Nel Corchia il soccorso del futuro si prova sottoterra: formazione e tecnologia all’Open Day CNSAS 2026
All’Antro del Corchia tre giorni di formazione della Commissione Tecnica Speleologica – CTS – del CNSAS
Comunicazione, Internet, reti Mesh, diagnostica delle linee telefoniche e un campo interno per gli interventi di lunga durata: e, soprattutto, tecnici arrivati da diverse Delegazioni per imparare, provare e condividere competenze.
STAZZEMA (LU), 26 settembre 2026 – Sul piazzale della cava, ai piedi del Corchia, la mattina inizia con 9 sacchi rossi appoggiati a terra, materiali da distribuire, caschi, imbraghi e persone che si ritrovano intorno ai mezzi del Soccorso Speleologico.

C’è chi indossa già la tuta, chi controlla un’apparecchiatura, chi prepara il materiale, chi discute dell’organizzazione della giornata.
Poi si entra: anzi, entrano.
Io li seguirò soltanto in alcuni tratti, osservando e cercando di capire.
E’ subito evidente che è riduttivo definire questa giornata una semplice presentazione di nuove tecnologie.
L’Open Day 2026 della Commissione Tecnica Speleologica del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, organizzato nell’ambito dell’iniziativa programmata dal 25 al 27 settembre a Stazzema, è prima di tutto formazione.
Sabato è il giorno centrale delle tre date dedicate ai tecnici delle Delegazioni, chiamati non soltanto a conoscere nuovi strumenti, ma anche a provarli, comprenderli e imparare a utilizzarli affinché quella conoscenza possa poi essere riportata e diffusa nei rispettivi territori.
È proprio questo uno degli obiettivi dichiarati dell’iniziativa: illustrare e testare in ambiente i progetti sviluppati negli ultimi anni dalla Commissione Tecnica Speleologica del CNSAS, consolidarne l’utilizzo e permettere ai partecipanti di trasferire successivamente quanto appreso all’interno di ogni Delegazione.
La partecipazione è necessariamente contenuta: il programma prevede un massimo di 32 partecipanti e almeno due posti per ciascuna Delegazione, con successiva assegnazione degli eventuali posti rimasti disponibili.
Il venerdì è dedicato alla preparazione e alla parte preliminare; il sabato si entra nell’Antro del Corchia per le prove sul campo; la domenica è il momento del confronto finale, con debriefing, chiarimenti, osservazioni, suggerimenti e nuove proposte.
Io ho avuto la possibilità di seguire la giornata di sabato 26 settembre: il giorno in cui ciò che è stato spiegato deve confrontarsi con la montagna.
Dentro la montagna per imparare
Ad accogliermi e accompagnarmi all’avvio della giornata è Alessio Tovani, Delegato della III Zona Speleologica Toscana.
Dietro una giornata come questa c’è il lavoro di molte persone.
È presente Alan De Simone, Coordinatore della Commissione Tecnica Speleologica del CNSAS, insieme a Umberto Bernasconi, Vicecoordinatore della CTS, uno dei riferimenti dell’organizzazione dell’Open Day. C’è anche Alberto “Lucido” Gabutti, Responsabile Nazionale del Soccorso Speleologico, a rappresentare la struttura nazionale. C’è Luca Longo, referente per il Soccorso Speleologico nel team Comunicazione Nazionale CNSAS: il mio riferimento già nei giorni precedenti per l’organizzazione della visita e per i contatti con la stampa. Mi offre l’opportunità di entrare per qualche ora in un mondo che, da speleo, conosco soprattutto dalla parte di chi sa che il Soccorso esiste e che, se necessario, sarà pronto a intervenire. E’ un evento assolutamente eccezionale che un esponente dei media venga autorizzato non solo a seguire un’esercitazione, ma anche ad accompagnare i tecnici in grotta e a seguire tutte le operazioni.
Poi ci sono i componenti della CTS, i tecnici e i volontari in formazione, arrivati dalle diverse Delegazioni.
Durante la giornata le tecnologie cominciano progressivamente a manifestarsi e chiarirsi, per quanto possibile, prendendo nomi e volti.
C’è chi le ha studiate, chi le sta sviluppando, chi le prova, chi insegna agli altri a utilizzarle e chi, proprio attraverso giornate come questa, dovrà imparare a padroneggiarle senza esitazioni durante un intervento ed a riportare nella propria Delegazione quanto ha imparato
Si riconoscono immediatamente i colori del Soccorso: le tute, i caschi verdi, le luci, gli imbraghi.
Quello che colpisce, più dei colori, è l’atteggiamento partecipativo: si ascolta, si fanno domande, si prova.
Ogni apparecchiatura passa di mano in mano: qualcuno spiega, qualcuno controlla uno smartphone collegato al sistema di comunicazione criptato (la trasmissione radio è sempre in digitale criptata), qualcuno osserva il comportamento di un dispositivo in grotta. Le domande si susseguono, parte viva della dimostrazione.
Dentro la montagna – mi spiegano – non basta sapere che uno strumento esiste: bisogna averlo utilizzato, averne compreso le possibilità e i limiti, e sapere cosa fare quando qualcosa non funziona.
La giornata operativa è organizzata in aree di lavoro all’interno e all’esterno della Buca d’Eolo all’interno del complesso del Corchia, con rotazione dei partecipanti. Il programma prevede l’inizio delle attività alle 8.30 e la conclusione intorno alle 18.30. La parola formazione, in queste ore, assume un significato sempre più concreto.
Comunicare dove in genere non si comunica
La comunicazione, in qualsiasi intervento speleologico complesso è arduo.
E’ un problema comunicare tra squadre che possono trovarsi a grande distanza l’una dall’altra, così come lo è trasmettere informazioni dal luogo dell’incidente, mantenere i contatti con il campo interno e con la Direzione Operazioni collocata all’esterno, e permettere alla componente sanitaria di confrontarsi con specialisti che possono trovarsi a chilometri di distanza.
In intervento niente di tutto questo è semplice: ma i problemi si possono risolvere.
Emerge nell’Open Day – il secondo, dopo quello del 2025 –uno dei tanti aspetti avvincenti del lavoro della Commissione Tecnica Speleologica.
I sistemi presentati non sono un una sola soluzione che possa risolvere ogni problema: sono, invece, strumenti differenti progettati per affrontare esigenze differenti e complementari.
Entra in campo ERMES, il sistema sviluppato dalla CTS per la trasmissione di voce, video, dati e parametri medici in grotta e negli ambienti confinati.

Quando all’esterno è disponibile una connessione Internet, ERMES – attraverso il doppino telefonico già steso dalle prime squadre. permette di portare la connettività virtualmente in tutto il mondo.
Diventa così possibile effettuare videochiamate e trasmettere informazioni e dati, con applicazioni molto importanti in ambito sanitario: possono essere condivisi con l’esterno parametri del paziente, immagini ecografiche, feed da un sistema di monitoraggio multiparametrico e altre informazioni.
Assistere a una videochiamata sullo schermo di uno smartphone mentre ci si trova in grotta, un ambiente dove nessuna onda radio può arrivare, concretizza quanto è stato spiegato prima a parole: e sembrava fantascienza.
Con la realtà di ERMES sul telefono, sullo schermo, dentro la montagna, la tecnologia smette di essere solo tale e diventa esercitazione.
Uno dei discenti interpreta il ruolo dell’infortunato. Accanto a lui c’è Viola, infermiera CNSAS appositamente addestrata per la medicina d’emergenza, che esegue un’ecografia completa direttamente in grotta mentre, attraverso il collegamento reso possibile da ERMES, si confronta con un medico del 118 rimasto all’esterno a decine di km di distanza.

Muove la sonda con competenza sul paziente, e dialoga con il medico, mentre le immagini ecografiche compaiono sullo schermo. Domande, indicazioni, immagini e informazioni possono viaggiare tra chi si trova accanto all’infortunato e chi, al di fuori, può fornire un supporto specialistico.
Non si tratta solo di portare Internet in grotta, ma anche di portare dentro la grotta competenze che fisicamente si trovano altrove: chi sta assistendo un ferito può rapportarsi con l’esterno senza aspettare di uscire di grotta.
Tutto il materiale sanitario è contenuto ordinatamente in tre sacchi chiari, 1, 2 e K, che entrano in grotta per primi.

ETHER: collegare la grotta con il campo base
Un altro problema si presenta quando il campo base e la Direzione delle Operazioni non possono essere collocati vicino all’ingresso della cavità.
Il sistema ETHER – Link Radio-Telefono è stato sviluppato proprio per creare un collegamento fra la linea telefonica della grotta e le comunicazioni radio del campo base.
In pratica, all’ingresso un dispositivo contenuto in una minuscola valigetta stagna collega il doppino telefonico proveniente dal sottosuolo con la radio utilizzata per le comunicazioni all’esterno, permettendo una comunicazione diretta e full-duplex col campo base. In questo modo, la Direzione Operazioni può avere un contatto completo e diretto con i sanitari sull’infortunato e con tutte le squadre in intervento.
Si riduce la necessità di passaggi intermedi delle informazioni e, di conseguenza, anche il rischio di errori nell’interpretazione dei messaggi.
Le comunicazioni radio sono digitali e cifrate e, quando la posizione dell’ingresso o la morfologia del terreno rendono difficile il collegamento, possono essere utilizzate antenne esterne di maggiori dimensioni.
Le abbiamo viste anche sul piazzale di cava al Corchia, montate accanto ai mezzi del Soccorso: fanno comunicare direttamente due mondi che utilizzano sistemi diversi.
Telefoni e doppino: risolvere il problema dei guasti
Con Lorenzo “Zeta” Bozzolan, referente per i telefoni, il discorso torna invece a uno degli strumenti fondamentali della comunicazione speleologica: il doppino.
Durante un soccorso la linea telefonica può percorrere distanze considerevoli all’interno della cavità.
Cosa succede se si interrompe?

Cercare fisicamente il punto esatto di un guasto lungo centinaia o migliaia di metri di linea significa perdere tempo prezioso.
C’è una soluzione anche per questo, ed è una delle apparecchiature protagoniste di dell’Open Day: l’Ecometro TDR, uno strumento adattato dalla CTS all’impiego speleologico per la mappatura della linea telefonica e la ricerca dei guasti.
Durante la posa del doppino è possibile effettuare misurazioni e costruire una mappa delle distanze. In caso di problemi, il sistema consente poi di individuare la distanza – e quindi la posizione esatta – di un’interruzione o di un cortocircuito. I tecnici telefonisti possono così puntare direttamente sul tratto di cavetto in avaria e provvedere a risolvere rapidamente il problema.
E’ uno strumento da laboratorio di ridotte dimensioni e fondamentale quando una linea telefonica è stata stesa per chilometri dentro una montagna.

Accanto all’ l’Ecometro TDR, viene presentato anche CaveEcho, pensato per consentire alle squadre impegnate nella posa del cavo in profondità di verificarne rapidamente l’integrità prima ancora del collegamento con l’esterno. In questo modo, si possono stendere contemporaneamente più tratti di cavetto telefonico con la certezza che ogni tratto sia operativo anche prima di poterlo collegare alla linea completa.
Ancora una volta, la tecnologia è al servizio della sicurezza e della rapidità di intervento, per rimuovere ostacoli, prima che sorgano problemi nella comunicazione.
Mesh: la rete che avanza insieme ai soccorritori
Si passa a una delle sperimentazioni che più mi incuriosiscono: la rete Mesh per la comunicazione wireless in grotta.
Qui parla Fabio Finetti, che per il rapporto che ha con questo progetto mi viene descritto – con una definizione che rende perfettamente l’idea –come il “padre e madre del sistema Mesh”.
Fabio spiega e il dispositivo prende vita: è un sistema sviluppato, open source, in evoluzione con la collaborazione del CNSAS, che viene provato e modificato confrontandolo continuamente con le necessità di chi dovrà utilizzarlo sul campo, negli interventi.
I dispositivi sono grandi come un banale accendino. Hanno un’antennina e possono essere collocati progressivamente lungo il percorso.

Durante la prova ne vedo uno sistemato direttamente sulla roccia. Una luce verde segnala che è attivo. Davvero piccolo, rispetto alle dimensioni della montagna, svolge un compito importante: contribuisce a costruire una rete di comunicazione dove una normale rete non esiste e non può esistere. Con 12 ore di autonomia. E’ fosforescente: se si spegne, sarà poi recuperato.
Il principio del sistema Mesh è proprio questo: i diversi nodi comunicano tra loro, usando le pareti della grotta come guida d’onda, e il sistema individua automaticamente il percorso attraverso il quale far viaggiare l’informazione. Se un ripetitore non è disponibile, la rete può cercare un percorso alternativo.

L’operatore utilizza uno smartphone collegato al proprio apparato e, attraverso un’applicazione dedicata, può inviare e ricevere messaggi testuali.
La distanza raggiungibile non è fissa: dipende dalla disposizione dei ripetitori e soprattutto dalla morfologia della grotta. In grandi ambienti la propagazione può essere maggiore; in frana, lungo meandri articolati e passaggi complessi, può ridursi sensibilmente.
Proprio per questo bisogna effettuare le prove in grotta e non limitarsi alle prove a tavolino.
Durante l’attività al Corchia, pochi mesi fa, solo dodici nodi sono stati sufficienti per coprire l’intero percorso della “traversata” dalla Buca d’Eolo all’ingresso Serpente: straordinario, davvero.
Un altro aspetto mi colpisce: il sistema non è presentato come qualcosa di immutabile e definitivo. E’ in evoluzione. Viene provato sul campo, discusso, osservato
Le necessità operative dei tecnici diventano indicazioni per lo sviluppo.
Si ragiona anche sulla possibilità di integrare ancora meglio le informazioni della rete con il rilievo della cavità, così che la disposizione dei nodi e la progressione possano diventare informazioni utili anche nella lettura operativa dello spazio sotterraneo.
Una grotta non è un laboratorio pulito e sterile: ci sono roccia, acqua, fango, strettoie, grandi ambienti, dislivelli, materiali da trasportare e persone che devono continuare a lavorare per molte ore.
La tecnologia deve adattarsi alla grotta, non la grotta alla tecnologia.
Costruire un campo sottoterra avanzato nel cuore della montagna: prima della barella
Quando si immagina un soccorso in grotta, il pensiero va in genere subito alla barella e alle squadre impegnate nel trasporto verso l’esterno del ferito.
Un intervento complesso e prolungato, però, richiede di più.

Se il luogo dell’incidente è molto distante dall’ingresso, bisogna creare sottoterra le condizioni perché i soccorritori possano continuare a operare.
Bisogna mangiare, bere, riposare, proteggersi dal freddo, gestire l’igiene, organizzare materiali e rifiuti.
In altre parole, bisogna costruire una piccola infrastruttura temporanea nel cuore della montagna.
È lo scopo di ESTIA’, il Campo Interno per gli interventi in profondità.
Anche questo sistema è stato sviluppato dalla Commissione Tecnica Speleologica: è un kit modulare, adattabile alle necessità operative e pensato considerando tutte le fasi: trasporto, installazione, utilizzo, smontaggio, recupero e successivo riordino.
Il kit è dimensionato per nove tecnici suddivisi in tre gruppi da tre persone. Comprende tre tende destinate al riposo e una quarta area per le attività della giornata ed è diviso in nove sacchi speleo.
I sacchi dedicati alla notte contengono le dotazioni necessarie per allestire i posti letto; quelli destinati alla vita del campo comprendono materiale per l’igiene, la purificazione dell’acqua, l’alimentazione e la preparazione dei pasti.
Sul piazzale, prima di entrare, i nove grandi sacchi rossi sembravano solo accessori molto robusti: dopo averne compreso il contenuto, diventanoparte di un campo che deve poter essere trasportato dentro una grotta.
Mi spiegano che esistono 2 kit completi di 9 sacchi, uno in Lombardia e uno in Abruzzo: in questo modo, possono pervenire nel più breve tempo possibile dove servono, min caso di intervento. Come le attrezzature del Nazionale, sono messi a disposizione delle varie Delegazioni.
Anche preparare un sacco è formazione
Durante una vera emergenza non conta soltanto avere il materiale necessario.
Conta sapere dove si trova, come è stato confezionato, l’ordine con cui viene trasportato, poter riconoscere rapidamente il contenuto senza dover svuotare tutto tra le rocce di una grotta.
Sono dettagli che fuori appaiono banali: in grotta, dopo ore di attività, con freddo, stanchezza e molte persone impegnate contemporaneamente, non lo sono affatto.
Si comprende bene, ora, perché una formazione di questo tipo duri tre giorni.

La formazione ora riguarda le procedure.
Una freccia sul telo può essere tecnologia
Lo stesso principio ritorna quando vengono spiegate le strutture del Campo Interno.
Mi colpisce che sui teli sia indicato chiaramente quale sia l’ALTO, accompagnato da una freccia.
Quello che appariva un dettaglio non rilevante diventa illuminante, invece quando mi invitano a provare a immaginare di dover montare la struttura sottoterra, con poca luce, dopo molte ore di attività, magari in un ambiente scomodo e con persone che hanno freddo.
La scritta diventa improvvisamente importantissima, a riprova che l’innovazione non coincide sempre con la parte tecnologica.
A volte è un’antenna, a volte un software, a volte è un sistema capace di trovare un guasto lungo una linea che scompare nella montagna. A volte, semplicemente, logica, come una freccia messa nel posto giusto.
Mangiare, bere, dormire: anche questo è soccorso
Nel Campo Interno – battezzato Estià dal nome della dea greca del focolare domestico – anche l’alimentazione è organizzata per ridurre al minimo le complicazioni.
I pasti liofilizzati possono essere preparati aggiungendo acqua calda direttamente nelle confezioni.
Significa meno stoviglie da trasportare, meno materiali da lavare e una gestione più semplice in un ambiente nel quale anche le operazioni quotidiane diventano complicate.
Sono previste inoltre soluzioni differenziate per particolari necessità alimentari: celiaci e intolleranti possono disporre di pasti dedicati alle loro necessità.
Poi ci sono l’acqua da purificare, l’igiene personale e la gestione dei rifiuti prodotti durante una permanenza prolungata: argomenti forse meno spettacolari di una rete digitale che attraversa la montagna, ma altrettanto essenziali.
Un intervento speleologico importante può durare giorni e coinvolgere molte persone.
Le persone devono poter continuare a lavorare in condizioni accettabili e, allo stesso tempo, limitare il più possibile l’impatto sull’ambiente sotterraneo.
Il soccorso è anche logistica, e la logistica è soccorso.
Nel Salone della Tenda, le tracce di chi era entrato prima di noi
Il Corchia regala anche un momento completamente diverso.
Nel Salone della Tenda, mentre intorno a noi si parla di comunicazioni, apparati e organizzazione del soccorso, sulle concrezioni e sulle pareti compaiono vecchie scritte.
Firme, nomi, date: alcune davvero lontane nel tempo. Tra quelle ancora leggibili, compare anche l’anno 1879.
Non provo a decifrare le firme, né a ricostruirne la storia: ora non serve.
Il contrasto è bellissimo: qualcuno è entrato qui quasi un secolo e mezzo fa e ha lasciato il proprio nome sulla roccia. Oggi, poco distante, un piccolo dispositivo con un’antenna e una luce verde cerca di far viaggiare un messaggio testuale attraverso la montagna.
Il Corchia è ancora lì: è cambiato il modo di entrarci, esplorarlo, comprenderlo e, soprattutto, di prendersi cura delle persone che lo percorrono.
Credere nella formazione
Alla fine della giornata, quello ciò che mi resta più impresso sono le persone.
Ho visto tecnici fermarsi ad ascoltare una spiegazione, confrontarsi, fare domande, ripetere una prova, discutere una possibile soluzione.
Ho visto entusiasmo accompagnato da una grande serietà.
Qui imparare a montare correttamente una struttura, individuare un guasto su una linea, posizionare un nodo Mesh o conoscere il contenuto e la funzione di un sacco non serve soltanto a completare un ciclo di formazione, che proseguirà fino al debriefing della domenica.

Potrebbe servire, un giorno, a guadagnare tempo quando quel tempo conterà davvero.
Questo è fine dell’Open Day organizzato dalla Commissione Tecnica Speleologica: comunicare.
Non basta progettare uno strumento: bisogna provarlo.
Non basta che qualcuno sappia utilizzarlo: bisogna insegnarlo a tutti i tecnici in intervento.
La conoscenza non deve restare nelle mani di poche persone, ma circolare, essere condivisa, tornare nelle Delegazioni insieme ai tecnici che hanno partecipato alla formazione e diventare patrimonio di altri soccorritori.
Sorrido a pensare che la conoscenza funzionare un po’ come la rete Mesh: passa da un nodo all’altro e diventa più utile quanto più riesce a raggiungere le persone che ne avranno bisogno.
Aggiunto un ringraziamento personale.
A Luca Longo, per l’accoglienza, la disponibilità e per avermi seguito già nei giorni precedenti, via telefono, rendendo possibile questa visita. E per avermi aiutata a decifrare gli appunti e i ricordi dell’Open Day.
Ad Alessio Tovani, che mi ha accolta sul campo.
Ad Alberto Gabutti, che mi ha accompagnata nella visita presentandomi esperti e tecnici in formazione.
Ai componenti della Commissione Tecnica Speleologica, e in particolare Aad Alan De Simone e ad Umberto Bernasconi. Ma, soprattutto, a tutti i tecnici che, durante la giornata, si sono fermati a spiegare, mostrare, rispondere alle mie domande e condividere quello che stavano facendo.
E naturalmente a Fabio e Lorenzo, perché dietro Mesh, telefoni, cavi, antenne e apparati ci sono persone che dedicano tempo e competenze a studiarli, provarli e migliorarli.
Ringrazio tutti per avermi offerto l’opportunità di conoscere più da vicino le realtà scientifiche e tecnologiche che sono dietro al soccorso in grotta.
Per noi speleo il Soccorso Speleologico del CNSAS è una presenza preziosa.
Certo, sappiamo che esiste e ne siamo fieri: ma avere l’occasione di vedere quanta preparazione, ricerca, sperimentazione, organizzazione e formazione ci siano dietro ogni possibile intervento permette di comprenderne meglio il valore.

Entrare per qualche ora nel loro lavoro, osservare, ascoltare e poter fare domande è stata un’esperienza importante, oltre che entusiasmante.
Noi speleologi amiamo andare in grotta, esplorare, cercare, conoscere.
Diamo per scontato che esista il Soccorso: non è scontato, invece, che donne e uomini dedichino tempo, competenze e formazione a essere pronti quando qualcosa va storto.
Sul piazzale della Buca d’Eola, sul Corchia, il sole ormai si abbassa in un tramonto eccezionale.
Si tolgono caschi e tute, si scuote la polvere di marmo dalle attrezzature, i materiali tornano verso i mezzi e le ombre delle persone si allungano sul marmo bianco. Compare il rosso delle maglie delle persone in formazione (li chiamo così anche se sono già esperti), il nero indossato da parte dei tecnici CTS che coordinano e formano.

Si continua ancora a parlare, confrontarsi, fare domande.
È questa l’ultima immagine della giornata al Corchia: la formazione può finire con il programma, ma la voglia di comprendere continua.
Fotografie di Luca Longo – referente per il Soccorso Speleologico nel team Comunicazione Nazionale CNSAS
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