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    Condividi Le tombe ipogeiche di Fossada raccontano la Sardegna prenuragica Nel territorio di Escalaplano, nella Sardegna sud-orientale, la necropoli di Fossada conserva una testimonianza del popolamento neolitico dell’isola. Il complesso, conosciuto anche come Sa Fossada e collegato all’area rurale di San Giovanni o Santu Giuanni, è generalmente descritto come formato da sette domus de janas. Si tratta di tombe ipogeiche scavate direttamente nella roccia, non di abitazioni sotterranee. Il
     

Domus de Janas di Fossada, a Escalaplano una necropoli neolitica nel paesaggio del Gerrei

September 15th 2026 at 12:00

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Le tombe ipogeiche di Fossada raccontano la Sardegna prenuragica

Nel territorio di Escalaplano, nella Sardegna sud-orientale, la necropoli di Fossada conserva una testimonianza del popolamento neolitico dell’isola. Il complesso, conosciuto anche come Sa Fossada e collegato all’area rurale di San Giovanni o Santu Giuanni, è generalmente descritto come formato da sette domus de janas. Si tratta di tombe ipogeiche scavate direttamente nella roccia, non di abitazioni sotterranee.

Il sito si trova a circa tre chilometri dal centro di Escalaplano, nei pressi della chiesa campestre di San Giovanni e lungo la strada provinciale 10 in direzione di Orroli. Le informazioni sulla percorribilità e sulle modalità di visita possono cambiare. Prima di raggiungere l’area è quindi opportuno verificare le indicazioni locali e l’eventuale necessità di un accompagnamento.

Fossada e il paesaggio archeologico di Escalaplano

La necropoli di Fossada deve essere letta all’interno del paesaggio storico del Gerrei. L’area di Escalaplano comprende infatti testimonianze di epoche diverse, dalle domus de janas ai nuraghi, fino alle fonti e ai pozzi di età nuragica e alle tracce di frequentazione romana.

La presenza di monumenti appartenenti a periodi differenti non dimostra da sola una continuità diretta tra le comunità che li realizzarono. Mostra però che lo stesso territorio fu attraversato, abitato e reinterpretato per millenni. La valle di Fossada, gli affioramenti rocciosi e i percorsi rurali costituiscono quindi parte integrante della lettura archeologica del sito.

Il progetto territoriale regionale “ViviAmo il Sarrabus-Gerrei” inserisce il patrimonio archeologico e naturalistico di Escalaplano nella rete degli attrattori culturali dell’area. L’obiettivo dichiarato è promuovere una fruizione integrata, con attenzione al turismo attivo, alla tutela paesaggistica e alla conoscenza dei beni locali.

La cronologia delle domus de janas

Le domus de janas di Fossada sono attribuite al Neolitico finale e, in particolare, al quadro culturale di Ozieri. Le fonti divulgative collocano le sette tombe dell’area di Sant’Uanni e Fossada nel IV millennio avanti Cristo. Per il complesso è preferibile usare una cronologia generale compresa tra la seconda metà del IV e gli inizi del III millennio avanti Cristo, evitando di attribuire ogni dettaglio architettonico a una sola fase.

Il quadro regionale è più ampio. L’UNESCO descrive le domus de janas come un insieme di sepolture e necropoli create in Sardegna tra il V e il III millennio avanti Cristo. Nel luglio 2025 il sito seriale “Tradizioni funerarie nella Preistoria della Sardegna – Le domus de janas” è stato iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale.

Il riconoscimento riguarda una selezione di complessi rappresentativi del fenomeno regionale. Non significa che ogni necropoli sarda, compresa Fossada, sia automaticamente inclusa nell’elenco dei beni costitutivi del sito seriale. Il valore di Fossada va quindi presentato sulla base delle informazioni specifiche disponibili per il territorio di Escalaplano.

Architettura funeraria scavata nella roccia

Una domus de janas può comprendere un ingresso, un breve corridoio, un’anticella e una o più camere funerarie. In alcuni casi gli ambienti comunicano tra loro e riproducono elementi della casa dei vivi, come soglie, pilastri, partizioni e banchine.

Le tombe di Fossada sono descritte come non molto grandi, ma caratterizzate da schemi planimetrici differenziati. Questo dato è importante perché indica una certa varietà nella progettazione degli ipogei. Le differenze possono dipendere dalla conformazione dell’affioramento roccioso, dalla funzione degli ambienti, da fasi successive di intervento o da pratiche rituali non identiche.

La planimetria, da sola, non permette di ricostruire l’intero significato della necropoli. Per formulare interpretazioni più solide sarebbero necessari rilievi archeologici completi, analisi delle superfici, dati stratigrafici e informazioni sui materiali rinvenuti.

Ossidiana, selce e attività produttive

Uno degli elementi di interesse segnalati per Fossada riguarda le raccolte di superficie. Nell’area sono stati riferiti numerosi manufatti e scarti di lavorazione in ossidiana e selce. La concentrazione dei reperti è stata collegata alla possibile presenza di officine litiche.

Il dato suggerisce che la frequentazione della zona non fosse limitata alla funzione funeraria. Le comunità preistoriche potevano svolgere attività tecniche nelle vicinanze delle tombe, oppure utilizzare un’area più ampia comprendente spazi produttivi e percorsi di collegamento.

Il termine “officina” deve essere usato con prudenza. Per dimostrare una produzione organizzata servirebbero la distribuzione spaziale dei reperti, l’analisi tecnologica dei manufatti, il confronto con altri siti e, soprattutto, un contesto stratigrafico controllato. Le raccolte di superficie offrono un’indicazione utile, ma non sostituiscono lo scavo scientifico.

Le domus de janas nella cultura sarda

L’espressione domus de janas significa “case delle fate”. Il nome appartiene alla tradizione popolare sarda, che interpretò le piccole aperture nella roccia come dimore di esseri fantastici. L’archeologia identifica invece queste strutture come tombe preistoriche, spesso destinate a deposizioni collettive.

La scelta di scavare la roccia trasformava il pendio in uno spazio funerario durevole. L’ipogeo separava il mondo dei morti da quello dei vivi, ma restava collegato alla comunità attraverso l’ingresso e le eventuali riaperture. In molte necropoli sarde sono documentati riusi, modifiche e ampliamenti delle tombe.

Per Fossada non è corretto attribuire decorazioni o simboli specifici senza una documentazione archeologica puntuale. Nel repertorio regionale compaiono corna bovine, spirali, false porte, motivi geometrici e dettagli architettonici scolpiti. Questi elementi sono stati interpretati in modi diversi, ma nessuna lettura generale può essere trasferita automaticamente a ogni ipogeo.

Ricerca, rilievo e conservazione

Fossada potrebbe essere studiata con strumenti oggi utilizzati anche nella documentazione speleologica e archeologica. Fotogrammetria, laser scanner, rilievo tridimensionale e sistemi GIS permetterebbero di registrare geometrie, superfici, accessi e rapporti con il paesaggio.

Il rilievo digitale non sostituisce la ricerca archeologica sul campo. Può però creare una base documentaria utile per il monitoraggio, la comparazione tra gli ipogei e la progettazione di interventi compatibili con la tutela. Ogni attività deve essere autorizzata e coordinata dagli enti competenti.

Le tombe ipogeiche sono esposte a infiltrazioni, ruscellamento, crescita delle radici, distacco di frammenti, accumulo di sedimenti e variazioni microclimatiche. Anche i graffiti, il contatto con le pareti e la raccolta di reperti rappresentano fattori di rischio.

Una visita rispettosa del sito

La fruizione della necropoli dovrebbe avvenire lungo percorsi autorizzati e senza modificare lo stato dei luoghi. Non bisogna toccare le superfici, spostare pietre, raccogliere ossidiana, selce o frammenti ceramici. È inoltre necessario evitare gessi, sostanze coloranti e strumenti che possano danneggiare incisioni o pareti.

Un progetto di valorizzazione può unire pannelli essenziali, accompagnamento qualificato, documentazione fotografica controllata e monitoraggio periodico. L’uso di modelli 3D e visite digitali può contribuire a ridurre la pressione sulle tombe più vulnerabili.

Un patrimonio da documentare

Le Domus de Janas di Fossada rappresentano un bene archeologico di interesse per almeno quattro ragioni: documentano la presenza neolitica nel territorio di Escalaplano, mostrano una varietà di soluzioni planimetriche, sono associate a una significativa presenza di industria litica e fanno parte di un paesaggio archeologico più ampio.

La ricerca disponibile invita a mantenere distinti i dati accertati dalle ipotesi. Il numero più ricorrente nelle fonti territoriali è quello di sette tombe. Restano da verificare, con una scheda archeologica aggiornata, lo stato di conservazione dei singoli ipogei, la denominazione ufficiale del complesso, le coordinate, la natura delle attività litiche e le modalità di accesso.

La conoscenza di Fossada passa quindi dalla divulgazione, ma anche dalla documentazione scientifica. Raccontare le domus de janas significa collegare archeologia, paesaggio e memoria locale senza trasformare le tombe in semplici attrazioni. La tutela deve rimanere parte centrale di ogni progetto di visita e valorizzazione.

Fonti

Domus de Janas

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  • Han-sur-Lesse e la fantômisation: il modello di Yves Quinif per leggere la nascita delle grotte
    Condividi Il sistema carsico belga come laboratorio geologico Il sistema carsico di Han-sur-Lesse, nelle Ardenne belghe, offre un esempio importante per comprendere come si formano le grotte e come il sottosuolo conservi le tracce dei cambiamenti ambientali. A guidare questa lettura è Yves Quinif, geologo e karstologo, professore emerito dell’Università di Mons e presidente del Geopark Famenne-Ardenne. La sua attività di ricerca si è concentrata sulla genesi delle cavità, sui depositi sotterr
     

Han-sur-Lesse e la fantômisation: il modello di Yves Quinif per leggere la nascita delle grotte

September 15th 2026 at 11:00

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Il sistema carsico belga come laboratorio geologico

Il sistema carsico di Han-sur-Lesse, nelle Ardenne belghe, offre un esempio importante per comprendere come si formano le grotte e come il sottosuolo conservi le tracce dei cambiamenti ambientali. A guidare questa lettura è Yves Quinif, geologo e karstologo, professore emerito dell’Università di Mons e presidente del Geopark Famenne-Ardenne. La sua attività di ricerca si è concentrata sulla genesi delle cavità, sui depositi sotterranei e sui rapporti tra tettonica, idrologia ed evoluzione del paesaggio. [web:29][web:25]

Quinif ha fondato il CERAK, Centro di studi e ricerche applicate al carsismo, e nel 2010 ha sistematizzato il modello della fantômisation nel volume Fantômes de roche et fantômisation. Il paradigma propone di affiancare alla spiegazione classica, basata sulla dissoluzione e sull’erosione progressiva, una sequenza di processi distinta in due fasi. [web:21][web:2]

Fantômisation e ghost rock: la formazione in due fasi

La fantômisation, o ghost-rock karstification, inizia quando l’acqua penetra nel calcare lungo fratture, giunti di stratificazione e faglie. La dissoluzione non asporta subito tutto il volume della roccia. I minerali più solubili passano in soluzione, mentre restano in posto particelle meno solubili e insolubili. Si forma così un’alterite residua, porosa e meccanicamente fragile, che conserva per un certo periodo il volume e la forma della roccia originaria. È il “fantasma di roccia”. [web:7][web:10]

Questa prima fase procede con un’energia idraulica ridotta. L’acqua altera la roccia, ma non dispone della forza necessaria per allontanare il residuo solido. Il massiccio appare ancora compatto, anche se la sua struttura interna è già indebolita.

La seconda fase si attiva quando cambiano le condizioni geomorfologiche. Il sollevamento dell’Ardenne e l’incisione delle valli modificano il livello di base e aumentano il potenziale idrodinamico. L’acqua acquisisce energia cinetica. Può quindi erodere e trasportare l’alterite, svuotando i volumi già predisposti. La grotta penetrabile nasce in questa fase, attraverso l’evacuazione meccanica del materiale residuo. [file:1][web:8]

Nel caso di Han-sur-Lesse, gli studi strutturali indicano anche una relazione tra le direzioni delle fratture e le diverse fasi tettoniche. Una prima organizzazione, attribuita al Mesozoico, segue direzioni comprese in generale tra N50°E e N65°E. Una fase cenozoica, associata alla surrezione dell’Ardenne e allo sviluppo del potenziale idraulico, avrebbe favorito direzioni tra N140°E e N150°E. [web:20]

La Lesse e il sistema perdita-risorgenza

La Lesse costituisce l’elemento idrologico centrale del sistema. Il fiume entra nel sottosuolo presso il Gouffre de Belvaux e percorre una rete di gallerie prima di riemergere nella zona di Han. Le perdite della Lesse non sono state sempre uguali. Il loro funzionamento varia in base alla portata e alle condizioni di piena. Il sistema attuale è quindi il risultato di una lunga evoluzione, nella quale l’idrologia superficiale e quella sotterranea si sono condizionate reciprocamente. [file:1][web:8]

Il Gouffre de Belvaux permette di osservare il passaggio tra paesaggio esterno e rete sotterranea. La perdita non rappresenta soltanto un punto geografico. È anche la chiave per comprendere il ruolo dell’acqua nella seconda fase della fantômisation, quando l’alterite viene mobilizzata e allontanata.

Sedimenti e speleotemi come archivi del Quaternario

Le grotte di Han conservano sedimenti detritici, come sabbie, argille, limi, ghiaie e blocchi di crollo. Sono presenti anche depositi chimici, tra cui stalattiti, stalagmiti e pavimenti stalagmitici. La successione di questi materiali registra le variazioni del clima, della portata fluviale, dell’erosione e della stabilità tettonica. [web:23]

I sedimenti detritici possono essere trasportati dalla Lesse oppure derivare dal collasso delle pareti e dalla componente insolubile del calcare. Le concrezioni crescono quando l’acqua deposita carbonato di calcio in condizioni favorevoli. Le loro stratificazioni possono essere datate con il radiocarbonio e con le serie dell’uranio, in particolare attraverso il disequilibrio U/Th. Questi metodi consentono di collegare i depositi a età espresse in anni BP e di costruire sequenze del Quaternario continentale. [web:23][web:18]

Nella Galerie des Verviétois, una sequenza del Pleistocene medio e superiore comprende depositi detritici sormontati da pavimenti stalagmitici. Le concrezioni spezzate o dislocate possono indicare movimenti del terreno. La grotta diventa così anche un registratore di eventi sismotettonici, purché le osservazioni siano integrate con datazioni e analisi strutturali. [web:2][web:8]

La Galerie des Petites Fontaines documenta invece l’evoluzione idrologica più recente. La morfologia e i riempimenti indicano che, durante il Tardiglaciale, la Lesse occupava il settore aval della grotta come una distesa d’acqua stagnante. Nell’Olocene si osserva una ripresa dell’erosione e l’incisione dei depositi. Questo passaggio collega la storia della cavità alle trasformazioni della valle esterna. [web:8]

Il programma del 20 settembre

L’attività del CNB Famenne-Ardenne dedicata alla conoscenza del carsismo prevede un itinerario centrato sul sistema di Han-sur-Lesse. L’appuntamento risulta indicato nell’agenda del gruppo per il 20 settembre. [web:27]

La Coupe des Petites Fontaines, presso l’uscita delle grotte di Han, consente di osservare una sezione nei sedimenti. Alternanze di depositi detritici e concrezioni mostrano come si ricostruiscono le fasi di riempimento, erosione e cambiamento del regime idrologico.

Il trasferimento verso il Gouffre de Belvaux porta al punto in cui la Lesse scompare nel sottosuolo. La visita scientifica al Trou du Salpêtre completa il percorso. Questa galleria conserva elementi utili per discutere i rapporti tra antichi passaggi d’acqua, depositi del Pleistocene e sviluppo dei pavimenti stalagmitici.

Perché il modello di Quinif è rilevante

La fantômisation modifica il modo di interpretare la nascita di molti sistemi carsici. La grotta non viene considerata soltanto come il risultato di una dissoluzione che amplia lentamente un vuoto. Prima della cavità può esistere un volume alterato, ancora pieno di materiale, che prepara la geometria futura della rete. L’erosione meccanica interviene dopo, quando l’evoluzione tettonica e fluviale fornisce all’acqua l’energia necessaria.

Il modello aiuta a spiegare la presenza di grandi sale, gallerie non uniformemente calibrate e collegamenti sotterranei che non seguono sempre una semplice struttura ad albero. A Han-sur-Lesse, la presenza di residui riconducibili a fantôme de roche in diversi settori della grotta sostiene l’applicazione del paradigma al sistema. [web:8]

Il valore scientifico del sito deriva anche dalla possibilità di collegare forme, sedimenti, concrezioni e idrologia. La grotta conserva una storia che attraversa centinaia di migliaia, e in alcuni casi milioni di anni. La ricerca speleologica permette di leggerla senza separare geologia, geomorfologia, clima e tettonica.

Fonti

Belgio

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  • Grotta del Romito, l’uro inciso racconta la memoria rituale del Paleolitico calabrese
    Condividi L’arte rupestre e le sepolture della Grotta del Romito restituiscono il quadro di una comunità epigravettiana attiva nel territorio di Papasidero. Le nuove analisi su Romito 9 precisano cronologia, sesso e pratiche funerarie del sito. Un sito chiave nel Paleolitico superiore La Grotta del Romito si trova in località Nuppolara, nel territorio di Papasidero, in provincia di Cosenza, sul versante settentrionale della Calabria. Il complesso comprende una cavità e un riparo roccioso i
     

Grotta del Romito, l’uro inciso racconta la memoria rituale del Paleolitico calabrese

September 15th 2026 at 10:00

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L’arte rupestre e le sepolture della Grotta del Romito restituiscono il quadro di una comunità epigravettiana attiva nel territorio di Papasidero. Le nuove analisi su Romito 9 precisano cronologia, sesso e pratiche funerarie del sito.

Un sito chiave nel Paleolitico superiore

La Grotta del Romito si trova in località Nuppolara, nel territorio di Papasidero, in provincia di Cosenza, sul versante settentrionale della Calabria. Il complesso comprende una cavità e un riparo roccioso inseriti nel paesaggio del Pollino, a poca distanza dalla valle del Lao. La sequenza archeologica documenta una frequentazione prolungata, dal Gravettiano all’Epigravettiano, con presenze successive nel Mesolitico e nel Neolitico.

Il deposito archeologico raggiunge diversi metri di spessore. Le ricerche avviate negli anni Sessanta da Paolo Graziosi hanno portato alla luce sepolture, strumenti litici, resti faunistici e testimonianze artistiche. Dal 2000 le indagini sono proseguite con il coinvolgimento dell’Università di Firenze, del Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria e della Soprintendenza competente.

La Grotta del Romito è considerata un sito di riferimento per lo studio delle comunità di cacciatori-raccoglitori dell’Italia meridionale. La sua importanza deriva dall’associazione tra spazi abitativi, aree funerarie e superfici decorate. L’analisi integrata degli ambienti permette di valutare i rapporti tra attività quotidiane e pratiche rituali.

L’incisione dell’uro sulla grande superficie calcarea

L’immagine più nota della Grotta del Romito è l’incisione di un uro, il grande bovide selvatico identificato con la specie Bos primigenius. La figura è tracciata su un masso calcareo collocato tra il riparo e l’ingresso della cavità. Il masso misura circa 230 centimetri ed è inclinato di circa 45 gradi. L’uro inciso raggiunge una lunghezza di circa 120 centimetri.

Il disegno presenta un tratto profondo e regolare. La testa, il dorso, il ventre e gli arti sono restituiti con attenzione alle proporzioni. L’animale appare fermo, privo di una scena narrativa esplicita. Proprio questa scelta accentua la presenza visiva del bovide e il rapporto tra l’immagine, la roccia e lo spazio di passaggio davanti alla grotta.

Paolo Graziosi descrisse l’opera come una delle più significative espressioni del naturalismo preistorico mediterraneo. Il confronto con l’arte franco-cantabrica riguarda soprattutto la precisione anatomica e la capacità di rendere il corpo animale. L’incisione del Romito mantiene però caratteristiche proprie, legate alla tradizione artistica dell’Italia meridionale.

La datazione tradizionale colloca l’uro inciso tra 14.000 e 12.000 anni BP, nel corso dell’Epigravettiano finale. Le cronologie del sito sono articolate e dipendono dai diversi livelli archeologici e dai metodi di datazione. Per questo il riferimento all’opera deve essere mantenuto distinto dalle date più antiche attribuite a Romito 9.

Nove sepolture e pratiche funerarie

Nel complesso della Grotta del Romito sono state riconosciute nove sepolture paleolitiche. Durante gli scavi degli anni Sessanta furono individuati Romito 1 e 2, deposti insieme nel riparo, Romito 3 e 4, collocati singolarmente nella grotta, e Romito 5 e 6, anch’essi deposti in una sepoltura doppia nel riparo.

Le campagne successive hanno aggiunto Romito 7, Romito 8 e Romito 9. Gli individui da Romito 1 a Romito 8 appartengono soprattutto all’Epigravettiano finale e sono datati, secondo la documentazione del sito, tra circa 12.200 e 10.800 anni BP. Il quadro mostra persone adulte e subadulte, uomini e donne, deposte secondo modalità non identiche.

Le sepolture più recenti seguono un modello relativamente sobrio. Il corpo veniva collocato in una fossa, con un corredo limitato o non evidente. Questa modalità è coerente con una trasformazione delle pratiche funerarie nella parte finale del Paleolitico superiore e nel Mesolitico.

Il sito conserva anche informazioni sulla dimensione sociale della comunità. Romito 2 presenta caratteristiche compatibili con una forma di nanismo. Romito 8 mostra invece gli effetti di traumi gravi e di una sopravvivenza prolungata. L’usura dentale e le condizioni dello scheletro indicano che l’individuo visse abbastanza a lungo dopo le lesioni. Questi dati sono stati interpretati come possibili segnali di assistenza e cura da parte del gruppo.

Romito 9: una revisione scientifica

Le ricerche più recenti hanno precisato il quadro relativo a Romito 9, la sepoltura più antica individuata nel sito. Uno studio pubblicato su Quaternary International descrive un individuo di circa 11-12 anni, identificato attraverso l’analisi dei peptidi dell’amelogenina come femmina. La sepoltura è associata a un livello datato a 16.129 ± 100 BP, con una calibrazione compresa tra circa 19.809 e 19.157 anni cal BP.

Il dato aggiorna alcune descrizioni divulgative precedenti, nelle quali Romito 9 era indicato come maschio. Anche il numero delle conchiglie è stato definito con maggiore precisione. L’analisi del corredo ha documentato quasi 1.462 conchiglie marine perforate, 99 canini atrofici di cervo perforati e altri elementi ornamentali.

La giovane fu deposta su uno strato di ocra rossa. La distribuzione dei reperti suggerisce la presenza di una copertura decorata, forse realizzata con pelle, pelliccia o stuoia. I canini di cervo sembrano costituire almeno un bracciale e un ornamento applicato all’avambraccio. La fossa fu danneggiata da interventi successivi, che alterarono la posizione di parte delle ossa e degli oggetti.

Romito 9 occupa una posizione importante nella storia delle pratiche funerarie del Paleolitico superiore. Il suo corredo ricco richiama tradizioni associate al Gravettiano. Le altre sepolture del Romito mostrano invece forme più semplici, riferibili all’Epigravettiano finale. Il sito documenta quindi una trasformazione nel tempo, non un unico modello funerario.

L’uro tra simbolo e identità comunitaria

Il significato dell’uro inciso non può essere stabilito in modo definitivo. La sua collocazione e la qualità dell’esecuzione indicano però che l’immagine occupava una posizione rilevante nello spazio della grotta. Sotto la figura principale sono stati riconosciuti altri segni e abbozzi taurini, interpretati da alcuni studiosi come possibili elementi protettivi.

A questa evidenza si aggiungono resti di uro associati ad alcune sepolture. Nel contesto di Romito 1 e 2 è stato segnalato un corno. A Romito 3 sono state attribuite due punte di zagaglia decorate. L’associazione tra il bovide, i reperti faunistici e le deposizioni ha portato a proporre una possibile valenza totemica dell’animale.

L’ipotesi deve essere formulata con cautela. Il termine “totemico” appartiene a un’interpretazione antropologica e non descrive un fatto direttamente osservabile. I dati archeologici permettono però di discutere il ruolo dell’uro nella memoria collettiva, nella caccia e nelle pratiche simboliche della comunità.

Il bovide rappresentava una risorsa animale concreta e, nello stesso tempo, un soggetto capace di concentrare significati sociali. La Grotta del Romito mostra così come gli spazi abitati potessero diventare luoghi di sepoltura, produzione artistica e costruzione dell’identità.

Ricerca digitale e valorizzazione del sito

Gli studi sulla Grotta del Romito hanno utilizzato anche strumenti GIS, rilievi tridimensionali e laser scanner. Queste tecniche consentono di integrare documentazione cartacea, fotografie storiche, rilievi topografici e dati digitali. L’obiettivo è ricostruire la relazione spaziale tra incisioni, sepolture, depositi e aree di attività.

La modellazione tridimensionale permette di valutare l’aspetto del complesso durante le diverse fasi di frequentazione. Può inoltre aiutare a distinguere gli spazi domestici dagli ambienti con possibile funzione rituale. Nel caso dell’uro inciso, la posizione del masso diventa parte dell’analisi, non un elemento isolato dal resto del sito.

La Grotta del Romito è oggi visitabile attraverso percorsi organizzati e strutture di accoglienza. Il sito dispone di materiali didattici e di un antiquarium. La fruizione pubblica deve accompagnarsi alla conservazione delle superfici incise e dei depositi archeologici, che costituiscono una risorsa non rinnovabile.

La ricerca continua a fornire nuovi dati. Le analisi su Romito 9 mostrano quanto le interpretazioni possano cambiare quando vengono applicati metodi antropologici, stratigrafici e radiometrici aggiornati. Per la speleologia e l’archeologia ipogea, il Romito resta un caso di studio sul rapporto tra cavità, paesaggio, arte e memoria funeraria.

Fonti

Uro Grotta del Romito https://www.facebook.com/share/p/18rgVZvLBg/?mibextid=wwXIfr

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  • Camerota, capitale della preistoria: nuove indagini nelle Grotte della Cala e del Poggio
    Condividi La campagna di scavi nel Cilento riunisce archeologia, paleoantropologia e studio dei cambiamenti ambientali Dal 14 settembre al 3 ottobre 2026 Marina di Camerota ospita una nuova campagna di scavi nelle Grotte della Cala e del Poggio. La ricerca è diretta dall’Università di Siena e coinvolge le Università di Bologna, Genova e Pisa, l’Université Côte d’Azur di Nizza e il CNRS di Nizza. Le attività si svolgono in regime di concessione ministeriale, con la collaborazione della
     

Camerota, capitale della preistoria: nuove indagini nelle Grotte della Cala e del Poggio

September 15th 2026 at 09:00

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La campagna di scavi nel Cilento riunisce archeologia, paleoantropologia e studio dei cambiamenti ambientali

Dal 14 settembre al 3 ottobre 2026 Marina di Camerota ospita una nuova campagna di scavi nelle Grotte della Cala e del Poggio.

La ricerca è diretta dall’Università di Siena e coinvolge le Università di Bologna, Genova e Pisa, l’Université Côte d’Azur di Nizza e il CNRS di Nizza.

Le attività si svolgono in regime di concessione ministeriale, con la collaborazione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Salerno e Avellino e il sostegno del Comune di Camerota. [web:29][web:25]

La campagna interessa due archivi archeologici distinti ma complementari. La Grotta del Poggio conserva livelli del Paleolitico medio riferibili alle frequentazioni neandertaliane. La Grotta della Cala documenta soprattutto il Paleolitico superiore e successive rioccupazioni della cavità. Insieme, i due siti permettono di seguire una lunga storia di presenze umane, cambiamenti climatici e trasformazioni del paesaggio costiero cilentano. [web:27]

Grotte della Cala e del Poggio, due archivi del Paleolitico

Le indagini nelle Grotte della Cala e del Poggio sono iniziate negli anni Sessanta. I depositi sono considerati riferimenti per la ricostruzione cronoculturale del Paleolitico medio e superiore nell’Italia meridionale. La continuità delle ricerche consente di mettere a confronto i dati delle campagne storiche con le tecniche oggi disponibili. [web:27]

La Grotta del Poggio presenta un deposito antropico spesso circa sei metri. I livelli principali sono collocati nello stadio isotopico marino 6, durante una fase glaciale compresa indicativamente tra 200.000 e 140.000 anni fa. In questo contesto sono stati documentati raschiatoi e denticolati su scheggia, talvolta con ritocco scalariforme. [web:27]

La fauna comprende specie oggi assenti dal territorio, tra cui l’elefante a zanne diritte, Palaeoloxodon antiquus, e rinoceronti del genere Stephanorhinus. Questi resti non rappresentano soltanto elementi isolati. Contribuiscono alla ricostruzione delle condizioni ecologiche del Cilento durante il Pleistocene medio.

La Grotta della Cala è invece nota per i livelli del Paleolitico superiore. Le ricerche hanno restituito industrie litiche, resti faunistici, conchiglie marine e ornamenti ricavati da canini atrofici di cervo. Nella camera interna è stata inoltre indagata un’area sepolcrale dell’età del Bronzo, scoperta nel 2018, con resti umani appartenenti a più individui e perle in pasta vitrea e ambra. [web:27]

Lo strato M e il ruolo del cervo rosso

Uno studio recente dedicato allo strato M della Grotta della Cala analizza la fauna associata alla fase antica dell’Epigravettiano. Il livello è datato tra 20.203 e 15.784 anni fa. La ricerca è intitolata “Tracing the Epigravettian in southern Italy. Faunal exploitation in layer M of Grotta della Cala (Cilento, Italy)” ed è associata a Clarissa Dominici, all’Università di Siena e al CNRS CEPAM dell’Université Côte d’Azur. [web:25][web:38]

Nel campione analizzato prevalgono i resti di cervo rosso. Le ossa mostrano tracce di macellazione e fratture compatibili con l’estrazione del midollo. Sono stati inoltre considerati età e sesso degli animali. La presenza di giovani individui e maschi adulti è stata collegata a uccisioni concentrate soprattutto nei mesi invernali.

Questi dati suggeriscono un uso stagionale della cavità. La Grotta della Cala potrebbe essere stata frequentata con maggiore intensità durante la stagione fredda, quando la disponibilità di risorse e il fabbisogno energetico condizionavano gli spostamenti dei gruppi umani. L’interpretazione deve essere costruita insieme ai dati stratigrafici, tafonomici e ambientali.

La composizione faunistica mostra anche una trasformazione nel tempo. Tra circa 16.000 e 15.000 anni fa diminuisce la presenza del cervo, mentre aumentano capriolo e cinghiale. Il cambiamento è coerente con un’evoluzione verso condizioni più calde e umide, nel quadro della transizione climatica che precede e accompagna il Bølling-Allerød. [web:25]

Camerota come area rifugio climatico

La definizione di Camerota come area rifugio indica l’ipotesi che il basso Cilento abbia mantenuto condizioni relativamente favorevoli durante alcune fasi fredde. La posizione costiera, la disponibilità di risorse terrestri e marine e la presenza di ambienti diversificati avrebbero potuto sostenere gruppi umani, fauna e vegetazione.

Il concetto non descrive un territorio immutabile. Un’area rifugio può essere sottoposta a stress climatici e variazioni nella disponibilità delle risorse. La sua importanza dipende dalla capacità di offrire condizioni meno rigide rispetto alle regioni circostanti, oppure di garantire corridoi di spostamento e opportunità alimentari.

Le sequenze delle Grotte della Cala e del Poggio sono utili proprio perché permettono di osservare la relazione tra clima, fauna e frequentazione umana lungo intervalli temporali molto ampi. La ricerca non si limita a stabilire chi abbia abitato le grotte. Cerca anche di comprendere come i gruppi umani abbiano organizzato la caccia, la lavorazione delle carcasse e l’uso dello spazio.

Metodi per ricostruire la vita nelle grotte

Lo scavo contemporaneo non consiste nella semplice raccolta di manufatti. Ogni reperto viene registrato in rapporto alla stratigrafia, al sedimento e agli altri materiali. La posizione permette di valutare se un oggetto sia rimasto nel luogo originario oppure sia stato spostato da crolli, erosione, acqua o attività successive.

La geoarcheologia analizza la formazione dei depositi. Nelle grotte costiere occorre considerare anche dinamiche marine, sedimentazione, concrezionamento e rideposizione. La stratigrafia stabilisce la successione degli eventi e fornisce il quadro necessario per interpretare reperti e campioni.

L’archeozoologia identifica le specie, ricostruisce età e sesso e valuta il numero minimo di individui. La tafonomia studia i processi che modificano i resti dopo la morte: macellazione, combustione, fratture intenzionali, morsi di carnivori, calpestio e alterazioni sedimentarie.

Le datazioni possono integrare radiocarbonio, luminescenza e altri metodi. Ogni risultato deve essere collegato con precisione all’unità stratigrafica. Le date, considerate da sole, non sostituiscono la lettura complessiva della sequenza.

Una ricerca internazionale con ricadute locali

La campagna 2026 riunisce docenti, ricercatori, dottorandi e studenti di più istituzioni. La partecipazione dell’Università di Siena, delle Università di Bologna, Genova e Pisa, dell’Université Côte d’Azur e del CNRS conferma il carattere interdisciplinare del programma. [web:25][web:29]

Gli obiettivi della campagna devono essere distinti dai risultati già pubblicati. Le operazioni potranno ampliare le aree scavate, fornire nuovi dati stratigrafici e recuperare materiali utili per datazioni, analisi ambientali e studi sulla distribuzione spaziale delle attività. Le eventuali scoperte dovranno essere documentate e sottoposte a verifica prima di essere presentate come risultati definitivi.

Accanto allo scavo sono previste attività di divulgazione e laboratori didattici per gli studenti. Le iniziative possono illustrare la lettura di una stratigrafia, il riconoscimento di un manufatto litico, l’analisi delle ossa e il funzionamento delle datazioni. La comunicazione permette così di collegare ricerca, scuola e conoscenza del patrimonio locale.

Tutela del patrimonio ipogeo

Le Grotte della Cala e del Poggio richiedono attenzione non soltanto per i reperti. Il patrimonio comprende sedimenti, superfici, microclima, concrezioni, tracce organiche e distribuzione spaziale. La rimozione o l’alterazione di un deposito può causare la perdita di informazioni anche quando i materiali vengono conservati in laboratorio.

La tutela dovrebbe includere il controllo degli accessi, la protezione dei profili di scavo, il monitoraggio microclimatico e la prevenzione dei rifiuti. Sono utili anche la documentazione digitale, il backup dei dati e il coordinamento tra Comune, Soprintendenza, università e soggetti impegnati nella fruizione.

La formazione speleologica ricorda che gli ambienti carsici sono vulnerabili all’infiltrazione rapida dell’acqua e possiedono una limitata capacità di autodepurazione. Questa caratteristica rende importanti la gestione degli scarichi, la riduzione dell’inquinamento e il controllo del turismo non regolamentato. [file:1]

Le domande ancora aperte

Le nuove indagini potranno contribuire a chiarire la durata e la stagionalità delle occupazioni. Resta da definire con maggiore precisione come venissero organizzate le attività nella Grotta del Poggio e quali differenze emergano rispetto alle frequentazioni sapiens della Cala.

Altre questioni riguardano il rapporto tra livello del mare, erosione costiera e accessibilità delle cavità. Sarà inoltre importante ricostruire i microambienti disponibili durante le fasi glaciali e seguire l’evoluzione della fauna durante la deglaciazione.

La Grotta della Cala pone anche il tema del riuso. Le frequentazioni paleolitiche e l’area sepolcrale dell’età del Bronzo appartengono a momenti diversi, ma mostrano come la cavità sia stata reinterpretata nel tempo. Il sito non è un contenitore immobile. È un archivio formato da sedimentazione, crolli, attività umane e trasformazioni ambientali.

Camerota, capitale della preistoria

La nuova campagna di scavi conferma il ruolo delle Grotte della Cala e del Poggio nella ricerca sulla preistoria del Mediterraneo occidentale. Il Poggio conserva informazioni sui Neanderthal e sugli ambienti del Paleolitico medio. La Cala documenta la presenza di gruppi del Paleolitico superiore, l’economia basata anche sul cervo e un successivo riutilizzo della cavità nell’età del Bronzo.

Il valore dei siti dipende dalla possibilità di collegare cronologia, stratigrafia, fauna, tecnologia, clima e comportamento umano. La ricerca sullo strato M mostra come una serie di ossa frammentate possa fornire indicazioni sulla caccia, sulla stagione di frequentazione e sui cambiamenti ambientali.

Definire Camerota capitale della preistoria è una formula giornalistica efficace se accompagnata da dati verificabili. La solidità della notizia risiede nella durata delle ricerche, nella collaborazione scientifica e nella conservazione dei contesti. La campagna 2026 aggiunge un nuovo capitolo a questa documentazione, senza anticipare risultati che potranno essere valutati solo dopo lo scavo e lo studio dei materiali.

Fonti

Camerota

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  • Grotta Romanelli oltre la preistoria: tre sepolture medievali riaprono la storia della cavità
    Condividi Radiocarbonio e speleologia raccontano un nuovo capitolo del sito di Castro La datazione diretta di tre resti scheletrici conservati presso il Museo di Antropologia dell’Università Federico II di Napoli colloca in epoca medievale un adulto e due bambini rinvenuti a Grotta Romanelli, sulla costa di Castro, in provincia di Lecce. Le analisi, condotte dal CEDAD dell’Università del Salento con la spettrometria di massa con acceleratore, indicano tre intervalli calibrati: 1302-1411 d.C.
     

Grotta Romanelli oltre la preistoria: tre sepolture medievali riaprono la storia della cavità

September 15th 2026 at 08:00

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Radiocarbonio e speleologia raccontano un nuovo capitolo del sito di Castro

La datazione diretta di tre resti scheletrici conservati presso il Museo di Antropologia dell’Università Federico II di Napoli colloca in epoca medievale un adulto e due bambini rinvenuti a Grotta Romanelli, sulla costa di Castro, in provincia di Lecce. Le analisi, condotte dal CEDAD dell’Università del Salento con la spettrometria di massa con acceleratore, indicano tre intervalli calibrati: 1302-1411 d.C. per l’adulto, 1423-1455 d.C. per un bambino e 1435-1489 d.C. per il secondo.

Il risultato amplia la storia di Grotta Romanelli, da lungo tempo considerata uno dei principali archivi della preistoria mediterranea. La cavità conserva infatti sedimenti, resti faunistici, industrie litiche, tracce di fuoco e testimonianze di arte parietale e portatile. Le nuove date mostrano che la sequenza delle frequentazioni non si esaurisce con il Paleolitico e con la transizione verso l’Olocene.

Le tre sepolture medievali e il valore della datazione diretta

I resti furono scoperti all’inizio del Novecento e trasferiti a Napoli nel 1914. La loro provenienza storica li aveva separati dal contesto stratigrafico originario. La nuova ricerca dimostra il valore delle collezioni museali, che possono essere riesaminate con metodi aggiornati anche quando la documentazione dello scavo è incompleta.

La novità principale riguarda la datazione diretta dell’osso umano. Il radiocarbonio misura il carbonio-14 residuo nei tessuti dopo la morte. Per i reperti scheletrici, il laboratorio analizza normalmente il collagene, dopo averne verificato la conservazione e l’eventuale presenza di contaminanti.

La spettrometria di massa con acceleratore, indicata con l’acronimo AMS, permette di misurare gli isotopi del carbonio usando quantità ridotte di materiale. Questa caratteristica è importante per reperti antropologici preziosi e non sempre sostituibili. Gli intervalli ottenuti non indicano un singolo anno. Esprimono una finestra temporale calibrata, associata alla probabilità che la morte sia avvenuta in quel periodo.

Grotta Romanelli come palinsesto archeologico

Le ricerche recenti hanno già modificato la cronologia del sito. Uno studio pubblicato nel 2022 su Scientific Reports ha collocato le più antiche frequentazioni umane tra gli stadi isotopici marini MIS 9 e MIS 7, in una fase molto più antica rispetto alla precedente interpretazione basata sull’ultimo interglaciale. La grotta è quindi inserita in una storia ambientale e umana che comprende diversi cicli glaciali e interglaciali. [web:3]

Le tre sepolture medievali aggiungono un episodio successivo. Non sostituiscono il ruolo di Grotta Romanelli nella ricerca sul Paleolitico. Lo completano. La cavità può essere letta come un palinsesto, cioè come un luogo nel quale tracce appartenenti a epoche diverse si sovrappongono, si rimaneggiano o si conservano in modo diseguale.

È utile parlare di successione di frequentazioni, non di presenza umana continua. Tra un episodio e l’altro possono essere trascorsi secoli o millenni. La grotta può essere stata conosciuta senza essere frequentata con regolarità. Questa distinzione evita di trasformare una sequenza archeologica discontinua in una storia di insediamento permanente.

Perché furono deposti i corpi nella grotta

Le date dimostrano l’appartenenza dei tre individui al Medioevo. Non spiegano, da sole, perché i corpi furono portati nella cavità. Non stabiliscono se le deposizioni siano state contemporanee, se adulto e bambini appartenessero alla stessa famiglia o se Grotta Romanelli fosse utilizzata come luogo funerario ricorrente.

Tra le ipotesi compatibili rientra la scelta di uno spazio riparato e riconoscibile. Una cavità costiera poteva offrire protezione dalle intemperie e un luogo separato dagli abitati. Un’altra possibilità riguarda l’uso da parte di una comunità locale, ma questa interpretazione richiederebbe ulteriori deposizioni medievali, tracce di frequentazione e una ricostruzione spaziale dei reperti.

Non si possono escludere deposizioni legate a circostanze eccezionali, a pratiche non ordinarie o a un significato rituale attribuito allo spazio sotterraneo. Nessuna di queste spiegazioni è dimostrata. La presenza di due bambini non autorizza a parlare di epidemie, stragi o legami familiari senza dati osteologici, paleopatologici e genetici.

Le analisi future tra bioarcheologia e speleologia

Le ossa possono conservare informazioni su malattie, traumi, alimentazione e condizioni di vita. L’esame osteologico potrà verificare fratture, alterazioni articolari, segni di infezione, stress di crescita e patologie dentarie. Nei bambini, denti e ossa possono documentare fasi dello sviluppo, svezzamento e perturbazioni fisiologiche.

Gli isotopi stabili del carbonio e dell’azoto potranno offrire indicazioni sulla dieta. Carbonio, ossigeno e stronzio, se analizzati insieme, possono contribuire allo studio della mobilità e del luogo di crescita. L’analisi del DNA antico potrebbe valutare eventuali rapporti di parentela, se la conservazione dei campioni e le autorizzazioni lo permetteranno.

Sarà importante esaminare anche la tafonomia. Segni di disarticolazione, spostamento, esposizione, rosicchiamento o manipolazione possono aiutare a distinguere deposizioni primarie e secondarie. La ricerca dovrà comprendere un inventario completo dei resti conservati nei musei, il recupero dei vecchi registri e il collegamento tra numeri di catalogo, campagne di scavo e pubblicazioni.

Una ricerca interdisciplinare sul Salento medievale

Il caso di Grotta Romanelli richiede il confronto tra archeologia, antropologia fisica, geologia, sedimentologia, storia e speleologia. Le date collocano le deposizioni tra XIV e XV secolo, in un Salento attraversato da trasformazioni politiche, economiche e demografiche. Questo quadro storico offre un contesto di ricerca, ma non permette di collegare automaticamente le morti a epidemie, conflitti o crisi locali.

Il confronto con altre sepolture medievali della Puglia potrà chiarire se i tre individui fossero compatibili con una popolazione costiera locale o se presentassero segnali di mobilità. Potrà inoltre verificare la presenza di diete con una componente marina significativa, un aspetto rilevante per l’interpretazione delle date radiocarboniche.

Grotta Romanelli si conferma così un sito di lunga durata e di grande complessità. La ricerca non ha ancora stabilito se la cavità fosse un cimitero medievale. Ha però dimostrato che il suo uso non terminò con la preistoria. Le tre sepolture medievali trasformano una collezione storica ambigua in un problema scientifico verificabile e aprono nuove domande sulla relazione tra comunità, paesaggio carsico e spazi sotterranei.

Fonti

  • ANSA, “Il giallo di Grotta Romanelli, i tre corpi risalgono al Medioevo”, 11 settembre 2026.
  • La Repubblica Bari, “La grotta Romanelli frequentata anche nel Medioevo: la rivelazione dall’analisi di tre scheletri”, 11 settembre 2026.
  • Pieruccini et al., “Stratigraphic reassessment of Grotta Romanelli sheds light on Middle-Late Pleistocene palaeoenvironments and human settling in the Mediterranean”, Scientific Reports, 2022.
  • Materiale accademico e documentazione di progetto sulla datazione radiocarbonica, l’antropologia e la storia delle frequentazioni di Grotta Romanelli.

Grotta Romanelli

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  • La ricerca speleologica di superficie con rilievi LiDAR e DTM
    Condividi Risorse, tecniche, applicazioni, risultati e potenziale per la speleologia e il carsismo Un Digital Terrain Model (DTM) derivato da LiDAR aereo rappresenta oggi uno degli strumenti più efficaci per programmare la ricerca speleologica di superficie. Rimuovendo edifici e vegetazione, rende leggibile la microtopografia del terreno e consente di riconoscere, misurare e mettere in priorità indizi geomorfologici anche sotto bosco fitto. Il suo valore è operativo e probabilistico: trasf
     

La ricerca speleologica di superficie con rilievi LiDAR e DTM

September 15th 2026 at 07:00

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Risorse, tecniche, applicazioni, risultati e potenziale per la speleologia e il carsismo

Un Digital Terrain Model (DTM) derivato da LiDAR aereo rappresenta oggi uno degli strumenti più efficaci per programmare la ricerca speleologica di superficie. Rimuovendo edifici e vegetazione, rende leggibile la microtopografia del terreno e consente di riconoscere, misurare e mettere in priorità indizi geomorfologici anche sotto bosco fitto.

Il suo valore è operativo e probabilistico: trasforma la battuta di zona da ricognizione indifferenziata a verifica sul terreno di una rosa motivata di bersagli. Il rilievo a piedi, la lettura geologica e idrogeologica, la consultazione del catasto e la verifica di accessibilità rimangono indispensabili.


Concetti fondamentali: LiDAR, nuvola di punti, DSM e DTM

LiDAR (Light Detection and Ranging) misura distanze tramite impulsi laser e restituisce una nuvola di punti 3D con coordinate planimetriche ed elevazione. Nelle acquisizioni aviotrasportate, e in parte in quelle da drone, più ritorni dello stesso impulso possono fornire informazioni sia sulla chioma sia sul suolo.

Occorre distinguere con rigore i diversi prodotti:

  • Nuvola di punti (LAS/LAZ): misure 3D, classificate o meno; massima flessibilità per controllare classificazione, ritorni e sezioni.
  • DSM (modello digitale di superficie): quota di chiome, edifici e suolo; utile per contesto e ostacoli, poco affidabile sotto vegetazione.
  • DTM/DEM terreno nudo: stima della sola superficie topografica; prodotto decisivo per morfologie carsiche e ingressi potenziali.
  • Hillshade e visualizzazioni derivate: ombreggiature e trasformazioni del DTM; strumenti di interpretazione, non dati indipendenti.

Nell’uso speleologico di superficie è il DTM ground-classified a fare la differenza. Un DSM ottenuto da fotogrammetria UAV può avere ottima risoluzione ma non sostituisce il DTM LiDAR in bosco: la vegetazione può nascondere il terreno o creare false rugosità.

Cosa il DTM può e non può inferire

Il DTM può indicare una forma superficiale coerente con una cavità, un collasso, una frattura o un punto di infiltrazione. Non può stabilire da solo se sotto l’anomalia esista un vuoto, se l’apertura sia penetrabile, occlusa o antropica, né geometria, sviluppo e direzione certa della cavità.

La formulazione corretta in cartografia e in un articolo è dunque: “candidato bersaglio di verifica”, non “nuova grotta individuata dal LiDAR”.


Risorse e dati per la ricerca speleologica con LiDAR e DTM

Dati da acquisire o reperire

  1. DTM LiDAR regionale/provinciale: normalmente la risorsa più conveniente per aree vaste. Controllare anno e stagione del volo, densità dei punti al suolo, passo raster, accuratezza verticale, sistema di riferimento e licenza d’uso.
  2. Nuvola LAS/LAZ, quando disponibile: preferibile al solo raster per verificare anomalie, sezioni, classificazione “ground”, densità locale e lacune sotto chioma.
  3. Ortofoto storiche e attuali: servono a distinguere depressioni naturali da piste forestali, trincee, piazzole, cave, crateri, opere idrauliche e dissesti.
  4. Geologia strutturale e litologica: carte geologiche, faglie, immersione degli strati, contatti calcare–impermeabile, coperture detritiche.
  5. Idrologia carsica: impluvi, bacini chiusi, corsi perdenti, sorgenti, colorazioni, piezometria e quote di base locale.
  6. Catasti, bibliografia, archivi e toponomastica: necessari per evitare la “riscoperta” di cavità note e per interpretare indizi storici.
  7. DTM da UAV LiDAR: indicato per zone bersaglio, pareti, imbocchi e aree molto boscate o dove il dato regionale è insufficiente. Richiede autorizzazioni di volo, punti di controllo/GNSS e competenza di elaborazione.

Specifiche pratiche

Non esiste una risoluzione universalmente “sufficiente”. Dipende dalle dimensioni della forma, dal bosco, dalla pendenza, dal suolo e dall’obiettivo. Per doline e morfologie diffuse, DTMs a 1–2,5 m possono essere molto efficaci; per piccoli pozzi, fessure, ingressi in parete o manufatti, diventa preziosa una nuvola densa e l’ispezione diretta del point cloud.

Risoluzione raster nominale e qualità reale non coincidono: un pixel piccolo interpolato da pochi punti ground può produrre dettagli apparenti ma non affidabili. Nei dati comparati sull’Aggtelek Karst, un DTM prodotto da punti ground a bassa densità e raccolti in stagione vegetativa ha richiesto una griglia di 2,5 m; nell’area slovacca, dati più densi hanno permesso un DTM a 1 m.

La lezione operativa è controllare la densità dei punti classificati a terreno, non soltanto il valore dichiarato della griglia.

Software e ambiente di lavoro

  • QGIS: gestione raster e vettoriale, hillshade, slope/aspect/curvature, strumenti GRASS e SAGA, georeferenziazione, layout.
  • GRASS GIS: particolarmente utile per analisi idrologiche e geomorfometriche (r.fill.dir, r.watershed, r.geomorphon, map algebra).
  • SAGA GIS / WhiteboxTools: ottimi per multi-hillshade, openness, sky-view factor, relative elevation e depression analysis.
  • CloudCompare: lettura e sezioni delle nuvole di punti, controllo di anomalie e confronto di scansioni.
  • PDAL e LAStools: filtraggio, classificazione, conversione e pipeline riproducibili per LAS/LAZ.
  • ArcGIS Pro: validissima alternativa proprietaria, in particolare per hydrology tools, depression analysis e geodatabase.

Una buona pratica è conservare in un progetto riproducibile sia il DTM originale sia i raster derivati, più un registro di parametri: CRS, passo, algoritmi, kernel, soglie, data del dato e versione software.


Tecniche di lettura e analisi del DTM per la speleologia

Preparazione e controllo qualità

  1. Definire area di interesse e sistema di coordinate metrico.
  2. Esaminare metadati, omogeneità di copertura, ombre LiDAR, bordi di tile e possibili disallineamenti verticali.
  3. Confrontare DTM, hillshade e ortofoto in punti noti.
  4. Se si dispone della nuvola, controllare sezioni trasversali e longitudinali sugli obiettivi selezionati.
  5. Non applicare filtri o riempimenti irreversibili al raster originale: lavorare sempre su copie derivate.

Visualizzazione: una sola ombreggiatura non basta

L’hillshade tradizionale dipende da azimut e altezza della sorgente luminosa: una dolina allungata o una scarpata può essere quasi invisibile con una luce e molto evidente con un’altra. È perciò raccomandata una lettura comparata con multi-hillshade da almeno 8 direzioni, Local Relief Model (LRM), slope, curvatura di profilo e planimetrica, openness positiva e negativa o sky-view factor, terrain position index (TPI) e deviazione standard della quota, color relief a classi strette, sezioni e profili.

Il LRM è particolarmente adatto alla prospezione di ingressi e microforme perché separa, per una scala scelta, la morfologia locale dalla pendenza generale del versante. La dimensione del kernel va sperimentata: un kernel troppo piccolo enfatizza rumore e microirregolarità; uno troppo grande può cancellare l’oggetto o inglobarlo nel trend del versante.

Estrarre depressioni e doline

La procedura GIS più diffusa parte dal confronto fra DTM e una versione “riempita” delle depressioni:

  1. smussare prudentemente gli errori minuti del DTM;
  2. riempire soltanto i sink sotto una soglia verticale definita;
  3. calcolare direzioni/accumuli di flusso sul DTM condizionato;
  4. identificare sink residui e relativi bacini;
  5. riempire ogni depressione fino al punto più basso del suo orlo;
  6. sottrarre DTM originale (o prefiltrato) al DTM riempito;
  7. trasformare le celle a profondità positiva in poligoni;
  8. eliminare oggetti improbabili e calcolare attributi.

La scelta della soglia di profondità è critica. Nel caso dell’Aggtelek Karst, una soglia di 0,5 m fu ottimale per quel DTM LiDAR e 1 m per il DTM da curve interpolate; non è un parametro trasferibile automaticamente ad altre aree. Abbassare la soglia aumenta sensibilità ma anche falsi positivi; alzarla riduce il rumore ma perde forme reali poco profonde.

Per ciascun poligono candidabile registrare almeno: area, perimetro, profondità massima/media, volume, diametro equivalente, rapporto profondità/diametro, circolarità, elongazione, orientazione dell’asse maggiore, pendenza media/massima, quota del fondo e del bordo, distanza da lineamenti, contatti litologici, impluvi, cavitànote e infrastrutture.

La circolarità può essere definita come:

[
C = \frac{4\pi A}{P^2}
]

dove (A) è l’area e (P) il perimetro. Il valore è 1 per un cerchio; diminuisce per forme allungate o dai bordi irregolari. Non è però una “firma genetica” autonoma: va letta insieme a struttura, pendenza e terreno.

Il volume di una depressione può essere stimato sommando, cella per cella, la profondità fra superficie di riempimento e DTM: (V = A_{px}\sum h_{px}). Tale misura è utile per confrontare forme e per analisi evolutive, purché²¹ siano dichiarati metodo e soglia di delimitazione.

Cercare accessi, non solo doline

La ricerca di grotte non coincide con l’inventario di depressioni. I candidati d’accesso più interessanti comprendono pozzi e piccole depressioni a pareti ripide, doline di crollo, inghiottitoi e fondi di bacini chiusi, incisioni cieche e punti di perdita di impluvi, aperture al piede di scarpate calcaree, nicchie e tratti di parete interrotti, fasce di fratturazione, trincee tettoniche e allineamenti di doline, contatti fra litologie permeabili e impermeabili, soprattutto con apporti allogenici, anomalie in prossimitಹ di grotte note.

Per ingressi su parete o in versante ripido, il DTM raster può essere insufficiente: conviene passare alla nuvola di punti, usare modelli locali, profili serrati e un rilevamento terrestre/UAV mirato. I lavori su Belize mostrano che il Local Relief Modeling può indirizzare anche verso ingressi in falesia, fessure e pozzi, non soltanto verso sinkholes.


Workflow speleologico consigliato con LiDAR e DTM

Fase A — Modello concettuale prima del GIS

Delimitare il settore carsificabile; mappare calcari/dolomie, coperture, faglie, stratificazione, valli secche, bacini chiusi, drenaggi allogenici, sorgenti e cavitಹ note. Il LiDAR deve verificare e affinare ipotesi geologiche, non rimpiazzarle.

Fase B — Analisi desktop multiscala

  • Scala regionale: densitಹ e allineamenti di doline, reticoli relitti, rapporti tra morfologia e litologia/struttura.
  • Scala di versante: LRM, multi-hillshade, curvatura, impluvi e anomalie negative.
  • Scala di bersaglio: profili, sezioni della nuvola, ortofoto storiche, catastali e confronto con sentieristica/opere umane.

Attribuire a ogni anomalia un identificativo e un punteggio, ad esempio da 0 a 3, per: morfologia, coerenza litologica, coerenza strutturale, indizio idrologico, distanza da antropizzazione e qualità del dato. Il punteggio non “scopre” grotte: rende trasparente la priorità di verifica.

Fase C — Lista di verifica e uscita sul terreno

Per ogni target preparare waypoint, estratto cartografico, immagini derivate, coordinate, profilo e motivazione. In campo: verificare natura della forma e accessibilità; cercare tracce di assorbimento, aria, umidità, detrito recente, ghiaccio/neve persistente, fauna e materiali antropici; rilevare con GNSS/telefono la posizione reale e fotografare da punti orientati; classificare l’esito: cavitಹ/accesso, morfologia carsica senza accesso, forma antropica, dissesto, artefatto, non verificabile; annotare le ragioni di ogni falso positivo: esse migliorano il modello della successiva campagna.

Fase D — Validazione e retroazione

Confrontare candidati e riscontri, calcolare almeno precisione della lista (veri bersagli / candidati visitati) e tasso di copertura delle forme note nell’area. Tarare soglie e pesi sul proprio contesto geologico. Solo dopo una validazione locale ha senso applicare classificazioni automatiche o machine learning su aree più vaste.


Applicazioni e risultati documentati del LiDAR e DTM nella speleologia

Ambito Cosa consente il LiDAR/DTM Evidenza e lezione Morfometria delle doline Delimitazione, area, profondità, volume, forma e densità. Nell’Aggtelek–Slovak Karst il database LiDAR ha individuato il 25% di doline in più rispetto alle carte topografiche; la densitಹ è trascurabile sui terreni con pendenza generale oltre circa 12%. Estrazione semi-automatica Inventario coerente di depressioni su aree vaste L’algoritmo fill–flow direction–sink–watershed–difference richiede filtri e soglie calibrati; la soglia errata produce falsi positivi o falsi negativi. Ricerca di ingressi Prioritizzazione di sinkholes, pozzi, fessure e rotture di versante In Belize, il LRM ha permesso di individuare candidati anche per ingressi non associati a doline; la verifica pedestre completa resta più accurata, ma il LiDAR è più efficiente rispetto a tempo e risorse. Idrogeologia e tutela Individuazione dei punti di ricarica e delle connessioni superficie–ipogeo Doline e inghiottitoi aiutano a definire zone vulnerabili; mappatura e classificazione supportano pianificazione, protezione delle aree di ricarica e scelta dei punti per test con traccianti. Archeologia degli ipogei Individuazione di aperture, cave, strutture sepolte e contesto morfologico Un DTM LiDAR ad alta risoluzione permette di scandagliare rapidamente aree boscate e cercare accessi a ipogei; è particolarmente utile come strumento di prospezione non invasiva. Sicurezza e georischi Inventario di collassi, subsidenza, scarpate e aree a criticità. È un supporto alla prevenzione, ma non sostituisce indagini geotecniche o geofisiche; le anomalie individuate richiedono verifica.

Un risultato metodologico importante

La maggiore quantità di forme estratte non equivale automaticamente a maggiore verità. Nel confronto moderno Aggtelek–Slovacchia, il LiDAR ha aumentato del 25% il conteggio delle doline rispetto alla topografia, ma una parte della differenza dipende da risoluzione, definizione del bordo e capacità di vedere forme piccole. I dataset devono quindi essere confrontati solo dopo aver armonizzato definizioni, soglie e unità territoriali.


Limiti, errori e precauzioni nell’uso del LiDAR e DTM per la speleologia

Falsi positivi frequenti

  • piste forestali, fossi, cunette e drenaggi artificiali;
  • cave, carbonaie, trincee, crateri e manufatti militari;
  • buche da sradicamento, accumuli di massi e microfrane;
  • errori di classificazione ground, lacune sotto vegetazione e artefatti ai bordi delle tile;
  • depressioni non carsiche in fondovalle o su litologie non idonee;
  • bacini temporanei creati da infrastrutture.

Falsi negativi frequenti

  • ingressi troppo piccoli rispetto a pixel e densità dei punti;
  • aperture verticali su parete, con scarsa espressione planimetrica;
  • cavità coperte da blocchi, suolo, colluvio o vegetazione;
  • forme su pendii ripidi, dove interpolazione e filtro ground degradano;
  • ingressi privi di evidente firma morfologica esterna.

Regole operative

  1. Non analizzare mai un solo hillshade.
  2. Non confondere DTM e DSM.
  3. Non trattare il Fill idrologico come verità: nel carsismo le depressioni sono spesso l’oggetto da conservare, non un errore da correggere.
  4. Non usare soglie prese dalla letteratura senza campione di controllo locale.
  5. Non pubblicare coordinate sensibili di cavità vulnerabili senza una valutazione di tutela, proprietà e normativa.
  6. In terreni instabili non avvicinarsi a presunti pozzi o collassi senza valutazione di sicurezza e competenze adeguate.

Potenziale futuro del LiDAR e DTM nella ricerca speleologica

Il potenziale più significativo è l’integrazione, non l’automazione isolata.

  • LiDAR nazionale e regionale più accessibile: amplia le possibilità di screening preventivo, aggiornamento dei catasti e pianificazione delle campagne.
  • UAV LiDAR e SLAM portatile: colmano il passaggio dalla scala di paesaggio a quella di parete, inghiottitoio e ingresso.
  • Analisi multitemporale: confronti fra campagne permettono di seguire crolli, erosione, subsidenza, evoluzione di inghiottitoi e impatti antropici, purché²¹ datum e accuratezze siano compatibili.
  • Machine learning spiegabile: può ordinare migliaia di depressioni per somiglianza a esempi validati, ma richiede campioni locali bilanciati, separazione fra addestramento e validazione e controllo umano; non elimina il ground truth.
  • Modelli integrati superficie–sottosuolo: unire DTM, rilievi di grotta, strutture, tracciamenti e geofisica è la strada per passare dal “dove cercare” a ipotesi più solide su organizzazione e prosecuzione dei sistemi carsici.

Checklist pronta all’uso per la ricerca speleologica con LiDAR e DTM

Prima del lavoro desktop

  • [ ] Recuperati DTM e metadati (anno, risoluzione, accuratezza, CRS, licenza)
  • [ ] Recuperate geologia, idrografia, ortofoto, catasto e bibliografia
  • [ ] Definiti obiettivi: nuovi ingressi, doline, vulnerabilitಹ, archeologia, rischio
  • [ ] Creato geodatabase dei bersagli e degli esiti di verifica

Fonti

  • USGS Scientific Investigations Report 2024-5134: Assessment and validation of depressions in digital elevation models — https://pubs.usgs.gov/publication/sir20245134/full
  • MDPI Remote Sensing 2022, 14(10), 2416: The Impact of Digital Elevation Model Preprocessing and Detection Methods on Karst Depression Mapping in Densely Forested Dinaric Mountains — https://www.mdpi.com/2072-4292/14/10/2416
  • MDPI Remote Sensing 2023, 15(4), 1087: Integration of Remote-Sensing Techniques for the Preventive Conservation of Paleolithic Cave Art in the Karst of the Altamira Cave — https://www.mdpi.com/2072-4292/15/4/1087/pdf
  • PLOS ONE 2015, 10(4): e0122070: Using Lidar Data to Analyse Sinkhole Characteristics — https://journals.plos.org/plosone/article/file?id=10.1371/journal.pone.0122070&type=printable
  • MDPI GeoHazards 2024, 5(2), 24: Applying SLAM-Based LiDAR and UAS Technologies to Evaluate the Rock Slope Stability of the Grotta Paglicci Paleolithic Site (Italy) — https://www.mdpi.com/2624-795X/5/2/24/pdf
  • MDPI Open Geosciences 2023: UAV-based doline mapping in Brazilian karst — https://www.degruyter.com/document/doi/10.1515/geo-2022-0535/html
  • MDPI Sustainability 2021, 13(24), 13526: Control of Laser Scanner Trilateration Networks for Accurate Georeferencing of Caves — https://www.mdpi.com/2071-1050/13/24/13526/pdf
  • Taylor & Francis Geomatics, Natural Hazards and Risk 2026: Research and application of karst cave detection — https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/19475705.2026.2688698
  • ISPRS Archives 2024: Three-dimensional modelling of artificial caves for geomechanical analysis — https://isprs-archives.copernicus.org/articles/XLVIII-2-2024/401/2024/isprs-archives-XLVIII-2-2024-401-2024.pdf
  • Taylor & Francis International Journal of Digital Earth 2019: Efficiency of local minima and GLM techniques in sinkhole extraction — https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/17538947.2018.1501107
  • Hydrology and Earth System Sciences 2016: Geomorphometric analysis of cave ceiling channels mapped with 3-D terrestrial laser scanning — https://www.hydrol-earth-syst-sci.net/20/1827/2016/hess-20-1827-2016.pdf
  • University of South Florida Digital Commons: An evaluation of automated GIS tools for delineating karst sinkholes — https://digitalcommons.usf.edu/kip_talks/26/
  • Wiley Photogrammetric Record 2022: Terrestrial laser scanning for 3D mapping of an alpine ice cave — https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/phor.12437
  • Stephen F. Austin State University ScholarWorks: Sinkhole detection from LiDAR — https://scholarworks.sfasu.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1242&context=etds
  • MDPI Remote Sensing 2024: Integrated high-precision real scene 3D modeling of karst cave landscape — https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11372102/
  • University of South Florida KIP Articles: Doline identification from DEMs — https://digitalcommons.usf.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=4020&context=kip_articles
  • Scintilena 2026: Aria Sotterranea e Vuoti Irraggiungibili — https://www.scintilena.com/aria-sotterranea-e-vuoti-irraggiungibili-il-viaggio-del-vento-nella-montagna-di-santa-croce/01/06/

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  • Duemila Grotte, oggi a Trieste il centenario: un workshop guarda a cento anni di speleologia
    Condividi Alla Sala Luttazzi del Magazzino 26 l’incontro aperto al pubblico dedicato allo storico volume di Bertarelli e Boegan, considerato il primo esempio organico di catalogazione delle grotte Oggi, martedì 15 settembre 2026, Trieste celebra i cento anni di Duemila Grotte, una delle opere fondamentali nella storia della speleologia. A partire dalle ore 17.30, alla Sala Luttazzi del Magazzino 26, si terrà un workshop aperto a tutti dedicato al volume pubblicato nel 1926 da Luigi Vittori
     

Duemila Grotte, oggi a Trieste il centenario: un workshop guarda a cento anni di speleologia

September 15th 2026 at 06:00

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Alla Sala Luttazzi del Magazzino 26 l’incontro aperto al pubblico dedicato allo storico volume di Bertarelli e Boegan, considerato il primo esempio organico di catalogazione delle grotte

Oggi, martedì 15 settembre 2026, Trieste celebra i cento anni di Duemila Grotte, una delle opere fondamentali nella storia della speleologia.

A partire dalle ore 17.30, alla Sala Luttazzi del Magazzino 26, si terrà un workshop aperto a tutti dedicato al volume pubblicato nel 1926 da Luigi Vittorio Bertarelli ed Eugenio Boegan.

Duemila Grotte ha accompagnato generazioni di speleologi ed è considerato il primo esempio di catalogazione organica delle cavità naturali, un’opera che rappresentò per l’epoca un’esperienza pionieristica anche nel panorama internazionale.

Scintilena aveva già approfondito il significato storico del centenario nell’articolo “Duemila Grotte 1926-2026: a Trieste il centenario del grande catasto speleologico”, pubblicato lo scorso 20 agosto.

Un documento per leggere un secolo di speleologia

A cent’anni dalla pubblicazione, il valore di Duemila Grotte non è soltanto storico: il volume costituisce infatti un documento eccezionale per confrontare lo stato della speleologia del primo Novecento con l’evoluzione tecnica, scientifica ed esplorativa sviluppatasi nel corso del secolo successivo.

Rilievi, descrizioni e catalogazione delle cavità restituiscono l’immagine di una speleologia che stava costruendo i propri strumenti e il proprio metodo. Molte delle pratiche oggi considerate fondamentali — esplorare, rilevare, documentare, confrontare e conservare i dati — trovano le proprie radici proprio in quel grande inventario delle cavità naturali del Carso.

Gli strumenti sono cambiati profondamente, ma il principio resta lo stesso: trasformare l’esplorazione in conoscenza condivisa e duratura.

Dal catasto cartaceo alle nuove tecnologie

Ai rilievi eseguiti con gli strumenti dell’epoca si sono oggi affiancati sistemi GNSS, GIS, rilievi digitali, laser scanner, fotogrammetria e banche dati capaci di integrare informazioni topografiche, geologiche, idrologiche e ambientali.

Proprio il confronto tra il 1926 e il 2026 sarà uno degli elementi più interessanti dell’incontro triestino: osservare quanto siano cambiate tecniche, obiettivi e possibilità della speleologia partendo da un’opera che, cento anni fa, tentò per la prima volta di organizzare in modo sistematico la conoscenza del sottosuolo carsico.

La Commissione Grotte Eugenio Boegan

Tra i relatori del workshop saranno presenti numerosi soci della Commissione Grotte Eugenio Boegan, gruppo speleologico della Società Alpina delle Giulie e realtà profondamente legata alla storia dell’esplorazione e dello studio del Carso.

Una presenza particolarmente significativa proprio in occasione del centenario di un’opera che porta il nome di Eugenio Boegan e che continua a rappresentare uno dei riferimenti della speleologia triestina.

L’appuntamento di oggi

Il workshop si terrà oggi, martedì 15 settembre 2026, a partire dalle ore 17.30, presso la Sala Luttazzi del Magazzino 26 di Trieste.

L’incontro è aperto a tutti.

Informazioni sull’incontro di Trieste

  • Evento: Duemila Grotte. 1926-2026. La speleologia cent’anni dopo
  • Data: martedì 15 settembre 2026
  • Luogo: Sala Luttazzi, Magazzino 26, Trieste
  • Apertura al pubblico: ore 17.00
  • Inizio: ore 17.30
  • Iscrizioni: entro le ore 23.59 di lunedì 14 settembre 2026

Fonti

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  • Tutela del patrimonio ipogeo e attività speleologica
    Condividi Criticità e proposte sul nuovo disciplinare del Parco del Cilento La parola a Giampaolo Pinto La tutela delle grotte e della fauna che le abita è un obiettivo condiviso da tutta la comunità speleologica. Proprio per questo il nuovo disciplinare adottato dal Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni ha aperto un confronto sul modo più efficace di coniugare conservazione, ricerca, esplorazione e sicurezza. Il tema coinvolge direttamente le realtà che da decenni opera
     

Tutela del patrimonio ipogeo e attività speleologica

September 15th 2026 at 05:00

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Criticità e proposte sul nuovo disciplinare del Parco del Cilento

La parola a Giampaolo Pinto

La tutela delle grotte e della fauna che le abita è un obiettivo condiviso da tutta la comunità speleologica. Proprio per questo il nuovo disciplinare adottato dal Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni ha aperto un confronto sul modo più efficace di coniugare conservazione, ricerca, esplorazione e sicurezza.

Il tema coinvolge direttamente le realtà che da decenni operano per la conoscenza e la tutela del patrimonio ipogeo – dalla Società Speleologica Italiana (SSI ETS) al Club Alpino Italiano (CAI), attraverso le organizzazioni e i gruppi speleologici, fino alle associazioni e ai ricercatori impegnati sul territorio – chiamate a collaborare con l’Ente Parco per costruire strumenti di gestione realmente efficaci e condivisi.

Cerchio delle fate – foto Giampaolo Pinto

La parola a Giampaolo Pinto!

Tutela del patrimonio ipogeo e attività speleologica

Criticità e proposte sul nuovo disciplinare del Parco del Cilento

Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni ha recentemente approvato un nuovo disciplinare finalizzato a regolamentare l’accesso alle grotte non turistiche (habitat 8310 della Rete Natura 2000) e la tutela dei chirotteri.

Le finalità dell’Ente Parco sono pienamente condivisibili: proteggere ecosistemi fragili, salvaguardare la biodiversità e preservare la fauna ipogea durante le fasi più delicate del suo ciclo biologico. Un’analisi del disciplinare sotto il profilo scientifico, speleologico e dell’efficacia amministrativa evidenzia, tuttavia, alcune criticità che meritano un confronto. Il rischio è che misure nate con una corretta finalità di conservazione finiscano per limitare in modo eccessivamente generalizzato proprio le attività di studio, monitoraggio e conoscenza del mondo sotterraneo svolte da decenni dalla comunità speleologica.

  1. Il principio di precauzione e la necessità di un approccio puntuale

Una prima criticità riguarda l’applicazione generalizzata delle restrizioni temporali.

Il disciplinare prevede la chiusura delle cavità in due finestre temporali:

  • Dal 15 novembre al 15 marzo, per il periodo di letargo invernale.
  • Dal 15 maggio al 15 agosto, per il periodo di riproduzione e svezzamento.

Nel complesso, l’accesso alle grotte risulta quindi precluso per circa sette mesi all’anno. L’aspetto che merita maggiore approfondimento è che le limitazioni vengono applicate non soltanto alle cavità nelle quali sia accertata la presenza di chirotteri, ma, secondo quanto previsto dal disciplinare, anche agli ambienti ipogei censiti o non ancora censiti, in applicazione del principio di precauzione.

Dal punto di vista biologico e speleologico, un’impostazione così estesa presenta alcune criticità:

  • Biologia dei chirotteri. I pipistrelli selezionano i rifugi sulla base di specifiche caratteristiche ambientali e microclimatiche, quali temperatura, umidità, circolazione dell’aria e morfologia degli accessi. Ne consegue che non tutte le cavità presentano necessariamente caratteristiche idonee alla presenza di colonie nelle diverse fasi del ciclo biologico.
  • Attività esplorativa e conoscenza. Limitare preventivamente l’accesso anche a cavità inesplorate o non censite può rendere più difficile proprio l’acquisizione delle informazioni necessarie a verificare l’eventuale presenza di specie o habitat da tutelare. La conoscenza del territorio ipogeo costituisce infatti uno dei presupposti della sua stessa conservazione.

2. Il nodo burocratico: preavviso e valutazioni specialistiche

Per accedere alle cavità nei soli 4 mesi rimasti disponibili il disciplinare impone alle figure accreditate la richiesta di un’autorizzazione preventiva tramite PEC con almeno 2 giorni di anticipo, a volte vincolata all’acquisizione del parere di un tecnico naturalista mediante la redazione della Valutazione di Incidenza Ambientale (VIncA).

Un’impostazione di questo tipo può risultare difficilmente conciliabile con alcune modalità operative della ricerca e della prevenzione sul campo:

  • Condizioni meteorologiche e idrologiche. La speleologia esplorativa e scientifica è fortemente condizionata dalle condizioni meteorologiche e dai livelli idrici. Anche una programmazione effettuata con anticipo può dover essere modificata rapidamente: precipitazioni improvvise possono rendere pericolosa una cavità, mentre particolari condizioni di secca possono creare finestre esplorative di breve durata.
  • Proporzionalità dell’iter. L’applicazione di procedure complesse anche alle attività scientifiche, esplorative o di monitoraggio svolte da associazioni specializzate rischia di determinare un aggravio sia per gli operatori sia per gli uffici del Parco. Potrebbe quindi essere utile distinguere le procedure in funzione della natura, della durata e dell’effettivo impatto delle attività.

3. Sicurezza, addestramento e formazione

Il disciplinare esenta opportunamente dalle limitazioni le attività del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) in caso di intervento di emergenza.

Sotto il profilo della prevenzione, tuttavia, è opportuno considerare che la capacità di operare e soccorrere in ambiente ipogeo deriva da addestramento continuo, esercitazioni sul campo e formazione tecnica. Una forte riduzione delle occasioni di attività sul territorio potrebbe quindi incidere, indirettamente, sulla continuità della formazione e sulla conoscenza operativa delle cavità. Sarebbe utile che il disciplinare tenesse conto anche di questa esigenza, individuando modalità compatibili con gli obiettivi di conservazione.

4. Il ruolo della comunità speleologica nella tutela del territorio

La comunità speleologica, dalla Società Speleologica Italiana e dal Club Alpino Italiano (CAI) alle organizzazioni e ai gruppi speleologici locali, contribuisce storicamente alla conoscenza del patrimonio ipogeo attraverso attività di esplorazione, documentazione, aggiornamento dei catasti, segnalazione di criticità ambientali e collaborazione con la ricerca scientifica.

Una riduzione molto ampia della presenza qualificata sul territorio potrebbe avere anche effetti non intenzionali. Gli speleologi rappresentano infatti un presidio volontario diffuso, capace di osservare e segnalare situazioni di degrado, inquinamento o frequentazione impropria. La tutela potrebbe quindi essere rafforzata non soltanto attraverso limitazioni, ma anche valorizzando forme strutturate di collaborazione tra l’Ente Parco e i soggetti speleologici riconosciuti.

Conclusioni: proposte per una tutela efficace e condivisa

L’efficacia di una politica di conservazione dipende non soltanto dal rigore delle misure adottate, ma anche dalla loro proporzionalità, applicabilità e capacità di produrre risultati concreti.

Per coniugare la tutela dei chirotteri con la ricerca, la conoscenza del territorio e la sicurezza, sarebbe auspicabile avviare un confronto tra l’Ente Parco, le organizzazioni speleologiche e le competenze scientifiche interessate, prendendo in considerazione alcuni possibili strumenti:

  • Catasto dinamico e vincoli puntuali. Rafforzare progressivamente la mappatura delle cavità e, sulla base dei dati disponibili, modulare i periodi di rispetto in relazione alla presenza accertata delle colonie e alle caratteristiche dei singoli siti.
  • Protocolli d’intesa con i soggetti accreditati. Valutare convenzioni o protocolli annuali con i gruppi speleologici riconosciuti, accompagnati da obblighi di rendicontazione, condivisione dei dati e collaborazione nelle attività di monitoraggio.
  • Flessibilità procedurale per le attività esplorative. Prevedere procedure semplificate per le battute di ricerca e per le cavità di nuova scoperta, così da consentire l’acquisizione delle conoscenze necessarie alla successiva definizione delle misure di tutela.

La conservazione del patrimonio naturale richiede collaborazione, competenza e realismo operativo. L’obiettivo comune dovrebbe essere costruire un sistema nel quale tutela e conoscenza non siano percepite come esigenze contrapposte, ma come parti dello stesso processo. La comunità speleologica può offrire al Parco esperienza, presenza sul territorio e dati: trasformare questo patrimonio di competenze in una collaborazione strutturata potrebbe rendere la tutela del mondo ipogeo del Cilento più efficace, condivisa e duratura.

Trasformare il mondo ipogeo del Cilento in una fortezza burocratica inaccessibile non aiuterà i pipistrelli, ma rischia soltanto di spegnere la luce della conoscenza e della ricerca speleologica sul territorio.

foto Giampaolo Pinto

Ringraziamo moltissimo Giampaolo Pinto per questo contributo. Un confronto aperto tra Parco, mondo speleologico, comunità scientifica e le altre realtà coinvolte nella tutela del territorio può essere il passo decisivo per trasformare le criticità in un’occasione di collaborazione e tutela condivisa.

foto Giampaolo Pinto

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  • Stage di speleologia a Varese, tre giorni tra teoria, corde e grotte del Campo dei Fiori
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Stage di speleologia a Varese, tre giorni tra teoria, corde e grotte del Campo dei Fiori

September 14th 2026 at 14:00

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Dal 1° al 4 ottobre 2026 il Gruppo Speleologico Prealpino e il CAI Carnago propongono un percorso per principianti. Il programma comprende una serata teorica, l’addestramento alla palestra di roccia di Arcisate e una prima uscita nel sottosuolo varesino

Stage di speleologia tra Carnago, Arcisate e Campo dei Fiori

Il Gruppo Speleologico Prealpino e la sezione CAI di Carnago organizzano uno stage di speleologia rivolto a chi desidera conoscere il mondo sotterraneo e acquisire le prime competenze per frequentarlo in sicurezza. Il programma si sviluppa in tre appuntamenti tra il 1° e il 4 ottobre 2026.

L’iniziativa propone un avvicinamento graduale. La teoria precede l’addestramento tecnico. L’esperienza in parete prepara poi all’ingresso in grotta. Il percorso permette ai partecipanti di confrontarsi con aspetti diversi della speleologia, dalla lettura del paesaggio carsico alla gestione delle attrezzature.

La quota di partecipazione è fissata in 85 euro. Comprende l’utilizzo dei materiali tecnici e la copertura assicurativa. L’iscrizione è riservata a chi ha compiuto 15 anni. Per i minorenni serve l’autorizzazione dei genitori.

Carsismo e speleogenesi nella serata teorica

Il primo incontro è previsto giovedì 1° ottobre, dalle 21 alle 23.30. La serata affronterà la storia della speleologia, le attrezzature personali e collettive e i materiali utilizzati durante le esplorazioni.

Saranno presentati anche i concetti di carsismo e speleogenesi. Il carsismo descrive l’insieme dei processi attraverso i quali l’acqua modifica le rocce solubili, in particolare i calcari e le dolomie. La speleogenesi riguarda la formazione e l’evoluzione delle cavità naturali.

Il programma comprenderà la lettura delle morfologie carsiche superficiali e sotterranee. Sarà inoltre illustrato il ruolo dei gruppi speleologici nella ricerca, nell’esplorazione e nella documentazione delle grotte. Il materiale didattico di riferimento ricorda che la speleologia non coincide con il semplice ingresso in una cavità. È un’attività che integra osservazione, tecnica, studio e responsabilità ambientale.

Palestra di roccia ad Arcisate e progressione verticale

Sabato 3 ottobre il corso si sposterà alla palestra di roccia di Arcisate. Sotto la supervisione degli istruttori CAI, i partecipanti proveranno imbragatura, corde e dispositivi specifici.

Gli esercizi riguarderanno le principali manovre di salita e discesa. La palestra offre un ambiente controllato per acquisire familiarità con l’altezza e con la progressione verticale. Questa preparazione precede l’ambiente sotterraneo, dove buio, umidità, fango e spazi irregolari rendono più complessa la gestione dei movimenti.

L’addestramento non punta solo all’apprendimento di gesti tecnici. Serve anche a comprendere la necessità di seguire procedure condivise. In grotta la sicurezza dipende dalla preparazione individuale e dalla collaborazione tra i componenti della squadra.

Uscita nelle grotte del Monte Campo dei Fiori

Domenica 4 ottobre è prevista la prima escursione nel sottosuolo del Monte Campo dei Fiori. Gli aspiranti speleologi saranno accompagnati da esperti del Gruppo Speleologico Prealpino.

Il Campo dei Fiori è una delle principali aree carsiche della provincia di Varese. Secondo le informazioni raccolte dalla stampa specializzata, il parco comprende oltre 130 grotte e circa trenta chilometri di gallerie censite. Il territorio include cavità note, come la Grotta Remeron, e sistemi destinati alla ricerca speleologica.

L’uscita consentirà di sperimentare direttamente la progressione in grotta. L’abbigliamento dovrà essere adeguato all’ambiente ipogeo. Le attrezzature tecniche saranno messe a disposizione nell’ambito dello stage.

Gruppo Speleologico Prealpino, storia e attività

Il Gruppo Speleologico Prealpino è stato istituito ad Arcisate il 4 marzo 2002 su iniziativa di Guglielmo Ronaghi. Il sodalizio opera soprattutto in Valceresio, sul Monte Campo dei Fiori e in altre aree carsiche del Varesotto.

Le attività comprendono ricerca, esplorazione e studio delle cavità naturali e delle acque ipogee. Il gruppo organizza corsi, visite guidate, incontri didattici e proiezioni. Collabora inoltre con enti locali e associazioni per il recupero e la valorizzazione di siti sotterranei di interesse storico e culturale, compresi alcuni rifugi antiaerei di Varese.

La divulgazione occupa un ruolo rilevante. Dal 2016 il gruppo produce documentari dedicati alla speleologia e alla tutela degli ambienti ipogei. Tra i lavori figura Luci nel buio – Storia ed esplorazioni della Grotta Remeron, dedicato alla storia delle ricerche nella cavità e agli aspetti idrogeologici ed ecologici dell’ambiente sotterraneo. Il sodalizio ha realizzato anche documentari sull’Orrido di Cunardo, sul Monte Freikofel e sulla miniera dell’Ottava Sfera ai Piani Resinelli.

Le esplorazioni in Valceresio e le recenti attività

Una parte importante dell’attività del Gruppo Speleologico Prealpino riguarda la catena Monarco-Rho-Minisfreddo. In oltre trent’anni di ricerche sono state individuate, esplorate e studiate più di 70 cavità naturali. Alcune raggiungono una profondità di circa 160 metri.

Le ricerche hanno portato anche alla localizzazione di 44 risorgenze carsiche, perenni o temporanee. Per queste sorgenti sono state effettuate misurazioni di portata, monitoraggi, analisi e campionamenti dell’acqua. I dati contribuiscono alla conoscenza dell’idrologia ipogea della Valceresio.

Tra le esplorazioni documentate dal gruppo figura il Pozzo Santo Stefano. Il sito compare tra le attività speleologiche pubblicate dal sodalizio. Un altro sopralluogo ha riguardato una grotta-risorgenza collegata all’acqua utilizzata dal birrificio Poretti di Induno Olona. L’uscita, svolta nel febbraio 2018 con tecnici del birrificio, è stata condotta con attenzione alla sicurezza e alla protezione della risorsa idrica.

Nel 2025 il gruppo ha inoltre partecipato, insieme allo Speleo Club Ribaldone, all’esplorazione della Grotta degli Scogli Neri sulle alture di Giustenice, in Liguria. La cavità, considerata tra le più estese della regione, era stata in passato danneggiata da prelievi illeciti. L’attività si inserisce in un lavoro più ampio di documentazione e tutela.

Nel 2026 il Gruppo Speleologico Prealpino ha contribuito anche alla formazione biospeleologica. Dal 15 al 17 maggio Clivio ha ospitato un corso nazionale dedicato alla biospeleologia e all’ecologia degli ambienti ipogei, organizzato con il Gruppo Grotte CAI Carnago. In estate, nell’ambito del Festival del Benessere in Natura del Parco Campo dei Fiori, le guide del gruppo hanno accompagnato due appuntamenti di “Voci di pietra” all’Orrido di Cunardo.

Acque carsiche e tutela del sottosuolo

Le esplorazioni del Gruppo Speleologico Prealpino hanno anche una ricaduta sullo studio delle acque. In un’area carsica, l’acqua meteorica può penetrare attraverso fratture, inghiottitoi e condotti. Il flusso sotterraneo raggiunge poi sorgenti e risorgenze situate a valle.

La rapidità della circolazione rende gli acquiferi carsici vulnerabili agli inquinanti. Per questo la conoscenza delle grotte può sostenere il monitoraggio delle risorse idriche e l’individuazione dei percorsi sotterranei. La tutela non riguarda solo gli ambienti accessibili agli speleologi. Comprende anche il bacino superficiale che alimenta il sistema.

Il progetto “Le radici dell’acqua” ha affrontato questi temi con studenti di scuole di Besnate e Castellanza. Il percorso ha trattato acque carsiche, carsismo e microplastiche. Gli studenti hanno realizzato un video-racconto sulla provenienza dell’acqua potabile e sui rischi dell’inquinamento.

Informazioni per partecipare allo stage

Per informazioni e iscrizioni allo stage di speleologia è possibile contattare il Gruppo Speleologico Prealpino al numero 331 3721046 oppure all’indirizzo info@speleoprealpino.it. Dopo lo stage, gli interessati potranno valutare la partecipazione alle attività annuali del gruppo e l’ingresso nel sodalizio.

Fonti

Gruppo Speleologico Prealpino

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  • Racconti di Roccia a Genga, la fotografia speleologica entra nel buio delle grotte
    Condividi Andrea Moretti ospite della prima serata dedicata alla speleologia Venerdì 18 settembre 2026, dalle 20 alle 21, La Sosta di Genga San Vittore, nell’area che in precedenza ospitava il bar La Pinta, conosciuto anche come Climber, ospiterà il primo appuntamento speleologico della rassegna “Racconti di Roccia”. La serata è promossa e gestita dai responsabili del locale, Leo e Andrea, e vedrà la partecipazione del Gruppo Speleologico CAI Jesi. L’incontro sarà dedicato a “Fotografare i
     

Racconti di Roccia a Genga, la fotografia speleologica entra nel buio delle grotte

September 14th 2026 at 13:00

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Andrea Moretti ospite della prima serata dedicata alla speleologia

Venerdì 18 settembre 2026, dalle 20 alle 21, La Sosta di Genga San Vittore, nell’area che in precedenza ospitava il bar La Pinta, conosciuto anche come Climber, ospiterà il primo appuntamento speleologico della rassegna “Racconti di Roccia”. La serata è promossa e gestita dai responsabili del locale, Leo e Andrea, e vedrà la partecipazione del Gruppo Speleologico CAI Jesi.

L’incontro sarà dedicato a “Fotografare il Buio”, progetto e tema sviluppato da Andrea Moretti, fotografo e speleologo fiorentino. L’appuntamento è rivolto agli speleologi, agli appassionati di fotografia e a tutte le persone interessate a conoscere il mondo sotterraneo attraverso le immagini.

La comunicazione diffusa dal Gruppo Speleologico CAI Jesi presenta l’iniziativa come una serata aperta, pensata per favorire l’incontro tra la comunità speleologica e il pubblico del territorio. Il programma grafico indica l’orario 20:00-21:00 e la sede di La Sosta, a Genga San Vittore.

Fotografare il Buio, un progetto tra tecnica e percezione

Il progetto “Fotografare il Buio” nasce da una ricerca personale di Andrea Moretti sulla fotografia speleologica. Una prima esposizione è stata realizzata a Costacciaro, in provincia di Perugia, nel novembre 2023, durante il Raduno Speleologico Internazionale. Secondo la presentazione dell’autore, quella mostra ha rappresentato l’avvio di un lavoro ancora in evoluzione.

La fotografia di Moretti parte da una condizione specifica dell’esplorazione sotterranea: la grotta non offre una luce naturale capace di descrivere spontaneamente forme, distanze e volumi. La scena viene rivelata dalle sorgenti luminose portate dagli speleologi. Il fascio di una lampada mostra solo una parte dell’ambiente e cambia con il movimento di chi esplora.

La fotografia permette di fissare questo rapporto tra luce, spazio e presenza umana. Le immagini non restituiscono soltanto concrezioni o grandi sale. Possono mostrare la scala dell’ambiente, la profondità dei pozzi, la continuità dei meandri e il modo in cui il corpo si muove nella cavità.

La pagina dedicata al progetto descrive fotografie realizzate in diverse grotte, tra cui la Grotta del Belagaio, l’Antro del Corchia, la Grotta del Bue Marino, la Grotta Verde e la Cueva de Julia y Simona. Il lavoro comprende anche una componente testuale, sviluppata con Eugenio Griffoni, che accompagna le immagini e propone una riflessione sul significato del buio nell’esperienza speleologica.

La fotografia speleologica come documentazione

Nella speleologia, documentare una grotta significa raccogliere informazioni utili alla conoscenza e alla successiva verifica. Il rilievo topografico descrive lo sviluppo della cavità. Le coordinate individuano l’ingresso. Le osservazioni geologiche, idrologiche e biologiche aggiungono altri elementi. La fotografia integra questi dati con una registrazione visiva immediata.

Una fotografia correttamente associata a una cavità può fornire informazioni sull’ingresso, sulle morfologie interne, sulle concrezioni, sui depositi, sui corsi d’acqua e sui segni dell’impatto umano. Per essere utile, deve essere accompagnata da una didascalia precisa. Sono importanti il nome della grotta, la zona, la data, l’autore e, quando possibile, il punto del rilievo o la posizione dello scatto.

Il materiale didattico di riferimento della Società Speleologica Italiana colloca fotografia e rilievo all’interno del più ampio processo di esplorazione, documentazione e divulgazione. La fotografia non sostituisce il rilievo. Ne costituisce un complemento, perché consente di confrontare nel tempo l’aspetto di un ambiente e di registrare dettagli che possono sfuggire alla descrizione scritta.

Immagini e tutela delle grotte

La fotografia ha un ruolo anche nella tutela delle grotte. Un’immagine può rendere visibile a chi non frequenta gli ambienti ipogei la fragilità di una concrezione, la presenza di fauna cavernicola o l’effetto di rifiuti e manomissioni. La conoscenza pubblica del patrimonio sotterraneo può sostenere attività di monitoraggio, educazione ambientale e conservazione.

La documentazione fotografica è utile anche per confrontare condizioni diverse nel tempo. Una serie di immagini ripetute dalla stessa posizione può evidenziare variazioni del livello dell’acqua, alterazioni delle concrezioni, nuove tracce di frequentazione o cambiamenti nella presenza di organismi. In questo modo la fotografia diventa una forma di archivio ambientale.

La divulgazione deve essere accompagnata da responsabilità. Pubblicare l’immagine di una grotta non significa necessariamente diffondere l’esatta posizione di ogni cavità. Per ambienti vulnerabili o con specie sensibili, le informazioni localizzative devono essere valutate con attenzione. Durante gli scatti occorre evitare il contatto con concrezioni, disturbo della fauna e alterazione dei microhabitat.

L’importanza della fotografia nella tutela dipende quindi dalla qualità del metodo. Una fotografia spettacolare ma priva di contesto può avere un valore limitato. Un’immagine accompagnata da dati essenziali e realizzata senza danneggiare l’ambiente può diventare un documento utile alla ricerca e alla conservazione.

Tecniche per fotografare gli ambienti sotterranei

Fotografare il buio richiede il controllo di esposizione, messa a fuoco e illuminazione. Tempi lunghi consentono di registrare più luce, ma aumentano il rischio di mosso. Apertura e sensibilità ISO devono essere bilanciate per contenere il rumore e mantenere leggibili le superfici rocciose.

Le luci artificiali possono essere distribuite in punti diversi della cavità. Una fonte frontale appiattisce le forme. Luci laterali o arretrate possono evidenziare rilievi, fratture e profondità. La collaborazione tra fotografo e compagni di squadra è essenziale, perché le persone possono illuminare porzioni diverse della scena e offrire un riferimento dimensionale.

Umidità, fango, condensa e superfici irregolari rendono necessario proteggere l’attrezzatura. La preparazione dell’uscita comprende batterie, sistemi di illuminazione, supporti, protezioni e una valutazione dei tempi necessari. La tecnica resta subordinata alla sicurezza della squadra e alla conservazione della grotta.

Un appuntamento aperto al territorio

La serata di Genga San Vittore offre un’occasione di confronto sulla fotografia speleologica e sul modo in cui il buio può essere trasformato in racconto visivo. Andrea Moretti presenterà la propria esperienza e la propria lettura degli ambienti sotterranei. Il Gruppo Speleologico CAI Jesi contribuirà a collegare l’incontro alla pratica speleologica e alla conoscenza delle cavità del territorio.

“Racconti di Roccia” si apre così a un tema che unisce esplorazione, tecnica, arte della luce e documentazione scientifica. La fotografia può avvicinare il pubblico alle grotte, purché la loro rappresentazione mantenga insieme accessibilità e rispetto. La serata è prevista per venerdì 18 settembre 2026, dalle 20 alle 21, presso La Sosta di Genga San Vittore.

Fonti

Frasassi Andrea Moretti

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  • L’Inghiottitoio del Caravo nel sistema carsico del Bussento: esplorazioni, biospeleologia e progetti di ricerca
    Condividi Nel cuore del Cilento, l’Inghiottitoio del Caravo continua a rappresentare un punto chiave per lo studio del carsismo, dell’idrologia sotterranea e della biodiversità ipogea, con nuove campagne esplorative internazionali che rilanciano l’interesse scientifico sull’area. Posizione e contesto geologico dell’Inghiottitoio del Caravo L’Inghiottitoio del Caravo si apre nel territorio di Caselle in Pittari, nel Cilento meridionale, all’interno del Parco Nazionale del Cilento e Vall
     

L’Inghiottitoio del Caravo nel sistema carsico del Bussento: esplorazioni, biospeleologia e progetti di ricerca

September 14th 2026 at 12:00

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Nel cuore del Cilento, l’Inghiottitoio del Caravo continua a rappresentare un punto chiave per lo studio del carsismo, dell’idrologia sotterranea e della biodiversità ipogea, con nuove campagne esplorative internazionali che rilanciano l’interesse scientifico sull’area.


Posizione e contesto geologico dell’Inghiottitoio del Caravo

L’Inghiottitoio del Caravo si apre nel territorio di Caselle in Pittari, nel Cilento meridionale, all’interno del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. La cavità è ubicata nell’alveo del rio Bacuta, a circa 340 metri sul livello del mare, e raccoglie le acque provenienti dai versanti del Monte Rotondo e del Monte Pannello. [1][2][6]

Si tratta di un inghiottitoio attivo, ovvero di una cavità in cui le acque superficiali penetrano direttamente nel sottosuolo, alimentando il sistema carsico del Bussento. Questo sistema idrogeologico convoglia le acque verso la nota risorgenza di Morigerati, dove il fiume Bussento riaffiora dopo un percorso sotterraneo di diversi chilometri. [2][7][14]

La posizione del Caravo lo rende un punto strategico per comprendere il drenaggio sotterraneo dell’alta valle del Bussento e per studiare i processi di erosione, trasporto di sedimenti e formazione di condotti verticali tipici degli ambienti carsici. [1][6]


Storia delle esplorazioni speleologiche

Le prime esplorazioni documentate dell’Inghiottitoio del Caravo risalgono agli anni Cinquanta, nell’ambito delle campagne speleologiche condotte dal Circolo Speleologico Romano (CSR) e da altri gruppi nell’area del Bussento. [1][3][9]

Nel 1952 il Caravo fu oggetto di ricognizioni durante le attività del CSR, che mapparono i primi tratti della cavità. Negli anni successivi, il GS CAI Napoli e altri gruppi speleologici campani tornarono sulla grotta per ampliarne la conoscenza topografica e documentarne la morfologia. [3][9]

La cavità presenta un ingresso a vasto portale, alto circa 15 metri, seguito da un primo pozzo di circa 20 metri. Proseguendo, si incontra un grande pozzo di circa 70 metri, cui seguono altri pozzi di 20, 20 e 30 metri, tratti a canyon, marmitte erosive e laghi sotterranei. Lo sviluppo totale documentato è di circa 122 metri, con un dislivello di circa 153 metri. La progressione nota termina in un lago-sifone terminale, oltre il quale la cavità non è al momento esplorata. [1][2][6]

Nel 1986 il Gruppo Speleologico Valtiberino avanzò l’ipotesi di un possibile collegamento idrologico tra il sifone terminale del Caravo e un sifone pensile rilevato nella grotta Orsivacca, un’altra cavità attiva del sistema. Questa ipotesi rimane tuttora da verificare attraverso esplorazioni speleosubacquee e studi idrogeologici mirati. [1][6]


Morfologia e idrologia sotterranea

L’Inghiottitoio del Caravo mostra una morfologia tipica degli inghiottitoi attivi in ambiente calcareo. L’acqua del rio Bacuta penetra nella cavità attraverso fratture e condotti carsici, erodendo la roccia e formando pozzi verticali, canyon e marmitte. [1][6]

La presenza di laghi sotterranei e del sifone terminale indica che il sistema è attivo anche dal punto di vista idrologico, con flussi d’acqua che variano in funzione delle precipitazioni e dello scioglimento delle nevi sui monti circostanti. Durante le piene, la cavità può diventare particolarmente pericolosa a causa della rapidità con cui l’acqua riempie i condotti. [2][6]

Il Caravo rappresenta quindi un punto di ingresso diretto dell’acqua nel sistema carsico, permettendo di studiare il trasporto di sedimenti, la dinamica dei flussi sotterranei e l’evoluzione dei condotti verticali nel tempo. [1][6]


Biospeleologia e vertebrati troglosseni

L’Inghiottitoio del Caravo presenta un rilevante interesse biospeleologico. Durante le esplorazioni sono stati osservati diversi organismi, tra cui ortotteri del genere Dolichopoda, girini di Rana italica, esemplari di Bufo bufo, Natrix natrix e Anguis fragilis. Sono stati inoltre segnalati avvistamenti di pipistrelli in volo, sebbene non sia stata possibile una determinazione specifica. [1][3]

La presenza di queste specie, alcune delle quali considerate troglossene (ovvero presenti in grotta in modo accidentale o occasionale), conferma il valore ecologico della cavità come ambiente di rifugio e transito per la fauna. Gli inghiottitoi attivi, come il Caravo, svolgono infatti un ruolo importante nel trasporto di materia organica e nutrienti dal superficie al sottosuolo, sostenendo le catene trofiche ipogee. [1][3][19]

La tutela di questi ambienti è fondamentale per la conservazione della biodiversità sotterranea, soprattutto in un’area protetta come il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. [2][19]


Vulnerabilità ambientale e tutela del sistema carsico

Come tutti gli inghiottitoi attivi, il Caravo è particolarmente vulnerabile alle attività umane e alla contaminazione del bacino superficiale. Le sostanze presenti nell’alveo del rio Bacuta possono essere trasferite rapidamente nel sottosuolo, con effetti potenziali sulla qualità dell’acqua, sui sedimenti e sugli organismi cavernicoli. [2][4][6]

Nei sistemi carsici, infatti, l’infiltrazione dell’acqua è rapida e la capacità naturale di filtrazione e autodepurazione è limitata. Questo rende gli inghiottitoi punti critici per la protezione delle risorse idriche sotterranee e per la prevenzione dell’inquinamento. [4][26]

La sensibilizzazione delle comunità locali, il monitoraggio ambientale e la regolamentazione delle attività nel bacino superficiale sono strumenti essenziali per preservare l’integrità del sistema carsico del Bussento. [2][19]


Hidden Bussento 2026: nuove prospettive esplorative

L’interesse scientifico per l’Inghiottitoio del Caravo è confermato dalla sua inclusione nella spedizione internazionale Hidden Bussento 2026, promossa da Tetide APS e dedicata all’esplorazione del sistema carsico del Bussento. [2][3][5]

Dal 25 luglio al 9 agosto 2026, speleologi e ricercatori provenienti da diversi Paesi si sono riuniti a Morigerati per lavorare su più fronti: la risorgenza del Bussento, gli inghiottitoi di Caravo, Orsivacca e Bussento, i sifoni terminali e la ricerca di nuovi ingressi del collettore sotterraneo. [2][3][5]

Il progetto Hidden Bussento mira a chiarire alcuni dei misteri idrogeologici del Cilento, tra cui il possibile collegamento tra le diverse cavità del sistema e la continuità idrologica tra inghiottitoi e risorgenza. Le attività includono rilievi topografici, esplorazioni speleosubacquee, campionamenti biologici e studi idrologici. [2][3][7]


Ipotesi di collegamento Caravo-Orsivacca

Uno degli aspetti più affascinanti dello studio del Caravo riguarda la possibile connessione con la grotta Orsivacca. Nel 1986 il Gruppo Speleologico Valtiberino ipotizzò un collegamento tra il sifone terminale del Caravo e un sifone pensile dell’Orsivacca, sulla base di considerazioni morfologiche e idrologiche. [1][6]

Tale ipotesi rimane tuttora da verificare. La conferma di un collegamento tra le due cavità avrebbe importanti implicazioni per la comprensione del sistema carsico del Bussento, permettendo di ricostruire con maggiore precisione il percorso sotterraneo delle acque e la struttura dei condotti principali. [1][6]

Le future campagne esplorative, in particolare quelle speleosubacquee nei sifoni terminali, potranno fornire nuovi elementi per valutare questa possibilità. [2][7]


Fonti

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  • Spedizione UBSS in Montenegro: Hidden Earth 2026 racconta le esplorazioni speleologiche a Kameno More
    Condividi Una giovane squadra britannica torna nel “mare di pietra” del Montenegro Le esplorazioni speleologiche in Montenegro tornano al centro dell’attenzione con il resoconto della spedizione UBSS nella regione di Kameno More. L’University of Bristol Speleological Society presenterà?? risultati della missione a Hidden Earth 2026, la conferenza annuale britannica dedicata alla speleologia. L’intervento, intitolato UBSS Montenegro Expedition – Kameno More, sarà tenuto da Daniel Rose duran
     

Spedizione UBSS in Montenegro: Hidden Earth 2026 racconta le esplorazioni speleologiche a Kameno More

September 14th 2026 at 11:00

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Una giovane squadra britannica torna nel “mare di pietra” del Montenegro

Le esplorazioni speleologiche in Montenegro tornano al centro dell’attenzione con il resoconto della spedizione UBSS nella regione di Kameno More. L’University of Bristol Speleological Society presenterà?? risultati della missione a Hidden Earth 2026, la conferenza annuale britannica dedicata alla speleologia.

L’intervento, intitolato UBSS Montenegro Expedition – Kameno More, sarà tenuto da Daniel Rose durante una sessione di 30 minuti. Il programma della conferenza si svolgerà dal 25 al 27 settembre 2026 al Llangollen Pavilion, nel Galles del Nord, organizzato dalla British Cave Research Association e dalla British Caving Association.

Hidden Earth 2026: la conferenza che ospita il racconto della spedizione UBSS

Hidden Earth rappresenta l’appuntamento di riferimento per la comunità speleologica britannica e internazionale. L’edizione 2026 conferma la presenza di relazioni dedicate a spedizioni in Asia, Sud America ed Europa, con un focus particolare sulle aree carsiche meno conosciute.

La sessione dedicata al Montenegro si inserisce in un programma ricco di workshop e lecture. Tra i temi trattati figurano il supporto ai leader di spedizione, le tecniche di rilievo topografico e le trasformazioni nelle organizzazioni speleologiche.

Il contributo UBSS non si limita ai dati esplorativi. La relazione affronta anche l’organizzazione pratica della missione: la scelta dell’area, la logistica, la composizione della squadra e le difficoltà incontrate da un gruppo giovane.

Kameno More: il “mare di pietra” che attira le esplorazioni speleologiche in Montenegro

Kameno More è un’area carsica montenegrina il cui nome significa letteralmente “mare di pietra”. Il paesaggio superficiale e le cavitಲ sotterranee costituiscono un campo di ricerca ancora aperto.

La regione ha già attirato spedizioni internazionali negli anni precedenti. Nell’agosto 2024 la spedizione Stone Sea aveva programmato ricognizioni e prosecuzioni delle ricerche in tre cavitಲ denominate Meandar, Dvestotka e PT4.

Il ritorno di una squadra britannica segna la ripresa di una presenza esplorativa britannica nella zona dopo un’interruzione che durava dal 2013. Questo elemento rende il resoconto UBSS rilevante oltre la cronaca delle cavitಲ visitate.

Le esplorazioni speleologiche in Montenegro richiedono preparazione tecnica, lettura del territorio e capacità logistica. La collaborazione con le realtà locali rappresenta un fattore decisivo per il successo delle campagne sul campo.

Il contesto del carsismo montenegrino: Durmitor e Žijovo

Il Montenegro riunisce massicci calcarei di alta quota, zone fortemente fratturate e paesaggi modellati dall’azione congiunta dell’acqua e dei processi glaciali. In simili contesti, la ricerca può riguardare ingressi nuovi, pozzi, cavitಲ a sviluppo orizzontale e sistemi con ghiaccio sotterraneo.

Sul massiccio del Durmitor sono censite 415 cavità, esplorate integralmente o solo in parte. Una campagna svolta nel luglio 2026 da ricercatori delle Università di Belgrado e del Montenegro ha riguardato Vodena pecina, Zelenovirska pecina e Ledena pecina.

La Zelenovirska pecina raggiunge 830 metri di sviluppo esplorato. Questa grotta è rilevante perché le cavità a prevalente andamento orizzontale sono meno frequenti in un carsismo d’alta quota dominato da forme verticali.

La presenza italiana nelle esplorazioni speleologiche in Montenegro

Le esplorazioni speleologiche in Montenegro vedono da alcuni anni una presenza italiana articolata. Nel 2024 la Commissione Grotte Eugenio Boegan di Trieste ha operato sullo Žijovo, nelle Ku?ke Planine, vicino al confine albanese.

Dopo ricognizioni preliminari svolte tra il 2022 e il 2023, sei partecipanti hanno esplorato e rilevato 15 grotte in sei giorni di attività. La missione ha utilizzato anche un drone con camera ad alta definizione per migliorare la lettura del terreno.

Tra le cavità descritte figurano l’Abisso Ledo, la Grotta Prepih e la Grotta Armada. Ledo presenta un pozzo superiore ai 100 metri, con pareti in larga parte ricoperte da ghiaccio. Sul fondo è stata misurata una temperatura dell’aria di 1,7 °C.

Un secondo filone italiano è quello del Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer” di Gorizia. Durante la Montenegro Speleo Expedition 2024, attiva tra il monte Pasjak e la cresta del Surdup nel sud-est del Paese, il gruppo ha scoperto, esplorato e rilevato 24 nuove grotte in dieci giorni.

Il progetto ha associato alla ricerca esplorativa misure fisiche dell’aria in cavità, comprendenti temperatura, acidità, anidride carbonica, radon e radioattività. La seconda spedizione Seppenhofer è partita il 4 luglio 2025 con l’obiettivo di proseguire lo studio di nuove cavità.

Ricerca, rilievo e tutela delle grotte nel Montenegro

La presenza di squadre britanniche, italiane, montenegrine e serbe mostra come le esplorazioni speleologiche in Montenegro siano oggi legate a una dimensione internazionale. Le attività sul campo producono dati utili per cartografia, geomorfologia, idrologia sotterranea, biologia e valutazione dei rischi.

Non ogni cavità è destinata alla frequentazione, e la documentazione può essere il primo strumento di tutela. Il caso della Ledena pecina nel Durmitor è indicativo. I ricercatori hanno segnalato condizioni di degrado e proposto di rimuovere corde danneggiate, delimitare l’area dell’ingresso e vietare chiaramente la discesa.

Il mantenimento delle formazioni di ghiaccio e del microclima richiede una gestione prudente. I Parchi nazionali del Montenegro hanno dichiarato che adotteranno misure nell’ambito delle loro competenze.

La conferenza di Hidden Earth 2026 si inserisce in questo contesto. Il resoconto UBSS su Kameno More potrà offrire un aggiornamento diretto su una campagna recente. La condivisione dei risultati resta una parte decisiva del lavoro per le esplorazioni speleologiche in Montenegro.

Fonti

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  • Le necropoli etrusche di Grotte di Castro: “case per l’eternità»»” scavate nel tufo della Tuscia
    Condividi Sul colle della Civita, tra Bolsena e il Fiora, tre grandi necropoli etrusche raccontano l’idea di una dimora sotterranea pensata per accompagnare i defunti in un aldilà concepito come continuità della vita. Contesto storico-geografico delle necropoli etrusche di Grotte di Castro Grotte di Castro sorge su una rupe tufacea nel cuore della Tuscia, in posizione strategica tra il lago di Bolsena e la media valle del Fiora, a metà strada tra le antiche città etrusche di Vulci e Vo
     

Le necropoli etrusche di Grotte di Castro: “case per l’eternità»»” scavate nel tufo della Tuscia

September 14th 2026 at 10:00

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Sul colle della Civita, tra Bolsena e il Fiora, tre grandi necropoli etrusche raccontano l’idea di una dimora sotterranea pensata per accompagnare i defunti in un aldilà concepito come continuità della vita.


Contesto storico-geografico delle necropoli etrusche di Grotte di Castro

Grotte di Castro sorge su una rupe tufacea nel cuore della Tuscia, in posizione strategica tra il lago di Bolsena e la media valle del Fiora, a metà strada tra le antiche città etrusche di Vulci e Volsinii (l’attuale Orvieto). Sul colle di fronte al borgo, chiamato “Civita”, si sviluppò tra la seconda metà dell’VIII e il VI secolo a.C. un importante abitato etrusco, oggi quasi completamente scomparso, ma la cui presenza è testimoniata dalle tre grandi necropoli scavate nel tufo: Vigna la Piazza, Centocamere e Pianezze.

Queste necropoli non erano semplici cimiteri. Erano veri e propri quartieri funerari, progettati per accompagnare i defunti in un aldilà concepito come una continuazione della vita terrena.


Vigna la Piazza: le origini della necropoli etrusca di Grotte di Castro

Cronologia e tipologia delle tombe a fossa

La necropoli di Vigna la Piazza rappresenta la fase più antica dell’insediamento della Civita. Si data alla seconda metà dell’VIII – inizi VII secolo a.C., ed è quindi la più antica delle tre. La tipologia dominante è quella delle tombe a fossa con circolo di pietre, talvolta con sarcofago ligneo o litico.

Singolarit຺ nel panorama etrusco

Vigna la Piazza rappresenta una singolarità nel panorama etrusco per la presenza di tombe a fossa con circolo, segno di un rituale funerario arcaico e di legami con centri vicini come Bisenzio, Arlena e Orvieto. Documenta la fase più antica dell’insediamento della Civita, con sepolture individuali che riflettono una società ancora in formazione.


Centocamere: la necropoli “labirintica” del VII secolo a.C.

Struttura e sistema di cunicoli nel tufo

La necropoli di Centocamere deve il suo nome alle numerose tombe collegate tra di loro da un intricato sistema di fori e di cunicoli aperti nelle pareti delle camere funerarie, in parte realizzati dai tombaroli per passare più agevolmente dall’una all’altra struttura. Tutta la collina di Centocamere risulta interessata dalla presenza di strutture funerarie scavate nella roccia tufacea, disposte almeno su tre ordini, per un totale di oltre cinquanta tombe con deposizioni plurime.

Cronologia e tomba monumentale CC4

Le tombe fino ad ora indagate mostrano un arco cronologico compreso nel VII secolo a.C., ponendosi in una fase più antica rispetto alla necropoli di Pianezze, utilizzata per tutto il VI secolo a.C. La tomba monumentale CC4 si sviluppa per 16 metri, con cinque camere coassiali e tre laterali, per un totale di 19 inumati. Le tombe si sviluppano lungo un asse perpendicolare all’ingresso, con camere laterali; alcune furono riutilizzate in epoca medievale come colombai.

Percorso funerario e sentiero antico

Gli scavi hanno rivelato un tratto del sentiero antico usato durante i funerali, con gradini intagliati nel tufo per superare i punti più ripidi. Il sito è aperto all’aria aperta, accessibile da un sentiero che parte dalla strada per Onano.


Pianezze: le “case per l’eternità” degli Etruschi nel tufo

Struttura delle tombe a camera con dromos

Situata a circa tre chilometri a sud di Grotte di Castro, la necropoli di Pianezze rientra in un più ampio complesso cimiteriale che va riferito all’abitato etrusco che sorgeva sopra il colle denominato La Civita. In uso tra il VII e il V secolo a.C., è caratterizzata dalla presenza di 24 tombe monumentali a camera, accessibili tramite un dromos, un corridoio a cielo aperto che scende nella roccia e immette in un atrio, dal quale si aprono le stanze secondarie dove riposavano i defunti.

La Tomba Rossa e le decorazioni domestiche

La tomba più celebre è la Tomba Rossa, con colonna e mensola dipinte di rosso vivo per imitare gli arredi domestici. Ogni tomba è diversa, adattata alla qualità del tufo o alle richieste della famiglia, riflettendo l’idea di una casa personalizzata per il defunto.


L’idea etrusca di “casa per l’eternità” nelle necropoli di Grotte di Castro

Per gli Etruschi, la tomba non era un luogo di fine, ma di continuità. Le necropoli di Grotte di Castro lo dimostrano in modo eccezionale. Riproducevano gli ambienti domestici: atri, stanze, soglie, tetti a doppio spiovente scolpiti nella roccia. Gli arredi scolpiti e dipinti includevano colonne, mensole, letti funebri (klinai) e persino decorazioni parietali che imitavano le case dei vivi.

I defunti erano inumati in fosse o loculi, accompagnati da corredi funerari (ceramiche, armi, gioielli) che riflettevano il loro status e la vita quotidiana. I dromoi e i sentieri funerari non erano solo accessi, ma spazi di transizione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Questa concezione della morte come “casa per l’eternità” è uno degli aspetti più originali e commoventi della civilt຺ etrusca, e Grotte di Castro ne è una delle testimonianze più integre e suggestive.


Visita e valorizzazione del Parco Archeologico di Grotte di Castro

Oggi le necropoli di Pianezze e Centocamere sono adibite a Parco Archeologico e visitabili con biglietto cumulativo. Il Museo Civico Archeologico “Civita”, ospitato nel palazzo progettato dal Vignola, espone corredi funerari e ricostruisce in scala reale una tomba a camera, offrendo un percorso tematico sul mondo dell’aldilà e sulla vita quotidiana degli Etruschi.

Con lo stesso biglietto museale è possibile visitare le necropoli di Pianezze e Centocamere, approfondendo la storia millenaria di questa regione. Gli orari possono variare, perciò si consiglia di verificare con anticipo contattando il museo o consultando i siti ufficiali.


Fonti

Tuscia Grotte di Castro

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  • Súhrn speleo noviniek (38. týždeň 2026)
    🔦 Prehľad speleologických noviniek V januári 2026 bol publikovaný komplexný spravodaj o nových objavoch v slovenských jaskyniach vrátane detailného prieskumu Malužinskej jaskyne, ktorá sa potvrdila ako významný krasový útvar [1][3]. Zároveň prebehli kontroly bezpečnostných podmienok v otvorených jaskyniach Česka, čím sa zabezpečil nerušený návštevnícky prevádzku [5]. Slovenska Speleologická Spoločnosť Spravodaj SSS 2/2026 PDF 📅 2026-09-11 SSS Kurz dokumentácie a výskumu povrchových
     

Súhrn speleo noviniek (38. týždeň 2026)

September 14th 2026 at 09:10
Súhrn speleo noviniek (38. týždeň 2026)
🔦 Prehľad speleologických noviniek
V januári 2026 bol publikovaný komplexný spravodaj o nových objavoch v slovenských jaskyniach vrátane detailného prieskumu Malužinskej jaskyne, ktorá sa potvrdila ako významný krasový útvar [1][3]. Zároveň prebehli kontroly bezpečnostných podmienok v otvorených jaskyniach Česka, čím sa zabezpečil nerušený návštevnícky prevádzku [5].

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  • Grotta di Timau: il sistema carsico sopra il Fontanon tra Grande Guerra, miniere e ricerca idrogeologica
    Condividi Un complesso ipogeo polifunzionale nel cuore della Carnia La Grotta presso la Centrale di Timau, censita al Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia con il numero 165 (locale 89 FR), rappresenta uno dei casi più articolati di cavità carsica dell’alta valle del But. Il sito combina elementi naturali, possibili tracce di attività estrattive antiche e una marcata trasformazione militare durante la Prima guerra mondiale, con ulteriori interventi negli anni Trenta.[1][2][
     

Grotta di Timau: il sistema carsico sopra il Fontanon tra Grande Guerra, miniere e ricerca idrogeologica

September 14th 2026 at 09:00

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Un complesso ipogeo polifunzionale nel cuore della Carnia

La Grotta presso la Centrale di Timau, censita al Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia con il numero 165 (locale 89 FR), rappresenta uno dei casi più articolati di cavità carsica dell’alta valle del But. Il sito combina elementi naturali, possibili tracce di attività estrattive antiche e una marcata trasformazione militare durante la Prima guerra mondiale, con ulteriori interventi negli anni Trenta.[1][2][3]

Il complesso si apre alla base della parete del Gamspitz, circa un chilometro a nord-ovest dell’abitato di Timau (frazione di Paluzza, provincia di Udine), a circa 50 metri sopra la Strada Statale 52 bis che sale al Passo di Monte Croce Carnico. L’ingresso principale è posto a 985 metri s.l.m. e si presenta come una galleria orizzontale chiusa da una porta in calcestruzzo attribuita al periodo bellico.[1][2][4]

Dati catastali e nuove misure: 380 metri ufficiali, oltre 750 nel rilievo recente

Secondo la scheda ufficiale del Catasto Speleologico Regionale FVG, lo sviluppo planimetrico registrato della Grotta presso la Centrale di Timau è di 380 metri, con un dislivello positivo e totale di 48 metri. Le descrizioni storiche e alcune sintesi divulgative riportavano in passato uno sviluppo complessivo di circa 200 metri, di cui 60 metri riferibili al settore bellico.[1][2]

Un rilievo topografico aggiornato, realizzato tra il 2024 e il 2025 dalla collaborazione tra Gruppo Triestino Speleologi, Società di Studi Carsici “A.F. Lindner” e Gruppo Speleologico “Michele Gortani” del CAI di Tolmezzo, ha documentato nuovi rami e ha portato lo sviluppo totale del sistema a oltre 750 metri.

Morfologia interna: settori fortificati, feritoie e passaggi verticali

L’impianto interno della grotta è articolato, con tratti orizzontali e verticali alternati e più livelli sovrapposti. Dopo una scalinata d’ingresso si raggiunge un ampio vano impostato su due piani, da cui si diramano gallerie in parte chiaramente artificiali. Due gallerie laterali conducono a veri e propri appostamenti fortificati, definiti nelle fonti locali come “malloppi”, affacciati verso l’esterno e concepiti per il controllo della valle.[2][3]

La documentazione catastale segnala sette aperture naturali semimurate, disposte allo stesso livello lungo circa 50 metri di parete e trasformate in feritoie. Queste aperture combinano la fratturazione originaria della roccia con la funzione difensiva, permettendo osservazione e tiro restando protetti dalla massa rocciosa. La comunicazione tra i piani avviene mediante barre di ferro piegate a U e infisse nella roccia, mentre un grande “finestrone” naturale, posto circa 30 metri sopra l’ingresso, è stato utilizzato come osservatorio e conserva evidenze di reticolato difensivo e reperti metallici. Due camini molto inclinati proseguono verso l’alto; il rilievo storico ipotizza possibili sbocchi in parete fino a circa 60 metri sopra l’ingresso.[1][2][3]

Carsismo, idrogeologia e il dibattito su “grotta naturale o miniera”

La genesi della Grotta di Timau è discussa da oltre un secolo. Studi ottocenteschi e primo-novecenteschi, richiamati anche dal Geoparco delle Alpi Carniche, citano ricerche di Olinto e Giovanni Marinelli, Lazzarini, De Gasperi e Michele Gortani. Una parte della tradizione interpretativa ha letto le cavità come antiche gallerie minerarie per calcopirite, in un’area nota per mineralizzazioni di rame e argento.[3][5]

Altre ricostruzioni propongono invece un sistema prevalentemente naturale, in parte ampliato o riutilizzato dall’uomo. La formulazione più prudente, coerente con le evidenze disponibili, è che il sito sia inserito in un sistema idrogeologico carsico associato al Fontanon, con tratti prossimi all’ingresso chiaramente artificializzati e opere belliche riconoscibili, mentre le tracce di frequentazione e scavo più antichi non bastano da sole a definire in modo conclusivo estensione, cronologia e scopo di eventuali attività minerarie.[3][5]

La scheda catastale registra il sito tra gli aspetti culturali di interesse archeologico e paleontologico, segnalando sei tacche scavate nella roccia (forse per grossi pali lignei), scritte a lapis attribuite a militari degli anni Trenta, tre scalpelli di antica fattura presso il finestrone, e chiodi in ferro sagomati a mano e ricoperti di calcite in gallerie cieche. Si tratta di segnalazioni e ipotesi di contesto, non di una datazione archeologica conclusiva: per trasformarle in prova sarebbero necessari studio stratigrafico, analisi tecnologica e confronto con materiali datati.[1][2][3]

Il Fontanon di Timau: una sorgente carsica strategica

La grotta sorge immediatamente sopra il Fontanon di Timau, risorgiva perenne alla base della parete della Creta di Timau. Uno studio idrogeologico preliminare, presentato negli atti del XXI Congresso nazionale di speleologia, ha rilevato portate complessive variabili da circa 250 a 3.000 litri al secondo, con una media annua di circa 1.250 litri al secondo; la risposta ai picchi di pioggia estivi e autunnali risultava dell’ordine di 14 ore.[1][6]

Ricerche più recenti, incluse quelle diffuse nel 2024–2026, indicano che la portata massima del Fontanon può superare i 5.000 litri al secondo, riflettendo un vasto bacino di alimentazione sotterraneo che si estende per oltre dieci chilometri a nord-est, attraversando le formazioni calcaree del Massiccio Coglians–Cjanevate e infiltrandosi anche oltre il confine austriaco, per poi riemergere presso Timau. Le acque della sorgente si riversano nel Torrente Bût dopo una ripida discesa tra i massi di un deposito morenico localmente cementato.[3][5][7][8]

La scheda catastale associa il punto d’ingresso ad areniti e siltiti del Flysch (Carbonifero superiore), mentre il paesaggio della risorgiva e il sistema idrico regionale coinvolgono anche corpi carbonatici carsificabili.[1][3]

La grotta nel fronte carnico della Grande Guerra

Dal maggio 1915 all’ottobre 1917 il fronte della Carnia collegava la guerra di montagna del Cadore e del Trentino con il settore del Fella e delle Prealpi Giulie. La valle del But e il Passo di Monte Croce Carnico erano cruciali: un’avanzata austro-ungarica oltre il valico avrebbe potuto aprire la direttrice verso le valli del But e del Chiarsò e, insieme alla val Fella, una via d’ingresso nell’Italia nord-orientale.[3]

Il tratto dell’Alto But comprendeva, fra gli altri, Coglians, Cresta Collinetta, Passo di Monte Croce Carnico, Pal Piccolo, Freikofel, Pal Grande e Pizzo di Timau. La grotta non era in prima linea di cresta, ma occupava una posizione di controllo e riparo nel fondovalle avanzato, sopra la strada e vicino a un’infrastruttura idrica ed energetica. Questo spiega il valore tattico di feritoie e osservatorio: dominare visivamente e difendere una direttrice di transito, con protezione offerta dalla roccia.[2][3]

Nel periodo 1915–1917 la cavità fu parzialmente adattata a fortino: ingresso in calcestruzzo, appostamenti, feritoie, scale e opere murarie costituiscono le testimonianze materiali principali di questa fase. Negli anni Trenta il settore iniziale fu ulteriormente riadattato per scopi militari; le scritte a lapis sono attribuite a questa fase. Oggi il sito è considerato patrimonio speleologico e storico-militare, cavità attrezzata ma non classificata come grotta turistica.[2][3]

Nella guerra alpina le cavità offrivano vantaggi concreti: mascheramento, protezione relativa da tiro e bombardamento, deposito, ricovero e possibilità di osservazione. Tuttavia non erano spazi “sicuri” in senso assoluto: umidità, gelo, ventilazione scarsa, caduta massi, difficoltà di collegamento e vulnerabilità degli imbocchi rendevano l’uso quotidiano duro e rischioso. Il caso Timau è rilevante perché conserva insieme la funzione passiva di riparo e quella attiva di opera difensiva.[3]

Le Portatrici Carniche e la logistica del fronte Alto But

Il settore Alto But dipendeva da rifornimenti lungo sentieri e mulattiere, in un ambiente dove le rotabili non raggiungevano le posizioni di quota. Le Portatrici di Timau e Paluzza operarono dall’agosto 1915 all’ottobre 1917 trasportando a spalla viveri, munizioni, medicinali e materiali verso il fronte. Inserire la grotta in questo quadro evita una lettura esclusivamente tecnico-militare: ogni postazione dipendeva da una rete di lavoro, logistica e popolazione civile.[3]

Valore patrimoniale e criteri per una tutela consapevole

La Grotta presso la Centrale di Timau è contemporaneamente patrimonio geologico e idrogeologico, in relazione alla risorgiva del Fontanon; documento della storia delle esplorazioni speleologiche carniche; possibile contesto minerario e archeologico da verificare; manufatto storico-militare della Grande Guerra e del riarmo degli anni Trenta; elemento paesaggistico della memoria locale di Timau.[3][5]

Il Catasto FVG segnala il sito alla Regione per futura tutela paesaggistica. Tale indicazione va intesa come un’opportunità e non come garanzia sufficiente: la conservazione richiede documentazione, controllo degli accessi, manutenzione conservativa e interpretazione non invasiva.[1]

Tra i rischi da considerare vi sono gli infortuni nei rami verticali, il danneggiamento delle strutture storiche, l’alterazione dell’ambiente ipogeo e l’inquinamento del sistema idrico. Nei sistemi carsici l’acqua e gli eventuali contaminanti possono transitare rapidamente; la vicinanza alla statale e a una risorsa idrica strategica richiede attenzione a sversamenti, gestione delle acque e trasformazioni del bacino.[3][6]

Criteri operativi per una valorizzazione corretta includono: affidare le visite ai soli rami non tecnici e alle condizioni effettivamente sicure, con guide speleologiche abilitate quando necessario; separare fisicamente e narrativamente il percorso di fruizione dai settori fragili, verticali o d’interesse archeologico; rilevare in 3D cavità e strutture belliche prima di qualunque intervento di consolidamento o apertura al pubblico; registrare fotogrammetricamente scritte, tacche, murature, scale e feritoie, senza “ripulire” né restaurare senza un progetto conservativo; integrare monitoraggio dell’acqua, delle condizioni microclimatiche e delle frequentazioni con la tutela della sorgente del Fontanon; collegare l’interpretazione del sito al Museo “La Zona Carnia nella Grande Guerra” di Timau e agli itinerari di Pal Piccolo, Pal Grande e Passo di Monte Croce, evitando di isolare la grotta dal sistema territoriale.[3][5]


Fonti

Fonti
[1] 165 | Grotta presso la Centrale di Timau https://catastogrotte.regione.fvg.it/schedacompleta/165-Grotta_presso_la_Centrale_di_Timau
[2] 165 | Grotta presso la Centrale di Timau https://catastogrotte.regione.fvg.it/scheda/165-Grotta_presso_la_Centrale_di_Timau
[3] SOTTO I GHIACCI DELLE CARNICHE: Il Fontanon di Timau Rivela i … https://www.scintilena.com/sotto-i-ghiacci-delle-carniche-il-fontanon-di-timau-rivela-i-suoi-segreti-dopo-secoli-di-silenzio/01/24/
[4] prcs 165 grotta presso la centrale di timau https://www.catastogrotte.it/main/stampa_grotta/165/1
[5] La sorgente e le grotte del Fontanon – Geoparco Alpi Carniche https://www.geoparcoalpicarniche.org/it/geotrails/il-fontanon-e-le-grotte-di-timau/
[6] [PDF] Il Fontanon di Timau (Paluzza, Udine, Italia): dati preliminari sulle … https://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/9092/1/66_Sessione-IX-Sessione-esplorazione-ricerca_Mocchiutti-Muscio.pdf
[7] Fontanon di Timau – % – Corrado Venturini https://www.corradoventurini.it/cor/fontanon-di-timau/
[8] Fontanon di Timau | Corrado Venturini https://www.corradoventurini.it/cor/wp-content/uploads/2013/05/Geositi006_fontanon_timau.pdf
[10] Geochemical characterization of the Timau Karst aquifer – ArTS https://arts.units.it/handle/11368/3075602
[11] Hydrogeology of continental southern Italy https://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/17445647.2018.1454352?needAccess=true
[12] CSR/CN/0 https://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/ambiente-territorio/geologia/FOGLIA33/allegati/20210323_Decreto1750.pdf
[13] La Carta idrografica d’Italia come fonte per la storia degli opifici idraulici alla fine dell’Ottocento. Il caso toscano https://www.bsgi.it/index.php/bsgi/article/download/1302/924
[14] Catasto Speleologico Regionale – Regione Autonoma Friuli … https://catastogrotte.regione.fvg.it/cartografia?id=165-Grotta_presso_la_Centrale_di_Timau
[15] PRCS 7197 CONDOTTA SOPRA LA CENTRALE DI TIMAU Stampa https://www.catastogrotte.it/grotta/7197
[16] PRCS 165 GROTTA PRESSO LA CENTRALE DI TIMAU https://www.catastogrotte.it/main/stampa_grotta/165/
[17] Il Fontanon di T imau è la più importante risorgiva carsica … https://www.faunaitalia.it/fstoch/pdf/Stoch,%202004b.pdf
[18] PRCS 165 GROTTA PRESSO LA CENTRALE DI TIMAU Stampa https://www.catastogrotte.it/grotta/165/grotta-presso-la-centrale-di-timau

https://www.facebook.com/share/1C8jdeUs7q/?mibextid=wwXIfr Roberto Cavasin Fotografo di Guerra – Timau

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  • Pulo di Altamura, la dolina carsica che rivela il sottosuolo dell’Alta Murgia
    Condividi Il Pulo di Altamura è una grande depressione carsica, modellata dalle acque e legata al crollo di antiche cavità Il Pulo di Altamura è una delle forme carsiche più riconoscibili dell’Alta Murgia. A pochi chilometri dalla città pugliese, lungo la SP 157, l’altopiano calcareo si apre in una vasta depressione chiusa, dai versanti ripidi e dalle pareti segnate da grotte e anfratti. Non si tratta di un cratere vulcanico. È una dolina profonda circa 90 metri, cioè una forma del paesaggio
     

Pulo di Altamura, la dolina carsica che rivela il sottosuolo dell’Alta Murgia

September 14th 2026 at 08:00

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Il Pulo di Altamura è una grande depressione carsica, modellata dalle acque e legata al crollo di antiche cavità

Il Pulo di Altamura è una delle forme carsiche più riconoscibili dell’Alta Murgia. A pochi chilometri dalla città pugliese, lungo la SP 157, l’altopiano calcareo si apre in una vasta depressione chiusa, dai versanti ripidi e dalle pareti segnate da grotte e anfratti. Non si tratta di un cratere vulcanico. È una dolina profonda circa 90 metri, cioè una forma del paesaggio prodotta nel lungo periodo dalla circolazione dell’acqua nelle rocce calcaree.

Pulo di Altamura e carsismo: l’acqua che dissolve il calcare

Il Pulo di Altamura è classificato come una dolina carsica a scodella. Il carsismo è l’insieme dei processi con cui l’acqua, resa debolmente acida dall’anidride carbonica presente nell’atmosfera e nel suolo, scioglie lentamente le rocce solubili. Nei calcari delle Murge l’acqua penetra attraverso fratture e discontinuità. Nel tempo amplia i percorsi sotterranei, mobilita sedimenti e modifica anche la superficie.

Nel caso del Pulo di Altamura, la forma regolare e le caratteristiche morfologiche hanno portato il Parco Nazionale dell’Alta Murgia a interpretare la depressione come una dolina di crollo. In questa lettura, sotto l’attuale conca esisteva una cavità ipogea o un sistema di vuoti; la volta ha perso stabilità ed è collassata. L’azione delle piogge e del ruscellamento ha poi continuato a modellare il bacino. [web:25]

Il processo non è riducibile a una sola causa. La dissoluzione chimica del calcare, l’erosione meccanica, il trasporto dei detriti e il cedimento di porzioni rocciose concorrono alla storia di queste grandi forme. Il Pulo di Altamura mostra quindi come un altopiano apparentemente uniforme possa custodire un articolato reticolo di fratture, cavità e condotti nel sottosuolo.

Due lame e la Grotta del Pulo nel sistema idrologico carsico

Il funzionamento del Pulo di Altamura è strettamente connesso alle acque meteoriche. Il Museo Archeologico Nazionale di Altamura lo descrive come il punto più basso di un’ampia area di scolo. Due lame, una proveniente da nord-est e una da nord-ovest, convogliano verso la dolina le acque delle precipitazioni. [web:27]

Nella terminologia locale pugliese, una lama è un solco erosivo nel quale l’acqua defluisce soprattutto in occasione delle piogge. Non è un corso d’acqua perenne. In territori calcarei e fratturati, infatti, una parte rilevante dell’acqua si infiltra rapidamente nel sottosuolo.

Al fondo della depressione si apre l’inghiottitoio noto come Grotta del Pulo. Il Comune di Altamura ne indica una profondità di 30 metri e specifica che la cavità è visitabile soltanto da speleologi. Il dato aiuta a comprendere il legame diretto tra carsismo epigeo e carsismo ipogeo: la grande forma visibile in superficie continua nel sistema sotterraneo, dove l’acqua trova vie di assorbimento e circolazione. [web:6]

In caso di piogge intense, lame, impluvi e fondo della dolina richiedono attenzione. Sono elementi attivi del drenaggio naturale del bacino. La fruizione del Pulo di Altamura deve quindi rispettare sentieri, segnaletica e condizioni meteorologiche.

Grotte del Pulo di Altamura e archeologia rupestre

Le cavità lungo le pareti, soprattutto sul versante settentrionale, costituiscono un patrimonio geomorfologico e archeologico. La Regione Puglia segnala le principali Grotta I e Grotta II e riferisce una frequentazione umana protratta fino al Medioevo e all’età moderna. Tra le evidenze ricordate figurano resti umani, ciottoli incisi e una conchiglia fossile del genere Cypraea. [web:4]

Le fonti comunali e del MurGeoPark collocano la presenza umana documentata nelle cavità in un arco cronologico che va dal Paleolitico superiore al Medioevo. È più corretto parlare di frequentazioni in fasi diverse, non di un uso continuo e uniforme nel tempo. Grotte e ripari possono infatti aver assolto funzioni differenti in periodi differenti: luogo di sosta, spazio di attività, deposito o contesto rituale. [web:8][web:21]

Va distinta con chiarezza la storia del Pulo di Altamura da quella dell’Uomo di Altamura. Il celebre scheletro fossile è stato scoperto nella Grotta di Lamalunga, altro sito carsico del territorio altamurano. Il Centro visite di Lamalunga propone proprio un percorso didattico dedicato al carsismo, alla speleologia e alla grotta dove il reperto è conservato; Pulo e Lamalunga sono quindi parte dello stesso contesto territoriale, ma restano siti distinti. [web:14]

Tutela del Pulo di Altamura e fruizione responsabile

Il valore del Pulo di Altamura non è soltanto paesaggistico. Il sito riunisce geologia, idrologia carsica, archeologia rupestre, flora e fauna di ambiente roccioso. La Regione Puglia segnala sul versante nord un importante sistema rupicolo, mentre il MurGeoPark lo colloca in zona A dell’area protetta, indicandone anche il microclima favorevole a specie endemiche. [web:4][web:21]

Nel 2025 il Comune di Altamura ha comunicato di aver dichiarato il geosito “zona silenziosa in aperta campagna”, nell’ambito di iniziative legate a gestione e fruizione. Il provvedimento richiama il valore naturalistico, geologico e paesaggistico dell’area e la sua appartenenza al GeoParco UNESCO MurGeoPark. [web:8]

Una visita rispettosa richiede comportamenti semplici: restare sui percorsi, non entrare nelle cavità non autorizzate, non raccogliere reperti o materiali, evitare rumori e luci invasive vicino agli anfratti. I reperti archeologici e i depositi naturali mantengono il loro significato soprattutto se conservati nel contesto in cui si trovano. Anche l’acqua merita attenzione, perché fratture e inghiottitoi possono trasferire rapidamente nel sottosuolo ciò che viene disperso in superficie.

Il Pulo di Altamura resta così una chiave di lettura dell’Alta Murgia. La sua grande conca rende visibili processi che di norma agiscono lentamente e in profondità: infiltrazione, dissoluzione del calcare, sviluppo delle cavità e trasformazione continua del paesaggio carsico.

Fonti

Pilo di Altamura

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Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo: dal Coahuila la proposta per riconoscere le cavità come zone umide sotterranee

September 14th 2026 at 07:00

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Nel primo appuntamento UNESCO del 13 settembre 2026, Mónica Ponce propone di leggere le grotte del Deserto Chihuahuense e del mondo come sistemi idrologici e corridoi biologici. Un’impostazione che richiama strumenti già previsti dalla Convenzione di Ramsar.

Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo e proposta dal Coahuila

Saltillo, nello Stato messicano di Coahuila, ha fatto da cornice a una proposta dedicata al ruolo ecologico delle cavità naturali. Il documento è stato diffuso il 13 settembre 2026, data della prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo riconosciuta dall’UNESCO.

L’iniziativa è firmata da Mónica Ponce, presidente della Commissione Materiali e Tecniche dell’Unione Internazionale di Speleologia e presidente dell’Asociación Coahuilense de Espeleología. Il testo invita a considerare le grotte del Deserto Chihuahuense, e per estensione le cavità del pianeta, come “zone umide sotterranee” e come “corridoi biologici ponte”.

La proposta non chiede di applicare una semplice definizione simbolica. Punta a mettere in relazione tutela delle acque sotterranee, biodiversità ipogea, continuità ecologica e pianificazione territoriale. Il messaggio centrale è chiaro: l’acqua invisibile del sottosuolo sostiene processi naturali che producono effetti anche in superficie.

La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo è stata proclamata dall’UNESCO nel novembre 2025. La ricorrenza mira a richiamare l’attenzione sulle cavità naturali, sulle risorse idriche e sui paesaggi geologici. La prima celebrazione internazionale si è svolta a Postumia, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre 2026.

Grotte come zone umide sotterranee e sistemi idrologici

Nel testo presentato da Ponce, la prima chiave di lettura è idrologica. Le grotte e i sistemi carsici raccolgono, trasferiscono, immagazzinano e restituiscono acqua. In molti casi sono collegati a falde, sorgenti, corsi d’acqua sotterranei e bacini di alimentazione posti in superficie.

La definizione di “zona umida sotterranea” ha anche un fondamento negli strumenti internazionali esistenti. La Risoluzione VI.5 della Convenzione sulle zone umide di Ramsar, adottata a Brisbane nel 1996, ha inserito i sistemi idrologici carsici e di grotta sotterranei nella classificazione Ramsar delle zone umide. Le linee guida successive sottolineano il legame stretto tra questi ambienti e le acque sotterranee.

Questo passaggio è rilevante per i territori aridi e semiaridi. La stessa documentazione Ramsar riconosce che alcuni sistemi carsici e di grotta sono risorse ecologiche, culturali e scientifiche. In molte aree possono costituire anche una fonte di acqua sotterranea per paesaggi altrimenti aridi.

La proposta dal Coahuila riprende questo quadro. Evidenzia che le cavità possono contribuire alla regolazione del ciclo dell’acqua e alla ricarica degli acquiferi. Ricorda anche le condizioni di elevata umidità e di relativa stabilità termica che caratterizzano molti ambienti ipogei. Ogni sistema va comunque valutato nel proprio contesto geologico e idrogeologico. Non tutte le grotte hanno infatti lo stesso regime delle acque, né la stessa capacità di immagazzinamento o trasferimento.

In questa prospettiva, la protezione di un ingresso o di una singola sala non è sempre sufficiente. Le pressioni esercitate nel bacino di alimentazione possono alterare qualità e quantità dell’acqua che raggiunge il sottosuolo. Ramsar indica perciò la necessità di definire confini e fasce di tutela capaci di mantenere le funzioni idrologiche dei siti.

Corridoi biologici delle grotte e biodiversità sotterranea

La seconda parte della proposta riguarda le grotte come “corridoi biologici ponte”. L’espressione descrive il ruolo di connessione tra superficie e sottosuolo. Una cavità non è un ambiente isolato. Gli apporti d’acqua, materia organica, aria e organismi la collegano a un sistema più ampio.

Le grotte ospitano comunità altamente specializzate. Vi si trovano specie cavernicole e, in alcune situazioni, organismi endemici adattati a condizioni di buio, umidità e disponibilità alimentare limitata. Le cavità possono inoltre offrire rifugio, siti di riproduzione o di sosta a specie che utilizzano anche gli ambienti esterni, compresi vari chirotteri.

La connettività richiamata nel documento non va intesa come un corridoio lineare valido in ogni circostanza. È una proposta di pianificazione. Significa considerare insieme la grotta, le aree di ricarica, le sorgenti, la copertura vegetale, gli habitat esterni e le rotte utilizzate dalla fauna. Significa anche includere microbiota e invertebrati meno visibili nei programmi di inventario e monitoraggio.

Le linee Ramsar per la selezione e la gestione dei siti chiedono di prendere in esame le componenti biologiche, fisiche e chimiche dell’ecosistema. Riconoscono inoltre che anche siti piccoli, o gruppi di siti idrologicamente collegati, possono avere valore elevato. Per gli ambienti carsici questo approccio di rete è particolarmente utile.

Tutela del carsismo, Ramsar e obiettivo 30×30

La proposta collega il riconoscimento delle grotte come zone umide sotterranee a più quadri internazionali. Tra questi figurano l’UNESCO, le attività di ricerca e divulgazione della UIS e l’azione della Convenzione di Ramsar. Viene richiamato anche il lavoro di identificazione e documentazione dei geositi svolto dal Servicio Geológico Mexicano.

Il riferimento alla strategia 30×30 richiede una precisazione. Il Target 3 del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal prevede che entro il 2030 sia efficacemente conservato e gestito almeno il 30 per cento delle aree terrestri, delle acque interne, delle aree costiere e marine. Il testo del target non stabilisce una quota autonoma riservata al sottosuolo.

L’estensione del ragionamento alle cavità e ai sistemi carsici rappresenta quindi una lettura proposta dal documento di Saltillo. Essa è coerente con l’idea di conservare aree importanti per la biodiversità, le funzioni ecosistemiche e la connettività. Per tradurla in misure concrete servono inventari, dati idrogeologici, valutazioni della fauna e una governance che includa le comunità locali.

La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo può offrire un contesto utile per questo confronto. La UIS ha invitato associazioni, grotte turistiche, geoparchi, scuole e istituzioni a promuovere iniziative locali. Nel caso della proposta di Ponce, divulgazione e tutela vengono poste sullo stesso piano: far conoscere le cavità significa anche rendere visibili i servizi idrici ed ecologici che svolgono.

Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo: cosa implica la proposta

Definire le grotte come zone umide sotterranee e corridoi biologici non sostituisce gli strumenti di tutela già in vigore. Può però modificare la scala con cui vengono osservate. L’attenzione si sposta dalla cavità considerata come singolo luogo al sistema carsico nel suo complesso.

In termini operativi, l’impostazione suggerisce alcune priorità:

  • realizzare inventari delle cavità, delle acque sotterranee e delle specie associate;
  • individuare le aree di ricarica e le possibili fonti di inquinamento;
  • monitorare portate, qualità delle acque, temperatura, umidità e comunità biologiche;
  • progettare fasce di rispetto e misure di gestione che includano gli habitat esterni connessi;
  • integrare ricerca speleologica, tutela della biodiversità, pianificazione idrica e divulgazione.

Il valore della proposta consiste nel riunire temi spesso trattati separatamente. Carsismo, falde, habitat ipogei e specie di superficie fanno parte di reti interdipendenti. La ricorrenza UNESCO del 13 settembre richiama proprio questo carattere integrato.

Per il Deserto Chihuahuense, dove l’acqua rappresenta una risorsa particolarmente sensibile, la lettura proposta da Ponce assume un rilievo specifico. Per altri contesti carsici, compresi quelli italiani, il punto di partenza resta analogo: conoscere i collegamenti tra superficie e sottosuolo prima di intervenire. La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo porta così al centro della discussione una domanda concreta: quali parti del paesaggio devono essere considerate per proteggere davvero una grotta?

Fonti

Monica Ponce

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  • Perù, una tomba rimasta intatta per 600 anni svela i segreti della civiltà Chimú
    Condividi A Chan Chan scoperta una piattaforma funeraria con i resti di 38 individui e preziosi corredi. Il contesto archeologico quasi indisturbato potrà fornire nuove informazioni sui rituali e sulla società che precedette l’espansione degli Inca Una piattaforma funeraria rimasta pressoché intatta per oltre 600 anni è stata scoperta dagli archeologi a Chan Chan, sulla costa settentrionale del Perù, antica capitale del regno Chimú e una delle più importanti città dell’America preispanica.
     

Perù, una tomba rimasta intatta per 600 anni svela i segreti della civiltà Chimú

September 14th 2026 at 06:00

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A Chan Chan scoperta una piattaforma funeraria con i resti di 38 individui e preziosi corredi. Il contesto archeologico quasi indisturbato potrà fornire nuove informazioni sui rituali e sulla società che precedette l’espansione degli Inca

Una piattaforma funeraria rimasta pressoché intatta per oltre 600 anni è stata scoperta dagli archeologi a Chan Chan, sulla costa settentrionale del Perù, antica capitale del regno Chimú e una delle più importanti città dell’America preispanica.

Il ritrovamento è avvenuto nel complesso fortificato di Utzh An, conosciuto in passato come Palazzo Gran Chimú. All’interno della struttura sono stati individuati i resti di 38 persone, accompagnati da ornamenti, oggetti cerimoniali, armi ed emblemi metallici. Un individuo, rinvenuto nella camera principale insieme a manufatti in conchiglia e metallo, potrebbe essere appartenuto all’élite Chimú.

La piattaforma funeraria scoperta nel complesso archeologico di Chan Chan, in Perù. Foto: Luis Puell / Agencia Andina

Particolarmente interessanti sono le tracce di pigmentazione rossa osservate su alcuni resti e reperti. Potrebbero essere riconducibili al cinabro, minerale composto da solfuro di mercurio utilizzato come pigmento rosso in contesti funerari di alto rango nelle società andine. Saranno tuttavia le analisi di laboratorio a stabilirne con certezza la composizione.

Dal punto di vista scientifico, il valore della scoperta risiede soprattutto nell’eccezionale conservazione del contesto. Molte sepolture dell’élite Chimú conosciute dagli studiosi erano state saccheggiate in passato, separando i reperti dai luoghi e dagli individui ai quali appartenevano. Qui gli archeologi possono invece analizzare ossa, posizione dei corpi, oggetti, pigmenti e struttura funeraria nelle loro associazioni originarie, ricostruendo con maggiore precisione rituali e gerarchie sociali.

Alcuni dei manufatti metallici rinvenuti nel contesto funerario di Chan Chan. Foto: Luis Puell / Agencia Andina

Un individuo presenta inoltre una deposizione insolita: il corpo era completamente disteso, mentre nelle sepolture Chimú sono più comuni posizioni flesse o sedute. Una differenza che apre interrogativi sul suo ruolo e sul significato del rituale funerario.

La civiltà Chimú prosperò sulla costa settentrionale del Perù prima dell’espansione incaica, con Chan Chan come grande centro politico. E il sito potrebbe conservare ancora moltissime sorprese: secondo il responsabile degli scavi Jorge Meneses, non più del 7% dell’intera area di Chan Chan è stato finora scavato.

Alcuni dei manufatti metallici rinvenuti nel contesto funerario di Chan Chan. Foto: Luis Puell / Agencia Andina

Fonti e approfondimenti

ANSA – Scoperta eccezionale in Perù, trovata una tomba pre-incaica di oltre 600 anni
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/09/10/scoperta-eccezionale-in-peru-trovata-una-tomba-pre-incaica-di-oltre-600_7df618f0-6cc4-454f-8bd2-66cc4735696d.html

El País – An intact tomb preserved for 600 years opens a window onto the world of the Chimú elite in Peru
https://english.elpais.com/culture/2026-09-10/an-intact-tomb-preserved-for-600-years-opens-a-window-onto-the-world-of-the-chimu-elite-in-peru.html

El Peruano – Hallazgo inédito en Chan Chan: descubren plataforma funeraria con 38 individuos de alto estatus
https://elperuano.pe/noticia/304310-hallazgo-inedito-en-chan-chan-descubren-plataforma-funeraria-con-38-individuos-de-alto-estatus

EFE – approfondimento sulla scoperta archeologica di Chan Chan
https://efe.com/cultura/2026-09-09/chan-chan-peru-chimu/

Chi erano i Chimú

La civiltà Chimú si sviluppò lungo la costa settentrionale dell’attuale Perù tra circa il IX e il XV secolo, prima della conquista da parte degli Inca. Il suo centro politico era Chan Chan, nei pressi dell’odierna Trujillo, una vastissima città costruita prevalentemente in terra cruda e oggi riconosciuta come Patrimonio Mondiale UNESCO. I Chimú crearono un potente regno costiero, basato su un’agricoltura sostenuta da sofisticati sistemi di irrigazione, e raggiunsero livelli notevoli nella lavorazione dei metalli, nei tessuti e nell’artigianato. Intorno al 1470 il regno di Chimor venne incorporato nell’Impero Inca, pochi decenni prima dell’arrivo degli Spagnoli.

Fotografie: Luis Puell – Agencia Andina©Editora Perú – – https://andina.pe/agencia/galeria-extraordinario-hallazgo-chan-chan-descubren-plataforma-funeraria-restos-38-individuos-alto-estatus-30392.aspx

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  • Arte rupestre post-paleolitica: nuove ricerche e metodi digitali
    Condividi Il volume nato dall’incontro di Camaiore riunisce dati da molte regioni italiane, casi di studio in cavità e all’aperto, tecniche di documentazione 3D, analisi diagnostiche e applicazioni dell’intelligenza artificiale. L’arte rupestre post-paleolitica italiana torna al centro di una pubblicazione che raccoglie ricerche territoriali e riflessioni metodologiche. Il volume, curato da Anna Maria Tosatti, Francesco Marco Paolo Carrera, Renata Grifoni Cremonesi e Dario Sigari, deriva dal
     

Arte rupestre post-paleolitica: nuove ricerche e metodi digitali

September 14th 2026 at 05:00

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Il volume nato dall’incontro di Camaiore riunisce dati da molte regioni italiane, casi di studio in cavità e all’aperto, tecniche di documentazione 3D, analisi diagnostiche e applicazioni dell’intelligenza artificiale.

L’arte rupestre post-paleolitica italiana torna al centro di una pubblicazione che raccoglie ricerche territoriali e riflessioni metodologiche. Il volume, curato da Anna Maria Tosatti, Francesco Marco Paolo Carrera, Renata Grifoni Cremonesi e Dario Sigari, deriva dal XII Incontro Annuale di Preistoria e Protostoria. L’appuntamento si svolse il 19 e 20 maggio 2023 al Museo Civico Archeologico di Camaiore, in provincia di Lucca.

Gli Atti sono pubblicati nel 2026 nella collana Access Archaeology di Archaeopress. Il libro propone un quadro articolato di incisioni, pitture e altre manifestazioni grafiche realizzate dalla preistoria recente alle fasi storiche. L’attenzione riguarda anche le condizioni materiali dei supporti rocciosi, la tutela e le difficoltà di interpretazione.

Arte rupestre post-paleolitica tra territori e contesti

L’espressione arte rupestre post-paleolitica comprende testimonianze molto diverse per cronologia, tecnica e significato. Nel volume sono esaminati siti dell’area apuana e versiliese, del Trentino, della Calabria, della Sicilia, dell’Abruzzo, del Gargano, delle Marche e della Valcamonica. Lo sguardo si estende anche alla Sardegna e a contesti fuori dall’Italia, come la Grotta dei Nuotatori nel Gilf Kebir egiziano.

La ricognizione geografica non è soltanto un catalogo di località. I contributi mettono in relazione segni, rocce, percorsi, visibilità e paesaggi. Alcune evidenze sono collocate in aree aperte e in punti di transito. Altre sono associate a ripari e cavità con caratteristiche topografiche specifiche. Per chi studia gli ambienti sotterranei, questo aspetto è rilevante: la posizione di una parete dipinta o incisa può concorrere a definire la funzione del luogo e le modalità di frequentazione.

Gli autori invitano a non ricondurre automaticamente ogni segno al solo ambito rituale. Le ipotesi considerate includono l’organizzazione territoriale, il pastoralismo, l’orientamento, la memoria di eventi e pratiche connesse alla vita delle comunità. Le attribuzioni restano complesse, soprattutto quando mancano dati stratigrafici o cronologie dirette.

Rilievo 3D e analisi per l’arte rupestre post-paleolitica

Una parte consistente degli Atti è dedicata agli strumenti di documentazione. Fotografia controllata, modelli tridimensionali e procedure digitali permettono di registrare superfici difficili da leggere a occhio nudo. La documentazione 3D è affrontata come metodo operativo, con attenzione agli usi possibili e ai limiti dei diversi procedimenti.

Le tecnologie non sostituiscono l’osservazione sul campo. Possono però rendere confrontabili rilievi eseguiti in tempi diversi e favorire una lettura più precisa delle sovrapposizioni. Questo è utile nei siti esposti agli agenti atmosferici, ma anche in ripari e cavità, dove luce, umidità, concrezioni e geometria delle pareti condizionano la registrazione dei segni.

Il volume presenta inoltre indagini chimico-fisiche, analisi petrologiche e proposte per distinguere lineazioni naturali da tracce di origine antropica. La distinzione è essenziale. Una frattura, una vena minerale o un’alterazione della roccia possono infatti assumere aspetti simili a un’incisione. Per l’arte rupestre post-paleolitica, la verifica della natura del segno deve quindi integrare rilievo, geologia e confronto con il contesto archeologico.

Intelligenza artificiale e documentazione delle superfici

Tra i contributi compare DigiRock, progetto dedicato al riconoscimento, alla digitalizzazione e all’analisi dell’arte di Grotta Poesia attraverso l’intelligenza artificiale. Il caso mostra una direzione di ricerca in crescita: sistemi capaci di assistere il ricercatore nella selezione delle immagini, nel riconoscimento delle tracce e nell’organizzazione di grandi quantità di dati.

L’uso di questi strumenti richiede banche dati affidabili, protocolli trasparenti e controlli specialistici. Un algoritmo può sostenere l’analisi preliminare, non attribuire da solo cronologia o significato a una figura. La qualità delle fotografie, l’illuminazione, le deformazioni della superficie e i criteri con cui vengono classificati i segni incidono sui risultati.

Nel caso di superfici rupestri fragili, una procedura digitale ben documentata può anche ridurre interventi diretti e consentire verifiche successive. Il dato conservato deve restare leggibile e riutilizzabile. Questa esigenza accomuna archeologi, geologi, restauratori e studiosi delle cavità.

Tutela, monitoraggio e prospettive di ricerca

Gli Atti richiamano la necessità di documentare rapidamente le nuove segnalazioni e di monitorare i siti già conosciuti. L’arte rupestre post-paleolitica è esposta a erosione, crescita biologica, alterazioni della roccia e, in alcuni casi, pressioni dovute alla frequentazione. La conoscenza sistematica costituisce quindi una base per definire priorità di tutela.

Il quadro emerso a Camaiore conferma il valore di un’impostazione interdisciplinare. Le scoperte sul territorio acquistano significato quando sono accompagnate da rilievi ripetibili, analisi dei materiali e studio del paesaggio. Anche le cavità e i ripari richiedono questa integrazione, perché il supporto roccioso e la morfologia del luogo sono parte della testimonianza.

La pubblicazione prosegue una serie di incontri dedicati all’arte rupestre in Italia e mette a disposizione materiali utili per ricerche future. Il confronto tra casi regionali, tecniche di acquisizione e proposte interpretative offre una base di lavoro per aggiornare carte archeologiche, programmi di monitoraggio e pratiche di divulgazione rivolte al pubblico.

Fonti

L'articolo Arte rupestre post-paleolitica: nuove ricerche e metodi digitali proviene da Scintilena.

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