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L’intervista di Simone Villotti per InDEPTH Magazine ripercorre il percorso di Gigi Casati: dalle sorgenti di Oliero e del Gorgazzo ai sistemi a più sifoni, con un’idea centrale della speleosubacquea come strumento per comprendere le acque sotterranee.
L’intervista di InDEPTH Magazine
Quarant’anni sotto la superficie non sono soltanto una sequenza di profondità raggiunte o di distanze percorse. Nell’intervista pubblicata da InDEPTH Magazine, Gigi Casati ricostruisce il proprio percorso nella speleosubacquea attraverso attrezzature, compagni di esplorazione, errori, trasporti e lunghe fasi di preparazione.[1]
Il colloquio, curato da Simone Villotti e pubblicato l’8 settembre 2026, parte dagli inizi. Casati cominciò l’attività subacquea nel 1978 e si avvicinò alla speleologia intorno al 1985. L’incontro del 1986 con Jean-Jacques Bolanz fu decisivo. Casati descrive Bolanz come un maestro, un amico e una figura di riferimento nella formazione della propria visione esplorativa.[1][2]
L’articolo segue un arco tecnico molto ampio. Dalle immersioni in circuito aperto con aria, alle miscele di elio, ai rebreather semi-chiusi e chiusi, fino alle configurazioni sperimentali costruite o modificate per rispondere alle caratteristiche di singole cavità. Il punto di vista espresso da Casati resta però legato alla speleologia prima che alla sola immersione.[1]
Per l’esploratore, entrare in acqua non equivale soltanto a seguire una sagola fino a un punto noto. Significa chiedersi da dove arrivi l’acqua, quale sia l’architettura della cavità, come cambino i rami del sistema e dove possa svilupparsi una prosecuzione. È una lettura idrogeologica e speleologica dell’ambiente sotterraneo.[1]
Speleosubacquea e sistemi a sifoni
Nel racconto di Casati, la speleosubacquea trova uno dei suoi campi più formativi nelle grotte con più sifoni. Qui la progressione alterna tratti sommersi e asciutti. Può richiedere di camminare, strisciare, arrampicare e trasferire bombole e materiali prima dell’immersione successiva.[1]
La frase che sintetizza questo approccio è netta: “La grotta decide cosa si può portare”. In un sistema a più sifoni non è possibile imporre all’ambiente una configurazione standard. Peso, ingombri, ridondanza, autonomia e possibilità di trasporto devono essere adattati alle strettoie, ai dislivelli e alle condizioni locali.[1]
La speleosubacquea, in questa prospettiva, richiede quindi una pianificazione che inizia fuori dall’acqua. La scelta dell’attrezzatura non può essere separata dalla conoscenza della morfologia della cavità, dei livelli idrici e delle condizioni meteorologiche del bacino di alimentazione.
Casati osserva che le grandi sorgenti permettono spesso l’impiego di numerose bombole, scooter e rebreather. Nei sifoni interni il quadro può cambiare radicalmente. La disponibilità di tecnologia amplia le possibilità operative, ma non elimina gli ostacoli fisici posti dal sistema carsico.[1]
Oliero, Elefante Bianco e Gorgazzo
Tra i luoghi centrali dell’intervista figurano le Grotte di Oliero, la sorgente dell’Elefante Bianco e la sorgente del Gorgazzo. Sono siti che segnano diverse fasi della speleosubacquea italiana e della carriera di Casati.[1][3]
A Oliero, Casati ricorda la complessità delle campagne in circuito aperto. Le piene potevano danneggiare o distruggere chilometri di sagola guida. Prima di svolgere l’esplorazione vera e propria, le squadre dovevano ripristinare la progressione, collocare bombole di emergenza e di decompressione e organizzare i gas. Secondo l’intervista, in alcuni casi la ricostruzione della linea richiedeva da uno a un chilometro e mezzo di lavoro preliminare.[1]
Nelle Grotte di Oliero Casati effettuò, verso la fine degli anni Ottanta, una penetrazione di circa 1.000-1.100 metri, con profondità massima di 65 metri e riemersione all’interno della montagna. Le fonti biografiche pubblicate da La Scintilena riportano una progressione massima personale di 2.635 metri a una profondità media di circa 50 metri e il collegamento, ottenuto nel 2005, tra Cogol dei Siori e Cogol dei Veci.[1][3]
L’Elefante Bianco rappresenta un’altra pagina importante. Casati richiama una grande immersione in circuito aperto del 2003, arrivata a circa 162 metri, sostenuta da una struttura logistica fatta di compressori, riserve di elio, tende e sistemi per movimentare il materiale. Le diverse fonti riportano inoltre la prosecuzione dell’esplorazione fino a 186-189 metri negli anni successivi, a seconda delle immersioni e dei resoconti considerati.[1][3]
Al Gorgazzo, nel 2008, Casati raggiunse i 212 metri di profondità. L’intervista descrive l’ultimo tratto dopo avere lasciato lo scooter a circa 130 metri: 120 metri di galleria percorsi pinneggiando, con l’obiettivo di contenere lo sforzo respiratorio e il tempo di fondo. La Scintilena indica per quella esplorazione una distanza di circa 440 metri dall’ingresso e l’impiego di un circuito chiuso meccanico.[1][3]
Rebreather, sicurezza e cultura di squadra
Una parte rilevante dell’intervista riguarda l’evoluzione dei rebreather. Casati riconosce che questi apparati, insieme agli scooter, alle luci e alla maggiore conoscenza della decompressione, hanno reso realizzabili o più gestibili esplorazioni che in circuito aperto avrebbero richiesto quantità molto maggiori di gas e personale.[1]
La speleosubacquea non coincide però con la disponibilità di una macchina. Casati insiste sulla differenza tra affidarsi a un apparato e conoscere le conseguenze di un suo guasto. Nell’intervista sottolinea il valore delle riserve indipendenti in circuito aperto, specie per immersioni lunghe e profonde, e la necessità di valutare l’intero sistema: configurazione, gas, profondità, flusso, diluente, volume del circuito e durata prevista.[1]
Il racconto include anche incidenti decompressivi che Casati collega soprattutto a risalite troppo rapide. Il primo avvenne durante un’immersione all’Elefante Bianco, in presenza di un problema di assetto. Il secondo viene riferito all’immersione del 2016 a Vrelo Une, conclusa alla profondità massima di 248 metri. Il punto non è proporre modelli operativi, ma ricordare che tempo e risalita devono rispettare i limiti fisiologici del subacqueo.[1]
Accanto alla tecnica emerge il tema del lavoro collettivo. Nelle spedizioni delle fasi iniziali, un gruppo poteva condividere compressori, bombole, scooter, ricambi e lavoro fisico. Casati ricorda campagne con squadre numerose e settimane di preparazione. Oggi un rebreather permette a piccoli gruppi di lavorare con maggiore autonomia. Questa trasformazione riduce alcune esigenze logistiche, ma può indebolire la dimensione della squadra e della trasmissione diretta dell’esperienza.[1]
Torretta River e il futuro dell’esplorazione
L’intervista si chiude sulle attività più recenti, fra cui il progetto di Torretta River, indicato come un sistema a più sifoni. Casati riferisce che nel terzo sifone, nel 2020, ha raggiunto circa 1.780-1.800 metri di distanza, con una profondità massima nell’ordine di 89-90 metri. A monte sono presenti due sifoni più brevi e un tratto asciutto da percorrere con il materiale.[1]
Il sistema, comprese le diramazioni esplorate da Frank Giordani, supera i due chilometri di sviluppo secondo quanto riportato nell’intervista. Le condizioni restano decisive: piogge, fusione nivale e torbidità possono interrompere una campagna. Casati descrive situazioni di visibilità ridotta a circa due metri, insufficienti per lavorare in sicurezza su linee danneggiate o per verificare una possibile prosecuzione.[1]
La speleosubacquea emerge così come attività di esplorazione, documentazione e lettura dei sistemi carsici. Non è una gara a profondità e distanza. È un lavoro lungo, in cui il risultato dipende dalla preparazione, dalla capacità di riconoscere le condizioni non favorevoli e dalla disponibilità a fermarsi.
Nel 2025, il Premio Duilio Marcante ha riconosciuto il percorso di Luigi “Gigi” Casati. La cerimonia di Genova ha richiamato anche il suo contributo alla divulgazione e alla formazione. L’intervista di InDEPTH Magazine amplia quel quadro con una testimonianza diretta: quarant’anni di speleosubacquea osservati dal punto di vista della cavità, dell’acqua e delle persone che rendono possibile l’esplorazione.[2][3]
Fonti
Fonti
[1] Gigi Casati: 40 Years of Cave Diving and Exploration https://indepthmag.com/gigi-casati-cave-diving-exploration/
[2] UISP – Subacquea https://www.uisp.it/sub/pagina/allo-speleonauta-lugi-gigi-casati-il-premio-duilio-marcante-2025
[3] Luigi Casati riceve il Premio Duilio Marcante 2025 – Scintilena https://www.scintilena.com/luigi-casati-riceve-il-premio-duilio-marcante-2025/02/17/
[5] Beyond the Walkway: Diving Italy’s Hidden Giant, Frasassi Cave https://indepthmag.com/deep-frasassi-project/
[6] Cave Archives – InDEPTH https://indepthmag.com/category/cave/
[7] Album de Fotografias – Gigi CASATI https://www.prometeoricerche.eu/GIGI/album_fotografias.htm
[8] Gigi CASATI – Speleonauta – Official Web Site – Sito Ufficiale https://www.prometeoricerche.eu/
[9] Gigi Casati a -248m alla sorgente di Vrelo Une – FIAS https://www.fias.it/magazine/47-gigi-casati-a-248m-alla-sorgente-di-vrelo-une.html
[10] Luigi “Gigi” Casati – Speleosubacqueo – Tecnica & Medicina http://www.marpola.it/tecnica%20e%20medicina/101.htm
[11] Gigi Casati: leggenda della speleologia subacquea https://www.scubaportal.it/gigi-casati-intervista-speleologia-subacquea-immersioni-estreme/
[12] Gigi Casati, la speleologia subacquea italiana raccontata tra … https://www.scintilena.com/gigi-casati-la-speleologia-subacquea-italiana-raccontata-tra-esplorazione-e-memoria/06/21/
[13] Gigi Casati: Forty Years Beneath the Surface – Threads https://www.threads.com/@indepthmagazine/post/Dd_tNsVCgq6/gigi-casati-forty-years-beneath-the-surface-for-casati-cave-diving-has-always/
[14] Luigi Casati – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Casati
[15] Gigi CASATI – Speleonauta – Official Web Site https://www.prometeoricerche.eu/GIGI/
[16] Lo speleo-sub Gigi Casati ritenta il record del Gorgazzo | MOUNT LIVE https://www.mountlive.com/lo-speleo-sub-gigi-casati-ritenta-il-record-del-gorgazzo/
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