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    Condividi Un Quaderno dell’Accademia delle Scienze di Torino ricostruisce la storia mineraria del Vallone di Saint-Marcel e il suo legame con la produzione del vetro cristallo e con l’ottica del Seicento Il giacimento minerario nel Vallone di Saint-Marcel Nel Vallone di Saint-Marcel, in Valle d’Aosta, si trova la miniera di Praborna, un sito che custodisce un patrimonio mineralogico riconosciuto a livello internazionale. Il giacimento si colloca alla base del versante sinistro del vallone,
     

La miniera di Praborna e il segreto del cristallo veneziano: dalle Alpi al cannocchiale di Galileo

September 26th 2026 at 11:00

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Un Quaderno dell’Accademia delle Scienze di Torino ricostruisce la storia mineraria del Vallone di Saint-Marcel e il suo legame con la produzione del vetro cristallo e con l’ottica del Seicento

Il giacimento minerario nel Vallone di Saint-Marcel

Nel Vallone di Saint-Marcel, in Valle d’Aosta, si trova la miniera di Praborna, un sito che custodisce un patrimonio mineralogico riconosciuto a livello internazionale. Il giacimento si colloca alla base del versante sinistro del vallone, a circa 1.900 metri di quota, all’interno delle unità ofiolitiche del Piemonte, formazioni di origine oceanica risalenti al periodo giurassico. La miniera di Praborna è nota e sfruttata almeno dal 1415, con un’attività estrattiva che si è protratta, in modo discontinuo, fino ai primi decenni del Novecento. Il minerale principale estratto è la braunite, un ossido di manganese che qui raggiunge concentrazioni particolarmente elevate. Il sito è inoltre la località di riferimento per diverse varietà mineralogiche, tra cui la piemontite, l’alurgite e il violano, quest’ultimo osservabile quasi esclusivamente in questo giacimento alpino.

Il manganese di Praborna e la nascita del cristallo veneziano

Per secoli il manganese estratto dalla miniera di Praborna ha avuto un ruolo nella produzione del cristallo veneziano, il celebre vetro trasparente messo a punto a Murano attorno al 1450 dal maestro vetraio Angelo Barovier. Il biossido di manganese veniva impiegato come agente decolorante: neutralizzava le tinte verdognole e giallastre dovute alle impurità di ferro presenti nella silice fusa, ottenendo così un vetro incolore e limpido, paragonabile al cristallo di rocca. La Repubblica di Venezia concesse a Barovier, attorno al 1455, l’esclusiva sulla produzione di questo materiale, che da allora venne chiamato anche “cristallo veneziano”. Il manganese proveniente dal Piemonte, secondo diverse fonti storiche e mineralogiche, contribuì a questa produzione, rappresentando un anello della filiera che collegava le miniere alpine alle fornaci muranesi.

Il legame con le osservazioni astronomiche di Galileo Galilei

La tradizione mineraria di Praborna si intreccia, secondo le fonti storiche, anche con le osservazioni astronomiche di Galileo Galilei. Le lenti dei primi cannocchiali richiedevano vetro di qualità ottica elevata, privo di bolle e di colorazioni parassite. Il cristallo veneziano, grazie alla purezza raggiunta con il processo di decolorazione al manganese, offriva caratteristiche più adatte alla realizzazione di strumenti ottici rispetto ai vetri comuni dell’epoca. Questo passaggio, dalla miniera di Praborna alle lenti utilizzate per le osservazioni del cielo, viene ricostruito nel volume dedicato al sito, che unisce la storia della geologia mineraria a quella della scienza rinascimentale.

Il Quaderno n. 47 dell’Accademia delle Scienze di Torino

Il percorso storico e scientifico della miniera di Praborna è raccontato nel Quaderno n. 47 dell’Accademia delle Scienze di Torino. Il volume è frutto di una ricerca decennale condotta da tre geologi, che hanno incrociato il lavoro sul territorio con lo studio degli archivi storici. Il testo ricostruisce le vicende estrattive del sito, dal 1415 fino all’abbandono novecentesco, e ne descrive il patrimonio mineralogico, riconosciuto come uno dei più significativi delle Alpi occidentali per la varietà e la qualità degli esemplari rinvenuti. Il volume approfondisce anche i legami tra la miniera di Praborna e l’industria vetraria veneziana, ricostruendo la filiera che portava il manganese dal Piemonte alle fornaci di Murano.

Come consultare il volume online

Il Quaderno n. 47 dell’Accademia delle Scienze di Torino, dedicato alla miniera di Praborna, è consultabile online sul sito dell’Accademia. La pubblicazione si inserisce in un percorso di approfondimento sul sito già avviato dall’Accademia, che nel 2025 ha dedicato un convegno al tema, intitolato “Il segreto del cristallo veneziano: la miniera di Praborna”, con presentazioni sugli aspetti culturali, storici, tecnologici e scientifici del giacimento.

Fonti

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  • Soccorso speleologico europeo, a Kranj il 19° ECRA Meeting dal 1° al 4 ottobre 2026
    Condividi Il soccorso speleologico si riunisce in Slovenia per esercitazioni e confronto tecnico. Dal 26 settembre il pre-meeting tra grotte, speleosubacquea e visite ai siti carsici. Il 19° European Cave Rescue Meeting si terrà a Kranj, in Slovenia, dal 1° al 4 ottobre 2026. L’incontro è organizzato dalla Jamarska reševalna služba (JRS), il servizio sloveno di soccorso speleologico, per conto della European Cave Rescue Association (ECRA). Il pre-meeting prende avvio il 26 settembre. Le circo
     

Soccorso speleologico europeo, a Kranj il 19° ECRA Meeting dal 1° al 4 ottobre 2026

September 26th 2026 at 10:00

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Il soccorso speleologico si riunisce in Slovenia per esercitazioni e confronto tecnico. Dal 26 settembre il pre-meeting tra grotte, speleosubacquea e visite ai siti carsici.

Il 19° European Cave Rescue Meeting si terrà a Kranj, in Slovenia, dal 1° al 4 ottobre 2026. L’incontro è organizzato dalla Jamarska reševalna služba (JRS), il servizio sloveno di soccorso speleologico, per conto della European Cave Rescue Association (ECRA). Il pre-meeting prende avvio il 26 settembre. Le circolari dell’associazione indicano il 30 settembre come data di chiusura di questa fase, anche se il calendario delle attività comprende alcune proposte il 1° ottobre. [web:2][web:4]

Soccorso speleologico europeo: il programma di Kranj

Il meeting riunirà organizzazioni impegnate nel soccorso speleologico per discutere procedure operative, tecniche e formazione. La seconda circolare ECRA annuncia workshop pratici, sessioni tecniche e mediche, attività legate al soccorso in immersione e incontri delle commissioni. Sono previste anche le presentazioni delle organizzazioni partecipanti e l’assemblea generale dell’associazione. Il programma dettagliato del meeting, secondo la circolare, deve ancora essere pubblicato. [web:4]

La struttura degli incontri riflette le quattro aree di lavoro dell’ECRA: soccorso speleosubacqueo, medicina, allargamento dei passaggi e tecniche di soccorso. La commissione tecnica è presieduta da Giuseppe Conti, del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico italiano. Per l’ECRA, lo scambio di esperienze serve anche a migliorare la collaborazione e le capacità operative delle organizzazioni aderenti. [web:4][web:6][web:13]

Pre-meeting ECRA 2026: grotte e speleosubacquea

Prima delle sessioni principali, il pre-meeting propone attività sul territorio sloveno. Il calendario diffuso dall’ECRA include visite in grotta, immersioni speleosubacquee, escursioni e itinerari turistici. Le uscite in cavità non attrezzate richiedono esperienza e attrezzatura adeguata. Per il programma di immersioni sono richiesti certificazione per la speleosubacquea, assicurazione valida, certificato medico ed equipaggiamento completo. Le attività potranno cambiare in base alle condizioni meteorologiche e alle esigenze organizzative. [web:4]

Tra le destinazioni indicate figurano il laboratorio ipogeo Tular e il SOS Proteus Information Centre, a Kranj. La visita riguarda il proteo, anfibio delle acque sotterranee, e la tutela del suo habitat. Il programma cita anche le grotte di Škocjan, con due percorsi di visita proposti per il 1° ottobre. Completano le opzioni le escursioni nell’area del lago di Bled e delle Alpi Giulie, oltre a canyoning e rafting. Non tutte le attività hanno lo stesso costo o gli stessi requisiti tecnici. [web:4]

Le immersioni previste toccano diverse località, tra cui Veliko e Malo Okence, Bilpa e Šteberk. Per la miniera di Mežica la circolare segnala che l’attività non è ancora pienamente confermata. I partecipanti interessati dovranno quindi verificare disponibilità, condizioni di accesso e aggiornamenti prima della partenza. [web:4]

Jamarska reševalna služba e logistica del meeting

La JRS opera nell’ambito della federazione speleologica slovena, Jamarska zveza Slovenije. Secondo la federazione, dispone di sette centri di soccorso, uno dei quali si trova proprio a Kranj. La scelta della città colloca quindi il meeting anche in un territorio legato all’organizzazione del soccorso in grotta. [web:7]

La seconda circolare fissa la quota del meeting a 100 euro per le iscrizioni effettuate dopo il 3 settembre 2026 o sul posto. Il prezzo di 80 euro era riservato alle iscrizioni precedenti. La quota comprende alloggio e pasti durante l’incontro principale, ma non copre le spese del pre-meeting. L’allestimento annunciato prevede tende collettive, spazi per tende personali e camper e servizi igienici nelle vicinanze. L’ECRA indica inoltre trasferimenti dall’aeroporto di Lubiana e dalle stazioni ferroviaria e degli autobus di Kranj. [web:4]

Presentazioni e documenti devono essere in inglese. Le proposte possono essere inviate a info@caverescue.eu; per le informazioni organizzative è disponibile helpdesk@caverescue.eu. Chi intende partecipare alle attività di soccorso speleologico o alle escursioni può consultare gli aggiornamenti sul sito ECRA. Il programma delle esercitazioni e alcuni dettagli logistici restano soggetti a conferma. [web:4]

Fonti

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    Minulý týždeň v dňoch str-sob. prebiehali akcie v Čachtickej jaskyni. Dva dni sme sa venovali kopaniu v našich sondách spolu s transportom materiálu na svoje stanoviská. V Sonde č.1 v malej kaverne nie tak ďaleko od vchodu sa zahlbukejeme asi o meter po prvotnom vytažení zakliesneného zasintreného bloku. Tažil sa napadaný bahenný materiál konzistencie betónu ale smerom do dola sa ukazujú dutiny a pôvodné čisté kamene. Kaverna tvorí akýsi odskok od diery ktorá je v dne dómu a slúži na odtok kv
     

Photos from OS Čachtice's post

September 25th 2026 at 12:08
Minulý týždeň v dňoch str-sob. prebiehali akcie v Čachtickej jaskyni.

Dva dni sme sa venovali kopaniu v našich sondách spolu s transportom materiálu na svoje stanoviská.

V Sonde č.1 v malej kaverne nie tak ďaleko od vchodu sa zahlbukejeme asi o meter po prvotnom vytažení zakliesneného zasintreného bloku. Tažil sa napadaný bahenný materiál konzistencie betónu ale smerom do dola sa ukazujú dutiny a pôvodné čisté kamene. Kaverna tvorí akýsi odskok od diery ktorá je v dne dómu a slúži na odtok kvapkajúcej a stekajúcej vody do tých miest.

V sonde č.2 nám treba zdolať jeden výbežok a uvidíme čo nás čaká ďalej, práce v zúžených podmienkach sú však zdlhavé a náročné.

Tretí deň sme sa rozhodli prekotviť pár starých rebríkov po rozšírení prístupových ciest a lán.
Zámerom je budúci prieskum a hľadanie možných pokračovaní + domapovanie partií chýbajúcich v mape.

ŠTVRTÝ DEŇ=ŠTVRTÝ SIFÓN.

Nebol to zámer, pôvodný plán bol íst až na koniec jaskyne. Vyzbrojený meračom na CO sme chceli ísť až na koniec BRČKOVEJ CHODBY.
Zistiť ako to tam vyzerá, za ním sú nezamerané komíny(nevylezene ?) a aký je tam vzduch,vzhľadom na príbehy a záznamy o nedýchatelnosti.
Štvrtý sifón (skor piesčito-blatový polosifón) však bol zasedimentovaný do neprielezna avšak spoza neho vanul jemný prievan čerstvého vzduchu. Určiťe sa ešte vrátime lepšie vyzbrojený. Pri treťom sifóne bol dokonca netopier na stene.
-je tam prekrásna výzdoba a zaslúžila by si isto profi dokumentáciu.
-zaujímavým sa javí miesto pred 4 sifónom, ktoré opisuje Ivan Demovič.
-jednu dve akcie ešte určite skúsime aj v mieste ktoré z priestorov Brčkovej opisuje Martin Sluka

Vďaka všetkým za pomoc.

























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  • È morto Franco Cucchi, geologo e speleologo che ha studiato il Carso
    Condividi La Società Adriatica di Speleologia ricorda Franco Cucchi, docente dell’Università di Trieste e studioso del Carso, delle grotte e delle acque sotterranee. Il ricordo di Franco Cucchi nella speleologia triestina Ieri è morto Franco Cucchi, geologo e speleologo legato alla ricerca sul Carso. A darne notizia è la Società Adriatica di Speleologia (SAS) sulla sua pagina Facebook, che lo ricorda come socio, membro del proprio Comitato Scientifico e punto di riferimento per le attività
     

È morto Franco Cucchi, geologo e speleologo che ha studiato il Carso

September 26th 2026 at 09:00

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La Società Adriatica di Speleologia ricorda Franco Cucchi, docente dell’Università di Trieste e studioso del Carso, delle grotte e delle acque sotterranee.

Il ricordo di Franco Cucchi nella speleologia triestina

Ieri è morto Franco Cucchi, geologo e speleologo legato alla ricerca sul Carso. A darne notizia è la Società Adriatica di Speleologia (SAS) sulla sua pagina Facebook, che lo ricorda come socio, membro del proprio Comitato Scientifico e punto di riferimento per le attività di studio.

Il ricordo della Società Adriatica di Speleologia parte da un incontro recente. «Soltanto l’altro giovedì Franco era passato in sede», scrivono i soci. Avevano trascorso alcune ore insieme a lui, parlando di ricerca, speleologia e idee da realizzare. Nel comunicato emerge il rapporto personale costruito nel tempo, accanto al riconoscimento del suo contributo scientifico.

Per la SAS, Franco Cucchi è stato più di un socio. L’associazione richiama la sua disponibilità a condividere conoscenze e a metterle al servizio delle indagini nel mondo sotterraneo. Lo definisce un ponte con la propria storia e ricorda il suo lavoro nel Comitato Scientifico. Sono parole che restituiscono il ruolo svolto nella vita associativa, oltre a quello ricoperto nell’università.

Franco Cucchi tra geologia del Carso e acque sotterranee

Franco Cucchi ha insegnato Geografia fisica all’Università di Trieste. Un profilo pubblicato dal laboratorio di comunicazione scientifica della SISSA ricorda anche il suo insegnamento di Geologia applicata e la laurea in Scienze geologiche conseguita a Trieste nel 1972. Nello stesso profilo, i suoi interessi di ricerca comprendono geomorfologia carsica, morfologie di superficie e sotterranee, speleologia, idrologia e vulnerabilità del territorio.[web:10]

Il Carso è stato uno dei principali ambiti del suo lavoro. Studiare questo territorio significa osservare insieme rocce, forme del paesaggio, cavità e circolazione delle acque. Sono aspetti collegati: la conoscenza geologica aiuta a interpretare la distribuzione delle grotte, mentre lo studio degli ambienti ipogei contribuisce a ricostruire l’evoluzione del massiccio carsico.

Tra i lavori documentati nell’archivio dell’Università di Trieste figura il capitolo Geologia e geomorfologia del Carso Classico. Pubblicato nel 2015, porta le firme di Franco Cucchi, Sara Biolchi, Luca Zini, Bogdan Jurkovšek e Tea Kolar-Jurkovšek. Il contributo è inserito nel volume dedicato alle acque del Carso Classico e al progetto Hydrokarst, in un contesto di ricerca che coinvolge il territorio italiano e quello sloveno.[web:7]

La Grotta Impossibile e la ricerca nelle cavità

Un episodio concreto del rapporto tra geologia e speleologia emerge dalla documentazione sulle prime esplorazioni della Grotta Impossibile di Cattinara. Durante i lavori per la viabilità triestina, iniziati nel 2004, una commissione fu incaricata di valutare le cavità incontrate dagli scavi. La direzione venne affidata a Franco Cucchi, indicato dal resoconto anche come direttore, all’epoca, del Catasto regionale delle grotte del Friuli Venezia Giulia.[web:11]

Quel lavoro coinvolse ricercatori universitari e speleologi di diversi gruppi. Le indagini geologiche e morfologiche affiancarono l’esplorazione e il rilievo delle cavità intercettate dal cantiere. Il caso mostra un aspetto ricorrente dell’attività di Franco Cucchi: il confronto tra ricerca accademica, conoscenza del sottosuolo e lavoro delle associazioni speleologiche.[web:11]

Anche lo studio del patrimonio archeologico delle grotte rientra tra le iniziative alle quali è associato il suo nome. Un articolo pubblicato da Scintilena nel maggio 2026 lo indica tra i coordinatori del CRIGA, il Catasto Ragionato Informatico delle Grotte Archeologiche. Il Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia descrive l’integrazione dei dati del progetto nelle proprie attività di documentazione delle cavità di interesse archeologico.[web:18][web:32]

Il saluto della Società Adriatica di Speleologia

Nel messaggio della SAS, il docente e lo studioso lasciano spazio anche all’amico. I soci ricordano le discussioni, i progetti condivisi e la curiosità per ciò che resta da scoprire. Alla famiglia e alle persone che gli sono state vicine rivolgono il proprio cordoglio.

L’associazione conclude con l’impegno a portare avanti quanto era stato progettato insieme. Non vengono precisati, nel testo diffuso, i contenuti o i tempi di quelle iniziative. Il ricordo di Franco Cucchi resta così legato sia agli studi sul Carso sia al lavoro che la comunità speleologica intende proseguire.

Fonti

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  • Anche alle Grotte di Pertosa-Auletta torna ‘Diversamente Speleo’
    Condividi Il 27 settembre una giornata dedicata all’inclusione e all’esplorazione del mondo sotterraneo. L’edizione campana sarà dedicata e sosterrà una raccolta fondi per “Il Sorriso di Samuele”  Esplorare il mondo sotterraneo superando barriere fisiche e culturali. È lo spirito di “Diversamente Speleo”, l’iniziativa in programma domenica 27 settembre alle Grotte di Pertosa-Auletta, in provincia di Salerno. “Diversamente Speleo” permetterà a persone con diverse abilità di vivere l’esperie
     

Anche alle Grotte di Pertosa-Auletta torna ‘Diversamente Speleo’

September 26th 2026 at 08:00

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Il 27 settembre una giornata dedicata all’inclusione e all’esplorazione del mondo sotterraneo. L’edizione campana sarà dedicata e sosterrà una raccolta fondi per “Il Sorriso di Samuele”

 Esplorare il mondo sotterraneo superando barriere fisiche e culturali. È lo spirito di “Diversamente Speleo”, l’iniziativa in programma domenica 27 settembre alle Grotte di Pertosa-Auletta, in provincia di Salerno.

“Diversamente Speleo” permetterà a persone con diverse abilità di vivere l’esperienza dell’esplorazione sotterranea, accompagnate da speleologi, tecnici e volontari lungo il percorso e nel rispetto delle necessarie condizioni di sicurezza.

Le attività inizieranno alle ore 10.00, mentre l’ingresso e la visita in grotta sono previsti intorno alle ore 11.00. A fare da scenario saranno le Grotte Turistiche di Pertosa-Auletta.

La giornata vuole dimostrare come anche un ambiente naturale apparentemente difficile da raggiungere possa diventare un luogo di partecipazione, condivisione e superamento delle barriere, unendo conoscenza del territorio, inclusione e solidarietà.

La giornata è organizzata dal Gruppo Speleologico CAI Salerno, con la collaborazione della Federazione Speleologica Campana, del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico – Servizio regionale della Campania, della Fondazione MIdA, del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, dell’associazione Ascoltami Onlus, della GOPI Protezione Civile ODV di Caggiano e dei Comuni di Pertosa e Auletta.

Contemporaneamente alle Grotte di Falvaterra, vicino di Frosinone, gli speleologi saranno impegnati nell’edizione 2026 di Diversamente Speleo Lazio Abruzzo e Italia Centrale, che prevede la partecipazione di una ventina di persone diversamente abili e di un centinaio tra speleologi e accompagnatori. https://www.scintilena.com/diversamente-speleo-2026-a-falvaterra-litalia-centrale-torna-in-grotta/09/24/

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  • Foggia, nella Caserma Oddone spuntano resti ossei di centinaia di scheletri: speleologi negli ipogei
    Condividi Gli ambienti sotterranei dell’ex Caserma Oddone, già convento di San Francesco ed ex Distretto Militare di Foggia, sono stati ricogniti dallo Speleo Team Montenero. Le ossa saranno studiate con la Soprintendenza. Caserma Oddone a Foggia, la ricognizione speleologica negli ambienti ipogei Nuovi elementi emergono dal sottosuolo dell’ex Distretto Militare di Foggia, conosciuto anche come Caserma Oddone e in precedenza come convento di San Francesco. Il 23 settembre 2026 lo Speleo Te
     

Foggia, nella Caserma Oddone spuntano resti ossei di centinaia di scheletri: speleologi negli ipogei

September 26th 2026 at 07:00

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Gli ambienti sotterranei dell’ex Caserma Oddone, già convento di San Francesco ed ex Distretto Militare di Foggia, sono stati ricogniti dallo Speleo Team Montenero. Le ossa saranno studiate con la Soprintendenza.

Caserma Oddone a Foggia, la ricognizione speleologica negli ambienti ipogei

Nuovi elementi emergono dal sottosuolo dell’ex Distretto Militare di Foggia, conosciuto anche come Caserma Oddone e in precedenza come convento di San Francesco. Il 23 settembre 2026 lo Speleo Team Montenero di San Marco in Lamis ha effettuato una prima ricognizione negli ambienti ipogei individuati all’interno del complesso.

Il sopralluogo è stato svolto per conto dello studio Settanta7 srl, incaricato della progettazione da Invitalia. Il gruppo speleologico era composto dal presidente Gian Piero Villani, da Paolo Giuliani, curatore del Catasto Puglia Grotte, e da Anna Di Donato, con il supporto dell’archeologo Nicola Gasperi. 

La ricognizione ha permesso di documentare due ampi locali parzialmente voltati, con un’estensione complessiva superiore ai 100 metri quadrati. Nei due ambienti sono stati osservati importanti volumi di materiale detritico di apporto misto e resti ossei.

Secondo il Comune di Foggia, i resti sono riferibili a diverse centinaia di scheletri. La formula è importante perché indica una stima legata alla ricognizione, non ancora l’identificazione di un numero preciso di individui. Spetterà agli approfondimenti archeologici e antropologici chiarire la natura del deposito, la cronologia e le modalità con cui i resti sono arrivati negli ambienti sotterranei. 

Resti ossei nella Caserma Oddone: cosa è stato accertato finora

Il ritrovamento dei resti ossei non rappresenta il primo segnale della presenza di strutture sotterranee sotto la Caserma Oddone. Le indagini erano iniziate nei mesi precedenti con tecniche georadar e saggi endoscopici. Gli accertamenti avevano individuato locali sotterranei in corrispondenza di un vano sottoscala il cui accesso risultava tombato. 

Nel maggio 2026 il Comune aveva comunicato la presenza di ambienti ipogei, reperti ossei e grandi quantità di materiale inerte da riporto e lapideo. Gli ambienti erano stati collegati, in via preliminare, al nucleo conventuale francescano più antico del complesso. 

Nel giugno successivo si era svolto un sopralluogo della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio. Dopo la verifica sul posto, era stata autorizzata la prosecuzione delle attività previste dal piano di indagine. Il percorso di studio è quindi proseguito fino alla ricognizione speleologica del settembre 2026. 

La nuova fase consente ora di aggiungere una documentazione più dettagliata degli spazi ipogei. Il rilievo laser scanner annunciato dal Comune permetterà di acquisire una restituzione geometrica precisa degli ambienti e di metterla in relazione con le strutture dell’edificio soprastante. 

Speleologia e archeologia a Foggia, il ruolo dello Speleo Team Montenero

L’intervento alla Caserma Oddone mostra il ruolo che la speleologia può assumere nello studio delle cavità artificiali e degli ambienti sotterranei presenti nei centri storici.

In questo caso gli speleologi sono impegnati nella ricognizione, nella documentazione e nel rilievo degli spazi ipogei. Il lavoro viene svolto insieme a un archeologo e si inserisce in un procedimento che coinvolge Comune, progettisti e Soprintendenza. 

Il report tecnico prodotto dallo Speleo Team Montenero sarà acquisito dagli uffici comunali e trasmesso alla Soprintendenza. La documentazione servirà a definire le successive modalità di intervento e gli eventuali approfondimenti. 

Per la speleologia urbana, il caso di Foggia evidenzia un aspetto preciso: gli ambienti sotterranei possono conservare informazioni sulla storia degli edifici e sulle trasformazioni avvenute nel tempo. Il rilievo diventa quindi uno strumento conoscitivo prima ancora che operativo.

Caserma Oddone e convento di San Francesco, una storia che attraversa i secoli

L’ex Caserma Oddone presenta una stratificazione storica complessa. Il complesso è infatti riconducibile all’antico convento di San Francesco, una delle strutture religiose storiche della città di Foggia. Nel corso dell’Ottocento l’edificio passò agli usi militari e in seguito divenne sede del Distretto Militare. Una ricostruzione accademica colloca le testimonianze dell’insediamento religioso almeno nella seconda metà del XIII secolo, mentre documentazione giuridica e amministrativa ricostruisce il successivo passaggio agli usi militari. 

Questa lunga sequenza di trasformazioni rende particolarmente interessante la lettura degli spazi ipogei. Un locale sotterraneo può infatti conservare tracce di fasi precedenti alla configurazione oggi visibile. Solo la ricerca archeologica potrà stabilire con maggiore precisione a quale periodo appartengano gli ambienti e i materiali rinvenuti.

Le ipotesi sul Beato Giacomo e la necessità di verifiche scientifiche

Il ritrovamento ha riaperto anche il tema della possibile presenza, nel complesso, di testimonianze legate al Beato Giacomo d’Assisi. La sindaca di Foggia Maria Aida Episcopo ha richiamato le fonti della tradizione francescana e ha auspicato che il nuovo percorso di ricerca possa fornire elementi sulla sua presenza e sulla possibile sepoltura. 

Si tratta però, allo stato attuale, di un’ipotesi di ricerca e non di un’identificazione. I resti osservati dagli speleologi non sono stati attribuiti al Beato Giacomo e non è stata comunicata una datazione dei materiali.

Prima di collegare i reperti a una persona o a un episodio storico preciso saranno necessarie analisi archeologiche, antropologiche e, dove possibile, cronologiche. La documentazione della stratigrafia e del rapporto tra le ossa e i materiali presenti negli ambienti sarà un passaggio fondamentale.

Foggia, la scoperta degli ipogei si inserisce nel progetto di rigenerazione urbana

La scoperta avviene mentre la Caserma Oddone è interessata da un importante progetto di recupero. Una parte del complesso sarà destinata a uno Studentato ADISU, finanziato con 20 milioni di euro del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione. Un altro intervento riguarda il Polo Museale Giordaniano, finanziato con 7 milioni di euro attraverso il CIS Capitanata. 

Il progetto di rigenerazione dovrà quindi confrontarsi con le nuove informazioni provenienti dal sottosuolo. Il Comune ha dichiarato che il rilievo laser scanner servirà proprio a collegare gli ambienti ipogei alla struttura esistente e a fornire ai progettisti un quadro conoscitivo più completo. 

La presenza di reperti e strutture sotterranee rende necessario coordinare le esigenze della progettazione con quelle della tutela archeologica. La prosecuzione delle indagini sarà definita sulla base delle valutazioni della Soprintendenza.

Caserma Oddone, le prossime indagini tra speleologia, archeologia e tutela

Nelle prossime settimane proseguiranno la ricognizione, la documentazione e il rilievo. Il primo obiettivo sarà completare la conoscenza degli ambienti ipogei, determinarne l’estensione e documentare in modo sistematico i reperti presenti.

Successivamente potranno essere definiti gli interventi necessari per lo studio e la tutela dei resti ossei e degli altri materiali. Il dato speleologico dovrà essere integrato con quello archeologico, storico e antropologico.

La vicenda della Caserma Oddone è quindi ancora in una fase iniziale. I resti di diverse centinaia di scheletri costituiscono un elemento che richiede verifiche puntuali. Prima di ogni interpretazione definitiva sarà necessario stabilire origine, cronologia, contesto e caratteristiche del deposito.

Per la speleologia pugliese, la ricerca negli ipogei della Caserma Oddone rappresenta intanto un nuovo caso di collaborazione tra speleologi e altre discipline. A Foggia il sottosuolo entra così nel percorso di conoscenza e recupero di un complesso che conserva una storia articolata, dal convento francescano al Distretto Militare, fino al progetto di nuova destinazione culturale e universitaria.

Fonti principali

Sono state consultate, tra le altre, La Gazzetta del Mezzogiorno, Quotidiano di Foggia, L’Attacco, L’Edicola, Foggia Città Aperta, oltre alle fonti istituzionali del Comune di Foggia e ad ANSA. Le ricostruzioni sono state confrontate per distinguere i dati già accertati dalle ipotesi ancora da verificare. 

Nota: al momento non risultano comunicati ufficiali che forniscano una datazione dei resti o una loro attribuzione al Beato Giacomo d’Assisi. Il collegamento con la sepoltura del religioso resta quindi un’ipotesi di ricerca legata alla tradizione francescana.

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  • Giornate Europee del Patrimonio 2026 in Liguria: grotte, miniere e archeologia da scoprire
    Condividi Il 26 e 27 settembre aperture straordinarie, visite e incontri in tutta la regione. Dai Balzi Rossi alle miniere preistoriche di Monte Loreto, dai Bacini di Carenaggio di Genova a Luni, un fine settimana alla scoperta del patrimonio archeologico e dei luoghi meno conosciuti Sabato 26 e domenica 27 settembre 2026 tornano le Giornate Europee del Patrimonio (GEP), la grande manifestazione promossa dal Consiglio d’Europa e dalla Commissione Europea e coordinata in Italia dal Ministero d
     

Giornate Europee del Patrimonio 2026 in Liguria: grotte, miniere e archeologia da scoprire

September 26th 2026 at 06:00

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Il 26 e 27 settembre aperture straordinarie, visite e incontri in tutta la regione. Dai Balzi Rossi alle miniere preistoriche di Monte Loreto, dai Bacini di Carenaggio di Genova a Luni, un fine settimana alla scoperta del patrimonio archeologico e dei luoghi meno conosciuti

Sabato 26 e domenica 27 settembre 2026 tornano le Giornate Europee del Patrimonio (GEP), la grande manifestazione promossa dal Consiglio d’Europa e dalla Commissione Europea e coordinata in Italia dal Ministero della Cultura.

Il tema scelto per questa edizione è “Proteggere il patrimonio. Rinnovare, resistere, reinventare”. Musei, aree archeologiche e luoghi della cultura apriranno le porte con visite guidate, conferenze, laboratori e aperture straordinarie; sabato sera sono inoltre previste aperture dei musei statali aderenti con ingresso simbolico a un euro.

In Liguria il programma è particolarmente ricco e comprende diversi appuntamenti di interesse per gli appassionati di archeologia, preistoria, miniere e patrimonio industriale.

Monte Loreto, trent’anni di archeologia mineraria

Tra gli eventi più interessanti c’è quello dedicato alla miniera preistorica di Monte Loreto, nel territorio di Castiglione Chiavarese.

Sabato 26 settembre, dalle ore 15, il MUCAS – Polo archeominerario di Castiglione Chiavarese e Masso ospiterà l’incontro “A trent’anni dalla prima campagna di scavo a Monte Loreto”, dedicato alla storia delle ricerche e alla valorizzazione del sito.

Dopo gli interventi di Nadia Campana, Marzia Dentone e Francesco Ghizzani Marcia, Fabio Negrino parlerà di “Quando il rame cambiò il mondo”, mentre Roberto Maggi affronterà il percorso “Monte Loreto: dalla scoperta al museo”.

Alle 16.30 seguirà la visita alle sale espositive, alla miniera preistorica, a quella moderna e alla Galleria XX Settembre.

La stessa mattina, alle 10.30 al MuSel di Sestri Levante, è prevista la visita guidata gratuita “Dalla pietra al metallo… più di 5000 anni fa”, dedicata all’archeologia della produzione e allo sfruttamento delle risorse durante l’Età del Rame.

Balzi Rossi, apertura straordinaria delle grotte preistoriche

Un appuntamento particolarmente significativo per gli appassionati del mondo sotterraneo è previsto a Ventimiglia.

Domenica 27 settembre il Museo Preistorico dei Balzi Rossi propone infatti l’apertura straordinaria delle grotte dalle 10 alle 18.

Si tratta di uno dei complessi preistorici più importanti d’Europa, con testimonianze di una frequentazione umana protrattasi per un arco di tempo lunghissimo. L’apertura delle grotte offre quindi un’occasione particolare per conoscere direttamente il contesto nel quale sono maturate alcune delle più importanti scoperte della preistoria ligure.

Genova, alla scoperta dei grandi Bacini di Carenaggio

Dal sottosuolo preistorico a quello dell’archeologia industriale. Sabato 26 e domenica 27 settembre, dalle 9 alle 13, saranno nuovamente visitabili gli storici Bacini di Carenaggio delle riparazioni navali del Molo Giano di Genova.

La Soprintendenza li considera uno dei luoghi più significativi dell’archeologia industriale genovese, strettamente collegato alla storia del porto e della cantieristica navale.

L’iniziativa torna dopo le aperture organizzate nelle GEP del 2023, 2024 e 2025, che complessivamente hanno richiamato circa 500 visitatori.

A Genova riemerge una fornace romana

Sempre sabato 26 settembre, dalle 15 alle 19, al MuCE – Museo Certosa di Genova, archeologi e restauratori presenteranno al pubblico una fornace di epoca romana.

L’appuntamento comprende l’inaugurazione, visite guidate e attività dedicate alla scoperta archeologica e alla sua conservazione. L’evento rientra tra quelli organizzati dalla Soprintendenza ligure per le GEP 2026.

Luni di notte con gli archeologi

Atmosfera diversa al Museo nazionale e Parco archeologico di Luni, dove sabato 26 settembre è prevista l’apertura serale “Al museo di sera”.

Il pubblico potrà visitare il sito accompagnato da un archeologo, con partenze alle 19.30, 20.45 e 22.

L’apertura serale permette di riscoprire in una veste insolita una delle aree archeologiche più importanti della Liguria orientale.

Diano Marina e la Liguria prima dei Romani

Anche il Ponente propone un appuntamento dedicato all’archeologia.

Sabato 26 settembre il Museo Civico del Lucus Bormani di Diano Marina organizza una visita guidata alla sezione archeologica al mattino e, alle 16, una conferenza dedicata alle nuove ricerche sul territorio dianese in età protostorica.

L’incontro approfondirà quindi il territorio del Lucus Bormani prima dell’età romana, offrendo un quadro aggiornato delle conoscenze archeologiche sulla zona.

Ad Albenga la necropoli settentrionale

Ad Albenga, sabato 26 settembre dalle 16.30 alle 17.30, è invece in programma “Un Patrimonio da scoprire: la Necropoli settentrionale di Albenga”, un appuntamento promosso nell’ambito delle iniziative della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Liguria.

Un fine settimana tra patrimonio e ricerca

Il programma ligure delle Giornate Europee del Patrimonio non si limita naturalmente all’archeologia: comprende fortezze, musei, giardini storici, palazzi e numerosi altri luoghi della cultura.

Luoghi diversi tra loro, ma accomunati da un elemento: raccontano il rapporto dell’uomo con il territorio, le sue risorse e le tecniche sviluppate nel corso dei millenni per trasformarlo.

Il programma nazionale delle Giornate Europee del Patrimonio viene aggiornato dal Ministero della Cultura con le iniziative organizzate sul territorio.

Programma ufficiale delle Giornate Europee del Patrimonio 2026

Programma dei Musei Nazionali della Liguria

Eventi della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della Liguria

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  • Resistenza delle corde speleo: corso nazionale a Villa Scirca
    Condividi Dal 16 al 18 ottobre 2026, tre giornate di aggiornamento a Sigillo (PG): seminari, prove di laboratorio e analisi delle attrezzature La Scuola Nazionale di Speleologia del CAI e il Gruppo Speleologico Valtiberino CAI Sansepolcro–CENS organizzano il corso nazionale di aggiornamento e approfondimento tematico “Resistenza delle corde speleo”, in programma dal 16 al 18 ottobre 2026 presso la Scuola della Montagna di Villa Scirca, a Sigillo (Perugia). Il corso affronterà questi temi:
     

Resistenza delle corde speleo: corso nazionale a Villa Scirca

September 26th 2026 at 05:00

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Dal 16 al 18 ottobre 2026, tre giornate di aggiornamento a Sigillo (PG): seminari, prove di laboratorio e analisi delle attrezzature

La Scuola Nazionale di Speleologia del CAI e il Gruppo Speleologico Valtiberino CAI Sansepolcro–CENS organizzano il corso nazionale di aggiornamento e approfondimento tematico “Resistenza delle corde speleo”, in programma dal 16 al 18 ottobre 2026 presso la Scuola della Montagna di Villa Scirca, a Sigillo (Perugia).

Il corso affronterà questi temi: la struttura, l’usura e i meccanismi di rottura delle corde impiegate in speleologia e torrentismo, con seminari e attività sperimentali su corde, nodi, discensori e bloccanti. Le prove comprenderanno misure di resistenza in condizioni differenti e analisi dei dati raccolti in laboratorio.

La partecipazione è aperta ai maggiorenni, soci e non soci CAI, fino a un massimo di 35 persone.

La quota è di 200 euro per i soci CAI e di 250 euro per i non soci, comprensiva per questi ultimi dell’assicurazione.

Iscrizioni entro il 10 ottobre 2026 inviando la scheda di adesione a marco.menichetti@sns-cai.it.

Il laboratorio SpeleoCRASC è il Centro ricerche attrezzature speleo canyoning, attivo nello studio sperimentale delle proprietà fisiche, chimiche e meccaniche dei materiali e delle attrezzature impiegati nella progressione speleologica e torrentistica.

Di seguito il programma completo e il.modilo di iscrizione.

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  • Underground Vision n.3: nove storie dal sottosuolo mediterraneo per imparare a vedere nel buio
    Condividi Il terzo numero di SpeleoMedit Magazine arriva a settembre 2026 con contributi da Croazia, Grecia, Italia, Marocco, Spagna e Turchia Il numero 3 di Underground Vision – SpeleoMedit Magazine, uscito a settembre 2026, raccoglie un editoriale e nove contributi che attraversano sei paesi del bacino mediterraneo. Il filo conduttore «imparare a vedere nel buio» lega osservazioni sull’atmosfera di grotta, esplorazione idrogeologica, biodiversità, fotografia e memoria culturale. La rivista
     

Underground Vision n.3: nove storie dal sottosuolo mediterraneo per imparare a vedere nel buio

September 25th 2026 at 08:00

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Il terzo numero di SpeleoMedit Magazine arriva a settembre 2026 con contributi da Croazia, Grecia, Italia, Marocco, Spagna e Turchia

Il numero 3 di Underground Vision – SpeleoMedit Magazine, uscito a settembre 2026, raccoglie un editoriale e nove contributi che attraversano sei paesi del bacino mediterraneo. Il filo conduttore «imparare a vedere nel buio» lega osservazioni sull’atmosfera di grotta, esplorazione idrogeologica, biodiversità, fotografia e memoria culturale. La rivista è promossa da Tetide APS nell’ambito del progetto SpeleoMedit, nato nel 2021 in occasione dell’Anno Internazionale delle Grotte e del Carsismo.

Sommario del numero 3: esplorazione, scienza e cultura ipogea

Il sommario trasmesso dagli organizzatori elenca dieci voci: un editoriale e nove articoli. I contributi provengono da Croazia, Grecia, Italia, Marocco, Spagna e Turchia. Tra i temi figurano aerologia e sicurezza in grotta, fotografia speleologica, idrogeologia carsica, monitoraggio nivale e microclimatico, biospeleologia e grandi cavità. La pagina ufficiale del numero indica la missione editoriale di divulgazione, documentazione e valorizzazione delle attività speleologiche.

L’editoriale Learning to See in the Dark, a cura di Ferdinando Didonna, introduce il tema dell’osservazione consapevole del mondo ipogeo. Il contributo croato di Georgios Lazaridis e colleghi segnala un’atmosfera stratificata pericolosa immediatamente sotto un grande ingresso sull’isola di Lastovo. Il testo integrale dovrà precisare gas coinvolti, valori misurati e implicazioni per la sicurezza.

Il progetto fotografico Mediterranean Photographers UPIX rappresenta la componente visiva italiana del fascicolo. In Grecia, Thomas Theodosiadis racconta il Devil’s Well di Vouliagmeni come enigma idrogeologico e ne ricostruisce la cronaca esplorativa. In Italia, Claudio Di Russo e colleghi presentano la Snow Cave dei monti Cantari (Parco regionale dei Simbruini) nel contesto del monitoraggio del cambiamento climatico.

Giacomo Ghiotto firma Paint with Light – Four Days Underground with Robbie Shone, resoconto di quattro giorni di lavoro fotografico sotterraneo. Ferdinando Didonna e Luisa Dainelli illustrano la campagna Italian Cave Animal of the Year come chiave di divulgazione della fauna ipogea. Iliass Naouadir e Ghita Abarbach integrano geologia, biodiversità e memoria nelle grotte dell’alto Sebou, Medio Atlante, Marocco.

Victor Ferrer Rico ed Extopocien focalizzano l’attenzione sui settori 2, 3 e 4 del Sistema de la Cueva de los Chorros (Riópar–Vianos, Albacete, Spagna). Ali Yamac descrive la monumentalità di Kocain Cave, in Turchia, nota per le sue grandi sale. Le fonti istituzionali ricordano che la Cueva de los Chorros è il principale sbocco dell’acquifero carsico del Calar del Mundo, mentre i portali turchi associano a Kocain anche tracce archeologiche.

Atmosfere di grotta e sicurezza: misurare invece di intuire

La presenza di un ingresso ampio non garantisce uniformità dell’aria negli strati immediatamente sottostanti. Studi indipendenti, come quelli di Kukuljan e colleghi nella grotta di Postumia, mostrano gradienti verticali di CO? fino a circa 1.000 ppm per metro in condizioni specifiche, con differenze marcate tra pavimento e soffitto. Questi dati non sono risultati del contributo croato, ma indicano la necessità di misurazioni puntuali per valutare la sicurezza.

La conseguenza metodologica è chiara: rilevare l’atmosfera alle quote e nei punti di interesse, senza dedurre diagnosi di sicurezza dalla sola morfologia dell’ingresso. Questo approccio rientra nella cultura della prevenzione promossa da riviste come Underground Vision, che uniscono esplorazione e rigore scientifico.

Neve e ghiaccio in grotta: serie temporali per leggere il clima

Attribuire variazioni della neve o del ghiaccio ipogeo a cause climatiche richiede serie locali di osservazioni e metodi verificabili. Casi indipendenti, come la Hundsalm ice cave in Austria (serie 2008–2021) e la grotta pirenaica A294, documentano riscaldamento e regressione del ghiaccio con temperature e paline di ablazione. Sono riferimenti utili per comprendere quali misure cercare nell’articolo sui monti Cantari, non prove delle condizioni dei Simbruini.

Il contributo italiano dovrà quindi precisare periodo di monitoraggio, strumentazione, tassi di accumulo e fusione, e possibili fattori antropici. Solo così la Snow Cave potrà entrare a pieno titolo negli archivi documentali del carsismo mediterraneo sensibili al cambiamento climatico.

Idrogeologia carsica: dall’ipotesi all’evidenza

Il ministero spagnolo per la transizione ecologica descrive il Calar del Mundo come riserva naturale sotterranea di 98,88 km² e indica la Cueva de los Chorros come principale sbocco naturale dell’acquifero, noto per il fenomeno del «reventón». Non va confusa l’area della riserva con l’estensione esplorata della grotta. A Vouliagmeni, cronache indipendenti collocano il pozzo a partire da circa 11 m di profondità e riportano come ipotesi, non come fatto acquisito, un possibile collegamento verso il lago vicino.

Questi elementi sottolineano l’importanza di distinguere evidenza da ipotesi nelle pubblicazioni speleologiche. Underground Vision si inserisce in questo solco, favorendo contributi che chiariscano connessioni idrauliche e dinamiche di scarico degli acquiferi carsici.

Biodiversità, immagini e patrimonio: rendere visibile l’invisibile

La campagna internazionale Cave Animal of the Year indica per l’Italia 2026 i ragni Meta menardi e Meta bourneti. Fonti di settore collegano il progetto alla sensibilizzazione sulla fauna ipogea e a iniziative presentate alla conferenza internazionale di biologia sotterranea. Fotografia e campagne naturalistiche sono forme diverse di «visibilità» del sottosuolo, coerenti con la missione di Underground Vision di unire scienza, esplorazione e cultura.

Per Kocain, i portali culturali turchi associano le grandi sale anche a tracce archeologiche e iscrizioni. Il contributo di Ali Yamac dovrà precisare se e come questi elementi entrino nel racconto della cavità, arricchendo l’archivio documentale delle grotte monumentali del Mediterraneo.

Editoria speleologica, biblioteche e archivi: perché pubblicare conta

La pubblicazione delle notizie speleologiche svolge un ruolo centrale per la crescita della disciplina. Riviste come Underground Vision – SpeleoMedit Magazine creano uno spazio in cui esplorazione, dati scientifici e riflessioni culturali diventano accessibili a ricercatori, gruppi speleologici e pubblico interessato. Senza editoria specializzata, molte osservazioni resterebbero confinate a rapporti interni o a comunicazioni informali.

Le biblioteche speleologiche, sia online sia cartacee, costituiscono il secondo pilastro. Il progetto SpeleoMedit, con il volume Speleologie del Mediterraneo e la rivista Underground Vision, mostra come un archivio strutturato possa raccogliere contributi da molti paesi e rendere confrontabili dati su carsismo, idrologia, biospeleologia e archeologia del sottosuolo. La versione digitale permette ricerche per parola chiave, area geografica e tema, mentre l’edizione cartacee garantisce conservazione a lungo termine e fruizione in contesti privi di connessione.

L’archivio documentale speleologico ha una funzione pratica: evitare di «inventare l’ombrello o l’acqua calda». Come ricordano i manuali di formazione della Società Speleologica Italiana, i lavori speleologici sono dispersi in centinaia di periodici poco diffusi; l’accesso alle fonti bibliografiche è spesso difficile. Riviste indicizzate, cataloghi editoriali come quello di Tetide APS e portali tematici riducono questo problema, permettendo di costruire nuove ricerche su basi solide.

In questa prospettiva, ogni numero di Underground Vision entra a far parte di un patrimonio più ampio. I dati su atmosfere di grotta, monitoraggio nivale, connessioni idrogeologiche e biodiversità alimentano biblioteche speleologiche online e cartacee. A loro volta, questi archivi documentali supportano corsi, convegni, progetti di tutela e nuove esplorazioni. La pubblicazione non è solo cronaca: è infrastruttura di conoscenza per la speleologia mediterranea e internazionale.

Fonti

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  • Visioni carsiche: le grotte della Sardegna diventano esplorabili in realtà virtuale
    Condividi Il Gruppo Grotte Nuorese porta alla SHARPER Night 2026 un’esperienza immersiva nelle profondità del territorio: con i visori VR sarà possibile entrare in una grotta reale, osservarla e scoprirne gli aspetti scientifici senza le barriere fisiche dell’esplorazione sotterranea NUORO – Entrare in una grotta senza corde, senza casco e senza muovere un passo. È la proposta di “Visioni carsiche”, l’esperienza immersiva che il Gruppo Grotte Nuorese presenterà venerdì 25 settembre 2026, dall
     

Visioni carsiche: le grotte della Sardegna diventano esplorabili in realtà virtuale

September 25th 2026 at 07:00

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Il Gruppo Grotte Nuorese porta alla SHARPER Night 2026 un’esperienza immersiva nelle profondità del territorio: con i visori VR sarà possibile entrare in una grotta reale, osservarla e scoprirne gli aspetti scientifici senza le barriere fisiche dell’esplorazione sotterranea

NUORO – Entrare in una grotta senza corde, senza casco e senza muovere un passo. È la proposta di “Visioni carsiche”, l’esperienza immersiva che il Gruppo Grotte Nuorese presenterà venerdì 25 settembre 2026, dalle 16 alle 20, al Centro Polifunzionale di via Roma a Nuoro, nell’ambito della SHARPER Night – Notte Europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori.

L’iniziativa porta l’esplorazione sotterranea in una dimensione nuova: quella della realtà virtuale.

Indossando un visore VR, i visitatori potranno muoversi all’interno della ricostruzione di una grotta reale, osservare gli ambienti, interagire con ciò che li circonda e attivare schemi e approfondimenti scientifici.

Non si tratta quindi soltanto di “vedere” una grotta, ma di avvicinarsi alla sua lettura.

La tecnologia diventa in questo caso uno strumento di divulgazione speleologica, capace di restituire almeno una parte dell’esperienza di un ambiente che, per sua natura, rimane difficilmente accessibile alla maggioranza delle persone.

“Visioni carsiche” rappresenta anche una delle possibili evoluzioni della documentazione fotografica del mondo sotterraneo.

Per generazioni la fotografia speleologica ha avuto il compito di portare in superficie immagini di luoghi raggiungibili soltanto dagli esploratori. Oggi le tecniche di acquisizione e ricostruzione digitale consentono di compiere un passo ulteriore: non più soltanto osservare un’immagine, ma immergersi virtualmente nello spazio dal quale quell’immagine proviene.

La grotta può così diventare un ambiente da percorrere e interrogare.

È una possibilità particolarmente interessante per la divulgazione del carsismo. Forme, morfologie e fenomeni che sulla carta o attraverso una fotografia possono risultare difficili da interpretare acquistano una diversa immediatezza quando il visitatore può osservarli nello spazio e cambiare il proprio punto di vista.

Dal Genova a Nuoro, la grotta entra nel visore

Quella proposta dal Gruppo Grotte Nuorese non è un’esperienza isolata. Proprio in queste settimane anche al Museo Speleologico del Monte Gazzo di Genova Sestri Ponente, Museo che ha come promotore lo speleologo Carlo Marzio, i visitatori possono indossare un visore e scendere virtualmente nella Spluga della Preta, uno degli abissi simbolo della storia della speleologia italiana.

L’installazione presente al Gazzo è stata concessa dall’Associazione Culturale Benetticeras APS e messa a disposizione grazie a Francesco Sauro.

Due esperienze diverse, a Genova e a Nuoro, che sembrano indicare la stessa direzione: utilizzare le nuove tecnologie non per sostituire l’esplorazione reale, ma per raccontarla e renderla accessibile a un pubblico molto più vasto.

È un passaggio interessante anche per i musei e per le associazioni speleologiche. Per decenni abbiamo raccontato il sottosuolo attraverso fotografie, rilievi, plastici, reperti e ricostruzioni. Oggi a questi strumenti se ne aggiunge uno nuovo: la possibilità di accompagnare virtualmente il visitatore dentro la grotta.

Una grotta accessibile

L’esplorazione speleologica reale richiede preparazione, attrezzature e condizioni fisiche adeguate e, in molti casi, comporta difficoltà oggettive che rendono determinati ambienti inaccessibili a una parte del pubblico.

La realtà virtuale non sostituisce naturalmente l’esperienza della grotta, ma può abbattere molte barriere.

Fonte: https://www.sharper-night.it/evento/visioni-carsiche/ VISIONI CARSICHE

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  • Una giornata nell’Età del Rame: nel Tigullio alla scoperta delle miniere di oltre 5.000 anni fa
    Condividi Sabato 26 settembre, per le Giornate Europee del Patrimonio 2026, appuntamenti al MuSel di Sestri Levante e al MUCAS di Castiglione Chiavarese e Masso. Al centro della giornata l’archeologia delle risorse, la nascita della metallurgia e i trent’anni di ricerche nella miniera preistorica di Monte Loreto SESTRI LEVANTE (GE) – Una giornata dedicata all’Età del Rame, alle antiche attività minerarie e alle profonde trasformazioni tecnologiche e sociali che, oltre 5.000 anni fa, accompagn
     

Una giornata nell’Età del Rame: nel Tigullio alla scoperta delle miniere di oltre 5.000 anni fa

September 25th 2026 at 06:00

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Sabato 26 settembre, per le Giornate Europee del Patrimonio 2026, appuntamenti al MuSel di Sestri Levante e al MUCAS di Castiglione Chiavarese e Masso. Al centro della giornata l’archeologia delle risorse, la nascita della metallurgia e i trent’anni di ricerche nella miniera preistorica di Monte Loreto

SESTRI LEVANTE (GE) – Una giornata dedicata all’Età del Rame, alle antiche attività minerarie e alle profonde trasformazioni tecnologiche e sociali che, oltre 5.000 anni fa, accompagnarono l’introduzione della metallurgia. Sabato 26 settembre 2026, in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio, il Tigullio ospiterà due appuntamenti tra Sestri Levante e Castiglione Chiavarese.

Il primo è in programma alle 10.30 al MuSel – Museo Archeologico e della Città di Sestri Levante, con la visita guidata gratuita “Dalla pietra al metallo… più di 5000 anni fa”, dedicata all’archeologia della produzione e allo sfruttamento delle risorse durante l’Età del Rame

Alla visita parteciperanno Nadia Campana, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della Liguria, Francesco Ghizzani Marcia e Paola Chella, della Direzione Regionale Musei Nazionali della Liguria.

Nel pomeriggio l’attenzione si sposterà sull’archeologia mineraria e, in particolare, su uno dei siti più significativi per la conoscenza delle prime attività estrattive legate al rame: Monte Loreto.

A partire dalle 15 al MUCAS – Polo archeominerario di Castiglione Chiavarese e Masso, l’incontro “A trent’anni dalla prima campagna di scavo a Monte Loreto” ripercorrerà tre decenni di ricerche, dalle prime indagini archeologiche alla ricostruzione delle attività minerarie preistoriche, fino alla conservazione, valorizzazione e musealizzazione del sito.

Dopo i saluti istituzionali, alle 15.30 Nadia Campana, Marzia Dentone e Francesco Ghizzani Marcia interverranno sul tema “Collaborare alla conoscenza”. Alle 15.45 Fabio Negrino presenterà “Quando il rame cambiò il mondo”, mentre alle 16 Roberto Maggi ripercorrerà la storia del sito nell’intervento “Monte Loreto: dalla scoperta al museo”.

Alle 16.30 è prevista la visita alle sale espositive del MUCAS, alla miniera preistorica e a quella moderna, oltre alla Galleria XX Settembre, accompagnati dalla direttrice del Sistema Museale MuSel-MUCAS, Marzia Dentone.

Monte Loreto rappresenta una testimonianza di particolare interesse per lo studio dello sfruttamento delle risorse minerarie nella preistoria ligure. Le ricerche archeologiche hanno consentito di ricostruire aspetti delle attività estrattive connesse al rame e di inserirle nel più ampio processo di trasformazione che segnò il passaggio dalle tecnologie basate sulla pietra alla produzione e all’impiego dei metalli.

Si festeggiano e ricordano così i primi trent’anni dalla prima campagna di scavo, osservando il percorso che conduce dalla ricerca sul campo alla tutela e alla restituzione al pubblico di un importante patrimonio archeominerario.

La giornata rientra nelle Giornate Europee del Patrimonio 2026, in programma il 26 e 27 settembre e dedicate quest’anno al tema “Proteggere il patrimonio. Rinnovare, resistere, reinventare”.

La visita mattutina al MuSel è gratuita, con prenotazione obbligatoria presso lo IAT di Sestri Levante, come indicato nella locandina dell’iniziativa.

dal post di Fabio Negrino: Foto: un momento degli scavi archeologici a Monte Loreto nel 1999


Locandine: programmi degli appuntamenti al MuSel di Sestri Levante e al MUCAS di Castiglione Chiavarese e Masso.

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  • Vajont 1963, la diga che non crollò
    Condividi La storia dell’acqua – Quarto capitolo. Il 9 ottobre 1963 una gigantesca frana precipita dal Monte Toc nell’invaso del Vajont. La diga resiste. L’onda supera lo sbarramento e devasta Longarone e gli abitati della valle. Le vittime sono 1.917. La diga è ancora lì. Alta più di 260 metri, stretta nella gola del Vajont, tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Quando la si osserva oggi, è difficile comprendere immediatamente uno degli aspetti fondamentali della tragedia avvenuta la not
     

Vajont 1963, la diga che non crollò

September 25th 2026 at 05:00

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La storia dell’acqua – Quarto capitolo. Il 9 ottobre 1963 una gigantesca frana precipita dal Monte Toc nell’invaso del Vajont. La diga resiste. L’onda supera lo sbarramento e devasta Longarone e gli abitati della valle. Le vittime sono 1.917.

La diga è ancora lì.

Alta più di 260 metri, stretta nella gola del Vajont, tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia.

Quando la si osserva oggi, è difficile comprendere immediatamente uno degli aspetti fondamentali della tragedia avvenuta la notte del 9 ottobre 1963.

La diga non crolla.

A cedere è la montagna.

Alle 22.39, circa 270 milioni di metri cubi di roccia si staccano dal versante settentrionale del Monte Toc e precipitano nel bacino artificiale.

L’impatto sposta una massa d’acqua enorme. Una parte dell’onda investe le sponde del lago; un’altra supera lo sbarramento e precipita nella strettissima gola sottostante.

Pochi istanti dopo raggiunge la valle del Piave.

Longarone viene travolta.

Le vittime sono 1.917.

La storia comincia prima

La storia del Vajont non comincia alle 22.39 del 9 ottobre, ma molto prima.

La grande diga viene costruita per creare un bacino destinato a inserirsi nel complesso sistema idroelettrico del Piave.

È un’opera imponente: una diga a doppio arco alta oltre 260 metri, tra le più alte del mondo al momento della costruzione.

Il problema non sarà la resistenza dello sbarramento.

Il problema è il versante che sovrasta il lago.

Sul Monte Toc vengono progressivamente osservati movimenti e fenomeni di instabilità. Studi geologici, perforazioni, rilievi e misurazioni mostrano che qualcosa sta accadendo all’interno della montagna.

Nel 1960 una frana di circa 700.000 metri cubi precipita già nel bacino.

Sul versante compare una grande fessura, lunga chilometri, che disegna sulla montagna una forma simile a una M.

Il Toc sta dando segnali.

Una frana conosciuta

Il movimento viene osservato e controllato.

Si installano strumenti, si effettuano misurazioni e si studia il rapporto tra la velocità della frana e le variazioni del livello dell’invaso.

Quando l’acqua sale o scende cambiano anche le condizioni all’interno della massa instabile.

Si cerca quindi di controllare il movimento attraverso il livello del lago.

Conoscere l’esistenza di una frana , tuttavia, non significa necessariamente comprenderne fino in fondo il comportamento.

Il problema decisivo diventa un altro: quanto velocemente può cadere quella massa e quale onda può generare entrando nel bacino?

Si eseguono anche esperimenti su un modello fisico della valle, realizzato a Nove, per studiare gli effetti di una possibile frana nell’invaso.

Si cerca di individuare una quota del lago considerata compatibile con la sicurezza dei territori circostanti: ma la realtà riserva brutte sorprese.

La frana era conosciuta, sorvegliata: si sottovaluta tragicamente la velocità con cui può precipitare nel bacino e, di conseguenza, la dimensione dell’onda.

9 ottobre 1963

Nelle settimane precedenti il movimento del versante accelera.

Il livello del bacino viene abbassato nel tentativo di rallentare la frana.

La sera del 9 ottobre 1963 la montagna continua a muoversi.

Alle 22.39 il versante cede.

In pochi secondi circa 270 milioni di metri cubi di materiale precipitano nell’invaso.

L’acqua non ha spazio per assorbire un simile spostamento.

Si solleva violentemente.

Una parte dell’onda risale sui versanti e investe gli abitati attorno al bacino.

Un’altra supera il coronamento della diga.

Lo sbarramento resiste.

Oltre la diga, però, l’acqua precipita nella gola del Vajont e raggiunge la valle del Piave.

Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova e altre località vengono investite.

In pochi minuti il paesaggio cambia completamente.

Quando arriva il mattino, interi paesi non esistono più.

Dopo l’acqua

Poi arrivano i soccorritori.

Tra loro ci sono i Vigili del Fuoco.

Ne intervengono oltre 850, provenienti da comandi di tutta Italia, con centinaia di mezzi e squadre specializzate.

Lavorano tra fango, macerie e detriti, prima alla ricerca dei superstiti e poi nel recupero delle vittime e nella messa in sicurezza del territorio.

Questa parte della storia, per chi scrive, ha anche un nome familiare, tra glialtri: Severino Ferrazzin.

Vigili del Fuoco impegnati in una perlustrazione durante le operazioni successive alla tragedia del Vajont – https://www.vigilfuoco.it/chi-siamo/memoria-storica/notizie-storiche/la-tragedia-del-vajont-del-1963

Pioniere dei Vigili del Fuoco Sommozzatori italiani, è uno degli uomini impegnati nelle operazioni successive alla tragedia.

Oggi un documento permette di ritrovarlo proprio lì: una relazione dei Vigili del Fuoco del 1963 indica Severino tra gli otto componenti della squadra sommozzatori di Genova inviata nel bacino di Busche, lungo il Piave.

Arrivano a Feltre il 26 ottobre 1963, con il compito di cercare eventuali salme e fusti di cianuro che si teme possano essere stati trascinati dall’onda e finiti nel bacino.

Le immersioni sono difficili.

Sul fondo incontrano fango, vecchi muri, ferri aggrovigliati, strutture in cemento armato e detriti. In pochi giorni vengono esplorate vaste porzioni del bacino.

Le ricerche continuano fino allo svuotamento dell’invaso e al rastrellamento del fondale.

Non vengono trovate altre salme né altri fusti.

È una piccola pagina all’interno dell’immensa macchina dei soccorsi del Vajont.

Per me, però, ha un significato particolare.

Il Vajont non appartiene soltanto alla storia italiana.

Attraverso mio zio, appartiene anche alla memoria della mia famiglia.

Ciò che rimane

Oggi la diga è ancora in piedi.

Ed è proprio questo a rendere il Vajont diverso dai luoghi che abbiamo incontrato nei capitoli precedenti.

Al Gleno vediamo una diga spezzata.

A Malpasset osserviamo i resti dello sbarramento crollato.

Al Vajont, invece, il grande arco di cemento è ancora chiuso tra le pareti della gola.

Dietro di esso si trova ciò che resta dell’enorme frana.

Il fondovalle è cambiato. Una parte dell’antico bacino non esiste più e la massa scivolata dal Monte Toc occupa ancora il paesaggio.

La montagna stessa è diventata memoria.

Una diga non è soltanto una diga

Il Vajont porta la nostra storia dell’acqua a una conclusione importante.

Una grande opera idraulica non può essere studiata soltanto attraverso il cemento, le dimensioni dello sbarramento o la quantità d’acqua che può contenere.

Esiste un sistema più grande.

Ci sono i versanti, la geologia, le acque superficiali e sotterranee, le precipitazioni, le opere artificiali e, soprattutto, le persone che vivono nel territorio.

Al Vajont la diga resiste.

Ma il sistema nel quale quella diga è stata inserita produce una catastrofe.

È forse questa una delle lezioni più profonde lasciate dalla notte del 9 ottobre 1963.

La storia dell’acqua continua

Gleno, 1923.

Molare, 1935.

Malpasset, 1959.

Vajont, 1963.

Ogni volta l’acqua incontra una grande opera costruita dall’uomo.

Ogni volta la storia è diversa.

E proprio per questo non possiamo sovrapporle.

Il prossimo capitolo ci porterà al 19 luglio 1985, in Val di Stava, a Tesero.

Questa volta non incontreremo una diga idroelettrica.

Troveremo due bacini di decantazione di una miniera.

E ancora una volta, prima della tragedia, esiste una storia che bisogna conoscere.

Ma al Vajont rimane un’immagine difficile da dimenticare.

La diga è ancora lì.

E forse è proprio la sua presenza, intatta nella gola, a ricordarci nel modo più potente che quella notte non fu la diga a crollare.

  • Capitolo 3 Malpasset 1959, quando cede la roccia

L'articolo Vajont 1963, la diga che non crollò proviene da Scintilena.

  • ✇Aktualności – Jaskinie – Polski Związek Alpinizmu
  • Konsultacje szkoleniowe z autoratownictwa jaskiniowego
    W dniach 18-20.09.2026 odbyły się konsultacje szkoleniowe poświęcone zaawansowanym i podstawowym technikom autoratownictwa jaskiniowego. Celem spotkania było podniesienie kwalifikacji oraz wymiana doświadczeń między taternikami jaskiniowymi z klubów zrzeszonych w Polskim Związku Alpinizmu. Duży nacisk położono na sprawną i bezpieczną ewakuację poszkodowanego przy wykorzystaniu prostych, lekkich i dostępnych w wyposażeniu osobistym środków.   Podczas zajęć praktycznych uczestnicy ćwiczyli m.in.:
     

Konsultacje szkoleniowe z autoratownictwa jaskiniowego

W dniach 18-20.09.2026 odbyły się konsultacje szkoleniowe poświęcone zaawansowanym i podstawowym technikom autoratownictwa jaskiniowego.
Celem spotkania było podniesienie kwalifikacji oraz wymiana doświadczeń między taternikami jaskiniowymi z klubów zrzeszonych w Polskim Związku Alpinizmu. Duży nacisk położono na sprawną i bezpieczną ewakuację poszkodowanego przy wykorzystaniu prostych, lekkich i dostępnych w wyposażeniu osobistym środków.
 
Podczas zajęć praktycznych uczestnicy ćwiczyli m.in.:
• uwalnianie poszkodowanego z trawersów, zjazdów kierunkowych i tyrolek,
• uwalnianie osoby ze zjazdu oraz podczas wychodzenia po linie,
• budowę układów przeciwwagi z wykorzystaniem lekkich pętli z Dyneemy,
• awaryjne wykorzystanie lonży i dodatkowej liny,
• zastosowanie hiszpańskiej przeciwwagi i metody ruchomego bloczka do wyciągania poszkodowanego,
• uwalniane z ucha przepinki poszkodowanego 
• zjazd przez węzeł miedzy przepinkami z poszkodowanym
• dobór technik do konkretnych sytuacji i możliwości zespołu.
 
W szkoleniu wzięło udział 23 taterników jaskiniowych reprezentujących m.in. WGKiJ, WKTJ, Speleoklub Olkusz, KKS, STJ KW Kraków, SKTJ Nowy Sącz, SKTJ Sopot, Speleoklub Częstochowa oraz Speleoklub Bielsko-Biała.
Zajęcia prowadzili instruktorzy ITJ: Melon, Mc, Mewa, Bartek i Diabeł.
 
Zajęcia pozwoliły nie tylko przećwiczyć konkretne techniki, ale również porównać sposoby działania i wypracować skuteczne schematy współpracy w zespołach dwu-, trzy- i czteroosobowych.
Dziękujemy wszystkim uczestnikom za zaangażowanie, wymianę doświadczeń i super atmosferę 
Do zobaczenia w podziemiach, górach i skałach! 
 
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  • Origine europea dei pipistrelli: genomi e fossili riscrivono 65 milioni di anni di evoluzione
    Condividi Uno studio del consorzio Bat1K pubblicato su Nature integra 103 specie viventi e 44 taxa fossili. La nuova filogenesi indica l’origine europea dei pipistrelli nel tardo Paleocene e colloca l’ecolocalizzazione prima della diversificazione dei gruppi attuali. Una nuova ricostruzione dell’evoluzione dei chirotteri indica nell’Europa del tardo Paleocene l’area più probabile in cui ebbe origine il loro antenato comune. Lo studio, pubblicato su Nature il 23 settembre 2026, combina genomi
     

Origine europea dei pipistrelli: genomi e fossili riscrivono 65 milioni di anni di evoluzione

September 24th 2026 at 11:00

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Uno studio del consorzio Bat1K pubblicato su Nature integra 103 specie viventi e 44 taxa fossili. La nuova filogenesi indica l’origine europea dei pipistrelli nel tardo Paleocene e colloca l’ecolocalizzazione prima della diversificazione dei gruppi attuali.

Una nuova ricostruzione dell’evoluzione dei chirotteri indica nell’Europa del tardo Paleocene l’area più probabile in cui ebbe origine il loro antenato comune. Lo studio, pubblicato su Nature il 23 settembre 2026, combina genomi di riferimento, caratteri anatomici e fossili. Il risultato sostiene l’origine europea dei pipistrelli con una probabilità posteriore del 99,2%.[1]

La conclusione non deriva dalla scoperta di un pipistrello fossile europeo risalente a 65 milioni di anni fa. Si tratta di una stima ottenuta ricostruendo parentele, tempi di divergenza e distribuzioni ancestrali. I più antichi fossili riconosciuti dei chirotteri appartengono infatti all’Eocene inferiore, tra circa 56 e 52 milioni di anni fa, e provengono da più continenti.[1]

Genomi Bat1K e fossili

La ricerca ha analizzato assemblaggi genomici cromosomici prodotti con letture lunghe per 103 specie. Il campione comprende tutte le 21 famiglie viventi riconosciute nello studio e include 42 nuovi assemblaggi, relativi a 41 specie. Ventisei nuovi genomi sono stati ricostruiti distinguendo le due copie cromosomiche ereditate dai genitori.[1]

A questa base genetica sono stati aggiunti 699 caratteri morfologici osservati in 65 specie. Il campione morfologico comprende 21 rappresentanti viventi e 44 taxa fossili anteriori al Quaternario. Dopo il filtraggio dei caratteri saturi o non indipendenti, gli autori hanno integrato 480 caratteri anatomici con 10.000 siti genomici considerati neutrali.[1]

L’approccio viene definito “total evidence dating”. Il modello considera nello stesso quadro specie viventi, fossili, processi di speciazione, estinzione e fossilizzazione. Questa integrazione riduce le lunghe porzioni iniziali dell’albero evolutivo prive di testimonianze fossili, che risultavano più ampie nelle precedenti datazioni basate soltanto sui dati molecolari.[1]

Origine europea dei pipistrelli

La ricostruzione colloca l’antenato dei chirotteri nel tardo Paleocene, dunque vicino al limite tra Paleocene ed Eocene. L’origine europea dei pipistrelli viene stimata con il 99,2% di probabilità posteriore. Secondo il modello, i discendenti si sarebbero poi dispersi con maggiore probabilità verso l’Africa.[1]

Europa e Africa avrebbero costituito un nodo centrale della prima radiazione. Da questa area sarebbero partite espansioni indipendenti verso Asia, Australia e Americhe, mentre le quattro grandi superfamiglie moderne si differenziavano in un intervallo relativamente breve dell’Eocene inferiore.[1]

Per gli Yinpterochiroptera, lo studio propone un’origine africana circa 57,1 milioni di anni fa e una successiva espansione verso Asia ed Europa. Per gli Yangochiroptera, la provenienza più probabile resta europea, anche se la rapida comparsa dei lignaggi dopo il massimo termico Paleocene-Eocene rende più incerta la ricostruzione.[1]

Il quadro differisce dalle ipotesi precedenti. Alcune analisi indicavano il Nord America, altre l’Africa o l’Asia. L’origine europea dei pipistrelli proposta dal nuovo lavoro dipende dalla più ampia integrazione tra genomi completi e taxa fossili, non dalla sola distribuzione geografica dei reperti conosciuti.[1]

Fossili e limiti

Il registro fossile dei primi pipistrelli è scarso e frammentario. Molti reperti consistono in denti o elementi postcraniali isolati. Inoltre, la capacità di volo consentì una dispersione rapida, rendendo difficile ricavare il luogo d’origine dalla sola posizione dei giacimenti.[1]

Gli scheletri di Icaronycteris scoperti nella Green River Formation del Wyoming restano tra i più antichi e completi conosciuti. La loro presenza in Nord America non prova che l’intero ordine sia nato in quel continente. Un lignaggio può lasciare fossili ben conservati anche lontano dall’area in cui si era separato dai propri parenti.[2]

L’origine europea dei pipistrelli deve quindi essere letta come un risultato probabilistico. Potrà essere verificata da nuovi fossili, da ulteriori genomi e da analisi alternative dei modelli biogeografici. La forte probabilità indicata dallo studio non elimina l’incompletezza del record paleontologico.[1]

Ecolocalizzazione nei pipistrelli

Un passaggio centrale riguarda Vielasia sigei, pipistrello vissuto circa 50 milioni di anni fa e rinvenuto nei depositi di una cavità del Quercy, nella Francia sud-occidentale. Il cranio conservato in tre dimensioni presenta strutture dell’orecchio interno compatibili con l’ecolocalizzazione laringea. La nuova analisi lo colloca nel più antico clade degli “Eochiroptera”, sebbene questa posizione ottenga un sostegno intermedio, pari al 68%.[1]

Questa collocazione suggerisce che l’ecolocalizzazione laringea precedesse la diversificazione dei pipistrelli moderni. Non significa che ogni apparato sonar attuale fosse già presente nella stessa forma. Le diverse linee evolutive possono avere modificato frequenze, anatomia e modalità di emissione nel corso di milioni di anni.[1]

Il progetto Bat1K aveva già pubblicato nel 2020 sei genomi di qualità di riferimento. Quell’analisi aveva individuato segnali di selezione nella linea ancestrale dei pipistrelli in geni connessi all’udito, insieme a indicazioni sui sistemi immunitari. Il nuovo insieme di 103 specie amplia in modo sostanziale la base comparativa.[3]

Cromosomi e filogenesi

La nuova filogenesi modifica alcuni rapporti tra le famiglie. Myzopodidae viene collocata come ramo più antico all’interno di Vespertilionoidea, mentre Emballonuroidea e Vespertilionoidea risultano gruppi fratelli. Gli autori attribuiscono parte delle precedenti incongruenze a una storia genomica “a mosaico”, nella quale regioni diverse possono conservare segnali evolutivi differenti.[1]

La ricostruzione dello stato ancestrale sostiene inoltre un corredo di 26 cromosomi nell’antenato dei pipistrelli. I genomi moderni si sarebbero trasformati soprattutto tramite fusioni cromosomiche, più che attraverso fissioni o traslocazioni. Il dato offre una cornice per studiare l’evoluzione dei genomi relativamente piccoli dei chirotteri.[1]

Pipistrelli specie ombrello

La ricostruzione evolutiva assume un rilievo anche per la conservazione. Considerare i pipistrelli come specie ombrello significa usare la loro tutela per proteggere sistemi ecologici più ampi. Una colonia dipende infatti da rifugi sicuri, aree di alimentazione, corridoi di volo, disponibilità di insetti e continuità del paesaggio.

Le informazioni divulgate da Tutela Pipistrelli richiamano tre servizi ecosistemici principali: controllo degli insetti, impollinazione e dispersione dei semi. Il sito segnala inoltre che la perdita dei rifugi e degli habitat di alimentazione costituisce una minaccia centrale. Proteggere i chirotteri comporta quindi interventi che possono favorire molte altre componenti della biodiversità.[4][5][6]

Negli ambienti carsici, il valore di specie ombrello è particolarmente evidente. La protezione di grotte, ingressi, microclimi e collegamenti con boschi o zone umide preserva sia i rifugi dei pipistrelli sia habitat utilizzati da numerosi organismi cavernicoli. Il guano trasferisce inoltre materia organica dall’esterno al sottosuolo e alimenta comunità microbiche e invertebrati specializzati.[7][8]

I pipistrelli funzionano anche come indicatori biologici. Variazioni nell’attività e nelle colonie possono riflettere cambiamenti nella disponibilità di prede, nella qualità degli habitat e nell’uso del suolo. La loro conservazione richiede quindi una lettura integrata del paesaggio, non soltanto la difesa del singolo rifugio.[9][10]

Significato della ricerca

Lo studio collega filogenomica, paleontologia e biogeografia in una ricostruzione estesa a tutte le famiglie viventi. La tesi sull’origine europea dei pipistrelli offre un nuovo scenario per interpretare il volo attivo, l’ecolocalizzazione e la rapida diffusione del gruppo dopo il Paleocene.[1]

Il lavoro non ricostruisce DNA fossile di 65 milioni di anni. I genomi ancestrali e le aree d’origine vengono stimati a partire dalle specie attuali, dai caratteri anatomici e dai vincoli cronologici offerti dai fossili. Questa distinzione è necessaria per comunicare correttamente la portata della ricerca.[1]

Fonti

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  • Fotografia ipogea a Massa: “Bellezza e fragilità” illumina Villa Cuturi
    Condividi La mostra fotografica della Federazione Speleologica Toscana resta aperta fino all’11 ottobre. Le immagini raccontano il patrimonio sotterraneo e richiamano l’importanza della documentazione fotografica delle grotte per la protezione e la conservazione. Mostra fotografica speleologica a Massa Villa Cuturi, a Marina di Massa, ospita fino a domenica 11 ottobre 2026 la mostra “Bellezza e fragilità – Immagini rubate al buio”. L’esposizione temporanea è promossa dalla Federazione Spel
     

Fotografia ipogea a Massa: “Bellezza e fragilità” illumina Villa Cuturi

September 24th 2026 at 10:00

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La mostra fotografica della Federazione Speleologica Toscana resta aperta fino all’11 ottobre. Le immagini raccontano il patrimonio sotterraneo e richiamano l’importanza della documentazione fotografica delle grotte per la protezione e la conservazione.

Mostra fotografica speleologica a Massa

Villa Cuturi, a Marina di Massa, ospita fino a domenica 11 ottobre 2026 la mostra “Bellezza e fragilità – Immagini rubate al buio”. L’esposizione temporanea è promossa dalla Federazione Speleologica Toscana e ha ottenuto il patrocinio del Comune di Massa.[1]

La mostra fotografica speleologica è stata inaugurata lunedì 21 settembre, dalle 17 alle 19. Il percorso presenta una selezione di immagini dedicate agli ambienti sotterranei. Le fotografie mostrano forme erosive, concrezioni, colori e paesaggi nascosti nel sottosuolo.

L’iniziativa porta la fotografia ipogea in uno spazio pubblico facilmente accessibile. Villa Cuturi si trova sul lungomare di Marina di Massa, di fronte al pontile, ed è sede dell’Ufficio informazioni e accoglienza turistica.[2][3]

Fotografia ipogea e fragilità

Il titolo della mostra mette in relazione due aspetti dello stesso patrimonio. Le grotte possiedono un rilevante valore geologico, biologico, idrologico e culturale. Sono anche ambienti sensibili alle modificazioni prodotte dall’uomo.

Le linee guida pubblicate nel 2022 dall’Union Internationale de Spéléologie e dall’International Union for Conservation of Nature ricordano che grotte e aree carsiche custodiscono geodiversità, biodiversità, risorse idriche e testimonianze culturali. La gestione deve quindi considerare l’intero sistema carsico, non soltanto i singoli vani sotterranei.[4]

La fotografia ipogea rende osservabile un ambiente che la maggior parte delle persone non visita direttamente. Una mostra consente di conoscere il patrimonio sotterraneo senza aumentare la frequentazione delle cavità più delicate. Le immagini possono così sostenere divulgazione ed educazione ambientale.

Orari della mostra a Villa Cuturi

Dopo l’inaugurazione, “Bellezza e fragilità – Immagini rubate al buio” segue gli orari del punto informazioni di Villa Cuturi. Nel mese di settembre l’apertura è prevista dal lunedì alla domenica, dalle 9:30 alle 12:30 e dalle 15 alle 19.

In ottobre la mostra è visitabile dal venerdì alla domenica. Gli orari sono dalle 10:30 alle 12:30 e dalle 15 alle 18. L’ultimo giorno di apertura è domenica 11 ottobre.

La collocazione nel punto informativo rafforza il rapporto tra fotografia, territorio e divulgazione. Il pubblico comprende appassionati di speleologia e fotografia, famiglie, studenti, escursionisti e persone interessate alla natura delle Alpi Apuane.

Documentazione fotografica delle grotte

La documentazione fotografica delle grotte non ha soltanto una funzione estetica. Se collegata al rilievo topografico e alle osservazioni di campo, conserva informazioni sulla morfologia, sui depositi, sulle concrezioni, sui corsi d’acqua e sulle tracce di frequentazione.

L’Agenzia Spaziale Europea indica mappatura e fotografia tra gli strumenti principali per documentare un’esplorazione. Le immagini associate alle stazioni di rilievo danno un riferimento geografico e visivo utile alle squadre future e ai ricercatori.[5]

Per diventare un documento verificabile, ogni fotografia dovrebbe essere accompagnata da dati essenziali. Sono utili il nome della cavità, la data, l’autore, il soggetto ripreso e il punto di scatto. Per particolari scientifici può servire anche una scala metrica.[6][7]

Un archivio ordinato permette di recuperare le immagini dopo anni. Consente inoltre di confrontarle con rilievi, schede catastali e osservazioni biologiche. La fotografia ipogea diventa così parte della memoria tecnica della speleologia.

Fotomonitoraggio e conservazione delle grotte

La fotografia ripetuta nel tempo può sostenere il monitoraggio ambientale. Il National Park Service statunitense considera il fotomonitoraggio uno dei metodi utilizzabili per controllare gli impatti diretti dei visitatori, insieme alla mappatura delle alterazioni e ad altre tecniche di inventario.[8]

Le stazioni fotografiche permettono di riprendere lo stesso punto a intervalli definiti. Il confronto può documentare rotture di concrezioni, ampliamento dei sentieri, compattazione dei sedimenti, vandalismi, livelli dell’acqua o variazioni delle superfici.[7][8]

Le linee guida UIS-IUCN raccomandano immagini ripetibili da una posizione definita, con impostazioni coerenti di fotocamera e illuminazione. In questo modo si costruisce una base iniziale con cui confrontare le condizioni successive.[4]

Questa procedura è utile anche negli interventi di pulizia e ripristino. Le fotografie prima e dopo i lavori aiutano a registrare metodi, risultati e possibili criticità. La documentazione fotografica delle grotte offre quindi elementi concreti per programmare la conservazione.

Biodiversità ipogea in immagini

La macrofotografia può contribuire alla conoscenza della fauna cavernicola. Immagini nitide e corredate da dati possono supportare l’identificazione, la verifica delle osservazioni e il monitoraggio delle specie.

ARPAL ha evidenziato il valore della fotografia nello studio di organismi troglofili e troglobi. La condivisione delle immagini attraverso piattaforme validate può ampliare l’utilità scientifica delle osservazioni e favorire comportamenti responsabili.[9]

Questo aspetto riguarda anche pipistrelli, geotritoni e invertebrati. La ripresa deve rispettare periodi sensibili, microhabitat e indicazioni degli specialisti. L’immagine utile alla tutela nasce da un comportamento che non altera il soggetto documentato.

Fotografia ipogea a minimo impatto

La qualità tecnica non può essere separata dalla responsabilità ambientale. Il principio di minimo impatto richiede di evitare contatti con concrezioni, calpestio di superfici intatte, spostamento di sedimenti e disturbo della fauna. Anche la disposizione di stativi e luci deve essere valutata prima dello scatto.[10][4]

Il numero delle persone e il tempo trascorso nei settori fragili dovrebbero essere limitati alle esigenze del lavoro. Se una ripresa comporta un rischio non proporzionato al suo valore documentario, può essere rinviata o evitata.

Serve attenzione anche nella pubblicazione. La diffusione di immagini non obbliga a rendere pubbliche coordinate o indicazioni di accesso relative a cavità vulnerabili. La comunicazione deve bilanciare conoscenza, sicurezza e protezione.

“Bellezza e fragilità – Immagini rubate al buio” porta quindi in superficie una doppia lettura della fotografia ipogea. Le immagini mostrano il paesaggio sotterraneo, ma possono anche costruire archivi, confronti e strumenti di sensibilizzazione. La protezione e la conservazione delle grotte iniziano dalla conoscenza documentata del loro stato.

Fonti

L'articolo Fotografia ipogea a Massa: “Bellezza e fragilità” illumina Villa Cuturi proviene da Scintilena.

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