Le bat box sono rifugi artificiali posizionati all’esterno delle abitazioni.
Non “attirano” i pipistrelli da aree remote, ma offrono un rifugio alternativo e sicuro a individui che già frequentano l’ambiente urbano.
Offrire loro una bat box esterna è una strategia di coesistenza che può ridurre la probabilità che gli animali colonizzino spazi interni o intercapedini degli edifici.

Pipistrelli in casa: quando consultare i medici?

Molte persone temono il momento in cui un pipistrello entra accidentalmente in casa e magari vola una stanza:
se un pipistrello entra in casa e vola, non c’è assolutamente alcun pericolo e si può stare del tutto tranquilli.
L’animale sta solo cercando una via d’uscita, non è aggressivo e non attacca l’uomo (No, lo ripetiamo ancora, non si attaccano ai capelli!).
Sfatiamo inoltre un timore frequente: se una persona venisse morsa da un pipistrello durante il sonno, se ne accorgerebbe sicuramente (e ci accorgiamo facilemte anche se un pipistrello si posa sulla nostra faccia!).

Cosa fare in caso di contatto diretto: Il ruolo dei medici

Non spetta a noi chirotterologi fornire indicazioni terapeutiche o cliniche, ed è sempre alla competenza delle autorità sanitarie e dei medici che bisogna affidarsi.

Le linee guida indicano che è necessario consultare un medico o la ASL esclusivamente nelle seguenti situazioni:

  • Se avviene un morso accertato.
  • Se si verifica un contatto fisico diretto tra l’animale e la pelle nuda della persona.
    In questi casi specifici, i medici valuteranno l’eventuale necessità della Profilassi Post-Esposizione (PEP), che si rivela efficace al 100% se somministrata tempestivamente.

La corretta informazione!

Il drammatico caso canadese ha evidenziato una lacuna informativa non nella gestione dell’animale, ma nel fatto che la famiglia, pur consapevole che il bambino aveva avuto un pipistrello posato sul viso, non si è rivolta ai medici solo perché non vedeva ferite macroscopicamente evidenti e la conseguenza è stata: nessuna profilassi con conseguente esito nefasto.

La sicurezza di chi fa soccorso: la nostra richiesta al Ministero della Salute

Proprio perché affrontiamo il tema del rischio epidemiologico con il massimo rigore scientifico e senza superficialità, riteniamo che la prevenzione debba partire da chi è in prima linea.

Chi opera nei CRAS (Centri di Recupero Animali Selvatici) e i volontari autorizzati manipolano regolarmente individui feriti o in difficoltà per curarli e riabilitarli.
Per questo motivo, come associazione, esortiamo il Ministero della Salute a rendere obbligatoria e gratuita la vaccinazione preventiva contro la rabbia per tutti gli operatori e i volontari dei CRAS ufficiali.

Proteggere chi salva la biodiversità è il primo passo per una corretta gestione della salute pubblica (One Health).

Se trovate un pipistrello in difficoltà a terra, non toccatelo mai a mani nude (usate guanti e un panno per metterlo in sicurezza in una scatola forata) e contattateci tel 339 360 5949

Il terrore ingiustificato e le generalizzazioni sui social danneggiano la biodiversità; la conoscenza, il monitoraggio scientifico e il rispetto delle normali regole di prudenza proteggono invece sia l’uomo sia gli animali.

Vi invitiamo a leggere le linee guida recentemente pubblicate da Ispra – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale in cui ci sono anche le indicazioni su come prendere un pipistrello.
https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/manuali-e-linee-guida/linee-guida-per-il-recupero-e-la-riabilitazione-dei-chirotteri

Qui l’articolo scientifico del caso canadese: https://www.cmaj.ca/content/198/25/E969?fbclid=IwdGRzaAS_OLljbGNrBL84pmV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY4NTUzMTcyOAABHiTmyNemWPL6uqQ-FDSNNyaufhPCLFBG8OxYjiSLfrJp6_ERrXWqELp-r0Ub_aem_aznb3P3pmfnZtYz1DPpefw&sfnsn=scwspwa#ref-9

Alessandra Tomassini Tutela Pipistrelli

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  • Rabbia e pipistrelli: il caso di un ragazzino canadese ricorda l’importanza della prevenzione
    Condividi La rabbia è una zoonosi rarissima in Italia, ma una possibile esposizione va sempre presa sul serio. I pipistrelli non sono animali pericolosi né “colpevoli”: sono specie protette e preziose per gli ecosistemi. La morte di un ragazzino canadese di 11 anni, avvenuta a causa della rabbia dopo un contatto con un pipistrello, ha riportato l’attenzione su una zoonosi oggi rara nei Paesi occidentali, ma ancora estremamente pericolosa. Secondo quanto riportato dal Canadian Medical Assoc
     

Rabbia e pipistrelli: il caso di un ragazzino canadese ricorda l’importanza della prevenzione

Júl 12th 2026 at 05:00

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La rabbia è una zoonosi rarissima in Italia, ma una possibile esposizione va sempre presa sul serio. I pipistrelli non sono animali pericolosi né “colpevoli”: sono specie protette e preziose per gli ecosistemi.

La morte di un ragazzino canadese di 11 anni, avvenuta a causa della rabbia dopo un contatto con un pipistrello, ha riportato l’attenzione su una zoonosi oggi rara nei Paesi occidentali, ma ancora estremamente pericolosa.

Secondo quanto riportato dal Canadian Medical Association Journal, il ragazzo si era addormentato in una casa di villeggiatura in Ontario e si era risvegliato con un pipistrello appoggiato sul viso.

Non vedendo presenti ferite evidenti, la famiglia non aveva ritenuto necessario rivolgersi ai servizi sanitari. Solo alcune settimane dopo sono comparsi i primi sintomi neurologici; gli accertamenti hanno confermato l’infezione da virus della rabbia. Una volta manifestata la malattia, purtroppo, le possibilità di sopravvivenza sono pressoché nulle.

Nessun pipistrello sano avrebbe sviluppato un comportamento quale quello descritto nell’articolo: la rabbia era la causa dell’animale aggressività, che purtroppo è stata sottovalutata, o non rilevata, se non troppo tardi.

Il caso fa pensare, soprattutyo il mondo degli speleologi che ha grande cura e affetto per i chirotteri.

É un’importante occasione per ricordare che la rabbia è una zoonosi, cioè una malattia infettiva che può essere trasmessa dagli animali all’uomo. Benché l’Italia sia ufficialmente indenne dalla rabbia terrestre da diversi anni grazie ai programmi di sorveglianza e vaccinazione, il virus continua a essere presente in molte aree del mondo e i pipistrelli possono ospitare virus appartenenti al gruppo dei lyssavirus, strettamente correlati a quello della rabbia.

Ed è fondamentale evitare conclusioni sbagliate. I pipistrelli non sono animali aggressivi e non rappresentano un pericolo per chi li osserva o frequenta gli ambienti naturali. Sono mammiferi protetti dalla legge, svolgono un ruolo ecologico essenziale nel controllo degli insetti e tendono a evitare il contatto con l’uomo.

Chi pratica escursionismo, speleologia o frequenta vecchi edifici, baite e rifugi può tuttavia imbattersi occasionalmente in questi animali.

In queste situazioni la regola è semplice: non bisogna mai manipolare un pipistrello a mani nude, sia esso vivo o apparentemente ferito.

Se si verifica un morso, un graffio, oppure un contatto diretto con un pipistrello – ad esempio se viene trovato sul corpo o sul volto durante il sonno – è opportuno rivolgersi immediatamente a un Pronto Soccorso o ai servizi di igiene pubblica, che valuteranno l’eventuale necessità della profilassi post-esposizione.

La profilassi, infatti, è altamente efficace se somministrata tempestivamente dopo un’esposizione a rischio.

È proprio questo il messaggio più importante che emerge dalla vicenda canadese: non bisogna avere paura dei pipistrelli, ma conoscere i comportamenti corretti.

L’Istituto Superiore di Sanità ricorda che le zoonosi fanno parte delle principali sfide della sanità pubblica e che la prevenzione passa anche attraverso una corretta informazione. Rispettare la fauna selvatica, evitare contatti inutili con gli animali e sapere quando è necessario rivolgersi ai sanitari sono strumenti semplici ma fondamentali per proteggere sia la salute delle persone sia quella degli ecosistemi.


Da sapere

  • I pipistrelli sono specie protette e indispensabili per l’equilibrio degli ecosistemi.
  • Non attaccano l’uomo e il rischio di contagio è estremamente basso.
  • Non vanno mai toccati a mani nude.
  • In caso di morso, graffio o contatto diretto con un pipistrello è necessario rivolgersi subito ai servizi sanitari per la valutazione della profilassi.
  • Una volta comparsi i sintomi della rabbia, la malattia è quasi sempre mortale, mentre il trattamento preventivo dopo l’esposizione è efficace.

Fonti:

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