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Un paesaggio carsico non è fatto soltanto di rocce, doline e grotte. Intorno alle sue forme vive e si muove una comunità animale ricca e sorprendente, protagonista di “Animalia. La vita in movimento attorno ai gessi”, quinto video del progetto dedicato al Paesaggio carsico dei Gessi Messiniani patrimonio UNESCO.
Il filmato, presentato dal Comune di Albinea, è stato realizzato dalla videomaker Silvia Degani, autrice delle immagini, su testi del compianto paesaggista e speleologo Maur
Un paesaggio carsico non è fatto soltanto di rocce, doline e grotte. Intorno alle sue forme vive e si muove una comunità animale ricca e sorprendente, protagonista di “Animalia. La vita in movimento attorno ai gessi”, quinto video del progetto dedicato al Paesaggio carsico dei Gessi Messiniani patrimonio UNESCO.
Il filmato, presentato dal Comune di Albinea, è stato realizzato dalla videomaker Silvia Degani, autrice delle immagini, su testi del compianto paesaggista e speleologo Mauro Chiesi. Una collaborazione che unisce sensibilità visiva, conoscenza scientifica e profondo amore per il territorio.
“Animalia” conduce lo spettatore alla scoperta della straordinaria biodiversità presente nell’area carsica dei Gessi di Albinea. Praterie, boschi, zone umide, pareti rocciose, doline e ambienti sotterranei costituiscono un mosaico di habitat differenti, capaci di accogliere numerose specie animali.
Attraverso immagini suggestive, il video racconta comportamenti, adattamenti e relazioni alimentari, mostrando come ciascun organismo sia parte di un sistema complesso. Anche la più piccola presenza contribuisce all’equilibrio dell’insieme: ogni specie dipende dalle altre e dalle caratteristiche dell’ambiente in cui vive.
Il filmato invita così a guardare il paesaggio carsico con occhi nuovi. Le grotte non sono elementi isolati, ma parti di un territorio nel quale superficie e sottosuolo sono strettamente collegati. L’acqua, la vegetazione, le rocce e gli animali partecipano a una rete di relazioni tanto affascinante quanto delicata.
Meraviglia, d’accordo: accanto, emerge quindi un messaggio di responsabilità. Proteggere la biodiversità significa conservare gli habitat, rispettare i loro equilibri e comprendere che le azioni dell’uomo possono avere conseguenze sull’intera biosfera. Conoscere diventa il primo passo per tutelare.
Il progetto è una produzione della Pro Loco di Albinea, con il contributo del Comune di Albinea e della Fondazione Pietro Manodori e con il patrocinio della Società Speleologica Italiana. Un’iniziativa preziosa, capace di rendere accessibili a tutti i valori naturalistici e culturali di un territorio riconosciuto a livello internazionale.
“Animalia” è anche un significativo omaggio al lavoro e alla passione di Mauro Chiesi, che ha dedicato grande attenzione allo studio, alla conoscenza e alla divulgazione del paesaggio carsico. Le sue parole continuano oggi ad accompagnare il pubblico alla scoperta di un mondo vivo, complesso e meritevole della massima cura.
Gli altri video della serie
“Animalia” completa un percorso composto da cinque filmati. I quattro precedenti sono:
1. “Una sconfinata biblioteca” (https://www.youtube.com/watch?v=vdOexRJQ83o) – dedicato alla tridimensionalità del paesaggio carsico e alla storia geologica custodita nel sottosuolo.
2. “Il valore del tempo. Elogio alla lentezza del vivere sul gesso di Albinea” (https://www.youtube.com/watch?v=GeU8RYiAreY) – sul rapporto antico tra le comunità locali, il gesso e il paesaggio.
3. Tracce dal passato – Antiche storie tra umani e gessi di Albinea – un viaggio tra le testimonianze della presenza umana nel territorio.
4. Il silenzio delle piante – La melodia del bosco – uno sguardo alla vegetazione e alla vita silenziosa degli ambienti forestali.
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Riaperti i termini esclusivamente per l’Organo di Controllo della Società Speleologica Italiana ETS per il triennio 2027-2029. Servono tre componenti effettivi e due supplenti. Ecco cosa fanno e quali sono i requisiti per candidarsi
C’è ancora qualche casella da riempire nella squadra che accompagnerà la Società Speleologica Italiana ETS nel prossimo triennio. Questa volta, però, non servono corde, trapani o sacchi da grotta: servono competenze, esperienza associativa e disponibilit
Riaperti i termini esclusivamente per l’Organo di Controllo della Società Speleologica Italiana ETS per il triennio 2027-2029. Servono tre componenti effettivi e due supplenti. Ecco cosa fanno e quali sono i requisiti per candidarsi
C’è ancora qualche casella da riempire nella squadra che accompagnerà la Società Speleologica Italiana ETS nel prossimo triennio. Questa volta, però, non servono corde, trapani o sacchi da grotta: servono competenze, esperienza associativa e disponibilità ad assumere un importante ruolo di controllo e garanzia.
La Commissione elettorale della SSI ETS, in accordo con il Consiglio Direttivo, ha infatti riaperto i termini per la presentazione delle candidature esclusivamente alla carica di componente dell’Organo di Controllo per il triennio 2027-2029.
La scadenza è vicinissima: le candidature possono essere presentate entro il 27 settembre 2026.
Perché sono stati riaperti i termini
Alla chiusura delle candidature non era stato raggiunto il numero minimo necessario per costituire l’Organo di Controllo: tre componenti effettivi e due supplenti.
La Commissione elettorale ha quindi deciso di riaprire i termini soltanto per questa carica. Non saranno invece prese in considerazione nuove candidature per Presidente, Consigliere o Proboviro.
Cosa fa l’Organo di Controllo
Non si tratta di una presenza puramente formale.
Secondo lo Statuto e il Regolamento della SSI ETS, l’Organo di Controllo svolge una funzione di vigilanza sulla vita amministrativa dell’Associazione.
Tra i suoi compiti ci sono la vigilanza sull’osservanza della legge e dello Statuto e sul rispetto dei principi di corretta amministrazione, oltre alla vigilanza sull’assetto organizzativo, amministrativo e contabile e sul suo concreto funzionamento.
L’Organo svolge inoltre compiti di monitoraggio sull’osservanza delle finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale ed esercita il controllo contabile nei casi previsti dallo Statuto.
Lo Statuto SSI specifica inoltre che l’Organo di Controllo vigila sulle deliberazioni del Consiglio Direttivo in ordine alla gestione economico-finanziaria dell’Associazione e controlla la contabilità e i bilanci annuali.
I componenti restano in carica per tre anni e sono rieleggibili.
Chi può candidarsi
Il Regolamento interno della SSI ETS stabilisce requisiti specifici per chi intende candidarsi all’Organo di Controllo.
Il candidato deve essere maggiorenne, in regola con gli adempimenti previsti dallo Statuto e dal Regolamento e deve avere maturato almeno cinque anni consecutivi di associazione alla SSI ETS nell’ultimo quinquennio.
È inoltre richiesta una preparazione professionale adeguata allo svolgimento dell’incarico.
Il Regolamento precisa anche che gli incarichi di Presidente, Consigliere, componente dell’Organo di Controllo e Proboviro sono tra loro incompatibili.
Lo Statuto disciplina inoltre specifici requisiti professionali per la composizione dell’Organo di Controllo, richiamando le disposizioni del Codice Civile e del Codice del Terzo Settore.
Candidature entro il 27 settembre 2026
Chi possiede i requisiti e intende mettere le proprie competenze a disposizione della Società Speleologica Italiana ha quindi ancora pochi giorni per farlo.
Le candidature alla carica di componente dell’Organo di Controllo devono essere inviate entro domenica 27 settembre 2026 all’indirizzo:
La riapertura riguarda esclusivamente l’Organo di Controllo. Non saranno prese in considerazione candidature alle altre cariche sociali.
Per la comunità speleologica nazionale sono dunque gli ultimi giorni utili per completare uno degli organi chiamati a garantire il corretto funzionamento della SSI ETS nel triennio 2027-2029.
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Il 24 settembre 2026 Duilio Cobol racconterà la storia, i protagonisti e le emozioni dell’esplorazione delle cavità sommerse
Giovedì 24 settembre 2026, alle ore 20:30, la sede del Club Alpinistico Triestino ospiterà la conferenza “Speleosub a Trieste – dalle sorgenti del mito fino ai giorni nostri”, dedicata alla storia e all’evoluzione della speleologia subacquea.
La speleosubacquea è una disciplina affascinante e ancora poco conosciuta, che conduce gli esploratori nelle parti s
Il 24 settembre 2026 Duilio Cobol racconterà la storia, i protagonisti e le emozioni dell’esplorazione delle cavità sommerse
Giovedì 24 settembre 2026, alle ore 20:30, la sede del Club Alpinistico Triestino ospiterà la conferenza “Speleosub a Trieste – dalle sorgenti del mito fino ai giorni nostri”, dedicata alla storia e all’evoluzione della speleologia subacquea.
La speleosubacquea è una disciplina affascinante e ancora poco conosciuta, che conduce gli esploratori nelle parti sommerse delle grotte, dove acqua e roccia formano ambienti di straordinaria bellezza e complessità.
Il relatore Duilio Cobol accompagnerà il pubblico in un viaggio attraverso le prime esplorazioni, le imprese dei pionieri e lo sviluppo delle tecniche utilizzate per affrontare sorgenti e cunicoli allagati. La serata sarà arricchita da racconti e filmati dedicati al mondo ipogeo sommerso.
L’incontro si terrà presso la sede del Club Alpinistico Triestino, in via Raffaele Abro 5/A, a Trieste. Un’occasione per conoscere da vicino un’attività che unisce ricerca, preparazione tecnica, spirito d’avventura e passione per l’esplorazione.
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Non ci fu un solo incontro e lo scambio genetico non avvenne in una sola direzione. Le ricerche sul DNA antico stanno ricostruendo una storia molto più complessa tra Homo sapiens e Neanderthal, fatta di contatti ripetuti nell’arco di centinaia di migliaia di anni. Una storia alla quale le grotte hanno dato un contributo straordinario, conservando resti dai quali oggi è possibile leggere il genoma dei nostri antichi parenti.
Per molto tempo abbiamo immaginato la storia di Homo sapien
Non ci fu un solo incontro e lo scambio genetico non avvenne in una sola direzione. Le ricerche sul DNA antico stanno ricostruendo una storia molto più complessa tra Homo sapiens e Neanderthal, fatta di contatti ripetuti nell’arco di centinaia di migliaia di anni. Una storia alla quale le grotte hanno dato un contributo straordinario, conservando resti dai quali oggi è possibile leggere il genoma dei nostri antichi parenti.
Per molto tempo abbiamo immaginato la storia di Homo sapiens e Neanderthal come quella di due umanità distinte che, a un certo punto, si incontrarono in Eurasia.
Oggi sappiamo che le cose furono molto più complicate.
Il DNA antico racconta incontri ripetuti, separazioni, nuovi contatti e scambi genetici avvenuti in entrambe le direzioni. E una parte importante di questa storia arriva proprio dalle grotte, che per decine di migliaia di anni hanno conservato ossa, denti, sedimenti e tracce lasciate dalle popolazioni che le frequentavano.
È un campo di ricerca complesso e in rapidissima evoluzione. Proviamo quindi a raccontarlo nel modo più semplice possibile, consapevoli che molte domande restano aperte e che alcune delle interpretazioni discusse dagli studiosi potranno cambiare con nuove scoperte.
Interno della Grotta di Bacho Kiro, in Bulgaria, uno dei siti fondamentali per lo studio dei primi Homo sapiens in Europa e dei loro rapporti con i Neanderthal. Foto: Felixbg – Wikimedia Commons, pubblico dominio
Non un incontro, ma molti incontri
Che Sapiens e Neanderthal abbiano avuto figli insieme non è più soltanto un’ipotesi archeologica.
Lo dimostra il DNA.
Una revisione pubblicata nel 2022 su Current Biology riassume come nelle popolazioni attuali al di fuori dell’Africa circa l’1-4% del genoma individuale possa essere ricondotto ad antenati neanderthaliani.
In genetica questo passaggio di DNA da una popolazione a un’altra viene chiamato introgressione. Detto in maniera molto semplice: due popolazioni si incontrano, alcuni individui hanno figli insieme e una parte del DNA di una popolazione entra, attraverso i loro discendenti, nell’altra.
Ma c’è una sorpresa.
Non furono soltanto i Neanderthal a lasciare DNA nei nostri antenati. Accadde anche il contrario.
Uno studio di Melissa Hubisz, Amy Williams e Adam Siepel, pubblicato su PLOS Genetics nel 2020, ha trovato segnali compatibili con un antico flusso genetico dagli antenati degli umani moderni verso i Neanderthal. Gli autori stimarono che circa il 3% del genoma neanderthaliano analizzato potesse derivare da questo antico contributo, collocando l’evento approssimativamente tra 200.000 e 300.000 anni fa.
Già questo cambia parecchio il racconto.
Duecentomila anni di incontri
Nel 2024 un lavoro pubblicato su Science da Liming Li e colleghi ha aggiunto nuovi elementi.
Analizzando i genomi di 2.000 esseri umani moderni e tre Neanderthal, i ricercatori hanno stimato nei Neanderthal esaminati una componente di ascendenza derivata da umani moderni compresa tra circa il 2,5 e il 3,7% e hanno identificato due distinte ondate di flusso genetico dagli umani moderni verso i Neanderthal.
Il titolo stesso dello studio è eloquente: Recurrent gene flow between Neanderthals and modern humans over the past 200,000 years, cioè flusso genetico ricorrente tra Neanderthal e umani moderni negli ultimi 200.000 anni.
Non dovremmo quindi immaginare un’unica occasione in cui “Sapiens incontrò Neanderthal”.
La genetica suggerisce piuttosto una storia fatta di più contatti tra popolazioni, avvenuti in periodi differenti.
E occorre anche una certa prudenza quando mettiamo delle frecce — “Sapiens ? Neanderthal” oppure “Neanderthal ? Sapiens” — perché ricostruire eventi avvenuti centinaia di migliaia di anni fa partendo dai genomi disponibili è estremamente complesso. Lo stesso studio del 2020 sottolineava le difficoltà nell’individuare le regioni introgressate più antiche e nel ricostruire eventi genetici così lontani nel tempo.
Una Neanderthal uscita da una grotta croata
Qui la speleologia entra direttamente nella storia.
Uno dei genomi neanderthaliani più importanti è stato ricavato dai resti di una donna vissuta circa 50.000 anni fa, rinvenuti nella Grotta di Vindija, in Croazia.
Il suo genoma è stato sequenziato ad alta copertura e descritto nel 2017 su Science. Questa donna risultò geneticamente più vicina rispetto al Neanderthal dell’Altai alle popolazioni neanderthaliane che contribuirono al DNA degli antenati degli attuali esseri umani non africani.
Una grotta diventa così qualcosa di più di un sito archeologico.
È una specie di archivio biologico del passato.
Un piccolo frammento osseo conservato nel sottosuolo per decine di migliaia di anni può oggi raccontarci non soltanto chi frequentava quelle cavità, ma perfino quali antiche popolazioni si erano incontrate e avevano avuto discendenti.
Il Neanderthal che portiamo ancora con noi
Il DNA neanderthaliano entrato nel genoma dei Sapiens non è però rimasto immutato fino a oggi.
Generazione dopo generazione, la selezione naturale ha eliminato alcune varianti, ne ha lasciate sopravvivere altre e in alcuni casi potrebbe aver favorito quelle utili nei nuovi ambienti incontrati dai Sapiens fuori dall’Africa.
Uno studio pubblicato su Nature Communications nel 2021 ha analizzato il contributo delle varianti neanderthaliane a più di 400 caratteri complessi. Il quadro generale suggerisce che la selezione abbia agito contro molta della variazione funzionale introgressa. Alcune varianti rimaste sono però associate a caratteristiche riguardanti, fra le altre, pelle e capelli, risposta autoimmune, cronotipo, densità ossea, capacità polmonare ed età della menopausa.
Attenzione, però, a non trasformare queste associazioni in frasi come “il gene neanderthaliano ci ha dato questa caratteristica”.
I caratteri umani sono generalmente il risultato dell’interazione di moltissimi geni e dell’ambiente, e gli stessi autori ricordano diversi limiti nell’interpretazione di questi dati.
La review del 2022 riassume il quadro in modo efficace: alcune varianti provenienti dai Neanderthal potrebbero aver aiutato le popolazioni umane ad adattarsi a climi, esposizione ai raggi ultravioletti e patogeni differenti, mentre altre avrebbero avuto conseguenze sfavorevoli e sarebbero state progressivamente eliminate.
In altre parole, ciò che rimane oggi nel nostro DNA è soltanto una parte di ciò che entrò nel genoma dei nostri antenati.
Ma tutti i figli di Sapiens e Neanderthal erano fertili?
Ed eccoci alla domanda forse più affascinante, ma anche alla più delicata.
Se Sapiens e Neanderthal ebbero figli insieme, quei figli avevano tutti le stesse probabilità di sopravvivere e riprodursi?
Qui le certezze diminuiscono.
Nel materiale che ci è stato sottoposto viene avanzata un’ipotesi interessante: nel corso del tempo potrebbero essersi sviluppate differenze immunologiche capaci di rendere alcune gravidanze miste meno compatibili, fino a ipotizzare un ruolo del sistema immunitario materno.
È una possibilità biologica che merita di essere studiata, ma non abbiamo elementi sufficienti per presentarla come spiegazione dimostrata.
Lo stesso documento, esaminando l’ipotesi in modo più approfondito, arriva infatti a una conclusione molto più prudente: non emerge una prova di una generale intolleranza immunologica delle donne Sapiens verso feti con ascendenza neanderthaliana.
Ci sono invece indizi che hanno portato i ricercatori a discutere la possibilità di una ridotta fertilità di alcuni ibridi maschi. Anche in questo caso, però, sarebbe sbagliato tradurre l’ipotesi nella semplice affermazione “i maschi ibridi erano sterili”. Il quadro genetico può essere prodotto da più fenomeni e rimane oggetto di studio.
La formulazione più prudente è forse un’altra: alcune combinazioni genetiche Sapiens-Neanderthal potrebbero aver avuto un successo riproduttivo inferiore ad altre, mentre alcune varianti neanderthaliane risultarono compatibili con il genoma dei Sapiens e furono conservate, talvolta probabilmente perché vantaggiose.
Le grotte continuano a raccontare la storia
Per chi si occupa di speleologia c’è qualcosa di particolarmente affascinante in tutto questo.
La rivoluzione del DNA antico non ha diminuito l’importanza delle grotte. Semmai l’ha aumentata.
La Grotta di Vindija, per esempio, ha conservato i resti della donna neanderthaliana il cui genoma ha permesso di riconoscere dal 10 al 20% in più di DNA neanderthaliano negli esseri umani attuali rispetto a quanto era stato possibile individuare utilizzando il precedente genoma neanderthaliano ad alta qualità proveniente dalla Siberia.
Una cavità, quindi, può conservare informazioni che diventano leggibili soltanto migliaia di generazioni dopo.
Gli speleologi esplorano gli spazi sotterranei, gli archeologi ne studiano depositi e reperti, i paleoantropologi ricostruiscono gli individui e oggi i genetisti possono arrivare a leggere dentro un frammento d’osso una storia di migrazioni, incontri e discendenze.
È probabilmente questa la cosa più bella che emerge dagli studi degli ultimi anni: la storia di Sapiens e Neanderthal assomiglia sempre meno a quella di due mondi separati e sempre più a quella di popolazioni che si incontrarono diverse volte, ebbero figli e lasciarono tracce reciproche nei propri genomi.
Quanto fossero frequenti quegli incontri, come avvenissero, quali figli avessero maggiori possibilità di sopravvivere e riprodursi e quanto abbiano contribuito alla nostra biologia sono domande alle quali la ricerca sta ancora cercando di rispondere.
E proprio per questo vale la pena continuare a guardare nelle grotte.
L’Arma delle Manie, a Finale Ligure (Savona), importante sito preistorico frequentato dai Neanderthal. Recenti campagne di ricerca hanno ripreso lo studio dei depositi della cavità per ricostruire le ultime fasi della presenza neandertaliana in Liguria. Foto: F. Ceragioli – Wikimedia Commons, CC BY-SA
Una nota necessaria
Non siamo genetisti e abbiamo cercato di raccontare studi molto complessi nel modo più semplice possibile, prima di tutto per comprenderli. Dove la ricerca propone ipotesi le abbiamo indicate come tali, cercando di non trasformarle in certezze. Segnalazioni di errori, imprecisioni o interpretazioni troppo semplicistiche da parte di archeologi, genetisti e studiosi saranno più che benvenute.
Fonti principali: Li et al., Science, 2024; Hubisz, Williams & Siepel, PLOS Genetics, 2020; McArthur, Rinker & Capra, Nature Communications, 2021; Reilly et al., Current Biology, 2022; Prüfer et al., Science, 2017.
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Nuovo straordinario risultato della Commissione Speleosubacquea della Federazione Speleologica Sarda: completato il rilievo di S7 e raggiunti grandi ambienti asciutti, mentre una forte corrente d’aria indica possibili prosecuzioni ancora tutte da esplorare
Un entusiasta messaggio di Davide Godani della Commissione Speleosubacquea della Federazione Speleologica Sarda sulla lista Speleo-it annuncia un grande risultato.
Il Settimo Sifone di Sa Rutta ’e S’Edera si è finalmente arreso
Nuovo straordinario risultato della Commissione Speleosubacquea della Federazione Speleologica Sarda: completato il rilievo di S7 e raggiunti grandi ambienti asciutti, mentre una forte corrente d’aria indica possibili prosecuzioni ancora tutte da esplorare
Un entusiasta messaggio di Davide Godani della Commissione Speleosubacquea della Federazione Speleologica Sarda sulla lista Speleo-it annuncia un grande risultato.
Il Settimo Sifone di Sa Rutta ’e S’Edera si è finalmente arreso!
Dopo 485 metri di immersione, gli speleosub della Commissione Speleosubacquea della Federazione Speleologica Sarda sono riemersi dall’altra parte, trovandosi davanti a uno scenario che supera le aspettative: nuovi ambienti asciutti e, soprattutto, un lago sotterraneo di proporzioni eccezionali.
È un risultato davvero straordinario, che premia la preparazione, la tenacia e il grande lavoro collettivo sostenuto nel Supramonte di Urzulei.
Le prime immagini esplorative riuscivano soltanto in parte a restituire la vastità dell’ambiente. È stato il rilievo, completato una volta tornati all’esterno, a rivelarne la reale dimensione: la superficie del lago viene stimata in circa 2.000 metri quadrati.
Per rendere immediatamente comprensibile la sua ampiezza, la Commissione ha sovrapposto il rilievo del nuovo lago a quello del Lago di Su Palu. Il confronto cartografico parla da solo e mostra quanto sia imponente lo spazio incontrato oltre S7.
Oltre il sifone, la grotta continua
La scoperta non si limita al grande specchio d’acqua.
Oltre la riemersione, la squadra ha raggiunto e percorso nuovi ambienti asciutti, proseguendo fino a una risalita. Da quel punto proviene un’eco impressionante, apparentemente generata da volumi di grandi dimensioni, accompagnata da una forte circolazione d’aria.
Due segnali che alimentano le speranze per il seguito dell’esplorazione.
È proprio in corrispondenza della risalita che, per questa volta, gli esploratori hanno deciso di arrestarsi. Non si tratta però di una conclusione: tutto lascia pensare che l’“assalto finale” annunciato dalla Commissione possa aprire un nuovo capitolo nella conoscenza di Sa Rutta ’e S’Edera.
Un risultato costruito nel tempo
Il nuovo avanzamento rappresenta un’ulteriore tappa del progetto esplorativo dedicato al grande sistema sotterraneo del Supramonte.
Nei mesi precedenti le squadre avevano raggiunto e superato il limite storico del Settimo Sifone, entrando in ambienti asciutti ancora da esaminare. Ora il rilievo fissa in 485 metri la lunghezza di S7 e permette di comprendere meglio le dimensioni degli spazi scoperti al di là dell’ostacolo sommerso.
Dietro questi numeri ci sono immersioni impegnative, trasporto di materiali, rilievi, documentazione e un’organizzazione collettiva indispensabile per operare in un contesto tanto complesso e remoto.
Alla Commissione Speleosubacquea della Federazione Speleologica Sarda e a tutte le persone coinvolte va il più caloroso plauso. Raggiungere questi ambienti richiede capacità tecniche eccezionali, prudenza, determinazione e una collaborazione solidissima.
Dopo 485 metri sott’acqua, S’Edera ha restituito alla superficie i suoi esploratori e ha mostrato loro un nuovo, enorme spazio sotterraneo. Ma l’eco e l’aria che arrivano dall’alto sembrano suggerire che la grotta abbia ancora molto da raccontare.
Ora lasciamo la parola agli Esploratori:
GRANDI AMBIENTI OLTRE IL SETTIMO SIFONE
Dopo 485 metri di immersione, S7 si è finalmente arreso.
A poche decine di metri dall’ultima legatura, il sifone ci ha restituito alla superficie.
Ad attendeci poco oltre UN LAGO ENORME.
Le prime immagini esplorative riuscivano solo in parte a raccontarne le proporzioni. È stato il rilievo, una volta tornati fuori, a darci la reale dimensione di ciò che avevamo davanti.
Per renderla comprensibile abbiamo provato a fare qualcosa di molto semplice: sovrapporlo al Lago di Su Palu.
Il risultato parla da solo.
S’Edera aveva però ancora sorprese da riservarci per l’ASSALTO FINALE.
Abbiamo raggiunto e percorso nuovi ambienti asciutti, fino a una risalita. Sopra di noi, un eco impressionante sembra provenire da ambienti di grandi dimensioni, accompagnato da forte circolazione d’aria.
Ed è lì che, questa volta, abbiamo deciso di fermarci.
Dopo quattro anni di esplorazioni, chilometri percorsi, immersioni, trasporti e centinaia di persone coinvolte, S’Edera ha ancora una volta spostato il suo limite.
Questa volta il punto interrogativo davanti a noi è ancora più grande!
La storia di S’Edera non è finita.
È appena riemersa.
La ComSub
Complimenti davvero a tutta la squadra: un’impresa entusiasmante e un nuovo, magnifico risultato per la speleologia sarda e italiana!
Fonte e immagini: Commissione Speleosubacquea della Federazione Speleologica Sarda
Commissione Speleosubacquea del FSS con Davide Godani, Enrico Sedda e Floris Fedee
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Il riconoscimento sarà conferito il 10 ottobre 2026 all’Auditorium comunale di Termoli, durante l’ottava edizione della manifestazione “Un mare che unisce”
TERMOLI. Un premio alla memoria di Tony Vincelli per ricordarne l’impegno, la passione per la speleologia e l’instancabile attività di divulgazione del mondo sotterraneo. Il riconoscimento sarà conferito nell’ambito dell’ottava edizione del Premio Adriatico “Un mare che unisce”, in programma sabato 10 ottobre 2026 all’Auditorium
Il riconoscimento sarà conferito il 10 ottobre 2026 all’Auditorium comunale di Termoli, durante l’ottava edizione della manifestazione “Un mare che unisce”
TERMOLI. Un premio alla memoria di Tony Vincelli per ricordarne l’impegno, la passione per la speleologia e l’instancabile attività di divulgazione del mondo sotterraneo. Il riconoscimento sarà conferito nell’ambito dell’ottava edizione del Premio Adriatico “Un mare che unisce”, in programma sabato 10 ottobre 2026 all’Auditorium comunale di Termoli.
Particolarmente commosse le parole del fratello Luca, che ha affidato ai social il proprio pensiero dopo aver appreso la notizia:
«Vi lascio immaginare la mia reazione appena ho saputo della notizia… E sono sicuro che anche tu sei felicissimo per questo premio. Un abbraccio fin lassù, fratellone. Manchi tantissimo a tutti».
Tony Vincelli, presidente dell’associazione Speleopop, è scomparso nel luglio 2025 in seguito a un incidente stradale sulla Bifernina. La sua vita è stata profondamente legata all’esplorazione e alla conoscenza del sottosuolo, ma soprattutto al desiderio di condividere con gli altri quanto appreso durante anni di attività.
“Noi non siamo superficiali”, motto dell’associazione Speleopop, riassumeva bene il suo modo di pensare e di agire: andare oltre ciò che appare, conoscere le formazioni carsiche e gessose, osservare i minerali e comprendere il percorso dell’acqua che alimenta le sorgenti. Un patrimonio di conoscenze che Tony trasmetteva con entusiasmo a quanti avevano il coraggio e la curiosità di seguirlo nel mondo ipogeo.
Tra le esperienze più significative da lui promosse figura il laboratorio didattico “Le pietre di Tony”, un metodo interattivo basato sul contatto diretto con rocce magmatiche, sedimentarie e metamorfiche e con numerosi minerali. Un’attività capace di coinvolgere gli studenti e di trasformarli da semplici osservatori in partecipanti attivi, incoraggiando collaborazione, confronto e discussione.
Il laboratorio continuerà a vivere grazie all’impegno di Nicola Petrella, esperto di mineralogia e studioso del suolo e del sottosuolo, insieme ai soci di Speleopop. Non mancheranno gli strumenti utilizzati da Tony e dai suoi compagni di esplorazione, affinché nuove generazioni possano avvicinarsi alla conoscenza del mondo sotterraneo.
Il Premio Adriatico rappresenta dunque non soltanto un riconoscimento alla memoria, ma anche un modo per mantenere vivo il lavoro di Tony Vincelli e il segno profondo lasciato nella comunità, tra gli amici, gli speleologi e tutte le persone che hanno condiviso con lui la passione per la natura e l’esplorazione.
ZO SÉRIE 100 ROKOV OBJAVENIA DOMICE
KEDY VZNIKLA TÁTO UNIKÁTNA ÚROVŇOVÁ JASKYŇA?
Cezhraničný slovensko-maďarský jaskynný systém Domica-Baradla (Slovenský kras, Aggtelecký kras) s dĺžkou viac ako 32 km pozostáva z vývojových úrovní, ktoré sa vytvorili vo vzťahu k fázovitému vývoju doliny Jósvy (pravostranný prítok Bodvy na maďarskom území) na južnom okraji Západných Karpát.
Do vrchnej vývojovej úrovne jaskyne Domica boli tieto štrky splavené z povrchu pred 3,47 ± 0,78 mil. rokov a 2,94 ± 0,50 m
ZO SÉRIE 100 ROKOV OBJAVENIA DOMICE
KEDY VZNIKLA TÁTO UNIKÁTNA ÚROVŇOVÁ JASKYŇA?
Cezhraničný slovensko-maďarský jaskynný systém Domica-Baradla (Slovenský kras, Aggtelecký kras) s dĺžkou viac ako 32 km pozostáva z vývojových úrovní, ktoré sa vytvorili vo vzťahu k fázovitému vývoju doliny Jósvy (pravostranný prítok Bodvy na maďarskom území) na južnom okraji Západných Karpát.
Do vrchnej vývojovej úrovne jaskyne Domica boli tieto štrky splavené z povrchu pred 3,47 ± 0,78 mil. rokov a 2,94 ± 0,50 mil. rokov. Datovanie preukazuje, že bola vytvorená v strednom pliocéne (zankl/piačenz), prípadne v skoršom období (zankl). Neskôr boli riečne sedimenty takmer úplne vyplavené, pôvodné tvary chodieb sa remodelovali a dotvorili do terajšej podoby.
Spodná vývojová úroveň Domice, nachádzajúca sa 12 až 18 m pod vrchnou úrovňou, vznikla v staršom období skorého pleistocénu (gelas). Vek pochovania alochtónnych fluviálnych štrkov v Panenskej chodbe je 1,92 ± 0,25 mil. rokov. V jaskyni Baradla tejto úrovni zodpovedajú priestranné chodby pozdĺž hlavného podzemného riečiska smerom k vyvieračke v doline Jósvy.
Tieto datovania sú založené na kozmogénnych nuklidoch, ktoré umožňujú datovať vek splavenia kremenných okruhliakov a piesku do jaskyne. Keď sa horniny s obsahom kremeňa nachádzajú na zemskom povrchu, sú vystavené kozmickému žiareniu. Jeho reakciou s prvkami v mineráloch (v kremeni SiO2) vznikajú stabilné aj rádioaktívne kozmogénne nuklidy. Na datovanie jaskýň sa využíva dvojica rádioaktívnych nuklidov: berýlium-10 (10Be) a hliník-26 (26Al). Na povrchu vznikajú oba nuklidy v pomere približne 1 : 6,75 v prospech hliníka. Keď sa sedimenty dostanú do podzemia, nadložie jaskyne úplne zablokuje kozmické žiarenie a tvorba nových nuklidov sa zastaví. Oba rádioaktívne nuklidy začnú rádioaktívnzmm rozpadom ubúdať. Keďže majú odlišný polčas rozpadu (26Al približne 705 000 rokov, 10Be približne 1,39 milióna rokov), ich vzájomný pomer sa začne meniť, s pribúdajúcim časom sa znižuje. Z aktuálneho pomeru možno vypočítať, ako dlho je sediment splavený v jaskyni.
Datovanie splavenia fluviálnych sedimentov do jaskyne pomocou kozmogénnych nuklidov Správa slovenských jaskýň realizovala v spolupráci S. Braucherom z Francúzskeho národného centra pre vedeckých výskum a M. Šujanom z Prírodovedeckej fakulty Univerzity Komenského v Bratislave. Ďalšie datovania vykonávame aj v maďarskej časti jaskynného systému.
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Domenica 27 settembre 2026 il GOA Canyoning e l’Associazione Italiana Canyoning organizzano una giornata di volontariato per raccogliere rifiuti e materiali abbandonati nel Torrente Crocetta, a Quaratica, nel comune di Riccò del Golfo di Spezia. L’iniziativa è rivolta a persone già autonome e attrezzate per muoversi in sicurezza in forra
Una giornata con corde, sacchi e attrezzatura da torrentismo, ma questa volta con un obiettivo particolare: ripulire una forra dai rifiuti.
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Domenica 27 settembre 2026 il GOA Canyoning e l’Associazione Italiana Canyoning organizzano una giornata di volontariato per raccogliere rifiuti e materiali abbandonati nel Torrente Crocetta, a Quaratica, nel comune di Riccò del Golfo di Spezia. L’iniziativa è rivolta a persone già autonome e attrezzate per muoversi in sicurezza in forra
Una giornata con corde, sacchi e attrezzatura da torrentismo, ma questa volta con un obiettivo particolare: ripulire una forra dai rifiuti.
Domenica 27 settembre 2026, dalle 9 alle 16, è in programma l’iniziativa “Puliamo il Torrente Crocetta”, un’uscita di volontariato organizzata a Quaratica, nel comune di Riccò del Golfo di Spezia, dal GOA Canyoning, il Gruppo torrentistico “GOA Canyoning” insieme all’Associazione Italiana Canyoning (AIC). Tutte le informazioni operative sono riportate nella locandina dell’iniziativa.
Rifiuti da portare fuori dalla forra
Il programma prevede l’ingresso nella forra dal cosiddetto punto 1, con ritrovo alle 9. Una volta entrati nel torrente, i volontari procederanno verso valle raccogliendo rifiuti urbani e materiali di piccola taglia.
L’organizzazione prevede una squadra impegnata direttamente nell’alveo, incaricata di raccogliere e insaccare i materiali, e una squadra all’uscita, che dovrà aprire il collegamento con la strada attraverso la vegetazione. Tra le operazioni previste figura anche la predisposizione di un sistema per recuperare e trasferire i materiali dall’alveo verso la strada.
I sacchi raccolti saranno infine portati al Comune, nei pressi dell’uscita.
Un ambiente che richiede esperienza
La locandina precisa un aspetto importante: non si tratta di una normale passeggiata ecologica.
La partecipazione è pensata per i soci GOA e AIC, ma è aperta anche a chi pratica autonomamente il torrentismo ed è già in grado di muoversi in sicurezza in una forra.
I partecipanti dovranno portare guanti robusti e la propria attrezzatura da torrentismo; i sacchi grandi saranno messi a disposizione dagli organizzatori. Speleo o muta sono indicate soltanto se dovessero risultare effettivamente necessarie.
Il Torrente Crocetta è normalmente asciutto, anche se possono rimanere alcune pozze. Accessi e uscite, inoltre, non sono sempre agevoli e la vegetazione può complicare il percorso.
Gli organizzatori sottolineano quindi chiaramente che chi partecipa deve essere in grado di uscire autonomamente dalla forra con la propria attrezzatura.
Una giornata di torrentismo al servizio dell’ambiente
L’iniziativa porta l’esperienza maturata nella frequentazione delle forre direttamente al servizio del territorio.
Chi pratica canyoning conosce infatti luoghi che spesso rimangono nascosti alla maggior parte delle persone: gole, torrenti incassati e tratti difficilmente raggiungibili dove anche la rimozione di un semplice rifiuto può richiedere capacità tecniche e attrezzature specifiche.
“Puliamo il Torrente Crocetta” diventa così anche un piccolo esempio di cura concreta degli ambienti naturali frequentati dagli appassionati di torrentismo.
Attenzione: Quaratica è un luogo magico, ma con pochissimi parcheggi e strade strette: partecipate numerosi, ma – per piacere – raggiungete la zona con il minor numero possibile di automobili!
Quando: domenica 27 settembre 2026, ore 9:00–16:00 Dove: Torrente Crocetta, Quaratica – Riccò del Golfo di Spezia (SP) Organizzazione: GOA Canyoning e Associazione Italiana Canyoning
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Nel barranco di Trevélez, nella provincia di Granada, i soccorsi hanno raggiunto l’area impervia ma hanno potuto solo constatare il decesso. La Federazione andalusa aveva già raccomandato di non effettuare il percorso fino a nuova comunicazione.
Un uomo è morto sabato 19 settembre nel barranco di Trevélez, nell’Alpujarra di Granada, dopo essere caduto in una pozza mentre praticava canyoning. L’allarme è arrivato al servizio di emergenza 112 dell’Andalusia alle 14.10. Sul posto sono
Nel barranco di Trevélez, nella provincia di Granada, i soccorsi hanno raggiunto l’area impervia ma hanno potuto solo constatare il decesso. La Federazione andalusa aveva già raccomandato di non effettuare il percorso fino a nuova comunicazione.
Un uomo è morto sabato 19 settembre nel barranco di Trevélez, nell’Alpujarra di Granada, dopo essere caduto in una pozza mentre praticava canyoning. L’allarme è arrivato al servizio di emergenza 112 dell’Andalusia alle 14.10. Sul posto sono intervenuti Guardia Civil e Centro di Emergenza Sanitaria 061.
Le fonti disponibili non indicano al momento identità, età e provenienza della vittima. Non sono state rese pubbliche neppure le circostanze tecniche che hanno preceduto la caduta. I soccorritori, una volta raggiunto l’uomo, ne hanno confermato il decesso.
Canyoning nel barranco di Trevélez e il dispositivo di soccorso
La stampa locale riferisce che l’attività era in corso nel barranco di Trevélez, nel territorio comunale di Carataunas, nella comarca dell’Alpujarra. Alcune prime ricostruzioni parlano di discesa in corda doppia; altre definiscono l’attività come barranquismo, il termine spagnolo per canyoning o discesa di canyon.
La zona presenta accessi difficili. Per questo sono stati mobilitati gli specialisti del Gruppo di soccorso e intervento in montagna della Guardia Civil, il GREIM, insieme alle altre componenti dell’apparato di emergenza. Secondo una delle cronache, nel dispositivo ha operato anche l’unità aerea; un particolare che evidenzia la complessità logistica dell’intervento, non le cause dell’incidente.
Il fatto è avvenuto nel corso della giornata di sabato. L’orario della chiamata al 112 è l’elemento cronologico più preciso diffuso dalle fonti consultate. Gli accertamenti sulle dinamiche spettano alle autorità competenti. Non è possibile stabilire dalle informazioni finora rese note se abbiano avuto un ruolo il livello dell’acqua, la configurazione della pozza, l’attrezzatura o altri fattori.
Barranco di Trevélez: caratteristiche e punti critici del percorso
Il barranco di Trevélez è un itinerario fluviale caratterizzato da strettoie, pareti verticali, salti e pozze. La rete provinciale di itinerari di Granada descrive un accesso con una prima calata frazionata e verticale di circa 19 metri, seguito da una successione di manovre su corda, disarrampicate e passaggi in acqua.
La stessa scheda segnala tratti nei quali l’idrodinamica può diventare pericolosa con portata elevata. In particolare, viene indicata una seconda pozza, conosciuta come “la lavadora”, dove una controcorrente poco visibile può ostacolare l’uscita. Nel prosieguo sono segnalati altri punti con forti movimenti d’acqua, controcorrenti e un sifone che può risultare meno riconoscibile quando il flusso aumenta.
Queste informazioni descrivono le criticità generali dell’itinerario e non costituiscono una ricostruzione dell’episodio del 19 settembre. Ogni discesa richiede la verifica diretta delle condizioni del giorno, delle portate e dello stato delle attrezzature fisse, oltre a competenze adeguate per la progressione in ambiente acquatico verticale.
L’avviso sul Cañón del Río Trevélez prima dell’incidente
Nel mese di luglio 2026 la Federazione andalusa di speleologia e discesa di canyon e barranchi, in coordinamento con il GREIM, ha pubblicato una raccomandazione di astensione dalla discesa del Cañón del Río Trevélez fino a nuovo avviso. Il testo attribuisce l’avviso ai cambiamenti geomorfologici intervenuti nel corso d’acqua e ai danni o spostamenti delle installazioni, ancora da verificare.
L’avviso è un elemento rilevante per chi frequenta il barranco di Trevélez. Non permette però di associare automaticamente quelle condizioni alla caduta mortale di sabato. Serviranno eventuali comunicazioni degli inquirenti per chiarire se il divieto tecnico fosse ancora vigente nel punto interessato e quale fosse lo stato effettivo del percorso al momento dell’incidente.
La vicenda richiama l’importanza di distinguere le descrizioni storiche di un canyon dalla sua situazione reale. Piene, trasporto di sedimenti, caduta di blocchi e danneggiamento degli ancoraggi possono modificare rapidamente un tracciato. La consultazione di avvisi federali e dei servizi locali deve precedere ogni ingresso in forra.
Informazioni da attendere sul decesso nel barranco di Trevélez
Al 21 settembre non risultano diffusi dati pubblici ulteriori sulla vittima né una spiegazione ufficiale dell’accaduto. È quindi necessario evitare conclusioni sulle responsabilità e sulle cause. Le informazioni confermate restano la caduta in una pozza, l’attivazione dei soccorsi alle 14.10 e la constatazione del decesso sul posto.
Per la comunità speleologica e torrentistica, il caso ribadisce il valore della pianificazione. La valutazione del rischio deve includere bollettini, portata osservata, aggiornamenti sugli ancoraggi, vie di fuga, capacità del gruppo e tempi di attivazione dei soccorsi. Nel barranco di Trevélez, dove sono presenti tratti acquatici e verticali impegnativi, queste verifiche assumono un rilievo particolare.
🔦 Prehľad speleologických noviniek
Macedónski speleológovia pokračujú v dlhodobom prieskume jaskyne Solunska glava 5 v pohorí Jakupica, ktorá dosiahla hĺbku 400 metrov [1][2], zatiaľ čo v Česku prebiehajú exkurzie a kontroly jaskýň, ako napríklad v Ondrášových dierach alebo na Mazáku [10]. Na Slovensku sa dokumentujú jaskyne ako Bystrianska či Hrušovská, čo prispieva k ich ochrane a výskumu [5][6].
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Macedónsko, pohorie Jakupica, jaskyňa Solunska glava 5, – 400 m
📅 2026-09-20
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Macedónski speleológovia pokračujú v dlhodobom prieskume jaskyne Solunska glava 5 v pohorí Jakupica, ktorá dosiahla hĺbku 400 metrov [1][2], zatiaľ čo v Česku prebiehajú exkurzie a kontroly jaskýň, ako napríklad v Ondrášových dierach alebo na Mazáku [10]. Na Slovensku sa dokumentujú jaskyne ako Bystrianska či Hrušovská, čo prispieva k ich ochrane a výskumu [5][6].
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La terza campagna di scavo nella cavità dei Monti Lepini ha indagato un livello di antico e ha restituito nuovi materiali del II millennio a.C.
A Sezze, la terza campagna di scavo archeologico nella Grotta Vittorio Vecchi ha portato all’individuazione di un livello pleistocenico interpretato come tana di iena preistorica. Le indagini hanno riguardato anche i depositi funerari e cultuali del II millennio a.C., nei quali sono stati rinvenuti vasi, fibule in bronzo e manufatti in osso
La terza campagna di scavo nella cavità dei Monti Lepini ha indagato un livello di antico e ha restituito nuovi materiali del II millennio a.C.
A Sezze, la terza campagna di scavo archeologico nella Grotta Vittorio Vecchi ha portato all’individuazione di un livello pleistocenico interpretato come tana di iena preistorica. Le indagini hanno riguardato anche i depositi funerari e cultuali del II millennio a.C., nei quali sono stati rinvenuti vasi, fibule in bronzo e manufatti in osso lavorato.
La notizia riguarda una cavità già nota per la sua lunga frequentazione preistorica. Il nuovo dato aggiunge una fase molto più antica alla sequenza di evidenze conservate nella grotta. Secondo quanto comunicato al termine delle ricerche, si tratta della prima testimonianza finora individuata di una tana di iena pleistocenica sui Monti Lepini.
Grotta Vittorio Vecchi e la tana di iena di 50mila anni fa
Le ricerche hanno esaminato per la prima volta un livello del Pleistocene nella Grotta Vittorio Vecchi. Questo livello è stato ricondotto a una tana di iena la cui datazione è ancora in corso. Il riconoscimento, allo stato attuale delle indagini, segnala quindi la presenza di questi carnivori nel territorio lepino durante il Pleistocene superiore.
L’espressione “tana di iena” indica un deposito formato o modificato dalla frequentazione dei grandi carnivori. Nelle grotte, le iene potevano accumulare resti delle prede e lasciare tracce della propria attività. La definizione puntuale del contesto di Sezze dipenderà dagli studi sui reperti faunistici, sulle eventuali tracce di rosicchiamento e sulla stratigrafia del deposito.
Il risultato ha interesse territoriale. Non dimostra soltanto la presenza di fauna pleistocenica nella cavità, ma apre una nuova prospettiva di ricerca sulle dinamiche ambientali e sui popolamenti animali dei Monti Lepini nel periodo considerato. Le comunicazioni disponibili non indicano ancora la specie attribuita né un elenco dei resti faunistici rinvenuti. Questi elementi richiederanno analisi specialistiche e successive pubblicazioni.
Scavi archeologici nella Grotta Vittorio Vecchi
La campagna è stata condotta dal professor Mario Federico Rolfo dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, insieme a Rolfo lo scavo è stato coordinato anche da Angelica Ferracci e Francesca Cortese, dottoranda e ricercatrice di Roma Tor Vergata. L’attività si è svolta con il Comune di Sezze e con l’autorizzazione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Lazio. Hanno partecipato anche geologi dell’INGV e dell’Università di Pisa, insieme a ricercatori, dottorandi e laureandi.
Nel settore riferibile al II millennio a.C. sono emersi numerosi vasi, fibule in bronzo e oggetti in osso lavorato. I materiali contribuiscono alla lettura delle pratiche cultuali svolte nella Grotta Vittorio Vecchi. La cavità conserva infatti una documentata fase di uso funerario e rituale nella protostoria.
Le ricerche avviate nel 2024 avevano già confermato una frequentazione cultuale e funeraria di circa 4mila anni fa. In quelle indagini erano state segnalate aree di combustione, resti animali di pecore, capre e maiali, semi combusti e numerosi frammenti ceramici. Erano emersi anche resti umani, in parte dispersi nelle zone più strette e impervie della cavità.
Dalla necropoli dell’Età del Bronzo al Pleistocene
La Grotta Vittorio Vecchi era stata scoperta dagli speleologi. Le campagne di scavo del 1988 e del 1989 avevano accertato l’uso della cavità come sepolcreto per oltre 40 persone di una comunità insediata nell’area. Lo studio della ceramica e degli oggetti metallici ha collocato quella utilizzazione tra l’antica e la media Età del Bronzo, nella prima metà del II millennio a.C.
La nuova indagine mette così in relazione due tempi molto distanti della storia della cavità. Da una parte vi è la frequentazione animale attribuita al Pleistocene superiore. Dall’altra vi sono le pratiche funerarie e cultuali delle comunità protostoriche. La continuità delle ricerche consentirà di chiarire la successione dei depositi e le trasformazioni subite dall’ambiente sotterraneo.
La lettura archeologica richiede prudenza. I materiali e le datazioni comunicati sono parte di un lavoro in corso. L’équipe ha annunciato che i risultati saranno illustrati alla cittadinanza in un convegno previsto nell’ambito del Natale Setino. Per la comunità speleologica, la Grotta Vittorio Vecchi resta un caso di interesse perché riunisce in una stessa cavità evidenze paleontologiche, archeologiche e di uso rituale del sottosuolo.
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Alla résurgence di Calès si sono concluse le ricerche: il corpo è stato localizzato a 88 metri. Attivata l’inchiesta della procura di Cahors
Il soccorso speleologico francese è intervenuto alla résurgence di Saint-Sauveur, nel comune di Calès, dipartimento del Lot, dopo la scomparsa di uno speleosub britannico di 43 anni impegnato nell’esplorazione della parte profonda della cavità.
Le ricerche, avviate nella serata di venerdì 18 settembre, si sono concluse domenica con il ritro
Alla résurgence di Calès si sono concluse le ricerche: il corpo è stato localizzato a 88 metri. Attivata l’inchiesta della procura di Cahors
Il soccorso speleologico francese è intervenuto alla résurgence di Saint-Sauveur, nel comune di Calès, dipartimento del Lot, dopo la scomparsa di uno speleosub britannico di 43 anni impegnato nell’esplorazione della parte profonda della cavità.
Le ricerche, avviate nella serata di venerdì 18 settembre, si sono concluse domenica con il ritrovamento del corpo a 88 metri di profondità. La procura di Cahors ha aperto un’indagine per accertare le cause della morte.
Soccorso speleologico francese: l’allarme alla résurgence Saint-Sauveur
Secondo le informazioni disponibili, il sub era entrato venerdì 18 settembre intorno alle 15.30 nel gouffre di Saint-Sauveur. L’allarme è scattato dopo le 20, quando non è riemerso come previsto. Il sito si trova nel territorio di Calès, nel nord del Lot, ed è una risorgenza del fiume Ouysse.
La cavità è conosciuta nell’ambiente della speleologia subacquea. Il sistema comprende gallerie sommerse e richiede elevata preparazione tecnica. La profondità conosciuta supera i 180 metri. In un contesto simile, tempi, profondità, configurazione dei passaggi e logistica delle attrezzature condizionano in modo diretto ogni intervento.
La Prefettura del Lot ha attivato la disposizione specifica ORSEC per il soccorso in ambiente sotterraneo. Il provvedimento permette di organizzare e coordinare risorse specialistiche per incidenti in cavità naturali, artificiali, asciutte o sommerse. L’attivazione ha coinvolto soccorritori speleologici, vigili del fuoco, gendarmeria e autorità locali.
Le squadre SSF e la ricerca nella zona emersa
Il Soccorso speleologico francese del Lot ha diretto le operazioni sotterranee. Sono arrivati rinforzi di tecnici di soccorso dello Spéléo Secours Français dalle aree Provenza-Alpi-Costa Azzurra, Occitania e Rodano-Alpi-Auvernia. La mobilitazione ha richiesto il trasporto e la gestione di grandi quantitativi di materiale specifico per la progressione e la sicurezza in ambiente ipogeo allagato.
Una parte delle verifiche ha interessato una zona emersa individuata come possibile rifugio. Le ricerche in questo settore non hanno dato esito. Le fonti locali hanno riferito dell’esistenza, attorno agli 80 metri, di una campana d’aria che poteva rappresentare un possibile punto di riparo. Anche quel controllo non ha portato al ritrovamento del sub.
Nella prima comunicazione operativa, diffusa dal Spéléo Secours Français, l’intervento risultava sospeso su decisione delle autorità. Le informazioni diffuse successivamente indicano che le attività di ricerca sono proseguite con nuovi specialisti, compresi i gendarmi della brigata nautica di Marseillan e gli speleosub della Federazione francese di speleologia.
Ritrovamento a 88 metri e indagine aperta
Domenica sera la procuratrice di Cahors, Clara Ribeiro, ha comunicato che il corpo del sub britannico era stato individuato immerso a 88 metri di profondità. Al momento del ritrovamento non era stato possibile procedere al recupero. Le autorità hanno annunciato un nuovo tentativo in tempi rapidi.
L’inchiesta aperta dalla procura dovrà stabilire la dinamica dell’accaduto. Al momento non risultano confermate informazioni su eventuali problemi alle attrezzature, esaurimento della riserva di gas, difficoltà di orientamento, incastri o cause mediche. Per questa ragione, ogni ricostruzione tecnica sulle cause resta prematura.
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Sottotitolo: Suoni e Voci in Grotta dell’Orso porta il 26 settembre 2026 voce, flauto, handpan e percussioni nella cavità carsica di Sgonico, con il supporto tecnico della Società di Studi Carsici “A. F. Lindner” APS.
Suoni e Voci in Grotta dell’Orso il 26 settembre
Sabato 26 settembre 2026 la Grotta dell’Orso, in località Gabrovizza nel comune di Sgonico, ospiterà “Suoni e Voci in Grotta … dell’Orso”. L’appuntamento è fissato alle 16:30. Da Gabrovizza partiranno le navette diret
Sottotitolo: Suoni e Voci in Grotta dell’Orso porta il 26 settembre 2026 voce, flauto, handpan e percussioni nella cavità carsica di Sgonico, con il supporto tecnico della Società di Studi Carsici “A. F. Lindner” APS.
Suoni e Voci in Grotta dell’Orso il 26 settembre
Sabato 26 settembre 2026 la Grotta dell’Orso, in località Gabrovizza nel comune di Sgonico, ospiterà “Suoni e Voci in Grotta … dell’Orso”. L’appuntamento è fissato alle 16:30. Da Gabrovizza partiranno le navette dirette al punto di inizio del sentiero verso la cavità.
L’iniziativa è affidata a Sara, alla voce, al tamburo e ai sonagli, e a Samuel, alla voce, al flauto, all’handpan e ai sonagli. La proposta viene presentata come una cerimonia sonora e come l’avvio di un percorso di esplorazione acustica in cavità naturali. L’intento dichiarato è cercare ambienti nei quali le condizioni dello spazio sotterraneo possano accompagnare differenti pratiche vocali e strumenti provenienti da varie tradizioni.
Nel programma di Suoni e Voci in Grotta dell’Orso sono indicati canto armonico, o overtone singing, canti rituali intuitivi, flauto, handpan, tamburo sciamanico e sonagli. Il repertorio non è quindi annunciato come un concerto convenzionale. Il pubblico sarà invitato a un ascolto raccolto, in relazione con le risonanze e gli echi della galleria.
L’evento è realizzato con il supporto tecnico dei soci della Società di Studi Carsici “A. F. Lindner” APS di Ronchi dei Legionari. La collaborazione associa la proposta musicale alla presenza di persone qualificate per l’accompagnamento lungo il breve tratto iniziale di discesa.
Grotta dell’Orso di Gabrovizza, dati e storia della cavità
La scelta della Grotta dell’Orso colloca Suoni e Voci in Grotta dell’Orso in un sito di rilievo per il Carso triestino. La cavità è censita dal Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia con il numero 33 e con il numero locale 7VG. Il nome sloveno riportato dal Catasto è Gabrovška pe?ina.
La cavità si trova nel territorio comunale di Sgonico/Zgonik, a quota 211 metri. Il Catasto indica uno sviluppo planimetrico di 175 metri, una profondità di 39 metri e un volume calcolato di 24.092 metri cubi. L’ingresso, di tipo orizzontale, è stimato in 17,7 metri per 7,3 metri. Si apre sul fondo di una dolina boscata.
L’ambiente interno è descritto come una galleria ampia e regolare, con alcune svolte nette. Lo stillicidio è intenso in più punti e può rendere fangosi alcuni tratti. Nella parte finale, colate e concrezioni calcitiche chiudono il passaggio verso ulteriori vani. Questi elementi richiedono una frequentazione attenta e compatibile con la fragilità del luogo.
La Grotta dell’Orso è nota anche per il suo interesse archeologico e paleontologico. La denominazione richiama i resti di Ursus spelaeus rinvenuti nel corso di scavi storici. Nella parte iniziale sono stati svolti scavi in epoche diverse, con il ritrovamento di resti murari preistorici. La scheda regionale ricorda inoltre l’uso della cavità come rifugio durante il primo conflitto mondiale e, nel 1945, durante i bombardamenti del vicino abitato di Gabrovizza.
In questo quadro, Suoni e Voci in Grotta dell’Orso si svolge in uno spazio che non è una grotta turistica. La sua storia naturale e culturale rende necessario distinguere l’esperienza proposta dagli artisti dalla libera fruizione non organizzata della cavità.
Ascolto in grotta e cura dell’ambiente sotterraneo
Portare suoni e voci nel sottosuolo significa confrontarsi con un ambiente dalla risposta acustica diversa da una sala. Pareti, geometrie della galleria, volume e presenza di superfici umide contribuiscono alla percezione dei suoni. Gli organizzatori indicano proprio la ricerca di cavità con particolari condizioni acustiche come punto di partenza del progetto.
La dimensione esperienziale non elimina le regole di attenzione proprie della speleologia. In una cavità con depositi, concrezioni e tracce storiche, il passaggio deve restare sui percorsi indicati. Non vanno toccate le formazioni calcaree né le pareti che conservano segni del passato. Torce e attrezzature personali vanno impiegate con prudenza, evitando di abbandonare oggetti o rifiuti.
Il supporto tecnico annunciato per Suoni e Voci in Grotta dell’Orso assume quindi un ruolo pratico. Serve a rendere ordinato l’accesso e a fornire assistenza nella breve discesa iniziale. La presenza di accompagnatori non sostituisce l’attenzione individuale: ogni partecipante deve scegliere abbigliamento e calzature coerenti con un percorso all’aperto e con un ambiente ipogeo umido.
Informazioni pratiche per partecipare a Suoni e Voci in Grotta
Il ritrovo è previsto alle ore 16:30 di sabato 26 settembre a Gabrovizza, nel comune di Sgonico, in provincia di Trieste. Le navette condurranno i partecipanti verso l’inizio del sentiero per la Grotta dell’Orso. L’organizzazione raccomanda la prenotazione e informa che sarà gradita un’offerta libera.
Per partecipare non sono richieste attrezzature speleologiche. Sono invece consigliati scarponi o stivali di gomma, una torcia preferibilmente frontale e un giubbotto: la temperatura interna indicata dagli organizzatori è di circa 12 °C. Può essere utile portare un tappetino di gomma per sedersi o distendersi durante l’ascolto.
Per informazioni e prenotazioni: Samuel, WhatsApp 340 716 7148; Sara, WhatsApp 347 383 4448; email suonievoicingrotta@gmail.com. I profili Instagram segnalati sono sara.ritual.sounds per Sara Montina e suoni_oltre_lo_specchio per Samuel Codarin.
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Dal 21 settembre all’11 ottobre, Villa Cuturi a Massa ospita “Bellezza e fragilità – Immagini rubate al buio”, mostra fotografica temporanea promossa dalla Federazione Speleologica Toscana, con il patrocinio del Comune di Massa.
La mostra accompagna il pubblico in luoghi normalmente sottratti allo sguardo: ambienti profondi e silenziosi, nei quali l’acqua, la roccia e il tempo hanno costruito paesaggi di straordinaria suggestione. Le fotografie portate in superficie dagli speleologi
Dal 21 settembre all’11 ottobre, Villa Cuturi a Massa ospita “Bellezza e fragilità – Immagini rubate al buio”, mostra fotografica temporanea promossa dalla Federazione Speleologica Toscana, con il patrocinio del Comune di Massa.
La mostra accompagna il pubblico in luoghi normalmente sottratti allo sguardo: ambienti profondi e silenziosi, nei quali l’acqua, la roccia e il tempo hanno costruito paesaggi di straordinaria suggestione. Le fotografie portate in superficie dagli speleologi non raccontano soltanto la bellezza del mondo sotterraneo, ma ne mettono in evidenza anche la vulnerabilità.
Il titolo scelto racchiude perfettamente questa duplice natura. Le grotte sono scrigni di forme, colori, depositi e testimonianze naturali modellati nell’arco di tempi lunghissimi; allo stesso tempo, però, sono ambienti estremamente delicati, nei quali un gesto distratto o un comportamento poco rispettoso possono lasciare conseguenze permanenti.
Le immagini “rubate al buio” diventano così un mezzo di conoscenza e sensibilizzazione. Dietro ogni scatto ci sono esplorazione, competenza tecnica, studio del territorio e la capacità di muoversi con attenzione in luoghi difficili. C’è soprattutto la volontà di condividere con tutti ciò che soltanto pochi hanno la possibilità di osservare direttamente.
Un’occasione preziosa per tutti: appassionati di fotografia, speleologi, famiglie, studenti e chiunque desideri conoscere meglio il patrimonio carsico e sotterraneo della Toscana. Un patrimonio affascinante, ancora in parte da esplorare, che deve essere studiato, rispettato e protetto.
Un sincero plauso va alla Federazione Speleologica Toscana, realtà sempre attiva e presente nella divulgazione, nella formazione e nella tutela dell’ambiente ipogeo.
“Bellezza e fragilità – Immagini rubate al buio” sarà visitabile a Villa Cuturi, a Massa, dal 21 settembre all’11 ottobre. Un invito a lasciarsi sorprendere dalla bellezza nascosta sotto i nostri piedi e, nello stesso tempo, a riflettere sulla responsabilità collettiva di conservarla.
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Dal 25 al 27 settembre 2026 il Gruppo Speleologico Comasco propone tre giornate dedicate a imparare a leggere la storia delle grotte attraverso forme, rocce, riempimenti e strutture geologiche. Il corso nazionale sarà preceduto da due lezioni online e unirà teoria e osservazioni direttamente sul campo
Le registrazione all’evento appaiono chiuse, ma l’evento è tanto interessante che vale la pena comunque parlarne: gli interessati possono sempre chiedere informazioni su una riedizione
Dal 25 al 27 settembre 2026 il Gruppo Speleologico Comasco propone tre giornate dedicate a imparare a leggere la storia delle grotte attraverso forme, rocce, riempimenti e strutture geologiche. Il corso nazionale sarà preceduto da due lezioni online e unirà teoria e osservazioni direttamente sul campo
Le registrazione all’evento appaiono chiuse, ma l’evento è tanto interessante che vale la pena comunque parlarne: gli interessati possono sempre chiedere informazioni su una riedizione del corso
Non basta percorrere una grotta per conoscerla. Pareti, sedimenti, fratture, forme di erosione e riempimenti possono conservare gli indizi di una storia iniziata molto prima dell’arrivo degli speleologi.
È proprio questa capacità di “leggere” una grotta al centro del Corso nazionale di geologia speleologica “Due grotte, mille indizi”, organizzato dal Gruppo Speleologico Comasco, gruppo di attività della Sezione CAI di Como, in programma dal 25 al 27 settembre 2026.
Dalla carta geologica alla grotta
Il percorso formativo prevede due lezioni preliminari a distanza e tre giornate in presenza.
La parte introduttiva è dedicata all’inquadramento geologico e geomorfologico dell’area, alla lettura delle carte geologiche e all’utilizzo di C-Survey, software impiegato per lavorare con i dati dei rilievi delle grotte.
Durante le giornate in presenza teoria e attività sul terreno si alterneranno per affrontare la storia geologica del territorio, i processi speleogenetici, cioè i fenomeni che portano alla formazione e all’evoluzione delle grotte, e le trasformazioni avvenute nel Neogene e nel Quaternario.
Un’attenzione particolare sarà dedicata anche all’acquisizione dei dati strutturali e alla loro rappresentazione, mettendo subito in pratica in grotta quanto appreso durante le lezioni.
Imparare a riconoscere gli indizi
L’obiettivo non è soltanto acquisire nozioni di geologia, ma soprattutto imparare un metodo di osservazione.
Morfologie, depositi e strutture possono infatti raccontare fasi diverse della vita di una cavità. Durante il corso i partecipanti saranno guidati a collegare ciò che osservano a fenomeni come il carsismo, la tettonica, i movimenti gravitativi e le successive fasi di riempimento.
Mettendo insieme questi indizi diventa possibile ricostruire, almeno in parte, la successione degli eventi che hanno modellato una grotta e collegarla alla più ampia storia geologica del territorio.
Le attività sul campo
Il corso avrà sede presso l’Oratorio della Parrocchia di San Cassiano, in località Breccia a Como, mentre le attività sul terreno interesseranno il Parco Campo dei Fiori e Grotta Volpe.
Per partecipare è necessario essere soci CAI in regola con il tesseramento 2026 e avere almeno 15 anni; per i minorenni è richiesta l’autorizzazione di chi esercita la responsabilità genitoriale. È inoltre necessario disporre dell’equipaggiamento adatto alle escursioni e alla progressione in grotte suborizzontali, compresi casco omologato, illuminazione principale e di riserva e calzature adeguate.
Il corso è riconosciuto anche come aggiornamento tematico per gli Istruttori titolati e qualificati di Speleologia.
Iscrizioni chiuse
La quota prevista era di 160 euro, comprendente pasti, materiale didattico digitale e coperture assicurative CAI. La scadenza per le iscrizioni era fissata al 6 settembre 2026 e la pagina della Scuola Nazionale di Speleologia indica attualmente che le registrazioni sono chiuse.
Per informazioni resta disponibile l’indirizzo speleologia@caicomo.it; il referente organizzativo indicato è Mario Noseda Pedraglio.
Scintilena aveva presentato “Due grotte, mille indizi” il 14 giugno 2026, raccontando l’impostazione particolare di un corso pensato per trasformare la geologia speleologica in un’esperienza concreta sul campo. Con l’avvicinarsi dell’appuntamento, torniamo a segnalarlo sulla base delle informazioni pubblicate dalla Scuola Nazionale di Speleologia del CAI.