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I plongeurs dello Spéléo Secours Français si sono riuniti nel fine settimana in Ardèche per un’esercitazione di soccorso in grotta condotta all’event de Peyraou de Chadouillet, nel territorio di Saint-André-de-Cruzières. L’attività ha assunto la forma di un barnum, termine impiegato in Francia per indicare una simulazione complessa e organizzata come un intervento reale.
La giornata ha messo in campo 25 persone, delle quali 16 sommozzatori speleologi. Sono stati predisposti due scenari paralleli. La scelta di lavorare su più fronti ha permesso di verificare sia le procedure subacquee sia la capacità di assistenza e coordinamento lungo la parte asciutta e post-sifone della cavità.
Il Peyraou de Chadouillet non è una sede casuale. La cavità di Saint-André-de-Cruzières è nota nella storia della speleologia subacquea francese per le esplorazioni dei suoi rami allagati. Le pubblicazioni della Fédération Française de Spéléologie ricordano ricerche, lavori di attrezzamento e rilievo del sifone Nord, oltre a esplorazioni proseguite negli anni in condotti dalla morfologia complessa.
Nel sifone aval, cioè nel ramo a valle, la simulazione prevedeva la ricerca di un subacqueo disperso nella zona dei 40 metri di profondità. Il ritrovamento della vittima, nello scenario, avveniva senza vita.
A quel punto le squadre hanno affrontato una sequenza che richiede metodo e divisione dei ruoli. Un primo gruppo è stato incaricato di documentare la situazione con immagini destinate agli accertamenti. Un secondo gruppo ha curato l’evacuazione della salma e dell’attrezzatura.
La speleologia subacquea opera in ambienti nei quali il collegamento con l’esterno può essere interrotto da lunghi tratti sommersi. La profondità, la distanza, la visibilità ridotta, le strettoie, la temperatura dell’acqua e la decompressione condizionano ogni manovra. Nel soccorso, questi fattori si aggiungono alla necessità di trasportare persone, materiali e informazioni lungo percorsi che non consentono improvvisazione.
Le indicazioni federali francesi per il soccorso in immersione speleologica richiamano proprio gli elementi essenziali da comunicare in caso di emergenza: cavità e comune, profilo della plongée, durata, profondità, distanza, autonomia, condizioni di visibilità e temperatura. Una profondità superiore a 40 metri è segnalata tra le condizioni particolari che incidono sulla valutazione dell’intervento.
Il secondo scenario si è svolto nella branche amont, il ramo a monte. Un subacqueo non era rientrato per un problema all’attrezzatura. La squadra lo ha localizzato oltre il terzo sifone, dove attendeva i soccorsi.
È entrata quindi in azione l’équipe di assistenza alla vittima. Il compito non era limitato al recupero. I tecnici hanno simulato il riscaldamento della persona, la reidratazione, l’alimentazione e il sostegno psicologico. In un ambiente ipogeo, freddo e isolato, la stabilizzazione delle condizioni della vittima può essere decisiva prima che inizi il trasferimento.
In parallelo, una squadra trasmissioni ha predisposto i collegamenti fra la vittima e il posto di comando. Le comunicazioni sono un nodo operativo nei soccorsi sotterranei. Consentono di aggiornare la direzione dell’intervento sullo stato sanitario, sui tempi di avanzamento e sulle richieste di materiali, evitando che le informazioni dipendano soltanto da staffette umane.
La documentazione medica e operativa dello Spéléo Secours Français indica che, dopo il contatto con la vittima, occorre verificarne rapidamente coscienza, respirazione e circolazione. Prevede inoltre una presenza continuativa di soccorritori fino all’evacuazione. Riscaldamento, idratazione e alimentazione, quando possibili, rientrano nelle prime misure di assistenza.
L’esercitazione ha coinvolto anche il coordinamento tra i Conseillers Techniques Départementaux del SSF dell’Ardèche, i tecnici referenti per la speleologia subacquea e i consiglieri tecnici nazionali. Questo passaggio è centrale: un soccorso in cavità allagata richiede competenze subacquee specialistiche, ma anche una catena di comando capace di dialogare con logistica, assistenza sanitaria, comunicazioni e istituzioni locali.
Il SSF nazionale ha ringraziato il SSF 07 per l’organizzazione e l’accoglienza, il Comune di Saint-André-de-Cruzières e il signor Rivière. La collaborazione con il territorio è parte della preparazione operativa. Accessi, spazi per il comando, gestione dei mezzi e conoscenza dell’area possono incidere in modo diretto sull’efficacia di un intervento.
Per le emergenze in ambiente sotterraneo, la Fédération Française de Spéléologie indica il numero verde nazionale 0800 121 123. Le procedure ricordano anche l’importanza di fornire dati precisi sulla cavità e sulle condizioni dell’incidente.
La speleologia subacquea non riguarda soltanto il soccorso. È uno strumento di esplorazione e conoscenza del mondo sotterraneo. I sifoni sono spesso le soglie che separano i rami conosciuti di una grotta da prosecuzioni non ancora raggiunte. Superarli, con tecniche adeguate e in condizioni controllate, può consentire di collegare reti carsiche, individuare nuovi condotti e comprendere la circolazione delle acque.
Il contributo della speleologia subacquea è rilevante anche per l’idrogeologia. Rilievi, osservazioni morfologiche, misure di profondità e distanza, campionamenti e documentazione fotografica aiutano a ricostruire la struttura degli acquiferi carsici. Queste informazioni sono utili per studiare sorgenti, falde, vulnerabilità delle acque e dinamiche di piena.
Ogni esplorazione richiede prudenza. La speleologia subacquea unisce procedure di immersione, orientamento su filo guida, gestione del gas, controllo della decompressione e capacità di muoversi in grotta. Gli stessi saperi sono essenziali quando una squadra deve raggiungere una persona ferma oltre uno o più sifoni.
L’esercitazione dell’Ardèche mostra questo legame concreto. Addestrare squadre di speleologia subacquea significa prepararsi alla risposta alle emergenze e, nello stesso tempo, mantenere e sviluppare le competenze necessarie per esplorare, rilevare e proteggere gli ambienti carsici sommersi.
Speleosub Francia
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Foto di copertina di Antonio Danieli
Il 13 settembre segna la prima Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo. Dalle cavità di Matanzas, il caso di Bellamar richiama il valore della ricerca condivisa, della documentazione e della protezione delle acque sotterranee.
Il 13 settembre 2026 si celebra per la prima volta la Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo. La ricorrenza è stata proclamata dalla Conferenza generale dell’UNESCO nel novembre 2025. La proposta era stata avanzata dalla Slovenia su iniziativa dell’Unione Internazionale di Speleologia, che ha sede a Postojna.
La scelta della data porta per la prima volta il tema delle cavità naturali e dei paesaggi carsici nel calendario delle giornate internazionali UNESCO. Il messaggio non riguarda solo l’esplorazione. Riguarda soprattutto la conoscenza degli acquiferi, della biodiversità sotterranea, degli archivi geologici e delle tracce culturali conservate nel sottosuolo.
Secondo UNESCO, i paesaggi carsici e le grotte interessano quasi un quarto delle terre emerse e forniscono acqua potabile a oltre un miliardo di persone. Sono ambienti fragili. Possono subire gli effetti dell’inquinamento, delle trasformazioni del suolo, delle estrazioni e di una fruizione non regolata.
La prima celebrazione internazionale è in programma a Postojna, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre. Il calendario comprende una conferenza scientifica e una cerimonia ufficiale. La Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo diventa quindi anche un momento utile per collegare ricerca, educazione, gestione del territorio e tutela.
Nel quadro della Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo, le Cuevas de Bellamar, presso Matanzas, a Cuba, offrono un esempio concreto del rapporto tra grotte, patrimonio e comunità locali. Il complesso si trova nell’area carsica dell’altopiano di Bellamar, non lontano dalla baia di Matanzas.
La cavità turistica di Bellamar ha una lunga storia. Un resoconto speleologico internazionale ricorda che la prosecuzione della grotta fu individuata nel 1861 durante attività minerarie e che l’apertura al pubblico risale al 1862. Gli interventi di visita hanno lasciato segni materiali: scale, barriere, impianti e modifiche delle superfici mostrano quanto sia delicato conciliare accessibilità e conservazione.
Le Grotte di Bellamar sono note per le concrezioni di calcite e per l’interesse paleontologico, faunistico e archeologico richiamato nella documentazione del progetto. La crescita e la trasformazione delle forme minerali, in ambienti aerei, sommersi o misti, rendono questi spazi un laboratorio per lo studio dei processi carsici. La loro lettura deve comprendere anche la circolazione dell’acqua e gli scambi fra superficie e sottosuolo.
Il percorso storico di Bellamar è legato ad Antonio Núñez Jiménez, figura centrale della speleologia cubana. La documentazione di spedizione lo indica come fondatore nel 1940 della Sociedad Espeleológica de Cuba. Le sue pubblicazioni contribuirono a far conoscere la varietà dei karst tropicali dell’isola e a consolidare l’attività speleologica nel Paese.
Il testo di riferimento segnala l’arrivo di Núñez Jiménez a Bellamar nel 1947 per ricerche universitarie. Ricorda inoltre il contributo di speleologi di Matanzas e l’attività del Grupo Espeleológico Félix Rodríguez de la Fuente, attivo dalla fine degli anni Ottanta in nuove esplorazioni. Questi elementi delineano una storia costruita da più generazioni, tra ricerca scientifica, esplorazione, rilievo e divulgazione.
La Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo richiama proprio questa continuità. Una grotta non è un insieme di sale isolate. È parte di un sistema fisico e biologico. Ogni dato raccolto, dal rilievo topografico al monitoraggio delle acque, può contribuire alla sua gestione.
Dal 2003 il Proyecto Bellamar ha riunito il Gruppo Speleologico San Marco di Venezia, il Comité Espeleológico de Matanzas e altre realtà cubane, italiane e francesi. Il progetto ha avuto il patrocinio, tra gli altri, della Società Speleologica Italiana e della Sociedad Espeleológica de Cuba. Le attività hanno incluso esplorazioni, documentazione fotografica e audiovisiva 3D, comunicazione pubblica e azioni educative.
Il Gruppo Speleologico San Marco descrive un lavoro rivolto anche alla vulnerabilità delle risorse idriche sotterranee. Nel 2014 è stato realizzato presso Bellamar un Centro polifunzionale di educazione ambientale dedicato a carsismo e permacultura. Inizi? quindi una collaborazione didattica tra l’IIS Levi Ponti di Mirano e l’Istituto Politécnico Ernest Telman di Matanzas. Nell’ambito del percorso fu predisposto un laboratorio per analisi chimico-fisiche delle acque carsiche.
Il progetto rappresenta un caso utile per la Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo. La tutela non si limita alla cavità visitabile. Richiede di osservare l’altopiano, le sorgenti, le falde, le pratiche agricole e gli insediamenti che insistono sul bacino di alimentazione.
Le immagini citate nel testo di partenza sono attribuite al Proyecto Bellamar e ad Antonio Danieli, Michel Renda ed Esteban Grau. Il loro uso documentario restituisce un aspetto spesso decisivo nella tutela: rendere visibili ambienti sotterranei che, per loro natura, restano nascosti alla maggior parte delle persone.
La Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo invita a considerare il carsismo come un patrimonio naturale con ricadute dirette sulla vita delle comunità. La speleologia può offrire rilievi, osservazioni idrologiche, dati biologici e strumenti di comunicazione. Le istituzioni e i gestori del territorio possono trasformare queste conoscenze in misure di protezione.
Bellamar mostra anche l’importanza della cooperazione internazionale. La presenza di speleologi cubani, italiani, francesi e di altre provenienze ha prodotto documentazione e attività formative. Perché questo patrimonio resti leggibile nel tempo, ogni intervento dovrebbe basarsi su dati verificabili, monitoraggi ripetuti e valutazioni attente degli impatti.
In questa prospettiva, il 13 settembre non è soltanto una ricorrenza. È un richiamo alla responsabilità verso le cavità, le acque sotterranee e i paesaggi carsici da cui dipendono ecosistemi e persone.
Cuba
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Si è svolto sabato 12 settembre, in Piazza Lanzuisi a San Felice Circeo, l’incontro dedicato alla Grotta Spaccata di Torre Paola. L’appuntamento ha proposto un racconto per immagini della grande cavità naturale ai piedi del promontorio. Il giornalista e speleologo Lorenzo Grassi ha ricostruito le fasi della ricerca condotta nel 2019 con i ricercatori dell’Associazione Sotterranei di Roma.
L’iniziativa è stata promossa dalla Fondazione Marcello Zei. Ha preceduto la prima Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, celebrata il 13 settembre 2026 dopo la proclamazione UNESCO del novembre 2025. La ricorrenza pone l’attenzione sul valore ambientale delle cavità, sulle risorse idriche carsiche e sulla necessità di una gestione informata del sottosuolo.
L’evento ha affiancato alla divulgazione speleologica l’apertura della mostra permanente Homo sapiens e habitat. È stata inoltre presentata la rassegna Odissea contemporanea 2026, curata da Mad Museo d’Arte Diffusa Fabio D’Achille, con le opere “Ruminazione mentale” di Elliott Grieshofer e “Sea Frequencies” di Donatella Pinocci. Il dialogo tra ricerca, arte e memoria del paesaggio ha fornito una chiave di lettura del rapporto fra il promontorio, il mare e le cavità.
La Grotta Spaccata di Torre Paola è raggiungibile attraverso una fenditura carsica sul versante costiero. Nel 2019 l’équipe ha svolto l’esplorazione e il rilievo tridimensionale con laser scanner. L’indagine è stata condotta dopo autorizzazioni e confronti con gli enti competenti, dato il contesto esposto a pericoli di frana e le difficoltà di accesso dal mare.
Le dimensioni comunicate nel corso della ricerca descrivono una cavità lunga oltre 100 metri, larga circa 30 e alta fino a 25 metri. Il volume stimato è nell’ordine di 30.000 metri cubi. Il gruppo è entrato dalla costa con una canoa e ha utilizzato tecniche su corda per superare la parete e documentare gli ambienti.
Il rilievo della Grotta Spaccata di Torre Paola ha avuto un interesse geologico e archeologico, ma anche faunistico. All’interno era stata osservata una grande colonia di pipistrelli non precedentemente censita. Questo dato richiede attenzione: nelle grotte, la documentazione scientifica e ogni eventuale attività devono ridurre il disturbo alle specie presenti, soprattutto durante le fasi sensibili del loro ciclo annuale.
La cavità non è un luogo per accessi autonomi. Le condizioni geomorfologiche, l’esposizione al mare e i vincoli di tutela rendono necessarie competenze specifiche, autorizzazioni e una valutazione preventiva del rischio.
Una parte del racconto ha riguardato il possibile legame tra la Grotta Spaccata di Torre Paola e le “cave grotte” ricordate nell’Odissea. Alcuni elementi hanno alimentato l’ipotesi: la posizione costiera, la morfologia dell’antro e una carta del Monte Circeo realizzata da Giovanni Battista Cipriani nel 1830, nella quale la fenditura è indicata come “due grotte una sopra dell’altra”.
Il tema va letto con metodo. Lorenzo Grassi aveva già chiarito nel 2019 che non esiste una dimostrazione definitiva dell’identificazione con il luogo omerico. Si tratta di una corrispondenza possibile e suggestiva, non di un dato archeologico acquisito. Proprio questa distinzione rende utile il lavoro speleo-archeologico: rilievi, fonti storiche, geologia e archeologia permettono di separare le evidenze dalle interpretazioni.
La Grotta Spaccata di Torre Paola si inserisce così nel più ampio sistema di cavità del Circeo. Il promontorio conserva una stratificazione di testimonianze naturali e umane che comprende anche siti di riferimento per la preistoria, come Grotta Guattari. La conoscenza di ciascun ambiente contribuisce alla ricostruzione del paesaggio costiero antico.
L’Associazione Sotterranei di Roma opera nello studio, nella documentazione e nella valorizzazione del patrimonio ipogeo di interesse archeologico. La sua attività comprende ricognizioni, rilievi, formazione speleo-archeologica, raccolta di dati e iniziative divulgative. Il rilievo della Grotta Spaccata di Torre Paola è un esempio di questo metodo: la scoperta non si esaurisce nell’accesso alla cavità, ma prosegue con la restituzione topografica, la lettura del contesto e la comunicazione dei risultati.
Nel 2026 l’associazione ha anche programmato il ciclo Lazio Sotterraneo, con visite e percorsi dedicati a cavità naturali, opere idrauliche e siti archeologici del Lazio. Il calendario ha incluso il Labirinto di Roma e i sotterranei di San Giovanni, la Grotta dell’Arco di Bellegra, un trekking degli acquedotti, le torri e le cave romane della Valle Tiberina e l’emissario del lago di Nemi.
Tra le più recenti scoperte rese pubbliche dall’associazione figura il rifugio antiaereo individuato nel 2025 sotto i giardini di viale Carlo Felice, nell’area di San Giovanni a Roma. La galleria, semi-allagata e posta a circa 15 metri di profondità, era stata utilizzata durante la Seconda guerra mondiale dai lavoratori dell’ex deposito ATAG. Nell’ambiente, lungo circa 70 metri, sono stati segnalati componenti originali di autobus e tram degli anni Trenta, inclusi sedili, telai e un cruscotto Fiat. Il caso mostra come la ricerca nel sottosuolo romano possa collegare archeologia industriale, memoria urbana e analisi delle infrastrutture del Novecento.
L’attività di Sotterranei di Roma si colloca in una rete più ampia di conoscenze sul sottosuolo urbano. L’aggiornamento 2026 della Carta delle cavità sotterranee di Roma, curato da ISPRA con CNR-IGAG e Università della Tuscia, ha integrato fonti bibliografiche, archivi cartografici, cartografie archeologiche e indagini dirette. Alla precedente edizione avevano collaborato anche le associazioni Roma Sotterranea e Sotterranei di Roma.
La Carta ha censito circa 5.600 dati puntuali e 1.600 elementi lineari o poligonali in un’area di circa 350 chilometri quadrati. Sono rappresentate cave, catacombe, ipogei, cunicoli idraulici e altre infrastrutture. Il quadro non equivale a un elenco concluso di cavità: è uno strumento dinamico, aggiornabile con nuovi rilievi e con dati georeferenziati più accurati.
Per Roma la cartografia è utile alla ricerca e alla tutela del patrimonio. È rilevante anche per prevenire criticità legate agli sprofondamenti in un territorio segnato da secoli di estrazione di pozzolana e tufo. Per il Circeo, il caso della Grotta Spaccata di Torre Paola ricorda un principio analogo: conoscere le cavità significa documentare luoghi fragili prima di proporne qualsiasi valorizzazione.
Grotta di Torre Paola Circeo
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Feletto Umberto ospiterà dal 18 settembre all’11 ottobre 2026 la mostra “Egidio Feruglio – Uno scienziato tra il Friuli Venezia Giulia e la Patagonia”. L’inaugurazione è in programma venerdì 18 settembre, alle ore 18, nella Biblioteca Comunale di via Mazzini 9.
L’iniziativa è proposta dal Circolo Speleologico Idrologico Friulano di Udine. La realizzazione della mostra Egidio Feruglio è sostenuta dalla Regione autonoma Friuli Venezia Giulia. Il progetto riporta l’attenzione sul percorso di uno studioso nato a Feletto Umberto il 1° settembre 1897 e morto a Udine il 4 luglio 1954.
L’esposizione sarà aperta lunedì e martedì dalle 15 alle 19. Il mercoledì, il giovedì e il venerdì l’orario sarà dalle 9 alle 12.30 e dalle 15 alle 19. Sabato e domenica la Biblioteca resterà chiusa.
La collocazione a Feletto Umberto ha un valore storico preciso. Qui nacque Feruglio e qui prese forma una parte essenziale della sua vocazione scientifica, prima dei lunghi anni di lavoro e di insegnamento in Argentina.
Per la speleologia, Egidio Feruglio rappresenta una figura formatasi dentro la stagione pionieristica delle ricerche friulane. Da giovane frequentò la Società alpina friulana e il Circolo speleologico e idrografico friulano di Udine. In questo ambiente incontrò studiosi e maestri come Giovanni e Olinto Marinelli, Arrigo Lorenzi, Francesco Musoni e Michele Gortani.
Il Circolo promuoveva allora un’esplorazione sistematica delle cavità del Friuli. Feruglio svolgeva osservazioni sul terreno e annotava con cura ciò che vedeva. Appunti, schizzi e sezioni costituivano strumenti di lavoro, non semplici memorie di visita. Questo metodo, fondato su osservazione diretta e descrizione puntuale, rimase riconoscibile anche nella sua successiva attività geologica.
Tra il 1913 e il 1919 pubblicò otto brevi articoli su Mondo Sotterraneo e un contributo su In Alto. La sua produzione giovanile mostra il rapporto stretto tra speleologia, geografia fisica e geologia che caratterizzava la ricerca del tempo. Lo studio delle grotte non era separato dalla lettura delle rocce, delle sorgenti, delle forme del paesaggio e della circolazione delle acque.
Il contributo più noto di Egidio Feruglio alla conoscenza carsica regionale è la monografia La regione carsica di Villanova in Friuli, pubblicata nel 1954. L’opera affronta un’area di forte interesse geospeleologico dell’Alta Val Torre. Le cavità di Villanova si sviluppano in banconi calcarei inseriti nel flysch e, in alcuni casi, nello stesso flysch. Il lavoro costituisce ancora un riferimento storico per leggere la specificità geologica e sotterranea della zona.
Una delle Grotte di Villanova porta il suo nome. La dedica lega in modo concreto la memoria dello studioso alla speleologia friulana e a un patrimonio ipogeo che egli contribuì a descrivere con rigore.
Dopo la laurea in geologia a Firenze, conseguita nel 1920, Feruglio svolse attività di ricerca e assistenza a Udine e a Cagliari. Nei primi anni Venti pubblicò lavori dedicati alla pianura pedemorenica, alle Prealpi tra Isonzo e Arzino e alla zona delle risorgive del Basso Friuli. Erano studi nei quali si incontravano geologia, morfologia e idrologia.
Nel 1925 si trasferì in Argentina su incarico della Dirección General de Yacimientos Petrolíferos Fiscales, YPF. A Comodoro Rivadavia, nel Chubut, lavorò alla sorveglianza delle perforazioni e alla ricerca di nuove aree di interesse petrolifero. Le campagne lo portarono anche nelle province di Salta e Jujuy, nella regione del Golfo San Jorge e lungo la Cordigliera patagonica.
L’attività applicata alla ricerca di idrocarburi produsse anche una vasta documentazione territoriale. Feruglio compì rilevamenti, osservazioni stratigrafiche e ricognizioni in aree allora ancora poco conosciute sotto il profilo geologico. Partecipò inoltre alla spedizione di padre Alberto Maria De Agostini nella regione dei laghi Argentino e Viedma, tra il 1930 e il 1931.
Negli anni Quaranta insegnò all’Università di Cuyo, a Mendoza, e diresse l’Istituto del petrolio. Da questo lungo lavoro nacquero sintesi importanti sulla geomorfologia e sulla geologia argentina, compresa la Descripción geológica de la Patagonia, pubblicata tra il 1949 e il 1950 in tre volumi per oltre mille pagine.
Dopo il rientro definitivo in Italia nel 1948, Feruglio ottenne nel 1949 la cattedra di geologia all’Università di Torino. Nel 1953 si trasferì a Roma. La morte lo colse a Udine nel luglio dell’anno seguente, poco dopo la pubblicazione della monografia dedicata alla regione carsica di Villanova.
La sua vicenda scientifica unisce due scale di ricerca. Da un lato ci sono le grotte, le risorgive e le Prealpi del Friuli. Dall’altro le grandi strutture geologiche, i bacini sedimentari e i paesaggi glaciali della Patagonia. In entrambi i contesti il punto di partenza fu il terreno: osservare, rilevare, descrivere e collegare i dati.
La mostra Egidio Feruglio offre quindi un’occasione di approfondimento sulla storia della speleologia italiana e sul ruolo che i circoli territoriali ebbero nella formazione di giovani ricercatori. Per il pubblico speleologico, la figura di Feruglio ricorda che la conoscenza delle cavità nasce anche dal rapporto tra esplorazione, cartografia, geologia e idrologia.
La sua eredità è riconosciuta anche in Argentina. A Trelew porta il suo nome il Museo Paleontologico Egidio Feruglio. L’Università di Udine gli ha dedicato le Grandi Aule del polo dei Rizzi. Due intitolazioni lontane fra loro, ma coerenti con una carriera costruita tra il Friuli e il Sud America.
Egidio Feruglio
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La documentazione dei fenomeni carsici superficiali sarà al centro di un corso in programma il 24 e 25 ottobre 2026 a Majdánske, località del comune di Horné Orešany, nei Piccoli Carpazi della Slovacchia. L’iniziativa, guidata da Alexander La?ný, propone un percorso concentrato in due giornate: una prima parte di lezioni e una successiva esercitazione sul terreno nel vicino Carso di Kuchy?a–Orešany.
L’appuntamento richiama un aspetto essenziale del lavoro speleologico. Il paesaggio esterno non è un semplice contorno delle grotte. Doline, campi solcati, inghiottitoi, sorgenti carsiche e depositi carbonatici possono registrare la circolazione delle acque, le discontinuità della roccia e l’evoluzione di un acquifero. Rilevarli con criteri chiari consente di mettere in relazione ciò che appare in superficie con cavità, pozzi e condotti sotterranei.
Il programma inizierà sabato 24 ottobre con l’arrivo dei partecipanti alle 10. Le lezioni sono previste dalle 11 alle 18. I temi annunciati comprendono un quadro geologico di base per speleologi, la documentazione e lo studio delle doline, l’analisi degli škráp — termine slovacco che indica le forme di dissoluzione affioranti, assimilabili ai campi solcati — la genesi e la classificazione di calcari porosi e travertini, oltre a inghiottitoi e sorgenti.
Domenica 25 ottobre, dalle 9 alle 16, si svolgerà l’uscita dedicata alla documentazione dei fenomeni carsici superficiali nel Carso di Kuchy?a–Orešany. La parte pratica è significativa: permette di associare osservazione diretta, descrizione geomorfologica, posizione geografica, misure e fotografie. Questi dati possono poi confluire in schede di cavità, banche dati territoriali e cartografie tematiche.
Le iscrizioni sono aperte fino al 15 ottobre 2026 attraverso l’indirizzo sasol@speleott.sk. Il corso sarà avviato con almeno cinque partecipanti. Pernottamento e organizzazione dell’alloggio sono a carico dei partecipanti; tra le strutture segnalate figura U Kura?ka.
La sede scelta appartiene a un’area carsica situata nella porzione settentrionale dei Piccoli Carpazi, tra gli abitati di Kuchy?a e Horné Orešany. La letteratura locale la descrive come una zona in cui alternanze di livelli carbonatici e non carbonatici condizionano lo sviluppo del carsismo. Sono documentati, fra le forme di superficie, doline, inghiottitoi, sorgenti e campi solcati; il sottosuolo comprende grotte e voragini.
L’interesse scientifico non riguarda soltanto la catalogazione delle forme. Una dolina può indicare dissoluzione concentrata, cedimenti o il recapito di acque verso il sottosuolo. Un inghiottitoio segnala un tratto di drenaggio che scompare nella roccia. Una sorgente può fornire informazioni sul punto di restituzione dell’acquifero e sulla sua risposta stagionale. Anche le croste calcaree, i penovci e i travertini aiutano a interpretare condizioni di deposizione del carbonato di calcio e dinamiche idrologiche locali.
Per questo la documentazione dei fenomeni carsici superficiali richiede metodi confrontabili con quelli applicati in grotta. Servono coordinate controllate, scala delle osservazioni, fotografie orientate, misure delle dimensioni, note sul substrato e sulle condizioni idriche. La ripetizione dei rilievi nel tempo è utile per riconoscere modifiche naturali o indotte dalle attività umane.
In questo quadro, il LiDAR aereo offre uno strumento importante per la ricerca speleologica. Il sistema misura distanze tramite impulsi laser e permette di costruire nuvole di punti e modelli digitali del terreno ad alta risoluzione. Da un volo con aeromobile o drone, dopo una corretta classificazione dei punti, è possibile rappresentare con maggiore chiarezza la morfologia del suolo anche in ambienti boscosi, dove fotografie aeree e immagini satellitari possono non mostrare le piccole depressioni.
I modelli digitali ottenuti dal LiDAR aereo non sostituiscono il sopralluogo. Rendono però più efficace la sua pianificazione. Ombreggiature del rilievo, pendenze, curvature e modelli di profondità delle depressioni possono aiutare a individuare doline poco evidenti, allineamenti strutturali, paleocanali, scarpate e possibili ingressi ostruiti. Una ricerca condotta nel Dinarico ha mostrato come dati LiDAR siano utili per misurare forma, profondità e distribuzione delle doline sotto copertura forestale. Un altro studio, dedicato a forme carsiche dell’Arizona, ha distinto migliaia di depressioni individuate dal LiDAR rispetto a un numero molto più ridotto di elementi riconosciuti attraverso il solo rilevamento fisico in superficie.
Per la documentazione dei fenomeni carsici superficiali, la sequenza più solida è quindi integrata. Prima si analizzano i dati aerei e le basi cartografiche. Poi si verifica sul terreno la natura delle anomalie. Infine si raccolgono dati geologici, idrologici e speleologici. L’uso congiunto di LiDAR, osservazioni dirette, GPS o GNSS, fotografie e rilievo tradizionale riduce il rischio di scambiare una depressione antropica o una forma erosiva per un elemento carsico.
Il collegamento tra superficie e sottosuolo può diventare ancora più informativo quando modelli topografici e rilievi delle grotte sono georeferenziati nello stesso sistema. In questo modo, aree di assorbimento, sorgenti, fratture e andamento dei condotti possono essere letti come parti di un unico sistema. L’approccio è utile per la ricerca, per la tutela delle acque sotterranee e per la valutazione delle aree vulnerabili a subsidenza o collasso.
Il corso di Horné Orešany propone una base concreta per questo lavoro. Prima della tecnologia viene il riconoscimento della forma, della roccia e dei processi che l’hanno prodotta. Il LiDAR aereo amplia la capacità di osservazione su aree estese. La verifica speleologica sul campo resta il passaggio che attribuisce significato ai dati e trasforma una mappa di depressioni in conoscenza del carsismo.
La documentazione dei fenomeni carsici superficiali è quindi una pratica utile sia nelle aree già conosciute sia nei territori dove il patrimonio sotterraneo è ancora poco censito. Formazione, rilievi ripetibili e integrazione delle tecniche permettono di costruire archivi più affidabili e di collegare la lettura del paesaggio con l’esplorazione delle grotte.
Lidar estero
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La biospeleologia aggiunge quattro nomi alla fauna cavernicola della Spagna meridionale. Francisco Javier Sánchez-Camacho e Pablo Barranco, dell’Università di Almería, hanno descritto quattro nuove specie del genere Tychobythinus, piccoli coleotteri pselafini appartenenti alla famiglia Staphylinidae.
Lo studio è stato pubblicato l’11 agosto 2026 sulla rivista zoologica Zootaxa. Le nuove entità sono Tychobythinus eca, Tychobythinus mayorali, Tychobythinus lacilbulensis e Tychobythinus elvirensis. Tutte sono troglobie, cioè strettamente legate alla vita sotterranea, e per ora sono note solo dalle rispettive località tipo.
La ricerca nasce dal lavoro congiunto di specialisti e speleologi impegnati in cavità di quattro distinti distretti carsici dell’Andalusia. Il risultato non si limita a incrementare un elenco faunistico. Offre anche nuovi dati sulla distribuzione, sull’evoluzione e sulla vulnerabilità degli invertebrati adattati al buio.
Le quattro specie occupano aree geografiche separate e cavità con caratteristiche proprie. Tychobythinus eca è stato rinvenuto in tre grotte del carsismo in gesso di Sorbas, nella provincia di Almería. Tychobythinus mayorali proviene invece da una cavità della Sierra de Gádor, presso Almócita, sempre nella provincia di Almería.
Le altre due specie ampliano il quadro verso occidente. Tychobythinus lacilbulensis è stato descritto dalla Cueva del Cacao, nella Sierra de Grazalema, in provincia di Cadice. Tychobythinus elvirensis proviene dalla Sierra Elvira, presso Atarfe, in provincia di Granada.
La separazione tra le aree di ritrovamento è un dato importante. Le specie sotterranee hanno spesso capacità di dispersione molto ridotte e possono restare isolate per tempi evolutivi lunghi. In questi contesti, ogni massiccio carsico, sistema di fratture o complesso di cavità può conservare popolazioni differenziate, talvolta endemiche di un settore molto ristretto.
Il lavoro di Sánchez-Camacho e Barranco affronta anche il quadro complessivo del genere. Gli autori organizzano le 110 specie e sottospecie di Tychobythinus allora conosciute distinguendo 80 taxa con una qualche forma di sviluppo oculare e 30 taxa anoftalmi. Le quattro nuove specie aumentano in modo rilevante il numero delle specie del genere note per l’Andalusia.
I pselafini sono coleotteri di dimensioni ridotte. Gli esemplari descritti in Andalusia misurano poco più di un millimetro. Questa scala rende necessarie tecniche di raccolta, osservazione e studio tassonomico molto accurate.
Le nuove specie mostrano caratteri ricorrenti negli organismi adattati alla vita ipogea. Gli occhi sono assenti. Le ali mancano. Le zampe e le antenne risultano allungate e portano numerose strutture sensoriali. La colorazione bruna e la conformazione del corpo completano un insieme di caratteri che permette di riconoscere il legame con l’ambiente di grotta.
In assenza di luce, la visione non offre un vantaggio funzionale. Il contatto con il substrato e la percezione di segnali chimici e meccanici diventano invece centrali. Antenne e arti più lunghi possono quindi contribuire all’orientamento e alla ricerca delle risorse in spazi complessi, tra sedimenti, fessure e depositi organici.
Questi coleotteri sono predatori di piccola taglia. Nell’ecosistema sotterraneo possono alimentarsi di altri minuscoli artropodi, come acari e collemboli. Il loro studio aiuta quindi a ricostruire reti alimentari poco visibili, nelle quali la disponibilità di materia organica è limitata e i rapporti tra specie possono essere molto specializzati.
La biospeleologia studia gli organismi che vivono nelle grotte, nelle acque sotterranee e negli altri ambienti ipogei. Il suo campo di osservazione non coincide solo con le gallerie accessibili alle persone. Comprende anche fessure, pori, sedimenti e reticoli sotterranei che connettono la superficie, le cavità e gli acquiferi.
Per questo la scoperta di nuove specie ha un valore che supera la descrizione formale. Un troglobio noto da una sola cavità o da un solo settore carsico può diventare un indicatore della specificità biologica di quel sistema. La sua presenza segnala anche che le condizioni ambientali necessarie alla sua sopravvivenza sono rimaste sufficientemente stabili.
La biospeleologia è essenziale per colmare lacune di conoscenza. Gli ecosistemi sotterranei sono difficili da esplorare e molte specie restano sconosciute o sono rappresentate da pochi reperti. Le ricerche integrano osservazioni dirette, campionamenti mirati, studi morfologici e analisi genetiche. Metodi come il DNA ambientale possono affiancare le indagini tradizionali, soprattutto nelle acque e nei sedimenti dove gli organismi sono ardui da individuare.
Conoscere la fauna significa anche migliorare le decisioni di conservazione. Le grotte non sono ambienti isolati. Il loro equilibrio dipende dalla qualità delle acque di infiltrazione, dai suoli, dalla copertura vegetale, dalla gestione del territorio e dalla continuità delle fratture nella roccia. Una protezione limitata al solo ingresso della cavità rischia di non considerare l’intero habitat della fauna ipogea.
Le specie troglobie possono risentire in modo marcato delle alterazioni ambientali. L’inquinamento delle acque sotterranee, le modifiche del drenaggio, l’urbanizzazione nelle aree di ricarica, le attività estrattive e le visite non regolamentate possono cambiare condizioni fisiche e biologiche costruite nel tempo.
Nei sistemi carsici, l’acqua può muoversi rapidamente attraverso inghiottitoi, condotti e fratture. Questo rende gli acquiferi vulnerabili all’arrivo di contaminanti dalla superficie. Le conseguenze riguardano sia la fauna stygobia, legata alle acque sotterranee, sia le comunità terrestri di grotta dipendenti dagli apporti esterni.
La biospeleologia fornisce strumenti concreti per individuare queste criticità. Il monitoraggio delle specie, associato a misure di temperatura, umidità, portata, conducibilità e qualità dell’acqua, permette di costruire una base informativa utile nel tempo. Le informazioni raccolte da speleologi, ricercatori, enti gestori e amministrazioni possono orientare limiti di accesso, protezione delle aree di ricarica e valutazioni degli interventi sul territorio.
La cautela è necessaria anche durante la ricerca. Per organismi rari e localizzati, il prelievo deve essere ridotto allo stretto indispensabile e accompagnato da una documentazione precisa. La ricerca biospeleologica richiede quindi un equilibrio tra necessità di conoscere e responsabilità di non alterare habitat fragili.
Le quattro nuove specie andaluse mostrano quanto il patrimonio biologico sotterraneo resti in parte da documentare. Cavità note da tempo possono ancora ospitare fauna non descritta, mentre le reti di microfratture e gli acquiferi celano comunità quasi impossibili da osservare senza metodi specifici.
Per la speleologia, il dato rafforza il ruolo delle esplorazioni condotte con attenzione ambientale e in collaborazione con la ricerca. Ogni segnalazione faunistica ben documentata può contribuire a definire distribuzioni, periodi di attività e priorità di tutela. Ogni nuova specie ricorda anche che la biodiversità non si concentra solo nei paesaggi visibili.
La ricerca pubblicata su Zootaxa colloca l’Andalusia tra le aree di particolare interesse per lo studio dei pselafini cavernicoli. Allo stesso tempo, offre un esempio del valore operativo della biospeleologia: riconoscere la diversità nascosta, interpretare i legami tra cavità e territorio, e fornire dati necessari per proteggere sistemi sotterranei di cui si conosce ancora solo una parte.
Biospeleologia
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Il nuovo Spravodaj SSS 2/2026 documenta il collegamento tra Rysia jasky?a e il Sistema della grotta di Stratenská, il lavoro all’Eurotunnel della Jasky?a m?tvych netopierov e le attività 2026 della Società Speleologica Slovacca.
La Slovenská speleologická spolo?nos? (SSS) ha pubblicato l’11 settembre il nuovo Spravodaj SSS 2/2026, numero 2 del 57° anno della propria rivista.
Il fascicolo riunisce risultati di esplorazione, documentazione e ricerca in diversi distretti carsici della Slovacchia. Dedica ampio spazio anche alla formazione e agli appuntamenti che hanno segnato l’attività associativa nel 2026.
Lo Spravodaj SSS 2/2026 è disponibile in PDF ottimizzato per il web. Il sommario comprende contributi sulle grotte della Slovacchia, una ricostruzione storica della spedizione Monte Canin a cinquant’anni di distanza, un articolo sulla grotta di Areni in Armenia e notizie associative. Il numero conferma così la funzione del bollettino come archivio operativo della speleologia slovacca: un luogo in cui dati di rilievo, cronache di campo, interpretazioni carsologiche e vita dei gruppi vengono conservati e messi in circolazione.
Il principale risultato illustrato nello Spravodaj SSS 2/2026 riguarda il collegamento fisico, conseguito il 24 agosto 2025, tra Rysia jasky?a e il Sistema della grotta di Stratenská, nel settore meridionale del Paradiso Slovacco. Rysia jasky?a è diventata il quarto elemento collegato del sistema, dopo Stratenská jasky?a, Psie diery e Du?a.
Secondo l’articolo di Jozef Váš, il sistema raggiunge ora 26,5 chilometri di sviluppo. Nel corso delle attività legate al collegamento sono stati scoperti oltre 1.300 metri di nuove gallerie. La sola Rysia jasky?a ha raggiunto 1.050 metri di sviluppo e 56 metri di dislivello.
Il risultato non è nato da un singolo intervento. Il gruppo dello Speleologický klub Slovenský raj ha seguito la ventilazione con una prova al mercaptano nel febbraio 2025. Poi sono arrivati la pulizia di passaggi tra blocchi instabili, discese in pozzi, traversi attrezzati e rilievi sistematici. Durante una fase di lavoro nel mese di agosto, le squadre hanno misurato 216 metri di nuovi ambienti. Il giorno del collegamento, ne sono stati rilevati altri 252.
Le nuove parti sono descritte come condotti stretti e molto alti, in alcuni punti fino a 20 metri. Seguono zone di faglia e mostrano andamenti a zig-zag. L’interpretazione proposta collega la loro formazione all’antico corso del torrente Ties?avy, in una fase di sollevamento più rapido del massiccio. Restano ambienti da esplorare e rilevare, inclusi tratti con concrezioni soffici, pareti oltre un traverso attrezzato e pozzi laterali.
Un secondo nucleo dello Spravodaj SSS 2/2026 è dedicato alla Jasky?a m?tvych netopierov, la Grotta dei pipistrelli morti, nei Bassi Tatra. Milan Štéc ricostruisce gli effetti dell’apertura del cosiddetto Eurotunnel, nato dal superamento di un tratto precedentemente ostruito da sedimenti.
L’intervento chiude una storia di lavoro durata 27 anni in un sifone colmato. L’accesso verso il Bystrický dóm modifica l’organizzazione dell’esplorazione. Dal 2026 il grande salone viene indicato come nuova base per attività dirette verso più possibili prosecuzioni, sia sotto sia sopra il suo livello.
L’articolo non presenta il risultato come conclusivo. Al contrario, mette in evidenza questioni pratiche: la sicurezza, il trasporto di un eventuale infortunato, l’installazione di un bivacco e la necessità di programmare l’esplorazione in un settore vasto. Il Bystrický dóm viene quindi considerato un punto operativo dal quale verificare continuità verso est, verso le parti superiori e in direzione delle aree carsiche vicine.
Tra i contributi di ricerca compare il lavoro di Alexander La?ný sul fenomeno carsico di Komberek, nei Piccoli Carpazi. Il tema allarga lo sguardo del fascicolo oltre le grandi cavità note. La ricostruzione affronta la storia delle indagini speleologiche e gli elementi emersi più di recente.
Il numero include anche una nota sul sito di suffosione di Dielnice, nella regione collinare di Smre?any, rivisitato dopo vent’anni. Sono presenti inoltre la storia della Jazve?ia jasky?a e un profilo dedicato a Ottokár Kadi?, figura della speleologia internazionale. Questi contributi mostrano come il bollettino unisca l’avanzamento degli scavi e dei rilievi alla rilettura di archivi, biografie e siti minori.
Le ultime attività della SSS riportate nello Spravodaj SSS 2/2026 iniziano dal XXI congresso generale, svolto il 20 marzo 2026 con 123 delegati. Martin Budaj è stato eletto presidente. Nel bilancio del precedente mandato, l’associazione indica 12.483 attività di lavoro e documentazione svolte in Slovacchia e all’estero, 5.763 diari tecnici, quasi 20 chilometri di cavità scoperti e oltre 28 chilometri documentati sul territorio nazionale.
Alla fine del 2025 la SSS contava 1.019 speleologi in 53 club, secondo il resoconto assembleare. Tra le priorità in corso figurano una tessera associativa digitale, la conservazione digitale dei dati sulle grotte e il contributo alla modernizzazione della banca dati nazionale. L’autorizzazione eccezionale per l’esplorazione è stata inoltre prorogata fino al 2035. Il confronto interno resta aperto sulla pubblicazione online delle posizioni degli ingressi, un tema che riguarda la tutela delle cavità e la gestione responsabile delle informazioni.
Il calendario 2026 ha compreso anche Speleomíting, ospitato a Liptovský Mikuláš presso lo SMOPaJ. Il resoconto pubblicato nel fascicolo registra 151 partecipanti adulti paganti, due ospiti e nove bambini. L’incontro ha messo insieme comunicazioni su scoperte recenti, tecnologie e attività dei gruppi, oltre al riconoscimento di risultati speleologici.
Nel numero trova spazio anche Speleoškola 2026. Il corso, articolato in quattro giorni, ha combinato lezioni ed escursioni sul terreno dedicate alla formazione del carsismo, alla tutela delle grotte e alle competenze di base per operare nell’ambiente sotterraneo. La presenza di un resoconto redatto da un partecipante sottolinea il valore della formazione come passaggio tra esperienza dei club e nuove generazioni.
Il fascicolo segnala infine le iniziative per la Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, in programma dal 10 al 13 settembre 2026. In questo quadro, lo Spravodaj SSS 2/2026 offre una fotografia utile della speleologia slovacca: esplorazione di sistemi complessi, documentazione metodica, attenzione alla sicurezza e trasmissione delle conoscenze.
Slovacchia
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Il programma PANGAEA dell’Agenzia Spaziale Europea compie dieci anni. L’edizione 2026 è dedicata a Riccardo Pozzobon, geologo planetario e istruttore del corso scomparso il 2 settembre 2025 durante una spedizione scientifica sul ghiacciaio Mendenhall, in Alaska.
La prima attività di PANGAEA risale al settembre 2016. Il progetto nacque con l’obiettivo di riunire astronauti e geologi planetari, usando paesaggi terrestri come ambienti analoghi per preparare l’esplorazione della Luna, di Marte e di altri corpi del Sistema solare. Fra i primi partecipanti figuravano gli astronauti ESA Luca Parmitano, Pedro Duque e Matthias Maurer. [web:12]
Nel corso di un decennio, PANGAEA ha ampliato il proprio perimetro. Alle uscite di geologia sul terreno si sono aggiunti lo studio delle immagini orbitali, la lettura delle carte geologiche, le procedure operative e l’impiego di tecnologie utili alle future missioni di esplorazione. Il programma è oggi incluso tra i prerequisiti indicati per Artemis. [web:12]
Per la comunità speleologica, il significato del metodo è riconoscibile. Leggere un affioramento, ricostruire una successione di eventi e collegare l’osservazione locale a un quadro più vasto sono pratiche vicine al lavoro svolto nella documentazione delle cavità. Cambiano scala e contesto, ma restano centrali il rilievo, la qualità delle osservazioni e la capacità di condividere dati affidabili.
Riccardo Pozzobon aveva partecipato a PANGAEA fin dalle origini. La sua attività ha contribuito a integrare telerilevamento, modelli tridimensionali, visualizzazioni e pianificazione delle missioni nel percorso formativo degli astronauti. In campo era anche una delle voci del controllo a terra durante le traverse scientifiche: un ruolo che collega le decisioni della squadra con l’interpretazione geologica dei dati raccolti. [web:12]
Il suo approccio partiva da un principio semplice: per imparare a osservare altri pianeti occorre prima imparare a guardare la Terra. Le sue lezioni aiutavano i partecipanti a interpretare il paesaggio già dalle immagini orbitali e a verificare poi sul terreno ipotesi, strutture e dettagli delle rocce.
Nella sessione di Bletterbach, la squadra PANGAEA ha consegnato alla famiglia un poster commemorativo composto da fotografie delle attività svolte negli anni. Un ritratto selezionato dalla famiglia è stato anche portato sulla Stazione spaziale internazionale dal cosmonauta Sergei Kud-Sverchkov, partecipante al corso PANGAEA nel 2018 e comandante della Spedizione 74. [web:12]
Nel febbraio 2026 l’asteroide della fascia principale 1999 LV32 ha ricevuto il nome ufficiale di 86029 Riccardopozzobon. L’oggetto, scoperto nel 1999 dal Catalina Sky Survey, percorre la sua orbita attorno al Sole fra Marte e Giove. La designazione è stata approvata dall’Unione Astronomica Internazionale. [web:12][web:13]
L’intitolazione collega in modo diretto la ricerca svolta da Pozzobon con l’ambito astronomico e planetario a cui aveva dedicato la propria attività. Il ricercatore del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova era impegnato nella ricerca lunare e nell’addestramento PANGAEA. [web:13]
Il suo lavoro comprendeva anche lo studio delle cavità lunari. In un contributo divulgativo per ESA aveva discusso i risultati che hanno fornito evidenze radar dirette di un condotto di grotta accessibile sotto il pit della Mare Tranquillitatis. Questo tema colloca la speleologia e lo studio degli ipogei naturali tra i riferimenti concreti per l’esplorazione dei corpi planetari. [web:12]
Le attività ESA Caves più recenti si sono svolte in Italia nel giugno 2026. L’ottava edizione del corso ha coinvolto cinque esploratori provenienti da ESA, NASA e JAXA: l’astronauta ESA Rosemary Coogan, John McFall della riserva astronauti ESA e del progetto Fly!, l’astronauta NASA Tracy Dyson, il candidato astronauta NASA Ben Bailey e l’astronauta JAXA Ayu Yoneda. [web:10]
Per due settimane il gruppo ha lavorato nel sottosuolo degli Appennini, nella regione del Matese. La grotta viene impiegata come ambiente analogo per le condizioni di isolamento, confinamento, autonomia limitata e gestione delle risorse che caratterizzano una missione spaziale. Prima della spedizione, i partecipanti hanno affrontato rilievo, progressione su corda, fotografia ipogea e campionamento scientifico. [web:10]
La parte operativa ha previsto quattro giorni in grotta. La squadra ha definito ruoli e responsabilità, poi li ha scambiati a metà attività. Fra i compiti figuravano ricognizione, logistica, gestione del campo e comunicazioni con il controllo esterno. Coogan e Yoneda hanno assunto il ruolo di comandante in momenti distinti: è la prima volta nella storia del corso in cui due donne hanno ricoperto quella funzione. [web:10]
ESA Caves 2026 ha segnato anche la partecipazione di John McFall nell’ambito di Fly!, iniziativa che valuta la fattibilità della presenza di astronauti con disabilità fisiche in attività di questo tipo. Gli organizzatori non modificano il corso in funzione dei singoli partecipanti: l’obiettivo è verificare come la squadra si adatti a un ambiente remoto e complesso, secondo procedure condivise. [web:10]
Durante la spedizione ESA Caves, gli esploratori hanno usato l’Electronic Field Book di ESA per registrare il rilievo della grotta, i punti di pericolo, le aree di campionamento e la posizione delle attrezzature. Il controllo in superficie riceveva ogni giorno una copia sincronizzata della mappa tridimensionale. Il gruppo ha trasmesso osservazioni e fotografie e ha stabilito due contatti giornalieri tramite una linea telefonica posata in autonomia. [web:10]
Le attività scientifiche hanno compreso campionamenti microbiologici e il monitoraggio di radon e anidride carbonica. Queste misure proseguono filoni sperimentati nelle edizioni precedenti e mostrano come l’ambiente sotterraneo possa diventare un luogo di raccolta dati, gestione del rischio e cooperazione tra discipline diverse. [web:10]
PANGAEA ed ESA Caves seguono percorsi distinti, uno dedicato soprattutto alla geologia planetaria sul terreno e l’altro alle operazioni in ambiente ipogeo. Entrambi affidano alla Terra il ruolo di laboratorio operativo. Nell’edizione PANGAEA del decennale, questo legame viene ricordato anche attraverso l’eredità scientifica e didattica di Riccardo Pozzobon.
ESA Caves
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Il Gruppo Speleologico Padovano CAI è tornato a esplorare l’antico acquedotto sotterraneo di Cinto Euganeo. Un primo sopralluogo per verificare lo stato di conservazione del sito e preparare una nuova documentazione fotografica e video
Dopo circa vent’anni gli speleologi sono tornati nella “Busa della Casara”, uno dei sotterranei artificiali più interessanti del territorio del Parco Regionale dei Colli Euganei, nel Padovano.
A darne notizia è il Gruppo Speleologico Padovano CAI, che ha pubblicato le prime immagini del sopralluogo effettuato nell’antico acquedotto, con la partecipazione, tra gli altri, dello storico speleologo Adriano Menin.
La Busa della Casara è un acquedotto sotterraneo di probabile origine romana, scavato nelle rocce vulcaniche dei Colli Euganei, tra trachite e riolite. Un’opera particolarmente interessante anche considerando la difficoltà di lavorazione di queste rocce e le tecniche disponibili all’epoca della sua realizzazione.

Il sistema intercetta le acque che si infiltrano più a monte e le convoglia attraverso una successione di condotte dalle caratteristiche molto differenti.
All’interno si incontrano infatti tratti alti e stretti scavati direttamente nella roccia viva, settori rinforzati con murature e passaggi molto bassi, percorribili soltanto procedendo carponi.
Tra gli ambienti più caratteristici il Gruppo segnala la cosiddetta “Galleria dei Giganti”, una condotta che raggiunge circa tre metri di altezza.
Particolarmente suggestive sono inoltre le volte a cappuccina, ancora conservate all’interno del sotterraneo e riconoscibili per la caratteristica sezione triangolare. È proprio questo uno degli elementi architettonici che rendono la Busa della Casara un manufatto sotterraneo di notevole interesse storico e archeologico.
Secondo quanto riferisce il Gruppo Speleologico Padovano CAI, il complesso potrebbe rappresentare uno degli ultimi esempi ancora esistenti in Veneto di collettore sotterraneo di epoca romana, insieme alla “Bot” di Asolo.

L’esplorazione effettuata in questi giorni ha avuto soprattutto carattere preliminare.
Dopo circa vent’anni dall’ultima possibilità di accesso, gli speleologi hanno voluto verificare le condizioni generali dell’acquedotto e lo stato dei diversi tratti della struttura.
Il sopralluogo dovrebbe essere seguito da nuovi ingressi dedicati a una documentazione fotografica e video più approfondita e ad alta definizione, con l’obiettivo di registrare nel dettaglio le caratteristiche e lo stato di conservazione del sotterraneo.
Le fotografie diffuse in queste ore dal Gruppo sono infatti definite dagli stessi speleologi immagini “speditive”, realizzate durante questa prima ricognizione.
Il Gruppo Speleologico Padovano CAI ha ringraziato l’Amministrazione comunale di Cinto Euganeo e in particolare il sindaco Rocca, che ha consentito l’accesso al sito, auspicando che il nuovo lavoro di documentazione possa contribuire a riportare attenzione e interesse pubblico su questo particolare patrimonio sotterraneo dei Colli Euganei.
Curiosa anche una conseguenza del sopralluogo raccontata dagli stessi speleologi: il passaggio all’interno delle condotte ha rimesso in sospensione parte del fango presente sul fondo, successivamente trasportato dall’acqua fino alla vasca esterna. Il Gruppo si è quindi scusato con gli abitanti che, proprio durante le operazioni, si erano recati alla fonte per rifornirsi d’acqua.
Quello appena concluso rappresenta soltanto il primo ritorno nella Busa della Casara. Le prossime esplorazioni permetteranno di documentare con maggiore dettaglio un’opera sotterranea che costituisce una testimonianza particolarmente rara della storia del territorio euganeo.

Fonte e immagini: post social Gruppo Speleologico Padovano CAI
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Při příležitosti prvního Mezinárodního dne jeskyní a krasu a 70 let CHKO Moravský kras zveme zájemce na prohlídku Ochozské jeskyně.
Obecné informace o návštěvě naleznete na stránce Dny otevřených dveří v Ochozské jeskyni.
K prohlídce je nutná rezervace ZDE.
Aktualizace 2. 9.: Rezervace jsou zaplněné, děkujeme za zájem.
Aktualizace 12. 9.: Kontrola jeskyně proběhla, nedělním návštěvám nic nebrání. Odpoledne může poprchat, ale u nás budete v suchu. 🙂
Pokud se situace změní a nebudete moci přijít, napište nám prosím zprávu (na mail csszo611@gmail.com), ať místa uvolníme. Pokud se na vás nedostalo a půjdete kolem, můžeme vás zkusit zařadit místo někoho, kdo bez omluvy nedorazí (i to se bohužel stává).

Il 13 settembre 2026 si celebra per la prima volta la Giornata internazionale UNESCO delle grotte e del carsismo. La ricorrenza, proclamata dalla Conferenza generale dell’UNESCO nel novembre 2025, nasce per richiamare l’attenzione su ambienti fragili e spesso poco visibili: cavità naturali, acquiferi carsici, paesaggi modellati dalla dissoluzione delle rocce e patrimoni biologici, geologici e culturali conservati nel sottosuolo.
La prima celebrazione internazionale si svolge a Postumia, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre, con un convegno scientifico e una cerimonia ufficiale. Parallelamente, associazioni, musei, geoparchi e gruppi speleologici propongono iniziative in diversi Paesi. In Germania il Verband der deutschen Höhlen- und Karstforscher, VdHK, ha invitato enti e cittadini a partecipare con attività divulgative.
Le grotte sono cavità sotterranee naturali abbastanza grandi da poter essere esplorate dall’uomo. Il carsismo comprende invece le forme superficiali e sotterranee che si sviluppano soprattutto dove l’acqua scioglie rocce solubili, come calcari, dolomie, gessi e salgemma. Si tratta di sistemi collegati: ciò che avviene in superficie può raggiungere rapidamente fessure, inghiottitoi, falde e cavità.
L’UNESCO segnala che paesaggi carsici e grotte coprono quasi un quarto delle terre emerse e forniscono acqua potabile a più di un miliardo di persone. Sono dati che collocano la Giornata internazionale UNESCO delle grotte e del carsismo anche nel dibattito sulla gestione dell’acqua. La tutela non riguarda solo l’accesso alle cavità. Riguarda l’uso del suolo, la qualità delle acque, le attività estrattive, l’inquinamento e la pianificazione territoriale.
Questi ambienti ospitano specie adattate al buio, all’umidità e alla stabilità climatica. Conservano inoltre sedimenti, speleotemi e tracce che permettono di studiare l’evoluzione dei paesaggi e del clima. L’UNESCO stima che fenomeni carsici e cavità siano presenti in circa il 15-25% dei siti complessivamente inclusi nelle sue reti di Geoparchi globali, Riserve della biosfera e Patrimoni mondiali.
Nel massiccio dell’Harz, il HöhlenErlebnisZentrum di Bad Grund dedica le giornate d’azione di settembre 2026 alla Höhle im Lichtenstein, la grotta di Lichtenstein presso Osterode. L’iniziativa si rivolge a visitatori, famiglie, scuole, studenti e persone interessate alla storia del territorio, alle cavità e alla cultura dell’Età del Bronzo.
Il centro di Bad Grund unisce la visita guidata alla Iberger Tropfsteinhöhle, la grotta concrezionata dell’Iberg, con un museo archeologico dedicato alla cavità di Lichtenstein. La grotta è presentata come una sepoltura in grotta di circa 3.000 anni fa. Le ricerche condotte sui resti umani hanno ricostruito legami di parentela riferibili a un gruppo dell’Età del Bronzo e costituiscono uno degli elementi centrali del percorso museale.
La distinzione tra la cavità archeologica di Lichtenstein e la grotta turistica dell’Iberg è importante. Il museo consente di raccontare il contesto di Lichtenstein attraverso reperti, riproduzioni e risultati della ricerca, senza trasformare un sito delicato in uno spazio di fruizione indiscriminata. La valorizzazione può quindi accompagnarsi alla conservazione.
Il HöhlenErlebnisZentrum informa che la Iberger Tropfsteinhöhle è visitabile solo con guide formate. La struttura è aperta da martedì a domenica, dalle 10 alle 17, mentre la programmazione delle iniziative di settembre è consultabile sul sito del centro.
Le iniziative tedesche si estendono oltre Bad Grund. Sabato 12 settembre è prevista la “Lange Nacht der Höhlen”, la Lunga notte delle grotte, promossa nell’ambito della programmazione del VdHK. Il programma annunciato dall’associazione prevede la possibilità di seguire la serata dal vivo alla Heimkehle e in streaming attraverso il canale YouTube del VdHK.
La scelta della vigilia collega attività pubbliche e passaggio simbolico alla data del 13 settembre. Il messaggio adottato per la prima Giornata internazionale UNESCO delle grotte e del carsismo è “Erforschen – Verstehen – Bewahren”: esplorare, comprendere, conservare. Sono tre passaggi che descrivono il lavoro speleologico contemporaneo.
L’esplorazione non consiste solo nell’avanzamento in ambienti ignoti. Comprende rilievo topografico, documentazione fotografica, osservazioni geologiche, monitoraggio ambientale e raccolta di dati condotta con metodi compatibili con la fragilità dei luoghi. La comprensione richiede il confronto tra speleologi, geologi, biologi, archeologi, idrogeologi e istituzioni. La conservazione dipende poi dalla qualità delle conoscenze disponibili e dalla loro traduzione in regole di tutela.
La speleologia svolge un ruolo concreto nella valorizzazione dei siti archeologici in grotta. Prima di tutto rende leggibile il contesto fisico del ritrovamento. Un rilievo accurato individua ingressi, pozzi, strettoie, piani di calpestio, depositi e rapporti tra i reperti e la morfologia della cavità. Senza questa lettura, un oggetto archeologico rischia di essere separato dalla storia del luogo che lo ha conservato.
La documentazione speleologica aiuta anche a pianificare la tutela. Mappe, modelli tridimensionali e monitoraggi di temperatura, umidità e circolazione dell’aria permettono di valutare i rischi per pitture, ossa, manufatti e sedimenti. Possono servire a definire percorsi controllati, aree interdette e modalità di accesso per la ricerca. In molti casi, la fruizione museale, le repliche digitali e le ricostruzioni sono strumenti preferibili alla visita diretta.
La grotta di Lichtenstein mostra come il patrimonio ipogeo possa mettere in relazione archeologia, antropologia e divulgazione. La ricerca scientifica sul sito diventa contenuto per un museo e occasione per raccontare il rapporto tra comunità antiche e paesaggi sotterranei. Questa è una valorizzazione fondata sul contesto, non sulla semplice esposizione di reperti.
Anche in Italia, dove grotte e cavità artificiali custodiscono frequentazioni preistoriche, sepolture, culti, miniere e testimonianze storiche, la Giornata internazionale UNESCO delle grotte e del carsismo offre uno spunto per rafforzare collaborazioni tra gruppi speleologici, soprintendenze, parchi, musei e università. Il fine è conoscere meglio i siti, ridurre le alterazioni e rendere accessibile il loro significato al pubblico.
La nuova giornata UNESCO non sostituisce le attività già svolte sul territorio. Offre una cornice internazionale per collegare ricerca, educazione e gestione responsabile. Per le realtà speleologiche, il 13 settembre può diventare un momento utile per presentare rilievi, monitoraggi, progetti di protezione delle acque, iniziative sulla fauna sotterranea e collaborazioni archeologiche.
Bad Grund propone in questo quadro un caso significativo. La storia della grotta di Lichtenstein viene comunicata insieme alla conoscenza dell’ambiente sotterraneo dell’Iberg. La rete tedesca del VdHK amplia il messaggio con eventi diffusi e una programmazione online. A Postumia, intanto, la prima celebrazione internazionale riunisce la dimensione scientifica e quella istituzionale.
La Giornata internazionale UNESCO delle grotte e del carsismo richiama infine un principio essenziale: il sottosuolo non è una risorsa isolata. Acqua, biodiversità, geologia e tracce della storia umana appartengono allo stesso sistema. Studiare le grotte e il carsismo è quindi una condizione necessaria per conservarli e per valorizzarne con rigore il patrimonio archeologico.
La lunga notte della speleologia
L'articolo Giornata internazionale UNESCO delle grotte e del carsismo: a Bad Grund riflettori sulla grotta di Lichtenstein proviene da Scintilena.
Il sottosuolo carsico torna al centro di un’azione di tutela ambientale in Puglia. Sabato 12 e domenica 13 settembre il GASP! – Gruppo Archeologico Speleologico Pugliese della Sezione CAI “Donato Boscia” di Gioia del Colle – svolgerà un intervento di bonifica nell’Inghiottitoio di Monte Carello.
La cavità si trova nel territorio di Noci, al confine con Alberobello, nelle vicinanze delle storiche cave di alabastro. L’iniziativa rientra in Puliamo il Buio, la campagna nazionale dedicata alla salvaguardia delle grotte e degli ambienti ipogei.
L’operazione non consiste in una semplice raccolta in superficie. I materiali da rimuovere si trovano sul fondo dell’inghiottitoio, circa 30 metri sotto l’ingresso. Gli speleologi dovranno quindi calarsi, selezionare i rifiuti e riportarli all’esterno con corde, carrucole e sistemi di recupero dei carichi.
Sono attività che richiedono pianificazione, competenze tecniche e una rigorosa gestione della sicurezza. In cavità, ogni fase della movimentazione deve limitare i rischi per gli operatori e contenere possibili ulteriori alterazioni dell’ambiente.
In un territorio carsico, fratture della roccia, cavità e inghiottitoi possono trasferire rapidamente l’acqua meteorica nel sottosuolo. Questo meccanismo alimenta gli acquiferi, ma rende anche vulnerabili le falde quando nelle aree di ricarica sono presenti sostanze inquinanti.
Abbandonare rifiuti in una grotta non significa quindi sottrarli alla vista. Significa introdurre possibili contaminanti in un sistema collegato alle acque sotterranee e a ecosistemi con equilibri delicati. Oli esausti, sostanze chimiche, farmaci, componenti meccaniche e materiali contenenti amianto possono creare problemi che non restano confinati all’interno della cavità.
La vulnerabilità è legata anche alla ridotta capacità di filtrazione naturale di molti acquiferi carsici. Le acque si muovono lungo fessure e condotti, con tempi spesso più rapidi rispetto a quelli di terreni più porosi. Per questa ragione la tutela preventiva del carsismo pugliese resta essenziale per la qualità della risorsa idrica.
Negli anni il GASP! riferisce di avere recuperato più di 10 quintali di materiali inquinanti da diverse cavità del territorio. Fra i rifiuti rinvenuti figurano materiali urbani e ingombranti, fusti con olio esausto, parti di motori, medicinali e amianto.
Il dato descrive un problema che la speleologia incontra spesso durante le esplorazioni e i rilievi. Le cavità naturali e gli ipogei artificiali sono stati talvolta usati come luoghi di abbandono illecito. Puliamo il Buio punta a rendere visibili queste situazioni, a documentarle e a favorire interventi di recupero e segnalazione.
La campagna è promossa dalla Società Speleologica Italiana con Legambiente. Attiva dal 2005, collega la rimozione dei rifiuti al censimento delle criticità, alla valutazione del rischio e alla sensibilizzazione delle comunità locali.
La speleologia svolge una funzione che va oltre l’esplorazione. Il rilievo delle cavità, l’osservazione dei flussi idrici, la documentazione fotografica e il riconoscimento delle forme carsiche forniscono conoscenze utili per comprendere il territorio.
Queste competenze aiutano a individuare ingressi, inghiottitoi e percorsi sotterranei che possono mettere in relazione ciò che avviene in superficie con le acque di falda. Gli speleologi possono inoltre segnalare discariche, alterazioni degli habitat, rifiuti pericolosi e situazioni che richiedono l’intervento degli enti competenti.
La tutela dell’ambiente ipogeo richiede poi collaborazione. Associazioni, amministrazioni, gestori del ciclo dei rifiuti, tecnici ambientali e cittadini hanno ruoli diversi. La bonifica è necessaria quando il danno è già presente; prevenzione, controlli e corretta gestione dei rifiuti restano gli strumenti più efficaci per evitare nuovi episodi.
In questo quadro, Puliamo il Buio assume anche un valore educativo. Ricorda che il sottosuolo non è separato dal paesaggio abitato. Grotte e inghiottitoi fanno parte del ciclo dell’acqua, custodiscono biodiversità e conservano informazioni geologiche, climatiche e archeologiche.
La mattina di domenica 13 settembre, alle 10.30, è previsto un incontro sul campo con le autorità dei Comuni di Noci e Alberobello. La presenza delle amministrazioni intende mettere in evidenza la dimensione territoriale dell’intervento.
La bonifica dell’Inghiottitoio di Monte Carello chiude così il percorso tra azione pratica e sensibilizzazione. Recuperare i rifiuti dal fondo della cavità è un passaggio concreto. La protezione durevole del carsismo pugliese dipende anche dalla conoscenza delle connessioni tra superficie, sottosuolo e acqua.
Gioia del Colle
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Il monitoraggio in tempo reale delle grotte entra nel merito dell’analisi dei dati. Il Gruppo Speleologico Talpe del Carso – Jamarski Klub Kraški Krti ha pubblicato la prima parte di un articolo tecnico dedicato alla gestione delle informazioni raccolte dai dispositivi Riki e Dolphin. Il contributo, firmato da Luca Tringali, Alexander Debenjak, Tecla Tripari, Caterina Bearzotti e Giacomo Canciani, è apparso nel numero 135 del CREG Journal, datato settembre 2026.
Il lavoro prosegue il percorso già illustrato nell’International Journal of Speleology. In quella sede il gruppo aveva presentato l’architettura Riki-Dolphin: una soluzione open source e a basso costo per acquisire dati in cavità, anche a grande distanza dall’ingresso, e trasmetterli a un server web. La nuova pubblicazione affronta una domanda decisiva per ogni progetto di monitoraggio: come utilizzare in modo controllato e riproducibile la grande quantità di dati prodotta dalle centraline?
L’esperienza parte dall’Abisso Bonetti, cavità numero 393 del Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia, nel Carso classico italiano. Il pozzo presenta una morfologia aperta e condizioni microclimatiche di particolare interesse. Le osservazioni avviate nel 2016, durante ricerche sulla fauna di artropodi di grotta, avevano già segnalato temperature invernali prossime allo zero sul fondo.
Il dato merita attenzione. In molte cavità del Carso la temperatura è relativamente stabile e si colloca intorno ai 12 °C. Nel caso dell’Abisso Bonetti, l’ingresso di aria fredda esterna in specifiche condizioni può produrre un comportamento differente. Il sistema Riki-Dolphin ha consentito di documentare in modo sistematico temperature interne inferiori a 0 °C, osservazione riportata anche nella pubblicazione internazionale del 2026.
Il monitoraggio in tempo reale delle grotte permette quindi di seguire eventi brevi, variazioni stagionali e risposte alle perturbazioni meteorologiche senza attendere il recupero periodico di un datalogger. Riki, collocato all’esterno, alimenta Dolphin mediante una batteria da 12 volt. Dolphin è installato in grotta e comunica lungo un normale cavo Ethernet, usando il protocollo Modbus su linea RS485. I dati vengono poi inoltrati mediante un trasmettitore Dragino e rete LoRaWAN. La manutenzione ordinaria può così concentrarsi sui componenti esterni.
La prima parte dell’articolo sul CREG Journal descrive la memorizzazione dei dati in un database SQLite. Si tratta di una scelta leggera e accessibile, adatta a raccogliere misure ripetute nel tempo senza dipendere da infrastrutture complesse. Attraverso interrogazioni SQL, gli autori mostrano come selezionare dati recenti, ordinare i record e controllare valori non plausibili.
Le query possono inoltre calcolare medie giornaliere delle temperature interne ed esterne. Questo passaggio riduce una serie molto fitta in valori più leggibili e facilita il confronto fra i due ambienti. I risultati possono essere visualizzati in grafici con LibreOffice. Le procedure presentate non sono limitate alle sole temperature. Possono essere adattate a parametri chimico-fisici dell’aria e dell’acqua, purché organizzati in serie temporali coerenti.
L’approccio serve anche alla verifica della qualità del dato. Soglie, controlli sui valori anomali e confronto tra sensori aiutano a distinguere un segnale ambientale da un problema di alimentazione, trasmissione o strumentazione. Questa fase è essenziale: una rete di sensori utile alla ricerca non coincide con una semplice raccolta di numeri.
La seconda parte, annunciata dagli autori per un successivo numero della rivista, sarà dedicata a Grafana e a interrogazioni SQL più articolate. L’obiettivo è produrre visualizzazioni aggiornate e svolgere analisi di correlazione, regressione lineare, deviazione standard ed errore. Questi strumenti permettono di verificare, per esempio, se la temperatura in grotta varia insieme a quella esterna, con quale ritardo e con quale intensità.
Il monitoraggio in tempo reale delle grotte non sostituisce le osservazioni sul campo. Le integra. Una visita speleologica resta necessaria per installare, controllare e interpretare gli strumenti, oltre che per documentare la morfologia, la circolazione dell’aria, l’acqua e le comunità biologiche. La telemetria rende però disponibili informazioni tra una visita e l’altra. Questo limita anche la necessità di accessi ripetuti in ambienti delicati.
La speleologia mette in relazione esplorazione, rilievo, osservazione diretta e discipline scientifiche. Le grotte sono laboratori naturali per l’idrogeologia carsica, la meteorologia ipogea, la biospeleologia, la paleoclimatologia, l’archeologia e lo studio dei materiali minerali. La conoscenza della cavità è indispensabile per scegliere dove porre i sensori e per interpretare correttamente le misure.
Le ricerche sul microclima mostrano che le grotte sono più stabili della superficie, ma non sono ambienti immobili. Geometria dei passaggi, ventilazione, infiltrazione idrica, copertura rocciosa e condizioni esterne producono risposte diverse da cavità a cavità. Le serie continue aiutano a riconoscere questi meccanismi. Sono utili anche per valutare gli effetti del cambiamento climatico e della pressione antropica su ecosistemi con specie spesso rare, endemiche e vulnerabili.
In questa prospettiva, il monitoraggio in tempo reale delle grotte diventa uno strumento di ricerca e di tutela. Può sostenere decisioni sulla frequentazione, sulla gestione delle grotte turistiche, sulla protezione delle risorse idriche sotterranee e sulla conservazione della biodiversità. Il valore del progetto Riki-Dolphin risiede anche nella documentazione aperta di hardware e software, che rende il metodo verificabile e adattabile da altri gruppi e ricercatori.
Talpe del Carso
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Postumia e il Carso sloveno ospitano dal 10 al 13 settembre 2026 il programma inaugurale della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, nuova ricorrenza annuale fissata dall’UNESCO al 13 settembre. Il calendario riunisce conferenza scientifica, escursioni, incontri tra speleologi e una cerimonia istituzionale nella Grotta di Postumia, prevista per sabato 12 settembre.
La ricorrenza nasce dalla proclamazione della Conferenza generale UNESCO del novembre 2025. La prima edizione pone la Slovenia al centro del dibattito internazionale, in un territorio dal quale deriva anche il termine scientifico “carsismo”. L’obiettivo è far conoscere il valore degli ambienti sotterranei e sostenere la loro protezione, lo studio e una gestione compatibile con la loro fragilità.
Il programma scientifico porta il titolo Explore, Understand and Protect: Towards Sustainable Management of Caves and Karst. La conferenza internazionale si svolge a Postumia dal 10 al 13 settembre ed è dedicata alla ricerca sulle grotte e sul carsismo, alla conservazione e alle forme di gestione sostenibile.
La giornata di apertura è stata dedicata a un’escursione alle Grotte di Škocjan e ai laghi intermittenti di Pivka. Il percorso ha introdotto i partecipanti ai principali temi idrogeologici e geomorfologici del Carso classico. Nei giorni successivi sono previste relazioni scientifiche, presentazioni dei partecipanti, una proposta di visualizzazione 3D delle cavità e ulteriori attività sul terreno.
La cerimonia centrale nella Grotta di Postumia riunirà ricercatori, speleologi, rappresentanti dell’UNESCO, decisori pubblici e membri del corpo diplomatico. L’iniziativa si svolge con il patrocinio d’onore della presidente della Repubblica di Slovenia, Nataša Pirc Musar, e con la partecipazione di enti sloveni impegnati nella gestione del patrimonio carsico.
La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo non è quindi soltanto una ricorrenza celebrativa. Il suo impianto collega ricerca scientifica, formazione, conoscenza pubblica e responsabilità di chi amministra territori dove superficie e sottosuolo sono strettamente connessi.
Le Grotte di San Canziano sono state iscritte nella Lista del Patrimonio mondiale UNESCO nel 1986. Il sito conserva circa sei chilometri di gallerie sotterranee, con dislivelli superiori a 200 metri, doline di crollo, cascate e grandi ambienti ipogei modellati dal fiume Reka.
Il sistema rappresenta uno dei luoghi di riferimento per lo studio dei fenomeni carsici. L’UNESCO indica Škocjan come area fondamentale anche per l’origine di termini oggi internazionali, fra i quali “karst” e “dolina”. Il canyon sotterraneo della Reka, le cavità calcaree e le forme di contatto fra rocce permeabili e rocce impermeabili rendono il sito un caso di studio per geologi, idrogeologi e speleologi.
Il valore non è solo geologico. Il parco tutela habitat sotterranei e di dolina che ospitano specie rare, invertebrati e crostacei specializzati. Le ricerche archeologiche documentano inoltre una lunga frequentazione umana dell’area, dall’uso insediativo alle pratiche funerarie e rituali. La tutela di Škocjan richiede quindi una lettura congiunta di acqua, roccia, biodiversità e storia.
La speleologia è uno strumento essenziale per la ricerca perché permette di rilevare, descrivere e interpretare ambienti che spesso non sono osservabili dalla superficie. L’esplorazione e il rilievo delle cavità consentono di ricostruire percorsi idrici, individuare collegamenti fra inghiottitoi, falde e sorgenti, e raccogliere dati utili alla gestione delle acque sotterranee.
Il tema ha una dimensione globale. Secondo l’UNESCO, grotte e paesaggi carsici interessano quasi un quarto delle terre emerse e forniscono acqua potabile a oltre un miliardo di persone. Una contaminazione in superficie può muoversi rapidamente nel sottosuolo carsico. Per questo la conoscenza speleologica è utile per prevenire rischi legati a scarichi, attività agricole, infrastrutture e trasformazioni del territorio.
Le cavità sono anche archivi naturali. Sedimenti, concrezioni, pollini, resti faunistici e tracce archeologiche aiutano a ricostruire condizioni ambientali, climi del passato e vicende delle comunità umane. La biospeleologia studia invece organismi adattati al buio e a condizioni molto stabili, spesso vulnerabili a variazioni minime di temperatura, umidità, qualità dell’acqua e pressione antropica.
Il materiale di riferimento allegato ricorda che la speleologia si colloca nell’ambito del carsismo e che la sua evoluzione scientifica ha coinvolto, tra gli altri, idrogeologia carsica, mineralogia e speleogenesi. Questa impostazione resta attuale: il lavoro in grotta richiede competenze tecniche, documentazione accurata e confronto con discipline diverse.
La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo intende favorire una maggiore consapevolezza presso comunità locali, scuole, gestori, ricercatori e istituzioni. L’UNESCO collega la ricorrenza agli obiettivi relativi all’acqua, agli insediamenti, al clima e alla biodiversità.
La prima celebrazione di Postumia mette in evidenza una necessità concreta: le grotte non sono realtà isolate. Ogni cavità fa parte di un bacino, di un paesaggio e di una rete ecologica. La ricerca speleologica fornisce le informazioni necessarie per trasformare la tutela in scelte operative, dalla pianificazione territoriale al monitoraggio ambientale, fino alla corretta fruizione culturale e turistica.
La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo proseguirà ogni 13 settembre. L’appuntamento sloveno propone una base scientifica per questa nuova ricorrenza e richiama l’attenzione sul ruolo delle comunità speleologiche nella conoscenza e nella salvaguardia del patrimonio sotterraneo.
Postumia
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Nel Monumento Naturale delle Cuevas de Fuentes de León, nella provincia spagnola di Badajoz, una nuova sala ha stabilito il collegamento fisico tra la Cueva de los Postes e la Cueva Nueva. La scoperta è maturata durante la campagna archeologica dell’estate 2026 e ha consentito di percorrere circa 100 metri di passaggi fino ad allora non esplorati.
Il dato modifica la lettura del complesso. Le due cavità non vanno più considerate soltanto come ambienti vicini: il collegamento documentato conferma che appartengono a uno stesso sistema carsico, articolato su livelli e gallerie comunicanti. Le Cuevas de Fuentes de León diventano così un caso di interesse sia per la speleologia sia per la ricostruzione delle frequentazioni umane nel sottosuolo dell’Extremadura.[web:4][web:11]
L’accesso alla nuova sala è stato individuato nel corso delle operazioni di scavo. Rimosso uno strato di terreno, gli operatori hanno riconosciuto una piccola apertura che proseguiva oltre il fronte di indagine. L’ampliamento controllato del varco ha reso possibile il passaggio e l’esplorazione del settore inedito.
Secondo Hipólito Collado, responsabile dell’Archeologia della Junta de Extremadura e codirettore delle ricerche, il rinvenimento nasce quindi dall’incontro tra la lettura stratigrafica dello scavo e l’esplorazione speleologica. La Cueva Nueva era stata riconosciuta nel 2025, dopo che i custodi dell’area protetta avevano osservato il transito di animali presso una piccola apertura. Nel primo ingresso fu necessario superare un salto verticale di circa 15 metri con tecnica su corda.[web:4]
La continuità ora accertata con la Cueva de los Postes dà una base concreta a un’ipotesi formulata fin dalle prime osservazioni. Non definisce ancora l’intera rete di connessioni del massiccio, ma offre nuovi elementi per aggiornare rilievi, sezioni e modelli di sviluppo delle gallerie.
L’esplorazione della Cueva Nueva ha permesso di distinguere quattro sale. La maggiore presenta un dislivello vicino ai 20 metri e contiene un lago sotterraneo lungo circa 15 metri. Nelle sale sono stati osservati numerosi speleotemi in buono stato di conservazione, fra cui colate e concrezioni.
Questi elementi richiedono particolare attenzione. Speleotemi, sedimenti, acque e depositi archeologici sono parti di un unico archivio sotterraneo. Un rilievo accurato consente di registrare forma e posizione delle strutture naturali; una documentazione preventiva permette anche di stabilire percorsi di lavoro e misure di protezione prima delle analisi più invasive.
Sono stati segnalati anche resti archeologici. Al momento non è stata resa nota una loro datazione né un’attribuzione culturale. La prudenza è necessaria: solo lo studio dei materiali, del contesto stratigrafico e delle eventuali associazioni con resti faunistici o antropici potrà chiarire cronologia e funzione degli spazi.[web:4][web:11]
Il nuovo settore si inserisce in un’area già nota per la continuità delle ricerche. Il Progetto Orígenes opera a Fuentes de León dal 2001 e nel 2026 raggiunge i 25 anni di attività. Le indagini svolte nel complesso hanno documentato una sequenza che, secondo i ricercatori, arriva dall’età romana fino al Pleistocene medio.[web:4]
Nelle cavità del monumento sono state riconosciute funzioni diverse nel tempo. Per l’età romana sono stati indicati indizi di uso rituale. Nei periodi calcolitico e neolitico sono invece attestati impieghi funerari, con sepolture, resti umani e corredi. Le fonti istituzionali dell’Extremadura ricordano, per le campagne precedenti, oggetti riferiti a corredi dell’Età del Rame: idoli tipo falange decorati, elementi in osso, conchiglie perforate, perle litiche e utensili in pietra. I materiali erano in corso di studio e restauro.[web:4][web:2]
Il valore archeologico delle Cuevas de Fuentes de León non dipende quindi da un singolo reperto. Dipende dalla possibilità di leggere insieme stratigrafie, modalità di accesso, morfologia degli ambienti, tracce di attività umana, resti animali e trasformazioni naturali. La nuova connessione può aiutare a comprendere meglio come le persone si muovevano nel sistema e quali parti fossero effettivamente accessibili nelle diverse fasi storiche.
La speleologia è essenziale per l’archeologia ipogea perché rende conoscibile il contesto prima ancora del reperto. Un gruppo speleologico contribuisce a localizzare nuovi vuoti, affrontare passaggi stretti o verticali in sicurezza, rilevare gallerie e identificare settori vulnerabili. Senza questa base, uno scavo rischia di interpretare un deposito isolandolo dalla rete di cavità, dai percorsi dell’acqua e dalle dinamiche sedimentarie che lo hanno formato.
Nel caso delle Cuevas de Fuentes de León, il collegamento fra Cueva de los Postes e Cueva Nueva mostra in modo diretto questo rapporto. L’archeologia ha intercettato l’apertura nel corso dello scavo; la speleologia ha consentito di superarla, descrivere le nuove sale e collocarle nella struttura del carsismo. Le due discipline lavorano su domande diverse, ma complementari.
La speleologia è utile anche alla conservazione. Il rilievo topografico e fotografico, la definizione dei percorsi, l’osservazione di concrezioni e acque, la valutazione dei rischi di crollo e l’attenzione ai microambienti riducono il rischio di alterare sia gli equilibri naturali sia i depositi culturali. Il materiale didattico della Società Speleologica Italiana ricorda che le grotte conservano reperti, pitture rupestri e graffiti e che la ricerca archeologica non può prescindere dalla lunga storia della frequentazione umana degli ipogei.[file:1]
Per le Cuevas de Fuentes de León la fase successiva sarà quindi decisiva: completare la documentazione della nuova connessione, studiare senza anticipazioni i resti individuati e integrare le osservazioni geologiche, archeologiche e speleologiche in una lettura comune del sistema.
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Domani, 13 settembre 2026, si celebra per la prima volta la Giornata internazionale delle grotte e del Carso. La ricorrenza, proclamata dalla Conferenza generale dell’UNESCO, sarà annuale e intende rendere più visibili ambienti sotterranei spesso poco conosciuti dal grande pubblico. L’obiettivo è collegare divulgazione, studio scientifico, protezione degli ecosistemi e gestione responsabile dei territori carsici.[web:2]
La Giornata internazionale delle grotte e del Carso arriva in un momento nel quale la conoscenza del sottosuolo assume un valore concreto. Grotte, sorgenti, acquiferi e paesaggi calcarei non sono soltanto luoghi di esplorazione. Custodiscono risorse idriche, biodiversità specializzata, dati geologici e tracce della presenza umana nel tempo.
La data del 13 settembre è stata designata dall’UNESCO come International Day of Caves and Karst, in sigla IDCK. La prima celebrazione internazionale si svolge a Postojna, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre. Il programma riunisce una conferenza scientifica e una cerimonia ufficiale, con l’intento di porre in dialogo speleologi, ricercatori, amministratori e comunità locali.[web:2]
La scelta della Slovenia richiama anche la storia della disciplina. Il termine “carsico” deriva dal Carso, la regione storica a ridosso di Trieste nella quale si svilupparono studi sistematici sui fenomeni di dissoluzione delle rocce. Per estensione, il carsismo studia forme e processi prodotti soprattutto dall’azione dell’acqua su rocce solubili, con effetti visibili in superficie e nel sottosuolo.[file:1]
La Giornata internazionale delle grotte e del Carso non propone una celebrazione separata dalle questioni territoriali. UNESCO indica esplicitamente protezione, ricerca e gestione sostenibile come assi della nuova ricorrenza. Invita inoltre scuole, enti, associazioni e cittadini a organizzare visite, incontri, mostre e attività didattiche.[web:2]
Un paesaggio carsico si forma nell’arco di tempi lunghi. L’acqua scioglie progressivamente rocce solubili e può modellare doline, inghiottitoi, condotti sotterranei, grotte, risorgenti e corsi d’acqua ipogei. Il calcare è il substrato più comune, ma il fenomeno può coinvolgere anche dolomia, marmo e altri materiali solubili.
La rilevanza di questi sistemi supera i confini delle aree di grotta. Secondo UNESCO, i paesaggi carsici e le cavità coprono quasi un quarto delle terre emerse e forniscono acqua potabile a oltre un miliardo di persone. Le stesse fonti sottolineano che le grotte conservano biodiversità sotterranea, archivi geologici e testimonianze della storia culturale umana.[web:2]
Questi dati spiegano perché la Giornata internazionale delle grotte e del Carso richiami anche la tutela degli acquiferi. Nei territori carsici l’acqua può muoversi rapidamente attraverso fratture e condotti. Una contaminazione in superficie può quindi raggiungere sorgenti e falde con tempi diversi da quelli osservati in altri contesti geologici. La prevenzione richiede conoscenza del bacino di alimentazione, monitoraggi e scelte compatibili con la fragilità locale.
Le grotte sono anche laboratori di ricerca. Geomorfologia, idrogeologia, geochimica, paleontologia, mineralogia e biologia studiano processi che trovano nel sottosuolo dati difficili da osservare altrove. Il materiale didattico della Società Speleologica Italiana ricorda che molte discipline geologiche utilizzano le grotte come ambiti di indagine e che la salvaguardia richiede di limitare le attività impattanti e il campionamento distruttivo.[file:1]
Nel quadro delle iniziative divulgative dedicate alla Giornata internazionale delle grotte e del Carso, è stato diffuso il word search “Australia’s Beautiful Caves”. La risorsa è stata organizzata da Cathie Plowman, vicepresidente australiana dell’organizzazione promotrice, con l’obiettivo di avvicinare ragazze, ragazzi e visitatori agli animali che vivono negli ambienti sotterranei.
Il gioco propone una geografia speleologica dell’Australia attraverso grotte, archi naturali, doline e cavità visitabili. Accanto ai nomi dei siti emergono alcuni temi biologici. Sono ricordati glow worms, grilli di grotta, pipistrelli, crostacei d’acqua dolce e altri organismi legati agli ecosistemi ipogei. Il messaggio è semplice: la grotta non è uno spazio vuoto, ma un habitat con equilibri propri.
Tra gli esempi indicati figurano la Cutta Cutta Cave, nel Territorio del Nord, associata alle tradizioni del popolo Jawoyn e segnalata come habitat del ghost bat, specie minacciata e carnivora. Gunns Plains Cave, in Tasmania, viene presentata come ambiente frequentato dall’ornitorinco e dal gambero d’acqua dolce minacciato. A Marakoopa Cave sono ricordati corsi d’acqua, glow worms, fossili, cristalli di calcite e vasche di calcite.
La selezione include anche siti che aiutano a comprendere la varietà dei processi. L’Archway Cave di Abercrombie, nel Nuovo Galles del Sud, è descritta come il più grande tunnel naturale ad arco in calcare dell’emisfero meridionale. Le Undara Caves, nel Queensland, mostrano invece un sistema sviluppato in lave basaltiche, non nel calcare, collegato a un’eruzione avvenuta circa 190.000 anni fa. Il percorso ricorda quindi che il mondo delle grotte comprende origini geologiche differenti.
Il word search australiano è un esempio di comunicazione accessibile. Trasforma un elenco di luoghi e specie in uno strumento per parlare di habitat, geologia e comportamenti corretti. Questa dimensione educativa è coerente con la Giornata internazionale delle grotte e del Carso, che UNESCO invita a portare anche nelle classi per spiegare carsismo, acque sotterranee e biodiversità.[web:2]
La visita a una grotta turistica può diventare parte di questo percorso se accompagnata da informazioni chiare. Occorre seguire le indicazioni dei gestori, non uscire dai percorsi consentiti, evitare di toccare le concrezioni e non disturbare gli animali. Nelle cavità non attrezzate servono competenze adeguate, pianificazione e attenzione alla conservazione.
La Giornata internazionale delle grotte e del Carso offre quindi un riferimento comune per gruppi speleologici, parchi, musei, scuole e amministrazioni. Il valore della ricorrenza sta nel rendere riconoscibile il legame tra ciò che accade in superficie e ciò che si conserva sotto terra. Acqua, fauna, paesaggio e memoria culturale appartengono allo stesso sistema.
Australia
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Padova ospita dal 15 al 17 settembre il Congresso Nazionale Congiunto della Società Geologica Italiana e della Società Italiana di Mineralogia e Petrologia. Il titolo dell’edizione 2026 è “Ter(r)ra: Risorse, Rischi, Rispetto”.
Le attività iniziano il 14 settembre con il PhD Day al Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova.
La distinzione delle date è utile per i partecipanti. Il congresso scientifico si svolge infatti nei tre giorni dal 15 al 17 settembre, mentre il 14 settembre è dedicato alla formazione dei dottorandi e all’apertura. Il programma pubblicato indica registrazioni, sessioni orali e poster, riunioni delle società scientifiche e quattro appuntamenti plenari distribuiti tra il 14 e il 17 settembre.
Il Congresso SGI-SIMP 2026 mette in relazione discipline che spesso vengono percepite come distanti dalla vita quotidiana. Geologia, mineralogia e petrologia intervengono nella ricerca e nella gestione delle materie prime, delle acque sotterranee, della stabilità dei versanti, della sismicità e dei paesaggi. Sono conoscenze che servono anche a valutare gli effetti territoriali delle infrastrutture e dei cambiamenti climatici.
Il tema scelto propone tre termini collegati. Le risorse comprendono minerali, rocce, acqua e suolo. I rischi riguardano frane, terremoti, alluvioni, erosione, dissesti e contaminazione delle falde. Il rispetto rimanda a una pianificazione che tenga conto dei tempi geologici e dei limiti fisici dei territori.
La transizione energetica richiede materiali non rinnovabili. Pannelli fotovoltaici, batterie, reti elettriche e impianti eolici dipendono da filiere minerarie e da valutazioni geologiche. Per questo il confronto sulle georisorse non riguarda solo l’estrazione. Include il riuso dei materiali, la riduzione degli impatti, la sicurezza degli approvvigionamenti e la scelta dei siti.
Il Congresso SGI-SIMP 2026 si inserisce in questo quadro. Il programma prevede nove sessioni scientifiche parallele, poster, workshop ed escursioni prima e dopo l’evento. Fra le aree tematiche figura l’osservazione della Terra, il monitoraggio ambientale e dei pericoli naturali. Sono ambiti vicini anche alla speleologia, perché la lettura delle strutture geologiche e delle acque sotterranee è essenziale per comprendere cavità, acquiferi e dinamiche carsiche.
La vulnerabilità dei territori carsici richiede un’attenzione specifica. Nei calcari e nelle dolomie fratturati e carsificati, l’acqua può infiltrarsi attraverso fessure, doline, inghiottitoi, pozzi naturali e condotti sotterranei. Questi percorsi collegano talvolta in modo rapido la superficie agli acquiferi.
Questa stessa efficienza di drenaggio rende preziose le riserve idriche sotterranee. Può anche ridurre il tempo disponibile per intercettare un contaminante. In condizioni di carsismo profondo e completo, la capacità di filtrazione e attenuazione esercitata dal suolo e dalla zona non satura può essere molto inferiore rispetto ad altri contesti idrogeologici. Un inquinante veicolato dall’acqua può quindi raggiungere la falda più velocemente.
La vulnerabilità dei territori carsici non coincide soltanto con l’inquinamento. Include il rischio di allagamento nelle conche chiuse e presso gli inghiottitoi ostruiti, l’instabilità locale legata a cavità e fenomeni di sprofondamento, l’alterazione delle circolazioni sotterranee e il danneggiamento degli ecosistemi ipogei. Le pressioni possono derivare da scarichi, attività agricole, discariche, cave, urbanizzazione e modifiche del reticolo di drenaggio.
Una ricerca pubblicata da ISPRA sul Salento meridionale descrive bene il problema. Nelle aree dove sono presenti collegamenti rapidi fra superficie e acquifero, l’attenuazione degli inquinanti risulta bassa. Lo studio evidenzia anche come le attività umane modifichino la vulnerabilità complessiva: centri abitati, aree industriali, pozzi, canali e vore possono far crescere il livello di rischio. Le carte di vulnerabilità rappresentano quindi strumenti utili alla pianificazione, insieme al controllo delle sorgenti di pressione e alla manutenzione dei sistemi di drenaggio.
Per la speleologia, la vulnerabilità dei territori carsici è anche un tema di documentazione e responsabilità. Il rilievo delle cavità, il censimento degli ingressi assorbenti, le prove con traccianti quando autorizzate e il monitoraggio delle acque contribuiscono alla conoscenza del sistema. I dati devono dialogare con gli enti competenti, con i gestori idrici e con la pianificazione comunale e regionale.
Il programma del Congresso SGI-SIMP 2026 apre il 14 settembre con Haakon Fossen, geologo noto per gli studi di geologia strutturale e tettonica. Il 15 settembre è prevista la plenaria di Max W. Schmidt. Il 16 settembre interviene il filosofo della scienza Telmo Pievani. La chiusura del 17 settembre è affidata a Massimo Lombardini, con un intervento dedicato al rapporto fra energia e geopolitica.
Il 14 settembre si svolge anche il PhD Day “Plan Projects for Your Future: AI’s potential in proposal writing assistance”. L’iniziativa è rivolta ai dottorandi in Scienze della Terra. Il programma comprende la scrittura delle proposte progettuali, le opportunità di finanziamento e un’attività pratica guidata. L’intelligenza artificiale viene presentata come supporto per bozze, strutture logiche e linguaggio, senza sostituire originalità e responsabilità del ricercatore.
L’appuntamento padovano offre dunque una sede di confronto utile anche per chi si occupa di grotte e carsismo. La protezione delle falde, la gestione del rischio e la conoscenza del sottosuolo richiedono competenze integrate. Il Congresso SGI-SIMP 2026 riporta questi temi nel dibattito delle geoscienze, con ricadute dirette sulle scelte territoriali.
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Trieste si prepara a ricordare un libro che ha segnato il modo di conoscere e descrivere il sottosuolo carsico. Martedì 15 settembre 2026, dalle 17.30, la Sala Luttazzi del Magazzino 26 ospiterà il workshop “Duemila Grotte. 1926-2026. La speleologia cent’anni dopo”. L’ingresso del pubblico è previsto dalle 17.00. La partecipazione in sala è libera fino a esaurimento dei posti; le iscrizioni sono aperte fino al 14 settembre.
L’iniziativa è promossa nell’ambito delle attività regionali legate alla prima Giornata internazionale delle grotte e del carsismo. Il workshop è organizzato dalla Regione Friuli Venezia Giulia con la Federazione Speleologica Regionale del Friuli Venezia Giulia e la Società Alpina delle Giulie.
Il centenario di Duemila Grotte offre così l’occasione per rileggere un’opera storica e per mettere in relazione il lavoro degli esploratori del primo Novecento con i metodi di documentazione, ricerca e divulgazione oggi disponibili.
Pubblicato dal Touring Club Italiano nel 1926, Duemila Grotte. Quarant’anni di esplorazioni nella Venezia Giulia è firmato da Luigi Vittorio Bertarelli ed Eugenio Boegan. Il volume ha 494 pagine. Riunisce centinaia di incisioni, tavole a colori e una carta speleologica alla scala 1:100.000.
La sua struttura mantiene un interesse che va oltre la storia editoriale. La prima parte è un manuale di speleologia. Affronta il fenomeno carsico, la flora e la fauna ipogee, la paleontologia, le tecniche di esplorazione, il rilievo, la fotografia, le grotte di guerra e l’idrologia sotterranea. La seconda parte costituisce il catasto delle grotte della Venezia Giulia entro i confini dell’epoca tra le due guerre. Comprende mappe, localizzazioni, descrizioni e rilievi.
I materiali storici ricordano che il censimento descriveva 2.142 cavità, con circa 800 rilievi. Per questo Duemila Grotte è considerato uno dei passaggi fondamentali verso una catalogazione sistematica delle cavità naturali. La ristampa anastatica del 1986 rese nuovamente accessibile l’opera dopo la distruzione delle matrici originarie nei bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Il volume riflette anche il ruolo della Commissione Grotte della Società Alpina delle Giulie. Il gruppo, nato nel 1883, aveva costruito nel tempo un patrimonio di osservazioni, esplorazioni e dati sul Carso classico. Eugenio Boegan, entrato nella Commissione nel 1894 e suo presidente dal 1904, contribuì a trasformare quella raccolta di conoscenze in un metodo di lavoro fondato su esplorazione, rilievo e ordinamento catastale.
I saluti istituzionali apriranno la giornata alle 17.30. Modererà Massimo Zanetti, direttore del Servizio geologico della Regione Friuli Venezia Giulia. Sono previsti interventi di Fabio Scoccimarro, Roberto Dipiazza, Sergio Orsini, Giovanni Duratti, Mauro Kraus e Massimiliano Reiter.
Alle 18.00 inizierà la sessione storica, coordinata da Giuseppe Muscio. Igor Ardetti della Commissione Grotte Eugenio Boegan proporrà l’intervento “Da un’idea giovanile al Duemila Grotte”. Seguiranno Silvo Stok su Italo Gariboldi e le grotte di guerra, Paolo Guglia sul volume del 1926 e Paolo Toffanin sul rilievo ipogeo cento anni dopo, tra interpretazione artistica e immaginazione virtuale.
Dopo la pausa, dalle 19.30, il programma guarderà alla speleologia contemporanea. Paolo Manca e Alessio Mereu presenteranno il Catasto speleologico regionale. Tom Kravanja, della Commissione Grotte Eugenio Boegan, parlerà di “Un secolo di misure in grotta”.
La seconda sessione comprenderà anche gli interventi di Luca Pisani sulla comunicazione della speleologia, Corrado Greco sulle grotte turistiche, Rosana Cerkvenik sulla speleologia di confine nelle aree di Škocjan, Marco Restaino su acque e biodiversità sotterranee, Federico Bernardini sull’archeologia carsica e la Grotta Tina jama, e Leda Cipriani sulle cavità artificiali.
Il programma restituisce la varietà di campi che già animavano Duemila Grotte e che oggi si sono ulteriormente articolati: catasto digitale, misurazioni strumentali, idrologia, archeologia, tutela, ricerca biologica e comunicazione pubblica.
La Commissione Grotte “Eugenio Boegan” continua a rappresentare una presenza attiva nelle ricerche del Carso triestino e nelle spedizioni oltreconfine. Il suo lavoro affianca l’esplorazione alla documentazione tecnica, al rilievo, alla didattica e alla pubblicazione di risultati nelle proprie riviste e nei canali associativi.
Tra le attività recenti del gruppo emerge il progetto sull’Abisso Luciano Filipas, 87 VG. Il 23 gennaio 2026 la Commissione ha comunicato il raggiungimento di una nuova finestra sul Timavo sotterraneo nella zona di Fernetti, a 302 metri di profondità. La notizia è il risultato di una ricerca durata vent’anni nella cavità. Il 16 maggio, al centro didattico della Grotta Gigante, il sodalizio ha dedicato un incontro alla scoperta.
Il dato interessa direttamente la conoscenza dell’idrologia carsica. Il Timavo sotterraneo è infatti uno dei temi centrali degli studi sul Carso. L’individuazione di nuovi punti di accesso o osservazione può fornire elementi utili per le ricerche sulla circolazione delle acque, sulle condizioni degli ambienti ipogei e sui collegamenti tra bacini e risorgive.
Le cronache della Commissione documentano anche la prosecuzione di attività esplorative internazionali. Nel 2025 sono riprese le ricerche nello Žijovo–Kucke Planine, in Montenegro. Nel 2026 è stato rilanciato il progetto in Albania nell’area di Nikaj-Mërturi, avviato in precedenza e ora ripreso per completare il lavoro di esplorazione e documentazione.
Non manca l’impegno formativo. Nel 2026 la Commissione ha proposto un corso di avvicinamento alla speleologia. Ha inoltre sperimentato e divulgato l’uso del LiDAR integrato negli smartphone per il rilievo ipogeo. Sono attività che mostrano come il lascito di Duemila Grotte non riguardi soltanto la memoria di un’opera: riguarda la continuità di una pratica di rilevazione, confronto dei dati e restituzione delle conoscenze.
Il workshop si inserisce in una settimana dedicata al patrimonio carsico regionale. Il 13 settembre ricorre la Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, proclamata dall’UNESCO nel 2025. In Friuli Venezia Giulia il calendario comprende anche “Grotte aperte”, in programma il 12 e 13 settembre, con visite gratuite alle cinque grotte turistiche regionali aderenti.
La dimensione territoriale è rilevante. Secondo i dati regionali, il carsismo interessa circa il 70% delle aree montane e collinari del Friuli Venezia Giulia. Il Catasto speleologico regionale registra quasi 9.000 grotte. Le aree carsiche alimentano inoltre più di 1.200 sorgenti, molte utilizzate a fini idropotabili.
In questo quadro, Duemila Grotte conserva un valore concreto. La documentazione delle cavità permette di leggere i cambiamenti nei paesaggi, nei metodi di rilievo e nelle conoscenze idrogeologiche. Permette anche di distinguere ciò che è stato esplorato da ciò che resta da verificare.
A cento anni dalla pubblicazione, l’incontro di Trieste mette quindi al centro il rapporto tra archivi storici e banche dati attuali. Le grotte del Carso restano oggetto di ricerca scientifica, esplorazione responsabile e tutela. Il percorso avviato dalla Commissione Grotte e condensato nel libro del 1926 continua nei rilievi, nei catasti e nelle nuove esplorazioni.
Ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili. Informazioni e iscrizioni al workshop
Fonti consultate:
L'articolo Duemila Grotte, a Trieste il centenario del volume che ha dato forma al catasto carsico proviene da Scintilena.

Alla vigilia della prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo dell’UNESCO, la UIS Biology Commission organizza l’incontro online “Life in the Dark: From Legacy to the Frontiers of Cave Science”, dedicato alla biologia delle grotte e alle nuove prospettive della ricerca scientifica negli ambienti sotterranei.
L’appuntamento è per sabato 12 settembre 2026 alle ore 22:00 in Italia (CEST), con una sessione online trasmessa in diretta sulla pagina Facebook della Commissione.
L’iniziativa si inserisce nelle celebrazioni della prima International Day of Caves and Karst, istituita dall’UNESCO e fissata ogni anno al 13 settembre. La proclamazione rappresenta un importante riconoscimento internazionale per grotte e territori carsici, ambienti presenti in tutti i continenti ma finora privi di una giornata mondiale specificamente dedicata alla loro conoscenza e tutela.
Con Life in the Dark, la Commissione UIS pone l’accento sul ruolo della biospeleologia. Lo studio degli organismi sotterranei non riguarda infatti soltanto la biodiversità delle grotte, ma si intreccia con idrologia, climatologia, geologia e sviluppo di nuove tecnologie.
Le forme di vita adattate all’oscurità permanente costituiscono inoltre modelli straordinari per comprendere i meccanismi dell’adattamento e dell’evoluzione e per indagare i limiti entro i quali la vita può esistere sulla Terra e, potenzialmente, in altri ambienti planetari.
L’evento vuole così collegare l’eredità della ricerca biospeleologica alle nuove frontiere della scienza delle grotte, portando la vita nel buio al centro della prima grande celebrazione internazionale UNESCO dedicata al mondo carsico e sotterraneo.
Biospeleologia, ricerca e riconoscimento UNESCO stanno molto bene insieme.
Quando: sabato 12 settembre 2026, ore 22:00 (ora italiana)
Dove: online, in diretta sulla pagina Facebook della UIS Biology Commission
Evento: Life in the Dark: From Legacy to the Frontiers of Cave Science
UIS Biology Commission – Facebook

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