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The Grotta della Bàsura at Toirano was opened in 1950. A 2019 study identified a small group including children who crawled through on hands and knees carrying torches. ⏳🔬
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Il Premio Scintilena Miglior Autore 2026 va ex aequo ad Antonio Cosentino e Andrea Benassi. Al centro del riconoscimento, la comunicazione speleologica: spedizioni preparate con cura, studi sul campo e testi capaci di condividere risultati e riflessioni. Per ciascuno un buono acquisto di 100 euro, offerto da Scintilena e Il Buranchetto.
Premio Scintilena Miglior Autore 2026: due firme premiate a pari merito
Antonio Cosentino e Andrea Benassi sono i vincitori, a pari merito, del P
Il Premio Scintilena Miglior Autore 2026 va ex aequo ad Antonio Cosentino e Andrea Benassi. Al centro del riconoscimento, la comunicazione speleologica: spedizioni preparate con cura, studi sul campo e testi capaci di condividere risultati e riflessioni. Per ciascuno un buono acquisto di 100 euro, offerto da Scintilena e Il Buranchetto.
Premio Scintilena Miglior Autore 2026: due firme premiate a pari merito
Antonio Cosentino e Andrea Benassi sono i vincitori, a pari merito, del Premio Scintilena Miglior Autore 2026. Il riconoscimento valorizza due percorsi di scrittura legati all’esperienza diretta delle esplorazioni e alla capacità di trasformare il lavoro sul campo in informazione accessibile.
Cosentino viene premiato per l’articolo dedicato alla grotta Verticalnaya, nel massiccio del Koytendag, in Turkmenistan. Il testo, pubblicato su Scintilena il 13 maggio, ha raggiunto 39mila visualizzazioni, secondo il dato comunicato per l’assegnazione del premio. Benassi riceve il riconoscimento per i numerosi articoli di spedizione e le relazioni pubblicate sul notiziario.
La motivazione comune riguarda la preparazione dell’attività esplorativa e di studio, insieme alla qualità della sua restituzione scritta. Il Premio Scintilena Miglior Autore 2026 riconosce testi completi, ricchi di particolari e capaci di offrire spunti di riflessione. Non soltanto cronache di quanto accaduto, quindi, ma descrizioni utili a comprendere obiettivi, metodi e significato delle attività raccontate.
Antonio Cosentino: il racconto speleologico della grotta Verticalnaya
L’articolo di Cosentino porta il lettore nel Koytendag, lungo un percorso che intreccia esplorazione, ricerca e memoria delle precedenti indagini. Il titolo è «Giallo nel Koytendag: sui passi di Maltsev, analizzata la mummia della grotta Verticalnaya, trovati altri 3 cadaveri nel pozzo».[1]
Il resoconto segue le attività del gruppo francese KRAC, Karstologie & Recherches Asie Centrale. Nella grotta Verticalnaya, sul fondo di un pozzo di circa 60 metri, la spedizione ha documentato il corpo mummificato già segnalato dallo speleologo Vladimir A. Maltsev e altri tre resti umani. Il testo collega questa ricognizione al lavoro più ampio condotto sul patrimonio carsico del massiccio.[1]
La narrazione comprende il contesto geografico, le figure coinvolte e le attività di ricerca. Accanto all’episodio centrale, trovano spazio la storia delle esplorazioni e lo studio degli ambienti sotterranei. Cosentino ha partecipato alla spedizione anche come regista e filmmaker, lavorando al documentario «Koytendag: la montagna inaccessibile».[1]
La qualità della scrittura e l’ampia circolazione dell’articolo accompagnano il riconoscimento. La motivazione del premio mette soprattutto in evidenza la capacità di restituire un’esperienza preparata e documentata, offrendo al pubblico una visione articolata dell’attività svolta.
Andrea Benassi: spedizioni e relazioni per la divulgazione speleologica
Per Andrea Benassi il premio riguarda un insieme di contributi. I suoi resoconti su Scintilena collegano il racconto delle spedizioni alle domande scientifiche che ne orientano lo svolgimento. Un esempio recente è la relazione sulla missione «Vatnajökull 2026 – Fire under Ice», pubblicata il 28 luglio.[2]
La spedizione, coordinata dal Consorzio Speleologi Ipogenici, ha coinvolto tredici partecipanti e documentato quasi 2,5 chilometri di nuove cavità glaciovulcaniche. Il resoconto descrive il complesso di Freyja Hellir, con circa 1,5 chilometri di sviluppo, insieme alle attività di monitoraggio e ai campionamenti microbiologici.[2]
Il racconto permette di seguire le relazioni tra ghiaccio, attività geotermica e circolazione delle acque. Illustra anche la collaborazione internazionale e la preparazione tecnica necessaria per lavorare in questi ambienti. La relazione rende così leggibile il percorso che conduce dall’esplorazione alla raccolta dei dati e alla loro successiva elaborazione.[2]
Scintilena e Il Buranchetto: un buono da 100 euro per ciascun autore
Il Premio Scintilena Miglior Autore 2026 è offerto da Scintilena e dal negozio Il Buranchetto. Ciascuno dei due vincitori riceve un buono acquisto di 100 euro, da utilizzare presso l’esercizio specializzato in attrezzature per le attività in montagna, comprese quelle speleologiche.[3][4]
A partire da quest’anno, il premio avrà cadenza annuale. Sarà dedicato ai migliori autori di articoli pubblicati su Scintilena.
L’iniziativa attribuisce un riconoscimento al lavoro di documentazione che prosegue dopo il rientro dalle spedizioni. Riordinare appunti, selezionare immagini e costruire un testo completo consente di condividere l’esperienza con la comunità speleologica e con il pubblico. È questo passaggio, dall’attività alla conoscenza comunicata, a unire i contributi premiati.
Fonti dell’articolo
Informazioni sull’assegnazione, sulle motivazioni, sui premi e sulle 39mila visualizzazioni: comunicazione fornita per la redazione della notizia.
Comunicazione speleologica in Italia: informare, documentare e tutelare il mondo sotterraneo
Relazione di approfondimento sul ruolo della comunicazione speleologica in Italia, sui rapporti tra esplorazione e divulgazione e sull’importanza di un’informazione corretta per la ricerca, la sicurezza e la conservazione degli ambienti ipogei.
Comunicazione speleologica: perché raccontare è parte dell’esplorazione
La comunicazione speleologica non riguarda soltanto la diffusione di una scoperta. Consente di trasferire osservazioni, metodi ed esperienze da chi frequenta il sottosuolo a chi deve studiarlo, amministrarlo o conoscerlo. Una relazione rende consultabile un’attività che, senza una restituzione ordinata, resterebbe affidata alla memoria dei partecipanti.
Il regolamento della Società Speleologica Italiana offre un riferimento preciso. Definisce la speleologia come scienza delle cavità naturali e artificiali, della loro origine ed evoluzione e dei fenomeni che vi si svolgono. Nella definizione di attività speleologica comprende ricerca, esplorazione, osservazione, studio e documentazione. La produzione di conoscenza condivisibile appartiene quindi al nucleo della disciplina.[5]
Questo legame spiega il valore di un riconoscimento dedicato agli autori. Premiare un testo significa attribuire importanza a una fase del lavoro diversa dalla progressione in grotta, ma complementare. La scrittura collega ciò che una squadra ha visto alle domande che altri potranno sviluppare.
Informazione speleologica in Italia: riviste, archivi e pubblicazioni digitali
Nel panorama italiano convivono strumenti con funzioni differenti. Le riviste permettono di sviluppare relazioni articolate. Gli archivi conservano la memoria delle ricerche. I notiziari digitali rendono tempestivamente disponibili aggiornamenti e resoconti. Le presentazioni pubbliche consentono il confronto diretto con autori e partecipanti.
La rivista «Speleologia», pubblicata dalla Società Speleologica Italiana dal 1979 con periodicità semestrale, costituisce un riferimento di questa tradizione. Il suo regolamento editoriale assegna spazio ai metodi, alle modalità e ai risultati della ricerca in Italia e all’estero. La versione «Speleologia in Rete», a lettura libera, affianca il periodico cartaceo con articoli e approfondimenti.[5]
Un ambito distinto è quello delle cavità artificiali. La rivista «Opera Ipogea», anch’essa della SSI, è dedicata a questo settore. Alla pubblicazione cartacea si affianca una versione elettronica con DOI per ciascun articolo. Il DOI è un identificatore persistente che facilita il riferimento a un contributo: un elemento utile per collegare divulgazione e ricerca bibliografica.[5]
La conservazione trova un presidio nel Centro Italiano di Documentazione Speleologica – Biblioteca «Franco Anelli». La struttura raccoglie monografie, periodici, fondi storici e materiali non librari. Il regolamento SSI ne descrive le raccolte e i servizi di consultazione, anche attraverso cataloghi online. La teca digitale rende inoltre disponibili riferimenti a periodici storici.[5][6]
Questi strumenti non vanno considerati alternativi. Una notizia può segnalare un risultato; una relazione può illustrarne il percorso; una pubblicazione scientifica può approfondire una questione specifica. L’archivio permette di ritrovare ciascun passaggio nel tempo.
Scintilena e divulgazione speleologica: collegare comunità e pubblico
Nel caso di Scintilena, i contributi premiati mostrano due forme complementari di comunicazione. Il racconto di Cosentino concentra l’attenzione su un episodio all’interno di una spedizione. La relazione di Benassi espone un programma di esplorazione e studio, articolandone attività, collaborazioni e prospettive.[1][2]
Il primo formato facilita l’ingresso del lettore attraverso una vicenda riconoscibile. Il secondo permette di seguire il lavoro nella sua estensione. Entrambi possono condurre verso temi più ampi: storia delle esplorazioni, geologia, documentazione, rapporti tra gruppi e continuità delle ricerche.
Il valore del notiziario specialistico risiede anche nella possibilità di mettere in relazione questi livelli. Il lettore occasionale cerca un’informazione comprensibile. Lo speleologo può cercare nomi, luoghi, riferimenti e metodi. La redazione deve costruire testi leggibili per il primo, senza privare il secondo degli elementi necessari.
La comunicazione speleologica funziona quando non richiede al pubblico di possedere già tutte le conoscenze. Introduce il contesto, chiarisce i termini e accompagna verso gli approfondimenti. Non riduce la complessità a una formula: la organizza.
Giornalismo speleologico e correttezza: distinguere osservazioni e interpretazioni
Un’informazione corretta consente di riconoscere la natura di ogni affermazione. Un’osservazione descrive ciò che è stato documentato. Una misura deriva da un procedimento e da strumenti. Un’interpretazione collega i dati a una spiegazione. Una prospettiva di ricerca indica il lavoro ancora da sviluppare.
Queste distinzioni non indeboliscono il racconto. Ne rendono comprensibile la struttura. Il lettore può seguire il passaggio dal terreno alla conoscenza senza confondere una domanda scientifica con una conclusione.
La relazione di Benassi sull’Islanda offre un esempio concreto. Il testo presenta cavità esplorate e attività svolte, poi illustra il monitoraggio predisposto per comprendere i cambiamenti del Kverkfjöll. Collega quindi i risultati della spedizione a un percorso di confronto successivo, attraverso strumenti, immagini e collaborazione con altri ricercatori.[2]
Per la redazione, questo comporta una verifica su più livelli: identità dei protagonisti, collocazione geografica, cronologia delle attività e significato dei risultati. Le fonti devono accompagnare il testo, non comparire soltanto come una formula conclusiva. Il loro compito è rendere rintracciabile il percorso informativo.
Relazioni di spedizione: dal diario personale alla conoscenza condivisa
Il diario conserva la voce dell’esperienza. La relazione organizza quell’esperienza perché altri possano utilizzarla. La notizia seleziona il risultato di interesse pubblico. Sono forme differenti, che possono convivere senza perdere le proprie funzioni.
Una relazione speleologica completa dovrebbe chiarire almeno alcuni elementi: obiettivi iniziali, area di lavoro, composizione della squadra, attività svolte, strumenti utilizzati e risultati ottenuti. Dovrebbe inoltre indicare dove reperire rilievi, immagini e approfondimenti, quando la loro diffusione è compatibile con la tutela dei siti.
La motivazione del premio a Cosentino e Benassi richiama proprio la preparazione e la ricchezza della restituzione scritta. Il punto non è accumulare dettagli. È selezionare quelli che spiegano perché una spedizione è stata realizzata e quale contributo abbia prodotto.
Il resoconto islandese comprende esplorazione, monitoraggio e campionamenti microbiologici. Descrive inoltre la collaborazione avviata con l’Università di Milano-Bicocca per lo studio dei materiali raccolti. La narrazione mostra così come una missione possa generare attività successive, anziché esaurirsi nell’annuncio della scoperta.[2]
Linguaggio della speleologia: precisione tecnica e accessibilità
La divulgazione richiede un lavoro di traduzione, non la rinuncia ai termini specialistici. Una parola tecnica è utile quando identifica un processo o un oggetto con precisione. Diventa un ostacolo quando compare senza contesto.
Le cavità glaciovulcaniche raccontate da Benassi permettono di comprendere questo equilibrio. La definizione indica ambienti generati dall’interazione tra attività vulcanica di tipo idrotermale e ghiaccio. Il lettore può poi seguire il ruolo delle fumarole, delle sorgenti calde e delle acque nella formazione e nell’evoluzione dei vuoti.[2]
La chiarezza si costruisce con frasi ordinate, esempi pertinenti e spiegazioni vicine al termine introdotto. Anche i dati richiedono contesto. Una lunghezza dovrebbe essere accompagnata dall’indicazione della cavità o dell’insieme di cavità a cui si riferisce. Una profondità non va confusa con la quota dell’ingresso.
La precisione riguarda anche i protagonisti. Gruppo esplorativo, coordinamento scientifico, patrocinio e sostegno economico sono ruoli diversi. Un buon articolo li distingue, riconoscendo il lavoro collettivo senza attribuire a un singolo soggetto l’intera attività.
Comunicazione speleologica e sicurezza: informare senza sostituire la formazione
Il racconto dell’esplorazione deve rendere comprensibile la preparazione necessaria. La descrizione di un passaggio tecnico non equivale a un percorso formativo. La spettacolarità delle immagini non permette, da sola, di valutare condizioni ambientali e difficoltà operative.
La SSI assegna alla propria Commissione Nazionale Scuole di Speleologia il compito di coordinare l’insegnamento, uniformare i programmi e diffondere norme di sicurezza e rispetto ambientale. Il sistema formativo collega quindi tecnica, prevenzione e tutela del sottosuolo.[5]
Anche il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico mette in relazione preparazione, sicurezza e prevenzione. Il percorso illustrato dal CNSAS per i tecnici di soccorso speleologico parte dalla selezione di speleologi con esperienza e capacità adeguate. In Sardegna, un’iniziativa congiunta tra SSI e servizio regionale del CNSAS è stata dedicata alla prevenzione e alla gestione degli incidenti in grotta.[7][8]
Per l’informazione di settore, la conseguenza è concreta. Un resoconto dovrebbe spiegare il ruolo della preparazione, delle competenze e delle scelte operative. La prudenza e la decisione di interrompere un’attività possono avere lo stesso valore informativo di un avanzamento esplorativo.
Soccorso speleologico e media: responsabilità durante le emergenze
La cronaca di un’emergenza richiede un’attenzione specifica. La velocità degli aggiornamenti deve accompagnarsi all’attribuzione delle informazioni e alla distinzione tra operazioni in corso e risultati confermati. Il racconto deve tutelare le persone coinvolte e rendere comprensibile il lavoro delle squadre.
Il CNSAS ha dedicato nel 2026 un percorso nazionale alla comunicazione istituzionale. La presentazione dell’iniziativa ne indica l’obiettivo nella definizione e valorizzazione del ruolo degli addetti stampa e delle strutture comunicative. È un segnale dell’importanza organizzativa attribuita alla corretta diffusione delle informazioni.[9]
Nella comunicazione speleologica questo principio dovrebbe estendersi anche al periodo successivo all’intervento. La conclusione del soccorso non esaurisce l’interesse pubblico. Formazione, esercitazioni e prevenzione spiegano il sistema di competenze che rende possibile operare nel sottosuolo.
Divulgazione speleologica e tutela ambientale: raccontare senza danneggiare
La conoscenza di una grotta comporta responsabilità anche nella scelta di ciò che viene pubblicato. La SSI richiama esplicitamente vulnerabilità e valore degli ambienti carsici, delle acque e delle cavità naturali e artificiali. Il suo regolamento richiede criteri di massima tutela e precauzione nella frequentazione.[5]
La comunicazione dovrebbe applicare lo stesso orientamento. Descrivere il valore di un sito non impone di trasformare ogni articolo in una guida all’accesso. Per ambienti vulnerabili, la diffusione dei dettagli localizzativi va valutata con chi ne segue lo studio e la conservazione.
I pipistrelli offrono un esempio immediato del rapporto tra informazione e comportamento. Tutela Pipistrelli spiega che il disturbo durante il letargo può provocare riattivazione del metabolismo e consumo delle riserve energetiche. L’associazione invita a evitare la frequentazione delle cavità con colonie ibernanti nel periodo sensibile e a limitare rumore, permanenza e illuminazione diretta degli animali.[10]
Una didascalia o un breve richiamo possono quindi svolgere una funzione educativa importante. La fotografia di una colonia dovrebbe essere accompagnata da informazioni sulla sua sensibilità. Il racconto dell’ambiente sotterraneo diventa più completo quando comprende gli organismi che lo abitano e le condizioni necessarie alla loro conservazione.
Fotografie, video e rilievi: la comunicazione visiva delle grotte
Le immagini rendono visibili ambienti che gran parte del pubblico non frequenterà direttamente. Il loro valore cresce quando sono accompagnate da luogo, data, autore e spiegazione del soggetto. Una fotografia documenta meglio quando il lettore comprende che cosa sta osservando.
Il lavoro di Cosentino nel Koytendag mette in relazione testo e produzione audiovisiva. L’articolo richiama anche il contributo fotografico di Philippe Crochet e Annie Guiraud e il documentario dedicato alla montagna. Nel resoconto di Benassi, immagini e fotogrammetrie rientrano invece tra gli strumenti di confronto previsti per il monitoraggio.[1][2]
La differenza è significativa. Un’immagine può avere una funzione narrativa, documentaria o di misura. Il giornalismo speleologico dovrebbe chiarire quale uso ne viene fatto, evitando di attribuire alla sola forza visiva un valore dimostrativo che dipende dal metodo.
Anche rilievi e carte richiedono una presentazione leggibile. Scala, legenda, orientamento e data aiutano a comprendere il documento. Il lavoro grafico non è soltanto un elemento estetico: permette di trasferire informazioni spaziali.
SEO e notizie speleologiche: farsi trovare senza deformare il contenuto
L’ottimizzazione per i motori di ricerca può essere affrontata come organizzazione dell’informazione. Titoli con nomi corretti, luoghi e argomenti espliciti aiutano il lettore a riconoscere il contenuto. Le sezioni tematiche consentono di individuare rapidamente i passaggi utili.
La scelta delle parole chiave dovrebbe seguire la notizia. Il nome di una spedizione, una cavità o un progetto di studio è più informativo di una formula generica. La ripetizione resta utile soltanto quando mantiene naturalezza e coerenza.
Per una redazione specialistica è importante anche collegare gli aggiornamenti. Annuncio della partenza, resoconto del rientro e relazione conclusiva appartengono allo stesso percorso. Un collegamento tra questi testi permette al lettore di ricostruire la cronologia e di riconoscere l’evoluzione delle ricerche.
La reperibilità deve proseguire nel tempo. Titoli comprensibili, indicazione degli autori e riferimenti alle fonti aiutano un articolo a restare consultabile anche dopo la sua prima diffusione.
Qualità della comunicazione speleologica: visualizzazioni e utilità nel tempo
Le 39mila visualizzazioni comunicate per l’articolo di Cosentino indicano l’ampia circolazione di quel contributo. Il riconoscimento ai numerosi testi di Benassi valorizza invece la continuità della restituzione. Le motivazioni del premio uniscono i due aspetti attraverso la preparazione delle attività e la completezza dei racconti.
La valutazione editoriale dovrebbe mantenere distinti diffusione e qualità. La prima riguarda la circolazione. La seconda comprende precisione, chiarezza, ricchezza documentaria e capacità di offrire riferimenti utilizzabili. Un articolo può raggiungere molti lettori oppure rivolgersi a una comunità ristretta e restare importante per le ricerche successive.
La tradizione documentaria descritta dal regolamento SSI offre una prospettiva di lungo periodo. Riviste e biblioteca conservano materiali che diventano consultabili al di là del momento in cui sono stati prodotti. La comunicazione digitale può contribuire allo stesso obiettivo quando cura attribuzione, archiviazione e collegamento tra le pubblicazioni.[5]
Premio Scintilena e futuro della comunicazione speleologica italiana
La cadenza annuale annunciata per il premio introduce un appuntamento dedicato alla qualità della scrittura su Scintilena. Il riconoscimento mette in evidenza il lavoro necessario per trasformare una spedizione in un testo leggibile e completo.
Il contributo della comunicazione speleologica consiste nel tenere insieme tre responsabilità. La prima riguarda la fedeltà all’attività svolta. La seconda consiste nel rendere comprensibili contenuti specialistici. La terza collega la diffusione delle conoscenze alla sicurezza e alla tutela degli ambienti.
Le finalità di esplorazione, studio, documentazione e salvaguardia indicate dalla SSI forniscono il quadro di questo rapporto. Informare correttamente permette di mostrare la speleologia come attività di conoscenza del sottosuolo, sostenuta da competenze e lavoro condiviso. La scrittura ne rende accessibili i percorsi e ne conserva la memoria.[5]
Fonti della relazione sulla comunicazione speleologica
Società Speleologica Italiana, regolamento: definizioni, tutela ambientale, biblioteca, riviste e formazione, articoli 1, 13, 14, 15 e 18: https://speleo.it/site/regolamento/
Il file Markdown allegato contiene il testo integrale dell’articolo e della relazione, comprese le fonti.
Fonti [1] Giallo nel Koytendag: sui passi di Maltsev, analizzata la mummia … https://www.scintilena.com/giallo-nel-koytendag-sui-passi-di-maltsev-analizzata-la-mummia-della-grotta-verticalnaya-trovati-altri-3-cadaveri-nel-pozzo/05/13/ [2] Islanda: scoperta Freyja Hellir, la seconda grotta … https://www.scintilena.com/islanda-sotto-il-vatnajokull-la-scoperta-di-freyja-hellir-la-seconda-grotta-glaciovulcanica-piu-estesa-del-pianeta/07/28/ [3] IL BURACHETTO negozio di attrezzature sportive per la montagna https://www.buranchetto.com/ [4] Sacchi speleo ^o^ Il Buranchetto https://www.buranchetto.com/106-sacchi-speleologia [5] Il Regolamento – SSI https://speleo.it/site/regolamento/ [6] Teca digitale – Periodici https://bibliotecaanelli.speleo.it/tecadigitale-periodici/ [7] A Scuola di Soccorso Speleologico – CNSAS https://www.cnsas.it/2021/01/25/a-scuola-di-soccorso-speleologico/ [8] SARDEGNA – Primo soccorso in grotta: il corso della Società … https://news.cnsas.it/primo-soccorso-in-grotta-in-sardegna-il-corso-della-societa-speleologica-italiana-e-del-servizio-regionale-sardo-del-cnsas/ [9] Notizie – CNSAS News https://news.cnsas.it/notizie/ [10] Il periodo invernale | TutelaPipistrelli.it https://www.tutelapipistrelli.it/il-periodo-invernale/ [12] Speleologia, due numeri della rivista SSI ora disponibili … – Scintilena https://www.scintilena.com/speleologia-due-numeri-della-rivista-ssi-ora-disponibili-gratuitamente-online/04/19/ [13] “Di ghiaccio e di fuoco”: Andrea Benassi racconta le grotte … https://www.scintilena.com/di-ghiaccio-e-di-fuoco-andrea-benassi-racconta-le-grotte-glaciovulcaniche-a-lugo-di-romagna/03/19/ [14] Speleologia_84_Giu_2021.pdf – Società Speleologica Italiana https://www.speleo.it/site/images/speleologia/Speleologia_84_Giu_2021.pdf [15] Islanda – si è conclusa la spedizione glaciospeleologica … https://www.scintilena.com/islanda-si-conclude-la-spedizione-glaciospeleologica-fire-under-ice-2026/07/27/ [16] Islanda: il 9 luglio prende il via la spedizione … https://www.scintilena.com/islanda-il-9-luglio-prende-il-via-la-spedizione-glaciospeleologica-vatnajokull-2026-fire-under-ice/06/30/ [17] Spedizione Speleologica Papua 2017_Aouk Underground River … https://www.scintilena.com/spedizione-speleologica-papua-2017_aouk-underground-river-di-andrea-benassi/12/14/ [18] Grotte glaciovulcaniche in Islanda: Fire under Ice arriva a … https://www.scintilena.com/grotte-glaciovulcaniche-in-islanda-fire-under-ice-arriva-a-costacciaro/10/07/ [19] “Di ghiaccio e di fuoco” – Le esplorazioni … https://www.scintilena.com/di-ghiaccio-e-di-fuoco-le-esplorazioni-speleoglaciovulcaniche-di-andrea-benassi-al-cai-roma/01/06/ [20] Attrezzature ^o^ Il Buranchetto (7) https://www.buranchetto.com/17-attrezzatura?page=7 [21] Chi siamo – Buranchetto https://www.buranchetto.com/content/4-chi-siamo [22] [PDF] lpino – Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico https://www.cnsas.it/wp-content/uploads/2025/06/Rivista-CNSAS-Maggio-2025_web_compressed-1.pdf [23] Riviste nazionali http://gwferrari.it/RivisteItaTest/407814188NAZ.html [24] Disponibili i dati 2025 delle attività del Soccorso Alpino … https://news.cnsas.it/disponibili-i-dati-2025-delle-attivita-del-soccorso-alpino-e-speleologico/ [25] Disponibili i dati 2024 delle attività del Soccorso Alpino e … https://news.cnsas.it/disponibili-i-dati-2024-delle-attivita-del-soccorso-alpino-e-speleologico/ [26] Gli acquedotti di Praeneste (Palestrina, Roma) http://catastoartificiali.speleo.it/cholos/cavefile.php?filename=data/documenti/CA_LA_RM_453%2002.pdf [27] Notizie – CNSAS https://www.cnsas.it/notizie/ [28] numero 2 http://www.cnsas.it/wp-content/uploads/2017/05/02-1990.pdf [29] Sponsorizzazione https://www.cnsas.it/wp-content/uploads/2023/11/sponsorizzazione_3674.pdf [30] Atti-convegno-CHIRecuperO-2016.pdf http://www.tutelapipistrelli.it/wp-content/uploads/2015/10/Atti-convegno-CHIRecuperO-2016.pdf [31] nuova serie anno 1/1990 https://www.cnsas.it/wp-content/uploads/2017/05/01-1990.pdf
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Il calore e il fumo degli incendi che stanno colpendo l’Indonesia potrebbero accelerare il deterioramento delle pitture preistoriche di Sulawesi. Tra queste, uno stencil di mano di almeno 67.800 anni e una scena figurativa datata ad almeno 51.200 anni fa
Sono a rischio reperti di arte rupestre tra i più antichi del mondo, anche se forse non necessariamente i più antichi, anche per il confronto con le testimonianze attribuite ai Neanderthal europei
L’Indonesia sta affrontando una
Il calore e il fumo degli incendi che stanno colpendo l’Indonesia potrebbero accelerare il deterioramento delle pitture preistoriche di Sulawesi. Tra queste, uno stencil di mano di almeno 67.800 anni e una scena figurativa datata ad almeno 51.200 anni fa
Sono a rischio reperti di arte rupestre tra i più antichi del mondo, anche se forse non necessariamente i più antichi, anche per il confronto con le testimonianze attribuite ai Neanderthal europei
L’Indonesia sta affrontando una delle più gravi stagioni di incendi boschivi e di torbiera degli ultimi anni. Temperature elevate, siccità e scarsità di precipitazioni associate a un forte episodio di El Niño hanno reso vaste aree del Paese particolarmente vulnerabili al fuoco.
Le regioni maggiormente colpite sono Sumatra e Borneo, ma gli incendi hanno interessato anche Sulawesi, già duramente colpita negli anni scorsi.
Resti di un incendio boschivo nel Sulawesi meridionale, Indonesia, nel 2015. Foto: Afriandi Makmur / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.
Qui il problema assume un significato particolare per l’archeologia: nelle grotte dell’isola si conserva una delle più antiche e straordinarie sequenze di arte parietale conosciute.
Gli incendi sono arrivati anche nelle vicinanze delle aree carsiche che custodiscono le pitture.
I ricercatori temono che il calore, anche se non raggiunge le immagini, possa modificare le condizioni termiche attorno alle superfici dipinte e accelerarne il deterioramento.
Il fumo può inoltre depositare fuliggine sulle pareti, rendendo le figure progressivamente meno leggibili.
Una mano di almeno 67.800 anni
Nella grotta di Liang Metanduno, sull’isola di Muna, al largo di Sulawesi, uno stencil di mano rossastro è stato datato ad almeno 67.800 anni fa.
La data richiede una precisazione importante: non è stato datato direttamente il pigmento della mano, ma una formazione di calcite cresciuta lì sopra. La pittura è quindi precedente alla formazione della concrezione: per questo gli studiosi parlano più correttamente di età minima.
Il risultato costituisce oggi il più antico limite minimo dimostrato conosciuto per un’opera di arte rupestre parietale.
Non è, tuttavia,possibile stabilire con certezza quale specie umana abbia prodotto lo stencil. L’attribuzione più probabile è a Homo sapiens: ma Sulawesi e’ stata frequentata in epoche remote anche da ominini arcaici, e non esiste un metodo diretto per identificare l’autore della mano.
La scena di 51.200 anni
Ancora più sorprendente, per un motivo diverso, è una pittura rinvenuta nell’area carsica di Maros-Pangkep, nel Sulawesi meridionale.
Datata ad almeno 51.200 anni fa, raffigura un grande maiale insieme a tre figure antropomorfe apparentemente coinvolte in una forma di interazione con l’animale.
Oltre alla rilevante datazione, l’importanza del reperto risiede in altri: si tratta del più antico esempio conosciuto, attualmente datato, di arte figurativa narrativa.
Non un semplice segno, una mano o una figura isolata, ma una scena nella quale più soggetti sembrano partecipare a un’unica azione.
Le radici del comportamento simbolico e grafico sono molto più antiche. In Africa sono noti motivi geometrici incisi su ocra e veri e propri disegni risalenti a decine di migliaia di anni prima, mentre in Europa i Neanderthal hanno lasciato tracce intenzionali sulle pareti delle grotte.
A Sulawesi però compare qualcosa di diverso: una composizione che pare già organizzare figure e animali all’interno di una relazione: una forma di racconto visivo, che continua anche in immagini successive.
Dettaglio della pittura rupestre nella grotta di Leang Tedongnge sull’isola di Sulawesi (Indonesia), che raffigura un cinghiale (probabilmente Sus celebensis) dipinto con pigmento rosso ocra — anch’essa una delle più antiche opere d’arte figurativa conosciute, datata ad almeno 45.500 anni fa Crediti:AA Oktaviana / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons
L’arte antica: anche nei Neanderthal
Definire senza precisazioni le pitture di Sulawesi come “le più antiche del mondo” può quindi essere fuorviante.
Nella grotta spagnola di Maltravieso uno stencil di mano è stato datato a oltre 66.700 anni fa ed è stato attribuito ai Neanderthal. Altre tracce di pigmento nelle grotte di La Pasiega e Ardales hanno fornito età minime superiori ai 64.000 anni.
Queste datazioni, ottenute attraverso il metodo uranio-torio sulle concrezioni di calcite associate alle pitture, sono state oggetto di discussione. Alcuni studiosi hanno messo in dubbio l’affidabilità di determinate misure, ipotizzando alterazioni nella distribuzione dell’uranio all’interno delle croste minerali.
Nuove analisi hanno tuttavia continuato a fornire elementi compatibili con l’ipotesi che anche i Neanderthal producessero stencil di mani e altre forme di espressione parietale.
Resta comunque necessaria una certa prudenza: trattandosi di età minime ottenute indirettamente, l’identità degli autori non può sempre essere dimostrata in modo assoluto.
Esistono però testimonianze neanderthaliane meno dipendenti da questo specifico problema di datazione.
Nella grotta di La Roche-Cotard, in Francia, sono state individuate serie organizzate di segni tracciati intenzionalmente con le dita sulle pareti. La grotta fu sigillata dai sedimenti prima dell’arrivo documentato di Homo sapiens nella regione e le tracce sono attribuite ai Neanderthal, con un’età superiore a circa 57.000 anni.
Ancora più indietro nel tempo, circa 176.500 anni fa, i Neanderthal costruirono nella grotta di Bruniquel, sempre in Francia, strutture circolari composte da centinaia di frammenti di stalagmiti, a più di 300 metri dall’ingresso.
Non si tratta di pitture e non è necessario definirle “arte” per riconoscerne l’importanza. Dimostrano comunque una frequentazione organizzata e complessa dell’ambiente sotterraneo molto prima della comparsa delle grandi tradizioni artistiche del Paleolitico superiore.
Non una gara per il primato
Il confronto tra Sulawesi e le grotte europee mostra perché sia rischioso trasformare queste scoperte in una semplice classifica.
Una data minima di 67.800 anni per Muna e una di oltre 66.700 anni per Maltravieso non significano necessariamente che una pittura sia stata realizzata esattamente 1.100 anni prima dell’altra.
Sono limiti minimi, ottenuti attraverso la datazione delle concrezioni minerali formatesi sopra le immagini, e sono accompagnati da margini di errore e problemi metodologici differenti.
Più che stabilire quale sia “la prima opera d’arte della storia”, queste scoperte mostrano che la capacità di produrre segni intenzionali, immagini e forse narrazioni ha radici molto profonde, e non necessariamente Sono nell’Homo sapiens.
Torniamo agli incendi, che stanno colpendo l’intera Indonesia, e anche i fragili archivi della storia umana
Area colpita dagli incendi boschivi a Sukadana, Kalimantan occidentale, Indonesia, 27 settembre 2026. Foto: Zahwa Huwaidah / Wikimedia Commons, CC0
In questa prospettiva, gli incendi di Sulawesi assumono particolare gravità.
Le grotte dell’isola conservano una sequenza eccezionale: dalle impronte di mani antichissime alle rappresentazioni di animali, fino a scene nelle quali figure differenti sembrano interagire tra loro.
Sono importanti, fondamentali: che Siamo o meno i piú antichi al mondo, sono frammenti della storia della nascita del gesto grafico, dell’immagine, del simbolo, e forse del racconto.
Un patrimonio che ha attraversato decine di migliaia di anni e che oggi rischia di deteriorarsi più rapidamente sotto la pressione di incendi, calore, fumo e cambiamenti ambientali.
La comunità mondiale dovrebbero muoversi per rendere noto il pericolo e collaborate per salvare quanto di questa storia si può ancora conservare.
Foto di copertina: Ingresso della grotta di Leang Karampuang sull’isola di Sulawesi (Indonesia), dove sono state individuate pitture rupestri narrative datate a oltre 51.000 anni fa. Foto: Anhar Karim / CC BY.SA 4.0 via Wikimedia Commons
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Tra le mostre del Raduno, un viaggio nelle gallerie della “diga fantasma” del Ponente ligure racconta il rapporto tra sottosuolo, geologia, grandi opere e difesa del territorio. Accanto, un’interessante esposizione raccoglie gli stemmi dei gruppi speleologici italiani
Tra le numerose mostre allestite al Raduno di Costacciaro ce n’è una che tocca un tema particolarmente caro a tutti gli speleologi: il rapporto tra conoscenza del sottosuolo, grandi opere, rischi ambientali e comunità
Tra le mostre del Raduno, un viaggio nelle gallerie della “diga fantasma” del Ponente ligure racconta il rapporto tra sottosuolo, geologia, grandi opere e difesa del territorio. Accanto, un’interessante esposizione raccoglie gli stemmi dei gruppi speleologici italiani
Tra le numerose mostre allestite al Raduno di Costacciaro ce n’è una che tocca un tema particolarmente caro a tutti gli speleologi: il rapporto tra conoscenza del sottosuolo, grandi opere, rischi ambientali e comunità che vivono il territorio.
È “La Galleria Glori-Castellaro. Un viaggio nel cuore della Valle Argentina”, un progetto dedicato all’esplorazione e alla documentazione della grande opera sotterranea incompiuta della Valle Argentina. Sulle tavole esposte a Costacciaro: un grande Lavoro degli Speleologi Ponente Ligure (SPL) e del G.S. Ligure A. Issel (ISSEL).
A presentare il lavoro Alessandro e Alessio Pastorelli, dello Speleo Club CAI Sanremo: Marco Marchesini, del G.S. Ligure A. Issel, e’ il geologo che ha ha fatto parte del gruppi di lavoro, condotto attraverso immagini, documentazione e osservazioni raccolte durante le ricognizioni nel sistema sotterraneo.
La mostra porta così in Umbria una storia ligure che Scintilena ha già seguito: quella delle grandi gallerie artificiali scavate nel Ponente ligure per un progetto idroelettrico mai completato.
Dentro la montagna, ciò che resta della diga
La Galleria Glori-Castellaro faceva parte del grande progetto della diga di Glori, pensato alla fine degli anni Cinquanta lungo il torrente Argentina.
Lo sbarramento previsto avrebbe raggiunto circa 80 metri di altezza e creato un invaso di circa 20 milioni di metri cubi d’acqua. I lavori iniziarono nel 1959 e lasciarono nel territorio un sistema sotterraneo imponente, con gallerie e altre infrastrutture legate alla futura opera.
Il progetto incontrò problemi tecnici e una forte opposizione della popolazione.
Dopo la tragedia del Vajont del 9 ottobre 1963, la mobilitazione nella Valle Argentina diventò ancora più intensa. L’11 novembre dello stesso anno migliaia di persone parteciparono alla protesta contro la diga, guidata dal sindaco di Badalucco Filippo Boeri.
Il progetto venne abbandonato, ma la storia non terminò allora. Ipotesi legate alla realizzazione di un invaso sono tornate nel corso degli anni, fino alle contestazioni più recenti e allo stop del 2024.
La diga non c’è.
Le sue gallerie, invece, sono ancora dentro la montagna. E speriamo restino li’, perchè spesso si sente oarlare di nuovo orogetti di DiGa, in un territorio e una roccia fragile.
Speleologia e memoria ambientale
La mostra di Costacciaro permette di guardare quelle gallerie non semplicemente come resti di archeologia industriale.
Il percorso ricostruisce l’inquadramento geografico della Valle Argentina, la complessa geologia dell’area, la storia del progetto e il suo contesto sociale.
Le immagini delle esplorazioni mostrano ciò che oggi rimane sottoterra: condotte, binari, strutture artificiali e rocce intensamente deformate, in ambienti nei quali, dopo oltre sessant’anni, l’acqua e i processi naturali hanno cominciato a modificare quanto era stato scavato dall’uomo.
Particolarmente interessante è la parte dedicata alla geologia. La Valle Argentina si trova in un territorio strutturalmente complesso, segnato da pieghe, faglie e fratture.
Conoscere ciò che si trova sotto i nostri piedi non è quindi soltanto una questione scientifica o speleologica. Diventa fondamentale quando sul territorio vengono progettate opere capaci di modificarne profondamente l’equilibrio.
Le gallerie Glori-Castellaro sono diventate così anche un luogo di ricerca, esplorazione e documentazione speleologica.
Entrarvi significa osservare ciò che rimane di un progetto incompiuto, ma anche conservare la memoria di una valle che più volte si è confrontata con l’ipotesi della costruzione di un grande invaso.
La battaglia contro la diga
Una parte della mostra è dedicata proprio al contesto sociale.
Fotografie, ritagli di giornale e documenti raccontano le manifestazioni contro la diga e una vicenda rimasta profondamente impressa nella memoria locale.
Tra le immagini compare anche il volume Per non dimenticare. L’opposizione della diga nella Valle Argentina, insieme alla documentazione delle mobilitazioni più recenti.
La storia di Glori, infatti, è tornata d’attualità più volte. Ancora nel 2023 nuove ipotesi legate alla realizzazione di un invaso hanno provocato proteste nella valle; nell’aprile 2024 il finanziamento ministeriale destinato allo studio di fattibilità è stato stralciato per l’assenza delle condizioni propedeutiche al progetto.
Per Scintilena questo è forse uno degli aspetti più significativi della mostra: il sottosuolo conserva anche le conseguenze delle scelte compiute in superficie.
Una galleria artificiale può diventare un documento storico. La geologia permette di leggere la complessità di un territorio. La speleologia può contribuire a documentare entrambe.
Palazzo Ducale, tra fotografie, collezioni e memoria speleologica
La Galleria Glori-Castellaro è soltanto una delle esposizioni ospitate a Palazzo Ducale, che durante il raduno di Costacciaro diventa uno dei punti d’incontro tra fotografia, documentazione e memoria della speleologia.
Negli stessi spazi si possono visitare “Sul limitare del buio” del GS Alpi Marittime CAI Cuneo e “Tracce invisibili” di Natasa Milosevic. Sono presenti inoltre la Federazione Speleologica Toscana, con il proprio stand e alcuni rilievi spettacolari (tra i quali la rappresentazione completa della pianta del Corchia e il rilievo della Carcaraia (ormai piu’ di 85 km!) e lo SpeleoFotoContest, e l’Associazione La Venta.
Un posto particolare spetta allo speleocollezionismo, presente con “Viaggio tra gli animali delle tenebre” di Isabella Abbona e con “I loghi dei Gruppi Grotte Italiani 2.0” di Alessandro Pastorelli per gli Speleocollezionisti Italiani.
Quest’ultima esposizione raccoglie gli stemmi dei gruppi speleologici disponendoli sulle rispettive regioni. Visti tutti insieme diventano quasi una grande mappa della speleologia italiana: gruppi storici, realtà ancora attive e sigle che appartengono ormai alla memoria del movimento speleologico.
“I loghi dei Gruppi Grotte Italiani 2.0”, curata da Alessandro Pastorelli per gli Speleocollezionisti Italiani, raccoglie gli stemmi dei gruppi speleologici disponendoli sulle rispettive regioni.
Una grande mappa della speleologia italiana: gruppi storici, realtà ancora attive e sigle che appartengono ormai alla memoria del movimento speleologico.
Anche la Liguria ha una storia più articolata di quanto possa apparire osservando soltanto gli stemmi presenti nell’esposizione. Dopo il 1974 in Liguria, ha raccontato Alessandro, sono nati, e in alcuni casi successivamente scomparsi, altri gruppi.
Tra questi il Gruppo Speleo Proteo di Castellaro, nato intorno al 1980 sulle ceneri dello Speleo Club di Sanremo del CTG e cessato nei primi anni Novanta. Il gruppo ha pubblicato anche un proprio bollettino, I Troglobi. Più recente è l’HSN Speleo di Pietra Ligure, fondato nel 1997 e rimasto attivo per pochi anni.
Sono particolari che trasformano una raccolta di stemmi in qualcosa di più di una curiosità.
Dietro ogni simbolo ci sono persone, esplorazioni, rilievi, pubblicazioni, riunioni, campi e grotte cercate per anni. Alcuni gruppi continuano il loro cammino, altri si trasformano o scompaiono, ma quello che hanno prodotto rimane nella storia della speleologia.
A Costacciaro, così, due mostre apparentemente molto diverse finiscono per raccontare qualcosa di simile.
Le gallerie di Glori-Castellaro conservano la memoria di un territorio. Gli stemmi conservano quella di chi il sottosuolo lo ha esplorato.
Fonti
Programma del raduno di Costacciaro – Mostre ed esposizioni – 2026.
Scintilena – La Galleria Glori-Castellaro: viaggio nel cuore della Valle Argentina – 22 agosto 2026 https://www.scintilena.com/la-galleria-glori-castellaro-viaggio-nella-valle-argentina/08/22/
Scintilena – Glori-Castellaro: viaggio nella Valle Argentina – 6 maggio 2026 https://www.scintilena.com/glori-castellaro-viaggio-nella-valle-argentina/05/06/
RaiNews TGR Liguria – Stop alla diga di Glori a Badalucco (IM) in Valle Argentina – 2 aprile 2024 https://www.rainews.it/tgr/liguria/video/2024/04/stop-alla-diga-di-glori-in-valle-argentina-3573f527-ac28-475f-8497-4cc8fed01616.html
Alessandro Pastorelli – comunicazione sulla storia dei gruppi speleologici liguri – ottobre 2026.
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Storico rappresentante del Gruppo Speleologico Imperiese CAI, era appassionato di grotte, fotografia, video e radio. Claudio Bonzano lo ricorda come un personaggio fuori dagli schemi, sempre vicino ai compagni anche quando la malattia non gli permetteva più di esplorare
Il 28 ottobre 2026 è morto Gianguido Guasco, per tutti semplicemente “Grotta”, figura conosciuta nell’ambiente speleologico imperiese e uomo dalle molte passioni.
Gianguido Guasco è stato anche tra i soci fondator
Storico rappresentante del Gruppo Speleologico Imperiese CAI, era appassionato di grotte, fotografia, video e radio. Claudio Bonzano lo ricorda come un personaggio fuori dagli schemi, sempre vicino ai compagni anche quando la malattia non gli permetteva più di esplorare
Il 28 ottobre 2026 è morto Gianguido Guasco, per tutti semplicemente “Grotta”, figura conosciuta nell’ambiente speleologico imperiese e uomo dalle molte passioni.
Gianguido Guasco è stato anche tra i soci fondatori del Gruppo Speleologico del CAI di Imperia, realtà alla quale è rimasto profondamente legato.
A ricordarlo con poche righe, semplici e affettuose, è Claudio Bonzano del Gruppo Speleologico Imperiese CAI, che ne restituisce soprattutto il carattere.
«Gianguido Guasco, vecchio rappresentante del Gruppo Speleologico Imperiese CAI, già affetto da una malattia invalidante, ha rappresentato un personaggio fuori dagli schemi, appassionato delle grotte e dedito alla fotografia».
Una passione per la speleologia che Gianguido aveva coltivato anche attraverso la scrittura. Nel 1972 il suo nome compare nella bibliografia speleologica ligure come autore di L’ossessione dello Sgarbu, dedicato allo Sgarbu du Ventu, il Buco del Vento del Monte Guardiabella, cavità esplorata dal Gruppo Speleologico Imperiese CAI.
La malattia gli aveva poi impedito di continuare a entrare nelle grotte, ma non di rimanere vicino al suo gruppo.
Bonzano ricorda che Gianguido, «provvisto batterista soprattutto in estate faceva parte di un complessino musicale ma a notte fonda raggiungeva le località ove il Gruppo lavorava portando sempre una aria di allegria».
Non potendo più esplorare cavità molto strette per via della corporatura, era sempre disponibile per le esigenze del Gruppo. La passione era tale che aveva trasformato la sua Fiat 1100 nell’auto del Gruppo, applicando sulle portiere il logo dell’associazione.
«Lascia un vuoto incolmabile», conclude Claudio Bonzano.
Anche il ricordo pubblicato a Imperia racconta un uomo conosciuto ben oltre l’ambiente speleologico: appassionato di radio CB, fotografia e video, capace di lasciare una traccia personale in chi lo aveva incontrato.
Scintilena e la Delegazione Speleologica Ligure si stringono con un grande abbraccio alla famiglia, agli amici e ai compagni del Gruppo Speleologico Imperiese CAI.
Arrivederci Gianguido, arrivederci “Grotta”.
Fonti
Claudio Bonzano – Gruppo Speleologico Imperiese CAI – ricordo di Gianguido Guasco – ottobre 2026.
Catasto Speleologico Ligure – Buco del Vento / Sgarbu du Ventu, LI619 – bibliografia: Gianguido Guasco, L’ossessione dello Sgarbu, 1972 https://www.catastogrotte.net/liguria/it/caves/view/623/
La Voce di Imperia – Imperia, addio a Gianguido Guasco, per tutti “Grotta”: appassionato di Speleologia, radio CB, fotografia e video – 29 ottobre 2026 – fotografia Marco Pesce
Il Secolo XIX – Oneglia piange Gianguido Guasco, anima jazz di San Giovanni – Laura Ivani – 29 ottobre 2026
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Sessantaquattro anni dopo la storica esplorazione a ?683 metri, Giulio Gecchele è tornato sul Pollino. Sei alberi sono stati piantati presso l’Abisso in memoria degli esploratori di una delle grandi pagine della speleologia italiana
Sessantaquattro anni dopo, Giulio Gecchele è tornato a Cerchiara di Calabria, ai piedi del Pollino, dove da giovane aveva partecipato a una delle esplorazioni più importanti della speleologia italiana del dopoguerra: quella dell’Abisso del Bifurto, conos
Sessantaquattro anni dopo la storica esplorazione a ?683 metri, Giulio Gecchele è tornato sul Pollino. Sei alberi sono stati piantati presso l’Abisso in memoria degli esploratori di una delle grandi pagine della speleologia italiana
Sessantaquattro anni dopo, Giulio Gecchele è tornato a Cerchiara di Calabria, ai piedi del Pollino, dove da giovane aveva partecipato a una delle esplorazioni più importanti della speleologia italiana del dopoguerra: quella dell’Abisso del Bifurto, conosciuto anche come Fossa del Lupo.
Venerdì 23 ottobre il Comune di Cerchiara di Calabria ha accolto Gecchele durante una seduta del Consiglio comunale dedicata agli speleologi protagonisti di quella stagione di esplorazioni. Alcuni dei compagni ancora in vita hanno partecipato in videocollegamento.
Al termine dell’incontro la delegazione ha raggiunto l’Abisso, dove sono stati messi a dimora sei alberi, uno per ciascuno dei sei speleologi che nell’agosto del 1962 affrontarono la discesa verso il fondo.
Nel 1961 fino a -440m
La storia era cominciata l’anno precedente.
Nel 1961 il Gruppo Speleologico Piemontese CAI-UGET di Torino aveva organizzato una spedizione nel Pollino, spingendo l’esplorazione del Bifurto fino alla profondità di circa 440 metri. La grotta continuava.
Un’immagine del film di Frammartino
Nell’estate successiva gli speleologi sono tornati a Cerchiara con l’obiettivo di completarne l’esplorazione.
Il bollettino Grotte del Gruppo Speleologico Piemontese, pubblicato nel 1962, conserva la relazione di quei giorni e permette di ricostruire direttamente le fasi dell’impresa.
Agosto 1962, verso il fondo
Il 6 agosto è iniziata la nuova esplorazione.
La squadra che ha proseguito verso il fondo era composta da Giulio Gecchele, Marziano Di Maio e Dario Sodero, del Gruppo Speleologico Piemontese; Gianni Follis, del GSAM di Cuneo; Giancarlo Pasini e Sergio Trebbi, del Gruppo Speleologico Bolognese.
Con loro sono scesi una quindicina di sacchi di materiale.
Le condizioni erano quelle della speleologia dell’epoca: progressione su scalette metalliche, grandi quantità di materiale da trasportare e lunghe permanenze sottoterra.
La relazione del GSP registra 60 ore di grotta per la fase esplorativa del 7, 8 e 9 agosto.
Il lavoro non si è concluso con il raggiungimento del fondo. Gli speleologi sono tornati nella cavità per completare il rilievo, esplorare alcuni pozzi laterali e recuperare il materiale. Una delle ultime operazioni di disarmo e rilievo è durata altre 20 ore consecutive.
Alla fine il dato topografico era stabilito: -683m di dislivello, circa 520 m di sviluppo rilevato secondo i dati pubblicati allora.
Per l’epoca era una profondità eccezionale e collocava il Bifurto tra le grandi cavità conosciute.
Una storia diventata cinema
Molti anni dopo quella spedizione ha trovato una nuova forma di racconto.
L’esplorazione del Bifurto ha ispirato Il Buco di Michelangelo Frammartino, film presentato nel 2021 alla 78ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove ha ricevuto il Premio speciale della giuria.
Il film ha riportato all’attenzione del grande pubblico la speleologia dei primi anni Sessanta: le scalette, le corde, i sacchi, le lampade e soprattutto il rapporto tra gli uomini, la montagna e un vuoto sotterraneo del quale ancora non si conosceva il fondo.
Non è un documentario della spedizione, ma una ricostruzione cinematografica ispirata a quell’esperienza.
Nel 1962 sei speleologi raggiunsero il fondo dell’Abisso del Bifurto, a ?683 metri, completando una delle grandi esplorazioni della speleologia italiana. 64 anni dopo, Cerchiara rende loro omaggio con una cerimonia e sei alberi piantati nei pressi dell’Abisso, alla presenza di Giulio Gecchele
Sei alberi accanto all’Abisso
Oggi quella storia è tornata nel luogo dove era cominciata.
Dopo il Consiglio comunale del 23 ottobre, Gecchele e la delegazione hanno raggiunto il Bifurto. Nei pressi dell’ingresso sono stati piantati sei alberi in ricordo dei sei speleologi della squadra che raggiunse il fondo nel 1962.
Un segno semplice, rimasto sulla superficie proprio accanto al luogo nel quale, sessantaquattro anni fa, quegli uomini scesero per centinaia di metri nel sottosuolo.
E questa volta a raccontare il Bifurto non c’erano soltanto fotografie, rilievi e vecchi bollettini.
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Un articolo pubblicato il 23 ottobre 2026 da National Geographic racconta le ricerche archeologiche lungo le antiche coste oggi sommerse tra Texas e Florida. Sonar, carotaggi e immersioni cercano le tracce delle popolazioni che vivevano in questi territori migliaia di anni fa
Un articolo di Nicolás Rivero, pubblicato da National Geographic il 23 ottobre 2026 con il titolo “Searching the Seabed for Florida’s Ice Age Societies”, racconta una delle frontiere dell’archeologia subacquea
Un articolo pubblicato il 23 ottobre 2026 da National Geographic racconta le ricerche archeologiche lungo le antiche coste oggi sommerse tra Texas e Florida. Sonar, carotaggi e immersioni cercano le tracce delle popolazioni che vivevano in questi territori migliaia di anni fa
Un articolo di Nicolás Rivero, pubblicato da National Geographic il 23 ottobre 2026 con il titolo “Searching the Seabed for Florida’s Ice Age Societies”, racconta una delle frontiere dell’archeologia subacquea americana: la ricerca delle tracce lasciate dalle popolazioni preistoriche nei territori oggi sommersi tra Texas e Florida.
Durante e dopo l’ultima glaciazione, quando il livello del mare era molto più basso, la costa occidentale della Florida si estendeva fino a circa 100 miglia, oltre 160 chilometri, più al largo. Dove oggi c’è il mare esistevano pianure attraversate da fiumi e sorgenti, frequentate dagli esseri umani.
Con lo scioglimento dei ghiacci quei territori sono stati progressivamente sommersi. Oggi gli archeologi cercano sul fondo del mare ciò che resta di quei paesaggi e delle persone che li abitavano.
Un utensile di pietra sotto il fondale
Nel dicembre 2024, a circa cinque miglia dalla costa della Florida, l’archeologo Morgan Smith, professore associato di antropologia alla University of Tennessee at Chattanooga, ha partecipato a una ricerca subacquea sulle tracce dell’antica presenza umana.
Sotto circa 75 centimetri di sabbia e frammenti di conchiglie ha raggiunto uno strato di sedimento argilloso grigio-blu formatosi quando la zona era ancora terraferma.
Qui ha trovato uno strumento di pietra per raschiare risalente a circa 7.000 anni fa. Più in profondità, insieme a uno studente, ha recuperato anche un frammento di legno di circa 8.500 anni.
Il ritrovamento dimostra che sotto i sedimenti marini possono essersi conservati antichi suoli terrestri insieme alle testimonianze delle attività umane.
89 milioni di acri da esplorare
Il progetto di ricerca descritto da National Geographic interessa circa 89 milioni di acri di terre oggi sommerse, dal Texas alla Florida occidentale.
Quasi una dozzina di scienziati partecipano a un programma quinquennale che punta non soltanto a trovare manufatti, ma a ricostruire il paesaggio nel quale vivevano le popolazioni preistoriche.
I ricercatori analizzano scansioni sonar del fondale e profili del sottosuolo ottenuti mediante onde sonore. Le indagini hanno rivelato una rete di antichi canali fluviali sepolti sotto il mare, che in alcuni casi proseguono per chilometri oltre le attuali foci.
Sono luoghi molto interessanti per le ricerche archeologiche: lungo i corsi d’acqua si poteva pescare e cacciare e in alcune zone erano disponibili selce e altre rocce utilizzate per fabbricare utensili.
Sonar, carotaggi e immersioni
Individuate le aree più promettenti, le indagini possono proseguire con carotaggi del fondale. Lunghi tubi vengono spinti nei sedimenti per prelevare campioni degli strati sepolti e riconoscere superfici che un tempo erano esposte all’aria.
Gli archeologi cercano manufatti, schegge prodotte dalla lavorazione della pietra e altri indizi della presenza umana.
Alle prospezioni geofisiche si affiancano le immersioni, utilizzate in quest’area per la ricerca archeologica almeno dalla fine degli anni Ottanta.
Il fiume Aucilla e le tracce di 14.500 anni fa
Uno dei territori più importanti è il fiume Aucilla, a sud di Tallahassee.
Nel 2016, all’interno di una dolina sommersa a circa nove metri sotto la superficie del fiume, i ricercatori hanno trovato un utensile di pietra e ossa di mastodonte con tracce di macellazione umana datate a circa 14.500 anni fa.
Questi ritrovamenti hanno rafforzato le prove di una presenza umana in Nord America precedente alle cronologie tradizionalmente accettate in passato.
Nella stessa regione sono stati individuati altri siti sommersi, tra cui antichi accumuli di conchiglie e aree utilizzate per l’approvvigionamento e la lavorazione della pietra.
A 40 metri di profondità sull’antica riva di un fiume
National Geographic ricorda anche un’esplorazione effettuata nel 2009 dall’archeologo Andy Hemmings, dell’Aucilla Research Institute.
Seguendo verso il largo l’antico corso sommerso del fiume Suwannee, i ricercatori hanno raggiunto un punto situato a circa 125 miglia dalla costa settentrionale della Florida, soprannominato Thor’s Elbow, il “gomito di Thor”.
Hemmings è sceso fino a circa 40 metri di profondità, raggiungendo quella che migliaia di anni fa era la riva di un fiume.
Il tempo operativo a quella profondità era molto limitato. Hemmings ha lasciato alcune apparecchiature sul fondale con l’intenzione di tornare per effettuare carotaggi, ma una tempesta tropicale ha impedito la nuova spedizione e in seguito sono mancati i finanziamenti per proseguire. Il sito rimane ancora da studiare approfonditamente.
Le coste sommerse e l’arrivo dei primi americani
Queste ricerche possono contribuire a rispondere a una delle grandi domande dell’archeologia americana: quando e attraverso quali percorsi gli esseri umani sono arrivati nelle Americhe?
Gli studiosi discutono da tempo sul ruolo del ponte terrestre di Bering e sulla possibilità che alcune delle prime migrazioni siano avvenute seguendo le coste.
Gran parte delle linee costiere dell’ultima glaciazione si trova però oggi sott’acqua. Individuare siti lungo quelle antiche rive potrebbe quindi fornire nuove informazioni sui movimenti delle prime popolazioni americane.
Un mondo conservato sotto il mare
Le indagini permettono anche di studiare la risposta delle comunità preistoriche a profonde trasformazioni ambientali.
Circa 14.000 anni fa, durante alcune delle fasi più rapide dello scioglimento dei ghiacci, secondo National Geographic il mare poteva innalzarsi di circa 30 centimetri ogni dieci anni.
Fiumi e sorgenti hanno cambiato configurazione, le falde si sono sollevate e vaste porzioni delle pianure costiere sono state sommerse, costringendo le comunità a spostarsi verso l’interno.
Una parte di quel paesaggio è ancora conservata sotto il mare. Ricostruire gli antichi fiumi, individuare i suoli sepolti ed esplorarli significa recuperare testimonianze della preistoria rimaste per millenni sul fondo del Golfo del Messico.
Un archeologo subacqueo durante la documentazione di un sito sommerso nelle Florida Keys. Foto: NOAA / Wikimedia Commons.
Foto di copertina: Il fiume Aucilla, in Florida, uno dei territori chiave per le ricerche archeologiche sulle prime popolazioni americane e sugli antichi paesaggi oggi in parte sommersi. Foto: Michael Rivera / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0
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Inferriata e videosorveglianza nella cavità scoperta a luglio da Kurt Walde a quasi 2.800 metri nelle Dolomiti della Val Badia. All’interno numerosi resti di orsi delle caverne, con diversi scheletri quasi completi. Ora si prepara un progetto scientifico interdisciplinare
La grotta degli orsi scoperta lo scorso luglio sotto la Cima di Conturines è stata definitivamente messa in sicurezza. L’ingresso della cavità, situato in una zona impervia del Col Toronn, nelle Dolomiti della Val
Inferriata e videosorveglianza nella cavità scoperta a luglio da Kurt Walde a quasi 2.800 metri nelle Dolomiti della Val Badia. All’interno numerosi resti di orsi delle caverne, con diversi scheletri quasi completi. Ora si prepara un progetto scientifico interdisciplinare
La grotta degli orsi scoperta lo scorso luglio sotto la Cima di Conturines è stata definitivamente messa in sicurezza. L’ingresso della cavità, situato in una zona impervia del Col Toronn, nelle Dolomiti della Val Badia (nel Trentino Alto Adige/Sudtirol, nella parte Alto Adige) è stato chiuso con un’inferriata ed è stato installato un sistema di videosorveglianza.
Scintilena aveva dato notizia del ritrovamento alla fine di luglio. A distanza di tre mesi arriva ora un aggiornamento importante: terminata la fase più urgente di protezione del sito, può cominciare quella scientifica.
Il materiale da studiare non manca: all’interno della grotta sono stati osservati numerosi resti di orsi delle caverne, tra i quali diversi scheletri quasi completi. Una situazione che potrebbe offrire ai ricercatori informazioni preziose sulla popolazione di questi animali che decine di migliaia di anni fa frequentavano le alte quote delle Dolomiti.
Una grotta scoperta a luglio
La cavità è stata individuata il 3 luglio 2026 dalla guida alpina di Brunico Kurt Walde, sotto la Cima di Conturines e poco sopra la già nota Grotta delle Conturines.
Il Piz dles Cunturines, nelle Dolomiti dell’Alto Adige. Nell’area è stata scoperta nel luglio 2026 la nuova cavità con numerosi resti di orsi delle caverne. Foto: Wolfgang Moroder / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0
Walde conosce da tempo questa montagna e accompagna visitatori nella grotta diventata celebre dopo il ritrovamento del 1987. Da anni sospettava che nella zona potessero esistere altri ambienti.
La nuova cavità si apre a circa 2.800 metri di quota e ha uno sviluppo di circa 170 metri. Si trova all’interno del Parco naturale Fanes-Senes-Braies, in un’area Natura 2000.
Dopo la segnalazione alle autorità, avvenuta il 17 luglio, la priorità è stata impedire accessi che potessero danneggiare o contaminare il deposito.
Un sito da proteggere prima ancora di studiarlo
La prima chiusura è stata provvisoria. Ora l’Ufficio Beni archeologici della Provincia autonoma di Bolzano ha completato la sistemazione definitiva dell’ingresso.
L’intervento non è stato semplice. L’accesso si trova su una parete rocciosa verticale a quasi 3.000 metri di quota e anche portare sul posto materiali e attrezzature ha comportato notevoli difficoltà logistiche.
Prima dei lavori è stato applicato davanti all’ingresso un telo protettivo antipolvere, per evitare che le operazioni necessarie alla posa della struttura introducessero impurità nella grotta.
Successivamente l’inferriata è stata realizzata su misura e ancorata alla roccia. È stato inoltre installato un sistema di sorveglianza.
La cautela ha una ragione precisa. Una grotta rimasta indisturbata può conservare non soltanto ossa, ma sedimenti, tracce biologiche e rapporti spaziali tra i reperti. Spostare un osso o introdurre materiale dall’esterno significa perdere una parte delle informazioni che il sito potrebbe ancora restituire.
Scheletri quasi completi
È proprio la conservazione dei resti a rendere particolarmente interessante la nuova cavità.
Sono stati segnalati numerosi scheletri fossili di orso delle caverne e diversi risultano quasi completi. Durante le prime osservazioni sono state riconosciute anche colonne vertebrali, ossa del bacino e numerose altre parti scheletriche.
Resta invece da stabilire con precisione a quale popolazione appartengano.
Ursus ladinicus (ex articolo di Il Dolomiti): una precisazione
A proposito dell’attribuzione dei resti, è necessaria una precisazione rispetto a quanto riportato in questi giorni da alcune testate.
L’Ursus ladinicus è l’orso delle caverne conosciuto attraverso i resti rinvenuti nella Grotta delle Conturines. La denominazione è presente nella letteratura dedicata a questi reperti, ma la classificazione viene indicata anche come Ursus spelaeus ladinicus, considerandolo quindi nell’ambito di Ursus spelaeus. È questa, per esempio, la denominazione utilizzata oggi dal Museum Ladin Ursus ladinicus di San Cassiano.
Per i resti scoperti nella nuova grotta nel luglio 2026, invece, è ancora presto per un’attribuzione definitiva. Nelle comunicazioni ufficiali la Provincia autonoma di Bolzano ha parlato di orsi delle caverne indicando Ursus spelaeusoUrsus ladinicus.
Solo lo studio dei nuovi reperti potrà quindi chiarire se gli scheletri appartengano effettivamente alla stessa forma conosciuta nella vicina Grotta delle Conturines. Per il momento è più corretto parlare semplicemente di resti di orsi delle caverne.
Il precedente del 1987
Il confronto inevitabile è con la vicina Grotta delle Conturines.
Il 23 settembre 1987 Willy Costamoling vi trovò resti di orsi delle caverne. Gli scavi iniziarono l’anno successivo sotto la direzione del paleontologo Gernot Rabeder e portarono allo studio della particolare forma alpina conosciuta come Ursus ladinicus.
I reperti della grotta già nota sono stati datati a circa 40-50 mila anni fa.
La scoperta ebbe grande importanza anche per un’altra ragione: dimostrò che gli orsi delle caverne raggiungevano quote elevatissime sulle Dolomiti, in condizioni ambientali molto diverse da quelle attuali.
Ora, a poca distanza, una seconda cavità offre un nuovo archivio paleontologico da studiare.
Una grotta protetta prima delle analisi
Rispetto a quanto accaduto quasi quarant’anni fa, è stata assunta la decisione di proteggere la grotta subito dopo la scoperta, così che i ricercatori possano affrontarne lo studio con tecniche oggi molto più avanzate.
Non si tratta soltanto di identificare e datare le ossa. Sedimenti e reperti potranno essere studiati per ricostruire l’età del deposito, l’ambiente nel quale vivevano gli animali, la loro alimentazione e le caratteristiche della popolazione.
Tra le prospettive indicate dagli studiosi c’è anche la possibilità di verificare l’eventuale presenza di tracce umane. Al momento non ne è stata annunciata alcuna: è una delle domande che le future ricerche potranno affrontare.
La Provincia autonoma di Bolzano sta ora lavorando alla definizione di un progetto interdisciplinare, con il coinvolgimento di specialisti e partner scientifici internazionali.
Dopo aver protetto l’ingresso, quindi, il lavoro vero comincia adesso.
Termin:
Komisja Taternictwa Jaskiniowego informuje, że wnioski o dofinansowanie wyprawna rok 2027 należy składać do dnia 30 listopada 2026 roku do godziny 23:59(data przyjęcia wiadomości przez serwer PZA – prosimy brać pod uwagęopóźnienia).
Wnioski o dofinansowanie złożone po wyznaczonym terminie nie będą brane poduwagę przy przyznawaniu dofinansowania!
Wniosek:
Wnioski należy składać poprzez formularz elektroniczny:Formularz wniosku dofinansowani wypraw 2027
UWAGA!Prosimy nie
Komisja Taternictwa Jaskiniowego informuje, że wnioski o dofinansowanie wypraw na rok 2027 należy składać do dnia 30 listopada 2026 roku do godziny 23:59 (data przyjęcia wiadomości przez serwer PZA – prosimy brać pod uwagę opóźnienia).
Wnioski o dofinansowanie złożone po wyznaczonym terminie nie będą brane pod uwagę przy przyznawaniu dofinansowania!
UWAGA! Prosimy nie drukować i nie skanować formularzy wniosków oraz nie przesyłać ich dodatkowo e-mailem. Złożenie e-wniosku będzie traktowane jako oświadczenie wnioskodawcy o posiadaniu zgody Zarządu klubu na złożenie wniosku. W wątpliwych przypadkach KTJ zastrzega sobie prawo do kontaktu z Zarządem klubu w celu potwierdzenia tej zgody.
W związku z aktualizacją Regulaminu dofinansowania wypraw KTJ PZA, został zaktualizowany również Formularz wniosku o dofinansowanie. Przed złożeniem wniosku prosimy o zapoznanie się z nowymi zasadami i strukturą formularza, dostępnymi w zakładce: „Regulaminie dofinansowywania wypraw przez KTJ PZA”.
We wniosku należy podać nazwiska uczestników zgrupowania, z wyszczególnieniem tych, którzy zostaną zgłoszeni do kadry narodowej (min. 2 osoby) oraz instruktorów. Prosimy o możliwie precyzyjne określanie składu, ponieważ dotychczasowe osiągnięcia uczestników planowanej wyprawy są jednym z kryteriów oceny wniosków.
Wnioskodawców, którzy uzyskali dofinansowania na rok 2026, prosimy o załączenie do wniosku bibliografii ich projektów (odniesień do publikacji, w których ukazywały się ostatnie sprawozdania). W przypadku publikacji innych niż „Jaskinie” oraz strona WWW PZA, prosimy o udostępnienie treści publikacji np. poprzez załączenie jej tekstu lub skanu.
Warunki:
Zgodnie z decyzją WZD KTJ PZA, który odbył się w dniach 23 – 24.10.2010 roku dofinansowanie otrzyma nie więcej niż 10 zgłoszonych zgrupowań rocznie.
Zgłoszenie do Kadry Narodowej: Po otrzymaniu akceptacji wniosku o dofinansowanie wyprawy, Kierownik wyprawy powinien dopilnować złożenia dokumentów dot. zgłoszenia zawodników do Kadry Narodowej od 01.11.2026 do 20.12.2026 r. Procedura zgłaszania zawodników do Kadry Narodowej.
W razie pytań zapraszamy do kontaktu pod adresem: ktj@pza.org.pl Komisja Taternictwa Jaskiniowego PZA
🔦 Přehled speleologických novinek
Expedice Rača 2026 v Gruzii přinesla nové objevy v tamním krasovém systému [1]. V Moravském krasu došlo k propojení jeskyní Žánova díra a Kyklop, což rozšířilo známý podzemní prostor [4]. Správa slovenských jaskýň zveřejnila dokumentaci z průzkumu a ochrany vybraných slovenských jeskyní [8], [11].
✍️ Pripravil pre vás Miško Ftipkár 🙂
Speleologie V Čr
Expedice Rača 2026 v Gruzii
📅 2026-10-28
Speleologie V Čr
Konečně! Amerika objevena aneb žába v luft
Expedice Rača 2026 v Gruzii přinesla nové objevy v tamním krasovém systému [1]. V Moravském krasu došlo k propojení jeskyní Žánova díra a Kyklop, což rozšířilo známý podzemní prostor [4]. Správa slovenských jaskýň zveřejnila dokumentaci z průzkumu a ochrany vybraných slovenských jeskyní [8], [11].
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Tre nuove punte tra settembre e ottobre spingono la giovane cavità sempre più in profondità, completano il rilievo della doppia giunzione con Capitano Paff e aprono nuove vie. Intanto le ricerche continuano su molti altri fronti del massiccio
InGrigna! non è un singolo gruppo speleologico. È un progetto multigruppo, nato dall’incontro di speleologi provenienti da realtà diverse e uniti da una stessa vocazione: esplorare, rilevare e cercare di comprendere il grande sistema carsico na
Tre nuove punte tra settembre e ottobre spingono la giovane cavità sempre più in profondità, completano il rilievo della doppia giunzione con Capitano Paff e aprono nuove vie. Intanto le ricerche continuano su molti altri fronti del massiccio
InGrigna! non è un singolo gruppo speleologico. È un progetto multigruppo, nato dall’incontro di speleologi provenienti da realtà diverse e uniti da una stessa vocazione: esplorare, rilevare e cercare di comprendere il grande sistema carsico nascosto sotto la Grigna Settentrionale, il Grignone.
Da oltre vent’anni il lavoro procede attraverso campi estivi, punte durante il resto dell’anno, battute in superficie, revisioni di vecchie cavità, rilievi, disostruzioni e confronti topografici. Si cercano nuovi ingressi, si torna in grotte che sembravano finite, si controllano correnti d’aria e punti di massimo avvicinamento tra sistemi diversi.
È un lavoro collettivo e paziente, nel quale anche un buco che chiude dopo tre metri aggiunge un’informazione alla conoscenza del massiccio.
Ogni tanto, però, uno di quei buchi decide di non fermarsi.
È quello che sta succedendo con l’Abisso Alberto Buzio, LOLC5935.
Dopo un’estate già straordinaria, culminata a fine agosto nella giunzione con l’Abisso Capitano Paff e nella nascita del Complesso del Moncodeno, tra settembre e ottobre InGrigna! è tornato più volte nella giovane cavità.
Tre punte raccontano bene quanto velocemente stia cambiando la geografia sotterranea di questo settore della Grigna.
La Buzio ha raggiunto –545m, sono stati aggiunti centinaia di metri di rilievo, è stata completata la topografia della doppia giunzione con Capitano Paff, sono comparsi nuovi freatici e gallerie concrezionate.
L’ultima esplorazione si è fermata su un P40, in una via ampia percorsa da una forte corrente d’aria.
Non perché la grotta chiuda.
Sono finiti i materiali.
Abisso Alberto Buzio, una storia cominciata da poco
La Buzio è una scoperta recentissima nella lunghissima storia delle esplorazioni del Grignone.
La LOLC5935 è emersa durante le ricerche di InGrigna! ed è diventata una delle protagoniste del Campo 2025, quando le esplorazioni hanno mostrato rapidamente le potenzialità della nuova cavità, portandola intorno ai -200m.
Il nome scelto dagli esploratori porta con sé un pezzo importante della storia speleologica della Grigna.
Alberto Buzio, scomparso nel dicembre 2021, è stato speleologo dagli anni Settanta, appartenente al Gruppo Grotte Milano CAI-SEM, del quale è stato anche presidente, e all’Associazione Speleologica Comasca. Ha partecipato a esplorazioni in Italia e a spedizioni internazionali, lasciando inoltre un contributo importante alla documentazione della speleologia lombarda.
Alla Grigna era profondamente legato.
Nelle sue esplorazioni sul massiccio aveva utilizzato il nome “Freccia Azzurra” per indicare l’ipotetico grande collettore sotterraneo che dal fondo di W le Donne dovrebbe portare le acque verso Fiumelatte.
Il suo nome è legato anche a opere fondamentali per la conoscenza delle grotte lombarde, tra cui Grotte e Abissi di Lombardia, Lombardia Dentro e Grotte della Grigna e del Lecchese.
La nuova cavità è stata dedicata a lui, uno speleologo ricordato con grande affetto da chi ha condiviso con lui grotte, esplorazioni e anni di vita associativa.
Oggi quella grotta ha superato i cinquecento metri di profondità e continua ad aprire nuove domande sotto una montagna che Alberto Buzio aveva esplorato e studiato a lungo.
26-27 settembre: da -410 a -545m
La prima delle tre punte autunnali cambia decisamente le dimensioni della Buzio.
Alex Rinaldi dello Speleo Club CAI Romano di Lombardia, Cristian Paccani del Gruppo Speleologico Bergamasco Le Nottole e Andrea Maconi del Gruppo Grotte Milano salgono in Grigna già venerdì sera. Il mattino successivo li raggiunge al Bogani Marco Corvi (il Corvo) dello Speleo Club Ribaldone.
Un’altra squadra ligure, composta da Maurizio Rizzotto (Jack), Matteo Pinna e Francesca Cassina, entra successivamente dirigendosi verso il ramo di collegamento con Capitano Paff.
La squadra del fondo porta con sé 215 metri di corde.
Dal precedente limite esplorativo, intorno a -410 metri, la grotta continua immediatamente con un P31, seguito da una ripida galleria e da un P22.
Alla base sembra finire tutto contro una frana.
C’è però un particolare che non convince: alla partenza del pozzo si sentiva aria.
Dopo quasi un’ora di ricerca viene individuato un piccolo foro sul lato della frana. Spostati alcuni massi, dietro compare un cunicolo ventoso.
La Buzio riparte.
Un P24 sembra nuovamente chiudere alla base, ma quattro metri più in alto un terrazzino nasconde un altro passaggio. Cristian Paccani risale e trova la prosecuzione.
Seguono tratti in frana, un P6 che immette nell’attivo, una strettoia, un P23 e altri passaggi intervallati da pozzetti.
Poi compare un freatico lungo una ventina di metri.
Marco Corvi risale sopra un pozzo e ritrova la prosecuzione della galleria. Avanza per altri venti metri prima di tornare indietro, ma la condotta continua.
La squadra decide per il momento di puntare verso il basso.
Altri pozzetti conducono ancora più in profondità, finché finiscono gli attacchi e rimane soltanto uno spezzone di corda. Anche l’ultimo salto sembra chiudere, ma scavando nel fango fossile viene aperto un cunicolo che dà su un ulteriore pozzetto.
Bisogna fermarsi.
Dopo 19 ore di punta, alle sei del mattino di domenica gli esploratori sono nuovamente all’esterno.
Il bilancio è impressionante: circa 330 metri nuovi rilevati e Abisso Alberto Buzio a -545 metri.
La Buzio continua a sfiorare il Dito
Il rilievo racconta anche un’altra storia.
La Buzio passa a poche decine di metri dal Pozzo nel Dito in diversi punti, senza ancora trovare la connessione.
Le grotte sembrano quasi rincorrersi nel sottosuolo.
Il collegamento potrebbe non trovarsi necessariamente attraverso qualche grande pozzo. I numerosi freatici incontrati lungo la Buzio fanno pensare che la chiave possa nascondersi anche in una piccola condotta, in una finestra o in un passaggio poco evidente sulle pareti delle grandi verticali.
Nelle vicinanze c’è inoltre il Complesso del Ghiaccio.
Il disegno che lentamente compare sui rilievi lascia immaginare collegamenti ancora più grandi, fino alla possibilità futura di costruire un unico grande Sistema del Grignone.
Per ora è una prospettiva esplorativa: bisogna ancora trovare i passaggi.
17-18 ottobre: finalmente il rilievo della doppia giunzione
La seconda punta ha un obiettivo differente: mettere definitivamente ordine nel rilievo delle due connessioni tra Buzio e Capitano Paff.
Scendono Jack, Ombretta e Andrea Maconi.
Per completare il lavoro sono serviti tre tentativi.
Durante il primo, raggiunta la prima giunzione attraverso un traverso, un problema al telefono utilizzato nelle operazioni impedisce di concludere il rilievo.
Nella punta successiva viene individuato un freatico che porta addirittura a una seconda giunzione con Capitano Paff. Il rilievo viene eseguito, ma il controllo successivo mostra errori evidenti: il DistoX risulta completamente fuori calibrazione.
Bisogna tornare ancora una volta.
Il 17-18 ottobre finalmente tutto funziona. Jack arma e disarma i due rami, mentre Andrea e Ombretta rilevano.
Quella che nel resoconto viene scherzosamente definita l’“epopea del rilievo” può considerarsi conclusa.
Le esplorazioni, invece, no.
Nel settore restano una breve risalita, diversi freatici che partono in entrambe le direzioni e soprattutto un punto nel quale il rilievo porta la Buzio ad appena 15 metri dal Complesso del Ghiaccio, che possiede otto ingressi conosciuti.
Quindici metri sulla carta.
Chi esplora in Grigna sa bene che possono significare tutto o niente.
24-25 ottobre: freatici, cristalli e ancora pozzi
Una settimana dopo si torna dentro.
Alla punta partecipano Jack e Francesca, Andrea Maconi, Alex Rinaldi e Cristian Paccani.
La squadra ligure sale venerdì notte per dormire al Bogani. Sulla Grigna è arrivata la prima neve della stagione e durante la notte le temperature scendono sotto zero.
L’inverno comincia a farsi sentire.
Sabato, intorno a mezzogiorno, gli speleologi entrano e tornano oltre i -500m.
Il piccolo scavo lasciato in sospeso non concede strada: termina in una strettoia impraticabile.
Resta però da vedere il freatico individuato da Marco Corvi nella punta di settembre.
Qui la Buzio cambia completamente aspetto.
Fiori nel buio
Le nuove gallerie sono particolarmente concrezionate.
Compaiono forme che sembrano fiori di aragonite e, alle estremità di alcuni cristalli, depositi bianchi dall’aspetto pastoso.
La composizione non è ancora stata determinata. Potrebbe trattarsi di latte di monte, calcite microcristallina, gesso o altri depositi: per identificarli con certezza servirebbero analisi mineralogiche.
Il settore viene rilevato per circa cento metri.
Le prosecuzioni terminano per ora in accumuli di sabbia e fango parzialmente concrezionato. In una piccola condotta, però, passa ancora una debole corrente d’aria. Per continuare occorrerebbe affrontare uno scavo impegnativo.
Il freatico può aspettare.
La via del fondo no.
P30, P10, P40. Poi finiscono i materiali
Una parte della squadra prende la strada dell’uscita, mentre gli altri continuano a seguire l’attivo.
Arriva un P30, poi un P10, infine un P40.
Qui devono fermarsi.
La via è ampia e percorsa da una forte corrente d’aria.
La direzione, secondo le prime valutazioni del rilievo, non sembra favorire la giunzione con il Dito. Potrebbe invece riportare verso il settore del fondo e, in quel caso, rimarrebbero ancora circa 200 metri di dislivello da percorrere.
Le grandi vie aperte restano quindi almeno due: il ramo dei Liguri e quello del fondo.
A queste si aggiungono diverse finestre individuate risalendo dalle zone intorno a -400m e non ancora esplorate.
Gli ultimi escono intorno a mezzogiorno di domenica.
Fuori c’è la neve.
Sotto, un P40 con tanta aria.
Il rilievo topografico, immancabile aiuto alle esplorazioni
Un ruolo fondamentale in questa corsa esplorativa lo ha il rilievo topografico. Tutto ciò che viene scoperto viene via via misurato dai partecipanti, riportato, disegnato e inerito a catasto dall’inossidabile Andrea Maconi, componendo metro dopo metro la mappa del sottosuolo del Grignone. È il rilievo a mostrare quanto grotte apparentemente separate arrivino a sfiorarsi e a indicare dove potrebbero nascondersi nuove giunzioni.
All’esplorazione e alla topografia si affianca anche un vero diario per immagini: Alex Rinaldi, ormai uno degli speleoyoutuber più conosciuti e seguiti anche fuori dall’Italia, documenta regolarmente le avventure di InGrigna!, portando nei suoi video pozzi, strettoie, nuove scoperte e soprattutto l’atmosfera delle esplorazioni.
Nel frattempo InGrigna! cerca ovunque
Concentrarsi sulla Buzio non significa fermare il resto.
La filosofia di InGrigna! è esattamente opposta: continuare a controllare ingressi, rivedere vecchie cavità e battere il territorio anche quando il risultato può essere soltanto qualche metro.
Sandro Ghidelli e Roberto O. sono tornati su una cavità individuata alla fine di giugno. Dopo una discesa di circa 12 metri lungo il versante e un breve lavoro di ampliamento dell’ingresso, il passaggio è risultato percorribile, ma soltanto per pochi metri.
Altre battute sulle pareti del versante Valsassina hanno individuato piccole cavità-sorgente, tre delle quali curiosamente poste alla testata di vallette.
Alle pendici del Menna, Andrea e Felicita con la più piccola speleo di tutti i tempi, Petra, e con Sara e Marco sono invece andati a controllare una cavità individuata da Marco e Sara sul ciglio della Val Parina. La LOBG9293, dopo un ingresso ingombro di ossa di mucca, conduce a un breve pozzo che chiude alla base.
Maconi ha inoltre ricontrollato LOLC1877 e LOLC1957. Quest’ultima, trovata con meno neve rispetto a cinque anni prima, è stata nuovamente scesa fino al fondo a -28m, dove termina nei detriti.
Sandro Ghidelli, dopo aver raccontato le ultime verifiche, ha promesso scherzosamente di smettere di annoiare tutti con i suoi «piccoli buchi»: speriamo proprio di no. La ricerca speleologica funziona anche così: molti ingressi finiscono quasi subito. Altri aspettano anni prima di mostrare ciò che nascondono.
Un metro dal Pifferaio
C’è infine un altro fronte che merita di essere seguito.
Durante l’esplorazione della 1823, Andrea Maconi si è fermato in un grande pozzo per la presenza di una massa di neve potenzialmente pericolosa e perché non disponeva di corda sufficiente per completarne la discesa.
Il successivo confronto dei rilievi ha mostrato qualcosa di sorprendente: l’ultimo caposaldo della 1823 si trova a circa un metro da quello del Pifferaio.
La giunzione non è ancora avvenuta fisicamente e dovrà quindi essere verificata sul posto.
Il grande pozzo potrebbe avvicinarsi ai 100 metri. Se la connessione verrà confermata, potrebbe nascere un nuovo complesso con nove ingressi.
Andrea Maconi lo aspetta da parecchio tempo: «È da 15 anni che sogno la giunzione».
Un metro dopo quindici anni.
Sulla carta sembra pochissimo.
Sotto la Grigna può essere ancora un mondo.
La neve sopra, l’aria sotto
L’inverno sta arrivando sul Moncodeno e la neve potrebbe rendere presto molto più difficile tornare alla Buzio.
Sottoterra, però, il lavoro lasciato in sospeso è enorme.
Ci sono i freatici, le finestre intorno a -400, il ramo dei Liguri, la vicinanza con il Complesso del Ghiaccio e soprattutto quella grande via del fondo.
L’ultima punta si è fermata davanti a un P40 soltanto perché erano finiti i materiali.
Da sotto arriva molta aria.
Nel gruppo qualcuno ha sintetizzato la situazione con l’entusiasmo del momento: «O si giunta o si va a meno mille!».
Naturalmente nessuno può ancora sapere dove porterà quella via.
Una cosa, però, è certa: l’Abisso Alberto Buzio è arrivato a -545m. E la Grigna non ha ancora finito di raccontare cosa c’è là sotto.
Fonti
InGrigna! – Resoconti delle esplorazioni all’Abisso Alberto Buzio e delle attività sul Grignone – settembre-ottobre 2026.
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La cavità di Crissolo chiude dal 1° novembre per proteggere i chirotteri durante l’ibernazione. Qui si trova la più importante colonia svernante italiana di Barbastello e proprio nella grotta è stata documentata per la prima volta in Italia la presenza del fungo associato alla sindrome del naso bianco
Con l’arrivo dell’inverno la Grotta di Rio Martino, a Crissolo, in provincia di Cuneo, ai piedi del Monviso, in alta Valle Po, torna ai suoi abitanti più delicati.
Dal 1° novembre
La cavità di Crissolo chiude dal 1° novembre per proteggere i chirotteri durante l’ibernazione. Qui si trova la più importante colonia svernante italiana di Barbastello e proprio nella grotta è stata documentata per la prima volta in Italia la presenza del fungo associato alla sindrome del naso bianco
Con l’arrivo dell’inverno la Grotta di Rio Martino, a Crissolo, in provincia di Cuneo, ai piedi del Monviso, in alta Valle Po, torna ai suoi abitanti più delicati.
Dal 1° novembre 2026 al 31 marzo2027 l’accesso alla cavità è vietato per proteggere i pipistrelli durante il periodo di ibernazione.
Domenica 25 ottobre si è svolta l’ultima escursione guidata della stagione, organizzata nell’ambito delle attività del Parco del Monviso. Poi i cancelli si chiuderanno e la grotta resterà indisturbata fino alla primavera. La riapertura non è però automatica: il periodo di chiusura può essere prolungato se le condizioni climatiche e biologiche lo rendono necessario. Nella primavera del 2026, per esempio, il divieto è stato esteso fino al 10 aprile perché basse temperature, neve e precipitazioni avevano ritardato la ripresa dell’attività dei chirotteri.
Una grotta di oltre tre chilometri
La Grotta di Rio Martino si apre a circa 1.530 metri di quota, sulle pendici della Rocca Granè, sopra Crissolo. È una Riserva Naturale ed è compresa nella Zona Speciale di Conservazione IT1160037 “Grotta di Rio Martino” della rete Natura 2000.
Il sistema sotterraneo si sviluppa complessivamente per circa 3.200 metri, tra sale, pozzi e gallerie formati dall’azione dell’acqua nelle rocce carbonatiche.
Soltanto il ramo inferiore, lungo circa 530 metri, è normalmente accessibile ai visitatori lungo un percorso parzialmente attrezzato. Al termine si raggiunge uno degli ambienti più spettacolari della cavità, la cascata del Pissai, con un salto superiore ai 40 metri.
Le prime testimonianze scritte relative alla grotta risalgono già al Seicento, ma oggi Rio Martino riveste soprattutto un’importanza naturalistica particolare per la fauna che ospita.
Il rifugio invernale del Barbastello
Tra i protagonisti della grotta c’è il Barbastello (Barbastella barbastellus), piccolo pipistrello europeo legato soprattutto agli ambienti forestali maturi.
Barbastello (Barbastella barbastellus), specie che trova nella Grotta di Rio Martino il più importante sito di svernamento conosciuto in Italia. Foto: Jan Ebr e Ivana Ebrová / Wikimedia Commons – CC BY 4.0
Ogni inverno nella cavità si radunano centinaia di chirotteri. Il censimento effettuato nel febbraio 2025 aveva registrato almeno 225 pipistrelli, tra i quali 184 Barbastelli. Il Parco del Monviso indica Rio Martino come il più importante sito conosciuto in Italia per lo svernamento di questa specie.
Il Barbastello non è solo: nella grotta è documentata la presenza di numerose altre specie di chirotteri, tra cui diversi Myotis, facendo di Rio Martino un sito di particolare valore per lo studio e la conservazione dei pipistrelli alpini.
Una visita in inverno può diventare pericolosa
Durante l’ibernazione, i pipistrelli abbassano drasticamente la temperatura corporea e rallentano le funzioni vitali. È una strategia che consente loro di superare i mesi freddi, quando gli insetti di cui si nutrono sono scarsamente disponibili.
In questo periodo vivono consumando le riserve energetiche accumulate durante la stagione favorevole.
Un disturbo provocato dalla presenza umana, dalle luci, dal rumore o dal contatto può causare un risveglio anticipato. Tornare attivi significa aumentare rapidamente il metabolismo e consumare una parte delle preziose riserve di grasso necessarie per arrivare alla primavera.
Per questo la chiusura stagionale non è semplicemente una limitazione alla visita della grotta, ma una vera misura di conservazione.
Il fungo della sindrome del naso bianco
Rio Martino ha anche un’altra particolarità scientifica: nel 2019 uno studio pubblicato sulla rivista Mycopathologia ha documentato nella grotta la prima identificazione in Italia diPseudogymnoascus destructans, il fungo associato alla cosiddetta White-nose syndrome, o sindrome del naso bianco.
Il fungo è stato isolato su esemplari di Myotis emarginatus presenti nella cavità.
La sindrome ha provocato gravissime mortalità nelle popolazioni di pipistrelli del Nord America. La situazione europea è però diversa: il fungo è presente naturalmente in Europa e nei pipistrelli europei non sono state osservate le mortalità di massa che hanno caratterizzato l’epidemia nordamericana.
La presenza del fungo è un ulteriore motivo per adottare particolare attenzione quando si frequentano ambienti sotterranei.
Anche scarponi e attrezzatura possono viaggiare da una grotta all’altra
Le spore di Pseudogymnoascus destructans possono aderire a scarponi, abbigliamento e attrezzatura entrati in contatto con il terreno o le pareti di una cavità e possono quindi essere trasportate involontariamente in altri ambienti sotterranei.
Per questo la pulizia e la decontaminazione dell’attrezzatura utilizzata in grotta non riguardano soltanto Rio Martino: sono una buona pratica per ridurre il rischio di trasferire microrganismi da una cavità all’altra.
È un aspetto particolarmente importante per chi frequenta molte grotte, come gli speleologi, perché ciò che resta apparentemente invisibile su uno scarpone o su un’attrezzatura può essere trasportato per molti chilometri.
Una grotta che d’inverno cambia funzione
Da aprile a ottobre Rio Martino può essere luogo di visita, conoscenza e avvicinamento al mondo sotterraneo.
Con l’arrivo dell’inverno la prospettiva cambia. La grotta torna a essere rifugio.
La chiusura stagionale ricorda così un principio semplice della frequentazione responsabile degli ambienti ipogei: entrare in una grotta significa entrare in un ecosistema, e qualche volta il modo migliore per conoscerlo e proteggerlo è restarne fuori per qualche mese.
Garzoli L. et al. – First Isolation of Pseudogymnoascus destructans, the Fungal Causative Agent of White-Nose Disease, in Bats from Italy – Mycopathologia, 2019 https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31414314/