Základné zobrazenie

  • ✇Scintilena
  • Acquedotto preromano a Monteleone Sabino, un nuovo tassello per la gestione delle acque nella Sabina antica
    Condividi Il rinvenimento speleo-archeologico amplia la conoscenza del territorio di Trebula Mutuesca Nel territorio di Monteleone Sabino, in provincia di Rieti, è stato esplorato e documentato un acquedotto ipogeo attribuito in via preliminare all’età preromana. L’indagine è stata condotta dal Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e la provincia di Rieti, con la collabora
     

Acquedotto preromano a Monteleone Sabino, un nuovo tassello per la gestione delle acque nella Sabina antica

September 16th 2026 at 14:00

Condividi

Il rinvenimento speleo-archeologico amplia la conoscenza del territorio di Trebula Mutuesca

Nel territorio di Monteleone Sabino, in provincia di Rieti, è stato esplorato e documentato un acquedotto ipogeo attribuito in via preliminare all’età preromana. L’indagine è stata condotta dal Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e la provincia di Rieti, con la collaborazione del Comune.

Il tratto oggi percorribile misura circa 100 metri. Il dato non coincide necessariamente con l’estensione complessiva dell’opera. Le caratteristiche del manufatto suggeriscono una progettazione articolata e una relazione diretta con la gestione delle acque nel paesaggio rurale della Sabina antica.

L’attribuzione preromana resta una proposta da verificare con rilievi completi, analisi stratigrafiche, confronto con opere analoghe ed eventuali datazioni scientifiche. La prudenza è necessaria perché la presenza di un cunicolo sotterraneo, da sola, non permette di stabilire con certezza né la cronologia né la funzione originaria.

La tecnica costruttiva dell’acquedotto ipogeo

L’acquedotto preromano presenta una sezione ogivale. Il condotto è stato scavato in depositi plio-pleistocenici formati da banchi conglomeratici alternati a livelli marnoso-argillosi. La composizione geologica ha condizionato le modalità di scavo, la stabilità delle pareti e la circolazione dell’acqua.

La sequenza costruttiva comunicata per il manufatto prevede l’apertura di cunicoli trasversali a intervalli regolari. In una fase successiva sarebbe stato scavato il condotto principale, seguendo un andamento parallelo a una dorsale collinare. Una simile organizzazione può avere consentito di lavorare da più punti, controllare la direzione dello scavo e ridurre la distanza necessaria per rimuovere il materiale estratto.

I cunicoli trasversali potevano svolgere più funzioni. Oltre a facilitare l’avanzamento del cantiere, potevano servire per la ventilazione, l’ispezione, la manutenzione e l’intercettazione di infiltrazioni laterali. La loro interpretazione dovrà essere verificata attraverso il rilievo diretto delle sezioni, delle connessioni e delle tracce lasciate dagli strumenti.

Drenaggio e agricoltura nella Sabina preromana

Nel linguaggio comune, il termine acquedotto indica spesso un’opera destinata a portare acqua potabile verso un abitato. Per il manufatto di Monteleone Sabino, l’interpretazione preliminare privilegia una funzione più ampia. L’opera potrebbe avere svolto attività di drenaggio, regimentazione delle acque e miglioramento della produttività agricola dei suoli.

In un territorio collinare, il controllo dell’acqua incide sulla stabilità dei versanti e sulla possibilità di coltivare i terreni. Un cunicolo può intercettare acque infiltrate, ridurre i ristagni, limitare l’erosione e indirizzare i flussi verso punti di raccolta o di deflusso. Per questo motivo, la definizione più prudente è quella di cunicolo idraulico plurifunzionale, con prevalente finalità rurale e territoriale.

La realizzazione di un’opera lunga almeno 100 metri avrebbe richiesto conoscenze empiriche della pendenza, della geologia e del comportamento delle acque. Sarebbero state necessarie anche squadre coordinate, strumenti adeguati, sistemi per lo smaltimento del materiale e attività di manutenzione. Questi elementi suggeriscono una comunità capace di organizzare il lavoro su scala superiore a quella della singola famiglia. Non costituiscono, da soli, la prova dell’esistenza di una specifica autorità politica.

Trebula Mutuesca e il paesaggio idraulico locale

Monteleone Sabino conserva le testimonianze dell’antica Trebula Mutuesca, centro di origine sabina sviluppatosi tra la fase preromana e l’età romana. Il nuovo acquedotto preromano si inserisce in un paesaggio nel quale abitati, santuari, percorsi, aree coltivate e opere idrauliche dovevano interagire.

La romanizzazione non cancellò un territorio privo di infrastrutture. Al contrario, la successiva organizzazione municipale poté inserirsi in un ambiente già frequentato e trasformato dalle comunità locali. L’acquedotto ipogeo offre quindi un possibile contributo alla ricostruzione del pagus dei Mutuesci, inteso come distretto rurale e comunità territoriale collegata a Trebula Mutuesca.

Il rinvenimento non deve essere confuso con i cunicoli romani dell’anfiteatro e delle terme, né con il sistema preromano già noto sotto la chiesa di Santa Vittoria. Le diverse evidenze appartengono allo stesso paesaggio idraulico, ma presentano cronologie, tecniche e funzioni che devono essere analizzate separatamente.

Il confronto con Santa Vittoria e le opere romane

Sotto la chiesa romanica di Santa Vittoria è noto un sistema di gallerie di captazione e drenaggio attribuito all’età preromana e studiato dal Gruppo Vespertilio a partire dal 1997. L’accesso avviene attraverso un pozzo profondo sette metri. Dal fondo si diramano cunicoli ogivali scavati in breccioni e argille pleistoceniche. In epoca romana l’acqua del pozzo sarebbe stata utilizzata anche per finalità cultuali e terapeutiche, in relazione al santuario di Vacuna. [web:8]

Le analogie con il nuovo acquedotto riguardano la sezione ogivale, l’impiego di ambienti sotterranei e il possibile rapporto con la gestione delle acque. Questi elementi non dimostrano una contemporaneità o una connessione diretta. Servono confronti puntuali tra rilievi, tecniche di scavo, sedimenti, tracce di utensili e materiali associati.

Le opere idrauliche romane note nell’area archeologica hanno caratteristiche differenti. Il sistema dell’anfiteatro comprende pozzi di accesso, condotti fognari e un collettore anulare destinato allo smaltimento delle acque. Il cunicolo della zona termale è largo circa 50 centimetri, alto 1,70 metri e rivestito in cocciopesto. La pendenza, pari al 20 per cento, favoriva lo scarico di grandi quantità d’acqua. [web:3]

Le prossime verifiche per datare l’opera

Per trasformare l’annuncio preliminare in una ricostruzione archeologica più solida saranno utili un rilievo topografico georeferenziato, una restituzione tridimensionale e la misurazione delle pendenze. Sarà importante individuare i possibili punti di captazione e di uscita, oltre alle relazioni con sorgenti, impluvi, coltivi e strutture antiche.

Potranno contribuire anche il campionamento controllato di sedimenti e incrostazioni, l’analisi delle tracce di scavo e la ricerca di eventuali tratti ostruiti. Le indagini non invasive nel sottosuolo potrebbero aiutare a riconoscere pozzi, prosecuzioni e collegamenti non ancora accessibili.

Il valore della scoperta risiede nella possibilità di studiare insieme speleologia, archeologia, geologia e idrogeologia. Il nuovo acquedotto preromano non è ancora una prova definitiva sull’organizzazione politica della Sabina antica. È un’evidenza concreta che può contribuire a comprendere come le comunità locali abbiano progettato e utilizzato il sottosuolo prima e durante il processo di integrazione nel mondo romano.

Fonti consultate

Acquedotto Lazio

L'articolo Acquedotto preromano a Monteleone Sabino, un nuovo tassello per la gestione delle acque nella Sabina antica proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Raccontando i Campi 2026: racconti speleologici alle Tane del Diavolo di Parrano
    Condividi Il 26 e 27 settembre la 18ª edizione dell’incontro organizzato dalla FUGS propone esplorazioni, aggiornamenti sulle ricerche locali e testimonianze da diversi paesi La 18ª edizione di Raccontando i Campi si svolgerà sabato 26 e domenica 27 settembre 2026 alle Tane del Diavolo di Parrano, in provincia di Terni. L’appuntamento è promosso dalla Federazione Umbra Gruppi e Speleologi, FUGS, e conserva la formula che ne ha caratterizzato la storia: mettere al centro i racconti delle attiv
     

Raccontando i Campi 2026: racconti speleologici alle Tane del Diavolo di Parrano

September 16th 2026 at 13:00

Condividi

Il 26 e 27 settembre la 18ª edizione dell’incontro organizzato dalla FUGS propone esplorazioni, aggiornamenti sulle ricerche locali e testimonianze da diversi paesi

La 18ª edizione di Raccontando i Campi si svolgerà sabato 26 e domenica 27 settembre 2026 alle Tane del Diavolo di Parrano, in provincia di Terni. L’appuntamento è promosso dalla Federazione Umbra Gruppi e Speleologi, FUGS, e conserva la formula che ne ha caratterizzato la storia: mettere al centro i racconti delle attività sul campo, dando spazio a esplorazioni, rilievi, incontri e progetti della comunità speleologica.

L’edizione 2026 amplia il formato tradizionale. Dopo le esperienze ospitate a Narni, compresa l’edizione 2025 intitolata “Malamente”, l’incontro torna in un ambiente naturale direttamente legato alla ricerca speleologica e speleo-archeologica. Il programma unisce una visita al complesso carsico, una sessione di aggiornamento sulle ricerche di Parrano, racconti da diverse aree italiane ed europee e una domenica dedicata alla lettura.

Tane del Diavolo di Parrano, tra carsismo e archeologia

Le Tane del Diavolo di Parrano si aprono lungo la forra del Fosso del Bagno, alle pendici del rilievo sul quale sorge il paese. Il complesso comprende grotte e forre modellate dall’azione dell’acqua. Nell’area è presente anche una sorgente termale con temperatura indicata intorno ai 28 °C.

Il sito possiede un interesse che riguarda più discipline. Le cavità hanno restituito materiali riferibili a diverse fasi della frequentazione umana, dall’età eneolitica fino all’età del Bronzo, secondo le informazioni riportate dalle fonti territoriali e dai materiali di ricerca pubblicati negli ultimi anni. Per questo le Tane del Diavolo rappresentano un contesto nel quale esplorazione, documentazione del sottosuolo e tutela del patrimonio archeologico devono procedere insieme.

L’area è inserita nel territorio della Riserva della Biosfera MAB UNESCO Monte Peglia, riconosciuta nel 2018. Il riconoscimento riguarda un paesaggio nel quale ambiente naturale, attività umane e sviluppo sostenibile sono considerati in relazione tra loro. Il contesto contribuisce a spiegare la scelta di Parrano per un appuntamento che non propone soltanto conferenze, ma anche una presenza diretta sul terreno.

Grotta dei Conoidi e ricerca speleo-archeologica

Tra gli argomenti collegati alle Tane del Diavolo di Parrano ci sarà l’evoluzione delle ricerche sul sistema del Fosso del Bagno. In particolare, la Grotta dei Conoidi è stata individuata nel 2022 e presentata pubblicamente nel 2024. La cavità ha uno sviluppo planimetrico superiore a mezzo chilometro e un andamento labirintico, con passaggi stretti e sale di dimensioni maggiori.

Le informazioni diffuse sulla grotta riferiscono anche della presenza di concrezioni calcitiche e di materiali archeologici sottoposti a studio. Tra i reperti è stata segnalata un’emimandibola umana, elemento che può contribuire a successive analisi sulla storia delle popolazioni che hanno frequentato l’ambiente sotterraneo.

Il tema della Grotta dei Conoidi si inserisce in un quadro più ampio di documentazione. Nel workshop speleo-archeologico svolto a giugno 2026, le attività hanno riguardato rilievi topografici, aggiornamenti catastali e ricognizioni nell’area del Fosso del Rio Bagno. Sono stati impiegati anche strumenti per il rilievo tridimensionale e la costruzione di nuvole di punti. La ricerca sulla Grotta dei Conoidi mantiene una propria autonomia scientifica e, come indicato nei programmi pubblicati, è soggetta alle autorizzazioni e ai vincoli della Soprintendenza competente.

Sabato 26 settembre, esplorazioni e racconti

Il programma di sabato prevede un giro nel canyon e la visita ad alcune grotte del complesso. L’attività consentirà ai partecipanti di conoscere direttamente l’ambiente nel quale si svolgono le ricerche e di osservare la relazione tra morfologia della forra, sorgenti e accessi alle cavità.

Alle 17 inizierà la sessione principale di Raccontando i Campi. L’apertura sarà dedicata alle nuove scoperte e ai nuovi rilievi delle grotte di Parrano. Questo spazio consentirà di collegare l’incontro alle attività recenti di documentazione e alla situazione della ricerca locale.

La seconda parte proporrà testimonianze da più aree geografiche. Nel programma sono indicati racconti dall’Islanda, dai Picos d’Europa in Spagna, da Creta, dal Marguareis, da Cipro e dall’Albania. Sono previsti anche contributi italiani dedicati ad Arnetola e all’Abisso dei Monti Lepini.

La serata proseguirà con la cena e con l’Open Speleo Bar. La formula mantiene il carattere informale dell’incontro, nel quale le esperienze di campo vengono condivise attraverso immagini, resoconti e conversazioni tra partecipanti provenienti da gruppi e territori diversi.

Domenica 27 settembre, reading e cultura speleologica

La novità organizzativa del 2026 è l’estensione dell’appuntamento alla domenica. Le attività si sposteranno nell’area del grande arco naturale e nell’androne della Tana. Il programma prevede letture di racconti antichi e moderni, con un’attenzione alla narrazione come strumento per conservare e trasmettere la memoria delle esplorazioni.

È inoltre annunciata un’anteprima del nuovo libro di Andrea Gobetti. L’autore leggerà alcuni brani collegati ai temi della montagna e della grotta. Il reading completa la parte più tecnica del sabato con un momento dedicato alla cultura, alla scrittura e alla rappresentazione dell’esperienza sotterranea.

In questa prospettiva, Raccontando i Campi non si limita alla presentazione dei risultati esplorativi. Il programma mette in evidenza anche il valore documentario dei resoconti personali, delle immagini e dei testi. La narrazione diventa una modalità per rendere comprensibili attività che spesso si svolgono lontano dal pubblico e in ambienti difficili da raggiungere.

Iscrizioni, quote e informazioni logistiche

Le iscrizioni saranno aperte fino al 25 settembre 2026, salvo raggiungimento dei posti disponibili. La quota per il sabato è di 20 euro e comprende cena, pernottamento in area tenda, partecipazione alle attività e accesso alla piscina termale. La quota per la domenica è di 15 euro e comprende colazione, pranzo, partecipazione ai reading, accesso alle terme e Open Speleo Bar.

I partecipanti dovranno portare l’attrezzatura personale necessaria per il campeggio e le eventuali vettovaglie non comprese nei pasti organizzati. Il programma indica la disponibilità di servizi essenziali per il campo. È inoltre previsto un servizio navetta gratuito dalla stazione ferroviaria, con i dettagli del punto di arrivo da verificare con l’organizzazione.

Per informazioni e iscrizioni è indicato il contatto di Roberto Pettirossi: telefono 3468422259, email r.pettirossi77@gmail.com. La partecipazione richiede attenzione alle indicazioni organizzative e alle eventuali condizioni di accesso alle cavità, in un’area che comprende siti di interesse archeologico sottoposti a tutela.

Fonti

Raccontando i campi

L'articolo Raccontando i Campi 2026: racconti speleologici alle Tane del Diavolo di Parrano proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Grotte glaciali, un mondo che scompare: Monti Sorgenti 2026 apre alla glaciospeleologia
    Condividi La serata del 29 settembre al CAI Lecco racconta le cavità effimere dei ghiacciai alpini Lecco, settembre 2026 — Si terrà martedì 29 settembre 2026, alle ore 21.00, il secondo appuntamento di settembre della rassegna Monti Sorgenti 2026, dedicato quest’anno al tema “Grotte glaciali, un mondo che scompare“. L’incontro si svolgerà nella sede del CAI Lecco, in via Papa Giovanni XXIII 11, a ingresso libero, e propone al pubblico un viaggio dentro ambienti nascosti e spettacolari della c
     

Grotte glaciali, un mondo che scompare: Monti Sorgenti 2026 apre alla glaciospeleologia

September 16th 2026 at 12:00

Condividi

La serata del 29 settembre al CAI Lecco racconta le cavità effimere dei ghiacciai alpini

Lecco, settembre 2026 — Si terrà martedì 29 settembre 2026, alle ore 21.00, il secondo appuntamento di settembre della rassegna Monti Sorgenti 2026, dedicato quest’anno al tema “Grotte glaciali, un mondo che scompare“. L’incontro si svolgerà nella sede del CAI Lecco, in via Papa Giovanni XXIII 11, a ingresso libero, e propone al pubblico un viaggio dentro ambienti nascosti e spettacolari della criosfera alpina, oggi sempre più fragili e destinati a trasformarsi o scomparire in tempi rapidissimi.

Protagonisti della serata saranno Mauro Inglese e Paola Tognini, del Gruppo Grotte Milano CAI-SEM, e Andrea Ferrario, del Gruppo Grotte Saronno CAI-SSI. Tutti e tre sono da anni impegnati nel Progetto Speleologia Glaciale (PSG), attivo dal 2008, che coordina esplorazioni e monitoraggi di cavità glaciali in diversi ghiacciai dell’arco alpino. Durante l’incontro verranno presentate immagini di esplorazioni, racconti di campagne sul campo e osservazioni dirette su morfologia, dinamica e fragilità delle cavità endoglaciali e subglaciali.

Glaciospeleologia: che cos’è e perché studiare le grotte glaciali

La glaciospeleologia, o speleologia glaciale, è la branca della speleologia che studia ed esplora le cavità presenti nei ghiacciai. A differenza delle grotte in roccia, le grotte glaciali sono ambienti dinamici, effimeri e mutevoli nel tempo. Si formano e si evolvono rapidamente, spesso nell’arco di una singola stagione estiva, e molte strutture collassano o scompaiono in pochi mesi o anni. Questi ambienti sono fortemente condizionati dall’acqua di fusione, che scolpisce nel ghiaccio tunnel, pozzi, saloni e sistemi di drenaggio complessi.

Le grotte glaciali offrono uno sguardo privilegiato sulla morfologia interna del ghiacciaio, sui processi idrologici subglaciali ed endoglaciali e sulle interazioni tra ghiaccio, roccia e acqua. Per questo la glaciospeleologia è considerata un laboratorio accelerato di processi carsici: ciò che in roccia richiede millenni, nel ghiaccio avviene in settimane o stagioni. Studiare queste cavità significa quindi comprendere meglio la dinamica dei ghiacciai e i loro cambiamenti in un contesto di clima che si modifica.

Classificazione delle cavità glaciali: endoglaciali, subglaciali e di contatto

Il Progetto Speleologia Glaciale e la letteratura specialistica distinguono principalmente tre categorie di cavità glaciali. Le grotte di contatto si sviluppano all’interfaccia tra ghiaccio e roccia, spesso alla fronte o ai fianchi del ghiacciaio. Le grotte endoglaciali sono interamente scavate nella massa di ghiaccio, per azione dell’acqua di fusione e di correnti interne. Le grotte subglaciali si formano alla base del ghiacciaio, lungo il bedrock, e possono essere molto stabili se guidate da strutture rocciose.

A queste si aggiungono i mulini glaciali (pozzi di assorbimento) e le bé»»diè»»res (alvei superficiali), morfologie analoghe a quelle carsiche ma modellate da processi fisici diversi. Le grotte endoglaciali “vivono” soltanto durante la fase estiva, nel periodo di ablazione, e si richiudono durante il periodo invernale. Le grotte subglaciali possono invece perdurare più a lungo e sono considerate indicatori di una situazione di fragilità»» del ghiacciaio. Questa classificazione è utile per interpretare sia l’evoluzione del ghiacciaio sia i rischi legati all’esplorazione.

Il Progetto Speleologia Glaciale: storia, obiettivi e ghiacciai studiati

Il Progetto Speleologia Glaciale (PSG) nasce nel 2008 dalla collaborazione tra il Gruppo Speleologico CAI Varallo, il Gruppo Grotte Milano CAI-SEM e il Gruppo Grotte CAI Saronno, e coinvolge nel tempo altri gruppi e singoli ricercatori. Obiettivi principali del PSG sono esplorare e documentare cavità»» endoglaciali e subglaciali in ghiacciai alpini italiani e transfrontalieri, effettuare monitoraggi ripetuti per registrare cambiamenti morfologici e idrologici, e produrre rilievi topografici, fotografie, dati e pubblicazioni scientifiche e divulgative.

Attualmente al PSG aderiscono più di 50 speleologi provenienti da una dozzina di gruppi di varie regioni italiane. In questi anni sono state effettuate attività sui ghiacciai lombardi dei Forni, del Ventina, dello Scalino, e sui ghiacciai del Gorner, dell’Aletsch, del Morteratsch e del Pers in Svizzera. Il PSG ha anche organizzato campi glaciospeleologici nazionali nel 2011 e nel 2012, contributi a convegni nazionali e internazionali, e collaborazioni con la Federazione Speleologica Lombarda e con la comunità scientifica internazionale.

Perché le grotte glaciali sono “un mondo che scompare”

Le grotte glaciali sono strettamente legate allo stato di salute dei ghiacciai. Con il ritiro glaciale in atto nelle Alpi, molte cavità di contatto e endoglaciali si riducono o collassano. Alcune strutture subglaciali diventano accessibili solo per brevi periodi, prima che il fronte retroceda o che il sistema di drenaggio cambi. Interi sistemi esplorati pochi anni fa oggi non esistono più o sono radicalmente trasformati. Questo rende la documentazione glaciospeleologica urgente e necessaria.

Ogni esplorazione è anche un atto di conservazione della memoria di un ambiente in rapida scomparsa. I dati raccolti contribuiscono a comprendere meglio gli effetti del cambiamento climatico sulla criosfera alpina. Come sintetizzano alcuni protagonisti del settore, visitare una grotta glaciale e vederla scomparire poco dopo “riporta tutto alla giusta scala” e ricorda la fragilità di ciò che appare solido. La glaciospeleologia diventa quindi anche un modo per documentare la trasformazione degli ambienti di alta quota.

Esperienze recenti: esempi di esplorazioni in Pitzaler Gletscher e Gepatschferner

Alcuni resoconti recenti aiutano a capire la concretezza di questo lavoro. Sul Pitzaler Gletscher in Austria, nel 2025, una squadra guidata da Paolo Testa ha esplorato e documentato una grande grotta di contatto alla fronte del ghiacciaio, con saloni spettacolari, vasche glaciali e tratti pericolosi per crolli di ghiaccio. Parte della cavità era già isolata e destinata a vita breve. Sul Gepatschferner, nelle Alpi Venoste sul versante austriaco, esplorazioni ripetute hanno mostrato un forte ritiro della lingua glaciale e la persistenza di condotte subglaciali guidate da strutture rocciose.

Questi casi illustrano bene il duplice valore della glaciospeleologia: scientifico, per il monitoraggio di processi idrologici e morfologici, e culturale e documentario, per la testimonianza di ambienti effimeri. Le esplorazioni richiedono attrezzature specifiche, come mute e corde, e una buona conoscenza dei rischi legati ai crolli di ghiaccio e alle variazioni rapide delle strutture. Ogni campagna sul campo produce dati utili per la ricerca e per la comprensione della dinamica glaciale.

Contesto scientifico e convegnistico: IWIC e incontri nazionali di glaciospeleologia

La glaciospeleologia italiana si inserisce in un contesto internazionale attivo. La serie di workshop biennali IWIC – International Workshop on Ice Caves è dedicata alle grotte di ghiaccio. L’edizione italiana, IWIC V, si è tenuta nel 2012 in Lombardia, sulla Grigna, con forte coinvolgimento del PSG. La prossima edizione, IWIC XI, è prevista per febbraio 2026 in Romania. In Italia si sono svolti diversi incontri nazionali, tra cui “Vuoti e ghiaccio” a Novara nel 2018, “Dentro un pozzo di cielo” a Finalborgo nel 2019, e il 3 ° Incontro di Speleologia Glaciale a Bergamo nel 2023.

Questi momenti hanno consolidato una rete di ricercatori, speleologi e appassionati che condividono metodi, dati e riflessioni sulla crisi della criosfera alpina. Conferenze regionali su glaciologia ipogea e cambiamento climatico si sono tenute in Trentino-Alto Adige nel 2025. La Federazione Speleologica Lombarda e la Commissione Scientifica del CAI sostengono da anni queste attività, riconoscendo il valore scientifico e divulgativo della glaciospeleologia. Il contesto convegnistico offre opportunità di confronto e di aggiornamento per tutti gli operatori del settore.

Monti Sorgenti 2026: una rassegna per approfondire la montagna e i suoi ambienti

La serata del 29 settembre è il secondo appuntamento di settembre della rassegna Monti Sorgenti 2026, promossa dal CAI Lecco, dalla Fondazione Cassin e dal Gruppo Ragni della Grignetta per approfondire temi legati all’ambiente montano attraverso esperienze, studi e testimonianze. La rassegna propone incontri su rifugi d’alta quota, innovazione e sostenibilità, e ora anche sulle grotte glaciali. L’obiettivo è far entrare il pubblico in un “mondo nascosto e spettacolare”, ma anche far comprendere le trasformazioni in atto negli ambienti di alta quota.

L’ingresso è libero e la serata rappresenta un’occasione per avvicinarsi a un tema di nicchia ma di grande attualità»», come la glaciospeleologia. I relatori porteranno immagini e racconti diretti, rendendo accessibili al pubblico contenuti normalmente riservati agli addetti ai lavori. La sede del CAI Lecco, in via Papa Giovanni XXIII 11, ospiterà»» l’incontro dalle ore 21.00. Per informazioni è possibile contattare la sede sezionale, aperta nei consueti orari di segreteria.


Fonti

Glaciospeleologia

L'articolo Grotte glaciali, un mondo che scompare: Monti Sorgenti 2026 apre alla glaciospeleologia proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Le Grotte a Udine: mostra sul patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia fino al 27 settembre
    Condividi “Le Grotte: tra esplorazione e ricerca” è aperta alla Società Filologica Friulana. Pannelli, reperti, immagini e realtà virtuale raccontano cavità, ricerca e tutela del patrimonio speleologico regionale. Le Grotte a Udine, date e orari della mostra La mostra “Le Grotte: tra esplorazione e ricerca. Il patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia” resta visitabile a Udine fino a domenica 27 settembre 2026. L’esposizione è ospitata nella sede della Società Filologica Friulana,
     

Le Grotte a Udine: mostra sul patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia fino al 27 settembre

September 16th 2026 at 11:00

Condividi

“Le Grotte: tra esplorazione e ricerca” è aperta alla Società Filologica Friulana. Pannelli, reperti, immagini e realtà virtuale raccontano cavità, ricerca e tutela del patrimonio speleologico regionale.

Le Grotte a Udine, date e orari della mostra

La mostra “Le Grotte: tra esplorazione e ricerca. Il patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia” resta visitabile a Udine fino a domenica 27 settembre 2026. L’esposizione è ospitata nella sede della Società Filologica Friulana, in via Manin 18. L’ingresso è libero.

Le Grotte ha aperto al pubblico l’11 settembre. L’inaugurazione si è svolta alle 17.30, nel quadro delle iniziative regionali legate alla prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo. La ricorrenza cade ogni anno il 13 settembre ed è stata proclamata dall’UNESCO nel novembre 2025.

La visita è possibile dal martedì al venerdì, dalle 16 alle 20. Il sabato e la domenica la mostra è aperta dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 20. La chiusura settimanale è prevista il lunedì.

L’iniziativa è stata realizzata dalla Federazione Speleologica Regionale FVG APS con la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, il Circolo Speleologico e Idrologico Friulano e la Società Filologica Friulana. La collaborazione riunisce associazioni speleologiche, istituzioni pubbliche e realtà culturali attive nella conoscenza del territorio regionale.

Patrimonio speleologico Friuli Venezia Giulia tra rilievo e ricerca

Il nucleo della mostra Le Grotte è il patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia. Pannelli esplicativi, fotografie e reperti illustrano le attività che rendono possibile la conoscenza delle cavità: esplorazione, rilievo topografico, documentazione fotografica, osservazione biologica, studio delle acque e aggiornamento dei dati catastali.

Il percorso evita di presentare la speleologia come sola frequentazione del sottosuolo. L’esplorazione è anche produzione di dati. Una nuova prosecuzione, un ingresso localizzato con precisione o un rilievo aggiornato possono contribuire a comprendere la struttura di un sistema carsico, le sue relazioni con le acque sotterranee e le esigenze di protezione dell’ambiente ipogeo.

Il territorio regionale comprende contesti carsici differenti. Il Carso classico, le Prealpi Giulie e il massiccio del Canin presentano morfologie, sistemi idrici e vicende esplorative proprie. Questa varietà rende il patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia un tema che coinvolge geologia, idrogeologia, biologia, archeologia e storia delle esplorazioni.

In questo quadro opera il Catasto Speleologico Regionale, istituito dalla legge regionale 15 del 2016 presso il Servizio geologico della Regione. Il Catasto è definito dall’amministrazione regionale come centro di raccolta dati e studi sul patrimonio speleologico, sulle aree carsiche e sugli acquiferi carsici. Svolge una funzione tecnica per conoscenza, tutela, gestione, divulgazione e valorizzazione, in collaborazione con enti di ricerca e gruppi speleologici.

I dati richiamati nel programma regionale della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo indicano 8.691 cavità censite e 9.540 ingressi. Il numero degli accessi è superiore a quello delle cavità perché un medesimo complesso ipogeo può avere più entrate. Il dato offre una misura della diffusione del patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia, senza ridurre le grotte a semplici luoghi di visita.

Realtà virtuale per conoscere le cavità regionali

Le Grotte include una sezione dedicata alle tecnologie immersive. I visitatori possono usare visori per realtà virtuale e navigare video a 360 gradi. Schermi e postazioni digitali propongono inoltre virtual tour e filmati divulgativi.

Questi strumenti consentono di avvicinarsi a spazi sotterranei che non sono ordinariamente accessibili a un pubblico ampio. Una visualizzazione digitale non sostituisce l’attività sul campo né il rigore della documentazione speleologica. Può però rendere più chiari gli ambienti, le dimensioni dei vuoti sotterranei e le modalità di lavoro adottate dai gruppi.

La soluzione ha anche un valore di tutela. Molte grotte ospitano concrezioni vulnerabili, sedimenti con interesse scientifico, fauna specializzata e tracce archeologiche. Limitare gli accessi non necessari e proporre forme di divulgazione digitale può contribuire a ridurre le pressioni sugli ambienti più delicati, mantenendo la possibilità di farne conoscere caratteristiche e valore.

La presenza di materiali fisici e contenuti immersivi mette in relazione due piani. Da una parte ci sono i reperti, le immagini e la memoria delle esplorazioni. Dall’altra ci sono gli strumenti contemporanei con cui si possono comunicare luoghi complessi, spesso non raggiungibili o inadatti alla fruizione ordinaria.

Giornata UNESCO e speleologia regionale

La mostra Le Grotte si collega alla prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo. L’UNESCO indica che la ricorrenza mira a richiamare l’attenzione sulle cavità naturali sotterranee, sulle risorse idriche e sui paesaggi geologici. Il riferimento internazionale colloca quindi la tutela del carsismo in un ambito che unisce ricerca, educazione ambientale e gestione responsabile.

Il Friuli Venezia Giulia ha accompagnato la ricorrenza con un programma diffuso. Tra le iniziative figuravano “Grotte aperte”, con visite gratuite in cinque cavità turistiche del Catasto regionale, e un workshop a Trieste dedicato al centenario di Duemila Grotte di Luigi Vittorio Bertarelli ed Eugenio Boegan. L’opera è ricordata dalla Regione come il primo catasto speleologico al mondo.

Per la mostra udinese sono stati annunciati anche contributi sulla storia della speleologia friulana e sulla Grotta Tirfor, nel Complesso Bernardo Chiappa del Monte Bernadia. La presentazione di casi di studio permette di riportare il discorso dal patrimonio generale a esplorazioni e territori concreti.

Le Grotte propone così una lettura accessibile del mondo ipogeo regionale. Il visitatore trova una sintesi tra paesaggio carsico, attività associativa, ricerca scientifica e strumenti di divulgazione. La conoscenza delle cavità resta un passaggio essenziale anche per la loro tutela.

Informazioni utili

Mostra: “Le Grotte: tra esplorazione e ricerca. Il patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia”
Sede: Società Filologica Friulana, via Manin 18, Udine
Periodo: fino al 27 settembre 2026
Orari: dal martedì al venerdì, 16-20; sabato e domenica, 10-12 e 16-20
Ingresso: libero

Fonti

L'articolo Le Grotte a Udine: mostra sul patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia fino al 27 settembre proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Dalle cave del Vicentino alle grotte sulla Luna: DaedalusCam testa la ricostruzione 3D
    Condividi Il test italiano per l’esplorazione dei lava tube lunari Una cava basaltica dei Monti Lessini, tra San Pietro Mussolino e Nogarole Vicentino, è stata utilizzata per il primo test sul campo della configurazione completa di DaedalusCam. Il sistema, sviluppato per la missione concettuale Daedalus dell’Agenzia spaziale europea, è destinato a raccogliere immagini delle cavità lunari e a contribuire alla ricostruzione tridimensionale degli ambienti sotterranei. La campagna si è svo
     

Dalle cave del Vicentino alle grotte sulla Luna: DaedalusCam testa la ricostruzione 3D

September 16th 2026 at 10:00

Condividi

Il test italiano per l’esplorazione dei lava tube lunari

Una cava basaltica dei Monti Lessini, tra San Pietro Mussolino e Nogarole Vicentino, è stata utilizzata per il primo test sul campo della configurazione completa di DaedalusCam.

Il sistema, sviluppato per la missione concettuale Daedalus dell’Agenzia spaziale europea, è destinato a raccogliere immagini delle cavità lunari e a contribuire alla ricostruzione tridimensionale degli ambienti sotterranei.

La campagna si è svolta a Cava Bertocchi, gestita dalla Vaccari Antonio Giulio S.p.A. Il sito è stato scelto per la presenza di basalto, una roccia magmatica che offre un analogo utile per alcune caratteristiche delle superfici lunari.

L’analogia resta parziale. Sulla Luna mancano atmosfera e acqua liquida, la gravità è molto più bassa e le condizioni di illuminazione, temperatura e radiazione sono diverse.

Il test ha riunito competenze di geologia, ottica, fotogrammetria, robotica e operazioni con droni. Vi hanno partecipato gruppi dell’INAF, del Politecnico di Milano, dell’Università di Padova, Planetek Italia e dell’Agenzia spaziale italiana.

La campagna ha rappresentato il primo impiego delle quattro camere PanCam montate insieme nella configurazione prevista per DaedalusCam. [web:9][file:2]

DaedalusCam e la visione panoramica iperemisferica

DaedalusCam non è una singola fotocamera. È composta da quattro camere dotate di lenti bifocali panoramiche, disposte in una configurazione incrociata.

Ogni lente combina un campo panoramico di circa 360 gradi in azimut e 100 gradi in elevazione con una regione frontale circolare più ristretta, ma a maggiore risoluzione.

La copertura molto ampia serve a osservare pareti, fondo, soffitto e traiettoria durante la discesa nella cavità. La configurazione consente inoltre una visione stereoscopica ridondante. Secondo la documentazione tecnica del progetto, ogni punto dello spazio circostante dovrebbe essere osservato da almeno due camere, mentre alcune aree possono essere viste da tre o quattro sistemi.

L’aggettivo iperemisferica indica un campo di vista più esteso rispetto a quello di un obiettivo fisheye convenzionale. La caratteristica riduce le zone cieche, ma rende più complessa la calibrazione geometrica. La parte centrale ad alta risoluzione può essere utilizzata anche con filtri a banda stretta, per ottenere indicazioni sulla composizione delle pareti. L’interpretazione spettrometrica dovrà considerare illuminazione, polvere, angolo di osservazione e calibrazione radiometrica. [web:15]

Fotogrammetria e modello tridimensionale

Il compito principale di DaedalusCam è documentare la geometria della skylight e della discesa. Le immagini non producono automaticamente una mappa 3D. Prima devono essere calibrate, corrette dalla distorsione e allineate tra loro.

La catena di elaborazione comprende la trasformazione delle immagini, la registrazione dei punti omologhi, la stima del movimento e la fusione dei dati provenienti dalle quattro camere. Gli algoritmi SLAM possono contribuire a ricostruire nello stesso momento la traiettoria della piattaforma e la forma dell’ambiente.

Il risultato può essere una nuvola di punti, una mesh o un Digital Terrain Model. La qualità del prodotto deve essere verificata con misure indipendenti. Nel caso della Cava Bertocchi, il modello fotogrammetrico sarà confrontato con un rilievo ottenuto tramite laser altimetro. Il confronto consentirà di stimare l’errore sulle quote, la deriva della traiettoria e la capacità di ricostruire pareti verticali e superfici con poca tessitura.

Per un’applicazione planetaria è importante distinguere una superficie visivamente coerente da una misura geometrica affidabile. La validazione quantitativa sarà quindi una delle fasi centrali dello sviluppo.

La missione Daedalus verso Marius Hills

Il concetto Daedalus è stato sviluppato nell’ambito degli studi ESA SysNova e di una successiva attività Concurrent Design Facility. Il principale obiettivo è l’esplorazione della Marius Hills Hole, una depressione verticale situata nell’Oceanus Procellarum, nella regione equatoriale della Luna.

La cavità è stata individuata grazie alle osservazioni della missione giapponese SELENE-Kaguya. Le immagini hanno mostrato un’apertura verticale con dimensioni stimate nell’ordine di alcune decine di metri e una profondità di circa 80-90 metri. Dati successivi di altre missioni hanno rafforzato l’interesse per la possibile presenza di vuoti sotterranei. La continuità e lo sviluppo effettivo del lava tube non sono ancora stati verificati direttamente da un robot. [web:5][web:15]

La sequenza operativa ipotizzata prevede l’arrivo di un rover sul bordo della skylight. Un sistema di calata dovrebbe abbassare la sfera robotica lungo il pozzo. Durante la discesa, prevista per circa 50 metri nel progetto descritto da INAF, il cavo potrebbe fornire energia e trasmettere dati.

Una volta raggiunta la parte inferiore, Daedalus potrebbe sganciarsi e procedere autonomamente. Il robot non è concepito per tornare in superficie. La fase profonda dovrebbe basarsi soprattutto su lidar e sensori ambientali, perché non è prevista un’illuminazione artificiale per le camere ottiche.

Perché studiare le cavità lunari

I lava tube si formano quando la parte esterna di una colata lavica si raffredda, mentre il materiale interno continua a scorrere. L’esaurimento del flusso può lasciare un condotto vuoto. Il crollo parziale del tetto può generare una skylight, cioè un’apertura che collega la superficie al sistema sotterraneo.

Le cavità lunari interessano la ricerca per la loro possibile funzione di schermatura. La roccia sovrastante può ridurre l’esposizione a micrometeoriti e radiazioni rispetto alla superficie. L’ambiente sotterraneo potrebbe anche presentare variazioni termiche più contenute. Queste condizioni spiegano l’interesse per future missioni robotiche e, in prospettiva, per l’esplorazione umana.

Si tratta di potenzialità, non di condizioni già dimostrate per ogni cavità. Non è ancora noto se la Marius Hills Hole conduca a un ambiente ampio, stabile e percorribile. Restano da valutare accesso, comunicazioni, polvere, regolite, ostacoli, stabilità delle pareti e disponibilità energetica.

Un collegamento con la speleologia terrestre

Il progetto richiama diversi metodi della speleologia. Anche in una grotta terrestre il rilievo serve a trasformare osservazioni parziali in una rappresentazione spaziale. Sono importanti la ridondanza delle misure, la valutazione dell’incertezza e l’individuazione delle zone non osservate.

Le condizioni operative restano molto diverse. Una grotta terrestre può essere raggiunta da persone o robot, dispone di atmosfera e può essere illuminata artificialmente. Un lava tube lunare richiede invece sistemi autonomi, collegamenti radio, gestione della polvere e strumenti capaci di operare nel vuoto e in condizioni termiche difficili.

Il confronto è utile soprattutto sul piano metodologico. Prima di discutere la possibilità di una base, la cavità dovrà essere misurata, mappata e interpretata. DaedalusCam è pensata per la prima parte di questo percorso: osservare l’ingresso, documentare la discesa e produrre un modello tridimensionale delle pareti.

Prossimi sviluppi della tecnologia

La campagna sui Monti Lessini ha mostrato la possibilità di utilizzare la configurazione completa a quattro camere durante un volo con drone. Il gruppo dovrà ora completare l’elaborazione delle immagini e verificare la precisione del modello rispetto al rilievo laser.

Tra le criticità da affrontare ci sono la gestione della luce solare, la differenza di esposizione tra le camere, la distorsione ottica e la quantità di dati da elaborare. Un campo di vista così ampio aumenta la copertura, ma può introdurre saturazione, riflessi e perdita di contrasto quando la sorgente luminosa entra nell’inquadratura.

Sono allo studio ulteriori test in ambienti vulcanici naturali, comprese possibili campagne nelle grotte dell’Etna. Un simile passaggio permetterebbe di avvicinare la sperimentazione alle condizioni di una cavità, mantenendo la possibilità di intervento diretto degli operatori.

La data del 2033, citata nelle prime fasi del progetto Daedalus, non risulta confermata. Le informazioni più recenti riportano un orizzonte successivo al 2033 e non indicano ancora un lancio operativo definito. DaedalusCam rappresenta quindi una tecnologia in sviluppo all’interno di un concetto di missione, non uno strumento già inserito in una missione lunare finanziata e programmata.

Fonti

Dedalus

L'articolo Dalle cave del Vicentino alle grotte sulla Luna: DaedalusCam testa la ricostruzione 3D proviene da Scintilena.

  • ✇Speleologický klub ORCUS Bohumín
  • Exkurze do Ondrášových děr a kontrola jeskyní na Mazáku
    Naši kamarádi strážci z CHKO Beskydy chtěli poznat Lysou horu i z podzemí a tak jsme pro ně připravili exkurzi do Ondrášových jeskyní. A nejen to, když jsme už byli na Lukšinci chtěli jsme pokračovat v průzkumu SZ i JV svahů, zkontrolovat jeskyně na Mazáku a zkontrolovat i stav v Ondrášových dírách, kde se projevily některé změny. Exkurze byla naplánována až odpoledne a tak jsme vyběhli do terénu. Monika s Kubou V. vyrazili na kontrolu jeskyní Thomas a Víťa na Mazáku, jestli se tam něco nezměnil
     

Exkurze do Ondrášových děr a kontrola jeskyní na Mazáku

September 16th 2026 at 09:36

Naši kamarádi strážci z CHKO Beskydy chtěli poznat Lysou horu i z podzemí a tak jsme pro ně připravili exkurzi do Ondrášových jeskyní. A nejen to, když jsme už byli na Lukšinci chtěli jsme pokračovat v průzkumu SZ i JV svahů, zkontrolovat jeskyně na Mazáku a zkontrolovat i stav v Ondrášových dírách, kde se projevily některé změny.

Exkurze byla naplánována až odpoledne a tak jsme vyběhli do terénu. Monika s Kubou V. vyrazili na kontrolu jeskyní Thomas a Víťa na Mazáku, jestli se tam něco nezměnilo. Konstatovali, že žádné veliké změny nenašli a jeskyně jsou na svém místě :-).

Vstup Thomas

 

Nad jeskyní Thomas

Mezitím Pepa Běhal po JV svahu, jestli tam něco nenajde nového. Ale ten jsme tak již prokutali, že najít či vykopat novou díru bude hodně těžké. A tak to zkusil na SV svahu, tam jsme moc nehledali a pár zajímavých míst se tam jeví.

Odpoledne postupně k Ondrášovkám doráží Roman L. a Jirka S. a přivádějí dnešní exkurzanty – strážce přírody z CHKO Beskydy. S Honzou K. spolupracujeme už dlouho a byl už s námi v beskydském podzemí. A s ním odvážlivci Robert Ž, David H, Martin H.,  a Martin L., a Martin H. Rychle proškolení z bezpečnostní směrnice ČSS a Kuba otevírá uzávěr do jeskyně a spolu s Romanem a Jirkou je vedou na levou okružní trasu. A pak i na Pravou větev. Pravda dva to vzdávají ve vstupním domě, ale ostatní to zvládají lehce.

 

Mezitím Pepa s Monikou kontrolují pravou větev, kde nad Velkým domem došlo k sesuvu suti a kamenů. Opravdu se v úzké chodbě sesuly kameny a jsou volné. Proto je shazujeme do odkryté asi 6 m hluboké pukliny, aby se dále po někým nepropadly.

Místo sesuvu kamenů a suti

Akci končí až za tmy a všichni zdrávi a spokojeni

The post Exkurze do Ondrášových děr a kontrola jeskyní na Mazáku appeared first on Speleologický klub ORCUS Bohumín.

  • ✇Scintilena
  • Metano geologico mobilizzato dai ghiacciai delle Svalbard
    Condividi Studio approfondito per divulgazione scientifica Uno studio pubblicato nel 2026 su Nature Communications mostra che le acque di fusione di 19 ghiacciai vallivi della Svalbard trasportano metano in concentrazioni superiori all’equilibrio atmosferico. Il metano è in gran parte di origine geologica e termogenica, non semplicemente prodotto dai microbi sotto il ghiaccio. La mobilizzazione è maggiore quando coincidono due condizioni: un substrato ricco di shale organico e un letto glacia
     

Metano geologico mobilizzato dai ghiacciai delle Svalbard

September 16th 2026 at 09:00

Condividi

Studio approfondito per divulgazione scientifica

Uno studio pubblicato nel 2026 su Nature Communications mostra che le acque di fusione di 19 ghiacciai vallivi della Svalbard trasportano metano in concentrazioni superiori all’equilibrio atmosferico. Il metano è in gran parte di origine geologica e termogenica, non semplicemente prodotto dai microbi sotto il ghiaccio. La mobilizzazione è maggiore quando coincidono due condizioni: un substrato ricco di shale organico e un letto glaciale temperato, cioè non congelato, umido e attraversato da acqua.

Il risultato non significa che ogni aumento della fusione determini automaticamente un aumento proporzionale delle emissioni atmosferiche. Indica però un meccanismo plausibile di feedback climatico: più acqua di fusione può raggiungere il letto del ghiacciaio e favorire il trasporto verso valle di metano antico accumulato nella roccia o nei sistemi di fratture. La quantità effettivamente emessa in atmosfera dipende poi da degassamento, turbolenza, ossidazione microbica, tempi di permanenza e condizioni idrologiche.

La ricerca del 2026

Domanda scientifica

Il lavoro di Gabrielle E. Kleber, Erik Schytt Mannerfelt e colleghi studia come la geologia subglaciale e il regime termico basale regolino la presenza di metano nelle acque di fusione. Gli autori hanno cercato di superare una limitazione degli studi precedenti: la difficoltà di distinguere il ruolo della geologia da quello delle condizioni fisiche del ghiacciaio.

Area e campionamento

La ricerca ha interessato 19 fiumi alimentati da ghiacciai nella Svalbard centrale. Secondo il resoconto dello studio, sono stati raccolti 148 campioni d’acqua. Tutti i corsi d’acqua analizzati risultavano sovrasaturi di metano rispetto all’equilibrio con l’atmosfera; le concentrazioni massime arrivavano a circa 425 volte il valore di equilibrio atmosferico. [web:7]

Metodi principali

Gli autori hanno combinato:

  • analisi delle concentrazioni di metano disciolto;
  • composizione isotopica del carbonio del metano, espressa come ?¹³C-CH?;
  • ricerca di etano e propano, idrocarburi associati a gas naturali termogenici;
  • caratterizzazione della geologia sottostante i bacini glaciali;
  • rilievi radar a penetrazione del suolo, o GPR, per stimare la distribuzione del ghiaccio temperato e del ghiaccio freddo alla base dei ghiacciai.

La forza dell’impostazione sta nell’analisi congiunta della chimica dell’acqua e della struttura fisico-termica del ghiaccio. Un’elevata concentrazione di metano, da sola, non dimostra infatti né l’origine del gas né il percorso seguito prima del campionamento.

Da dove proviene il metano

Metano microbico e metano termogenico

Il metano può avere origini diverse.

Il metano microbico, o biogenico, si forma quando microrganismi degradano materia organica in ambienti poveri di ossigeno, come sedimenti saturi o il letto di un ghiacciaio. È stato documentato in diversi ambienti glaciali, compreso il margine della Groenlandia.

Il metano termogenico, invece, deriva dalla trasformazione geologica di materia organica sepolta. Pressione e temperatura, agendo per tempi geologici, trasformano il materiale organico in idrocarburi. Il gas può migrare attraverso fratture e livelli permeabili della roccia, oppure rimanere intrappolato sotto una copertura relativamente impermeabile.

Gli indicatori utilizzati

Nel caso delle Svalbard, la firma isotopica del metano e la presenza di etano e propano indicano che il gas è prevalentemente geologico e termogenico. La presenza di idrocarburi più pesanti è importante perché il metano prodotto esclusivamente da processi microbici tende ad avere una composizione diversa e, in genere, non è accompagnato dalle stesse proporzioni di etano e propano.

La formulazione corretta è tuttavia “in gran parte termogenico”: l’analisi non implica necessariamente l’assenza totale di produzione microbica. In un sistema subglaciale possono coesistere sorgenti differenti e i processi biologici possono modificare, consumare o diluire il segnale originario.

Il ruolo della geologia

Shale ricchi di materia organica

Le concentrazioni più elevate sono associate ai ghiacciai il cui letto si trova sopra formazioni ricche di shale organico. Gli shale sono rocce sedimentarie fini, spesso ricche di materia organica, che in determinate condizioni possono funzionare da rocce madri per idrocarburi.

Nel contesto delle Svalbard, la Formazione Carolinefjellet è un esempio rilevante di successione cretacica con shale e arenarie ricche di materia organica. Uno studio precedente sul bacino di Vallåkrabreen ha descritto questa unità come una roccia sorgente petrolifera associata a gas termogenici C1-C4. [web:5]

Geologia come controllo della disponibilità

La geologia non produce necessariamente metano nuovo durante ogni stagione di fusione. Più spesso determina la disponibilità di un serbatoio antico e le vie attraverso cui il gas può migrare. La fusione agisce quindi soprattutto come processo di mobilizzazione e trasporto:

  1. l’acqua di fusione penetra nelle crepacciature e nei condotti del ghiaccio;
  2. raggiunge il letto del ghiacciaio;
  3. entra in contatto con sedimenti, fratture e rocce organiche;
  4. dissolve o trascina il metano presente nei pori e nei fluidi sotterranei;
  5. convoglia il gas disciolto verso il portale glaciale e il fiume proglaciale;
  6. il metano passa all’atmosfera per degassamento, soprattutto nei tratti turbolenti.

Il ruolo della temperatura basale

Ghiaccio freddo e ghiaccio temperato

Un ghiacciaio con letto congelato è relativamente poco connesso al substrato attraverso acqua liquida continua. L’acqua può comunque circolare localmente, ma il contatto idrologico con la roccia è più limitato.

Un letto temperato è invece prossimo al punto di fusione e contiene acqua liquida. Le pressioni elevate, la deformazione del ghiaccio, la presenza di sedimenti e la rete di drenaggio subglaciale possono favorire un contatto più efficace tra acqua e substrato.

Il GPR ha permesso di valutare l’estensione del ghiaccio temperato alla base dei ghiacciai. Il risultato centrale è che il regime termico non è un semplice dettaglio: modifica la capacità del ghiacciaio di intercettare e trasferire metano dalla base verso il sistema fluviale.

Il modello concettuale

La maggiore mobilizzazione si verifica quando coesistono:

  • roccia o sedimento ricco di materia organica e gas geologico;
  • letto glaciale temperato;
  • drenaggio subglaciale attivo;
  • sufficiente produzione di acqua di fusione;
  • vie di deflusso che collegano il letto al fiume proglaciale.

Se manca il substrato favorevole, l’acqua può circolare senza acquisire molto metano. Se il substrato è ricco di gas ma il letto è congelato, il contatto idrologico può essere insufficiente. L’emissione è quindi il prodotto dell’interazione tra geologia, temperatura e idrologia.

Risultati quantitativi e contesto

Il nuovo studio riporta sovrasaturazioni fino a 425 volte l’equilibrio atmosferico nelle acque di fusione. Una stima complessiva citata nel materiale di comunicazione associato alla ricerca colloca il trasporto annuo dai ghiacciai con terminazione terrestre delle Svalbard nell’intervallo 182-368 tonnellate di metano. Si tratta di una stima di trasporto o potenziale emissione e non equivale necessariamente alla quantità che raggiunge effettivamente l’atmosfera. [web:7]

Un lavoro precedente, condotto su un singolo bacino glaciale centrato su Vallåkrabreen, aveva misurato fino a 3170 nM di metano nel fiume glaciale, quasi 800 volte l’equilibrio atmosferico. Per l’intera stagione di fusione del 2021 gli autori avevano stimato circa 616 kg di potenziale emissione dal fiume, con un intervallo di 484-766 kg. [web:5]

Questi numeri non sono direttamente intercambiabili: il primo studio riguarda un singolo bacino e una particolare stagione, mentre il lavoro del 2026 amplia il campionamento a 19 ghiacciai. Differenze di metodo, scala spaziale, condizioni meteorologiche, periodo di campionamento e definizione di “emissione” possono produrre valori diversi.

Perché il metano può sfuggire all’atmosfera

Degassamento fisico

Il metano è poco solubile in acqua. Quando l’acqua passa da condizioni confinate e pressurizzate a un fiume aperto, la riduzione di pressione facilita la fuoriuscita del gas. La turbolenza aumenta enormemente lo scambio acqua-atmosfera.

Nel bacino di Vallåkrabreen, il lavoro precedente ha osservato una perdita rapida di metano lungo il fiume: circa il 76% in un tratto di 650 metri. Questo dato illustra perché le concentrazioni misurate vicino al portale glaciale e quelle misurate più a valle possono essere molto diverse. [web:5]

Ossidazione microbica

Il metano non degassato immediatamente può essere consumato da microrganismi metanotrofi nelle acque e nei sedimenti proglaciali. Questo processo può attenuare la quota emessa in atmosfera.

Uno studio su sistemi glaciali islandesi ha trovato che l’ossidazione in un fiume proglaciale poteva ridurre le emissioni atmosferiche stimate fino al 53%, pur sottolineando che l’effetto dipende dalla concentrazione iniziale, dal tempo di permanenza e dalla turbolenza. [web:10]

Per questo motivo, una concentrazione elevata di metano nell’acqua non deve essere tradotta automaticamente in un flusso atmosferico equivalente. Sono necessarie misure dirette o bilanci completi che considerino degassamento e ossidazione.

Feedback climatico: quanto è solido?

Il meccanismo plausibile

Il possibile feedback è il seguente:

  1. il riscaldamento aumenta la fusione superficiale;
  2. una maggiore quantità d’acqua raggiunge il letto glaciale;
  3. il drenaggio subglaciale entra in contatto con substrati ricchi di gas;
  4. il metano viene trasportato verso i fiumi proglaciali;
  5. una parte del gas degassa nell’atmosfera;
  6. il metano aumenta il forzante radiativo e contribuisce al riscaldamento.

Il nuovo studio fornisce un meccanismo e identifica le condizioni geologiche e termiche che lo rendono più probabile. Non dimostra però che l’intero sistema glaciale sia destinato a emettere sempre più metano in modo lineare.

Perché la risposta può essere non lineare

La fusione può inizialmente aumentare il trasporto di metano, ma l’evoluzione successiva dipende dalla dinamica del ghiacciaio:

  • un aumento dell’acqua può aprire vie di drenaggio più efficienti e accelerare il flushing;
  • la diluizione può ridurre le concentrazioni, anche se il carico totale aumenta;
  • la turbolenza può aumentare il degassamento;
  • l’ossidazione microbica può sottrarre metano prima dello scambio con l’atmosfera;
  • il ritiro può esporre nuove sorgenti di acque sotterranee nella zona proglaciale;
  • in alcuni ghiacciai, cambiamenti del bilancio termico possono ridurre l’estensione del letto temperato e quindi il contatto acqua-roccia.

La formulazione più prudente è quindi: l’aumento della fusione può amplificare la mobilizzazione del metano dove sussistono le condizioni geologiche e termiche adatte, ma l’effetto netto sulle emissioni atmosferiche deve essere quantificato caso per caso.

Collegamento con gli studi precedenti

Sorgenti di acque sotterranee nei forefield

Nel 2023 Kleber e colleghi hanno studiato sorgenti di acque sotterranee formatesi nei forefield lasciati liberi dal ritiro glaciale. Su 78 ghiacciai con terminazione terrestre nella Svalbard centrale, le acque erano sovrasature fino a 600.000 volte rispetto all’equilibrio atmosferico. Gli autori stimavano fino a 2,31 kt di metano annue dalle acque sotterranee proglaciali dell’arcipelago. [web:13]

Questo percorso è distinto dal trasporto diretto attraverso il fiume di fusione, ma appartiene allo stesso quadro: la perdita della copertura criosferica rende accessibili serbatoi geologici prima isolati.

Confronto con la Groenlandia

Sotto la calotta groenlandese è stata documentata una componente microbica importante, associata a sedimenti anossici e carbonio organico subglaciale. Alle Svalbard, invece, gli isotopi e gli idrocarburi associati indicano una prevalenza di metano geologico termogenico.

La differenza è scientificamente rilevante: non esiste un’unica “firma del metano glaciale”. Il bilancio dipende dall’età e dalla natura del carbonio, dalla litologia del substrato, dalla disponibilità di acqua e dall’attività biologica.

Limiti e cautele interpretative

Sovrasaturazione non significa flusso atmosferico diretto

La sovrasaturazione indica che l’acqua contiene più metano di quanto potrebbe mantenere in equilibrio con l’atmosfera. È un indicatore di potenziale degassamento, non una misura automatica del flusso atmosferico. Per calcolare il flusso servono portata, concentrazione, geometria del corso d’acqua, turbolenza, velocità di trasferimento e, idealmente, misure eddy covariance o camere di flusso.

Campionamento stagionale

Le concentrazioni possono essere molto elevate all’inizio della stagione perché il metano si accumula durante l’inverno sotto il ghiaccio e viene rilasciato quando riparte il drenaggio. Campioni raccolti solo durante il picco di portata giornaliero possono inoltre essere diluiti dall’acqua superficiale e sottostimare le concentrazioni nei periodi di magra.

Upscaling

Trasferire una stima da 19 ghiacciai a tutto l’arcipelago richiede cautela. Servono informazioni sulla distribuzione delle litologie, sull’estensione del ghiaccio temperato, sulla portata stagionale, sull’evoluzione dei sistemi di drenaggio e sulla quota di metano che viene ossidata o degassata.

Terminologia

È preferibile distinguere tra:

  • concentrazione di metano nell’acqua;
  • trasporto fluviale di metano;
  • potenziale emissione, cioè metano eccedente l’equilibrio atmosferico;
  • emissione atmosferica effettivamente misurata;
  • origine termogenica del gas;
  • mobilizzazione di un serbatoio antico;
  • produzione contemporanea di nuovo metano.

Implicazioni per l’Artico e per altri ghiacciai

Il meccanismo potrebbe essere rilevante anche fuori dalle Svalbard dove ghiaccio e substrati organici ricchi di idrocarburi entrano in contatto. Le analogie più immediate riguardano altre regioni artiche, ma il trasferimento del risultato ad aree come Himalaya, Alpi o Antartide deve essere verificato geologicamente.

Non basta sapere quanto rapidamente si ritira un ghiacciaio. Occorre conoscere cosa c’è sotto il ghiaccio: shale, carbone, sedimenti organici, rocce madri, faglie, fratture, permafrost e possibili accumuli di gas. La stessa perdita di massa glaciale può quindi produrre risposte molto diverse in bacini con substrati differenti.

Proposta di monitoraggio

Un programma efficace dovrebbe integrare:

  1. cartografia geologica e geomorfologica dei bacini;
  2. rilievi GPR e, dove possibile, metodi elettromagnetici o sismici per il regime basale;
  3. monitoraggio continuo della portata e della temperatura dell’acqua;
  4. campionamenti ad alta frequenza durante l’intera stagione di fusione;
  5. concentrazioni di CH?, CO?, etano e propano;
  6. isotopi del carbonio e dell’idrogeno del metano;
  7. misure di ossigeno disciolto e attività metanotrofica;
  8. misure dirette del flusso aria-acqua nei tratti fluviali;
  9. telerilevamento del bilancio di massa e dell’evoluzione del reticolo di drenaggio;
  10. bilanci separati per portale glaciale, fiume proglaciale, sorgenti e falde.

L’esperienza degli acquiferi carsici offre un’analogia metodologica utile: acqua, fratture e condotti possono trasferire rapidamente sostanze dal substrato alla superficie, mentre la struttura del sistema controlla tempi di residenza, diluizione e attenuazione. Il parallelismo non implica che ghiacciai e acquiferi carsici siano sistemi equivalenti, ma suggerisce l’importanza di studiare il sottosuolo come rete di vie preferenziali e non come semplice serbatoio omogeneo. [file:2]

Valutazione complessiva

La ricerca di Kleber e colleghi compie un passo importante perché trasforma un’osservazione locale — metano nelle acque di fusione — in un modello meccanicistico verificabile. La mobilizzazione dipende dalla coincidenza tra una sorgente geologica ricca di materia organica e un letto glaciale temperato capace di sostenere il contatto acqua-roccia.

Il messaggio divulgativo “più fusione, più metano” è utile ma deve essere qualificato. La fusione può favorire la mobilizzazione, soprattutto nelle fasi iniziali e nei bacini predisposti; non è però sufficiente da sola a determinare il bilancio atmosferico. Degassamento, ossidazione, stagionalità, idrologia e trasformazioni termiche del ghiacciaio possono attenuare, amplificare o invertire la risposta.

Il significato più ampio dello studio è che il cambiamento climatico non agisce soltanto sulla quantità di ghiaccio, ma anche sulla connettività tra atmosfera, acqua, ghiaccio e geologia profonda. I ghiacciai possono funzionare come coperture criosferiche che isolano serbatoi di gas; quando cambiano, possono diventare anche vie di trasferimento per carbonio antico.

Scheda rapida per articolo

Titolo consigliato: Metano antico sotto i ghiacciai: alle Svalbard contano shale e temperatura del letto glaciale

Sottotitolo: Le acque di fusione di 19 ghiacciai risultano sovrasature di metano, in gran parte termogenico. Il rilascio è maggiore dove il ghiaccio temperato entra in contatto con rocce ricche di materia organica.

Dati chiave:

  • 19 ghiacciai vallivi studiati;
  • 148 campioni d’acqua, secondo il resoconto associato alla ricerca;
  • sovrasaturazione fino a 425 volte l’equilibrio atmosferico;
  • firma isotopica e presenza di etano e propano compatibili con origine termogenica;
  • ruolo decisivo della presenza di letto glaciale temperato;
  • stima di 182-368 tonnellate annue trasportate dai ghiacciai con terminazione terrestre delle Svalbard;
  • emissione atmosferica reale probabilmente inferiore o diversa dal semplice trasporto, a seconda di degassamento e ossidazione.

Frase da evitare: “Lo scioglimento dei ghiacciai libererà certamente enormi quantità di metano.”

Frase consigliata: “L’aumento della fusione può intensificare la mobilizzazione di metano geologico sotto i ghiacciai, ma l’entità dell’emissione atmosferica dipende dalla geologia, dal regime termico basale e dai processi di degassamento e ossidazione.”

Fonti principali

  • Kleber, G. E. et al. (2026), “Subglacial geology and thermal conditions regulate methane emissions from Svalbard glaciers”, Nature Communications, vol. 17, articolo 9347, DOI: 10.1038/s41467-026-77190-z.
  • Kleber, G. E. et al. (2025), “Proglacial methane emissions driven by meltwater and groundwater flushing in a high-Arctic glacial catchment”, Biogeosciences, 22, 659-674. [web:5]
  • Kleber, G. E. et al. (2023), “Groundwater springs formed during glacial retreat are a large source of methane in the high Arctic”, Nature Geoscience. [web:13]
  • Strock, K. E. et al. (2024), “Oxidation is a potentially significant methane sink in land-terminating glacial runoff”. [web:10]
  • Phys.org, “Melting Svalbard glaciers may flush ancient methane from rocks beneath the ice”, 8 settembre 2026. [web:7]

Fonte: https://www.nature.com/articles/s41467-026-77190-z

L'articolo Metano geologico mobilizzato dai ghiacciai delle Svalbard proviene da Scintilena.

Alla Grotta del Vento la prima Giornata UNESCO delle Grotte e del Carsismo: tecnica, memoria e divulgazione in Garfagnana

September 16th 2026 at 08:00

Condividi

Domenica 13 settembre 2026, Fornovolasco ha ospitato dimostrazioni di progressione verticale, attrezzature speleosubacquee e una visita storica guidata. L’iniziativa ha collegato la ricorrenza internazionale UNESCO alla conoscenza concreta del patrimonio carsico delle Alpi Apuane.


La prima Giornata internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo

Il 13 settembre 2026 è stata celebrata per la prima volta la Giornata internazionale delle Grotte e del Carsismo – International Day of Caves and Karst (IDCK), ricorrenza annuale proclamata dall’UNESCO per sensibilizzare sul valore degli ambienti ipogei e dei paesaggi carsici.

La celebrazione internazionale si è svolta a Postojna, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre, con una conferenza scientifica e una cerimonia ufficiale nella celebre grotta turistica.

Secondo l’UNESCO, grotte e paesaggi carsici interessano quasi un quarto delle terre emerse e forniscono acqua potabile a oltre un miliardo di persone, oltre a conservare biodiversità sotterranea, archivi geologici e testimonianze della storia umana.


Grotta del Vento: un laboratorio pubblico di speleologia nelle Alpi Apuane

La Grotta del Vento, situata a Fornovolasco nel cuore del Parco delle Alpi Apuane (Garfagnana, provincia di Lucca), ha aderito alla ricorrenza con una giornata dedicata a tecnica, esplorazione e memoria storica della speleologia.

La cavità turistica, sviluppata in rocce calcaree, offre tre itinerari di durata diversa e consente di osservare gallerie fossili, condotti freatici e ambienti in concrezionamento.

La valorizzazione turistica è iniziata negli anni Sessanta: i lavori per l’accessibilità sono cominciati nel 1965, il primo itinerario è stato completato nel 1967, il secondo nel 1970 e il terzo nel 1982.


Dalla corrente d’aria alle prime esplorazioni: la storia della cavità

Prima dell’esplorazione sistematica, la grotta era conosciuta soprattutto per la corrente d’aria che usciva dall’apertura, sfruttata in una struttura usata come frigorifero naturale.

Nel 1898 una bambina di quattro anni, Bettina, penetrò per pochi metri nella cavità, aprendo simbolicamente la strada alla conoscenza moderna della grotta.

Le prime esplorazioni speleologiche organizzate risalgono al 1929, quando il Gruppo Speleologico Fiorentino del CAI raggiunse circa 60 metri di sviluppo, fermandosi davanti a una galleria a U piena d’acqua interpretata come sifone.


La mostra delle attrezzature: evoluzione della tecnica speleologica

Nel piazzale della Grotta del Vento è stata allestita una mostra storica che ha ripercorso l’evoluzione delle tecniche di progressione verticale e di illuminazione.

La progressione verticale è stata illustrata attraverso le scalette di corda con pioli di legno, le scale “superleggere” degli anni Sessanta e infine la progressione su sola corda con discensori e bloccanti, che ha reso più efficiente la salita e la discesa lungo i pozzi.

Il percorso storico ha ricordato anche il passaggio dalle prime lampade a incandescenza alle lampade frontali ad acetilene con accensione piezoelettrica, fino all’attuale illuminazione elettrica a LED.


Dimostrazioni di progressione verticale e arrampicata in grotta

Dal piazzale pendeva una corda dalla parete strapiombante, sulla quale gli speleologi hanno eseguito manovre dimostrative per mostrare il funzionamento dei sistemi di progressione moderna.

Le dimostrazioni sono state realizzate da Davide Massarenti, Pietro Taddei dello Speleo Club Garfagnana, Simona Marioti e Federico Bucci.

L’arrampicata in grotta e la discesa su corda dalla sommità della Sala dei Trenta Metri hanno aggiunto una dimensione spettacolare, subordinata però alla spiegazione tecnica per il pubblico non specialista.


Speleosubacquea: attrezzature e spiegazioni sui sifoni

L’esposizione ha incluso anche le attrezzature per l’esplorazione dei sifoni, introducendo il pubblico alla speleosubacquea, una delle discipline più complesse dell’esplorazione ipogea.

Un sifone è un tratto di cavità completamente o parzialmente allagato che richiede tecniche subacquee per essere attraversato, in un ambiente confinato e spesso privo di luce naturale.

Il pubblico ha ricevuto spiegazioni da Davide Massarenti, indicato come speleosub e istruttore subacqueo della Marina Militare.


Visita storica conclusiva guidata da Massimo Goldoni

La giornata si è conclusa con una visita speciale guidata da Massimo Goldoni, speleologo modenese, che ha riportato l’attenzione sui primi naturalisti che, agli inizi del Novecento, affrontarono le parti conosciute della grotta con strumenti e conoscenze molto più limitati.

Il percorso ha trasformato la grotta in un archivio di memoria, presentando sale e pozzi non soltanto come forme geologiche, ma come luoghi segnati da tentativi, errori, intuizioni e passaggi generazionali.


Il significato scientifico e ambientale del carsismo

Il carsismo nasce dall’interazione tra acqua, roccia solubile, fratture e tempo, creando gallerie, pozzi e reti idrologiche sotterranee.

Le aree carsiche sono riconoscibili per calcari e dolomie, doline, inghiottitoi, sorgenti, fiumi sotterranei e scarso sviluppo del reticolo superficiale.

Gli acquiferi carsici sono particolarmente vulnerabili all’inquinamento perché l’acqua può trasferirsi rapidamente attraverso fessure e cavità»», rendendo più difficile la filtrazione naturale degli inquinanti.


Valutazione dell’evento e prospettive future

La manifestazione ha avuto un esito positivo, con la partecipazione di un pubblico composto sia da speleologi e appassionati sia da visitatori curiosi.

L’evento ha trasformato una visita turistica in un’esperienza di interpretazione del patrimonio sotterraneo, mettendo in relazione strumenti, tecniche, persone e storia dell’esplorazione.

Inserita nella prima ricorrenza UNESCO dedicata alle grotte e al carsismo, l’iniziativa assume un significato più ampio: ricordare che il mondo sotterraneo è un sistema fragile, scientificamente prezioso e connesso alla sicurezza dell’acqua e alla conservazione della natura.


Fonti

Grotta del Vento

L'articolo Alla Grotta del Vento la prima Giornata UNESCO delle Grotte e del Carsismo: tecnica, memoria e divulgazione in Garfagnana proviene da Scintilena.

  • ✇Speleologický klub ORCUS Bohumín
  • Setkání jeskyňářů v Rychlebských horách
    O víkendu 11-13 září v chatě v chatě na Smrčníku v Rychlebských horách se uskutečnilo nejen setkání jeskyňářů, ale i exkurze do jeskyní zkoumaných ZO ČSS Sever: jeskyně Roušarova, Liščí díra a Rasovna a do historického podzemí důl Hraničná. Tam jsme a  nemohli chybět. Přijeli skoro celý babský team: Terka, Giovana, Míša, Marcela a je doprovázeli Franta, Pepa, Leny, Jirka, Láďa,          The post Setkání jeskyňářů v Rychlebských horách appeared first on Speleologický klub ORCUS Bohumín.
     

Setkání jeskyňářů v Rychlebských horách

September 16th 2026 at 07:48

O víkendu 11-13 září v chatě v chatě na Smrčníku v Rychlebských horách se uskutečnilo nejen setkání jeskyňářů, ale i exkurze do jeskyní zkoumaných ZO ČSS Sever: jeskyně Roušarova, Liščí díra a Rasovna a do historického podzemí důl Hraničná. Tam jsme a  nemohli chybět. Přijeli skoro celý babský team: Terka, Giovana, Míša, Marcela a je doprovázeli Franta, Pepa, Leny, Jirka, Láďa, 

 

 

 

 

The post Setkání jeskyňářů v Rychlebských horách appeared first on Speleologický klub ORCUS Bohumín.

  • ✇Scintilena
  • Il proteo si divide in nove specie: il Carso Classico ha il suo anfibio
    Condividi La revisione tassonomica del 2026 riconosce Proteus maurii tra le linee evolutive del Carso dinarico Una revisione cambia il quadro del proteo Il proteo non è un pesce. È un anfibio urodelo della famiglia Proteidae, adattato alla vita nelle acque sotterranee. Per oltre due secoli, la maggior parte delle popolazioni del Carso dinarico è stata ricondotta alla specie Proteus anguinus. Una revisione pubblicata nel 2026 sulla rivista Amphibia-Reptilia riconosce invece nove specie nel
     

Il proteo si divide in nove specie: il Carso Classico ha il suo anfibio

September 16th 2026 at 07:00

Condividi

La revisione tassonomica del 2026 riconosce Proteus maurii tra le linee evolutive del Carso dinarico

Una revisione cambia il quadro del proteo

Il proteo non è un pesce. È un anfibio urodelo della famiglia Proteidae, adattato alla vita nelle acque sotterranee. Per oltre due secoli, la maggior parte delle popolazioni del Carso dinarico è stata ricondotta alla specie Proteus anguinus. Una revisione pubblicata nel 2026 sulla rivista Amphibia-Reptilia riconosce invece nove specie nel genere Proteus.

Lo studio, firmato da Christophe Dufresnes e collaboratori, integra dati genomici e filogeografici, morfologia, distribuzione, modellistica ambientale, valutazioni del rischio e analisi nomenclaturale. Il risultato non indica la comparsa improvvisa di nove animali distinti. Rende visibile una diversità evolutiva già suggerita da precedenti ricerche genetiche.

La revisione descrive il proteo come un esempio di microendemismo sotterraneo. Le nove specie occupano areali molto ristretti nel Carso dinarico, tra Italia nord-orientale, Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina. Il nuovo quadro modifica anche le priorità di conservazione.

Proteo, un anfibio stigionte del Carso dinarico

Il proteo è una salamandra acquatica. Vive in acquiferi, fiumi e laghi sotterranei, sorgenti carsiche e zone di contatto tra ambiente ipogeo ed epigeo. È uno stigionte, cioè un organismo strettamente associato alle acque sotterranee.

Il corpo allungato, la riduzione degli occhi, la pigmentazione generalmente scarsa e le branchie esterne persistenti sono adattamenti alla vita nel buio. La pedamorfosi consente all’animale adulto di conservare caratteri larvali. Il proteo vive e si riproduce in acqua senza completare la metamorfosi terrestre tipica di molte salamandre.

Il nome popolare “pesce delle caverne” è quindi improprio. La denominazione riflette l’aspetto e la vita acquatica, ma non la posizione sistematica dell’animale. Anche il dato sulla longevità, spesso indicata oltre il secolo, va riferito alla letteratura sul complesso storico di P. anguinus. Non può essere trasferito automaticamente a tutte le specie riconosciute nel 2026.

Nove specie e tre nuove descrizioni

La revisione riconosce nove specie di Proteus. Sei corrispondono a nomi già disponibili nella letteratura zoologica. Tre sono descritte formalmente nel nuovo lavoro.

Le specie riconosciute sono:

  • Proteus anguinus.
  • Proteus xanthostictus.
  • Proteus freyeri.
  • Proteus carrarae.
  • Proteus croaticus.
  • Proteus parkelj.
  • Proteus ikae.
  • Proteus bosniensis.
  • Proteus maurii.

Il proteo nero sloveno, Proteus parkelj, viene trattato come specie autonoma. La forma è caratterizzata da pigmentazione più marcata e da occhi maggiormente sviluppati rispetto alle forme bianche troglomorfe.

Le tre specie nuove sono P. ikae, associata all’Istria, P. bosniensis, riferita alla Bosnia nord-occidentale, e P. maurii, legata al Carso Classico. Il lavoro sottolinea che sei nomi erano già disponibili e sono stati recuperati attraverso una verifica storica della nomenclatura.

Proteus maurii, il proteo del Carso Classico

La nuova specie italiana è Proteus maurii. Il suo areale comprende le popolazioni del Carso Classico, nell’area del bacino sotterraneo del Timavo-Reka tra Italia e Slovenia. Il nome specifico rende omaggio al naturalista Edgardo Mauri, impegnato per anni nello studio e nella conservazione del proteo.

La diagnosi non dipende soltanto dall’aspetto esterno. Nel Carso Classico sono stati osservati individui bianchi e longilinei in grotta, ma anche esemplari più robusti e con tonalità dorate presso ambienti superficiali. La variazione fenotipica può dipendere dall’habitat e non basta a identificare una specie.

La delimitazione di Proteus maurii deriva dalla convergenza di più evidenze. I ricercatori hanno considerato la differenziazione genetica, la distribuzione geografica, la morfologia, l’ecologia e la storia dei nomi zoologici. È questo il principio della tassonomia integrativa.

Speciazione e acquiferi carsici isolati

Nel sottosuolo carsico, la continuità apparente del paesaggio non coincide con la connessione delle acque. Fratture, condotti, sifoni, cavità e sorgenti formano reti complesse. La riorganizzazione dei drenaggi, le catture fluviali e le variazioni del livello di base possono interrompere il flusso tra bacini diversi.

Il percorso evolutivo può essere ricostruito in modo semplice. Una popolazione ancestrale occupa le acque sotterranee. Un cambiamento del reticolo carsico isola alcuni gruppi. Il flusso genetico diminuisce. Deriva genetica, selezione e tempo producono lignaggi indipendenti.

Le grotte visitabili sono finestre su acquiferi più ampi. Due cavità vicine in superficie non sono necessariamente collegate in profondità. Due sorgenti lontane possono invece appartenere allo stesso sistema idrogeologico. Questa cautela è essenziale per interpretare la distribuzione del proteo.

Microendemismo e rischio di estinzione

L’abbandono del modello di una sola specie ampiamente distribuita ha conseguenze concrete. Quando tutte le popolazioni erano incluse in P. anguinus, la perdita di una sorgente poteva apparire come un declino locale. Se quella popolazione appartiene a una specie autonoma, lo stesso evento può rappresentare una perdita globale per il taxon.

L’abstract dello studio afferma che le nove specie sono in immediato pericolo di estinzione. La pubblicazione associa alla delimitazione tassonomica anche valutazioni di Lista Rossa e modelli di distribuzione. L’obiettivo è fornire una base per la gestione della conservazione a scala di specie.

Il caso di P. parkelj mostra la fragilità delle distribuzioni minime. Per il proteo nero sloveno viene indicata un’estensione di presenza di circa 3 chilometri quadrati, compatibile con una valutazione di In Pericolo Critico. P. bosniensis è riferito ai bacini superiori di Una e Sana, nella Bosnia nord-occidentale, con un’area occupata molto più piccola dell’estensione complessiva stimata.

Acquiferi carsici e pressioni ambientali

Il proteo dipende dalla qualità dell’acqua sotterranea. Gli acquiferi carsici sono vulnerabili perché l’acqua può infiltrarsi rapidamente attraverso fessure e inghiottitoi. I contaminanti possono transitare lungo i condotti e raggiungere sorgenti e habitat sotterranei con limitata filtrazione naturale.

Le pressioni principali includono nitrati, pesticidi, reflui civili, scarichi industriali, idrocarburi e rifiuti. Si aggiungono captazioni, emungimenti, cave, infrastrutture e cambiamenti nell’uso del suolo. Siccità e variazioni della ricarica possono modificare portate, livelli di falda e temperatura dell’acqua.

La tutela del proteo non può limitarsi al punto in cui viene osservato. Deve comprendere il bacino di ricarica, le connessioni idrogeologiche e le attività svolte in superficie. La documentazione sul progetto SOS Proteus richiama la necessità di integrare il monitoraggio chimico con quello ecologico delle acque sotterranee.

Monitoraggio e ruolo della speleologia

La conservazione richiede dati affidabili e raccolti con metodi a basso impatto. L’eDNA può rilevare tracce genetiche nell’acqua senza catturare direttamente gli animali. Le osservazioni standardizzate alle sorgenti, le fototrappole a infrarossi e il monitoraggio idrochimico possono completare il quadro.

La speleologia può contribuire alla conoscenza delle connessioni tra cavità, sorgenti e sistemi di drenaggio. Il lavoro sul campo deve rispettare protocolli rigorosi. Manipolazioni non necessarie, contaminazione delle attrezzature e divulgazione indiscriminata di località sensibili possono aumentare i rischi.

La gestione dovrebbe coinvolgere speleologi, idrogeologi, zoologi, enti gestori, laboratori genetici e comunità locali. Nessuna disciplina osserva da sola l’intero acquifero. La nuova tassonomia rende necessario coordinare le informazioni biologiche con la cartografia delle falde.

Una nuova scala per la conservazione

La revisione del 2026 modifica il modo di leggere il proteo. Non si tratta più soltanto di una specie simbolo del Carso dinarico, ma di un insieme di linee evolutive legate a sistemi sotterranei distinti. Proteus maurii porta questa revisione direttamente nel Carso Classico italiano.

Il punto centrale riguarda il rapporto tra specie e habitat. Una linea evolutiva isolata in un acquifero piccolo richiede una tutela commisurata alla sua distribuzione reale. La protezione della sorgente è importante, ma deve essere accompagnata dalla salvaguardia del bacino di ricarica e delle acque che lo alimentano.

Per la speleologia, il proteo conferma il valore scientifico delle cavità e delle sorgenti carsiche. Per la conservazione, mostra quanto la diversità sotterranea possa rimanere nascosta fino a quando genetica, idrogeologia e ricerca sul campo non vengono integrate.

Fonti

  1. Dufresnes, C. et al. (2026), Olm sweet olm: unearthing nine species of Proteus hidden beneath the Dinaric Karst, Amphibia-Reptilia, DOI 10.1163/15685381-bja10266. URL: https://orbi.uliege.be/handle/2268/347905
  2. Brill, Amphibia-Reptilia, articolo scientifico. URL: https://brill.com/view/journals/amre/aop/article-10.1163/15685381-bja10266/article-10.1163/15685381-bja10266.xml
  3. Università degli Studi di Milano, “Il proteo non è una sola specie: una ricerca ne riconosce nove, tra cui una italiana”. URL: https://lastatalenews.unimi.it/proteo-non-sola-specie-ricerca-ne-riconosce-nove-cui-italiana
  4. La Scintilena, “Il proteo non è più solo: nove specie nelle acque sotterranee dei Balcani”. URL: https://www.scintilena.com/il-proteo-non-e-piu-solo-nove-specie-nelle-acque-sotterranee-dei-balcani/08/17/
  5. Trontelj, P. et al. (2026), “Four new species of the genus Proteus (Amphibia: Proteidae)”, Natura Sloveniae. URL: https://journals.uni-lj.si/NaturaSloveniae/article/view/29865
  6. Society for Cave Biology, SOS Proteus, “Implementation of monitoring and practical actions”. URL: https://journals.uni-lj.si/NaturaSloveniae/article/download/16745/14135/51729
  7. Tular Cave Laboratory, “With Proteus we share dependence on groundwater”. URL: https://www.tular.si/images/pdf/Threats_on_Proteus_and_groundwater.pdf
  8. Materiale di progetto, file di riferimento.txt, sezione “Biologia & grotte”.

https://rivistanatura.com/il-pesce-delle-caverne-non-e-piu-il-solo/

L'articolo Il proteo si divide in nove specie: il Carso Classico ha il suo anfibio proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Puliamo il Buio 2026 alla Buca di Pianiza dell’Alpe: la speleologia toscana in prima linea per la tutela del carsismo
    Condividi In occasione della prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, la Federazione Speleologica Toscana ha bonificato la cavità 2385 T/LU a Molazzana, rimuovendo 400 kg di rifiuti con il supporto del Comune. La coincidenza simbolica: Giornata UNESCO e azione concreta Il 13 settembre 2026 ha segnato un doppio appuntamento per la comunita speleologica internazionale e italiana. Da un lato, la prima celebrazione ufficiale della Giornata Internazionale delle Grotte e del Ca
     

Puliamo il Buio 2026 alla Buca di Pianiza dell’Alpe: la speleologia toscana in prima linea per la tutela del carsismo

September 16th 2026 at 06:00

Condividi

In occasione della prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, la Federazione Speleologica Toscana ha bonificato la cavità 2385 T/LU a Molazzana, rimuovendo 400 kg di rifiuti con il supporto del Comune.

La coincidenza simbolica: Giornata UNESCO e azione concreta

Il 13 settembre 2026 ha segnato un doppio appuntamento per la comunita speleologica internazionale e italiana. Da un lato, la prima celebrazione ufficiale della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo (International Day of Caves and Karst – IDCK), istituita dall’UNESCO nel novembre 2025 su proposta della Slovenia e dell’Unione Internazionale di Speleologia (UIS). [web:2][web:3][web:4] Dall’altro, l’edizione toscana di Puliamo il Buio 2026, la campagna nazionale promossa dalla Societa Speleologica Italiana (SSI) in collaborazione con Legambiente, dedicata alla bonifica e alla tutela delle cavita carsiche. [web:7][web:11]

La scelta di fissare l’intervento alla Buca di Pianiza dell’Alpe di Sant’Antonio proprio in questa data ha conferito all’iniziativa un valore operativo oltre che simbolico: non solo una ricorrenza istituzionale, ma un’azione concreta di salvaguardia di un ambiente ipogeo vulnerabile. [web:7][web:10]

Obiettivi della campagna Puliamo il Buio

Puliamo il Buio nasce con una missione chiara e articolata. Individuare e documentare le situazioni di rischio ambientale nelle grotte e nelle cavita naturali o artificiali. Intervenire, dove tecnicamente possibile, con operazioni di bonifica e rimozione dei rifiuti. Contribuire a individuare soluzioni per la prevenzione dell’abbandono dei rifiuti e la gestione sostenibile del carsismo. [web:5][web:7]

La campagna e collegata a Puliamo il Mondo, l’iniziativa nazionale di Legambiente, e dal 2005 unisce la rimozione dei rifiuti al censimento delle criticita, alla valutazione del rischio e alla sensibilizzazione delle comunita locali. [web:7][web:13]

Svolgimento dell’evento: numeri e partecipazione

All’edizione toscana di Puliamo il Buio 2026 hanno aderito circa 30 volontari, provenienti da diversi gruppi speleologici della Federazione Speleologica Toscana (FST). Tra i gruppi coinvolti figurano lo Speleo Club Garfagnana, il GST Speleo Fucecchio, il GSAA Massa, il GSF Firenze, il GSPI Pisa, l’ASS Siena, la SST Firenze e il GSAV. [web:5][web:6][web:7]

L’evento e stato organizzato con il patrocinio del Comune di Molazzana, che ha fornito supporto logistico per il trasporto dei sacchi di rifiuti raccolti. [web:5][web:6][web:7] Il ritrovo era previsto alle ore 9 davanti al Municipio di Molazzana, da dove sono stati organizzati equipaggi, trasferimenti e squadre di lavoro. [web:7][web:11]

Quantita e tipologia dei rifiuti recuperati

Nel corso della giornata, gli speleologi hanno recuperato dalla cavita una quantita considerevole di materiali. Circa 400 kg di rifiuti sono stati riportati in superficie, distribuiti in 30 sacchi riempiti, con un peso medio di circa 15 kg ciascuno. [web:5][web:6][web:7]

La tipologia dei rifiuti era principalmente composta da vetro, plastica e metalli, oltre ad alcune batterie, particolarmente problematiche per il loro potenziale impatto ambientale. [web:5][web:6][web:7] Al termine delle operazioni, grazie alla collaborazione dell’amministrazione comunale, i sacchi sono stati trasportati con un mezzo messo a disposizione dal Comune in un luogo idoneo, dove resteranno temporaneamente in attesa del successivo conferimento ai centri di raccolta. [web:5][web:6][web:7]

La Buca di Pianiza dell’Alpe di Sant’Antonio (2385 T/LU)

La Buca di Pianiza dell’Alpe di Sant’Antonio e una cavita carsica censita con il numero 2385 T/LU nel catasto speleologico toscano. [web:5][web:6][web:7] Si trova nel territorio del Comune di Molazzana, in provincia di Lucca, nell’area dell’Alpe di Sant’Antonio, un settore dell’Appennino Tosco-Emiliano caratterizzato da estesi fenomeni carsici. [web:5][web:6][web:7]

La cavita si apre a 910 metri di quota nel cuore delle Alpi Apuane. E una cavita in calcare con uno sviluppo spaziale di 120 metri e un dislivello di 40 metri, caratterizzata da una fessura discendente e da un inghiottitoio occasionale. [web:10] La scheda catastale, aggiornata nel 2023, segnalava la presenza di rifiuti non recenti nella prima parte della grotta, rendendo ancora piu significativo l’intervento di bonifica promosso dalla Federazione Speleologica Toscana. [web:10]

Vulnerabilita delle aree carsiche e rischi ambientali

Le aree carsiche sono particolarmente vulnerabili all’inquinamento e all’abbandono dei rifiuti per diverse ragioni. La permeabilita elevata favorisce l’infiltrazione rapida dell’acqua superficiale nel sottosuolo attraverso fessure e inghiottitoi, trasportando con se eventuali contaminanti. [file:1] La difficolta di accesso rende molte cavita poco visibili o difficili da raggiungere, favorendo l’abbandono illegale di rifiuti. [web:9] Gli ecosistemi ipogei ospitano specie endemiche e adattate a condizioni di scarsa energia, molto sensibili alle alterazioni ambientali. [web:2][web:8]

I rifiuti recuperati (vetro, plastica, metalli, batterie) rappresentano una fonte di inquinamento potenzialmente grave per gli ecosistemi sotterranei. Vetro e plastica possono frammentarsi in microplastiche e microvetri, con effetti negativi sulla fauna ipogea. [web:5][web:6][web:7] I metalli possono rilasciare ioni metallici tossici nelle acque sotterranee. [web:5][web:6][web:7] Le batterie contengono metalli pesanti (piombo, cadmio, mercurio) e sostanze chimiche pericolose, con elevato potenziale di contaminazione delle falde acquifere. [web:5][web:6][web:7]

Gestione post-bonifica e collaborazione istituzionale

Dopo la raccolta, i sacchi sono stati trasportati in un’area di stoccaggio temporaneo, in attesa del conferimento ai centri di raccolta differenziata. [web:5][web:6][web:7] Questa fase e cruciale per garantire che i materiali vengano smaltiti correttamente, evitando che tornino a inquinare l’ambiente. [web:5][web:9]

L’intervento alla Buca di Pianiza rappresenta un esempio di collaborazione virtuosa tra associazioni speleologiche, volontari, amministrazione pubblica e organizzazioni nazionali e internazionali. [web:5][web:7][web:9] Questa sinergia e fondamentale per garantire la sostenibilita delle azioni di tutela e la continuita degli interventi nel tempo. [web:5][web:7]

Contesto nazionale e internazionale: altre iniziative Puliamo il Buio 2026

Nel 2026, Puliamo il Buio ha registrato iniziative distribuite in piu regioni italiane. Alla Voragine di San Lorenzo sul Carso triestino si e svolta una bonifica con 21 volontari, per rimuovere rifiuti accumulati nel corso di decenni. [web:9] Alla Dolina di Tuvixeddu a Cagliari e intervenuto il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano insieme a Legambiente in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente. [web:9] All’Inghiottitoio di Monte Carello (Puglia) il GASP! ha operato tra Noci e Alberobello, con rimozione di rifiuti e sensibilizzazione delle comunita locali. [web:3][web:13]

Queste iniziative dimostrano come la campagna sia radicata in tutto il territorio nazionale, con un impatto significativo sulla tutela del carsismo italiano. [web:9][web:13]

Il progetto europeo Clean-Up the Dark

A livello europeo, l’esperienza italiana di Puliamo il Buio si inserisce nel contesto del progetto Clean-Up the Dark, una banca dati che amplia la mappa delle cavita pulite e inquinate con dati da Francia, Germania e Paese Basco. [web:9] Il progetto mira a rendere visibili le grotte bonificate e a monitorare le pressioni antropiche sugli ambienti ipogei. [web:9]

La speleologia al servizio dell’ambiente: responsabilita e tutela

Puliamo il Buio dimostra come la speleologia non sia soltanto esplorazione e ricerca, ma anche responsabilita e tutela del territorio. [web:5][web:7] Gli speleologi, grazie alle loro competenze tecniche e alla conoscenza degli ambienti sotterranei, sono figure chiave per identificare le criticita ambientali nelle grotte, intervenire in sicurezza per la rimozione dei rifiuti e documentare le situazioni di rischio. [web:5][web:7][web:9]

Prospettive future: monitoraggio, sensibilizzazione e formazione

Le prospettive future includono il monitoraggio continuo delle cavita a rischio, per identificare tempestivamente nuove situazioni di inquinamento. [web:9] La sensibilizzazione delle comunita locali e dei visitatori, per ridurre l’abbandono dei rifiuti. [web:5][web:9] L’integrazione con progetti europei come Clean-Up the Dark, per condividere dati e buone pratiche a livello internazionale. [web:9] La formazione degli speleologi e dei tecnici, per migliorare le capacita di intervento in sicurezza e di documentazione delle criticita. [web:5][web:9]

In questo contesto, la speleologia si conferma non solo una disciplina scientifica e sportiva, ma anche un presidio attivo per la tutela del patrimonio carsico italiano ed europeo. [web:5][web:7][web:9]


Fonti consultate

Federazione Speleologica Toscana

L'articolo Puliamo il Buio 2026 alla Buca di Pianiza dell’Alpe: la speleologia toscana in prima linea per la tutela del carsismo proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Cryosphere in Motion: manca un mese alla scadenza
    Condividi Laura Sanna ricorda su Speleo-it il videocontest in itinere Al video contest promosso dal CNR possono partecipare anche filmati non realizzati di recente La precisazione può essere di particolare interesse per la comunità speleologica, che può candidare immagini già presenti negli archivi relative a grotte di ghiaccio, esplorazioni glaciali, attività di ricerca, monitoraggio e lavoro sul campo in ambienti innevati e d’alta quota. La scadenza per le candidature è fissata al 15
     

Cryosphere in Motion: manca un mese alla scadenza

September 16th 2026 at 05:30

Condividi

Laura Sanna ricorda su Speleo-it il videocontest in itinere

Al video contest promosso dal CNR possono partecipare anche filmati non realizzati di recente

La precisazione può essere di particolare interesse per la comunità speleologica, che può candidare immagini già presenti negli archivi relative a grotte di ghiaccio, esplorazioni glaciali, attività di ricerca, monitoraggio e lavoro sul campo in ambienti innevati e d’alta quota.

La scadenza per le candidature è fissata al 15 ottobre 2026.

Il contest prevede tre categorie e tre premi in materiale tecnico. La premiazione si terrà l’11 dicembre 2026 presso la sede centrale del CNR a Roma.

Avete negli archivi immagini di grotte di ghiaccio, esplorazioni glaciali, attività di ricerca o monitoraggio in ambienti innevati e d’alta quota? Potrebbe essere l’occasione giusta per valorizzarle.

L'articolo Cryosphere in Motion: manca un mese alla scadenza proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Grotte di Castelcivita 2026: altri 180 metri esplorati nei Pozzi dell’Orrido
    Condividi Gigi Casati prosegue l’esplorazione subacquea del sifone a monte: raggiunti gli 81 metri di profondità e risalita fino a -39. Il sistema di gallerie allagate conosciute supera ora i 700 metri di sviluppo Nuovi importanti risultati esplorativi nelle Grotte di Castelcivita, in provincia di Salerno, dove nel corso della campagna speleosubacquea 2026 Gigi Casati, del Gruppo Speleologico Lecchese, ha proseguito l’esplorazione del sifone a monte nei Pozzi dell’Orrido. L’attività, organ
     

Grotte di Castelcivita 2026: altri 180 metri esplorati nei Pozzi dell’Orrido

September 16th 2026 at 05:00

Condividi

Gigi Casati prosegue l’esplorazione subacquea del sifone a monte: raggiunti gli 81 metri di profondità e risalita fino a -39. Il sistema di gallerie allagate conosciute supera ora i 700 metri di sviluppo

Nuovi importanti risultati esplorativi nelle Grotte di Castelcivita, in provincia di Salerno, dove nel corso della campagna speleosubacquea 2026 Gigi Casati, del Gruppo Speleologico Lecchese, ha proseguito l’esplorazione del sifone a monte nei Pozzi dell’Orrido.

L’attività, organizzata dal Gruppo Speleologico Natura Esplora (GSNE), ha richiesto un notevole impegno logistico e il coinvolgimento di speleologi provenienti da numerosi gruppi italiani.

L’obiettivo principale della campagna era la prosecuzione dell’esplorazione subacquea iniziata negli anni precedenti.

Nel corso delle operazioni Casati ha effettuato complessivamente quattro immersioni: la prima per il posizionamento delle bombole di emergenza, la seconda per ripristinare il filo guida nelle condotte forzate, dove si era interrotto, la terza dedicata all’esplorazione vera e propria e la quarta per il recupero dei materiali.

Nella galleria a -60m

Le condizioni ambientali si sono rivelate migliori rispetto alla campagna dello scorso anno. La qualità dell’aria nei settori interessati dall’esplorazione ha consentito di operare senza particolari problemi, mentre la temperatura della grotta oscillava tra i 14 e i 15 °C.

Nella condotta forzata a -80m

In acqua, le condizioni sono state ancora una volta eccezionali dal punto di vista della visibilità, risultata perfetta, con una temperatura di circa 11 °C.

Nel restringimento

180 metri di nuova esplorazione

Nella gallerie si alternano sale e sul fango i ripples son ben visibili

Il risultato della campagna è particolarmente significativo: 180 metri di nuova esplorazione subacquea, raggiungendo una profondità massima di -81 metri e risalendo successivamente fino alla quota di -39 metri.

Di nuovo ambienti di ridotte dimensioni

Un risultato molto gratificante, nonostante se il mitico speleoGigi abbia accennato a proprie condizioni fisiche non ottimali durante la spedizione.

Con le nuove scoperte, il sistema delle gallerie allagate dei Pozzi dell’Orrido supera ora i 700 metri di sviluppo conosciuto, confermando l’importanza e la complessità del settore sommerso delle Grotte di Castelcivita.

Le esplorazioni sono tutt’altro che concluse. L’intenzione è quella di tornare nel 2027 per proseguire le ricerche sia a monte sia a valle, cercando di comprendere ulteriormente l’estensione e l’andamento di questo articolato sistema carsico sommerso.

Un grande lavoro di squadra

Dietro ai risultati dell’esplorazione speleosubacquea c’è stato un importante lavoro collettivo. Durante la campagna è stata infatti movimentata una notevole quantità di materiali, con numerosi speleologi impegnati nella preparazione della discesa nel pozzo e nel trasporto delle attrezzature necessarie alle immersioni.

Di seguito pubblichiamo il racconto di Gigi Casati, protagonista dell’esplorazione speleosubacquea nei Pozzi dell’Orrido, con il resoconto diretto delle immersioni, delle difficoltà affrontate e dei risultati raggiunti durante la campagna 2026 alle Grotte di Castelcivita.

Grotte di Castelcivita 2026
Il mio obiettivo di quest’anno in compagnia del GSNE che ha organizzato la logistica era la prosecuzione del sifone a monte nei Pozzi dell’Orrido.
Abbiamo avuto la possibilità di fare 4 immersioni: una per posare le bombole di emergenza, una per sistemare il filo nelle condotte forzate che si era rotto, una per l’esplorazione e una per sbaraccare i materiali. Le condizioni dell’aria erano nettamente migliori dello scorso anno, si respirava bene, la temperatura nella grotta varia dai 15 ai 14 gradi. In acqua come al solito la visibilità era perfetta e la temperatura di 11 gradi. Il risultato finale considerando che le mie condizioni fisiche non erano perfette è stato gratificante, 180m di nuova esplorazione e risalito fino a -39m dai -81m di profondità massima. Ora il sistema delle gallerie allagate nei Pozzi dell’Orrido supera i 700m. Il prossimo anno ci daremo da fare per continuare sia a monte che a valle a esplorare questo incredibile sistema.
Quest’anno abbiamo movimentato molti materiali e il ringraziamento va a tutti gli amici speleologi che ci hanno aiutato nel preparare la discesa nel pozzo e nel trasportare le attrezzature.
Non è mancato l’indispensabile supporto del Comune di Castelcivita nella persona del Dott. Antonio Forziati e della Società delle Grotte di Castelcivita nella persona del Dott. Antonio Gigliello nonché le storiche guide Giuseppe Ricciardella e Pietro Costantino
Gruppo Speleologico Natura Esplora organizzatore dell’evento: Amalio Schiavo, Benedetta De Francesco, Berardino Bocchino, Enza Finelli, Francesca De Sio, Ivan Giorgetti, Rossana D’Arienzo e Vito Vairo
Gruppo Speleo Alpinistico Vallo di Diano: Vladimir Cuellar
Gruppo Speleo Cudinipuli: Vittorio Platì, Bahija El Malki e Amal El Alam
Gruppo Speleologico la Grave di Verzino: Quinzia Palazzo
Gruppo Grotte Grottaglie: Domenico Cimarrusti, Donato Barletta, Ester Stante, Gianna Freuli, Massimiliano de Marco, Rocco De Icco e Silvia Marrone
Gruppo Speleologico Lecchese: Gigi Casati
Gruppo Grotte Melphicta Kalipè: Giuseppe Dileo e Alessandro Smaldino.
Gruppo Speleo Tricase: Antonio Creti e Valeria Cazzetta
Roberto De Cave

La campagna 2026 aggiunge così un nuovo importante tassello alla conoscenza delle Grotte di Castelcivita.

Soprattutto, lascia aperta una prospettiva particolarmente interessante: oltre gli attuali limiti esplorativi, il sistema sommerso dei Pozzi dell’Orrido continua.

Il gruppone di fine spedizione

Fotografie e notizia di Gigi Casati

L'articolo Grotte di Castelcivita 2026: altri 180 metri esplorati nei Pozzi dell’Orrido proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Nuove esplorazioni nell’Abisso Paperino
    Condividi di Marco Massola  Dopo la lunga pausa invernale dovuta alle abbondantissime nevicate, sono riprese le esplorazioni nell’abisso Paperino, che si apre a 1890 m sull’Alpe degli Stanti, nel comune di Ormea (CN).  La grotta, la cui scoperta risale al 1989 a seguito di scavi operati da Livio Gai, Umberto Minazzo ed Enzo Trincheri, venne poi ripresa nel 2000 dal G.S. Imperiese, che ne portò lo sviluppo a circa 1500 metri. Da lì in poi per una serie di vicissitudini la grotta venn
     

Nuove esplorazioni nell’Abisso Paperino

September 15th 2026 at 14:00

Condividi

di Marco Massola 

Dopo la lunga pausa invernale dovuta alle abbondantissime nevicate, sono riprese le esplorazioni nell’abisso Paperino, che si apre a 1890 m sull’Alpe degli Stanti, nel comune di Ormea (CN). 

La grotta, la cui scoperta risale al 1989 a seguito di scavi operati da Livio Gai, Umberto Minazzo ed Enzo Trincheri, venne poi ripresa nel 2000 dal G.S. Imperiese, che ne portò lo sviluppo a circa 1500 metri.

Da lì in poi per una serie di vicissitudini la grotta venne abbandonata, fino a quando, in anni più recenti, un team composto principalmente da Speleo Tanari, Gruppo Speleologico Explora, Speleo Club Saluzzo ed altri speleologi piemontesi e liguri, ne ripresero l’esplorazione che tuttora continua regalando ad ogni punta nuovi spazi in un sistema carsico che sembra non avere fine.

Attualmente lo sviluppo supera i tre chilometri di sviluppo e i punti aperti si moltiplicano.

A seguito di una colorazione dell’acqua eseguita in uno dei rami della grotta, è stata dimostrata la connessione idrogeologica con la risorgenza del Borello, in Val Corsaglia, a ben 7 Km di distanza e 1000 metri più in basso della grotta. 

Analizzando nel suo complesso il carsismo locale, la grotta Paperino si trova in una posizione centrale tra il sistema di Borello e il chilometrico sistema della Mottera, quindi è possibile che si riveli essere l’anello di congiunzione tra questi due grandi sistemi carsici. 

Con la fine del campo di Agosto 2026 le esplorazioni si sono aperte in più direzioni, alcune di queste puntano in ambienti molto grandi, che a tratti raggiungono i 3/4 metri di larghezza e 10/15 di altezza.

Il team che sta portando avanti questa bella avventura ringrazia tutti quelli che hanno in qualche modo contribuito e contribuiranno a realizzarla, regalandoci emozioni incredibili che allo stato dei fatti sono ben lontane dal finire.

L'articolo Nuove esplorazioni nell’Abisso Paperino proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Sistema Lizartza, nuove esplorazioni nel carso dei Paesi Baschi verso il collegamento con Gesaltza-Arrikrutz
    Condividi La galleria Errekan gora aggiunge circa 730 metri al quadro esplorativo. Restano aperti il sifone a -475 metri, la zona del Lirón e la prospettiva di unire due grandi sistemi sotterranei della Gipuzkoa Esplorazioni nel sistema Lizartza Il sistema Lizartza, nel territorio di Oñati, in Gipuzkoa, è stato al centro delle 31. Giornate basche di speleologia. L’iniziativa si è svolta dal 2 al 6 aprile 2026, con il coordinamento della Unión de Espeleólogos Vascos (UEV-EEE) e la collabora
     

Sistema Lizartza, nuove esplorazioni nel carso dei Paesi Baschi verso il collegamento con Gesaltza-Arrikrutz

September 15th 2026 at 13:00

Condividi

La galleria Errekan gora aggiunge circa 730 metri al quadro esplorativo. Restano aperti il sifone a -475 metri, la zona del Lirón e la prospettiva di unire due grandi sistemi sotterranei della Gipuzkoa

Esplorazioni nel sistema Lizartza

Il sistema Lizartza, nel territorio di Oñati, in Gipuzkoa, è stato al centro delle 31. Giornate basche di speleologia. L’iniziativa si è svolta dal 2 al 6 aprile 2026, con il coordinamento della Unión de Espeleólogos Vascos (UEV-EEE) e la collaborazione del gruppo Aloña Mendi. L’obiettivo indicato era verificare le possibilità di collegamento tra Lizartza 1 e il sistema Gesaltza-Arrikrutz, distante circa 100 metri in proiezione orizzontale. Lizartza 1 supera i 4 chilometri di sviluppo e presenta un dislivello di circa 450 metri. [web:2]

Il lavoro si è svolto con uscite giornaliere dall’ingresso di Lizartza 1 e con un bivacco interno nella zona Kortakogain, a circa 415 metri di profondità. Per il secondo accesso è stata utilizzata la miniera di Atxuri. Questa organizzazione ha permesso di distribuire le squadre su obiettivi diversi, riducendo i tempi di trasferimento nelle parti profonde della cavità. [web:2]

Errekan gora e il nuovo rilievo topografico

Le attività successive, sostenute dal gruppo locale AMET, hanno concentrato l’attenzione sulla galleria Errekan gora. Il ramo è associato a uno dei corsi d’acqua più importanti del sistema. L’avanzamento ha evidenziato una prosecuzione verso monte articolata in due settori.

Il primo tratto è relativamente comodo e può essere percorso a piedi. Il secondo presenta piccoli salti. Per superarli sono necessarie corde brevi, con lunghezze comprese indicativamente tra 4 e 6 metri. Il rilievo ha registrato circa 500 metri verso est e 150 metri verso sud. Il nuovo sviluppo complessivo indicato per la galleria è di circa 730 metri, con un dislivello di 110 metri.

L’esplorazione si è fermata in prossimità di una scalata considerata accessibile. La prosecuzione richiederà nuovo materiale e una verifica delle condizioni della roccia. Il completamento del rilievo sarà importante per confrontare l’orientamento dei rami di Lizartza con quello delle gallerie di Gesaltza-Arrikrutz.

Il sifone terminale a 475 metri di profondità

Un altro obiettivo riguarda il sifone terminale individuato a quota speleologica di -475 metri. Il passaggio richiede tecniche di speleobuceo e una preparazione specifica. Durante l’uscita più recente è stato verificato un condotto allagato che precede il sifone.

Il tratto conserva acqua anche in condizioni di siccità e riceve un apporto continuo. Il dato rende probabile la presenza di acqua anche nel sifone terminale. Prima di programmare un’immersione sarà necessario valutare portata, visibilità, sicurezza degli ancoraggi e possibilità di individuare un bypass asciutto.

L’eventuale esplorazione subacquea dovrà essere affidata a una squadra qualificata. La gestione delle bombole, della linea guida, delle riserve e dei tempi di permanenza costituisce una parte essenziale della pianificazione. Per la stessa ragione, il monitoraggio delle portate potrà aiutare a scegliere il periodo con minore presenza d’acqua.

La zona del Lirón e il valore biologico

Nella zona denominata Lirón, termine collegato al muxarra, è stata predisposta un’installazione di corde in vista di una prossima uscita. Un passaggio attraverso una galleria stretta, lungo circa 50-100 metri, ha inoltre permesso di stabilire un collegamento con uno dei rami che conducono alla scalata del Lirón.

La presenza del piccolo mammifero richiede prudenza nell’interpretazione. Il ritrovamento non dimostra da solo l’esistenza di una colonia di pipistrelli né definisce il valore biologico dell’intero settore. Può però indicare una relazione tra ambiente esterno e cavità, soprattutto nei rami fossili o nelle zone con correnti d’aria.

Le osservazioni biologiche dovrebbero essere accompagnate da misure di temperatura, umidità e ventilazione. In presenza di chirotteri, le visite devono rispettare i periodi più delicati del ciclo annuale. Tutela Pipistrelli segnala come fasi sensibili il letargo, indicativamente tra novembre e marzo, e la nascita e lo svezzamento dei piccoli, soprattutto tra giugno e luglio. [web:11]

Il contesto carsico di Aizkorri-Aratz

Lizartza si trova in un territorio caratterizzato da una complessa evoluzione carsica. Il sistema Gesaltza-Arrikrutz raggiunge circa 14-15 chilometri di gallerie interconnesse, distribuite su sei livelli carsici sovrapposti. Il complesso è inserito nel massiccio di Aizkorri e costituisce la maggiore cavità della Gipuzkoa secondo la documentazione del parco naturale. [web:2][web:21]

La grotta di Arrikrutz si sviluppa in calcari del Cretacico inferiore, datati tra 154 e 96 milioni di anni fa. La rete comprende gallerie attive e fossili. Le prime sono interessate dalla circolazione idrica attuale. Le seconde testimoniano fasi precedenti dell’evoluzione del reticolo sotterraneo. [web:21]

Il sistema idrogeologico locale è alimentato dall’infiltrazione delle precipitazioni e dall’ingresso di acque superficiali attraverso i sumideri. Le acque possono riapparire più avanti attraverso sorgenti e risorgive. Il fiume Arantzazu mostra un comportamento variabile. In condizioni di magra può disperdersi o scomparire in alcuni tratti. Durante le piene raggiunge portate elevate e alimenta il complesso di Gesaltza. [web:21]

Una prospettiva di collegamento ancora da verificare

La distanza ridotta tra Lizartza 1 e Gesaltza-Arrikrutz rende il collegamento un obiettivo concreto, ma non ancora acquisito. La sola vicinanza in pianta non consente di dimostrare l’esistenza di un passaggio. Saranno necessari rilievi coerenti, quote confrontabili e una lettura integrata delle direzioni delle gallerie.

La prosecuzione di Errekan gora potrebbe fornire nuovi elementi. Anche la zona del Lirón può contribuire alla ricostruzione della rete. Il sifone profondo rappresenta un possibile punto di avanzamento, con difficoltà tecniche superiori rispetto ai rami asciutti.

Un eventuale collegamento modificherebbe la conoscenza del reticolo sotterraneo dell’area. I dati potrebbero essere utili per l’idrogeologia, la ricostruzione dell’evoluzione del carsismo e la gestione coordinata delle cavità. La priorità resta proseguire con rilievi verificabili e con una documentazione condivisa tra gruppi esplorativi e realtà locali.

Sicurezza e tutela dell’ambiente sotterraneo

Le prossime uscite dovranno distinguere gli obiettivi esplorativi. Errekan gora richiede corde brevi e materiale per completare la scalata. Il sifone a -475 metri richiede una squadra speleosubacquea e una valutazione specifica dei rischi. La zona del Lirón necessita di tempo per completare l’installazione e osservare le condizioni microclimatiche.

La frequentazione dovrà essere compatibile con la tutela della fauna. Nel caso di pipistrelli in letargo, Tutela Pipistrelli raccomanda di ridurre al minimo la permanenza, evitare di illuminare direttamente gli animali e non utilizzare il carburo. [web:8] La documentazione biologica deve quindi procedere senza contatto, raccolta o disturbo degli esemplari.

La ricerca nel sistema Lizartza prosegue così su più fronti: esplorazione, topografia, idrologia e biospeleologia. Il risultato più immediato è l’avanzamento di Errekan gora. Il nodo tecnico principale resta il sifone terminale. Sullo sfondo rimane la possibilità di collegare Lizartza 1 al complesso Gesaltza-Arrikrutz.

Fonti

Euskalespeleo https://euskalespeleo.com/lizartza-interklub-esplorazioa/

L'articolo Sistema Lizartza, nuove esplorazioni nel carso dei Paesi Baschi verso il collegamento con Gesaltza-Arrikrutz proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Domus de Janas di Fossada, a Escalaplano una necropoli neolitica nel paesaggio del Gerrei
    Condividi Le tombe ipogeiche di Fossada raccontano la Sardegna prenuragica Nel territorio di Escalaplano, nella Sardegna sud-orientale, la necropoli di Fossada conserva una testimonianza del popolamento neolitico dell’isola. Il complesso, conosciuto anche come Sa Fossada e collegato all’area rurale di San Giovanni o Santu Giuanni, è generalmente descritto come formato da sette domus de janas. Si tratta di tombe ipogeiche scavate direttamente nella roccia, non di abitazioni sotterranee. Il
     

Domus de Janas di Fossada, a Escalaplano una necropoli neolitica nel paesaggio del Gerrei

September 15th 2026 at 12:00

Condividi

Le tombe ipogeiche di Fossada raccontano la Sardegna prenuragica

Nel territorio di Escalaplano, nella Sardegna sud-orientale, la necropoli di Fossada conserva una testimonianza del popolamento neolitico dell’isola. Il complesso, conosciuto anche come Sa Fossada e collegato all’area rurale di San Giovanni o Santu Giuanni, è generalmente descritto come formato da sette domus de janas. Si tratta di tombe ipogeiche scavate direttamente nella roccia, non di abitazioni sotterranee.

Il sito si trova a circa tre chilometri dal centro di Escalaplano, nei pressi della chiesa campestre di San Giovanni e lungo la strada provinciale 10 in direzione di Orroli. Le informazioni sulla percorribilità e sulle modalità di visita possono cambiare. Prima di raggiungere l’area è quindi opportuno verificare le indicazioni locali e l’eventuale necessità di un accompagnamento.

Fossada e il paesaggio archeologico di Escalaplano

La necropoli di Fossada deve essere letta all’interno del paesaggio storico del Gerrei. L’area di Escalaplano comprende infatti testimonianze di epoche diverse, dalle domus de janas ai nuraghi, fino alle fonti e ai pozzi di età nuragica e alle tracce di frequentazione romana.

La presenza di monumenti appartenenti a periodi differenti non dimostra da sola una continuità diretta tra le comunità che li realizzarono. Mostra però che lo stesso territorio fu attraversato, abitato e reinterpretato per millenni. La valle di Fossada, gli affioramenti rocciosi e i percorsi rurali costituiscono quindi parte integrante della lettura archeologica del sito.

Il progetto territoriale regionale “ViviAmo il Sarrabus-Gerrei” inserisce il patrimonio archeologico e naturalistico di Escalaplano nella rete degli attrattori culturali dell’area. L’obiettivo dichiarato è promuovere una fruizione integrata, con attenzione al turismo attivo, alla tutela paesaggistica e alla conoscenza dei beni locali.

La cronologia delle domus de janas

Le domus de janas di Fossada sono attribuite al Neolitico finale e, in particolare, al quadro culturale di Ozieri. Le fonti divulgative collocano le sette tombe dell’area di Sant’Uanni e Fossada nel IV millennio avanti Cristo. Per il complesso è preferibile usare una cronologia generale compresa tra la seconda metà del IV e gli inizi del III millennio avanti Cristo, evitando di attribuire ogni dettaglio architettonico a una sola fase.

Il quadro regionale è più ampio. L’UNESCO descrive le domus de janas come un insieme di sepolture e necropoli create in Sardegna tra il V e il III millennio avanti Cristo. Nel luglio 2025 il sito seriale “Tradizioni funerarie nella Preistoria della Sardegna – Le domus de janas” è stato iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale.

Il riconoscimento riguarda una selezione di complessi rappresentativi del fenomeno regionale. Non significa che ogni necropoli sarda, compresa Fossada, sia automaticamente inclusa nell’elenco dei beni costitutivi del sito seriale. Il valore di Fossada va quindi presentato sulla base delle informazioni specifiche disponibili per il territorio di Escalaplano.

Architettura funeraria scavata nella roccia

Una domus de janas può comprendere un ingresso, un breve corridoio, un’anticella e una o più camere funerarie. In alcuni casi gli ambienti comunicano tra loro e riproducono elementi della casa dei vivi, come soglie, pilastri, partizioni e banchine.

Le tombe di Fossada sono descritte come non molto grandi, ma caratterizzate da schemi planimetrici differenziati. Questo dato è importante perché indica una certa varietà nella progettazione degli ipogei. Le differenze possono dipendere dalla conformazione dell’affioramento roccioso, dalla funzione degli ambienti, da fasi successive di intervento o da pratiche rituali non identiche.

La planimetria, da sola, non permette di ricostruire l’intero significato della necropoli. Per formulare interpretazioni più solide sarebbero necessari rilievi archeologici completi, analisi delle superfici, dati stratigrafici e informazioni sui materiali rinvenuti.

Ossidiana, selce e attività produttive

Uno degli elementi di interesse segnalati per Fossada riguarda le raccolte di superficie. Nell’area sono stati riferiti numerosi manufatti e scarti di lavorazione in ossidiana e selce. La concentrazione dei reperti è stata collegata alla possibile presenza di officine litiche.

Il dato suggerisce che la frequentazione della zona non fosse limitata alla funzione funeraria. Le comunità preistoriche potevano svolgere attività tecniche nelle vicinanze delle tombe, oppure utilizzare un’area più ampia comprendente spazi produttivi e percorsi di collegamento.

Il termine “officina” deve essere usato con prudenza. Per dimostrare una produzione organizzata servirebbero la distribuzione spaziale dei reperti, l’analisi tecnologica dei manufatti, il confronto con altri siti e, soprattutto, un contesto stratigrafico controllato. Le raccolte di superficie offrono un’indicazione utile, ma non sostituiscono lo scavo scientifico.

Le domus de janas nella cultura sarda

L’espressione domus de janas significa “case delle fate”. Il nome appartiene alla tradizione popolare sarda, che interpretò le piccole aperture nella roccia come dimore di esseri fantastici. L’archeologia identifica invece queste strutture come tombe preistoriche, spesso destinate a deposizioni collettive.

La scelta di scavare la roccia trasformava il pendio in uno spazio funerario durevole. L’ipogeo separava il mondo dei morti da quello dei vivi, ma restava collegato alla comunità attraverso l’ingresso e le eventuali riaperture. In molte necropoli sarde sono documentati riusi, modifiche e ampliamenti delle tombe.

Per Fossada non è corretto attribuire decorazioni o simboli specifici senza una documentazione archeologica puntuale. Nel repertorio regionale compaiono corna bovine, spirali, false porte, motivi geometrici e dettagli architettonici scolpiti. Questi elementi sono stati interpretati in modi diversi, ma nessuna lettura generale può essere trasferita automaticamente a ogni ipogeo.

Ricerca, rilievo e conservazione

Fossada potrebbe essere studiata con strumenti oggi utilizzati anche nella documentazione speleologica e archeologica. Fotogrammetria, laser scanner, rilievo tridimensionale e sistemi GIS permetterebbero di registrare geometrie, superfici, accessi e rapporti con il paesaggio.

Il rilievo digitale non sostituisce la ricerca archeologica sul campo. Può però creare una base documentaria utile per il monitoraggio, la comparazione tra gli ipogei e la progettazione di interventi compatibili con la tutela. Ogni attività deve essere autorizzata e coordinata dagli enti competenti.

Le tombe ipogeiche sono esposte a infiltrazioni, ruscellamento, crescita delle radici, distacco di frammenti, accumulo di sedimenti e variazioni microclimatiche. Anche i graffiti, il contatto con le pareti e la raccolta di reperti rappresentano fattori di rischio.

Una visita rispettosa del sito

La fruizione della necropoli dovrebbe avvenire lungo percorsi autorizzati e senza modificare lo stato dei luoghi. Non bisogna toccare le superfici, spostare pietre, raccogliere ossidiana, selce o frammenti ceramici. È inoltre necessario evitare gessi, sostanze coloranti e strumenti che possano danneggiare incisioni o pareti.

Un progetto di valorizzazione può unire pannelli essenziali, accompagnamento qualificato, documentazione fotografica controllata e monitoraggio periodico. L’uso di modelli 3D e visite digitali può contribuire a ridurre la pressione sulle tombe più vulnerabili.

Un patrimonio da documentare

Le Domus de Janas di Fossada rappresentano un bene archeologico di interesse per almeno quattro ragioni: documentano la presenza neolitica nel territorio di Escalaplano, mostrano una varietà di soluzioni planimetriche, sono associate a una significativa presenza di industria litica e fanno parte di un paesaggio archeologico più ampio.

La ricerca disponibile invita a mantenere distinti i dati accertati dalle ipotesi. Il numero più ricorrente nelle fonti territoriali è quello di sette tombe. Restano da verificare, con una scheda archeologica aggiornata, lo stato di conservazione dei singoli ipogei, la denominazione ufficiale del complesso, le coordinate, la natura delle attività litiche e le modalità di accesso.

La conoscenza di Fossada passa quindi dalla divulgazione, ma anche dalla documentazione scientifica. Raccontare le domus de janas significa collegare archeologia, paesaggio e memoria locale senza trasformare le tombe in semplici attrazioni. La tutela deve rimanere parte centrale di ogni progetto di visita e valorizzazione.

Fonti

Domus de Janas

L'articolo Domus de Janas di Fossada, a Escalaplano una necropoli neolitica nel paesaggio del Gerrei proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Han-sur-Lesse e la fantômisation: il modello di Yves Quinif per leggere la nascita delle grotte
    Condividi Il sistema carsico belga come laboratorio geologico Il sistema carsico di Han-sur-Lesse, nelle Ardenne belghe, offre un esempio importante per comprendere come si formano le grotte e come il sottosuolo conservi le tracce dei cambiamenti ambientali. A guidare questa lettura è Yves Quinif, geologo e karstologo, professore emerito dell’Università di Mons e presidente del Geopark Famenne-Ardenne. La sua attività di ricerca si è concentrata sulla genesi delle cavità, sui depositi sotterr
     

Han-sur-Lesse e la fantômisation: il modello di Yves Quinif per leggere la nascita delle grotte

September 15th 2026 at 11:00

Condividi

Il sistema carsico belga come laboratorio geologico

Il sistema carsico di Han-sur-Lesse, nelle Ardenne belghe, offre un esempio importante per comprendere come si formano le grotte e come il sottosuolo conservi le tracce dei cambiamenti ambientali. A guidare questa lettura è Yves Quinif, geologo e karstologo, professore emerito dell’Università di Mons e presidente del Geopark Famenne-Ardenne. La sua attività di ricerca si è concentrata sulla genesi delle cavità, sui depositi sotterranei e sui rapporti tra tettonica, idrologia ed evoluzione del paesaggio. [web:29][web:25]

Quinif ha fondato il CERAK, Centro di studi e ricerche applicate al carsismo, e nel 2010 ha sistematizzato il modello della fantômisation nel volume Fantômes de roche et fantômisation. Il paradigma propone di affiancare alla spiegazione classica, basata sulla dissoluzione e sull’erosione progressiva, una sequenza di processi distinta in due fasi. [web:21][web:2]

Fantômisation e ghost rock: la formazione in due fasi

La fantômisation, o ghost-rock karstification, inizia quando l’acqua penetra nel calcare lungo fratture, giunti di stratificazione e faglie. La dissoluzione non asporta subito tutto il volume della roccia. I minerali più solubili passano in soluzione, mentre restano in posto particelle meno solubili e insolubili. Si forma così un’alterite residua, porosa e meccanicamente fragile, che conserva per un certo periodo il volume e la forma della roccia originaria. È il “fantasma di roccia”. [web:7][web:10]

Questa prima fase procede con un’energia idraulica ridotta. L’acqua altera la roccia, ma non dispone della forza necessaria per allontanare il residuo solido. Il massiccio appare ancora compatto, anche se la sua struttura interna è già indebolita.

La seconda fase si attiva quando cambiano le condizioni geomorfologiche. Il sollevamento dell’Ardenne e l’incisione delle valli modificano il livello di base e aumentano il potenziale idrodinamico. L’acqua acquisisce energia cinetica. Può quindi erodere e trasportare l’alterite, svuotando i volumi già predisposti. La grotta penetrabile nasce in questa fase, attraverso l’evacuazione meccanica del materiale residuo. [file:1][web:8]

Nel caso di Han-sur-Lesse, gli studi strutturali indicano anche una relazione tra le direzioni delle fratture e le diverse fasi tettoniche. Una prima organizzazione, attribuita al Mesozoico, segue direzioni comprese in generale tra N50°E e N65°E. Una fase cenozoica, associata alla surrezione dell’Ardenne e allo sviluppo del potenziale idraulico, avrebbe favorito direzioni tra N140°E e N150°E. [web:20]

La Lesse e il sistema perdita-risorgenza

La Lesse costituisce l’elemento idrologico centrale del sistema. Il fiume entra nel sottosuolo presso il Gouffre de Belvaux e percorre una rete di gallerie prima di riemergere nella zona di Han. Le perdite della Lesse non sono state sempre uguali. Il loro funzionamento varia in base alla portata e alle condizioni di piena. Il sistema attuale è quindi il risultato di una lunga evoluzione, nella quale l’idrologia superficiale e quella sotterranea si sono condizionate reciprocamente. [file:1][web:8]

Il Gouffre de Belvaux permette di osservare il passaggio tra paesaggio esterno e rete sotterranea. La perdita non rappresenta soltanto un punto geografico. È anche la chiave per comprendere il ruolo dell’acqua nella seconda fase della fantômisation, quando l’alterite viene mobilizzata e allontanata.

Sedimenti e speleotemi come archivi del Quaternario

Le grotte di Han conservano sedimenti detritici, come sabbie, argille, limi, ghiaie e blocchi di crollo. Sono presenti anche depositi chimici, tra cui stalattiti, stalagmiti e pavimenti stalagmitici. La successione di questi materiali registra le variazioni del clima, della portata fluviale, dell’erosione e della stabilità tettonica. [web:23]

I sedimenti detritici possono essere trasportati dalla Lesse oppure derivare dal collasso delle pareti e dalla componente insolubile del calcare. Le concrezioni crescono quando l’acqua deposita carbonato di calcio in condizioni favorevoli. Le loro stratificazioni possono essere datate con il radiocarbonio e con le serie dell’uranio, in particolare attraverso il disequilibrio U/Th. Questi metodi consentono di collegare i depositi a età espresse in anni BP e di costruire sequenze del Quaternario continentale. [web:23][web:18]

Nella Galerie des Verviétois, una sequenza del Pleistocene medio e superiore comprende depositi detritici sormontati da pavimenti stalagmitici. Le concrezioni spezzate o dislocate possono indicare movimenti del terreno. La grotta diventa così anche un registratore di eventi sismotettonici, purché le osservazioni siano integrate con datazioni e analisi strutturali. [web:2][web:8]

La Galerie des Petites Fontaines documenta invece l’evoluzione idrologica più recente. La morfologia e i riempimenti indicano che, durante il Tardiglaciale, la Lesse occupava il settore aval della grotta come una distesa d’acqua stagnante. Nell’Olocene si osserva una ripresa dell’erosione e l’incisione dei depositi. Questo passaggio collega la storia della cavità alle trasformazioni della valle esterna. [web:8]

Il programma del 20 settembre

L’attività del CNB Famenne-Ardenne dedicata alla conoscenza del carsismo prevede un itinerario centrato sul sistema di Han-sur-Lesse. L’appuntamento risulta indicato nell’agenda del gruppo per il 20 settembre. [web:27]

La Coupe des Petites Fontaines, presso l’uscita delle grotte di Han, consente di osservare una sezione nei sedimenti. Alternanze di depositi detritici e concrezioni mostrano come si ricostruiscono le fasi di riempimento, erosione e cambiamento del regime idrologico.

Il trasferimento verso il Gouffre de Belvaux porta al punto in cui la Lesse scompare nel sottosuolo. La visita scientifica al Trou du Salpêtre completa il percorso. Questa galleria conserva elementi utili per discutere i rapporti tra antichi passaggi d’acqua, depositi del Pleistocene e sviluppo dei pavimenti stalagmitici.

Perché il modello di Quinif è rilevante

La fantômisation modifica il modo di interpretare la nascita di molti sistemi carsici. La grotta non viene considerata soltanto come il risultato di una dissoluzione che amplia lentamente un vuoto. Prima della cavità può esistere un volume alterato, ancora pieno di materiale, che prepara la geometria futura della rete. L’erosione meccanica interviene dopo, quando l’evoluzione tettonica e fluviale fornisce all’acqua l’energia necessaria.

Il modello aiuta a spiegare la presenza di grandi sale, gallerie non uniformemente calibrate e collegamenti sotterranei che non seguono sempre una semplice struttura ad albero. A Han-sur-Lesse, la presenza di residui riconducibili a fantôme de roche in diversi settori della grotta sostiene l’applicazione del paradigma al sistema. [web:8]

Il valore scientifico del sito deriva anche dalla possibilità di collegare forme, sedimenti, concrezioni e idrologia. La grotta conserva una storia che attraversa centinaia di migliaia, e in alcuni casi milioni di anni. La ricerca speleologica permette di leggerla senza separare geologia, geomorfologia, clima e tettonica.

Fonti

Belgio

L'articolo Han-sur-Lesse e la fantômisation: il modello di Yves Quinif per leggere la nascita delle grotte proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Grotta del Romito, l’uro inciso racconta la memoria rituale del Paleolitico calabrese
    Condividi L’arte rupestre e le sepolture della Grotta del Romito restituiscono il quadro di una comunità epigravettiana attiva nel territorio di Papasidero. Le nuove analisi su Romito 9 precisano cronologia, sesso e pratiche funerarie del sito. Un sito chiave nel Paleolitico superiore La Grotta del Romito si trova in località Nuppolara, nel territorio di Papasidero, in provincia di Cosenza, sul versante settentrionale della Calabria. Il complesso comprende una cavità e un riparo roccioso i
     

Grotta del Romito, l’uro inciso racconta la memoria rituale del Paleolitico calabrese

September 15th 2026 at 10:00

Condividi

L’arte rupestre e le sepolture della Grotta del Romito restituiscono il quadro di una comunità epigravettiana attiva nel territorio di Papasidero. Le nuove analisi su Romito 9 precisano cronologia, sesso e pratiche funerarie del sito.

Un sito chiave nel Paleolitico superiore

La Grotta del Romito si trova in località Nuppolara, nel territorio di Papasidero, in provincia di Cosenza, sul versante settentrionale della Calabria. Il complesso comprende una cavità e un riparo roccioso inseriti nel paesaggio del Pollino, a poca distanza dalla valle del Lao. La sequenza archeologica documenta una frequentazione prolungata, dal Gravettiano all’Epigravettiano, con presenze successive nel Mesolitico e nel Neolitico.

Il deposito archeologico raggiunge diversi metri di spessore. Le ricerche avviate negli anni Sessanta da Paolo Graziosi hanno portato alla luce sepolture, strumenti litici, resti faunistici e testimonianze artistiche. Dal 2000 le indagini sono proseguite con il coinvolgimento dell’Università di Firenze, del Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria e della Soprintendenza competente.

La Grotta del Romito è considerata un sito di riferimento per lo studio delle comunità di cacciatori-raccoglitori dell’Italia meridionale. La sua importanza deriva dall’associazione tra spazi abitativi, aree funerarie e superfici decorate. L’analisi integrata degli ambienti permette di valutare i rapporti tra attività quotidiane e pratiche rituali.

L’incisione dell’uro sulla grande superficie calcarea

L’immagine più nota della Grotta del Romito è l’incisione di un uro, il grande bovide selvatico identificato con la specie Bos primigenius. La figura è tracciata su un masso calcareo collocato tra il riparo e l’ingresso della cavità. Il masso misura circa 230 centimetri ed è inclinato di circa 45 gradi. L’uro inciso raggiunge una lunghezza di circa 120 centimetri.

Il disegno presenta un tratto profondo e regolare. La testa, il dorso, il ventre e gli arti sono restituiti con attenzione alle proporzioni. L’animale appare fermo, privo di una scena narrativa esplicita. Proprio questa scelta accentua la presenza visiva del bovide e il rapporto tra l’immagine, la roccia e lo spazio di passaggio davanti alla grotta.

Paolo Graziosi descrisse l’opera come una delle più significative espressioni del naturalismo preistorico mediterraneo. Il confronto con l’arte franco-cantabrica riguarda soprattutto la precisione anatomica e la capacità di rendere il corpo animale. L’incisione del Romito mantiene però caratteristiche proprie, legate alla tradizione artistica dell’Italia meridionale.

La datazione tradizionale colloca l’uro inciso tra 14.000 e 12.000 anni BP, nel corso dell’Epigravettiano finale. Le cronologie del sito sono articolate e dipendono dai diversi livelli archeologici e dai metodi di datazione. Per questo il riferimento all’opera deve essere mantenuto distinto dalle date più antiche attribuite a Romito 9.

Nove sepolture e pratiche funerarie

Nel complesso della Grotta del Romito sono state riconosciute nove sepolture paleolitiche. Durante gli scavi degli anni Sessanta furono individuati Romito 1 e 2, deposti insieme nel riparo, Romito 3 e 4, collocati singolarmente nella grotta, e Romito 5 e 6, anch’essi deposti in una sepoltura doppia nel riparo.

Le campagne successive hanno aggiunto Romito 7, Romito 8 e Romito 9. Gli individui da Romito 1 a Romito 8 appartengono soprattutto all’Epigravettiano finale e sono datati, secondo la documentazione del sito, tra circa 12.200 e 10.800 anni BP. Il quadro mostra persone adulte e subadulte, uomini e donne, deposte secondo modalità non identiche.

Le sepolture più recenti seguono un modello relativamente sobrio. Il corpo veniva collocato in una fossa, con un corredo limitato o non evidente. Questa modalità è coerente con una trasformazione delle pratiche funerarie nella parte finale del Paleolitico superiore e nel Mesolitico.

Il sito conserva anche informazioni sulla dimensione sociale della comunità. Romito 2 presenta caratteristiche compatibili con una forma di nanismo. Romito 8 mostra invece gli effetti di traumi gravi e di una sopravvivenza prolungata. L’usura dentale e le condizioni dello scheletro indicano che l’individuo visse abbastanza a lungo dopo le lesioni. Questi dati sono stati interpretati come possibili segnali di assistenza e cura da parte del gruppo.

Romito 9: una revisione scientifica

Le ricerche più recenti hanno precisato il quadro relativo a Romito 9, la sepoltura più antica individuata nel sito. Uno studio pubblicato su Quaternary International descrive un individuo di circa 11-12 anni, identificato attraverso l’analisi dei peptidi dell’amelogenina come femmina. La sepoltura è associata a un livello datato a 16.129 ± 100 BP, con una calibrazione compresa tra circa 19.809 e 19.157 anni cal BP.

Il dato aggiorna alcune descrizioni divulgative precedenti, nelle quali Romito 9 era indicato come maschio. Anche il numero delle conchiglie è stato definito con maggiore precisione. L’analisi del corredo ha documentato quasi 1.462 conchiglie marine perforate, 99 canini atrofici di cervo perforati e altri elementi ornamentali.

La giovane fu deposta su uno strato di ocra rossa. La distribuzione dei reperti suggerisce la presenza di una copertura decorata, forse realizzata con pelle, pelliccia o stuoia. I canini di cervo sembrano costituire almeno un bracciale e un ornamento applicato all’avambraccio. La fossa fu danneggiata da interventi successivi, che alterarono la posizione di parte delle ossa e degli oggetti.

Romito 9 occupa una posizione importante nella storia delle pratiche funerarie del Paleolitico superiore. Il suo corredo ricco richiama tradizioni associate al Gravettiano. Le altre sepolture del Romito mostrano invece forme più semplici, riferibili all’Epigravettiano finale. Il sito documenta quindi una trasformazione nel tempo, non un unico modello funerario.

L’uro tra simbolo e identità comunitaria

Il significato dell’uro inciso non può essere stabilito in modo definitivo. La sua collocazione e la qualità dell’esecuzione indicano però che l’immagine occupava una posizione rilevante nello spazio della grotta. Sotto la figura principale sono stati riconosciuti altri segni e abbozzi taurini, interpretati da alcuni studiosi come possibili elementi protettivi.

A questa evidenza si aggiungono resti di uro associati ad alcune sepolture. Nel contesto di Romito 1 e 2 è stato segnalato un corno. A Romito 3 sono state attribuite due punte di zagaglia decorate. L’associazione tra il bovide, i reperti faunistici e le deposizioni ha portato a proporre una possibile valenza totemica dell’animale.

L’ipotesi deve essere formulata con cautela. Il termine “totemico” appartiene a un’interpretazione antropologica e non descrive un fatto direttamente osservabile. I dati archeologici permettono però di discutere il ruolo dell’uro nella memoria collettiva, nella caccia e nelle pratiche simboliche della comunità.

Il bovide rappresentava una risorsa animale concreta e, nello stesso tempo, un soggetto capace di concentrare significati sociali. La Grotta del Romito mostra così come gli spazi abitati potessero diventare luoghi di sepoltura, produzione artistica e costruzione dell’identità.

Ricerca digitale e valorizzazione del sito

Gli studi sulla Grotta del Romito hanno utilizzato anche strumenti GIS, rilievi tridimensionali e laser scanner. Queste tecniche consentono di integrare documentazione cartacea, fotografie storiche, rilievi topografici e dati digitali. L’obiettivo è ricostruire la relazione spaziale tra incisioni, sepolture, depositi e aree di attività.

La modellazione tridimensionale permette di valutare l’aspetto del complesso durante le diverse fasi di frequentazione. Può inoltre aiutare a distinguere gli spazi domestici dagli ambienti con possibile funzione rituale. Nel caso dell’uro inciso, la posizione del masso diventa parte dell’analisi, non un elemento isolato dal resto del sito.

La Grotta del Romito è oggi visitabile attraverso percorsi organizzati e strutture di accoglienza. Il sito dispone di materiali didattici e di un antiquarium. La fruizione pubblica deve accompagnarsi alla conservazione delle superfici incise e dei depositi archeologici, che costituiscono una risorsa non rinnovabile.

La ricerca continua a fornire nuovi dati. Le analisi su Romito 9 mostrano quanto le interpretazioni possano cambiare quando vengono applicati metodi antropologici, stratigrafici e radiometrici aggiornati. Per la speleologia e l’archeologia ipogea, il Romito resta un caso di studio sul rapporto tra cavità, paesaggio, arte e memoria funeraria.

Fonti

Uro Grotta del Romito https://www.facebook.com/share/p/18rgVZvLBg/?mibextid=wwXIfr

L'articolo Grotta del Romito, l’uro inciso racconta la memoria rituale del Paleolitico calabrese proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Camerota, capitale della preistoria: nuove indagini nelle Grotte della Cala e del Poggio
    Condividi La campagna di scavi nel Cilento riunisce archeologia, paleoantropologia e studio dei cambiamenti ambientali Dal 14 settembre al 3 ottobre 2026 Marina di Camerota ospita una nuova campagna di scavi nelle Grotte della Cala e del Poggio. La ricerca è diretta dall’Università di Siena e coinvolge le Università di Bologna, Genova e Pisa, l’Université Côte d’Azur di Nizza e il CNRS di Nizza. Le attività si svolgono in regime di concessione ministeriale, con la collaborazione della
     

Camerota, capitale della preistoria: nuove indagini nelle Grotte della Cala e del Poggio

September 15th 2026 at 09:00

Condividi

La campagna di scavi nel Cilento riunisce archeologia, paleoantropologia e studio dei cambiamenti ambientali

Dal 14 settembre al 3 ottobre 2026 Marina di Camerota ospita una nuova campagna di scavi nelle Grotte della Cala e del Poggio.

La ricerca è diretta dall’Università di Siena e coinvolge le Università di Bologna, Genova e Pisa, l’Université Côte d’Azur di Nizza e il CNRS di Nizza.

Le attività si svolgono in regime di concessione ministeriale, con la collaborazione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Salerno e Avellino e il sostegno del Comune di Camerota. [web:29][web:25]

La campagna interessa due archivi archeologici distinti ma complementari. La Grotta del Poggio conserva livelli del Paleolitico medio riferibili alle frequentazioni neandertaliane. La Grotta della Cala documenta soprattutto il Paleolitico superiore e successive rioccupazioni della cavità. Insieme, i due siti permettono di seguire una lunga storia di presenze umane, cambiamenti climatici e trasformazioni del paesaggio costiero cilentano. [web:27]

Grotte della Cala e del Poggio, due archivi del Paleolitico

Le indagini nelle Grotte della Cala e del Poggio sono iniziate negli anni Sessanta. I depositi sono considerati riferimenti per la ricostruzione cronoculturale del Paleolitico medio e superiore nell’Italia meridionale. La continuità delle ricerche consente di mettere a confronto i dati delle campagne storiche con le tecniche oggi disponibili. [web:27]

La Grotta del Poggio presenta un deposito antropico spesso circa sei metri. I livelli principali sono collocati nello stadio isotopico marino 6, durante una fase glaciale compresa indicativamente tra 200.000 e 140.000 anni fa. In questo contesto sono stati documentati raschiatoi e denticolati su scheggia, talvolta con ritocco scalariforme. [web:27]

La fauna comprende specie oggi assenti dal territorio, tra cui l’elefante a zanne diritte, Palaeoloxodon antiquus, e rinoceronti del genere Stephanorhinus. Questi resti non rappresentano soltanto elementi isolati. Contribuiscono alla ricostruzione delle condizioni ecologiche del Cilento durante il Pleistocene medio.

La Grotta della Cala è invece nota per i livelli del Paleolitico superiore. Le ricerche hanno restituito industrie litiche, resti faunistici, conchiglie marine e ornamenti ricavati da canini atrofici di cervo. Nella camera interna è stata inoltre indagata un’area sepolcrale dell’età del Bronzo, scoperta nel 2018, con resti umani appartenenti a più individui e perle in pasta vitrea e ambra. [web:27]

Lo strato M e il ruolo del cervo rosso

Uno studio recente dedicato allo strato M della Grotta della Cala analizza la fauna associata alla fase antica dell’Epigravettiano. Il livello è datato tra 20.203 e 15.784 anni fa. La ricerca è intitolata “Tracing the Epigravettian in southern Italy. Faunal exploitation in layer M of Grotta della Cala (Cilento, Italy)” ed è associata a Clarissa Dominici, all’Università di Siena e al CNRS CEPAM dell’Université Côte d’Azur. [web:25][web:38]

Nel campione analizzato prevalgono i resti di cervo rosso. Le ossa mostrano tracce di macellazione e fratture compatibili con l’estrazione del midollo. Sono stati inoltre considerati età e sesso degli animali. La presenza di giovani individui e maschi adulti è stata collegata a uccisioni concentrate soprattutto nei mesi invernali.

Questi dati suggeriscono un uso stagionale della cavità. La Grotta della Cala potrebbe essere stata frequentata con maggiore intensità durante la stagione fredda, quando la disponibilità di risorse e il fabbisogno energetico condizionavano gli spostamenti dei gruppi umani. L’interpretazione deve essere costruita insieme ai dati stratigrafici, tafonomici e ambientali.

La composizione faunistica mostra anche una trasformazione nel tempo. Tra circa 16.000 e 15.000 anni fa diminuisce la presenza del cervo, mentre aumentano capriolo e cinghiale. Il cambiamento è coerente con un’evoluzione verso condizioni più calde e umide, nel quadro della transizione climatica che precede e accompagna il Bølling-Allerød. [web:25]

Camerota come area rifugio climatico

La definizione di Camerota come area rifugio indica l’ipotesi che il basso Cilento abbia mantenuto condizioni relativamente favorevoli durante alcune fasi fredde. La posizione costiera, la disponibilità di risorse terrestri e marine e la presenza di ambienti diversificati avrebbero potuto sostenere gruppi umani, fauna e vegetazione.

Il concetto non descrive un territorio immutabile. Un’area rifugio può essere sottoposta a stress climatici e variazioni nella disponibilità delle risorse. La sua importanza dipende dalla capacità di offrire condizioni meno rigide rispetto alle regioni circostanti, oppure di garantire corridoi di spostamento e opportunità alimentari.

Le sequenze delle Grotte della Cala e del Poggio sono utili proprio perché permettono di osservare la relazione tra clima, fauna e frequentazione umana lungo intervalli temporali molto ampi. La ricerca non si limita a stabilire chi abbia abitato le grotte. Cerca anche di comprendere come i gruppi umani abbiano organizzato la caccia, la lavorazione delle carcasse e l’uso dello spazio.

Metodi per ricostruire la vita nelle grotte

Lo scavo contemporaneo non consiste nella semplice raccolta di manufatti. Ogni reperto viene registrato in rapporto alla stratigrafia, al sedimento e agli altri materiali. La posizione permette di valutare se un oggetto sia rimasto nel luogo originario oppure sia stato spostato da crolli, erosione, acqua o attività successive.

La geoarcheologia analizza la formazione dei depositi. Nelle grotte costiere occorre considerare anche dinamiche marine, sedimentazione, concrezionamento e rideposizione. La stratigrafia stabilisce la successione degli eventi e fornisce il quadro necessario per interpretare reperti e campioni.

L’archeozoologia identifica le specie, ricostruisce età e sesso e valuta il numero minimo di individui. La tafonomia studia i processi che modificano i resti dopo la morte: macellazione, combustione, fratture intenzionali, morsi di carnivori, calpestio e alterazioni sedimentarie.

Le datazioni possono integrare radiocarbonio, luminescenza e altri metodi. Ogni risultato deve essere collegato con precisione all’unità stratigrafica. Le date, considerate da sole, non sostituiscono la lettura complessiva della sequenza.

Una ricerca internazionale con ricadute locali

La campagna 2026 riunisce docenti, ricercatori, dottorandi e studenti di più istituzioni. La partecipazione dell’Università di Siena, delle Università di Bologna, Genova e Pisa, dell’Université Côte d’Azur e del CNRS conferma il carattere interdisciplinare del programma. [web:25][web:29]

Gli obiettivi della campagna devono essere distinti dai risultati già pubblicati. Le operazioni potranno ampliare le aree scavate, fornire nuovi dati stratigrafici e recuperare materiali utili per datazioni, analisi ambientali e studi sulla distribuzione spaziale delle attività. Le eventuali scoperte dovranno essere documentate e sottoposte a verifica prima di essere presentate come risultati definitivi.

Accanto allo scavo sono previste attività di divulgazione e laboratori didattici per gli studenti. Le iniziative possono illustrare la lettura di una stratigrafia, il riconoscimento di un manufatto litico, l’analisi delle ossa e il funzionamento delle datazioni. La comunicazione permette così di collegare ricerca, scuola e conoscenza del patrimonio locale.

Tutela del patrimonio ipogeo

Le Grotte della Cala e del Poggio richiedono attenzione non soltanto per i reperti. Il patrimonio comprende sedimenti, superfici, microclima, concrezioni, tracce organiche e distribuzione spaziale. La rimozione o l’alterazione di un deposito può causare la perdita di informazioni anche quando i materiali vengono conservati in laboratorio.

La tutela dovrebbe includere il controllo degli accessi, la protezione dei profili di scavo, il monitoraggio microclimatico e la prevenzione dei rifiuti. Sono utili anche la documentazione digitale, il backup dei dati e il coordinamento tra Comune, Soprintendenza, università e soggetti impegnati nella fruizione.

La formazione speleologica ricorda che gli ambienti carsici sono vulnerabili all’infiltrazione rapida dell’acqua e possiedono una limitata capacità di autodepurazione. Questa caratteristica rende importanti la gestione degli scarichi, la riduzione dell’inquinamento e il controllo del turismo non regolamentato. [file:1]

Le domande ancora aperte

Le nuove indagini potranno contribuire a chiarire la durata e la stagionalità delle occupazioni. Resta da definire con maggiore precisione come venissero organizzate le attività nella Grotta del Poggio e quali differenze emergano rispetto alle frequentazioni sapiens della Cala.

Altre questioni riguardano il rapporto tra livello del mare, erosione costiera e accessibilità delle cavità. Sarà inoltre importante ricostruire i microambienti disponibili durante le fasi glaciali e seguire l’evoluzione della fauna durante la deglaciazione.

La Grotta della Cala pone anche il tema del riuso. Le frequentazioni paleolitiche e l’area sepolcrale dell’età del Bronzo appartengono a momenti diversi, ma mostrano come la cavità sia stata reinterpretata nel tempo. Il sito non è un contenitore immobile. È un archivio formato da sedimentazione, crolli, attività umane e trasformazioni ambientali.

Camerota, capitale della preistoria

La nuova campagna di scavi conferma il ruolo delle Grotte della Cala e del Poggio nella ricerca sulla preistoria del Mediterraneo occidentale. Il Poggio conserva informazioni sui Neanderthal e sugli ambienti del Paleolitico medio. La Cala documenta la presenza di gruppi del Paleolitico superiore, l’economia basata anche sul cervo e un successivo riutilizzo della cavità nell’età del Bronzo.

Il valore dei siti dipende dalla possibilità di collegare cronologia, stratigrafia, fauna, tecnologia, clima e comportamento umano. La ricerca sullo strato M mostra come una serie di ossa frammentate possa fornire indicazioni sulla caccia, sulla stagione di frequentazione e sui cambiamenti ambientali.

Definire Camerota capitale della preistoria è una formula giornalistica efficace se accompagnata da dati verificabili. La solidità della notizia risiede nella durata delle ricerche, nella collaborazione scientifica e nella conservazione dei contesti. La campagna 2026 aggiunge un nuovo capitolo a questa documentazione, senza anticipare risultati che potranno essere valutati solo dopo lo scavo e lo studio dei materiali.

Fonti

Camerota

L'articolo Camerota, capitale della preistoria: nuove indagini nelle Grotte della Cala e del Poggio proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Grotta Romanelli oltre la preistoria: tre sepolture medievali riaprono la storia della cavità
    Condividi Radiocarbonio e speleologia raccontano un nuovo capitolo del sito di Castro La datazione diretta di tre resti scheletrici conservati presso il Museo di Antropologia dell’Università Federico II di Napoli colloca in epoca medievale un adulto e due bambini rinvenuti a Grotta Romanelli, sulla costa di Castro, in provincia di Lecce. Le analisi, condotte dal CEDAD dell’Università del Salento con la spettrometria di massa con acceleratore, indicano tre intervalli calibrati: 1302-1411 d.C.
     

Grotta Romanelli oltre la preistoria: tre sepolture medievali riaprono la storia della cavità

September 15th 2026 at 08:00

Condividi

Radiocarbonio e speleologia raccontano un nuovo capitolo del sito di Castro

La datazione diretta di tre resti scheletrici conservati presso il Museo di Antropologia dell’Università Federico II di Napoli colloca in epoca medievale un adulto e due bambini rinvenuti a Grotta Romanelli, sulla costa di Castro, in provincia di Lecce. Le analisi, condotte dal CEDAD dell’Università del Salento con la spettrometria di massa con acceleratore, indicano tre intervalli calibrati: 1302-1411 d.C. per l’adulto, 1423-1455 d.C. per un bambino e 1435-1489 d.C. per il secondo.

Il risultato amplia la storia di Grotta Romanelli, da lungo tempo considerata uno dei principali archivi della preistoria mediterranea. La cavità conserva infatti sedimenti, resti faunistici, industrie litiche, tracce di fuoco e testimonianze di arte parietale e portatile. Le nuove date mostrano che la sequenza delle frequentazioni non si esaurisce con il Paleolitico e con la transizione verso l’Olocene.

Le tre sepolture medievali e il valore della datazione diretta

I resti furono scoperti all’inizio del Novecento e trasferiti a Napoli nel 1914. La loro provenienza storica li aveva separati dal contesto stratigrafico originario. La nuova ricerca dimostra il valore delle collezioni museali, che possono essere riesaminate con metodi aggiornati anche quando la documentazione dello scavo è incompleta.

La novità principale riguarda la datazione diretta dell’osso umano. Il radiocarbonio misura il carbonio-14 residuo nei tessuti dopo la morte. Per i reperti scheletrici, il laboratorio analizza normalmente il collagene, dopo averne verificato la conservazione e l’eventuale presenza di contaminanti.

La spettrometria di massa con acceleratore, indicata con l’acronimo AMS, permette di misurare gli isotopi del carbonio usando quantità ridotte di materiale. Questa caratteristica è importante per reperti antropologici preziosi e non sempre sostituibili. Gli intervalli ottenuti non indicano un singolo anno. Esprimono una finestra temporale calibrata, associata alla probabilità che la morte sia avvenuta in quel periodo.

Grotta Romanelli come palinsesto archeologico

Le ricerche recenti hanno già modificato la cronologia del sito. Uno studio pubblicato nel 2022 su Scientific Reports ha collocato le più antiche frequentazioni umane tra gli stadi isotopici marini MIS 9 e MIS 7, in una fase molto più antica rispetto alla precedente interpretazione basata sull’ultimo interglaciale. La grotta è quindi inserita in una storia ambientale e umana che comprende diversi cicli glaciali e interglaciali. [web:3]

Le tre sepolture medievali aggiungono un episodio successivo. Non sostituiscono il ruolo di Grotta Romanelli nella ricerca sul Paleolitico. Lo completano. La cavità può essere letta come un palinsesto, cioè come un luogo nel quale tracce appartenenti a epoche diverse si sovrappongono, si rimaneggiano o si conservano in modo diseguale.

È utile parlare di successione di frequentazioni, non di presenza umana continua. Tra un episodio e l’altro possono essere trascorsi secoli o millenni. La grotta può essere stata conosciuta senza essere frequentata con regolarità. Questa distinzione evita di trasformare una sequenza archeologica discontinua in una storia di insediamento permanente.

Perché furono deposti i corpi nella grotta

Le date dimostrano l’appartenenza dei tre individui al Medioevo. Non spiegano, da sole, perché i corpi furono portati nella cavità. Non stabiliscono se le deposizioni siano state contemporanee, se adulto e bambini appartenessero alla stessa famiglia o se Grotta Romanelli fosse utilizzata come luogo funerario ricorrente.

Tra le ipotesi compatibili rientra la scelta di uno spazio riparato e riconoscibile. Una cavità costiera poteva offrire protezione dalle intemperie e un luogo separato dagli abitati. Un’altra possibilità riguarda l’uso da parte di una comunità locale, ma questa interpretazione richiederebbe ulteriori deposizioni medievali, tracce di frequentazione e una ricostruzione spaziale dei reperti.

Non si possono escludere deposizioni legate a circostanze eccezionali, a pratiche non ordinarie o a un significato rituale attribuito allo spazio sotterraneo. Nessuna di queste spiegazioni è dimostrata. La presenza di due bambini non autorizza a parlare di epidemie, stragi o legami familiari senza dati osteologici, paleopatologici e genetici.

Le analisi future tra bioarcheologia e speleologia

Le ossa possono conservare informazioni su malattie, traumi, alimentazione e condizioni di vita. L’esame osteologico potrà verificare fratture, alterazioni articolari, segni di infezione, stress di crescita e patologie dentarie. Nei bambini, denti e ossa possono documentare fasi dello sviluppo, svezzamento e perturbazioni fisiologiche.

Gli isotopi stabili del carbonio e dell’azoto potranno offrire indicazioni sulla dieta. Carbonio, ossigeno e stronzio, se analizzati insieme, possono contribuire allo studio della mobilità e del luogo di crescita. L’analisi del DNA antico potrebbe valutare eventuali rapporti di parentela, se la conservazione dei campioni e le autorizzazioni lo permetteranno.

Sarà importante esaminare anche la tafonomia. Segni di disarticolazione, spostamento, esposizione, rosicchiamento o manipolazione possono aiutare a distinguere deposizioni primarie e secondarie. La ricerca dovrà comprendere un inventario completo dei resti conservati nei musei, il recupero dei vecchi registri e il collegamento tra numeri di catalogo, campagne di scavo e pubblicazioni.

Una ricerca interdisciplinare sul Salento medievale

Il caso di Grotta Romanelli richiede il confronto tra archeologia, antropologia fisica, geologia, sedimentologia, storia e speleologia. Le date collocano le deposizioni tra XIV e XV secolo, in un Salento attraversato da trasformazioni politiche, economiche e demografiche. Questo quadro storico offre un contesto di ricerca, ma non permette di collegare automaticamente le morti a epidemie, conflitti o crisi locali.

Il confronto con altre sepolture medievali della Puglia potrà chiarire se i tre individui fossero compatibili con una popolazione costiera locale o se presentassero segnali di mobilità. Potrà inoltre verificare la presenza di diete con una componente marina significativa, un aspetto rilevante per l’interpretazione delle date radiocarboniche.

Grotta Romanelli si conferma così un sito di lunga durata e di grande complessità. La ricerca non ha ancora stabilito se la cavità fosse un cimitero medievale. Ha però dimostrato che il suo uso non terminò con la preistoria. Le tre sepolture medievali trasformano una collezione storica ambigua in un problema scientifico verificabile e aprono nuove domande sulla relazione tra comunità, paesaggio carsico e spazi sotterranei.

Fonti

  • ANSA, “Il giallo di Grotta Romanelli, i tre corpi risalgono al Medioevo”, 11 settembre 2026.
  • La Repubblica Bari, “La grotta Romanelli frequentata anche nel Medioevo: la rivelazione dall’analisi di tre scheletri”, 11 settembre 2026.
  • Pieruccini et al., “Stratigraphic reassessment of Grotta Romanelli sheds light on Middle-Late Pleistocene palaeoenvironments and human settling in the Mediterranean”, Scientific Reports, 2022.
  • Materiale accademico e documentazione di progetto sulla datazione radiocarbonica, l’antropologia e la storia delle frequentazioni di Grotta Romanelli.

Grotta Romanelli

L'articolo Grotta Romanelli oltre la preistoria: tre sepolture medievali riaprono la storia della cavità proviene da Scintilena.

❌