Termin:
Komisja Taternictwa Jaskiniowego informuje, że wnioski o dofinansowanie wyprawna rok 2027 należy składać do dnia 30 listopada 2026 roku do godziny 23:59(data przyjęcia wiadomości przez serwer PZA – prosimy brać pod uwagęopóźnienia).
Wnioski o dofinansowanie złożone po wyznaczonym terminie nie będą brane poduwagę przy przyznawaniu dofinansowania!
Wniosek:
Wnioski należy składać poprzez formularz elektroniczny:Formularz wniosku dofinansowani wypraw 2027
UWAGA!Prosimy nie
Komisja Taternictwa Jaskiniowego informuje, że wnioski o dofinansowanie wypraw na rok 2027 należy składać do dnia 30 listopada 2026 roku do godziny 23:59 (data przyjęcia wiadomości przez serwer PZA – prosimy brać pod uwagę opóźnienia).
Wnioski o dofinansowanie złożone po wyznaczonym terminie nie będą brane pod uwagę przy przyznawaniu dofinansowania!
UWAGA! Prosimy nie drukować i nie skanować formularzy wniosków oraz nie przesyłać ich dodatkowo e-mailem. Złożenie e-wniosku będzie traktowane jako oświadczenie wnioskodawcy o posiadaniu zgody Zarządu klubu na złożenie wniosku. W wątpliwych przypadkach KTJ zastrzega sobie prawo do kontaktu z Zarządem klubu w celu potwierdzenia tej zgody.
W związku z aktualizacją Regulaminu dofinansowania wypraw KTJ PZA, został zaktualizowany również Formularz wniosku o dofinansowanie. Przed złożeniem wniosku prosimy o zapoznanie się z nowymi zasadami i strukturą formularza, dostępnymi w zakładce: „Regulaminie dofinansowywania wypraw przez KTJ PZA”.
We wniosku należy podać nazwiska uczestników zgrupowania, z wyszczególnieniem tych, którzy zostaną zgłoszeni do kadry narodowej (min. 2 osoby) oraz instruktorów. Prosimy o możliwie precyzyjne określanie składu, ponieważ dotychczasowe osiągnięcia uczestników planowanej wyprawy są jednym z kryteriów oceny wniosków.
Wnioskodawców, którzy uzyskali dofinansowania na rok 2026, prosimy o załączenie do wniosku bibliografii ich projektów (odniesień do publikacji, w których ukazywały się ostatnie sprawozdania). W przypadku publikacji innych niż „Jaskinie” oraz strona WWW PZA, prosimy o udostępnienie treści publikacji np. poprzez załączenie jej tekstu lub skanu.
Warunki:
Zgodnie z decyzją WZD KTJ PZA, który odbył się w dniach 23 – 24.10.2010 roku dofinansowanie otrzyma nie więcej niż 10 zgłoszonych zgrupowań rocznie.
Zgłoszenie do Kadry Narodowej: Po otrzymaniu akceptacji wniosku o dofinansowanie wyprawy, Kierownik wyprawy powinien dopilnować złożenia dokumentów dot. zgłoszenia zawodników do Kadry Narodowej od 01.11.2026 do 20.12.2026 r. Procedura zgłaszania zawodników do Kadry Narodowej.
W razie pytań zapraszamy do kontaktu pod adresem: ktj@pza.org.pl Komisja Taternictwa Jaskiniowego PZA
🔦 Přehled speleologických novinek
Expedice Rača 2026 v Gruzii přinesla nové objevy v tamním krasovém systému [1]. V Moravském krasu došlo k propojení jeskyní Žánova díra a Kyklop, což rozšířilo známý podzemní prostor [4]. Správa slovenských jaskýň zveřejnila dokumentaci z průzkumu a ochrany vybraných slovenských jeskyní [8], [11].
✍️ Pripravil pre vás Miško Ftipkár 🙂
Speleologie V Čr
Expedice Rača 2026 v Gruzii
📅 2026-10-28
Speleologie V Čr
Konečně! Amerika objevena aneb žába v luft
Expedice Rača 2026 v Gruzii přinesla nové objevy v tamním krasovém systému [1]. V Moravském krasu došlo k propojení jeskyní Žánova díra a Kyklop, což rozšířilo známý podzemní prostor [4]. Správa slovenských jaskýň zveřejnila dokumentaci z průzkumu a ochrany vybraných slovenských jeskyní [8], [11].
děkujeme!!!
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Tre nuove punte tra settembre e ottobre spingono la giovane cavità sempre più in profondità, completano il rilievo della doppia giunzione con Capitano Paff e aprono nuove vie. Intanto le ricerche continuano su molti altri fronti del massiccio
InGrigna! non è un singolo gruppo speleologico. È un progetto multigruppo, nato dall’incontro di speleologi provenienti da realtà diverse e uniti da una stessa vocazione: esplorare, rilevare e cercare di comprendere il grande sistema carsico na
Tre nuove punte tra settembre e ottobre spingono la giovane cavità sempre più in profondità, completano il rilievo della doppia giunzione con Capitano Paff e aprono nuove vie. Intanto le ricerche continuano su molti altri fronti del massiccio
InGrigna! non è un singolo gruppo speleologico. È un progetto multigruppo, nato dall’incontro di speleologi provenienti da realtà diverse e uniti da una stessa vocazione: esplorare, rilevare e cercare di comprendere il grande sistema carsico nascosto sotto la Grigna Settentrionale, il Grignone.
Da oltre vent’anni il lavoro procede attraverso campi estivi, punte durante il resto dell’anno, battute in superficie, revisioni di vecchie cavità, rilievi, disostruzioni e confronti topografici. Si cercano nuovi ingressi, si torna in grotte che sembravano finite, si controllano correnti d’aria e punti di massimo avvicinamento tra sistemi diversi.
È un lavoro collettivo e paziente, nel quale anche un buco che chiude dopo tre metri aggiunge un’informazione alla conoscenza del massiccio.
Ogni tanto, però, uno di quei buchi decide di non fermarsi.
È quello che sta succedendo con l’Abisso Alberto Buzio, LOLC5935.
Dopo un’estate già straordinaria, culminata a fine agosto nella giunzione con l’Abisso Capitano Paff e nella nascita del Complesso del Moncodeno, tra settembre e ottobre InGrigna! è tornato più volte nella giovane cavità.
Tre punte raccontano bene quanto velocemente stia cambiando la geografia sotterranea di questo settore della Grigna.
La Buzio ha raggiunto –545m, sono stati aggiunti centinaia di metri di rilievo, è stata completata la topografia della doppia giunzione con Capitano Paff, sono comparsi nuovi freatici e gallerie concrezionate.
L’ultima esplorazione si è fermata su un P40, in una via ampia percorsa da una forte corrente d’aria.
Non perché la grotta chiuda.
Sono finiti i materiali.
Abisso Alberto Buzio, una storia cominciata da poco
La Buzio è una scoperta recentissima nella lunghissima storia delle esplorazioni del Grignone.
La LOLC5935 è emersa durante le ricerche di InGrigna! ed è diventata una delle protagoniste del Campo 2025, quando le esplorazioni hanno mostrato rapidamente le potenzialità della nuova cavità, portandola intorno ai -200m.
Il nome scelto dagli esploratori porta con sé un pezzo importante della storia speleologica della Grigna.
Alberto Buzio, scomparso nel dicembre 2021, è stato speleologo dagli anni Settanta, appartenente al Gruppo Grotte Milano CAI-SEM, del quale è stato anche presidente, e all’Associazione Speleologica Comasca. Ha partecipato a esplorazioni in Italia e a spedizioni internazionali, lasciando inoltre un contributo importante alla documentazione della speleologia lombarda.
Alla Grigna era profondamente legato.
Nelle sue esplorazioni sul massiccio aveva utilizzato il nome “Freccia Azzurra” per indicare l’ipotetico grande collettore sotterraneo che dal fondo di W le Donne dovrebbe portare le acque verso Fiumelatte.
Il suo nome è legato anche a opere fondamentali per la conoscenza delle grotte lombarde, tra cui Grotte e Abissi di Lombardia, Lombardia Dentro e Grotte della Grigna e del Lecchese.
La nuova cavità è stata dedicata a lui, uno speleologo ricordato con grande affetto da chi ha condiviso con lui grotte, esplorazioni e anni di vita associativa.
Oggi quella grotta ha superato i cinquecento metri di profondità e continua ad aprire nuove domande sotto una montagna che Alberto Buzio aveva esplorato e studiato a lungo.
26-27 settembre: da -410 a -545m
La prima delle tre punte autunnali cambia decisamente le dimensioni della Buzio.
Alex Rinaldi dello Speleo Club CAI Romano di Lombardia, Cristian Paccani del Gruppo Speleologico Bergamasco Le Nottole e Andrea Maconi del Gruppo Grotte Milano salgono in Grigna già venerdì sera. Il mattino successivo li raggiunge al Bogani Marco Corvi (il Corvo) dello Speleo Club Ribaldone.
Un’altra squadra ligure, composta da Maurizio Rizzotto (Jack), Matteo Pinna e Francesca Cassina, entra successivamente dirigendosi verso il ramo di collegamento con Capitano Paff.
La squadra del fondo porta con sé 215 metri di corde.
Dal precedente limite esplorativo, intorno a -410 metri, la grotta continua immediatamente con un P31, seguito da una ripida galleria e da un P22.
Alla base sembra finire tutto contro una frana.
C’è però un particolare che non convince: alla partenza del pozzo si sentiva aria.
Dopo quasi un’ora di ricerca viene individuato un piccolo foro sul lato della frana. Spostati alcuni massi, dietro compare un cunicolo ventoso.
La Buzio riparte.
Un P24 sembra nuovamente chiudere alla base, ma quattro metri più in alto un terrazzino nasconde un altro passaggio. Cristian Paccani risale e trova la prosecuzione.
Seguono tratti in frana, un P6 che immette nell’attivo, una strettoia, un P23 e altri passaggi intervallati da pozzetti.
Poi compare un freatico lungo una ventina di metri.
Marco Corvi risale sopra un pozzo e ritrova la prosecuzione della galleria. Avanza per altri venti metri prima di tornare indietro, ma la condotta continua.
La squadra decide per il momento di puntare verso il basso.
Altri pozzetti conducono ancora più in profondità, finché finiscono gli attacchi e rimane soltanto uno spezzone di corda. Anche l’ultimo salto sembra chiudere, ma scavando nel fango fossile viene aperto un cunicolo che dà su un ulteriore pozzetto.
Bisogna fermarsi.
Dopo 19 ore di punta, alle sei del mattino di domenica gli esploratori sono nuovamente all’esterno.
Il bilancio è impressionante: circa 330 metri nuovi rilevati e Abisso Alberto Buzio a -545 metri.
La Buzio continua a sfiorare il Dito
Il rilievo racconta anche un’altra storia.
La Buzio passa a poche decine di metri dal Pozzo nel Dito in diversi punti, senza ancora trovare la connessione.
Le grotte sembrano quasi rincorrersi nel sottosuolo.
Il collegamento potrebbe non trovarsi necessariamente attraverso qualche grande pozzo. I numerosi freatici incontrati lungo la Buzio fanno pensare che la chiave possa nascondersi anche in una piccola condotta, in una finestra o in un passaggio poco evidente sulle pareti delle grandi verticali.
Nelle vicinanze c’è inoltre il Complesso del Ghiaccio.
Il disegno che lentamente compare sui rilievi lascia immaginare collegamenti ancora più grandi, fino alla possibilità futura di costruire un unico grande Sistema del Grignone.
Per ora è una prospettiva esplorativa: bisogna ancora trovare i passaggi.
17-18 ottobre: finalmente il rilievo della doppia giunzione
La seconda punta ha un obiettivo differente: mettere definitivamente ordine nel rilievo delle due connessioni tra Buzio e Capitano Paff.
Scendono Jack, Ombretta e Andrea Maconi.
Per completare il lavoro sono serviti tre tentativi.
Durante il primo, raggiunta la prima giunzione attraverso un traverso, un problema al telefono utilizzato nelle operazioni impedisce di concludere il rilievo.
Nella punta successiva viene individuato un freatico che porta addirittura a una seconda giunzione con Capitano Paff. Il rilievo viene eseguito, ma il controllo successivo mostra errori evidenti: il DistoX risulta completamente fuori calibrazione.
Bisogna tornare ancora una volta.
Il 17-18 ottobre finalmente tutto funziona. Jack arma e disarma i due rami, mentre Andrea e Ombretta rilevano.
Quella che nel resoconto viene scherzosamente definita l’“epopea del rilievo” può considerarsi conclusa.
Le esplorazioni, invece, no.
Nel settore restano una breve risalita, diversi freatici che partono in entrambe le direzioni e soprattutto un punto nel quale il rilievo porta la Buzio ad appena 15 metri dal Complesso del Ghiaccio, che possiede otto ingressi conosciuti.
Quindici metri sulla carta.
Chi esplora in Grigna sa bene che possono significare tutto o niente.
24-25 ottobre: freatici, cristalli e ancora pozzi
Una settimana dopo si torna dentro.
Alla punta partecipano Jack e Francesca, Andrea Maconi, Alex Rinaldi e Cristian Paccani.
La squadra ligure sale venerdì notte per dormire al Bogani. Sulla Grigna è arrivata la prima neve della stagione e durante la notte le temperature scendono sotto zero.
L’inverno comincia a farsi sentire.
Sabato, intorno a mezzogiorno, gli speleologi entrano e tornano oltre i -500m.
Il piccolo scavo lasciato in sospeso non concede strada: termina in una strettoia impraticabile.
Resta però da vedere il freatico individuato da Marco Corvi nella punta di settembre.
Qui la Buzio cambia completamente aspetto.
Fiori nel buio
Le nuove gallerie sono particolarmente concrezionate.
Compaiono forme che sembrano fiori di aragonite e, alle estremità di alcuni cristalli, depositi bianchi dall’aspetto pastoso.
La composizione non è ancora stata determinata. Potrebbe trattarsi di latte di monte, calcite microcristallina, gesso o altri depositi: per identificarli con certezza servirebbero analisi mineralogiche.
Il settore viene rilevato per circa cento metri.
Le prosecuzioni terminano per ora in accumuli di sabbia e fango parzialmente concrezionato. In una piccola condotta, però, passa ancora una debole corrente d’aria. Per continuare occorrerebbe affrontare uno scavo impegnativo.
Il freatico può aspettare.
La via del fondo no.
P30, P10, P40. Poi finiscono i materiali
Una parte della squadra prende la strada dell’uscita, mentre gli altri continuano a seguire l’attivo.
Arriva un P30, poi un P10, infine un P40.
Qui devono fermarsi.
La via è ampia e percorsa da una forte corrente d’aria.
La direzione, secondo le prime valutazioni del rilievo, non sembra favorire la giunzione con il Dito. Potrebbe invece riportare verso il settore del fondo e, in quel caso, rimarrebbero ancora circa 200 metri di dislivello da percorrere.
Le grandi vie aperte restano quindi almeno due: il ramo dei Liguri e quello del fondo.
A queste si aggiungono diverse finestre individuate risalendo dalle zone intorno a -400m e non ancora esplorate.
Gli ultimi escono intorno a mezzogiorno di domenica.
Fuori c’è la neve.
Sotto, un P40 con tanta aria.
Il rilievo topografico, immancabile aiuto alle esplorazioni
Un ruolo fondamentale in questa corsa esplorativa lo ha il rilievo topografico. Tutto ciò che viene scoperto viene via via misurato dai partecipanti, riportato, disegnato e inerito a catasto dall’inossidabile Andrea Maconi, componendo metro dopo metro la mappa del sottosuolo del Grignone. È il rilievo a mostrare quanto grotte apparentemente separate arrivino a sfiorarsi e a indicare dove potrebbero nascondersi nuove giunzioni.
All’esplorazione e alla topografia si affianca anche un vero diario per immagini: Alex Rinaldi, ormai uno degli speleoyoutuber più conosciuti e seguiti anche fuori dall’Italia, documenta regolarmente le avventure di InGrigna!, portando nei suoi video pozzi, strettoie, nuove scoperte e soprattutto l’atmosfera delle esplorazioni.
Nel frattempo InGrigna! cerca ovunque
Concentrarsi sulla Buzio non significa fermare il resto.
La filosofia di InGrigna! è esattamente opposta: continuare a controllare ingressi, rivedere vecchie cavità e battere il territorio anche quando il risultato può essere soltanto qualche metro.
Sandro Ghidelli e Roberto O. sono tornati su una cavità individuata alla fine di giugno. Dopo una discesa di circa 12 metri lungo il versante e un breve lavoro di ampliamento dell’ingresso, il passaggio è risultato percorribile, ma soltanto per pochi metri.
Altre battute sulle pareti del versante Valsassina hanno individuato piccole cavità-sorgente, tre delle quali curiosamente poste alla testata di vallette.
Alle pendici del Menna, Andrea e Felicita con la più piccola speleo di tutti i tempi, Petra, e con Sara e Marco sono invece andati a controllare una cavità individuata da Marco e Sara sul ciglio della Val Parina. La LOBG9293, dopo un ingresso ingombro di ossa di mucca, conduce a un breve pozzo che chiude alla base.
Maconi ha inoltre ricontrollato LOLC1877 e LOLC1957. Quest’ultima, trovata con meno neve rispetto a cinque anni prima, è stata nuovamente scesa fino al fondo a -28m, dove termina nei detriti.
Sandro Ghidelli, dopo aver raccontato le ultime verifiche, ha promesso scherzosamente di smettere di annoiare tutti con i suoi «piccoli buchi»: speriamo proprio di no. La ricerca speleologica funziona anche così: molti ingressi finiscono quasi subito. Altri aspettano anni prima di mostrare ciò che nascondono.
Un metro dal Pifferaio
C’è infine un altro fronte che merita di essere seguito.
Durante l’esplorazione della 1823, Andrea Maconi si è fermato in un grande pozzo per la presenza di una massa di neve potenzialmente pericolosa e perché non disponeva di corda sufficiente per completarne la discesa.
Il successivo confronto dei rilievi ha mostrato qualcosa di sorprendente: l’ultimo caposaldo della 1823 si trova a circa un metro da quello del Pifferaio.
La giunzione non è ancora avvenuta fisicamente e dovrà quindi essere verificata sul posto.
Il grande pozzo potrebbe avvicinarsi ai 100 metri. Se la connessione verrà confermata, potrebbe nascere un nuovo complesso con nove ingressi.
Andrea Maconi lo aspetta da parecchio tempo: «È da 15 anni che sogno la giunzione».
Un metro dopo quindici anni.
Sulla carta sembra pochissimo.
Sotto la Grigna può essere ancora un mondo.
La neve sopra, l’aria sotto
L’inverno sta arrivando sul Moncodeno e la neve potrebbe rendere presto molto più difficile tornare alla Buzio.
Sottoterra, però, il lavoro lasciato in sospeso è enorme.
Ci sono i freatici, le finestre intorno a -400, il ramo dei Liguri, la vicinanza con il Complesso del Ghiaccio e soprattutto quella grande via del fondo.
L’ultima punta si è fermata davanti a un P40 soltanto perché erano finiti i materiali.
Da sotto arriva molta aria.
Nel gruppo qualcuno ha sintetizzato la situazione con l’entusiasmo del momento: «O si giunta o si va a meno mille!».
Naturalmente nessuno può ancora sapere dove porterà quella via.
Una cosa, però, è certa: l’Abisso Alberto Buzio è arrivato a -545m. E la Grigna non ha ancora finito di raccontare cosa c’è là sotto.
Fonti
InGrigna! – Resoconti delle esplorazioni all’Abisso Alberto Buzio e delle attività sul Grignone – settembre-ottobre 2026.
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La cavità di Crissolo chiude dal 1° novembre per proteggere i chirotteri durante l’ibernazione. Qui si trova la più importante colonia svernante italiana di Barbastello e proprio nella grotta è stata documentata per la prima volta in Italia la presenza del fungo associato alla sindrome del naso bianco
Con l’arrivo dell’inverno la Grotta di Rio Martino, a Crissolo, in provincia di Cuneo, ai piedi del Monviso, in alta Valle Po, torna ai suoi abitanti più delicati.
Dal 1° novembre
La cavità di Crissolo chiude dal 1° novembre per proteggere i chirotteri durante l’ibernazione. Qui si trova la più importante colonia svernante italiana di Barbastello e proprio nella grotta è stata documentata per la prima volta in Italia la presenza del fungo associato alla sindrome del naso bianco
Con l’arrivo dell’inverno la Grotta di Rio Martino, a Crissolo, in provincia di Cuneo, ai piedi del Monviso, in alta Valle Po, torna ai suoi abitanti più delicati.
Dal 1° novembre 2026 al 31 marzo2027 l’accesso alla cavità è vietato per proteggere i pipistrelli durante il periodo di ibernazione.
Domenica 25 ottobre si è svolta l’ultima escursione guidata della stagione, organizzata nell’ambito delle attività del Parco del Monviso. Poi i cancelli si chiuderanno e la grotta resterà indisturbata fino alla primavera. La riapertura non è però automatica: il periodo di chiusura può essere prolungato se le condizioni climatiche e biologiche lo rendono necessario. Nella primavera del 2026, per esempio, il divieto è stato esteso fino al 10 aprile perché basse temperature, neve e precipitazioni avevano ritardato la ripresa dell’attività dei chirotteri.
Una grotta di oltre tre chilometri
La Grotta di Rio Martino si apre a circa 1.530 metri di quota, sulle pendici della Rocca Granè, sopra Crissolo. È una Riserva Naturale ed è compresa nella Zona Speciale di Conservazione IT1160037 “Grotta di Rio Martino” della rete Natura 2000.
Il sistema sotterraneo si sviluppa complessivamente per circa 3.200 metri, tra sale, pozzi e gallerie formati dall’azione dell’acqua nelle rocce carbonatiche.
Soltanto il ramo inferiore, lungo circa 530 metri, è normalmente accessibile ai visitatori lungo un percorso parzialmente attrezzato. Al termine si raggiunge uno degli ambienti più spettacolari della cavità, la cascata del Pissai, con un salto superiore ai 40 metri.
Le prime testimonianze scritte relative alla grotta risalgono già al Seicento, ma oggi Rio Martino riveste soprattutto un’importanza naturalistica particolare per la fauna che ospita.
Il rifugio invernale del Barbastello
Tra i protagonisti della grotta c’è il Barbastello (Barbastella barbastellus), piccolo pipistrello europeo legato soprattutto agli ambienti forestali maturi.
Barbastello (Barbastella barbastellus), specie che trova nella Grotta di Rio Martino il più importante sito di svernamento conosciuto in Italia. Foto: Jan Ebr e Ivana Ebrová / Wikimedia Commons – CC BY 4.0
Ogni inverno nella cavità si radunano centinaia di chirotteri. Il censimento effettuato nel febbraio 2025 aveva registrato almeno 225 pipistrelli, tra i quali 184 Barbastelli. Il Parco del Monviso indica Rio Martino come il più importante sito conosciuto in Italia per lo svernamento di questa specie.
Il Barbastello non è solo: nella grotta è documentata la presenza di numerose altre specie di chirotteri, tra cui diversi Myotis, facendo di Rio Martino un sito di particolare valore per lo studio e la conservazione dei pipistrelli alpini.
Una visita in inverno può diventare pericolosa
Durante l’ibernazione, i pipistrelli abbassano drasticamente la temperatura corporea e rallentano le funzioni vitali. È una strategia che consente loro di superare i mesi freddi, quando gli insetti di cui si nutrono sono scarsamente disponibili.
In questo periodo vivono consumando le riserve energetiche accumulate durante la stagione favorevole.
Un disturbo provocato dalla presenza umana, dalle luci, dal rumore o dal contatto può causare un risveglio anticipato. Tornare attivi significa aumentare rapidamente il metabolismo e consumare una parte delle preziose riserve di grasso necessarie per arrivare alla primavera.
Per questo la chiusura stagionale non è semplicemente una limitazione alla visita della grotta, ma una vera misura di conservazione.
Il fungo della sindrome del naso bianco
Rio Martino ha anche un’altra particolarità scientifica: nel 2019 uno studio pubblicato sulla rivista Mycopathologia ha documentato nella grotta la prima identificazione in Italia diPseudogymnoascus destructans, il fungo associato alla cosiddetta White-nose syndrome, o sindrome del naso bianco.
Il fungo è stato isolato su esemplari di Myotis emarginatus presenti nella cavità.
La sindrome ha provocato gravissime mortalità nelle popolazioni di pipistrelli del Nord America. La situazione europea è però diversa: il fungo è presente naturalmente in Europa e nei pipistrelli europei non sono state osservate le mortalità di massa che hanno caratterizzato l’epidemia nordamericana.
La presenza del fungo è un ulteriore motivo per adottare particolare attenzione quando si frequentano ambienti sotterranei.
Anche scarponi e attrezzatura possono viaggiare da una grotta all’altra
Le spore di Pseudogymnoascus destructans possono aderire a scarponi, abbigliamento e attrezzatura entrati in contatto con il terreno o le pareti di una cavità e possono quindi essere trasportate involontariamente in altri ambienti sotterranei.
Per questo la pulizia e la decontaminazione dell’attrezzatura utilizzata in grotta non riguardano soltanto Rio Martino: sono una buona pratica per ridurre il rischio di trasferire microrganismi da una cavità all’altra.
È un aspetto particolarmente importante per chi frequenta molte grotte, come gli speleologi, perché ciò che resta apparentemente invisibile su uno scarpone o su un’attrezzatura può essere trasportato per molti chilometri.
Una grotta che d’inverno cambia funzione
Da aprile a ottobre Rio Martino può essere luogo di visita, conoscenza e avvicinamento al mondo sotterraneo.
Con l’arrivo dell’inverno la prospettiva cambia. La grotta torna a essere rifugio.
La chiusura stagionale ricorda così un principio semplice della frequentazione responsabile degli ambienti ipogei: entrare in una grotta significa entrare in un ecosistema, e qualche volta il modo migliore per conoscerlo e proteggerlo è restarne fuori per qualche mese.
Garzoli L. et al. – First Isolation of Pseudogymnoascus destructans, the Fungal Causative Agent of White-Nose Disease, in Bats from Italy – Mycopathologia, 2019 https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31414314/
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A Cagliari torna il dibattito sulla galleria viaria tra via Is Maglias e via Cadello. Il sindaco esclude in via definitiva la realizzazione dell’opera, per la presenza di tombe di grande valore storico e culturale nel sottosuolo di Tuvixeddu-Tuvumannu
Il sottosuolo di Tuvixeddu-Tuvumannu, a Cagliari, torna al centro dell’attenzione. Questa volta per un progetto rimasto sulla carta: la galleria viaria che avrebbe dovuto attraversare il colle collegando l’area di via Is Maglias con qu
A Cagliari torna il dibattito sulla galleria viaria tra via Is Maglias e via Cadello. Il sindaco esclude in via definitiva la realizzazione dell’opera, per la presenza di tombe di grande valore storico e culturale nel sottosuolo di Tuvixeddu-Tuvumannu
Il sottosuolo di Tuvixeddu-Tuvumannu, a Cagliari, torna al centro dell’attenzione. Questa volta per un progetto rimasto sulla carta: la galleria viaria che avrebbe dovuto attraversare il colle collegando l’area di via Is Maglias con quella di via Cadello.
Durante la seduta del Consiglio comunale del 20 ottobre 2026, il tema è riemerso nell’ambito della discussione sui contenziosi legati al parco archeologico. Il sindaco ha però escluso la possibilità di recuperare il vecchio progetto del tunnel, ricordando che nel sottosuolo interessato dall’opera sono state individuate tombe di rilevante valore storico e culturale.
La tutela archeologica del colle diventa così un elemento determinante anche nelle scelte che riguardano la viabilità e la trasformazione urbana.
Un sottosuolo profondamente segnato dalla storia
Tuvixeddu non è un semplice colle all’interno della città. Nel suo sottosuolo si estende uno dei più importanti complessi funerari antichi del Mediterraneo occidentale, caratterizzato soprattutto dalle numerose tombe puniche scavate nella roccia calcarea e dalle successive testimonianze di età romana.
È un paesaggio nel quale superficie e sottosuolo sono strettamente collegati: tombe, cavità artificiali, antiche attività estrattive e trasformazioni avvenute nel corso dei secoli hanno creato un sistema particolarmente complesso, la cui conoscenza continua a condizionare qualsiasi intervento moderno.
Proprio questa presenza archeologica sarebbe incompatibile con la realizzazione della galleria viaria.
Nel dibattito in Consiglio comunale il sindaco ha ricordato che le decisioni assunte in passato sull’area avrebbero avuto un peso complessivo di 94 milioni di euro. La discussione attuale riguarda inoltre un contenzioso con l’impresa che aveva lavorato nel cantiere del parco e alla quale il Tribunale ha riconosciuto danni per oltre 274 mila euro in relazione ai blocchi dei lavori del 2007.
Gli speleologi e il sottosuolo di Tuvixeddu
Il mondo sotterraneo di Tuvixeddu è tornato sotto i riflettori anche pochi mesi fa grazie all’intervento degli speleologi.
Il 6 giugno 2026, nell’ambito dell’iniziativa “Puliamo il Buio”, i volontari del Gruppo Speleo-Archeologico “Giovanni Spano” sono intervenuti insieme a Legambiente nella zona di Tuvixeddu-Tuvumannu per rimuovere una grande quantità di rifiuti accumulati nel tempo.
Nel fondo di una dolina erano stati abbandonati elettrodomestici, mobili, pneumatici, telai di motorini e persino una vecchia automobile. Per recuperare i materiali più pesanti gli speleologi avevano utilizzato tecniche e competenze normalmente impiegate nelle attività in ambiente verticale e nel soccorso.
L’intervento faceva parte di “Puliamo il Buio”, iniziativa nata dalla collaborazione tra Società Speleologica Italiana e Legambiente per richiamare l’attenzione sull’abbandono dei rifiuti nelle grotte, nelle doline e negli ambienti ipogei.
Il presidente del Gruppo Speleo-Archeologico “Giovanni Spano”, Nicola Sitzia, aveva ricordato in quell’occasione come il gruppo, nel suo cinquantesimo anniversario, avesse scelto di mettere le proprie competenze al servizio della tutela del territorio.
Un patrimonio nascosto che condiziona la città di superficie
La vicenda del tunnel riporta quindi l’attenzione su una caratteristica fondamentale di Tuvixeddu-Tuvumannu: ciò che si trova sotto il colle non può essere separato dalle decisioni prese in superficie.
Il progetto della galleria appartiene ormai alla lunga e complessa storia urbanistica dell’area, ma la motivazione richiamata oggi per escluderne il recupero riguarda direttamente il patrimonio sotterraneo.
Sotto Tuvixeddu ci sono tombe, cavità e testimonianze di una storia millenaria. Un patrimonio spesso invisibile dalla città di superficie, ma capace ancora oggi di determinarne le trasformazioni.
Původně bylo v plánu prozkoumat nově objevené prostory v jeskyni Žánova díra, vystrojit téměř 13 metrů hlubokou vertikálu (spíše komín) a dokončit mapování všech nově objevených, převážně vertikálních prostor. Na Kněhyni vyrazili Kuba V., Leny, Monika, Míša a Pepa. A Kněhyně nás nevítala příznivě – sněžením.
Do Žánovky sestupují Kuba, Leny, Monika a Míša. Úkoly rozdělené. Kuby vystupuje propastí pod strop a instaluje kotvení pro lano po kterém s pomocí SRT vystupují i ostatní. Zatím co Leny ma
Původně bylo v plánu prozkoumat nově objevené prostory v jeskyni Žánova díra, vystrojit téměř 13 metrů hlubokou vertikálu (spíše komín) a dokončit mapování všech nově objevených, převážně vertikálních prostor. Na Kněhyni vyrazili Kuba V., Leny, Monika, Míša a Pepa. A Kněhyně nás nevítala příznivě – sněžením.
Do Žánovky sestupují Kuba, Leny, Monika a Míša. Úkoly rozdělené. Kuby vystupuje propastí pod strop a instaluje kotvení pro lano po kterém s pomocí SRT vystupují i ostatní. Zatím co Leny mapuje, holky se pokoušejí udělat fotodokumentaci. Ale asi je Pepa špatně zaškolil, neboť foťák s bleskem nechtějí spolupracovat.
Mezitím Pepa sbíhá k jeskyňkách nad Suchým potokem naistalovat zde zpět fotopast, neboť před měsícem jsme zachytili na fotopast krásného rysa, který se tady toulal.
V Žánovce to jde rychle a kluci toho mají málo. Prozatím se Žánovku a Kyklopa podařilo spojit pouze podáním ruky přes neprůleznou spáru. Ale to je výzva pro Kubu. Zatím co ho Leny morálně jistí, Kuba rozšiřuje hodně nepevný průlez v suti a opravdu nakonec proniká s Kyklopa do Žánovky.
Další zajímavost počet netopýrů v jeskyni Žánova díra. 14 vrápenců, velký a brvitý. Že by nejvyšší zimoviště v Česku, když už to je druhá nejvýše položená jeskyně v ČR.
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Matteo Capurro del CESBIN sarà ospite di Biologia Sotterranea Piemonte per approfondire le ricerche sull’anguilla europea. Lo studio pubblicato nel 2026 è nato dopo due osservazioni nella Grotta di Valdemino, a Borgio Verezzi
Domani, mercoledì 28 ottobre alle 20:30, Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca torna con le sue serate divulgative dedicate alle ricerche sul mondo sotterraneo. Ospite dell’incontro online sarà Matteo Capurro del CESBIN, che parlerà di anguille e de
Matteo Capurro del CESBIN sarà ospite di Biologia Sotterranea Piemonte per approfondire le ricerche sull’anguilla europea. Lo studio pubblicato nel 2026 è nato dopo due osservazioni nella Grotta di Valdemino, a Borgio Verezzi
Domani, mercoledì 28 ottobre alle 20:30, Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca torna con le sue serate divulgative dedicate alle ricerche sul mondo sotterraneo. Ospite dell’incontro online sarà Matteo Capurro del CESBIN, che parlerà di anguille e del loro rapporto, ancora poco conosciuto, con gli ambienti carsici.
La serata nasce dalle domande suscitate da una recente ricerca dedicata all’anguilla europea (Anguilla anguilla) negli ambienti carsici costieri, pubblicata nel 2026 sulla rivista Environmental Biology of Fishes.
Scintilena aveva già raccontato lo studio lo scorso luglio. La ricerca ha preso avvio da due osservazioni avvenute nel febbraio 2022 e nel dicembre 2023 nel settore non turistico della Grotta di Valdemino, nel complesso delle Grotte di Borgio Verezzi, in Liguria.
A circa 600 metri dal mare, i ricercatori hanno osservato anguille lunghe indicativamente tra 10 e 20 centimetri. Le differenti dimensioni fanno ritenere probabile che si trattasse di due individui distinti.
Da quelle osservazioni è nata una domanda tutt’altro che banale: che cosa ci fanno le anguille dentro una grotta?
Le grotte come rifugio o via di passaggio
Per cercare una risposta, i ricercatori hanno esteso le indagini alle acque superficiali collegate al sistema carsico.
Nel torrente Bottassano sono stati catturati cinque esemplari appartenenti a differenti fasi del ciclo vitale. Il corso d’acqua presenta lunghi tratti temporanei e possibili flussi subalvei, in un territorio nel quale le connessioni tra acque superficiali e sotterranee possono avere un ruolo importante negli spostamenti della fauna acquatica.
Le ipotesi aperte sono diverse.
Le grotte potrebbero rappresentare vie di passaggio utilizzate dalle anguille durante gli spostamenti tra il mare e le acque interne, oppure essere raggiunte attraverso collegamenti carsici con corsi d’acqua vicini. Gli ambienti sotterranei potrebbero anche costituire zone di rifugio, alimentazione o crescita.
Particolarmente interessante è la possibilità che le cavità offrano un riparo durante i periodi di siccità, quando alcuni corsi d’acqua superficiali si riducono o scompaiono.
Si tratta ancora di ipotesi da verificare attraverso nuove ricerche.
Una specie in forte declino
L’anguilla europea compie uno dei cicli migratori più singolari tra i pesci.
Nasce nel Mar dei Sargassi, nell’Atlantico, e le larve raggiungono dopo un lunghissimo viaggio le coste europee. Gli animali possono quindi colonizzare fiumi, laghi, lagune e altri ambienti acquatici prima di tornare, raggiunta la maturità, verso l’Atlantico per riprodursi.
La specie è oggi considerata in pericolo critico dalla Lista Rossa IUCN. La frammentazione dei corsi d’acqua, gli ostacoli alla migrazione, la pesca, le modificazioni degli habitat e i periodi di siccità rappresentano alcune delle pressioni che contribuiscono al suo declino.
Comprendere se anche le acque sotterranee e i sistemi carsici costieri facciano parte degli ambienti utilizzati dall’anguilla potrebbe quindi avere conseguenze importanti per la sua conservazione.
Lo studio del 2026 è firmato da Giacomo Actis Dato, Dario Ottonello, Adriano Fiorucci, Bartolomeo Vigna, Matteo Capurro, Valentina Balestra e Fabrizio Oneto.
Proprio Matteo Capurro approfondirà questi temi durante l’incontro online organizzato da Biologia Sotterranea Piemonte.
La serata inizierà mercoledì 28 ottobre alle 20:30.
Link alla videochiamata: https://meet.google.com/zpw-rneo-wtk
Fonti
Actis Dato G. et al. – Environmental Biology of Fishes – The role of coastal karst environments for the conservation of Anguilla anguilla (Linnaeus, 1758) in the Mediterranean area – 2026 https://doi.org/10.1007/s10641-026-01875-z
Politecnico di Torino – Archivio istituzionale della ricerca – The role of coastal karst environments for the conservation of Anguilla anguilla (Linnaeus, 1758) in the Mediterranean area – 2026 https://iris.polito.it/handle/11583/3016419
ARPAL Liguria – Anguille in grotta: un rifugio per una specie a rischio – 29 luglio 2026 https://www.arpal.liguria.it/home-page/notizie-tematiche/item/anguille-in-grotta-un-rifugio-per-una-specie-a-rischio.html
Scintilena – Anguille e grotte costiere: uno studio apre nuove prospettive sulla conservazione della specie – 13 luglio 2026 https://www.scintilena.com/anguille-e-grotte-costiere-uno-studio-apre-nuove-prospettive-sulla-conservazione-della-specie/07/13/
Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca – 26 ottobre 2026 via social: comunicazione della serata divulgativa del 28 ottobre 2026
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Trenta stalagmiti provenienti da tre grotte delle Ande hanno permesso di ricostruire le variazioni delle piogge in Sud America
Uno studio universitario ha dimostrato che la consueta “altalena” tra i monsoni asiatici e sudamericani ha avuto importanti eccezioni
Le stalagmiti conservano nella loro crescita una memoria dei climi del passato. Un gruppo internazionale di ricercatori, coordinato da studiosi dello Union College di New York, con la partecipazione di ricercatori della Uni
Trenta stalagmiti provenienti da tre grotte delle Ande hanno permesso di ricostruire le variazioni delle piogge in Sud America
Uno studio universitario ha dimostrato che la consueta “altalena” tra i monsoni asiatici e sudamericani ha avuto importanti eccezioni
Le stalagmiti conservano nella loro crescita una memoria dei climi del passato. Un gruppo internazionale di ricercatori, coordinato da studiosi dello Union College di New York, con la partecipazione di ricercatori della University of Minnesota, University of Massachusetts Amherst, University at Albany e di collaboratori locali delle grotte peruviane, ha ricostruito circa 450.000 anni di variazioni del monsone estivo sudamericano.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature, si basa sulle variazioni degli isotopi dell’ossigeno registrate in 30 stalagmiti, datate con metodi radiometrici. I campioni provengono dalle grotte di Antipayarguna, Huagapo e Pacupahuain, nelle Ande peruviane.
L’altalena dei monsoni non funziona sempre
Normalmente i grandi sistemi monsonici dell’Asia e del Sud America mostrano un comportamento opposto: quando uno si rafforza, l’altro tende a indebolirsi. Una sorta di “altalena” tra i due emisferi, legata anche alle variazioni dell’orbita terrestre e della quantità di radiazione solare ricevuta.
Il lungo archivio conservato nelle stalagmiti peruviane conferma questo comportamento generale, e rivela anche qualcosa di inatteso.
I ricercatori hanno individuato dieci periodi durante i quali i monsoni asiatico e sudamericano si sono mossi nella stessa direzione, rafforzandosi o indebolendosi contemporaneamente. Alcuni di questi episodi sono durati migliaia di anni.
Diversi periodi di indebolimento simultaneo coincidono con le transizioni alla fine delle ere glaciali, caratterizzate da importanti aumenti della temperatura globale e della concentrazione atmosferica di anidride carbonica.
Temperature oceaniche, gas serra e differenze termiche tra gli emisferi potrebbero avere modificato temporaneamente il normale meccanismo che regola i monsoni.
Le grotte rivelano sempre qualcosa di interessante: anche come archivi del clima.
Un esempio vicino a noi arriva dalla Grotta della Bàsura di Toirano, in Liguria, dove un altro studio, pubblicato nel 2026 su Nature Communications e già raccontato da Scintilena, ha utilizzato gli speleotemi per ricostruire le condizioni climatiche durante la Terminazione IV, circa 340.000 anni fa, associata a uno dei più rapidi innalzamenti del livello marino documentati nell’ultimo mezzo milione di anni.
La Grotta della Bàsura di Toirano, in Liguria. Le sue stalagmiti sono state utilizzate in un recente studio paleoclimatico per ricostruire i cambiamenti avvenuti durante la Terminazione IV, circa 340.000 anni fa. Foto: Davide Papalini / Wikimedia Commons – CC BY 2.5
Dalle Ande alla Liguria, le concrezioni delle grotte conservano registrazioni climatiche che possono attraversare centinaia di migliaia di anni, offrendo informazioni preziose sui grandi cambiamenti del sistema terrestre.
Foto di copertina: la Gruta de Huagapo, nella regione di Junín, in Perù, una delle tre grotte dalle quali provengono le stalagmiti utilizzate per ricostruire circa 450.000 anni di variazioni dei monsoni. Foto: Ottocarotto / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0
Fonti
Nature – Interhemispheric monsoon dynamics over the past 450,000 years – 2026Studio scientifico originale
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Speleologo, guida e viaggiatore, aveva scelto di vivere vicino alla grotta Mlynky, dove aveva creato una base speleologica
Boris Hora aveva fatto delle grotte una parte della propria vita. Speleologo, viaggiatore, guida e formatore di giovani, era una figura conosciuta nella regione di Ternopil, nell’Ucraina occidentale.
La notizia della sua morte è stata comunicata dalla figlia Alina. Hora è morto il 19 ottobre 2026, a 57 anni, mentre prestava servizio nelle forze armate ucraine
Speleologo, guida e viaggiatore, aveva scelto di vivere vicino alla grotta Mlynky, dove aveva creato una base speleologica
Boris Hora aveva fatto delle grotte una parte della propria vita. Speleologo, viaggiatore, guida e formatore di giovani, era una figura conosciuta nella regione di Ternopil, nell’Ucraina occidentale.
La notizia della sua morte è stata comunicata dalla figlia Alina. Hora è morto il 19 ottobre 2026, a 57 anni, mentre prestava servizio nelle forze armate ucraine. La famiglia ha precisato di essere ancora in attesa dell’esito dell’esame del DNA.
Nato il 10 marzo 1969 a Ternopil, si è avvicinato giovanissimo alla speleologia. Nel 1998, nell’ambito dell’organizzazione scout ucraina Plast, ha fondato il club turistico Kristal, dedicandosi anche alla formazione dei giovani.
Ha viaggiato dal Caucaso ai Tatra, dagli Urali all’Altaj, ma un luogo ha segnato particolarmente la sua vita: la grotta Mlynky, grande sistema sotterraneo nei gessi della regione di Ternopil. Proprio qui ha conosciuto Svitlana, diventata poi sua moglie, e nel 1991 i due hanno celebrato il loro matrimonio in grotta.
Hora ha scelto successivamente di trasferirsi a Zalissia, a poca distanza da Mlynky, dove ha creato una base speleologica e ha lavorato come guida, accompagnando molte persone alla scoperta del mondo sotterraneo. Si è dedicato anche alle escursioni sul Dniester, al volontariato e alla tutela dell’ambiente.
Dopo l’inizio dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina è entrato nelle forze armate ucraine.
La sua morte tocca anche la comunità speleologica: quella comunità internazionale che nelle grotte, sulle montagne e durante le esplorazioni impara ad affidarsi agli altri, al di là della lingua e della provenienza.
Scintilena ripudia la guerra, ogni guerra, perché porta via vite, affetti, conoscenze e una parte di quel mondo che costruiamo insieme.
Davanti alla morte di un uomo resta una domanda semplice e terribile: chi siamo noi per togliere la vita a un altro essere umano?
Ogni persona che muore porta via con sé una parte irripetibile del mondo, anche del nostro.
A Boris Hora, alla sua famiglia e a quanti hanno condiviso con lui grotte, sentieri e viaggi va il nostro pensiero.
Foto di copertina: la grotta Mlynky, nella regione di Ternopil, in Ucraina, alla quale Boris Hora ha legato gran parte della sua vita di speleologo e guida. Foto: Volodymyr Bondar / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0.
🔦 Prehľad speleologických noviniek
Výskumná expedícia v jaskyni Rača v Gruzii priniesla nové objavy nepreskúmaných priestorov [6], zatiaľ čo v Mexiku prebieha významná expedícia s cieľom preskúmať a zdokumentovať miestne jaskynné systémy [11]. Záchranné akcie v slovenských jaskyniach boli zdokumentované prostredníctvom fotografií, ktoré zobrazujú prácu speleológov [2][5][8].
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STRAŠIDLÁ VO VAŽECKEJ JASKYNI
📅 2026-10-24
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Photos from Správa slovenských jaskýň's post
📅
Výskumná expedícia v jaskyni Rača v Gruzii priniesla nové objavy nepreskúmaných priestorov [6], zatiaľ čo v Mexiku prebieha významná expedícia s cieľom preskúmať a zdokumentovať miestne jaskynné systémy [11]. Záchranné akcie v slovenských jaskyniach boli zdokumentované prostredníctvom fotografií, ktoré zobrazujú prácu speleológov [2][5][8].
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Mercoledì 28 ottobre a Palazzo Ducale l’archeologo Stefano Costa presenterà le ricerche e i recenti ritrovamenti sull’antico acquedotto romano di Ventimiglia
Un sistema ancora in parte da ricostruire, studiato negli ultimi anni anche attraverso l’esplorazione delle sue gallerie sotterranee con il contributo della speleologia ligure
GENOVA – Le gallerie sotterranee, le opere di captazione e le nuove tracce dell’acquedotto che quasi duemila anni fa portava l’acqua alla città romana
Mercoledì 28 ottobre a Palazzo Ducale l’archeologo Stefano Costa presenterà le ricerche e i recenti ritrovamenti sull’antico acquedotto romano di Ventimiglia
Un sistema ancora in parte da ricostruire, studiato negli ultimi anni anche attraverso l’esplorazione delle sue gallerie sotterranee con il contributo della speleologia ligure
GENOVA – Le gallerie sotterranee, le opere di captazione e le nuove tracce dell’acquedotto che quasi duemila anni fa portava l’acqua alla città romana di Albintimilium saranno al centro di un incontro in programma mercoledì 28 ottobre 2026 alle ore 17 a Palazzo Ducale, a Genova.
Nella Sala Borlandi della Società Ligure di Storia Patria, l’archeologo e speleologo Stefano Costa, funzionario della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Liguria, terrà la conferenza “L’acquedotto romano di Albintimilium. Ricerche e ritrovamenti recenti”.
L’incontro è organizzato dall’Istituto Internazionale di Studi Liguri – Sezione di Genova, in collaborazione con la Società Ligure di Storia Patria e con il Comune di Genova.
Un acquedotto da ricostruire anche sottoterra
L’antico sistema di approvvigionamento idrico di Albintimilium, la città romana sorta nell’area dell’attuale Ventimiglia, è oggetto da tempo di studi e ricognizioni.
Particolarmente interessante per la speleologia è l’area del Rio Seborrino, a Camporosso, dove si conservano opere sotterranee legate alla captazione delle acque.
Tra queste figura una galleria di circa 40 metri, scavata in parte nella roccia e realizzata per intercettare e convogliare l’acqua verso l’acquedotto.
La ricostruzione del sistema non è semplice: molti tratti sono scomparsi, altri sono nascosti dalla vegetazione o dalle trasformazioni che il territorio ha subito nel corso dei secoli. Le ricerche moderne stanno quindi mettendo insieme archeologia, fonti storiche, ricognizioni sul terreno, rilievi ed esplorazione delle strutture ipogee.
Archeologi e speleologi insieme nelle ricerche
Alle indagini condotte negli ultimi anni hanno partecipato studiosi e speleologi liguri.
Accanto a Stefano Costa, hanno contribuito alle ricerche Giulio Montinari, archeologo della Direzione Regionale Musei Liguria, e Alessandro Pastorelli, coordinatore dello Speleo Club CAI Sanremo e referente del Catasto Speleologico Ligure per la provincia di Imperia.
Nelle ricerche e nello studio dell’acquedotto è stato coinvolto anche Henry De Santis, speleologo, archeologo, presidente dello Speleo Club Gianni Ribaldone di Genova, da anni impegnato nello studio e nella documentazione delle cavità artificiali e degli antichi sistemi idraulici.
Il contributo della speleologia assume particolare importanza proprio nei settori sotterranei, dove rilievo, documentazione fotografica e osservazione diretta delle strutture permettono di raccogliere informazioni difficilmente ottenibili dalla superficie.
Dalle ricerche del Novecento alle riscoperte del XXI secolo
Lo studio dell’acquedotto di Albintimilium ha radici lontane. Già Pietro Barocelli, durante le ricerche archeologiche condotte nei primi decenni del Novecento, aveva affrontato il problema dell’approvvigionamento idrico della città romana.
Le indagini più recenti hanno permesso di individuare nuovi elementi e di tornare sulle strutture conosciute, cercando di ricostruire il percorso dell’acqua dalle zone di captazione fino alla città e al suo importante complesso termale.
Scintilena aveva già dedicato un approfondimento all’argomento il 29 aprile 2026, in occasione dell’incontro organizzato al Museo Civico di Sanremo dal titolo “L’acquedotto di Albintimilium. Dalla prima descrizione alle riscoperte del XXI secolo”.
La conferenza del 28 ottobre a Genova offrirà ora l’occasione per fare il punto sulle ricerche e sui ritrovamenti più recenti, riportando l’attenzione su un’opera nella quale archeologia e speleologia si incontrano per ricostruire una parte ancora poco conosciuta del paesaggio sotterraneo della Liguria romana.
Informazioni
L’acquedotto romano di “Albintimilium”. Ricerche e ritrovamenti recenti Mercoledì 28 ottobre 2026 – ore 17 Palazzo Ducale – Sala Borlandi, Società Ligure di Storia Patria Genova
Relatore: Stefano Costa, funzionario archeologo – Soprintendenza ABAP per la Liguria.
Fonti
Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Liguria – “L’acquedotto romano di Albintimilium”
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Mercoledì 28 ottobre alle 20.45 il documentario sarà proiettato al Cinema Imperia di Oneglia, in collaborazione con il CAI Imperia. La serata sarà introdotta dalla presidente Simonetta Genta con una presentazione curata con il contributo degli operatori TAM Marina Abisso e Leonardo Moretti
Dopo diverse proiezioni in Liguria e in tutta Italia, “Forest – Il futuro ha radici antiche” arriva anche a Imperia. Il documentario diretto da Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon sarà proiettato
Mercoledì 28 ottobre alle 20.45 il documentario sarà proiettato al Cinema Imperia di Oneglia, in collaborazione con il CAI Imperia. La serata sarà introdotta dalla presidente Simonetta Genta con una presentazione curata con il contributo degli operatori TAM Marina Abisso e Leonardo Moretti
Dopo diverse proiezioni in Liguria e in tutta Italia, “Forest – Il futuro ha radici antiche” arriva anche a Imperia. Il documentario diretto da Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon sarà proiettato mercoledì 28 ottobre 2026 alle ore 20.45 al Cinema Imperia di Oneglia, in una serata organizzata in collaborazione con la Sezione CAI di Imperia.
Il costo del biglietto è unico: 6,50 euro a persona.
A introdurre la proiezione sarà Simonetta Genta, presidente del CAI Imperia. La presentazione è stata preparata, per gli aspetti legati alla tutela dell’ambiente, con gli operatori TAM Marina Abisso e Leonardo Moretti.
Un film che parla del bosco anche a chi non lo conosce
Non occorre conoscere la selvicoltura, avere esperienza del lavoro forestale o sapere già che cosa abbia significato per le foreste alpine la tempesta Vaia per entrare nel racconto di Forest.
Il documentario parte dal bosco e dalle persone che vi lavorano per affrontare questioni che riguardano il rapporto tra uomo e ambiente: che cosa significa prendersi cura di una foresta? Un bosco lasciato alla propria evoluzione è sempre la soluzione migliore? Tagliare un albero significa necessariamente danneggiare l’ambiente? E quali scelte sono possibili quando eventi estremi e parassiti modificano rapidamente interi versanti?
Sono domande sulle quali il film non costruisce risposte semplicistiche. Sono soprattutto le parole delle persone, il lavoro nel bosco e le immagini a portare lo spettatore dentro una realtà spesso osservata soltanto dall’esterno.
Nel bosco delle Melette
Il film è ambientato nel bosco del Monte Meletta, nel territorio di Gallio, sull’Altopiano dei Sette Comuni, in Veneto. Un paesaggio nel quale boschi e pascoli si alternano sulle dorsali e sui versanti e dove la presenza dell’uomo ha lasciato tracce profonde.
Tra queste ci sono le caratteristiche “Puche”, termine di origine cimbra che significa faggio: vecchi alberi dalle forme che ricordano grandi candelabri, modellati dalle antiche pratiche di capitozzatura, con le quali il tronco veniva tagliato a qualche metro da terra per favorire la produzione di nuovi rami.
Sulle Melette sono visibili anche trasformazioni molto più recenti. La tempesta Vaia del 2018 ha abbattuto milioni di alberi sulle Alpi orientali e negli anni successivi la diffusione del bostrico ha interessato vaste superfici di abete rosso.
È dentro questo paesaggio in trasformazione che Forest racconta il lavoro forestale e il difficile equilibrio tra intervento umano, evoluzione naturale, sicurezza, biodiversità e gestione del territorio.
Un film che lascia spazio al confronto
Nelle diverse occasioni in cui Forest è già stato presentato in Liguria, le proiezioni hanno registrato una buona partecipazione e hanno lasciato spazio al dibattito con il pubblico.
Si può conoscere il lavoro in bosco oppure non conoscerlo affatto. Si può sapere che cosa è stata la tempesta Vaia, avere qualche conoscenza di selvicoltura oppure avvicinarsi a questi temi per la prima volta. Non è questo l’importante. Forest merita di essere visto per ciò che racconta, per le parole delle persone, per le immagini e per le emozioni che riesce a trasmettere. Perché il bosco è un ambiente vivo, fatto di relazioni, di lavoro, di scelte e anche di contraddizioni. E forse, in un mondo che sembra diventare sempre più asettico, abbiamo bisogno di tornare a percepire anche questa complessità.
La proiezione di Imperia offrirà quindi anche l’occasione per continuare quel confronto già nato nelle precedenti serate liguri: che cosa intendiamo davvero quando parliamo di proteggere un bosco?
Informazioni
Forest – Il futuro ha radici antiche Mercoledì 28 ottobre 2026 – ore 20.45 Cinema Imperia – Imperia Oneglia Ingresso: 6,50 euro a persona
Serata organizzata in collaborazione con la Sezione CAI di Imperia.
The project Exploration and Scientific Study of the Connection Between Križna and Nova Križna caves was carried out in southern Slovenia from 27 June to 12 July 2026. It was the inaugural project organised under NOVA Projects and brought together nine cave divers from Slovenia, Belgium, Germany and France, working closely with Slovenian cavers and researchers. The primary exploration question was whether a physically passable underwater connection exists between Križna Jama and Nova Križna Jama.
The project Exploration and Scientific Study of the Connection Between Križna and Nova Križna caves was carried out in southern Slovenia from 27 June to 12 July 2026. It was the inaugural project organised under NOVA Projects and brought together nine cave divers from Slovenia, Belgium, Germany and France, working closely with Slovenian cavers and researchers. The primary exploration question was whether a physically passable underwater connection exists between Križna Jama and Nova Križna Jama. The two systems are known to be hydrologically connected, but a hydrological connection does not necessarily imply a passage large enough for human passage.
The expedition combined underwater exploration with quantitative guideline surveying, biological sampling, depth-stratified water sampling, photography, video and photogrammetry. The central objective of establishing a human-passable connection was not achieved. However, the project materially changed the basis on which that question can be investigated. Nova Križna Jama was explored to 153 m underwater and remained open at the turnaround point. Approximately 190 m of unique guideline was surveyed from the shallow part of the siphon to 118 m depth. The section from approximately 118 m to the 153 m exploration limit remains unsurveyed. In Križna Jama, approximately 163 m of guideline network was surveyed, new underwater passages and chambers were found, and probable submerged cave-bear remains were documented in situ.
The survey data are one of the most important outputs of the expedition because they do not currently support a simple convergence of the known underwater routes. That result should be interpreted carefully. It does not demonstrate that no physical connection exists. The deepest section of Nova Križna Jama remains unsurveyed, newly discovered sections in Križna Jama require further integration.
The expedition team thanks the European Speleological Federation for supporting the project through the EuroSpeleo Projects programme. As sponsor of the FSE we have also received support from Aventure Verticale (https://www.aventureverticale.com/ ).