Základné zobrazenie

  • ✇Scintilena
  • L’Inghiottitoio del Caravo nel sistema carsico del Bussento: esplorazioni, biospeleologia e progetti di ricerca
    Condividi Nel cuore del Cilento, l’Inghiottitoio del Caravo continua a rappresentare un punto chiave per lo studio del carsismo, dell’idrologia sotterranea e della biodiversità ipogea, con nuove campagne esplorative internazionali che rilanciano l’interesse scientifico sull’area. Posizione e contesto geologico dell’Inghiottitoio del Caravo L’Inghiottitoio del Caravo si apre nel territorio di Caselle in Pittari, nel Cilento meridionale, all’interno del Parco Nazionale del Cilento e Vall
     

L’Inghiottitoio del Caravo nel sistema carsico del Bussento: esplorazioni, biospeleologia e progetti di ricerca

September 14th 2026 at 12:00

Condividi

Nel cuore del Cilento, l’Inghiottitoio del Caravo continua a rappresentare un punto chiave per lo studio del carsismo, dell’idrologia sotterranea e della biodiversità ipogea, con nuove campagne esplorative internazionali che rilanciano l’interesse scientifico sull’area.


Posizione e contesto geologico dell’Inghiottitoio del Caravo

L’Inghiottitoio del Caravo si apre nel territorio di Caselle in Pittari, nel Cilento meridionale, all’interno del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. La cavità è ubicata nell’alveo del rio Bacuta, a circa 340 metri sul livello del mare, e raccoglie le acque provenienti dai versanti del Monte Rotondo e del Monte Pannello. [1][2][6]

Si tratta di un inghiottitoio attivo, ovvero di una cavità in cui le acque superficiali penetrano direttamente nel sottosuolo, alimentando il sistema carsico del Bussento. Questo sistema idrogeologico convoglia le acque verso la nota risorgenza di Morigerati, dove il fiume Bussento riaffiora dopo un percorso sotterraneo di diversi chilometri. [2][7][14]

La posizione del Caravo lo rende un punto strategico per comprendere il drenaggio sotterraneo dell’alta valle del Bussento e per studiare i processi di erosione, trasporto di sedimenti e formazione di condotti verticali tipici degli ambienti carsici. [1][6]


Storia delle esplorazioni speleologiche

Le prime esplorazioni documentate dell’Inghiottitoio del Caravo risalgono agli anni Cinquanta, nell’ambito delle campagne speleologiche condotte dal Circolo Speleologico Romano (CSR) e da altri gruppi nell’area del Bussento. [1][3][9]

Nel 1952 il Caravo fu oggetto di ricognizioni durante le attività del CSR, che mapparono i primi tratti della cavità. Negli anni successivi, il GS CAI Napoli e altri gruppi speleologici campani tornarono sulla grotta per ampliarne la conoscenza topografica e documentarne la morfologia. [3][9]

La cavità presenta un ingresso a vasto portale, alto circa 15 metri, seguito da un primo pozzo di circa 20 metri. Proseguendo, si incontra un grande pozzo di circa 70 metri, cui seguono altri pozzi di 20, 20 e 30 metri, tratti a canyon, marmitte erosive e laghi sotterranei. Lo sviluppo totale documentato è di circa 122 metri, con un dislivello di circa 153 metri. La progressione nota termina in un lago-sifone terminale, oltre il quale la cavità non è al momento esplorata. [1][2][6]

Nel 1986 il Gruppo Speleologico Valtiberino avanzò l’ipotesi di un possibile collegamento idrologico tra il sifone terminale del Caravo e un sifone pensile rilevato nella grotta Orsivacca, un’altra cavità attiva del sistema. Questa ipotesi rimane tuttora da verificare attraverso esplorazioni speleosubacquee e studi idrogeologici mirati. [1][6]


Morfologia e idrologia sotterranea

L’Inghiottitoio del Caravo mostra una morfologia tipica degli inghiottitoi attivi in ambiente calcareo. L’acqua del rio Bacuta penetra nella cavità attraverso fratture e condotti carsici, erodendo la roccia e formando pozzi verticali, canyon e marmitte. [1][6]

La presenza di laghi sotterranei e del sifone terminale indica che il sistema è attivo anche dal punto di vista idrologico, con flussi d’acqua che variano in funzione delle precipitazioni e dello scioglimento delle nevi sui monti circostanti. Durante le piene, la cavità può diventare particolarmente pericolosa a causa della rapidità con cui l’acqua riempie i condotti. [2][6]

Il Caravo rappresenta quindi un punto di ingresso diretto dell’acqua nel sistema carsico, permettendo di studiare il trasporto di sedimenti, la dinamica dei flussi sotterranei e l’evoluzione dei condotti verticali nel tempo. [1][6]


Biospeleologia e vertebrati troglosseni

L’Inghiottitoio del Caravo presenta un rilevante interesse biospeleologico. Durante le esplorazioni sono stati osservati diversi organismi, tra cui ortotteri del genere Dolichopoda, girini di Rana italica, esemplari di Bufo bufo, Natrix natrix e Anguis fragilis. Sono stati inoltre segnalati avvistamenti di pipistrelli in volo, sebbene non sia stata possibile una determinazione specifica. [1][3]

La presenza di queste specie, alcune delle quali considerate troglossene (ovvero presenti in grotta in modo accidentale o occasionale), conferma il valore ecologico della cavità come ambiente di rifugio e transito per la fauna. Gli inghiottitoi attivi, come il Caravo, svolgono infatti un ruolo importante nel trasporto di materia organica e nutrienti dal superficie al sottosuolo, sostenendo le catene trofiche ipogee. [1][3][19]

La tutela di questi ambienti è fondamentale per la conservazione della biodiversità sotterranea, soprattutto in un’area protetta come il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. [2][19]


Vulnerabilità ambientale e tutela del sistema carsico

Come tutti gli inghiottitoi attivi, il Caravo è particolarmente vulnerabile alle attività umane e alla contaminazione del bacino superficiale. Le sostanze presenti nell’alveo del rio Bacuta possono essere trasferite rapidamente nel sottosuolo, con effetti potenziali sulla qualità dell’acqua, sui sedimenti e sugli organismi cavernicoli. [2][4][6]

Nei sistemi carsici, infatti, l’infiltrazione dell’acqua è rapida e la capacità naturale di filtrazione e autodepurazione è limitata. Questo rende gli inghiottitoi punti critici per la protezione delle risorse idriche sotterranee e per la prevenzione dell’inquinamento. [4][26]

La sensibilizzazione delle comunità locali, il monitoraggio ambientale e la regolamentazione delle attività nel bacino superficiale sono strumenti essenziali per preservare l’integrità del sistema carsico del Bussento. [2][19]


Hidden Bussento 2026: nuove prospettive esplorative

L’interesse scientifico per l’Inghiottitoio del Caravo è confermato dalla sua inclusione nella spedizione internazionale Hidden Bussento 2026, promossa da Tetide APS e dedicata all’esplorazione del sistema carsico del Bussento. [2][3][5]

Dal 25 luglio al 9 agosto 2026, speleologi e ricercatori provenienti da diversi Paesi si sono riuniti a Morigerati per lavorare su più fronti: la risorgenza del Bussento, gli inghiottitoi di Caravo, Orsivacca e Bussento, i sifoni terminali e la ricerca di nuovi ingressi del collettore sotterraneo. [2][3][5]

Il progetto Hidden Bussento mira a chiarire alcuni dei misteri idrogeologici del Cilento, tra cui il possibile collegamento tra le diverse cavità del sistema e la continuità idrologica tra inghiottitoi e risorgenza. Le attività includono rilievi topografici, esplorazioni speleosubacquee, campionamenti biologici e studi idrologici. [2][3][7]


Ipotesi di collegamento Caravo-Orsivacca

Uno degli aspetti più affascinanti dello studio del Caravo riguarda la possibile connessione con la grotta Orsivacca. Nel 1986 il Gruppo Speleologico Valtiberino ipotizzò un collegamento tra il sifone terminale del Caravo e un sifone pensile dell’Orsivacca, sulla base di considerazioni morfologiche e idrologiche. [1][6]

Tale ipotesi rimane tuttora da verificare. La conferma di un collegamento tra le due cavità avrebbe importanti implicazioni per la comprensione del sistema carsico del Bussento, permettendo di ricostruire con maggiore precisione il percorso sotterraneo delle acque e la struttura dei condotti principali. [1][6]

Le future campagne esplorative, in particolare quelle speleosubacquee nei sifoni terminali, potranno fornire nuovi elementi per valutare questa possibilità. [2][7]


Fonti

L'articolo L’Inghiottitoio del Caravo nel sistema carsico del Bussento: esplorazioni, biospeleologia e progetti di ricerca proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Spedizione UBSS in Montenegro: Hidden Earth 2026 racconta le esplorazioni speleologiche a Kameno More
    Condividi Una giovane squadra britannica torna nel “mare di pietra” del Montenegro Le esplorazioni speleologiche in Montenegro tornano al centro dell’attenzione con il resoconto della spedizione UBSS nella regione di Kameno More. L’University of Bristol Speleological Society presenterà?? risultati della missione a Hidden Earth 2026, la conferenza annuale britannica dedicata alla speleologia. L’intervento, intitolato UBSS Montenegro Expedition – Kameno More, sarà tenuto da Daniel Rose duran
     

Spedizione UBSS in Montenegro: Hidden Earth 2026 racconta le esplorazioni speleologiche a Kameno More

September 14th 2026 at 11:00

Condividi

Una giovane squadra britannica torna nel “mare di pietra” del Montenegro

Le esplorazioni speleologiche in Montenegro tornano al centro dell’attenzione con il resoconto della spedizione UBSS nella regione di Kameno More. L’University of Bristol Speleological Society presenterà?? risultati della missione a Hidden Earth 2026, la conferenza annuale britannica dedicata alla speleologia.

L’intervento, intitolato UBSS Montenegro Expedition – Kameno More, sarà tenuto da Daniel Rose durante una sessione di 30 minuti. Il programma della conferenza si svolgerà dal 25 al 27 settembre 2026 al Llangollen Pavilion, nel Galles del Nord, organizzato dalla British Cave Research Association e dalla British Caving Association.

Hidden Earth 2026: la conferenza che ospita il racconto della spedizione UBSS

Hidden Earth rappresenta l’appuntamento di riferimento per la comunità speleologica britannica e internazionale. L’edizione 2026 conferma la presenza di relazioni dedicate a spedizioni in Asia, Sud America ed Europa, con un focus particolare sulle aree carsiche meno conosciute.

La sessione dedicata al Montenegro si inserisce in un programma ricco di workshop e lecture. Tra i temi trattati figurano il supporto ai leader di spedizione, le tecniche di rilievo topografico e le trasformazioni nelle organizzazioni speleologiche.

Il contributo UBSS non si limita ai dati esplorativi. La relazione affronta anche l’organizzazione pratica della missione: la scelta dell’area, la logistica, la composizione della squadra e le difficoltà incontrate da un gruppo giovane.

Kameno More: il “mare di pietra” che attira le esplorazioni speleologiche in Montenegro

Kameno More è un’area carsica montenegrina il cui nome significa letteralmente “mare di pietra”. Il paesaggio superficiale e le cavitಲ sotterranee costituiscono un campo di ricerca ancora aperto.

La regione ha già attirato spedizioni internazionali negli anni precedenti. Nell’agosto 2024 la spedizione Stone Sea aveva programmato ricognizioni e prosecuzioni delle ricerche in tre cavitಲ denominate Meandar, Dvestotka e PT4.

Il ritorno di una squadra britannica segna la ripresa di una presenza esplorativa britannica nella zona dopo un’interruzione che durava dal 2013. Questo elemento rende il resoconto UBSS rilevante oltre la cronaca delle cavitಲ visitate.

Le esplorazioni speleologiche in Montenegro richiedono preparazione tecnica, lettura del territorio e capacità logistica. La collaborazione con le realtà locali rappresenta un fattore decisivo per il successo delle campagne sul campo.

Il contesto del carsismo montenegrino: Durmitor e Žijovo

Il Montenegro riunisce massicci calcarei di alta quota, zone fortemente fratturate e paesaggi modellati dall’azione congiunta dell’acqua e dei processi glaciali. In simili contesti, la ricerca può riguardare ingressi nuovi, pozzi, cavitಲ a sviluppo orizzontale e sistemi con ghiaccio sotterraneo.

Sul massiccio del Durmitor sono censite 415 cavità, esplorate integralmente o solo in parte. Una campagna svolta nel luglio 2026 da ricercatori delle Università di Belgrado e del Montenegro ha riguardato Vodena pecina, Zelenovirska pecina e Ledena pecina.

La Zelenovirska pecina raggiunge 830 metri di sviluppo esplorato. Questa grotta è rilevante perché le cavità a prevalente andamento orizzontale sono meno frequenti in un carsismo d’alta quota dominato da forme verticali.

La presenza italiana nelle esplorazioni speleologiche in Montenegro

Le esplorazioni speleologiche in Montenegro vedono da alcuni anni una presenza italiana articolata. Nel 2024 la Commissione Grotte Eugenio Boegan di Trieste ha operato sullo Žijovo, nelle Ku?ke Planine, vicino al confine albanese.

Dopo ricognizioni preliminari svolte tra il 2022 e il 2023, sei partecipanti hanno esplorato e rilevato 15 grotte in sei giorni di attività. La missione ha utilizzato anche un drone con camera ad alta definizione per migliorare la lettura del terreno.

Tra le cavità descritte figurano l’Abisso Ledo, la Grotta Prepih e la Grotta Armada. Ledo presenta un pozzo superiore ai 100 metri, con pareti in larga parte ricoperte da ghiaccio. Sul fondo è stata misurata una temperatura dell’aria di 1,7 °C.

Un secondo filone italiano è quello del Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer” di Gorizia. Durante la Montenegro Speleo Expedition 2024, attiva tra il monte Pasjak e la cresta del Surdup nel sud-est del Paese, il gruppo ha scoperto, esplorato e rilevato 24 nuove grotte in dieci giorni.

Il progetto ha associato alla ricerca esplorativa misure fisiche dell’aria in cavità, comprendenti temperatura, acidità, anidride carbonica, radon e radioattività. La seconda spedizione Seppenhofer è partita il 4 luglio 2025 con l’obiettivo di proseguire lo studio di nuove cavità.

Ricerca, rilievo e tutela delle grotte nel Montenegro

La presenza di squadre britanniche, italiane, montenegrine e serbe mostra come le esplorazioni speleologiche in Montenegro siano oggi legate a una dimensione internazionale. Le attività sul campo producono dati utili per cartografia, geomorfologia, idrologia sotterranea, biologia e valutazione dei rischi.

Non ogni cavità è destinata alla frequentazione, e la documentazione può essere il primo strumento di tutela. Il caso della Ledena pecina nel Durmitor è indicativo. I ricercatori hanno segnalato condizioni di degrado e proposto di rimuovere corde danneggiate, delimitare l’area dell’ingresso e vietare chiaramente la discesa.

Il mantenimento delle formazioni di ghiaccio e del microclima richiede una gestione prudente. I Parchi nazionali del Montenegro hanno dichiarato che adotteranno misure nell’ambito delle loro competenze.

La conferenza di Hidden Earth 2026 si inserisce in questo contesto. Il resoconto UBSS su Kameno More potrà offrire un aggiornamento diretto su una campagna recente. La condivisione dei risultati resta una parte decisiva del lavoro per le esplorazioni speleologiche in Montenegro.

Fonti

L'articolo Spedizione UBSS in Montenegro: Hidden Earth 2026 racconta le esplorazioni speleologiche a Kameno More proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Le necropoli etrusche di Grotte di Castro: “case per l’eternità»»” scavate nel tufo della Tuscia
    Condividi Sul colle della Civita, tra Bolsena e il Fiora, tre grandi necropoli etrusche raccontano l’idea di una dimora sotterranea pensata per accompagnare i defunti in un aldilà concepito come continuità della vita. Contesto storico-geografico delle necropoli etrusche di Grotte di Castro Grotte di Castro sorge su una rupe tufacea nel cuore della Tuscia, in posizione strategica tra il lago di Bolsena e la media valle del Fiora, a metà strada tra le antiche città etrusche di Vulci e Vo
     

Le necropoli etrusche di Grotte di Castro: “case per l’eternità»»” scavate nel tufo della Tuscia

September 14th 2026 at 10:00

Condividi

Sul colle della Civita, tra Bolsena e il Fiora, tre grandi necropoli etrusche raccontano l’idea di una dimora sotterranea pensata per accompagnare i defunti in un aldilà concepito come continuità della vita.


Contesto storico-geografico delle necropoli etrusche di Grotte di Castro

Grotte di Castro sorge su una rupe tufacea nel cuore della Tuscia, in posizione strategica tra il lago di Bolsena e la media valle del Fiora, a metà strada tra le antiche città etrusche di Vulci e Volsinii (l’attuale Orvieto). Sul colle di fronte al borgo, chiamato “Civita”, si sviluppò tra la seconda metà dell’VIII e il VI secolo a.C. un importante abitato etrusco, oggi quasi completamente scomparso, ma la cui presenza è testimoniata dalle tre grandi necropoli scavate nel tufo: Vigna la Piazza, Centocamere e Pianezze.

Queste necropoli non erano semplici cimiteri. Erano veri e propri quartieri funerari, progettati per accompagnare i defunti in un aldilà concepito come una continuazione della vita terrena.


Vigna la Piazza: le origini della necropoli etrusca di Grotte di Castro

Cronologia e tipologia delle tombe a fossa

La necropoli di Vigna la Piazza rappresenta la fase più antica dell’insediamento della Civita. Si data alla seconda metà dell’VIII – inizi VII secolo a.C., ed è quindi la più antica delle tre. La tipologia dominante è quella delle tombe a fossa con circolo di pietre, talvolta con sarcofago ligneo o litico.

Singolarit຺ nel panorama etrusco

Vigna la Piazza rappresenta una singolarità nel panorama etrusco per la presenza di tombe a fossa con circolo, segno di un rituale funerario arcaico e di legami con centri vicini come Bisenzio, Arlena e Orvieto. Documenta la fase più antica dell’insediamento della Civita, con sepolture individuali che riflettono una società ancora in formazione.


Centocamere: la necropoli “labirintica” del VII secolo a.C.

Struttura e sistema di cunicoli nel tufo

La necropoli di Centocamere deve il suo nome alle numerose tombe collegate tra di loro da un intricato sistema di fori e di cunicoli aperti nelle pareti delle camere funerarie, in parte realizzati dai tombaroli per passare più agevolmente dall’una all’altra struttura. Tutta la collina di Centocamere risulta interessata dalla presenza di strutture funerarie scavate nella roccia tufacea, disposte almeno su tre ordini, per un totale di oltre cinquanta tombe con deposizioni plurime.

Cronologia e tomba monumentale CC4

Le tombe fino ad ora indagate mostrano un arco cronologico compreso nel VII secolo a.C., ponendosi in una fase più antica rispetto alla necropoli di Pianezze, utilizzata per tutto il VI secolo a.C. La tomba monumentale CC4 si sviluppa per 16 metri, con cinque camere coassiali e tre laterali, per un totale di 19 inumati. Le tombe si sviluppano lungo un asse perpendicolare all’ingresso, con camere laterali; alcune furono riutilizzate in epoca medievale come colombai.

Percorso funerario e sentiero antico

Gli scavi hanno rivelato un tratto del sentiero antico usato durante i funerali, con gradini intagliati nel tufo per superare i punti più ripidi. Il sito è aperto all’aria aperta, accessibile da un sentiero che parte dalla strada per Onano.


Pianezze: le “case per l’eternità” degli Etruschi nel tufo

Struttura delle tombe a camera con dromos

Situata a circa tre chilometri a sud di Grotte di Castro, la necropoli di Pianezze rientra in un più ampio complesso cimiteriale che va riferito all’abitato etrusco che sorgeva sopra il colle denominato La Civita. In uso tra il VII e il V secolo a.C., è caratterizzata dalla presenza di 24 tombe monumentali a camera, accessibili tramite un dromos, un corridoio a cielo aperto che scende nella roccia e immette in un atrio, dal quale si aprono le stanze secondarie dove riposavano i defunti.

La Tomba Rossa e le decorazioni domestiche

La tomba più celebre è la Tomba Rossa, con colonna e mensola dipinte di rosso vivo per imitare gli arredi domestici. Ogni tomba è diversa, adattata alla qualità del tufo o alle richieste della famiglia, riflettendo l’idea di una casa personalizzata per il defunto.


L’idea etrusca di “casa per l’eternità” nelle necropoli di Grotte di Castro

Per gli Etruschi, la tomba non era un luogo di fine, ma di continuità. Le necropoli di Grotte di Castro lo dimostrano in modo eccezionale. Riproducevano gli ambienti domestici: atri, stanze, soglie, tetti a doppio spiovente scolpiti nella roccia. Gli arredi scolpiti e dipinti includevano colonne, mensole, letti funebri (klinai) e persino decorazioni parietali che imitavano le case dei vivi.

I defunti erano inumati in fosse o loculi, accompagnati da corredi funerari (ceramiche, armi, gioielli) che riflettevano il loro status e la vita quotidiana. I dromoi e i sentieri funerari non erano solo accessi, ma spazi di transizione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Questa concezione della morte come “casa per l’eternità” è uno degli aspetti più originali e commoventi della civilt຺ etrusca, e Grotte di Castro ne è una delle testimonianze più integre e suggestive.


Visita e valorizzazione del Parco Archeologico di Grotte di Castro

Oggi le necropoli di Pianezze e Centocamere sono adibite a Parco Archeologico e visitabili con biglietto cumulativo. Il Museo Civico Archeologico “Civita”, ospitato nel palazzo progettato dal Vignola, espone corredi funerari e ricostruisce in scala reale una tomba a camera, offrendo un percorso tematico sul mondo dell’aldilà e sulla vita quotidiana degli Etruschi.

Con lo stesso biglietto museale è possibile visitare le necropoli di Pianezze e Centocamere, approfondendo la storia millenaria di questa regione. Gli orari possono variare, perciò si consiglia di verificare con anticipo contattando il museo o consultando i siti ufficiali.


Fonti

Tuscia Grotte di Castro

L'articolo Le necropoli etrusche di Grotte di Castro: “case per l’eternità»»” scavate nel tufo della Tuscia proviene da Scintilena.

  • ✇Blog SSS
  • Súhrn speleo noviniek (38. týždeň 2026)
    🔦 Prehľad speleologických noviniek V januári 2026 bol publikovaný komplexný spravodaj o nových objavoch v slovenských jaskyniach vrátane detailného prieskumu Malužinskej jaskyne, ktorá sa potvrdila ako významný krasový útvar [1][3]. Zároveň prebehli kontroly bezpečnostných podmienok v otvorených jaskyniach Česka, čím sa zabezpečil nerušený návštevnícky prevádzku [5]. Slovenska Speleologická Spoločnosť Spravodaj SSS 2/2026 PDF 📅 2026-09-11 SSS Kurz dokumentácie a výskumu povrchových
     

Súhrn speleo noviniek (38. týždeň 2026)

September 14th 2026 at 09:10
Súhrn speleo noviniek (38. týždeň 2026)
🔦 Prehľad speleologických noviniek
V januári 2026 bol publikovaný komplexný spravodaj o nových objavoch v slovenských jaskyniach vrátane detailného prieskumu Malužinskej jaskyne, ktorá sa potvrdila ako významný krasový útvar [1][3]. Zároveň prebehli kontroly bezpečnostných podmienok v otvorených jaskyniach Česka, čím sa zabezpečil nerušený návštevnícky prevádzku [5].

Slovenska Speleologická Spoločnosť

Sk_Speleo

Cz_Speleo

Zahraničie

The post Súhrn speleo noviniek (38. týždeň 2026) appeared first on Blog SSS.

  • ✇Scintilena
  • Grotta di Timau: il sistema carsico sopra il Fontanon tra Grande Guerra, miniere e ricerca idrogeologica
    Condividi Un complesso ipogeo polifunzionale nel cuore della Carnia La Grotta presso la Centrale di Timau, censita al Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia con il numero 165 (locale 89 FR), rappresenta uno dei casi più articolati di cavità carsica dell’alta valle del But. Il sito combina elementi naturali, possibili tracce di attività estrattive antiche e una marcata trasformazione militare durante la Prima guerra mondiale, con ulteriori interventi negli anni Trenta.[1][2][
     

Grotta di Timau: il sistema carsico sopra il Fontanon tra Grande Guerra, miniere e ricerca idrogeologica

September 14th 2026 at 09:00

Condividi

Un complesso ipogeo polifunzionale nel cuore della Carnia

La Grotta presso la Centrale di Timau, censita al Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia con il numero 165 (locale 89 FR), rappresenta uno dei casi più articolati di cavità carsica dell’alta valle del But. Il sito combina elementi naturali, possibili tracce di attività estrattive antiche e una marcata trasformazione militare durante la Prima guerra mondiale, con ulteriori interventi negli anni Trenta.[1][2][3]

Il complesso si apre alla base della parete del Gamspitz, circa un chilometro a nord-ovest dell’abitato di Timau (frazione di Paluzza, provincia di Udine), a circa 50 metri sopra la Strada Statale 52 bis che sale al Passo di Monte Croce Carnico. L’ingresso principale è posto a 985 metri s.l.m. e si presenta come una galleria orizzontale chiusa da una porta in calcestruzzo attribuita al periodo bellico.[1][2][4]

Dati catastali e nuove misure: 380 metri ufficiali, oltre 750 nel rilievo recente

Secondo la scheda ufficiale del Catasto Speleologico Regionale FVG, lo sviluppo planimetrico registrato della Grotta presso la Centrale di Timau è di 380 metri, con un dislivello positivo e totale di 48 metri. Le descrizioni storiche e alcune sintesi divulgative riportavano in passato uno sviluppo complessivo di circa 200 metri, di cui 60 metri riferibili al settore bellico.[1][2]

Un rilievo topografico aggiornato, realizzato tra il 2024 e il 2025 dalla collaborazione tra Gruppo Triestino Speleologi, Società di Studi Carsici “A.F. Lindner” e Gruppo Speleologico “Michele Gortani” del CAI di Tolmezzo, ha documentato nuovi rami e ha portato lo sviluppo totale del sistema a oltre 750 metri.

Morfologia interna: settori fortificati, feritoie e passaggi verticali

L’impianto interno della grotta è articolato, con tratti orizzontali e verticali alternati e più livelli sovrapposti. Dopo una scalinata d’ingresso si raggiunge un ampio vano impostato su due piani, da cui si diramano gallerie in parte chiaramente artificiali. Due gallerie laterali conducono a veri e propri appostamenti fortificati, definiti nelle fonti locali come “malloppi”, affacciati verso l’esterno e concepiti per il controllo della valle.[2][3]

La documentazione catastale segnala sette aperture naturali semimurate, disposte allo stesso livello lungo circa 50 metri di parete e trasformate in feritoie. Queste aperture combinano la fratturazione originaria della roccia con la funzione difensiva, permettendo osservazione e tiro restando protetti dalla massa rocciosa. La comunicazione tra i piani avviene mediante barre di ferro piegate a U e infisse nella roccia, mentre un grande “finestrone” naturale, posto circa 30 metri sopra l’ingresso, è stato utilizzato come osservatorio e conserva evidenze di reticolato difensivo e reperti metallici. Due camini molto inclinati proseguono verso l’alto; il rilievo storico ipotizza possibili sbocchi in parete fino a circa 60 metri sopra l’ingresso.[1][2][3]

Carsismo, idrogeologia e il dibattito su “grotta naturale o miniera”

La genesi della Grotta di Timau è discussa da oltre un secolo. Studi ottocenteschi e primo-novecenteschi, richiamati anche dal Geoparco delle Alpi Carniche, citano ricerche di Olinto e Giovanni Marinelli, Lazzarini, De Gasperi e Michele Gortani. Una parte della tradizione interpretativa ha letto le cavità come antiche gallerie minerarie per calcopirite, in un’area nota per mineralizzazioni di rame e argento.[3][5]

Altre ricostruzioni propongono invece un sistema prevalentemente naturale, in parte ampliato o riutilizzato dall’uomo. La formulazione più prudente, coerente con le evidenze disponibili, è che il sito sia inserito in un sistema idrogeologico carsico associato al Fontanon, con tratti prossimi all’ingresso chiaramente artificializzati e opere belliche riconoscibili, mentre le tracce di frequentazione e scavo più antichi non bastano da sole a definire in modo conclusivo estensione, cronologia e scopo di eventuali attività minerarie.[3][5]

La scheda catastale registra il sito tra gli aspetti culturali di interesse archeologico e paleontologico, segnalando sei tacche scavate nella roccia (forse per grossi pali lignei), scritte a lapis attribuite a militari degli anni Trenta, tre scalpelli di antica fattura presso il finestrone, e chiodi in ferro sagomati a mano e ricoperti di calcite in gallerie cieche. Si tratta di segnalazioni e ipotesi di contesto, non di una datazione archeologica conclusiva: per trasformarle in prova sarebbero necessari studio stratigrafico, analisi tecnologica e confronto con materiali datati.[1][2][3]

Il Fontanon di Timau: una sorgente carsica strategica

La grotta sorge immediatamente sopra il Fontanon di Timau, risorgiva perenne alla base della parete della Creta di Timau. Uno studio idrogeologico preliminare, presentato negli atti del XXI Congresso nazionale di speleologia, ha rilevato portate complessive variabili da circa 250 a 3.000 litri al secondo, con una media annua di circa 1.250 litri al secondo; la risposta ai picchi di pioggia estivi e autunnali risultava dell’ordine di 14 ore.[1][6]

Ricerche più recenti, incluse quelle diffuse nel 2024–2026, indicano che la portata massima del Fontanon può superare i 5.000 litri al secondo, riflettendo un vasto bacino di alimentazione sotterraneo che si estende per oltre dieci chilometri a nord-est, attraversando le formazioni calcaree del Massiccio Coglians–Cjanevate e infiltrandosi anche oltre il confine austriaco, per poi riemergere presso Timau. Le acque della sorgente si riversano nel Torrente Bût dopo una ripida discesa tra i massi di un deposito morenico localmente cementato.[3][5][7][8]

La scheda catastale associa il punto d’ingresso ad areniti e siltiti del Flysch (Carbonifero superiore), mentre il paesaggio della risorgiva e il sistema idrico regionale coinvolgono anche corpi carbonatici carsificabili.[1][3]

La grotta nel fronte carnico della Grande Guerra

Dal maggio 1915 all’ottobre 1917 il fronte della Carnia collegava la guerra di montagna del Cadore e del Trentino con il settore del Fella e delle Prealpi Giulie. La valle del But e il Passo di Monte Croce Carnico erano cruciali: un’avanzata austro-ungarica oltre il valico avrebbe potuto aprire la direttrice verso le valli del But e del Chiarsò e, insieme alla val Fella, una via d’ingresso nell’Italia nord-orientale.[3]

Il tratto dell’Alto But comprendeva, fra gli altri, Coglians, Cresta Collinetta, Passo di Monte Croce Carnico, Pal Piccolo, Freikofel, Pal Grande e Pizzo di Timau. La grotta non era in prima linea di cresta, ma occupava una posizione di controllo e riparo nel fondovalle avanzato, sopra la strada e vicino a un’infrastruttura idrica ed energetica. Questo spiega il valore tattico di feritoie e osservatorio: dominare visivamente e difendere una direttrice di transito, con protezione offerta dalla roccia.[2][3]

Nel periodo 1915–1917 la cavità fu parzialmente adattata a fortino: ingresso in calcestruzzo, appostamenti, feritoie, scale e opere murarie costituiscono le testimonianze materiali principali di questa fase. Negli anni Trenta il settore iniziale fu ulteriormente riadattato per scopi militari; le scritte a lapis sono attribuite a questa fase. Oggi il sito è considerato patrimonio speleologico e storico-militare, cavità attrezzata ma non classificata come grotta turistica.[2][3]

Nella guerra alpina le cavità offrivano vantaggi concreti: mascheramento, protezione relativa da tiro e bombardamento, deposito, ricovero e possibilità di osservazione. Tuttavia non erano spazi “sicuri” in senso assoluto: umidità, gelo, ventilazione scarsa, caduta massi, difficoltà di collegamento e vulnerabilità degli imbocchi rendevano l’uso quotidiano duro e rischioso. Il caso Timau è rilevante perché conserva insieme la funzione passiva di riparo e quella attiva di opera difensiva.[3]

Le Portatrici Carniche e la logistica del fronte Alto But

Il settore Alto But dipendeva da rifornimenti lungo sentieri e mulattiere, in un ambiente dove le rotabili non raggiungevano le posizioni di quota. Le Portatrici di Timau e Paluzza operarono dall’agosto 1915 all’ottobre 1917 trasportando a spalla viveri, munizioni, medicinali e materiali verso il fronte. Inserire la grotta in questo quadro evita una lettura esclusivamente tecnico-militare: ogni postazione dipendeva da una rete di lavoro, logistica e popolazione civile.[3]

Valore patrimoniale e criteri per una tutela consapevole

La Grotta presso la Centrale di Timau è contemporaneamente patrimonio geologico e idrogeologico, in relazione alla risorgiva del Fontanon; documento della storia delle esplorazioni speleologiche carniche; possibile contesto minerario e archeologico da verificare; manufatto storico-militare della Grande Guerra e del riarmo degli anni Trenta; elemento paesaggistico della memoria locale di Timau.[3][5]

Il Catasto FVG segnala il sito alla Regione per futura tutela paesaggistica. Tale indicazione va intesa come un’opportunità e non come garanzia sufficiente: la conservazione richiede documentazione, controllo degli accessi, manutenzione conservativa e interpretazione non invasiva.[1]

Tra i rischi da considerare vi sono gli infortuni nei rami verticali, il danneggiamento delle strutture storiche, l’alterazione dell’ambiente ipogeo e l’inquinamento del sistema idrico. Nei sistemi carsici l’acqua e gli eventuali contaminanti possono transitare rapidamente; la vicinanza alla statale e a una risorsa idrica strategica richiede attenzione a sversamenti, gestione delle acque e trasformazioni del bacino.[3][6]

Criteri operativi per una valorizzazione corretta includono: affidare le visite ai soli rami non tecnici e alle condizioni effettivamente sicure, con guide speleologiche abilitate quando necessario; separare fisicamente e narrativamente il percorso di fruizione dai settori fragili, verticali o d’interesse archeologico; rilevare in 3D cavità e strutture belliche prima di qualunque intervento di consolidamento o apertura al pubblico; registrare fotogrammetricamente scritte, tacche, murature, scale e feritoie, senza “ripulire” né restaurare senza un progetto conservativo; integrare monitoraggio dell’acqua, delle condizioni microclimatiche e delle frequentazioni con la tutela della sorgente del Fontanon; collegare l’interpretazione del sito al Museo “La Zona Carnia nella Grande Guerra” di Timau e agli itinerari di Pal Piccolo, Pal Grande e Passo di Monte Croce, evitando di isolare la grotta dal sistema territoriale.[3][5]


Fonti

Fonti
[1] 165 | Grotta presso la Centrale di Timau https://catastogrotte.regione.fvg.it/schedacompleta/165-Grotta_presso_la_Centrale_di_Timau
[2] 165 | Grotta presso la Centrale di Timau https://catastogrotte.regione.fvg.it/scheda/165-Grotta_presso_la_Centrale_di_Timau
[3] SOTTO I GHIACCI DELLE CARNICHE: Il Fontanon di Timau Rivela i … https://www.scintilena.com/sotto-i-ghiacci-delle-carniche-il-fontanon-di-timau-rivela-i-suoi-segreti-dopo-secoli-di-silenzio/01/24/
[4] prcs 165 grotta presso la centrale di timau https://www.catastogrotte.it/main/stampa_grotta/165/1
[5] La sorgente e le grotte del Fontanon – Geoparco Alpi Carniche https://www.geoparcoalpicarniche.org/it/geotrails/il-fontanon-e-le-grotte-di-timau/
[6] [PDF] Il Fontanon di Timau (Paluzza, Udine, Italia): dati preliminari sulle … https://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/9092/1/66_Sessione-IX-Sessione-esplorazione-ricerca_Mocchiutti-Muscio.pdf
[7] Fontanon di Timau – % – Corrado Venturini https://www.corradoventurini.it/cor/fontanon-di-timau/
[8] Fontanon di Timau | Corrado Venturini https://www.corradoventurini.it/cor/wp-content/uploads/2013/05/Geositi006_fontanon_timau.pdf
[10] Geochemical characterization of the Timau Karst aquifer – ArTS https://arts.units.it/handle/11368/3075602
[11] Hydrogeology of continental southern Italy https://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/17445647.2018.1454352?needAccess=true
[12] CSR/CN/0 https://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/ambiente-territorio/geologia/FOGLIA33/allegati/20210323_Decreto1750.pdf
[13] La Carta idrografica d’Italia come fonte per la storia degli opifici idraulici alla fine dell’Ottocento. Il caso toscano https://www.bsgi.it/index.php/bsgi/article/download/1302/924
[14] Catasto Speleologico Regionale – Regione Autonoma Friuli … https://catastogrotte.regione.fvg.it/cartografia?id=165-Grotta_presso_la_Centrale_di_Timau
[15] PRCS 7197 CONDOTTA SOPRA LA CENTRALE DI TIMAU Stampa https://www.catastogrotte.it/grotta/7197
[16] PRCS 165 GROTTA PRESSO LA CENTRALE DI TIMAU https://www.catastogrotte.it/main/stampa_grotta/165/
[17] Il Fontanon di T imau è la più importante risorgiva carsica … https://www.faunaitalia.it/fstoch/pdf/Stoch,%202004b.pdf
[18] PRCS 165 GROTTA PRESSO LA CENTRALE DI TIMAU Stampa https://www.catastogrotte.it/grotta/165/grotta-presso-la-centrale-di-timau

https://www.facebook.com/share/1C8jdeUs7q/?mibextid=wwXIfr Roberto Cavasin Fotografo di Guerra – Timau

L'articolo Grotta di Timau: il sistema carsico sopra il Fontanon tra Grande Guerra, miniere e ricerca idrogeologica proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Pulo di Altamura, la dolina carsica che rivela il sottosuolo dell’Alta Murgia
    Condividi Il Pulo di Altamura è una grande depressione carsica, modellata dalle acque e legata al crollo di antiche cavità Il Pulo di Altamura è una delle forme carsiche più riconoscibili dell’Alta Murgia. A pochi chilometri dalla città pugliese, lungo la SP 157, l’altopiano calcareo si apre in una vasta depressione chiusa, dai versanti ripidi e dalle pareti segnate da grotte e anfratti. Non si tratta di un cratere vulcanico. È una dolina profonda circa 90 metri, cioè una forma del paesaggio
     

Pulo di Altamura, la dolina carsica che rivela il sottosuolo dell’Alta Murgia

September 14th 2026 at 08:00

Condividi

Il Pulo di Altamura è una grande depressione carsica, modellata dalle acque e legata al crollo di antiche cavità

Il Pulo di Altamura è una delle forme carsiche più riconoscibili dell’Alta Murgia. A pochi chilometri dalla città pugliese, lungo la SP 157, l’altopiano calcareo si apre in una vasta depressione chiusa, dai versanti ripidi e dalle pareti segnate da grotte e anfratti. Non si tratta di un cratere vulcanico. È una dolina profonda circa 90 metri, cioè una forma del paesaggio prodotta nel lungo periodo dalla circolazione dell’acqua nelle rocce calcaree.

Pulo di Altamura e carsismo: l’acqua che dissolve il calcare

Il Pulo di Altamura è classificato come una dolina carsica a scodella. Il carsismo è l’insieme dei processi con cui l’acqua, resa debolmente acida dall’anidride carbonica presente nell’atmosfera e nel suolo, scioglie lentamente le rocce solubili. Nei calcari delle Murge l’acqua penetra attraverso fratture e discontinuità. Nel tempo amplia i percorsi sotterranei, mobilita sedimenti e modifica anche la superficie.

Nel caso del Pulo di Altamura, la forma regolare e le caratteristiche morfologiche hanno portato il Parco Nazionale dell’Alta Murgia a interpretare la depressione come una dolina di crollo. In questa lettura, sotto l’attuale conca esisteva una cavità ipogea o un sistema di vuoti; la volta ha perso stabilità ed è collassata. L’azione delle piogge e del ruscellamento ha poi continuato a modellare il bacino. [web:25]

Il processo non è riducibile a una sola causa. La dissoluzione chimica del calcare, l’erosione meccanica, il trasporto dei detriti e il cedimento di porzioni rocciose concorrono alla storia di queste grandi forme. Il Pulo di Altamura mostra quindi come un altopiano apparentemente uniforme possa custodire un articolato reticolo di fratture, cavità e condotti nel sottosuolo.

Due lame e la Grotta del Pulo nel sistema idrologico carsico

Il funzionamento del Pulo di Altamura è strettamente connesso alle acque meteoriche. Il Museo Archeologico Nazionale di Altamura lo descrive come il punto più basso di un’ampia area di scolo. Due lame, una proveniente da nord-est e una da nord-ovest, convogliano verso la dolina le acque delle precipitazioni. [web:27]

Nella terminologia locale pugliese, una lama è un solco erosivo nel quale l’acqua defluisce soprattutto in occasione delle piogge. Non è un corso d’acqua perenne. In territori calcarei e fratturati, infatti, una parte rilevante dell’acqua si infiltra rapidamente nel sottosuolo.

Al fondo della depressione si apre l’inghiottitoio noto come Grotta del Pulo. Il Comune di Altamura ne indica una profondità di 30 metri e specifica che la cavità è visitabile soltanto da speleologi. Il dato aiuta a comprendere il legame diretto tra carsismo epigeo e carsismo ipogeo: la grande forma visibile in superficie continua nel sistema sotterraneo, dove l’acqua trova vie di assorbimento e circolazione. [web:6]

In caso di piogge intense, lame, impluvi e fondo della dolina richiedono attenzione. Sono elementi attivi del drenaggio naturale del bacino. La fruizione del Pulo di Altamura deve quindi rispettare sentieri, segnaletica e condizioni meteorologiche.

Grotte del Pulo di Altamura e archeologia rupestre

Le cavità lungo le pareti, soprattutto sul versante settentrionale, costituiscono un patrimonio geomorfologico e archeologico. La Regione Puglia segnala le principali Grotta I e Grotta II e riferisce una frequentazione umana protratta fino al Medioevo e all’età moderna. Tra le evidenze ricordate figurano resti umani, ciottoli incisi e una conchiglia fossile del genere Cypraea. [web:4]

Le fonti comunali e del MurGeoPark collocano la presenza umana documentata nelle cavità in un arco cronologico che va dal Paleolitico superiore al Medioevo. È più corretto parlare di frequentazioni in fasi diverse, non di un uso continuo e uniforme nel tempo. Grotte e ripari possono infatti aver assolto funzioni differenti in periodi differenti: luogo di sosta, spazio di attività, deposito o contesto rituale. [web:8][web:21]

Va distinta con chiarezza la storia del Pulo di Altamura da quella dell’Uomo di Altamura. Il celebre scheletro fossile è stato scoperto nella Grotta di Lamalunga, altro sito carsico del territorio altamurano. Il Centro visite di Lamalunga propone proprio un percorso didattico dedicato al carsismo, alla speleologia e alla grotta dove il reperto è conservato; Pulo e Lamalunga sono quindi parte dello stesso contesto territoriale, ma restano siti distinti. [web:14]

Tutela del Pulo di Altamura e fruizione responsabile

Il valore del Pulo di Altamura non è soltanto paesaggistico. Il sito riunisce geologia, idrologia carsica, archeologia rupestre, flora e fauna di ambiente roccioso. La Regione Puglia segnala sul versante nord un importante sistema rupicolo, mentre il MurGeoPark lo colloca in zona A dell’area protetta, indicandone anche il microclima favorevole a specie endemiche. [web:4][web:21]

Nel 2025 il Comune di Altamura ha comunicato di aver dichiarato il geosito “zona silenziosa in aperta campagna”, nell’ambito di iniziative legate a gestione e fruizione. Il provvedimento richiama il valore naturalistico, geologico e paesaggistico dell’area e la sua appartenenza al GeoParco UNESCO MurGeoPark. [web:8]

Una visita rispettosa richiede comportamenti semplici: restare sui percorsi, non entrare nelle cavità non autorizzate, non raccogliere reperti o materiali, evitare rumori e luci invasive vicino agli anfratti. I reperti archeologici e i depositi naturali mantengono il loro significato soprattutto se conservati nel contesto in cui si trovano. Anche l’acqua merita attenzione, perché fratture e inghiottitoi possono trasferire rapidamente nel sottosuolo ciò che viene disperso in superficie.

Il Pulo di Altamura resta così una chiave di lettura dell’Alta Murgia. La sua grande conca rende visibili processi che di norma agiscono lentamente e in profondità: infiltrazione, dissoluzione del calcare, sviluppo delle cavità e trasformazione continua del paesaggio carsico.

Fonti

Pilo di Altamura

L'articolo Pulo di Altamura, la dolina carsica che rivela il sottosuolo dell’Alta Murgia proviene da Scintilena.

Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo: dal Coahuila la proposta per riconoscere le cavità come zone umide sotterranee

September 14th 2026 at 07:00

Condividi

Nel primo appuntamento UNESCO del 13 settembre 2026, Mónica Ponce propone di leggere le grotte del Deserto Chihuahuense e del mondo come sistemi idrologici e corridoi biologici. Un’impostazione che richiama strumenti già previsti dalla Convenzione di Ramsar.

Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo e proposta dal Coahuila

Saltillo, nello Stato messicano di Coahuila, ha fatto da cornice a una proposta dedicata al ruolo ecologico delle cavità naturali. Il documento è stato diffuso il 13 settembre 2026, data della prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo riconosciuta dall’UNESCO.

L’iniziativa è firmata da Mónica Ponce, presidente della Commissione Materiali e Tecniche dell’Unione Internazionale di Speleologia e presidente dell’Asociación Coahuilense de Espeleología. Il testo invita a considerare le grotte del Deserto Chihuahuense, e per estensione le cavità del pianeta, come “zone umide sotterranee” e come “corridoi biologici ponte”.

La proposta non chiede di applicare una semplice definizione simbolica. Punta a mettere in relazione tutela delle acque sotterranee, biodiversità ipogea, continuità ecologica e pianificazione territoriale. Il messaggio centrale è chiaro: l’acqua invisibile del sottosuolo sostiene processi naturali che producono effetti anche in superficie.

La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo è stata proclamata dall’UNESCO nel novembre 2025. La ricorrenza mira a richiamare l’attenzione sulle cavità naturali, sulle risorse idriche e sui paesaggi geologici. La prima celebrazione internazionale si è svolta a Postumia, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre 2026.

Grotte come zone umide sotterranee e sistemi idrologici

Nel testo presentato da Ponce, la prima chiave di lettura è idrologica. Le grotte e i sistemi carsici raccolgono, trasferiscono, immagazzinano e restituiscono acqua. In molti casi sono collegati a falde, sorgenti, corsi d’acqua sotterranei e bacini di alimentazione posti in superficie.

La definizione di “zona umida sotterranea” ha anche un fondamento negli strumenti internazionali esistenti. La Risoluzione VI.5 della Convenzione sulle zone umide di Ramsar, adottata a Brisbane nel 1996, ha inserito i sistemi idrologici carsici e di grotta sotterranei nella classificazione Ramsar delle zone umide. Le linee guida successive sottolineano il legame stretto tra questi ambienti e le acque sotterranee.

Questo passaggio è rilevante per i territori aridi e semiaridi. La stessa documentazione Ramsar riconosce che alcuni sistemi carsici e di grotta sono risorse ecologiche, culturali e scientifiche. In molte aree possono costituire anche una fonte di acqua sotterranea per paesaggi altrimenti aridi.

La proposta dal Coahuila riprende questo quadro. Evidenzia che le cavità possono contribuire alla regolazione del ciclo dell’acqua e alla ricarica degli acquiferi. Ricorda anche le condizioni di elevata umidità e di relativa stabilità termica che caratterizzano molti ambienti ipogei. Ogni sistema va comunque valutato nel proprio contesto geologico e idrogeologico. Non tutte le grotte hanno infatti lo stesso regime delle acque, né la stessa capacità di immagazzinamento o trasferimento.

In questa prospettiva, la protezione di un ingresso o di una singola sala non è sempre sufficiente. Le pressioni esercitate nel bacino di alimentazione possono alterare qualità e quantità dell’acqua che raggiunge il sottosuolo. Ramsar indica perciò la necessità di definire confini e fasce di tutela capaci di mantenere le funzioni idrologiche dei siti.

Corridoi biologici delle grotte e biodiversità sotterranea

La seconda parte della proposta riguarda le grotte come “corridoi biologici ponte”. L’espressione descrive il ruolo di connessione tra superficie e sottosuolo. Una cavità non è un ambiente isolato. Gli apporti d’acqua, materia organica, aria e organismi la collegano a un sistema più ampio.

Le grotte ospitano comunità altamente specializzate. Vi si trovano specie cavernicole e, in alcune situazioni, organismi endemici adattati a condizioni di buio, umidità e disponibilità alimentare limitata. Le cavità possono inoltre offrire rifugio, siti di riproduzione o di sosta a specie che utilizzano anche gli ambienti esterni, compresi vari chirotteri.

La connettività richiamata nel documento non va intesa come un corridoio lineare valido in ogni circostanza. È una proposta di pianificazione. Significa considerare insieme la grotta, le aree di ricarica, le sorgenti, la copertura vegetale, gli habitat esterni e le rotte utilizzate dalla fauna. Significa anche includere microbiota e invertebrati meno visibili nei programmi di inventario e monitoraggio.

Le linee Ramsar per la selezione e la gestione dei siti chiedono di prendere in esame le componenti biologiche, fisiche e chimiche dell’ecosistema. Riconoscono inoltre che anche siti piccoli, o gruppi di siti idrologicamente collegati, possono avere valore elevato. Per gli ambienti carsici questo approccio di rete è particolarmente utile.

Tutela del carsismo, Ramsar e obiettivo 30×30

La proposta collega il riconoscimento delle grotte come zone umide sotterranee a più quadri internazionali. Tra questi figurano l’UNESCO, le attività di ricerca e divulgazione della UIS e l’azione della Convenzione di Ramsar. Viene richiamato anche il lavoro di identificazione e documentazione dei geositi svolto dal Servicio Geológico Mexicano.

Il riferimento alla strategia 30×30 richiede una precisazione. Il Target 3 del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal prevede che entro il 2030 sia efficacemente conservato e gestito almeno il 30 per cento delle aree terrestri, delle acque interne, delle aree costiere e marine. Il testo del target non stabilisce una quota autonoma riservata al sottosuolo.

L’estensione del ragionamento alle cavità e ai sistemi carsici rappresenta quindi una lettura proposta dal documento di Saltillo. Essa è coerente con l’idea di conservare aree importanti per la biodiversità, le funzioni ecosistemiche e la connettività. Per tradurla in misure concrete servono inventari, dati idrogeologici, valutazioni della fauna e una governance che includa le comunità locali.

La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo può offrire un contesto utile per questo confronto. La UIS ha invitato associazioni, grotte turistiche, geoparchi, scuole e istituzioni a promuovere iniziative locali. Nel caso della proposta di Ponce, divulgazione e tutela vengono poste sullo stesso piano: far conoscere le cavità significa anche rendere visibili i servizi idrici ed ecologici che svolgono.

Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo: cosa implica la proposta

Definire le grotte come zone umide sotterranee e corridoi biologici non sostituisce gli strumenti di tutela già in vigore. Può però modificare la scala con cui vengono osservate. L’attenzione si sposta dalla cavità considerata come singolo luogo al sistema carsico nel suo complesso.

In termini operativi, l’impostazione suggerisce alcune priorità:

  • realizzare inventari delle cavità, delle acque sotterranee e delle specie associate;
  • individuare le aree di ricarica e le possibili fonti di inquinamento;
  • monitorare portate, qualità delle acque, temperatura, umidità e comunità biologiche;
  • progettare fasce di rispetto e misure di gestione che includano gli habitat esterni connessi;
  • integrare ricerca speleologica, tutela della biodiversità, pianificazione idrica e divulgazione.

Il valore della proposta consiste nel riunire temi spesso trattati separatamente. Carsismo, falde, habitat ipogei e specie di superficie fanno parte di reti interdipendenti. La ricorrenza UNESCO del 13 settembre richiama proprio questo carattere integrato.

Per il Deserto Chihuahuense, dove l’acqua rappresenta una risorsa particolarmente sensibile, la lettura proposta da Ponce assume un rilievo specifico. Per altri contesti carsici, compresi quelli italiani, il punto di partenza resta analogo: conoscere i collegamenti tra superficie e sottosuolo prima di intervenire. La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo porta così al centro della discussione una domanda concreta: quali parti del paesaggio devono essere considerate per proteggere davvero una grotta?

Fonti

Monica Ponce

L'articolo Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo: dal Coahuila la proposta per riconoscere le cavità come zone umide sotterranee proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Perù, una tomba rimasta intatta per 600 anni svela i segreti della civiltà Chimú
    Condividi A Chan Chan scoperta una piattaforma funeraria con i resti di 38 individui e preziosi corredi. Il contesto archeologico quasi indisturbato potrà fornire nuove informazioni sui rituali e sulla società che precedette l’espansione degli Inca Una piattaforma funeraria rimasta pressoché intatta per oltre 600 anni è stata scoperta dagli archeologi a Chan Chan, sulla costa settentrionale del Perù, antica capitale del regno Chimú e una delle più importanti città dell’America preispanica.
     

Perù, una tomba rimasta intatta per 600 anni svela i segreti della civiltà Chimú

September 14th 2026 at 06:00

Condividi

A Chan Chan scoperta una piattaforma funeraria con i resti di 38 individui e preziosi corredi. Il contesto archeologico quasi indisturbato potrà fornire nuove informazioni sui rituali e sulla società che precedette l’espansione degli Inca

Una piattaforma funeraria rimasta pressoché intatta per oltre 600 anni è stata scoperta dagli archeologi a Chan Chan, sulla costa settentrionale del Perù, antica capitale del regno Chimú e una delle più importanti città dell’America preispanica.

Il ritrovamento è avvenuto nel complesso fortificato di Utzh An, conosciuto in passato come Palazzo Gran Chimú. All’interno della struttura sono stati individuati i resti di 38 persone, accompagnati da ornamenti, oggetti cerimoniali, armi ed emblemi metallici. Un individuo, rinvenuto nella camera principale insieme a manufatti in conchiglia e metallo, potrebbe essere appartenuto all’élite Chimú.

La piattaforma funeraria scoperta nel complesso archeologico di Chan Chan, in Perù. Foto: Luis Puell / Agencia Andina

Particolarmente interessanti sono le tracce di pigmentazione rossa osservate su alcuni resti e reperti. Potrebbero essere riconducibili al cinabro, minerale composto da solfuro di mercurio utilizzato come pigmento rosso in contesti funerari di alto rango nelle società andine. Saranno tuttavia le analisi di laboratorio a stabilirne con certezza la composizione.

Dal punto di vista scientifico, il valore della scoperta risiede soprattutto nell’eccezionale conservazione del contesto. Molte sepolture dell’élite Chimú conosciute dagli studiosi erano state saccheggiate in passato, separando i reperti dai luoghi e dagli individui ai quali appartenevano. Qui gli archeologi possono invece analizzare ossa, posizione dei corpi, oggetti, pigmenti e struttura funeraria nelle loro associazioni originarie, ricostruendo con maggiore precisione rituali e gerarchie sociali.

Alcuni dei manufatti metallici rinvenuti nel contesto funerario di Chan Chan. Foto: Luis Puell / Agencia Andina

Un individuo presenta inoltre una deposizione insolita: il corpo era completamente disteso, mentre nelle sepolture Chimú sono più comuni posizioni flesse o sedute. Una differenza che apre interrogativi sul suo ruolo e sul significato del rituale funerario.

La civiltà Chimú prosperò sulla costa settentrionale del Perù prima dell’espansione incaica, con Chan Chan come grande centro politico. E il sito potrebbe conservare ancora moltissime sorprese: secondo il responsabile degli scavi Jorge Meneses, non più del 7% dell’intera area di Chan Chan è stato finora scavato.

Alcuni dei manufatti metallici rinvenuti nel contesto funerario di Chan Chan. Foto: Luis Puell / Agencia Andina

Fonti e approfondimenti

ANSA – Scoperta eccezionale in Perù, trovata una tomba pre-incaica di oltre 600 anni
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/09/10/scoperta-eccezionale-in-peru-trovata-una-tomba-pre-incaica-di-oltre-600_7df618f0-6cc4-454f-8bd2-66cc4735696d.html

El País – An intact tomb preserved for 600 years opens a window onto the world of the Chimú elite in Peru
https://english.elpais.com/culture/2026-09-10/an-intact-tomb-preserved-for-600-years-opens-a-window-onto-the-world-of-the-chimu-elite-in-peru.html

El Peruano – Hallazgo inédito en Chan Chan: descubren plataforma funeraria con 38 individuos de alto estatus
https://elperuano.pe/noticia/304310-hallazgo-inedito-en-chan-chan-descubren-plataforma-funeraria-con-38-individuos-de-alto-estatus

EFE – approfondimento sulla scoperta archeologica di Chan Chan
https://efe.com/cultura/2026-09-09/chan-chan-peru-chimu/

Chi erano i Chimú

La civiltà Chimú si sviluppò lungo la costa settentrionale dell’attuale Perù tra circa il IX e il XV secolo, prima della conquista da parte degli Inca. Il suo centro politico era Chan Chan, nei pressi dell’odierna Trujillo, una vastissima città costruita prevalentemente in terra cruda e oggi riconosciuta come Patrimonio Mondiale UNESCO. I Chimú crearono un potente regno costiero, basato su un’agricoltura sostenuta da sofisticati sistemi di irrigazione, e raggiunsero livelli notevoli nella lavorazione dei metalli, nei tessuti e nell’artigianato. Intorno al 1470 il regno di Chimor venne incorporato nell’Impero Inca, pochi decenni prima dell’arrivo degli Spagnoli.

Fotografie: Luis Puell – Agencia Andina©Editora Perú – – https://andina.pe/agencia/galeria-extraordinario-hallazgo-chan-chan-descubren-plataforma-funeraria-restos-38-individuos-alto-estatus-30392.aspx

L'articolo Perù, una tomba rimasta intatta per 600 anni svela i segreti della civiltà Chimú proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Arte rupestre post-paleolitica: nuove ricerche e metodi digitali
    Condividi Il volume nato dall’incontro di Camaiore riunisce dati da molte regioni italiane, casi di studio in cavità e all’aperto, tecniche di documentazione 3D, analisi diagnostiche e applicazioni dell’intelligenza artificiale. L’arte rupestre post-paleolitica italiana torna al centro di una pubblicazione che raccoglie ricerche territoriali e riflessioni metodologiche. Il volume, curato da Anna Maria Tosatti, Francesco Marco Paolo Carrera, Renata Grifoni Cremonesi e Dario Sigari, deriva dal
     

Arte rupestre post-paleolitica: nuove ricerche e metodi digitali

September 14th 2026 at 05:00

Condividi

Il volume nato dall’incontro di Camaiore riunisce dati da molte regioni italiane, casi di studio in cavità e all’aperto, tecniche di documentazione 3D, analisi diagnostiche e applicazioni dell’intelligenza artificiale.

L’arte rupestre post-paleolitica italiana torna al centro di una pubblicazione che raccoglie ricerche territoriali e riflessioni metodologiche. Il volume, curato da Anna Maria Tosatti, Francesco Marco Paolo Carrera, Renata Grifoni Cremonesi e Dario Sigari, deriva dal XII Incontro Annuale di Preistoria e Protostoria. L’appuntamento si svolse il 19 e 20 maggio 2023 al Museo Civico Archeologico di Camaiore, in provincia di Lucca.

Gli Atti sono pubblicati nel 2026 nella collana Access Archaeology di Archaeopress. Il libro propone un quadro articolato di incisioni, pitture e altre manifestazioni grafiche realizzate dalla preistoria recente alle fasi storiche. L’attenzione riguarda anche le condizioni materiali dei supporti rocciosi, la tutela e le difficoltà di interpretazione.

Arte rupestre post-paleolitica tra territori e contesti

L’espressione arte rupestre post-paleolitica comprende testimonianze molto diverse per cronologia, tecnica e significato. Nel volume sono esaminati siti dell’area apuana e versiliese, del Trentino, della Calabria, della Sicilia, dell’Abruzzo, del Gargano, delle Marche e della Valcamonica. Lo sguardo si estende anche alla Sardegna e a contesti fuori dall’Italia, come la Grotta dei Nuotatori nel Gilf Kebir egiziano.

La ricognizione geografica non è soltanto un catalogo di località. I contributi mettono in relazione segni, rocce, percorsi, visibilità e paesaggi. Alcune evidenze sono collocate in aree aperte e in punti di transito. Altre sono associate a ripari e cavità con caratteristiche topografiche specifiche. Per chi studia gli ambienti sotterranei, questo aspetto è rilevante: la posizione di una parete dipinta o incisa può concorrere a definire la funzione del luogo e le modalità di frequentazione.

Gli autori invitano a non ricondurre automaticamente ogni segno al solo ambito rituale. Le ipotesi considerate includono l’organizzazione territoriale, il pastoralismo, l’orientamento, la memoria di eventi e pratiche connesse alla vita delle comunità. Le attribuzioni restano complesse, soprattutto quando mancano dati stratigrafici o cronologie dirette.

Rilievo 3D e analisi per l’arte rupestre post-paleolitica

Una parte consistente degli Atti è dedicata agli strumenti di documentazione. Fotografia controllata, modelli tridimensionali e procedure digitali permettono di registrare superfici difficili da leggere a occhio nudo. La documentazione 3D è affrontata come metodo operativo, con attenzione agli usi possibili e ai limiti dei diversi procedimenti.

Le tecnologie non sostituiscono l’osservazione sul campo. Possono però rendere confrontabili rilievi eseguiti in tempi diversi e favorire una lettura più precisa delle sovrapposizioni. Questo è utile nei siti esposti agli agenti atmosferici, ma anche in ripari e cavità, dove luce, umidità, concrezioni e geometria delle pareti condizionano la registrazione dei segni.

Il volume presenta inoltre indagini chimico-fisiche, analisi petrologiche e proposte per distinguere lineazioni naturali da tracce di origine antropica. La distinzione è essenziale. Una frattura, una vena minerale o un’alterazione della roccia possono infatti assumere aspetti simili a un’incisione. Per l’arte rupestre post-paleolitica, la verifica della natura del segno deve quindi integrare rilievo, geologia e confronto con il contesto archeologico.

Intelligenza artificiale e documentazione delle superfici

Tra i contributi compare DigiRock, progetto dedicato al riconoscimento, alla digitalizzazione e all’analisi dell’arte di Grotta Poesia attraverso l’intelligenza artificiale. Il caso mostra una direzione di ricerca in crescita: sistemi capaci di assistere il ricercatore nella selezione delle immagini, nel riconoscimento delle tracce e nell’organizzazione di grandi quantità di dati.

L’uso di questi strumenti richiede banche dati affidabili, protocolli trasparenti e controlli specialistici. Un algoritmo può sostenere l’analisi preliminare, non attribuire da solo cronologia o significato a una figura. La qualità delle fotografie, l’illuminazione, le deformazioni della superficie e i criteri con cui vengono classificati i segni incidono sui risultati.

Nel caso di superfici rupestri fragili, una procedura digitale ben documentata può anche ridurre interventi diretti e consentire verifiche successive. Il dato conservato deve restare leggibile e riutilizzabile. Questa esigenza accomuna archeologi, geologi, restauratori e studiosi delle cavità.

Tutela, monitoraggio e prospettive di ricerca

Gli Atti richiamano la necessità di documentare rapidamente le nuove segnalazioni e di monitorare i siti già conosciuti. L’arte rupestre post-paleolitica è esposta a erosione, crescita biologica, alterazioni della roccia e, in alcuni casi, pressioni dovute alla frequentazione. La conoscenza sistematica costituisce quindi una base per definire priorità di tutela.

Il quadro emerso a Camaiore conferma il valore di un’impostazione interdisciplinare. Le scoperte sul territorio acquistano significato quando sono accompagnate da rilievi ripetibili, analisi dei materiali e studio del paesaggio. Anche le cavità e i ripari richiedono questa integrazione, perché il supporto roccioso e la morfologia del luogo sono parte della testimonianza.

La pubblicazione prosegue una serie di incontri dedicati all’arte rupestre in Italia e mette a disposizione materiali utili per ricerche future. Il confronto tra casi regionali, tecniche di acquisizione e proposte interpretative offre una base di lavoro per aggiornare carte archeologiche, programmi di monitoraggio e pratiche di divulgazione rivolte al pubblico.

Fonti

L'articolo Arte rupestre post-paleolitica: nuove ricerche e metodi digitali proviene da Scintilena.

  • ✇Malužinská jaskyňa a Speleo-autokemp on Facebook
  • Malužinská jaskyňa | Úžasný podzemný klenot
    Speleocamping: dva najvýznamnejšie jaskyniarske kempingy, ktoré pod týmto názvom vo svete fungujú: 1. Speleo Camp Laze (Slovinsko)Tento kemp je svetovo najznámejším centrom tohto druhu. Nachádza sa v dedinke Laze pri meste Logatec v Slovinsku, priamo v srdci klasického krasu (Classic Karst), kde je hustota jaskýň na kilometer štvorcový jedna z najvyšších na svete. Hlavné zameranie: Caving (jaskyniarstvo), prieskum krasových javov, vertikálnych priepastí a obrovských podzemných siení. Menej ako
     

Malužinská jaskyňa | Úžasný podzemný klenot

Speleocamping: dva najvýznamnejšie jaskyniarske kempingy, ktoré pod týmto názvom vo svete fungujú:
1. Speleo Camp Laze (Slovinsko)Tento kemp je svetovo najznámejším centrom tohto druhu. Nachádza sa v dedinke Laze pri meste Logatec v Slovinsku, priamo v srdci klasického krasu (Classic Karst), kde je hustota jaskýň na kilometer štvorcový jedna z najvyšších na svete. Hlavné zameranie: Caving (jaskyniarstvo), prieskum krasových javov, vertikálnych priepastí a obrovských podzemných siení. Menej ako 1 km od kempu začínajú značené jaskyniarske trasy rôznej náročnosti (od 2 do 4 hodín). V blízkosti je aj jaskyňa Planinska jama, jedna z najdlhších vodných jaskýň v Slovinsku. Možnosti ubytovania: Klasické miesta pre stany, ubytovňa pre skupiny (bunkhouse), rodinné apartmány a glampingová dedinka „Speleo Village“ so zateplenými drevenými chatkami.
2. Speleocamping Malužiná (Slovensko) Ak hľadáte speleokemp v našich končinách, nájdete ho v malej obci Malužiná v Nízkych Tatrách (na ceste smerom na horský priechod Čertovica). Ide o skvelý východiskový bod pre nadšencov podzemia a horskej turistiky. Hlavné zameranie: sprístupnená Malužinská jaskyňa a baňa Zubaustollen, expozícia o jaskyniarstve, baníctve, Modrej jaskyne v okolí. Spája zážitok z jaskyniarskeho prostredia Nízkych Tatier s oddychom v lone prírody. Možnosti ubytovania: Kempovanie vo vlastných stanoch, autokemp, chatky, či izba nad bufetom. Informácie o ubytovaní a prostredí si môžete pozrieť www.maluzinskajaskyna.sk, na regionálnom portáli Visit Liptov alebo priamo cez rezervačný systém Booking.com.


Nachádza sa nad obcou Malužiná, na ľavej strane Bocianskej doliny, na severnej strane Nízkych Tatier. Je vytvorená v dolomitoch.

(Feed generated with FetchRSS)
  • ✇Scintilena
  • Speleologia subacquea e soccorso: esercitazione SSF al Peyraou de Chadouillet
    Condividi In Ardèche due scenari operativi simultanei hanno riunito 25 tecnici, tra cui 16 speleosub, per testare ricerca, assistenza alla vittima, comunicazioni ed evacuazione in ambiente sifonato. Esercitazione SSF in Ardèche I plongeurs dello Spéléo Secours Français si sono riuniti nel fine settimana in Ardèche per un’esercitazione di soccorso in grotta condotta all’event de Peyraou de Chadouillet, nel territorio di Saint-André-de-Cruzières. L’attività ha assunto la forma di un barnum,
     

Speleologia subacquea e soccorso: esercitazione SSF al Peyraou de Chadouillet

September 13th 2026 at 14:00

Condividi

In Ardèche due scenari operativi simultanei hanno riunito 25 tecnici, tra cui 16 speleosub, per testare ricerca, assistenza alla vittima, comunicazioni ed evacuazione in ambiente sifonato.

Esercitazione SSF in Ardèche

I plongeurs dello Spéléo Secours Français si sono riuniti nel fine settimana in Ardèche per un’esercitazione di soccorso in grotta condotta all’event de Peyraou de Chadouillet, nel territorio di Saint-André-de-Cruzières. L’attività ha assunto la forma di un barnum, termine impiegato in Francia per indicare una simulazione complessa e organizzata come un intervento reale.

La giornata ha messo in campo 25 persone, delle quali 16 sommozzatori speleologi. Sono stati predisposti due scenari paralleli. La scelta di lavorare su più fronti ha permesso di verificare sia le procedure subacquee sia la capacità di assistenza e coordinamento lungo la parte asciutta e post-sifone della cavità.

Il Peyraou de Chadouillet non è una sede casuale. La cavità di Saint-André-de-Cruzières è nota nella storia della speleologia subacquea francese per le esplorazioni dei suoi rami allagati. Le pubblicazioni della Fédération Française de Spéléologie ricordano ricerche, lavori di attrezzamento e rilievo del sifone Nord, oltre a esplorazioni proseguite negli anni in condotti dalla morfologia complessa.

Soccorso in sifone: il primo scenario

Nel sifone aval, cioè nel ramo a valle, la simulazione prevedeva la ricerca di un subacqueo disperso nella zona dei 40 metri di profondità. Il ritrovamento della vittima, nello scenario, avveniva senza vita.

A quel punto le squadre hanno affrontato una sequenza che richiede metodo e divisione dei ruoli. Un primo gruppo è stato incaricato di documentare la situazione con immagini destinate agli accertamenti. Un secondo gruppo ha curato l’evacuazione della salma e dell’attrezzatura.

La speleologia subacquea opera in ambienti nei quali il collegamento con l’esterno può essere interrotto da lunghi tratti sommersi. La profondità, la distanza, la visibilità ridotta, le strettoie, la temperatura dell’acqua e la decompressione condizionano ogni manovra. Nel soccorso, questi fattori si aggiungono alla necessità di trasportare persone, materiali e informazioni lungo percorsi che non consentono improvvisazione.

Le indicazioni federali francesi per il soccorso in immersione speleologica richiamano proprio gli elementi essenziali da comunicare in caso di emergenza: cavità e comune, profilo della plongée, durata, profondità, distanza, autonomia, condizioni di visibilità e temperatura. Una profondità superiore a 40 metri è segnalata tra le condizioni particolari che incidono sulla valutazione dell’intervento.

Assistenza vittima oltre il terzo sifone

Il secondo scenario si è svolto nella branche amont, il ramo a monte. Un subacqueo non era rientrato per un problema all’attrezzatura. La squadra lo ha localizzato oltre il terzo sifone, dove attendeva i soccorsi.

È entrata quindi in azione l’équipe di assistenza alla vittima. Il compito non era limitato al recupero. I tecnici hanno simulato il riscaldamento della persona, la reidratazione, l’alimentazione e il sostegno psicologico. In un ambiente ipogeo, freddo e isolato, la stabilizzazione delle condizioni della vittima può essere decisiva prima che inizi il trasferimento.

In parallelo, una squadra trasmissioni ha predisposto i collegamenti fra la vittima e il posto di comando. Le comunicazioni sono un nodo operativo nei soccorsi sotterranei. Consentono di aggiornare la direzione dell’intervento sullo stato sanitario, sui tempi di avanzamento e sulle richieste di materiali, evitando che le informazioni dipendano soltanto da staffette umane.

La documentazione medica e operativa dello Spéléo Secours Français indica che, dopo il contatto con la vittima, occorre verificarne rapidamente coscienza, respirazione e circolazione. Prevede inoltre una presenza continuativa di soccorritori fino all’evacuazione. Riscaldamento, idratazione e alimentazione, quando possibili, rientrano nelle prime misure di assistenza.

Coordinamento tra tecnici e territorio

L’esercitazione ha coinvolto anche il coordinamento tra i Conseillers Techniques Départementaux del SSF dell’Ardèche, i tecnici referenti per la speleologia subacquea e i consiglieri tecnici nazionali. Questo passaggio è centrale: un soccorso in cavità allagata richiede competenze subacquee specialistiche, ma anche una catena di comando capace di dialogare con logistica, assistenza sanitaria, comunicazioni e istituzioni locali.

Il SSF nazionale ha ringraziato il SSF 07 per l’organizzazione e l’accoglienza, il Comune di Saint-André-de-Cruzières e il signor Rivière. La collaborazione con il territorio è parte della preparazione operativa. Accessi, spazi per il comando, gestione dei mezzi e conoscenza dell’area possono incidere in modo diretto sull’efficacia di un intervento.

Per le emergenze in ambiente sotterraneo, la Fédération Française de Spéléologie indica il numero verde nazionale 0800 121 123. Le procedure ricordano anche l’importanza di fornire dati precisi sulla cavità e sulle condizioni dell’incidente.

Speleologia subacquea e conoscenza del sottosuolo

La speleologia subacquea non riguarda soltanto il soccorso. È uno strumento di esplorazione e conoscenza del mondo sotterraneo. I sifoni sono spesso le soglie che separano i rami conosciuti di una grotta da prosecuzioni non ancora raggiunte. Superarli, con tecniche adeguate e in condizioni controllate, può consentire di collegare reti carsiche, individuare nuovi condotti e comprendere la circolazione delle acque.

Il contributo della speleologia subacquea è rilevante anche per l’idrogeologia. Rilievi, osservazioni morfologiche, misure di profondità e distanza, campionamenti e documentazione fotografica aiutano a ricostruire la struttura degli acquiferi carsici. Queste informazioni sono utili per studiare sorgenti, falde, vulnerabilità delle acque e dinamiche di piena.

Ogni esplorazione richiede prudenza. La speleologia subacquea unisce procedure di immersione, orientamento su filo guida, gestione del gas, controllo della decompressione e capacità di muoversi in grotta. Gli stessi saperi sono essenziali quando una squadra deve raggiungere una persona ferma oltre uno o più sifoni.

L’esercitazione dell’Ardèche mostra questo legame concreto. Addestrare squadre di speleologia subacquea significa prepararsi alla risposta alle emergenze e, nello stesso tempo, mantenere e sviluppare le competenze necessarie per esplorare, rilevare e proteggere gli ambienti carsici sommersi.

Fonti

Speleosub Francia

L'articolo Speleologia subacquea e soccorso: esercitazione SSF al Peyraou de Chadouillet proviene da Scintilena.

Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo: Bellamar, Cuba, e una collaborazione speleologica che guarda alla tutela

September 13th 2026 at 13:00

Condividi

Foto di copertina di Antonio Danieli

Il 13 settembre segna la prima Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo. Dalle cavità di Matanzas, il caso di Bellamar richiama il valore della ricerca condivisa, della documentazione e della protezione delle acque sotterranee.

La Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo

Il 13 settembre 2026 si celebra per la prima volta la Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo. La ricorrenza è stata proclamata dalla Conferenza generale dell’UNESCO nel novembre 2025. La proposta era stata avanzata dalla Slovenia su iniziativa dell’Unione Internazionale di Speleologia, che ha sede a Postojna.

La scelta della data porta per la prima volta il tema delle cavità naturali e dei paesaggi carsici nel calendario delle giornate internazionali UNESCO. Il messaggio non riguarda solo l’esplorazione. Riguarda soprattutto la conoscenza degli acquiferi, della biodiversità sotterranea, degli archivi geologici e delle tracce culturali conservate nel sottosuolo.

Secondo UNESCO, i paesaggi carsici e le grotte interessano quasi un quarto delle terre emerse e forniscono acqua potabile a oltre un miliardo di persone. Sono ambienti fragili. Possono subire gli effetti dell’inquinamento, delle trasformazioni del suolo, delle estrazioni e di una fruizione non regolata.

La prima celebrazione internazionale è in programma a Postojna, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre. Il calendario comprende una conferenza scientifica e una cerimonia ufficiale. La Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo diventa quindi anche un momento utile per collegare ricerca, educazione, gestione del territorio e tutela.

Grotte di Bellamar e carsismo di Matanzas

Nel quadro della Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo, le Cuevas de Bellamar, presso Matanzas, a Cuba, offrono un esempio concreto del rapporto tra grotte, patrimonio e comunità locali. Il complesso si trova nell’area carsica dell’altopiano di Bellamar, non lontano dalla baia di Matanzas.

La cavità turistica di Bellamar ha una lunga storia. Un resoconto speleologico internazionale ricorda che la prosecuzione della grotta fu individuata nel 1861 durante attività minerarie e che l’apertura al pubblico risale al 1862. Gli interventi di visita hanno lasciato segni materiali: scale, barriere, impianti e modifiche delle superfici mostrano quanto sia delicato conciliare accessibilità e conservazione.

Le Grotte di Bellamar sono note per le concrezioni di calcite e per l’interesse paleontologico, faunistico e archeologico richiamato nella documentazione del progetto. La crescita e la trasformazione delle forme minerali, in ambienti aerei, sommersi o misti, rendono questi spazi un laboratorio per lo studio dei processi carsici. La loro lettura deve comprendere anche la circolazione dell’acqua e gli scambi fra superficie e sottosuolo.

Antonio Núñez Jiménez e la speleologia cubana

Il percorso storico di Bellamar è legato ad Antonio Núñez Jiménez, figura centrale della speleologia cubana. La documentazione di spedizione lo indica come fondatore nel 1940 della Sociedad Espeleológica de Cuba. Le sue pubblicazioni contribuirono a far conoscere la varietà dei karst tropicali dell’isola e a consolidare l’attività speleologica nel Paese.

Il testo di riferimento segnala l’arrivo di Núñez Jiménez a Bellamar nel 1947 per ricerche universitarie. Ricorda inoltre il contributo di speleologi di Matanzas e l’attività del Grupo Espeleológico Félix Rodríguez de la Fuente, attivo dalla fine degli anni Ottanta in nuove esplorazioni. Questi elementi delineano una storia costruita da più generazioni, tra ricerca scientifica, esplorazione, rilievo e divulgazione.

La Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo richiama proprio questa continuità. Una grotta non è un insieme di sale isolate. È parte di un sistema fisico e biologico. Ogni dato raccolto, dal rilievo topografico al monitoraggio delle acque, può contribuire alla sua gestione.

Proyecto Bellamar, Italia e Cuba

Dal 2003 il Proyecto Bellamar ha riunito il Gruppo Speleologico San Marco di Venezia, il Comité Espeleológico de Matanzas e altre realtà cubane, italiane e francesi. Il progetto ha avuto il patrocinio, tra gli altri, della Società Speleologica Italiana e della Sociedad Espeleológica de Cuba. Le attività hanno incluso esplorazioni, documentazione fotografica e audiovisiva 3D, comunicazione pubblica e azioni educative.

Il Gruppo Speleologico San Marco descrive un lavoro rivolto anche alla vulnerabilità delle risorse idriche sotterranee. Nel 2014 è stato realizzato presso Bellamar un Centro polifunzionale di educazione ambientale dedicato a carsismo e permacultura. Inizi? quindi una collaborazione didattica tra l’IIS Levi Ponti di Mirano e l’Istituto Politécnico Ernest Telman di Matanzas. Nell’ambito del percorso fu predisposto un laboratorio per analisi chimico-fisiche delle acque carsiche.

Il progetto rappresenta un caso utile per la Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo. La tutela non si limita alla cavità visitabile. Richiede di osservare l’altopiano, le sorgenti, le falde, le pratiche agricole e gli insediamenti che insistono sul bacino di alimentazione.

Le immagini citate nel testo di partenza sono attribuite al Proyecto Bellamar e ad Antonio Danieli, Michel Renda ed Esteban Grau. Il loro uso documentario restituisce un aspetto spesso decisivo nella tutela: rendere visibili ambienti sotterranei che, per loro natura, restano nascosti alla maggior parte delle persone.

Ricerca, tutela e responsabilità

La Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo invita a considerare il carsismo come un patrimonio naturale con ricadute dirette sulla vita delle comunità. La speleologia può offrire rilievi, osservazioni idrologiche, dati biologici e strumenti di comunicazione. Le istituzioni e i gestori del territorio possono trasformare queste conoscenze in misure di protezione.

Bellamar mostra anche l’importanza della cooperazione internazionale. La presenza di speleologi cubani, italiani, francesi e di altre provenienze ha prodotto documentazione e attività formative. Perché questo patrimonio resti leggibile nel tempo, ogni intervento dovrebbe basarsi su dati verificabili, monitoraggi ripetuti e valutazioni attente degli impatti.

In questa prospettiva, il 13 settembre non è soltanto una ricorrenza. È un richiamo alla responsabilità verso le cavità, le acque sotterranee e i paesaggi carsici da cui dipendono ecosistemi e persone.

Fonti

Cuba

L'articolo Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo: Bellamar, Cuba, e una collaborazione speleologica che guarda alla tutela proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Grotta Spaccata di Torre Paola, immagini e ricerca al Circeo dopo l’incontro di San Felice
    Condividi La Grotta Spaccata di Torre Paola è stata al centro dell’appuntamento del 12 settembre a San Felice Circeo. Il racconto di Lorenzo Grassi ha ripercorso il rilievo del 2019 di Sotterranei di Roma, tra carsismo, archeologia, tutela dei pipistrelli e il confronto prudente con l’Odissea. Grotta Spaccata di Torre Paola, il racconto svolto a San Felice Circeo Si è svolto sabato 12 settembre, in Piazza Lanzuisi a San Felice Circeo, l’incontro dedicato alla Grotta Spaccata di Torre Paola
     

Grotta Spaccata di Torre Paola, immagini e ricerca al Circeo dopo l’incontro di San Felice

September 13th 2026 at 12:00

Condividi

La Grotta Spaccata di Torre Paola è stata al centro dell’appuntamento del 12 settembre a San Felice Circeo. Il racconto di Lorenzo Grassi ha ripercorso il rilievo del 2019 di Sotterranei di Roma, tra carsismo, archeologia, tutela dei pipistrelli e il confronto prudente con l’Odissea.

Grotta Spaccata di Torre Paola, il racconto svolto a San Felice Circeo

Si è svolto sabato 12 settembre, in Piazza Lanzuisi a San Felice Circeo, l’incontro dedicato alla Grotta Spaccata di Torre Paola. L’appuntamento ha proposto un racconto per immagini della grande cavità naturale ai piedi del promontorio. Il giornalista e speleologo Lorenzo Grassi ha ricostruito le fasi della ricerca condotta nel 2019 con i ricercatori dell’Associazione Sotterranei di Roma.

L’iniziativa è stata promossa dalla Fondazione Marcello Zei. Ha preceduto la prima Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, celebrata il 13 settembre 2026 dopo la proclamazione UNESCO del novembre 2025. La ricorrenza pone l’attenzione sul valore ambientale delle cavità, sulle risorse idriche carsiche e sulla necessità di una gestione informata del sottosuolo.

L’evento ha affiancato alla divulgazione speleologica l’apertura della mostra permanente Homo sapiens e habitat. È stata inoltre presentata la rassegna Odissea contemporanea 2026, curata da Mad Museo d’Arte Diffusa Fabio D’Achille, con le opere “Ruminazione mentale” di Elliott Grieshofer e “Sea Frequencies” di Donatella Pinocci. Il dialogo tra ricerca, arte e memoria del paesaggio ha fornito una chiave di lettura del rapporto fra il promontorio, il mare e le cavità.

Esplorazione della Grotta Spaccata di Torre Paola nel 2019

La Grotta Spaccata di Torre Paola è raggiungibile attraverso una fenditura carsica sul versante costiero. Nel 2019 l’équipe ha svolto l’esplorazione e il rilievo tridimensionale con laser scanner. L’indagine è stata condotta dopo autorizzazioni e confronti con gli enti competenti, dato il contesto esposto a pericoli di frana e le difficoltà di accesso dal mare.

Le dimensioni comunicate nel corso della ricerca descrivono una cavità lunga oltre 100 metri, larga circa 30 e alta fino a 25 metri. Il volume stimato è nell’ordine di 30.000 metri cubi. Il gruppo è entrato dalla costa con una canoa e ha utilizzato tecniche su corda per superare la parete e documentare gli ambienti.

Il rilievo della Grotta Spaccata di Torre Paola ha avuto un interesse geologico e archeologico, ma anche faunistico. All’interno era stata osservata una grande colonia di pipistrelli non precedentemente censita. Questo dato richiede attenzione: nelle grotte, la documentazione scientifica e ogni eventuale attività devono ridurre il disturbo alle specie presenti, soprattutto durante le fasi sensibili del loro ciclo annuale.

La cavità non è un luogo per accessi autonomi. Le condizioni geomorfologiche, l’esposizione al mare e i vincoli di tutela rendono necessarie competenze specifiche, autorizzazioni e una valutazione preventiva del rischio.

Odissea e Grotta Spaccata di Torre Paola, un’ipotesi da verificare

Una parte del racconto ha riguardato il possibile legame tra la Grotta Spaccata di Torre Paola e le “cave grotte” ricordate nell’Odissea. Alcuni elementi hanno alimentato l’ipotesi: la posizione costiera, la morfologia dell’antro e una carta del Monte Circeo realizzata da Giovanni Battista Cipriani nel 1830, nella quale la fenditura è indicata come “due grotte una sopra dell’altra”.

Il tema va letto con metodo. Lorenzo Grassi aveva già chiarito nel 2019 che non esiste una dimostrazione definitiva dell’identificazione con il luogo omerico. Si tratta di una corrispondenza possibile e suggestiva, non di un dato archeologico acquisito. Proprio questa distinzione rende utile il lavoro speleo-archeologico: rilievi, fonti storiche, geologia e archeologia permettono di separare le evidenze dalle interpretazioni.

La Grotta Spaccata di Torre Paola si inserisce così nel più ampio sistema di cavità del Circeo. Il promontorio conserva una stratificazione di testimonianze naturali e umane che comprende anche siti di riferimento per la preistoria, come Grotta Guattari. La conoscenza di ciascun ambiente contribuisce alla ricostruzione del paesaggio costiero antico.

Sotterranei di Roma, attività tra ricerca e divulgazione

L’Associazione Sotterranei di Roma opera nello studio, nella documentazione e nella valorizzazione del patrimonio ipogeo di interesse archeologico. La sua attività comprende ricognizioni, rilievi, formazione speleo-archeologica, raccolta di dati e iniziative divulgative. Il rilievo della Grotta Spaccata di Torre Paola è un esempio di questo metodo: la scoperta non si esaurisce nell’accesso alla cavità, ma prosegue con la restituzione topografica, la lettura del contesto e la comunicazione dei risultati.

Nel 2026 l’associazione ha anche programmato il ciclo Lazio Sotterraneo, con visite e percorsi dedicati a cavità naturali, opere idrauliche e siti archeologici del Lazio. Il calendario ha incluso il Labirinto di Roma e i sotterranei di San Giovanni, la Grotta dell’Arco di Bellegra, un trekking degli acquedotti, le torri e le cave romane della Valle Tiberina e l’emissario del lago di Nemi.

Tra le più recenti scoperte rese pubbliche dall’associazione figura il rifugio antiaereo individuato nel 2025 sotto i giardini di viale Carlo Felice, nell’area di San Giovanni a Roma. La galleria, semi-allagata e posta a circa 15 metri di profondità, era stata utilizzata durante la Seconda guerra mondiale dai lavoratori dell’ex deposito ATAG. Nell’ambiente, lungo circa 70 metri, sono stati segnalati componenti originali di autobus e tram degli anni Trenta, inclusi sedili, telai e un cruscotto Fiat. Il caso mostra come la ricerca nel sottosuolo romano possa collegare archeologia industriale, memoria urbana e analisi delle infrastrutture del Novecento.

Nuova carta delle cavità sotterranee di Roma

L’attività di Sotterranei di Roma si colloca in una rete più ampia di conoscenze sul sottosuolo urbano. L’aggiornamento 2026 della Carta delle cavità sotterranee di Roma, curato da ISPRA con CNR-IGAG e Università della Tuscia, ha integrato fonti bibliografiche, archivi cartografici, cartografie archeologiche e indagini dirette. Alla precedente edizione avevano collaborato anche le associazioni Roma Sotterranea e Sotterranei di Roma.

La Carta ha censito circa 5.600 dati puntuali e 1.600 elementi lineari o poligonali in un’area di circa 350 chilometri quadrati. Sono rappresentate cave, catacombe, ipogei, cunicoli idraulici e altre infrastrutture. Il quadro non equivale a un elenco concluso di cavità: è uno strumento dinamico, aggiornabile con nuovi rilievi e con dati georeferenziati più accurati.

Per Roma la cartografia è utile alla ricerca e alla tutela del patrimonio. È rilevante anche per prevenire criticità legate agli sprofondamenti in un territorio segnato da secoli di estrazione di pozzolana e tufo. Per il Circeo, il caso della Grotta Spaccata di Torre Paola ricorda un principio analogo: conoscere le cavità significa documentare luoghi fragili prima di proporne qualsiasi valorizzazione.

Fonti

Grotta di Torre Paola Circeo

L'articolo Grotta Spaccata di Torre Paola, immagini e ricerca al Circeo dopo l’incontro di San Felice proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Mostra Egidio Feruglio a Feletto Umberto: il legame tra speleologia friulana e Patagonia
    Condividi La mostra Egidio Feruglio, promossa dal Circolo Speleologico Idrologico Friulano, apre il 18 settembre 2026 nella Biblioteca Comunale di Feletto Umberto e ripercorre l’attività dello scienziato nato in paese, tra ricerca sotterranea, geologia e studi patagonici. Mostra Egidio Feruglio: inaugurazione e visite a Feletto Umberto Feletto Umberto ospiterà dal 18 settembre all’11 ottobre 2026 la mostra “Egidio Feruglio – Uno scienziato tra il Friuli Venezia Giulia e la Patagonia”. L’in
     

Mostra Egidio Feruglio a Feletto Umberto: il legame tra speleologia friulana e Patagonia

September 13th 2026 at 11:00

Condividi

La mostra Egidio Feruglio, promossa dal Circolo Speleologico Idrologico Friulano, apre il 18 settembre 2026 nella Biblioteca Comunale di Feletto Umberto e ripercorre l’attività dello scienziato nato in paese, tra ricerca sotterranea, geologia e studi patagonici.

Mostra Egidio Feruglio: inaugurazione e visite a Feletto Umberto

Feletto Umberto ospiterà dal 18 settembre all’11 ottobre 2026 la mostra “Egidio Feruglio – Uno scienziato tra il Friuli Venezia Giulia e la Patagonia”. L’inaugurazione è in programma venerdì 18 settembre, alle ore 18, nella Biblioteca Comunale di via Mazzini 9.

L’iniziativa è proposta dal Circolo Speleologico Idrologico Friulano di Udine. La realizzazione della mostra Egidio Feruglio è sostenuta dalla Regione autonoma Friuli Venezia Giulia. Il progetto riporta l’attenzione sul percorso di uno studioso nato a Feletto Umberto il 1° settembre 1897 e morto a Udine il 4 luglio 1954.

L’esposizione sarà aperta lunedì e martedì dalle 15 alle 19. Il mercoledì, il giovedì e il venerdì l’orario sarà dalle 9 alle 12.30 e dalle 15 alle 19. Sabato e domenica la Biblioteca resterà chiusa.

La collocazione a Feletto Umberto ha un valore storico preciso. Qui nacque Feruglio e qui prese forma una parte essenziale della sua vocazione scientifica, prima dei lunghi anni di lavoro e di insegnamento in Argentina.

Egidio Feruglio e la speleologia friulana

Per la speleologia, Egidio Feruglio rappresenta una figura formatasi dentro la stagione pionieristica delle ricerche friulane. Da giovane frequentò la Società alpina friulana e il Circolo speleologico e idrografico friulano di Udine. In questo ambiente incontrò studiosi e maestri come Giovanni e Olinto Marinelli, Arrigo Lorenzi, Francesco Musoni e Michele Gortani.

Il Circolo promuoveva allora un’esplorazione sistematica delle cavità del Friuli. Feruglio svolgeva osservazioni sul terreno e annotava con cura ciò che vedeva. Appunti, schizzi e sezioni costituivano strumenti di lavoro, non semplici memorie di visita. Questo metodo, fondato su osservazione diretta e descrizione puntuale, rimase riconoscibile anche nella sua successiva attività geologica.

Tra il 1913 e il 1919 pubblicò otto brevi articoli su Mondo Sotterraneo e un contributo su In Alto. La sua produzione giovanile mostra il rapporto stretto tra speleologia, geografia fisica e geologia che caratterizzava la ricerca del tempo. Lo studio delle grotte non era separato dalla lettura delle rocce, delle sorgenti, delle forme del paesaggio e della circolazione delle acque.

Il contributo più noto di Egidio Feruglio alla conoscenza carsica regionale è la monografia La regione carsica di Villanova in Friuli, pubblicata nel 1954. L’opera affronta un’area di forte interesse geospeleologico dell’Alta Val Torre. Le cavità di Villanova si sviluppano in banconi calcarei inseriti nel flysch e, in alcuni casi, nello stesso flysch. Il lavoro costituisce ancora un riferimento storico per leggere la specificità geologica e sotterranea della zona.

Una delle Grotte di Villanova porta il suo nome. La dedica lega in modo concreto la memoria dello studioso alla speleologia friulana e a un patrimonio ipogeo che egli contribuì a descrivere con rigore.

Dalle Prealpi friulane alla Patagonia

Dopo la laurea in geologia a Firenze, conseguita nel 1920, Feruglio svolse attività di ricerca e assistenza a Udine e a Cagliari. Nei primi anni Venti pubblicò lavori dedicati alla pianura pedemorenica, alle Prealpi tra Isonzo e Arzino e alla zona delle risorgive del Basso Friuli. Erano studi nei quali si incontravano geologia, morfologia e idrologia.

Nel 1925 si trasferì in Argentina su incarico della Dirección General de Yacimientos Petrolíferos Fiscales, YPF. A Comodoro Rivadavia, nel Chubut, lavorò alla sorveglianza delle perforazioni e alla ricerca di nuove aree di interesse petrolifero. Le campagne lo portarono anche nelle province di Salta e Jujuy, nella regione del Golfo San Jorge e lungo la Cordigliera patagonica.

L’attività applicata alla ricerca di idrocarburi produsse anche una vasta documentazione territoriale. Feruglio compì rilevamenti, osservazioni stratigrafiche e ricognizioni in aree allora ancora poco conosciute sotto il profilo geologico. Partecipò inoltre alla spedizione di padre Alberto Maria De Agostini nella regione dei laghi Argentino e Viedma, tra il 1930 e il 1931.

Negli anni Quaranta insegnò all’Università di Cuyo, a Mendoza, e diresse l’Istituto del petrolio. Da questo lungo lavoro nacquero sintesi importanti sulla geomorfologia e sulla geologia argentina, compresa la Descripción geológica de la Patagonia, pubblicata tra il 1949 e il 1950 in tre volumi per oltre mille pagine.

Il ritorno e l’eredità scientifica

Dopo il rientro definitivo in Italia nel 1948, Feruglio ottenne nel 1949 la cattedra di geologia all’Università di Torino. Nel 1953 si trasferì a Roma. La morte lo colse a Udine nel luglio dell’anno seguente, poco dopo la pubblicazione della monografia dedicata alla regione carsica di Villanova.

La sua vicenda scientifica unisce due scale di ricerca. Da un lato ci sono le grotte, le risorgive e le Prealpi del Friuli. Dall’altro le grandi strutture geologiche, i bacini sedimentari e i paesaggi glaciali della Patagonia. In entrambi i contesti il punto di partenza fu il terreno: osservare, rilevare, descrivere e collegare i dati.

La mostra Egidio Feruglio offre quindi un’occasione di approfondimento sulla storia della speleologia italiana e sul ruolo che i circoli territoriali ebbero nella formazione di giovani ricercatori. Per il pubblico speleologico, la figura di Feruglio ricorda che la conoscenza delle cavità nasce anche dal rapporto tra esplorazione, cartografia, geologia e idrologia.

La sua eredità è riconosciuta anche in Argentina. A Trelew porta il suo nome il Museo Paleontologico Egidio Feruglio. L’Università di Udine gli ha dedicato le Grandi Aule del polo dei Rizzi. Due intitolazioni lontane fra loro, ma coerenti con una carriera costruita tra il Friuli e il Sud America.

Informazioni sulla mostra Egidio Feruglio

  • Inaugurazione: venerdì 18 settembre 2026, ore 18
  • Sede: Biblioteca Comunale, via Mazzini 9, Feletto Umberto (Udine)
  • Periodo di visita: dal 18 settembre all’11 ottobre 2026
  • Orari: lunedì e martedì 15-19; mercoledì, giovedì e venerdì 9-12.30 e 15-19
  • Chiusura: sabato e domenica
  • Promotore: Circolo Speleologico Idrologico Friulano di Udine
  • Contributo: Regione autonoma Friuli Venezia Giulia

Fonti

Egidio Feruglio

L'articolo Mostra Egidio Feruglio a Feletto Umberto: il legame tra speleologia friulana e Patagonia proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Documentazione dei fenomeni carsici superficiali: in Slovacchia un corso tra terreno e LiDAR
    Condividi A Horné Orešany due giornate per leggere doline, campi solcati, inghiottitoi e sorgenti. Il rilievo aereo LiDAR può rendere più completa la ricerca speleologica di superficie. La documentazione dei fenomeni carsici superficiali sarà al centro di un corso in programma il 24 e 25 ottobre 2026 a Majdánske, località del comune di Horné Orešany, nei Piccoli Carpazi della Slovacchia. L’iniziativa, guidata da Alexander La?ný, propone un percorso concentrato in due giornate: una prima parte
     

Documentazione dei fenomeni carsici superficiali: in Slovacchia un corso tra terreno e LiDAR

September 13th 2026 at 10:00

Condividi

A Horné Orešany due giornate per leggere doline, campi solcati, inghiottitoi e sorgenti. Il rilievo aereo LiDAR può rendere più completa la ricerca speleologica di superficie.

La documentazione dei fenomeni carsici superficiali sarà al centro di un corso in programma il 24 e 25 ottobre 2026 a Majdánske, località del comune di Horné Orešany, nei Piccoli Carpazi della Slovacchia. L’iniziativa, guidata da Alexander La?ný, propone un percorso concentrato in due giornate: una prima parte di lezioni e una successiva esercitazione sul terreno nel vicino Carso di Kuchy?a–Orešany.

L’appuntamento richiama un aspetto essenziale del lavoro speleologico. Il paesaggio esterno non è un semplice contorno delle grotte. Doline, campi solcati, inghiottitoi, sorgenti carsiche e depositi carbonatici possono registrare la circolazione delle acque, le discontinuità della roccia e l’evoluzione di un acquifero. Rilevarli con criteri chiari consente di mettere in relazione ciò che appare in superficie con cavità, pozzi e condotti sotterranei.

Corso di documentazione dei fenomeni carsici superficiali

Il programma inizierà sabato 24 ottobre con l’arrivo dei partecipanti alle 10. Le lezioni sono previste dalle 11 alle 18. I temi annunciati comprendono un quadro geologico di base per speleologi, la documentazione e lo studio delle doline, l’analisi degli škráp — termine slovacco che indica le forme di dissoluzione affioranti, assimilabili ai campi solcati — la genesi e la classificazione di calcari porosi e travertini, oltre a inghiottitoi e sorgenti.

Domenica 25 ottobre, dalle 9 alle 16, si svolgerà l’uscita dedicata alla documentazione dei fenomeni carsici superficiali nel Carso di Kuchy?a–Orešany. La parte pratica è significativa: permette di associare osservazione diretta, descrizione geomorfologica, posizione geografica, misure e fotografie. Questi dati possono poi confluire in schede di cavità, banche dati territoriali e cartografie tematiche.

Le iscrizioni sono aperte fino al 15 ottobre 2026 attraverso l’indirizzo sasol@speleott.sk. Il corso sarà avviato con almeno cinque partecipanti. Pernottamento e organizzazione dell’alloggio sono a carico dei partecipanti; tra le strutture segnalate figura U Kura?ka.

Carso di Kuchy?a–Orešany e forme di superficie

La sede scelta appartiene a un’area carsica situata nella porzione settentrionale dei Piccoli Carpazi, tra gli abitati di Kuchy?a e Horné Orešany. La letteratura locale la descrive come una zona in cui alternanze di livelli carbonatici e non carbonatici condizionano lo sviluppo del carsismo. Sono documentati, fra le forme di superficie, doline, inghiottitoi, sorgenti e campi solcati; il sottosuolo comprende grotte e voragini.

L’interesse scientifico non riguarda soltanto la catalogazione delle forme. Una dolina può indicare dissoluzione concentrata, cedimenti o il recapito di acque verso il sottosuolo. Un inghiottitoio segnala un tratto di drenaggio che scompare nella roccia. Una sorgente può fornire informazioni sul punto di restituzione dell’acquifero e sulla sua risposta stagionale. Anche le croste calcaree, i penovci e i travertini aiutano a interpretare condizioni di deposizione del carbonato di calcio e dinamiche idrologiche locali.

Per questo la documentazione dei fenomeni carsici superficiali richiede metodi confrontabili con quelli applicati in grotta. Servono coordinate controllate, scala delle osservazioni, fotografie orientate, misure delle dimensioni, note sul substrato e sulle condizioni idriche. La ripetizione dei rilievi nel tempo è utile per riconoscere modifiche naturali o indotte dalle attività umane.

LiDAR aereo nella ricerca speleologica

In questo quadro, il LiDAR aereo offre uno strumento importante per la ricerca speleologica. Il sistema misura distanze tramite impulsi laser e permette di costruire nuvole di punti e modelli digitali del terreno ad alta risoluzione. Da un volo con aeromobile o drone, dopo una corretta classificazione dei punti, è possibile rappresentare con maggiore chiarezza la morfologia del suolo anche in ambienti boscosi, dove fotografie aeree e immagini satellitari possono non mostrare le piccole depressioni.

I modelli digitali ottenuti dal LiDAR aereo non sostituiscono il sopralluogo. Rendono però più efficace la sua pianificazione. Ombreggiature del rilievo, pendenze, curvature e modelli di profondità delle depressioni possono aiutare a individuare doline poco evidenti, allineamenti strutturali, paleocanali, scarpate e possibili ingressi ostruiti. Una ricerca condotta nel Dinarico ha mostrato come dati LiDAR siano utili per misurare forma, profondità e distribuzione delle doline sotto copertura forestale. Un altro studio, dedicato a forme carsiche dell’Arizona, ha distinto migliaia di depressioni individuate dal LiDAR rispetto a un numero molto più ridotto di elementi riconosciuti attraverso il solo rilevamento fisico in superficie.

Per la documentazione dei fenomeni carsici superficiali, la sequenza più solida è quindi integrata. Prima si analizzano i dati aerei e le basi cartografiche. Poi si verifica sul terreno la natura delle anomalie. Infine si raccolgono dati geologici, idrologici e speleologici. L’uso congiunto di LiDAR, osservazioni dirette, GPS o GNSS, fotografie e rilievo tradizionale riduce il rischio di scambiare una depressione antropica o una forma erosiva per un elemento carsico.

Il collegamento tra superficie e sottosuolo può diventare ancora più informativo quando modelli topografici e rilievi delle grotte sono georeferenziati nello stesso sistema. In questo modo, aree di assorbimento, sorgenti, fratture e andamento dei condotti possono essere letti come parti di un unico sistema. L’approccio è utile per la ricerca, per la tutela delle acque sotterranee e per la valutazione delle aree vulnerabili a subsidenza o collasso.

Formazione e qualità dei dati

Il corso di Horné Orešany propone una base concreta per questo lavoro. Prima della tecnologia viene il riconoscimento della forma, della roccia e dei processi che l’hanno prodotta. Il LiDAR aereo amplia la capacità di osservazione su aree estese. La verifica speleologica sul campo resta il passaggio che attribuisce significato ai dati e trasforma una mappa di depressioni in conoscenza del carsismo.

La documentazione dei fenomeni carsici superficiali è quindi una pratica utile sia nelle aree già conosciute sia nei territori dove il patrimonio sotterraneo è ancora poco censito. Formazione, rilievi ripetibili e integrazione delle tecniche permettono di costruire archivi più affidabili e di collegare la lettura del paesaggio con l’esplorazione delle grotte.

Fonti

Lidar estero

L'articolo Documentazione dei fenomeni carsici superficiali: in Slovacchia un corso tra terreno e LiDAR proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Biospeleologia in Andalusia: quattro nuove specie di Tychobythinus nelle grotte del Sud della Spagna
    Condividi La biospeleologia documenta quattro microcoleotteri troglobi, ciechi e privi di ali, in quattro aree carsiche andaluse. La scoperta amplia le conoscenze sulla biodiversità sotterranea e richiama l’esigenza di tutelare cavità, fratture e acquiferi. La biospeleologia aggiunge quattro nomi alla fauna cavernicola della Spagna meridionale. Francisco Javier Sánchez-Camacho e Pablo Barranco, dell’Università di Almería, hanno descritto quattro nuove specie del genere Tychobythinus, piccoli
     

Biospeleologia in Andalusia: quattro nuove specie di Tychobythinus nelle grotte del Sud della Spagna

September 13th 2026 at 09:00

Condividi

La biospeleologia documenta quattro microcoleotteri troglobi, ciechi e privi di ali, in quattro aree carsiche andaluse. La scoperta amplia le conoscenze sulla biodiversità sotterranea e richiama l’esigenza di tutelare cavità, fratture e acquiferi.

La biospeleologia aggiunge quattro nomi alla fauna cavernicola della Spagna meridionale. Francisco Javier Sánchez-Camacho e Pablo Barranco, dell’Università di Almería, hanno descritto quattro nuove specie del genere Tychobythinus, piccoli coleotteri pselafini appartenenti alla famiglia Staphylinidae.

Lo studio è stato pubblicato l’11 agosto 2026 sulla rivista zoologica Zootaxa. Le nuove entità sono Tychobythinus eca, Tychobythinus mayorali, Tychobythinus lacilbulensis e Tychobythinus elvirensis. Tutte sono troglobie, cioè strettamente legate alla vita sotterranea, e per ora sono note solo dalle rispettive località tipo.

La ricerca nasce dal lavoro congiunto di specialisti e speleologi impegnati in cavità di quattro distinti distretti carsici dell’Andalusia. Il risultato non si limita a incrementare un elenco faunistico. Offre anche nuovi dati sulla distribuzione, sull’evoluzione e sulla vulnerabilità degli invertebrati adattati al buio.

Quattro Tychobythinus nelle grotte dell’Andalusia

Le quattro specie occupano aree geografiche separate e cavità con caratteristiche proprie. Tychobythinus eca è stato rinvenuto in tre grotte del carsismo in gesso di Sorbas, nella provincia di Almería. Tychobythinus mayorali proviene invece da una cavità della Sierra de Gádor, presso Almócita, sempre nella provincia di Almería.

Le altre due specie ampliano il quadro verso occidente. Tychobythinus lacilbulensis è stato descritto dalla Cueva del Cacao, nella Sierra de Grazalema, in provincia di Cadice. Tychobythinus elvirensis proviene dalla Sierra Elvira, presso Atarfe, in provincia di Granada.

La separazione tra le aree di ritrovamento è un dato importante. Le specie sotterranee hanno spesso capacità di dispersione molto ridotte e possono restare isolate per tempi evolutivi lunghi. In questi contesti, ogni massiccio carsico, sistema di fratture o complesso di cavità può conservare popolazioni differenziate, talvolta endemiche di un settore molto ristretto.

Il lavoro di Sánchez-Camacho e Barranco affronta anche il quadro complessivo del genere. Gli autori organizzano le 110 specie e sottospecie di Tychobythinus allora conosciute distinguendo 80 taxa con una qualche forma di sviluppo oculare e 30 taxa anoftalmi. Le quattro nuove specie aumentano in modo rilevante il numero delle specie del genere note per l’Andalusia.

Microcoleotteri adattati al buio

I pselafini sono coleotteri di dimensioni ridotte. Gli esemplari descritti in Andalusia misurano poco più di un millimetro. Questa scala rende necessarie tecniche di raccolta, osservazione e studio tassonomico molto accurate.

Le nuove specie mostrano caratteri ricorrenti negli organismi adattati alla vita ipogea. Gli occhi sono assenti. Le ali mancano. Le zampe e le antenne risultano allungate e portano numerose strutture sensoriali. La colorazione bruna e la conformazione del corpo completano un insieme di caratteri che permette di riconoscere il legame con l’ambiente di grotta.

In assenza di luce, la visione non offre un vantaggio funzionale. Il contatto con il substrato e la percezione di segnali chimici e meccanici diventano invece centrali. Antenne e arti più lunghi possono quindi contribuire all’orientamento e alla ricerca delle risorse in spazi complessi, tra sedimenti, fessure e depositi organici.

Questi coleotteri sono predatori di piccola taglia. Nell’ecosistema sotterraneo possono alimentarsi di altri minuscoli artropodi, come acari e collemboli. Il loro studio aiuta quindi a ricostruire reti alimentari poco visibili, nelle quali la disponibilità di materia organica è limitata e i rapporti tra specie possono essere molto specializzati.

Biospeleologia e biodiversità sotterranea

La biospeleologia studia gli organismi che vivono nelle grotte, nelle acque sotterranee e negli altri ambienti ipogei. Il suo campo di osservazione non coincide solo con le gallerie accessibili alle persone. Comprende anche fessure, pori, sedimenti e reticoli sotterranei che connettono la superficie, le cavità e gli acquiferi.

Per questo la scoperta di nuove specie ha un valore che supera la descrizione formale. Un troglobio noto da una sola cavità o da un solo settore carsico può diventare un indicatore della specificità biologica di quel sistema. La sua presenza segnala anche che le condizioni ambientali necessarie alla sua sopravvivenza sono rimaste sufficientemente stabili.

La biospeleologia è essenziale per colmare lacune di conoscenza. Gli ecosistemi sotterranei sono difficili da esplorare e molte specie restano sconosciute o sono rappresentate da pochi reperti. Le ricerche integrano osservazioni dirette, campionamenti mirati, studi morfologici e analisi genetiche. Metodi come il DNA ambientale possono affiancare le indagini tradizionali, soprattutto nelle acque e nei sedimenti dove gli organismi sono ardui da individuare.

Conoscere la fauna significa anche migliorare le decisioni di conservazione. Le grotte non sono ambienti isolati. Il loro equilibrio dipende dalla qualità delle acque di infiltrazione, dai suoli, dalla copertura vegetale, dalla gestione del territorio e dalla continuità delle fratture nella roccia. Una protezione limitata al solo ingresso della cavità rischia di non considerare l’intero habitat della fauna ipogea.

Minacce e monitoraggio nelle aree carsiche

Le specie troglobie possono risentire in modo marcato delle alterazioni ambientali. L’inquinamento delle acque sotterranee, le modifiche del drenaggio, l’urbanizzazione nelle aree di ricarica, le attività estrattive e le visite non regolamentate possono cambiare condizioni fisiche e biologiche costruite nel tempo.

Nei sistemi carsici, l’acqua può muoversi rapidamente attraverso inghiottitoi, condotti e fratture. Questo rende gli acquiferi vulnerabili all’arrivo di contaminanti dalla superficie. Le conseguenze riguardano sia la fauna stygobia, legata alle acque sotterranee, sia le comunità terrestri di grotta dipendenti dagli apporti esterni.

La biospeleologia fornisce strumenti concreti per individuare queste criticità. Il monitoraggio delle specie, associato a misure di temperatura, umidità, portata, conducibilità e qualità dell’acqua, permette di costruire una base informativa utile nel tempo. Le informazioni raccolte da speleologi, ricercatori, enti gestori e amministrazioni possono orientare limiti di accesso, protezione delle aree di ricarica e valutazioni degli interventi sul territorio.

La cautela è necessaria anche durante la ricerca. Per organismi rari e localizzati, il prelievo deve essere ridotto allo stretto indispensabile e accompagnato da una documentazione precisa. La ricerca biospeleologica richiede quindi un equilibrio tra necessità di conoscere e responsabilità di non alterare habitat fragili.

Un inventario ancora aperto

Le quattro nuove specie andaluse mostrano quanto il patrimonio biologico sotterraneo resti in parte da documentare. Cavità note da tempo possono ancora ospitare fauna non descritta, mentre le reti di microfratture e gli acquiferi celano comunità quasi impossibili da osservare senza metodi specifici.

Per la speleologia, il dato rafforza il ruolo delle esplorazioni condotte con attenzione ambientale e in collaborazione con la ricerca. Ogni segnalazione faunistica ben documentata può contribuire a definire distribuzioni, periodi di attività e priorità di tutela. Ogni nuova specie ricorda anche che la biodiversità non si concentra solo nei paesaggi visibili.

La ricerca pubblicata su Zootaxa colloca l’Andalusia tra le aree di particolare interesse per lo studio dei pselafini cavernicoli. Allo stesso tempo, offre un esempio del valore operativo della biospeleologia: riconoscere la diversità nascosta, interpretare i legami tra cavità e territorio, e fornire dati necessari per proteggere sistemi sotterranei di cui si conosce ancora solo una parte.

Fonti

Biospeleologia

L'articolo Biospeleologia in Andalusia: quattro nuove specie di Tychobythinus nelle grotte del Sud della Spagna proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Spravodaj SSS 2/2026: nuovi collegamenti, cantieri di ricerca e formazione nella speleologia slovacca
    Condividi Il nuovo Spravodaj SSS 2/2026 documenta il collegamento tra Rysia jasky?a e il Sistema della grotta di Stratenská, il lavoro all’Eurotunnel della Jasky?a m?tvych netopierov e le attività 2026 della Società Speleologica Slovacca. La Slovenská speleologická spolo?nos? (SSS) ha pubblicato l’11 settembre il nuovo Spravodaj SSS 2/2026, numero 2 del 57° anno della propria rivista. Il fascicolo riunisce risultati di esplorazione, documentazione e ricerca in diversi distretti carsici de
     

Spravodaj SSS 2/2026: nuovi collegamenti, cantieri di ricerca e formazione nella speleologia slovacca

September 13th 2026 at 08:00

Condividi

Il nuovo Spravodaj SSS 2/2026 documenta il collegamento tra Rysia jasky?a e il Sistema della grotta di Stratenská, il lavoro all’Eurotunnel della Jasky?a m?tvych netopierov e le attività 2026 della Società Speleologica Slovacca.

La Slovenská speleologická spolo?nos? (SSS) ha pubblicato l’11 settembre il nuovo Spravodaj SSS 2/2026, numero 2 del 57° anno della propria rivista.

Il fascicolo riunisce risultati di esplorazione, documentazione e ricerca in diversi distretti carsici della Slovacchia. Dedica ampio spazio anche alla formazione e agli appuntamenti che hanno segnato l’attività associativa nel 2026.

Lo Spravodaj SSS 2/2026 è disponibile in PDF ottimizzato per il web. Il sommario comprende contributi sulle grotte della Slovacchia, una ricostruzione storica della spedizione Monte Canin a cinquant’anni di distanza, un articolo sulla grotta di Areni in Armenia e notizie associative. Il numero conferma così la funzione del bollettino come archivio operativo della speleologia slovacca: un luogo in cui dati di rilievo, cronache di campo, interpretazioni carsologiche e vita dei gruppi vengono conservati e messi in circolazione.

Spravodaj SSS 2/2026 e il Sistema Stratenská

Il principale risultato illustrato nello Spravodaj SSS 2/2026 riguarda il collegamento fisico, conseguito il 24 agosto 2025, tra Rysia jasky?a e il Sistema della grotta di Stratenská, nel settore meridionale del Paradiso Slovacco. Rysia jasky?a è diventata il quarto elemento collegato del sistema, dopo Stratenská jasky?a, Psie diery e Du?a.

Secondo l’articolo di Jozef Váš, il sistema raggiunge ora 26,5 chilometri di sviluppo. Nel corso delle attività legate al collegamento sono stati scoperti oltre 1.300 metri di nuove gallerie. La sola Rysia jasky?a ha raggiunto 1.050 metri di sviluppo e 56 metri di dislivello.

Il risultato non è nato da un singolo intervento. Il gruppo dello Speleologický klub Slovenský raj ha seguito la ventilazione con una prova al mercaptano nel febbraio 2025. Poi sono arrivati la pulizia di passaggi tra blocchi instabili, discese in pozzi, traversi attrezzati e rilievi sistematici. Durante una fase di lavoro nel mese di agosto, le squadre hanno misurato 216 metri di nuovi ambienti. Il giorno del collegamento, ne sono stati rilevati altri 252.

Le nuove parti sono descritte come condotti stretti e molto alti, in alcuni punti fino a 20 metri. Seguono zone di faglia e mostrano andamenti a zig-zag. L’interpretazione proposta collega la loro formazione all’antico corso del torrente Ties?avy, in una fase di sollevamento più rapido del massiccio. Restano ambienti da esplorare e rilevare, inclusi tratti con concrezioni soffici, pareti oltre un traverso attrezzato e pozzi laterali.

Eurotunnel nella Jasky?a m?tvych netopierov

Un secondo nucleo dello Spravodaj SSS 2/2026 è dedicato alla Jasky?a m?tvych netopierov, la Grotta dei pipistrelli morti, nei Bassi Tatra. Milan Štéc ricostruisce gli effetti dell’apertura del cosiddetto Eurotunnel, nato dal superamento di un tratto precedentemente ostruito da sedimenti.

L’intervento chiude una storia di lavoro durata 27 anni in un sifone colmato. L’accesso verso il Bystrický dóm modifica l’organizzazione dell’esplorazione. Dal 2026 il grande salone viene indicato come nuova base per attività dirette verso più possibili prosecuzioni, sia sotto sia sopra il suo livello.

L’articolo non presenta il risultato come conclusivo. Al contrario, mette in evidenza questioni pratiche: la sicurezza, il trasporto di un eventuale infortunato, l’installazione di un bivacco e la necessità di programmare l’esplorazione in un settore vasto. Il Bystrický dóm viene quindi considerato un punto operativo dal quale verificare continuità verso est, verso le parti superiori e in direzione delle aree carsiche vicine.

Komberek e gli studi sul carsismo

Tra i contributi di ricerca compare il lavoro di Alexander La?ný sul fenomeno carsico di Komberek, nei Piccoli Carpazi. Il tema allarga lo sguardo del fascicolo oltre le grandi cavità note. La ricostruzione affronta la storia delle indagini speleologiche e gli elementi emersi più di recente.

Il numero include anche una nota sul sito di suffosione di Dielnice, nella regione collinare di Smre?any, rivisitato dopo vent’anni. Sono presenti inoltre la storia della Jazve?ia jasky?a e un profilo dedicato a Ottokár Kadi?, figura della speleologia internazionale. Questi contributi mostrano come il bollettino unisca l’avanzamento degli scavi e dei rilievi alla rilettura di archivi, biografie e siti minori.

Le attività 2026 della SSS

Le ultime attività della SSS riportate nello Spravodaj SSS 2/2026 iniziano dal XXI congresso generale, svolto il 20 marzo 2026 con 123 delegati. Martin Budaj è stato eletto presidente. Nel bilancio del precedente mandato, l’associazione indica 12.483 attività di lavoro e documentazione svolte in Slovacchia e all’estero, 5.763 diari tecnici, quasi 20 chilometri di cavità scoperti e oltre 28 chilometri documentati sul territorio nazionale.

Alla fine del 2025 la SSS contava 1.019 speleologi in 53 club, secondo il resoconto assembleare. Tra le priorità in corso figurano una tessera associativa digitale, la conservazione digitale dei dati sulle grotte e il contributo alla modernizzazione della banca dati nazionale. L’autorizzazione eccezionale per l’esplorazione è stata inoltre prorogata fino al 2035. Il confronto interno resta aperto sulla pubblicazione online delle posizioni degli ingressi, un tema che riguarda la tutela delle cavità e la gestione responsabile delle informazioni.

Il calendario 2026 ha compreso anche Speleomíting, ospitato a Liptovský Mikuláš presso lo SMOPaJ. Il resoconto pubblicato nel fascicolo registra 151 partecipanti adulti paganti, due ospiti e nove bambini. L’incontro ha messo insieme comunicazioni su scoperte recenti, tecnologie e attività dei gruppi, oltre al riconoscimento di risultati speleologici.

Nel numero trova spazio anche Speleoškola 2026. Il corso, articolato in quattro giorni, ha combinato lezioni ed escursioni sul terreno dedicate alla formazione del carsismo, alla tutela delle grotte e alle competenze di base per operare nell’ambiente sotterraneo. La presenza di un resoconto redatto da un partecipante sottolinea il valore della formazione come passaggio tra esperienza dei club e nuove generazioni.

Il fascicolo segnala infine le iniziative per la Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, in programma dal 10 al 13 settembre 2026. In questo quadro, lo Spravodaj SSS 2/2026 offre una fotografia utile della speleologia slovacca: esplorazione di sistemi complessi, documentazione metodica, attenzione alla sicurezza e trasmissione delle conoscenze.

Fonti

Slovacchia

L'articolo Spravodaj SSS 2/2026: nuovi collegamenti, cantieri di ricerca e formazione nella speleologia slovacca proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Dieci anni di PANGAEA, l’edizione ESA dedicata a Riccardo Pozzobon
    Condividi Il programma di addestramento geologico dell’Agenzia Spaziale Europea compie dieci anni e ricorda il geologo planetario padovano. Nel 2026 anche ESA Caves ha concluso in Italia la sua ottava edizione, con cinque partecipanti di tre agenzie spaziali. PANGAEA, dieci anni di geologia per lo spazio Il programma PANGAEA dell’Agenzia Spaziale Europea compie dieci anni. L’edizione 2026 è dedicata a Riccardo Pozzobon, geologo planetario e istruttore del corso scomparso il 2 settembre 202
     

Dieci anni di PANGAEA, l’edizione ESA dedicata a Riccardo Pozzobon

September 13th 2026 at 07:00

Condividi

Il programma di addestramento geologico dell’Agenzia Spaziale Europea compie dieci anni e ricorda il geologo planetario padovano. Nel 2026 anche ESA Caves ha concluso in Italia la sua ottava edizione, con cinque partecipanti di tre agenzie spaziali.

PANGAEA, dieci anni di geologia per lo spazio

Il programma PANGAEA dell’Agenzia Spaziale Europea compie dieci anni. L’edizione 2026 è dedicata a Riccardo Pozzobon, geologo planetario e istruttore del corso scomparso il 2 settembre 2025 durante una spedizione scientifica sul ghiacciaio Mendenhall, in Alaska.

La prima attività di PANGAEA risale al settembre 2016. Il progetto nacque con l’obiettivo di riunire astronauti e geologi planetari, usando paesaggi terrestri come ambienti analoghi per preparare l’esplorazione della Luna, di Marte e di altri corpi del Sistema solare. Fra i primi partecipanti figuravano gli astronauti ESA Luca Parmitano, Pedro Duque e Matthias Maurer. [web:12]

Nel corso di un decennio, PANGAEA ha ampliato il proprio perimetro. Alle uscite di geologia sul terreno si sono aggiunti lo studio delle immagini orbitali, la lettura delle carte geologiche, le procedure operative e l’impiego di tecnologie utili alle future missioni di esplorazione. Il programma è oggi incluso tra i prerequisiti indicati per Artemis. [web:12]

Per la comunità speleologica, il significato del metodo è riconoscibile. Leggere un affioramento, ricostruire una successione di eventi e collegare l’osservazione locale a un quadro più vasto sono pratiche vicine al lavoro svolto nella documentazione delle cavità. Cambiano scala e contesto, ma restano centrali il rilievo, la qualità delle osservazioni e la capacità di condividere dati affidabili.

Riccardo Pozzobon e l’eredità di PANGAEA

Riccardo Pozzobon aveva partecipato a PANGAEA fin dalle origini. La sua attività ha contribuito a integrare telerilevamento, modelli tridimensionali, visualizzazioni e pianificazione delle missioni nel percorso formativo degli astronauti. In campo era anche una delle voci del controllo a terra durante le traverse scientifiche: un ruolo che collega le decisioni della squadra con l’interpretazione geologica dei dati raccolti. [web:12]

Il suo approccio partiva da un principio semplice: per imparare a osservare altri pianeti occorre prima imparare a guardare la Terra. Le sue lezioni aiutavano i partecipanti a interpretare il paesaggio già dalle immagini orbitali e a verificare poi sul terreno ipotesi, strutture e dettagli delle rocce.

Nella sessione di Bletterbach, la squadra PANGAEA ha consegnato alla famiglia un poster commemorativo composto da fotografie delle attività svolte negli anni. Un ritratto selezionato dalla famiglia è stato anche portato sulla Stazione spaziale internazionale dal cosmonauta Sergei Kud-Sverchkov, partecipante al corso PANGAEA nel 2018 e comandante della Spedizione 74. [web:12]

L’asteroide 86029 Riccardopozzobon

Nel febbraio 2026 l’asteroide della fascia principale 1999 LV32 ha ricevuto il nome ufficiale di 86029 Riccardopozzobon. L’oggetto, scoperto nel 1999 dal Catalina Sky Survey, percorre la sua orbita attorno al Sole fra Marte e Giove. La designazione è stata approvata dall’Unione Astronomica Internazionale. [web:12][web:13]

L’intitolazione collega in modo diretto la ricerca svolta da Pozzobon con l’ambito astronomico e planetario a cui aveva dedicato la propria attività. Il ricercatore del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova era impegnato nella ricerca lunare e nell’addestramento PANGAEA. [web:13]

Il suo lavoro comprendeva anche lo studio delle cavità lunari. In un contributo divulgativo per ESA aveva discusso i risultati che hanno fornito evidenze radar dirette di un condotto di grotta accessibile sotto il pit della Mare Tranquillitatis. Questo tema colloca la speleologia e lo studio degli ipogei naturali tra i riferimenti concreti per l’esplorazione dei corpi planetari. [web:12]

ESA Caves 2026, l’addestramento nel Matese

Le attività ESA Caves più recenti si sono svolte in Italia nel giugno 2026. L’ottava edizione del corso ha coinvolto cinque esploratori provenienti da ESA, NASA e JAXA: l’astronauta ESA Rosemary Coogan, John McFall della riserva astronauti ESA e del progetto Fly!, l’astronauta NASA Tracy Dyson, il candidato astronauta NASA Ben Bailey e l’astronauta JAXA Ayu Yoneda. [web:10]

Per due settimane il gruppo ha lavorato nel sottosuolo degli Appennini, nella regione del Matese. La grotta viene impiegata come ambiente analogo per le condizioni di isolamento, confinamento, autonomia limitata e gestione delle risorse che caratterizzano una missione spaziale. Prima della spedizione, i partecipanti hanno affrontato rilievo, progressione su corda, fotografia ipogea e campionamento scientifico. [web:10]

La parte operativa ha previsto quattro giorni in grotta. La squadra ha definito ruoli e responsabilità, poi li ha scambiati a metà attività. Fra i compiti figuravano ricognizione, logistica, gestione del campo e comunicazioni con il controllo esterno. Coogan e Yoneda hanno assunto il ruolo di comandante in momenti distinti: è la prima volta nella storia del corso in cui due donne hanno ricoperto quella funzione. [web:10]

ESA Caves 2026 ha segnato anche la partecipazione di John McFall nell’ambito di Fly!, iniziativa che valuta la fattibilità della presenza di astronauti con disabilità fisiche in attività di questo tipo. Gli organizzatori non modificano il corso in funzione dei singoli partecipanti: l’obiettivo è verificare come la squadra si adatti a un ambiente remoto e complesso, secondo procedure condivise. [web:10]

Dati ipogei e operazioni di squadra

Durante la spedizione ESA Caves, gli esploratori hanno usato l’Electronic Field Book di ESA per registrare il rilievo della grotta, i punti di pericolo, le aree di campionamento e la posizione delle attrezzature. Il controllo in superficie riceveva ogni giorno una copia sincronizzata della mappa tridimensionale. Il gruppo ha trasmesso osservazioni e fotografie e ha stabilito due contatti giornalieri tramite una linea telefonica posata in autonomia. [web:10]

Le attività scientifiche hanno compreso campionamenti microbiologici e il monitoraggio di radon e anidride carbonica. Queste misure proseguono filoni sperimentati nelle edizioni precedenti e mostrano come l’ambiente sotterraneo possa diventare un luogo di raccolta dati, gestione del rischio e cooperazione tra discipline diverse. [web:10]

PANGAEA ed ESA Caves seguono percorsi distinti, uno dedicato soprattutto alla geologia planetaria sul terreno e l’altro alle operazioni in ambiente ipogeo. Entrambi affidano alla Terra il ruolo di laboratorio operativo. Nell’edizione PANGAEA del decennale, questo legame viene ricordato anche attraverso l’eredità scientifica e didattica di Riccardo Pozzobon.

Fonti

ESA Caves

L'articolo Dieci anni di PANGAEA, l’edizione ESA dedicata a Riccardo Pozzobon proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Colli Euganei, dopo vent’anni gli speleologi tornano nella “Busa della Casara”
    Condividi Il Gruppo Speleologico Padovano CAI è tornato a esplorare l’antico acquedotto sotterraneo di Cinto Euganeo. Un primo sopralluogo per verificare lo stato di conservazione del sito e preparare una nuova documentazione fotografica e video Dopo circa vent’anni gli speleologi sono tornati nella “Busa della Casara”, uno dei sotterranei artificiali più interessanti del territorio del Parco Regionale dei Colli Euganei, nel Padovano. A darne notizia è il Gruppo Speleologico Padovano CAI,
     

Colli Euganei, dopo vent’anni gli speleologi tornano nella “Busa della Casara”

September 13th 2026 at 06:00

Condividi

Il Gruppo Speleologico Padovano CAI è tornato a esplorare l’antico acquedotto sotterraneo di Cinto Euganeo. Un primo sopralluogo per verificare lo stato di conservazione del sito e preparare una nuova documentazione fotografica e video

Dopo circa vent’anni gli speleologi sono tornati nella “Busa della Casara”, uno dei sotterranei artificiali più interessanti del territorio del Parco Regionale dei Colli Euganei, nel Padovano.

A darne notizia è il Gruppo Speleologico Padovano CAI, che ha pubblicato le prime immagini del sopralluogo effettuato nell’antico acquedotto, con la partecipazione, tra gli altri, dello storico speleologo Adriano Menin.

La Busa della Casara è un acquedotto sotterraneo di probabile origine romana, scavato nelle rocce vulcaniche dei Colli Euganei, tra trachite e riolite. Un’opera particolarmente interessante anche considerando la difficoltà di lavorazione di queste rocce e le tecniche disponibili all’epoca della sua realizzazione.

Il sistema intercetta le acque che si infiltrano più a monte e le convoglia attraverso una successione di condotte dalle caratteristiche molto differenti.

All’interno si incontrano infatti tratti alti e stretti scavati direttamente nella roccia viva, settori rinforzati con murature e passaggi molto bassi, percorribili soltanto procedendo carponi.

Tra gli ambienti più caratteristici il Gruppo segnala la cosiddetta “Galleria dei Giganti”, una condotta che raggiunge circa tre metri di altezza.

Particolarmente suggestive sono inoltre le volte a cappuccina, ancora conservate all’interno del sotterraneo e riconoscibili per la caratteristica sezione triangolare. È proprio questo uno degli elementi architettonici che rendono la Busa della Casara un manufatto sotterraneo di notevole interesse storico e archeologico.

Secondo quanto riferisce il Gruppo Speleologico Padovano CAI, il complesso potrebbe rappresentare uno degli ultimi esempi ancora esistenti in Veneto di collettore sotterraneo di epoca romana, insieme alla “Bot” di Asolo.

Un primo sopralluogo dopo vent’anni

L’esplorazione effettuata in questi giorni ha avuto soprattutto carattere preliminare.

Dopo circa vent’anni dall’ultima possibilità di accesso, gli speleologi hanno voluto verificare le condizioni generali dell’acquedotto e lo stato dei diversi tratti della struttura.

Il sopralluogo dovrebbe essere seguito da nuovi ingressi dedicati a una documentazione fotografica e video più approfondita e ad alta definizione, con l’obiettivo di registrare nel dettaglio le caratteristiche e lo stato di conservazione del sotterraneo.

Le fotografie diffuse in queste ore dal Gruppo sono infatti definite dagli stessi speleologi immagini “speditive”, realizzate durante questa prima ricognizione.

Il Gruppo Speleologico Padovano CAI ha ringraziato l’Amministrazione comunale di Cinto Euganeo e in particolare il sindaco Rocca, che ha consentito l’accesso al sito, auspicando che il nuovo lavoro di documentazione possa contribuire a riportare attenzione e interesse pubblico su questo particolare patrimonio sotterraneo dei Colli Euganei.

Curiosa anche una conseguenza del sopralluogo raccontata dagli stessi speleologi: il passaggio all’interno delle condotte ha rimesso in sospensione parte del fango presente sul fondo, successivamente trasportato dall’acqua fino alla vasca esterna. Il Gruppo si è quindi scusato con gli abitanti che, proprio durante le operazioni, si erano recati alla fonte per rifornirsi d’acqua.

Quello appena concluso rappresenta soltanto il primo ritorno nella Busa della Casara. Le prossime esplorazioni permetteranno di documentare con maggiore dettaglio un’opera sotterranea che costituisce una testimonianza particolarmente rara della storia del territorio euganeo.

Fonte e immagini: post social Gruppo Speleologico Padovano CAI

L'articolo Colli Euganei, dopo vent’anni gli speleologi tornano nella “Busa della Casara” proviene da Scintilena.

❌