Je tady nový oběžník, který mimo jiné připomíná stále probíhající soutěž o návrh loga k 50. výročí ČSS a přináší přehled nadcházejících setkání a akcí, na kterých se můžeme v příštích týdnech potkat. Z jednání předsednictva se dozvíte například o možné změně sídla ČSS, přípravě nových webových stránek nebo zahájení příprav na oslavy 50 let ČSS (2028) a 60 let od objevu Amatérské jeskyně (2029) a další aktuální témata. Na závěr nechybí informace o stále otevřené registraci na mezinárodní konferen
Je tady nový oběžník, který mimo jiné připomíná stále probíhající soutěž o návrh loga k 50. výročí ČSS a přináší přehled nadcházejících setkání a akcí, na kterých se můžeme v příštích týdnech potkat. Z jednání předsednictva se dozvíte například o možné změně sídla ČSS, přípravě nových webových stránek nebo zahájení příprav na oslavy 50 let ČSS (2028) a 60 let od objevu Amatérské jeskyně (2029) a další aktuální témata. Na závěr nechybí informace o stále otevřené registraci na mezinárodní konferenci v Postojne, o grantových výzvách Evropské speleologické federace a ohlédnutí za 22. setkáním seniorů, jeskyňářů ve Vilémovicích.
Je tady nový oběžník, který mimo jiné připomíná stále probíhající soutěž o návrh loga k 50. výročí ČSS a přináší přehled nadcházejících setkání a akcí, na kterých se můžeme v příštích týdnech potkat. Z jednání předsednictva se dozvíte například o možné změně sídla ČSS, přípravě nových webových stránek nebo zahájení příprav na oslavy 50 let ČSS (2028) a 60 let od objevu Amatérské jeskyně (2029) a další aktuální témata. Na závěr nechybí informace o stále otevřené registraci na mezinárodní konferen
Je tady nový oběžník, který mimo jiné připomíná stále probíhající soutěž o návrh loga k 50. výročí ČSS a přináší přehled nadcházejících setkání a akcí, na kterých se můžeme v příštích týdnech potkat. Z jednání předsednictva se dozvíte například o možné změně sídla ČSS, přípravě nových webových stránek nebo zahájení příprav na oslavy 50 let ČSS (2028) a 60 let od objevu Amatérské jeskyně (2029) a další aktuální témata. Na závěr nechybí informace o stále otevřené registraci na mezinárodní konferenci v Postojne, o grantových výzvách Evropské speleologické federace a ohlédnutí za 22. setkáním seniorů, jeskyňářů ve Vilémovicích.
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Prime evidenze di strumenti ossei neanderthaliani in Romania: il riparo carsico Abri 122/1200 nei Carpazi orientali apre nuove prospettive sulla tecnologia dell’osso nel Paleolitico medio
Un frammento d’osso e il tema degli strumenti ossei neanderthaliani
Un frammento d’osso proveniente da una grotta della Romania riporta al centro dell’attenzione il tema degli strumenti ossei neanderthaliani e delle capacità tecniche di questa popolazione.
Un nuovo studio pubblicato sul
Prime evidenze di strumenti ossei neanderthaliani in Romania: il riparo carsico Abri 122/1200 nei Carpazi orientali apre nuove prospettive sulla tecnologia dell’osso nel Paleolitico medio
Un frammento d’osso e il tema degli strumenti ossei neanderthaliani
Un frammento d’osso proveniente da una grotta della Romania riporta al centro dell’attenzione il tema degli strumenti ossei neanderthaliani e delle capacità tecniche di questa popolazione.
Un nuovo studio pubblicato sul Journal of Quaternary Science documenta per la prima volta in modo sistematico l’uso intenzionale dell’osso come materia prima per utensili nel sito Abri 122/1200, nei Carpazi orientali.
Gli autori, guidati da Monica Margarit, analizzano una serie di ossa animali che mostrano modifiche antropogeniche, interpretate come evidenze di strumenti ossei neanderthaliani impiegati per attività quotidiane come l’affilatura di utensili litici, la lavorazione di pelli e l’uso come piccoli cunei.
Questo risultato si inserisce nel quadro più ampio delle ricerche sugli strumenti ossei neanderthaliani in Europa, contribuendo a ridimensionare l’idea che l’uso tecnologico dell’osso sia prerogativa quasi esclusiva degli Homo sapiens.
Il sito Abri 122/1200 nei Carpazi orientali e il contesto speleologico
Abri 122/1200 è un riparo sotto roccia situato nel settore terminale delle gole del Vârghi?, nei Carpazi orientali, con accesso dalla località Vârghi? in Transilvania.
Il sito si presenta come un piccolo adito sotto parete con una cavità interna, inserito in un paesaggio carsico complesso che ospita numerose grotte e ripari con frequentazioni umane preistoriche.[
Le indagini archeologiche, avviate già negli anni Ottanta e proseguite in più campagne, hanno restituito una ricca sequenza del Paleolitico medio con industrie litiche, resti faunistici e tracce di attività di macellazione.
Datazioni radiometriche e metodi di luminescenza collocano le fasi principali di occupazione tra circa 170.000 e 60.000 anni fa, confermando Abri 122/1200 come uno dei siti chiave per lo studio del Paleolitico medio nei Carpazi.
Strumenti ossei neanderthaliani: selezione di 83 frammenti su oltre 10.000 ossa
Lo studio sugli strumenti ossei neanderthaliani ad Abri 122/1200 si basa su un campione di oltre 10.000 frammenti ossei provenienti dai livelli del Paleolitico medio.
Ogni pezzo è stato esaminato al microscopio per individuare incisioni, bordi arrotondati, zone levigate e altre tracce compatibili con l’uso intenzionale come utensili.
Soltanto 83 ossa mostrano segni chiari di manipolazione antropica non riconducibile alla sola macellazione o a processi naturali, e vengono interpretate come strumenti ossei neanderthaliani.
Questo dato mette in evidenza il carattere selettivo dell’impiego dell’osso: la grande maggioranza delle ossa rimane legata allo sfruttamento alimentare, mentre una piccola quota viene integrata nel sistema tecnologico come supporto funzionale.
Tipologie e funzioni degli strumenti ossei neanderthaliani
Gli strumenti ossei neanderthaliani individuati ad Abri 122/1200 sono stati classificati in diverse categorie funzionali sulla base delle tracce di usura e delle morfologie. Una parte dei frammenti presenta aree con sovrapposizione di piccole impronte e solchi, compatibili con l’uso come retoucher per sagomare e ritoccare i margini di utensili in pietra.[1][2]
Altri strumenti ossei neanderthaliani mostrano zone estremamente lisce e arrotondate su una sola estremità, interpretate come risultati di contatto prolungato con tessuti molli, in particolare durante operazioni di scuoio o di lavorazione delle pelli. Una terza categoria comprende frammenti con estremità a cuneo, probabilmente utilizzati per aprire fissurazioni in materiali duri o per facilitare la frattura delle ossa stesse durante l’estrazione del midollo.[3][2][1]
Strumenti ossei neanderthaliani come tecnologia opportunistica in grotta
La distribuzione limitata degli strumenti ossei neanderthaliani nella grande massa di ossa lavorate suggerisce una tecnologia opportunistica, legata all’uso immediato di materiali disponibili durante le attività di macellazione nel riparo. Gli autori sottolineano che questi manufatti non costituiscono un’industria ossea altamente standardizzata, ma rappresentano una componente flessibile del repertorio tecnico neanderthaliano.[2][1]
Gli strumenti ossei neanderthaliani di Abri 122/1200 si inseriscono in un contesto in cui gli utensili litici restano predominanti, ma l’osso viene selezionato quando la sua forma e la sua resistenza risultano convenienti per specifici compiti. La presenza di tracce di bruciatura, fratture fresche e percentuali significative di ossa con segni di taglio mostra che la gestione delle carcasse animali era articolata e comprendeva anche il riuso dei resti come strumenti.[7][8][2]
Confronti con altri strumenti ossei neanderthaliani in Europa
La ricerca sugli strumenti ossei neanderthaliani ad Abri 122/1200 dialoga con altri studi europei che, negli ultimi anni, hanno messo in luce l’uso dell’osso come materiale tecnologico nel Paleolitico medio. Un lavoro su Abri du Maras, in Francia, ha descritto un frammento di femore di renna con un’area intensamente levigata, interpretata come strumento per lo scuoio delle carcasse.[3]
In livelli neanderthaliani della stessa località sono stati identificati numerosi retoucher in osso, utilizzati per modificare i bordi degli utensili litici. Queste evidenze, affiancate agli strumenti ossei neanderthaliani di Abri 122/1200, suggeriscono che l’impiego dell’osso come supporto tecnico fosse più diffuso di quanto in passato si ritenesse, ma difficilmente riconoscibile senza analisi microstrutturali dedicate.[9][3][2]
Romania, Abri 122/1200 e il quadro delle interazioni tra Neanderthal e Homo sapiens
La Romania occupa una posizione centrale nelle ricerche sulle interazioni tra Neanderthal e Homo sapiens in Europa sud-orientale. Siti come Pe?tera Muierilor hanno restituito resti di umani moderni del Paleolitico superiore con caratteristiche morfologiche intermedie e industrie litiche aurignaziane, associate a datazioni intorno a 30–35 mila anni fa.[6][10][11]
Abri 122/1200, con una sequenza di Paleolitico medio più antica, testimonia una lunga storia di frequentazioni umane nell’area carsica dei Carpazi orientali, con industrie neanderthaliane e tracce di sfruttamento faunistico. In questo contesto, gli strumenti ossei neanderthaliani contribuiscono a delineare il quadro tecnologico dei gruppi pre-sapiens in Romania, fornendo termini di confronto con le tradizioni tecniche dell’Homo sapiens documentate in grotte come Pe?tera Muierilor.[8][10][11][6]
Strumenti ossei neanderthaliani e complessità tecnologica
Il contributo di Monica M?rg?rit e colleghi sugli strumenti ossei neanderthaliani ad Abri 122/1200 si affianca a una crescente serie di studi che evidenziano la complessità tecnologica dei Neanderthal. Analisi sui Keilmesser, sugli strumenti a dorso e sui toolkit mobili mostrano capacità di pianificazione, gestione delle materie prime e strategie di mobilità sofisticate, anche in contesti d’alta quota.[12][13][1]
Gli strumenti ossei neanderthaliani si inseriscono in questo quadro come ulteriore dimostrazione di flessibilità tecnica e di adattamento alle condizioni ambientali nei diversi settori del paesaggio europeo, compresi i sistemi carsici dei Carpazi. L’uso mirato dell’osso, in aggiunta alla pietra, suggerisce che le comunità neanderthaliane sfruttassero in modo consapevole le proprietà fisiche dei materiali disponibili.[13][8][3][2]
Prospettive future sulle ricerche di strumenti ossei neanderthaliani
Lo studio dedicato agli strumenti ossei neanderthaliani di Abri 122/1200 apre la strada a ulteriori indagini in altri siti carsici della Romania e dell’Europa sud-orientale. L’applicazione di tecniche di analisi delle texture superficiali, combinata con sperimentazioni e confronti sistematici, consente di distinguere con maggior precisione le modifiche antropogeniche dalle alterazioni taphonomiche.[3][9][1]
Nuove ricerche potrebbero verificare se strumenti ossei neanderthaliani simili siano stati sottostimati in altri complessi faunistici, per la difficoltà di riconoscerli senza un esame microscopico mirato. Il confronto con le industrie ossee del Paleolitico superiore e con i repertori tecnici degli Homo sapiens potrà contribuire a chiarire le dinamiche di convergenza, innovazione e differenziazione nelle tecnologie della lavorazione dell’osso lungo il Quaternario europeo.[11][14][3]
Fonti
Monica M?rg?rit et al., Insights into Neanderthal technological practices: Evidence of anthropogenic modifications on animal bones at the Abri 122/1200 Middle Paleolithic site (Eastern Carpathians, Romania), Journal of Quaternary Science (2026), DOI: 10.1002/jqs.70098. Sintesi divulgativa: https://phys.org/news/2026-08-evidence-neanderthal-bone-tool-romania.html[1]
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Nel Marguareis la giunzione Arrapanui-Belushi nel sistema Cappa rafforza le esplorazioni speleologiche in Conca delle Carsene
Conca delle Carsene e giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis
Il 10 agosto 2026 la comunità speleologica piemontese ha annunciato la giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis, definita da AGSP – Associazione Gruppi Speleologici Piemontesi – come “un altro pezzo al sistema Cappa in Conca delle Carsene”.
La giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis i
Nel Marguareis la giunzione Arrapanui-Belushi nel sistema Cappa rafforza le esplorazioni speleologiche in Conca delle Carsene
Conca delle Carsene e giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis
Il 10 agosto 2026 la comunità speleologica piemontese ha annunciato la giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis, definita da AGSP – Associazione Gruppi Speleologici Piemontesi – come “un altro pezzo al sistema Cappa in Conca delle Carsene”.
La giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis integra un abisso autonomo come Arrapanui nel reticolo di gallerie già collegato all’abisso John Belushi e al complesso Cappa, rafforzando la continuità del sistema carsico sotterraneo della Conca delle Carsene.
La Conca delle Carsene è uno dei settori più caratteristici del massiccio del Marguareis, un altopiano calcareo d’alta quota situato tra alta Valle Pesio e alta Val Tanaro.[1][2]
Dal bordo occidentale della Conca si scorge la Capanna Morgantini, capanna scientifica speleologica e base operativa per le esplorazioni del sistema Cappa e degli abissi Belushi, Arrapanui e degli altri affluenti sotterranei del torrente Pesio.[3][1]
Campo estivo AGSP e ricerche nel sistema Cappa nel Marguareis
Negli ultimi anni la giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis è maturata all’interno di una lunga stagione di campi estivi organizzati in Conca delle Carsene dai gruppi speleologici piemontesi.[4][5]
Nel 2024 il Gruppo Speleologico Alpi Marittime – CAI Cuneo ha organizzato un campo esplorativo dal 28 luglio all’11 agosto, con base proprio alla Capanna Morgantini, dedicato alle grotte Belushi e Scarasson e allo studio dei ghiacciai ipogei.[5][4]
Durante quel campo in Marguareis sono state individuate nuove gallerie nell’abisso John Belushi, con oltre 3 km di sviluppo aggiuntivo, che hanno permesso di comprendere meglio l’assetto idrogeologico del reticolo sotterraneo che alimenta il torrente Pesio.[6][4]
La presenza costante di campi interni e della logistica offerta dalla Capanna Morgantini ha reso possibile una progressione sistematica nella mappa dei vuoti, fino al collegamento tra Arrapanui e Belushi sancito dalla giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis.
L’AGSP, che coordina molti dei gruppi speleologici piemontesi, ha storicamente contribuito alle esplorazioni in Conca delle Carsene e nell’abisso Cappa, partecipando alla giunzione Straldi-Cappa del 1987 e al superamento del vecchio fondo francese del Cappa nel 1998.[7] La giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis si inserisce in questa linea di lavoro di lungo periodo, in cui più generazioni di speleologi mettono insieme rilievi, campi interni e studio dei flussi d’acqua nel sistema Cappa.[6][7]
Arrapanui e Belushi nel quadro del sistema Cappa del Marguareis
L’abisso Arrapanui (PI772) si apre nella Conca delle Carsene, nel comune di Briga Alta, e presenta circa 3 km di sviluppo e 470 metri di profondità negativa, con meandri, pozzi e tratti attivi che drenano verso la sorgente del Pesio.[8][6]
L’abisso John Belushi, censito con circa 7,5 km di sviluppo e 445 metri di dislivello, è uno dei principali ingressi al sistema Cappa nel Marguareis e già da tempo comunica con il complesso principale attraverso una rete di gallerie esplorate in più campagne.[9][6]
Secondo il quadro tracciato dal Gruppo Speleologico Alpi Marittime – CAI Cuneo, il complesso principale Cappa–Straldi–Denver–Diciotto–Belushi supera i 25 km di sviluppo e gli 800 metri di profondità, configurandosi come uno dei sistemi carsici più estesi del Marguareis.[6]
In questo contesto, la giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis aggiunge un nuovo ingresso e un nuovo reticolo di gallerie al sistema Cappa, ampliando la comprensione delle connessioni tra gli abissi della Conca delle Carsene e il percorso sotterraneo del Pesio.[3][6]
La nuova giunzione ha implicazioni idrogeologiche, perché collega un affluente importante come Arrapanui al ramo principale che conduce verso il sifone terminale in cui il torrente Pesio si immerge sottoterra prima di riemergere alla luce del sole.[3][6]
La storia esplorativa del Cappa mostra come ogni collegamento tra abissi – dalla giunzione Straldi-Cappa alla giunzione Cappa-Belushi documentata nel 2017 – abbia permesso di affinare i modelli di circolazione sotterranea e di individuare nuovi settori di ricerca nel Marguareis.[10][11]
Marguareis: massiccio sedimentario e laboratorio di speleologia
Il Marguareis è un massiccio sedimentario di rocce prevalentemente carbonatiche, formatesi tra circa 200 e 38 milioni di anni fa su una piattaforma marina poco profonda, dove si sono depositati strati successivi di sedimenti.[2]
L’azione carsica dell’acqua, combinata con le fasi glaciali più recenti, ha scolpito un altopiano di conche, doline e pareti nude, in cui l’assenza di copertura vegetale rende leggibile a cielo aperto la storia geologica delle Alpi Liguri.[12]
Sotto questo paesaggio superficiale del Marguareis si sviluppano oltre 150 km di gallerie e abissi conosciuti, con circa 700 grotte censite, che fanno del massiccio uno dei principali poli della speleologia italiana ed europea.[13][14] Il complesso di Piaggiabella, con oltre 43 km di sviluppo e quasi 1000 metri di profondità, rappresenta la cavità principale del sistema; la grotta Labassa, con 15 km di sviluppo e oltre 500 metri di profondità, è l’altra grande “dama” del Marguareis ancora da congiungere con Piaggiabella.[15][12]
Fin dalla fine dell’Ottocento, con le prime note di Viglino e Sacco e le esplorazioni di Fritz Mader, dell’avvocato Strolengo e del medico Randone, il Marguareis è stato un laboratorio per la nascita della speleologia italiana.[3]
Dagli anni ’50 grandi spedizioni italiane e francesi, con campi esterni e interni, muli e attrezzature artigianali, hanno spinto le esplorazioni sempre più in profondità, raggiungendo nel 1961 il record italiano di Piaggiabella e sperimentando nel 1967, con Michel Siffre allo Scarasson, le prime permanenze solitarie in grotta su ghiacciaio sotterraneo.[3]
Capanna Morgantini e protagonisti della speleologia nel Marguareis
La Capanna Morgantini nasce negli anni ’70 come capanna scientifica speleologica, pensata per ospitare lunghe permanenze in quota e supportare le esplorazioni in Conca delle Carsene e nel sistema Cappa del Marguareis.[3]
Oggi la capanna è un punto di riferimento per i campi estivi, le spedizioni con obiettivi topografici e gli studi glaciologici sui ghiacciai sotterranei degli abissi Scarasson e Belushi.[1][4]
Attorno alla giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis si ritrova una trama di protagonisti collettivi: i gruppi affiliati all’AGSP, il Gruppo Speleologico Alpi Marittime – CAI Cuneo e le squadre che da decenni frequentano la Conca delle Carsene.[7][6]
Molti di questi speleologi si inseriscono nella tradizione di studio e divulgazione che ha visto figure come Giovanni Badino riflettere sull’impatto della speleologia in grotta e sull’idea delle cavità come “archivio del tempo”, anche nelle campagne del Marguareis.[12][3]
In parallelo al lavoro sul campo, la documentazione su riviste, notiziari e siti web ha contribuito a dare visibilità a queste esplorazioni, con Scintilena che negli anni ha raccontato giunzioni, nuovi rami e campi estivi nel Marguareis, compresa la giunzione Cappa-Belushi e le iniziative in Conca delle Carsene.[16][10]
La giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis si aggiunge a questa cronaca continua, segnando un passaggio importante nel modo in cui viene percepito e raccontato il sistema Cappa nel massiccio.
Nuove prospettive di ricerca nel sistema Marguareis
In prospettiva, la giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis apre nuove domande sulla struttura tridimensionale del sistema Cappa e sulle connessioni tra Conca delle Carsene, Piaggiabella e Labassa.[15][12]
Ogni nuovo collegamento permette di verificare ipotesi sulla circolazione dell’acqua, sul ruolo dei ghiacciai ipogei e sulle vie preferenziali di drenaggio verso le sorgenti esterne come il Pesio e il Tanaro.[12][3]
Per i gruppi speleologici piemontesi, il risultato annunciato da AGSP è anche uno stimolo a proseguire i campi estivi in Marguareis con un approccio integrato, che tenga insieme rilievo, studio geomorfologico, monitoraggio microclimatico e ricerca glaciologica.[5][7]
La giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis non è solo una linea tracciata su una mappa, ma un nuovo segmento del racconto esplorativo di un massiccio che continua a essere indagato, disegnato e compreso passo dopo passo.[12][3]
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Gli scavi nella grotta di Koskarli, presso Trebisonda, documentano per la prima volta in modo sistematico la presenza di cacciatori-raccoglitori epipaleolitici nel Mar Nero orientale.
Grotta di Koskarli e archeologia del Mar Nero orientale
Un livello di occupazione umana conservato in posto, datato fra 12.900 e 12.000 anni calibrati a.C., è stato individuato nella grotta di Koskarli, nel distretto di Düzköy, circa 40 chilometri a sud di Trebisonda, in Turchia.
Il deposito attr
Gli scavi nella grotta di Koskarli, presso Trebisonda, documentano per la prima volta in modo sistematico la presenza di cacciatori-raccoglitori epipaleolitici nel Mar Nero orientale.
Grotta di Koskarli e archeologia del Mar Nero orientale
Un livello di occupazione umana conservato in posto, datato fra 12.900 e 12.000 anni calibrati a.C., è stato individuato nella grotta di Koskarli, nel distretto di Düzköy, circa 40 chilometri a sud di Trebisonda, in Turchia.
Il deposito attribuito all’Epipaleolitico restituisce una testimonianza diretta delle comunità di cacciatori-raccoglitori presenti nella regione alla fine del Pleistocene.
La grotta di Koskarli si trova nella valle di Sö?ütlü, a 1.030 metri di quota e 24 metri sopra il corso del torrente Sö?ütlü. Si tratta di una cavità naturale formatasi per processi di degradazione fisica della roccia.
La sua posizione permette di osservare un settore del Mar Nero orientale che, per queste fasi preistoriche, disponeva finora di dati archeologici molto limitati.
Il sito era stato riconosciuto nel 2019 nel quadro delle ricognizioni archeologiche condotte nel territorio di Trabzon.
Le indagini stratigrafiche sistematiche sono iniziate nel 2024, sotto la direzione congiunta del Museo di Trebisonda e della Karadeniz Technical University.
Il progetto universitario è specificamente dedicato ai cacciatori-raccoglitori epipaleolitici dell’area.
Scavi nella grotta di Koskarlie stratigrafia
La prima campagna di scavo ha interessato tre settori. L’area A era collocata all’interno della grotta di Koskarli.
L’area B corrispondeva a una sezione laterale verso est. Un terzo settore comprendeva depositi di dilavamento a sud dell’ingresso, alterati in precedenza da scavi clandestini.
Nel saggio principale dell’area A sono stati indagati 16 metri quadrati. Subito sotto la superficie gli archeologi hanno incontrato blocchi di crollo della volta e un deposito cineroso, spesso tra 20 e 60 centimetri.
Questo livello era rimaneggiato: conteneva materiale organico, letame e rifiuti moderni, insieme a manufatti dell’Epipaleolitico e del Paleolitico medio. Perciò non può essere letto come un singolo episodio abitativo.
Sotto il deposito disturbato è comparso lo strato più rilevante. Ha uno spessore variabile fra 20 e 40 centimetri e conserva l’occupazione epipaleolitica più antica senza evidenze di rimaneggiamento. Il sedimento comprende granuli fini, cenere e materiale carbonizzato. Sedimenti arrossati dal calore e selci termicamente alterate indicano la presenza di un focolare in posto, denominato FP1 dagli scavatori.
Due datazioni al radiocarbonio fissano cronologicamente questa fase. Un campione di carbone ha fornito l’intervallo 12.916–12.183 anni calibrati a.C., con il 95,4% di confidenza. Un campione osseo ha restituito 12.413–12.070 anni calibrati a.C., con l’88,4% di confidenza. Le date collocano l’uso della grotta di Koskarl? verso la fine del XIII millennio calibrato a.C., nella transizione fra Pleistocene superiore e Olocene iniziale.
Manufatti epipaleolitici e attività nel sito
L’insieme litico della grotta di Koskarli è composto soprattutto da selce di vari colori e ossidiana. Sono presenti anche poche lame in roccia dacitica. Le sorgenti delle materie prime non sono ancora state identificate. Questa verifica sarà importante per ricostruire l’approvvigionamento e gli spostamenti dei gruppi umani.
La lavorazione era organizzata sul posto. Nuclei, lame a cresta e abbondanti residui di scheggiatura indicano infatti la produzione locale di supporti e utensili. I nuclei sono in prevalenza prismatici unipolari, destinati alla produzione di lame e lamelle. Fra gli strumenti figurano grattatoi frontali, elementi denticolati e a incavo, lame e lamelle ritoccate, perforatori, bulini, punte di microgravette e geometrici a semiluna.
Alcuni semilunati mostrano ritocco bipolare. Quattro esemplari presentano un ritocco bifacciale invasivo del tipo Helwan. Questi caratteri tecnici trovano confronti con industrie epipaleolitiche dell’Anatolia, del Levante e del Caucaso. Il dato non dimostra da solo spostamenti diretti tra tutte queste aree. Indica però che la grotta di Koskarl? entra nel confronto sulle reti di trasmissione tecnologica e sulla mobilità dei cacciatori-raccoglitori alla fine dell’ultima fase glaciale.
Sono stati recuperati anche un frammento di palco di cervo con scanalature e un dente animale perforato. I ricercatori li interpretano come oggetti di ornamento personale. Resti faunistici e gusci di molluschi, probabilmente terrestri, attendono l’identificazione a livello di specie. Le future analisi archeozoologiche e archeobotaniche potranno chiarire quali animali fossero sfruttati, come venisse usato il focolare e quali risorse ambientali fossero disponibili.
Epipaleolitico anatolico: una lacuna documentaria
La rilevanza della grotta di Koskarl? deriva soprattutto dal contesto geografico e dalla qualità della stratigrafia. Le sequenze epipaleolitiche meglio note dell’Anatolia provengono in larga parte dalle regioni meridionali, con siti di riferimento come Öküzini, nell’area di Antalya. Nel Mar Nero orientale mancava invece un contesto epipaleolitico scavato sistematicamente, datato e conservato in posizione primaria.
La grotta di Koskarl? non definisce ancora da sola l’intera storia del popolamento della regione. Le indagini sono in corso e gli stessi autori invitano a mantenere prudenza nell’interpretazione culturale dei complessi litici. Offre però una base stratigrafica verificabile per studiare pratiche di sussistenza, organizzazione dello spazio, tecnologie e connessioni regionali in un passaggio climatico e ambientale di lunga durata.
L’assenza di livelli culturali nell’area B evidenzia anche il carattere puntuale della conservazione archeologica. Nei depositi meridionali, la vagliatura ha invece recuperato semilunati, lame a dorso, nuclei, punte e resti faunistici. La prosecuzione degli scavi nella grotta di Koskarli e delle analisi di laboratorio potrà distinguere meglio le diverse fasi di frequentazione e collocare il sito nel paesaggio preistorico del Caucaso meridionale e dell’Anatolia settentrionale.
Karadeniz Technical University, Dipartimento di Archeologia, progetto Koskarl? Ma?aras?: Trabzon Bölgesinin Epipaleolitik Dönem Avc? Toplay?c?lar?: https://www.ktu.edu.tr/edebiyat/projeler
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Giovedì 13 agosto 2026 è in programma a San Felice Circeo una visita alla Grotta Guattari, condotta dalla dott.ssa Cinzia Vastarella, tra archeologia, preistoria e storia dell’evoluzione umana.
Grotta Guattari: una visita nel cuore della preistoria
Giovedì 13 agosto 2026 la Grotta Guattari di San Felice Circeo sarà al centro di una visita guidata dedicata alla preistoria e alla conoscenza dei Neanderthal. L’appuntamento, promosso dalla Pro Loco di San Felice Circeo, prevede un pr
Giovedì 13 agosto 2026 è in programma a San Felice Circeo una visita alla Grotta Guattari, condotta dalla dott.ssa Cinzia Vastarella, tra archeologia, preistoria e storia dell’evoluzione umana.
Grotta Guattari: una visita nel cuore della preistoria
Giovedì 13 agosto 2026 la Grotta Guattari di San Felice Circeo sarà al centro di una visita guidata dedicata alla preistoria e alla conoscenza dei Neanderthal. L’appuntamento, promosso dalla Pro Loco di San Felice Circeo, prevede un primo turno alle ore 10:30.
Il secondo turno, previsto alle ore 18:00, risulta già esaurito secondo le informazioni diffuse dagli organizzatori.
Il ritrovo è fissato in Piazza Italo Gemini, a San Felice Circeo. La visita sarà condotta dalla dott.ssa Cinzia Vastarella, guida turistica indicata anche per la Grotta Guattari negli elenchi delle guide del Lazio.
La Grotta Guattari rappresenta uno dei siti preistorici più importanti del territorio laziale e occupa un posto rilevante nella ricerca sull’Uomo di Neanderthal. La sua storia archeologica è legata a scoperte che hanno contribuito alla conoscenza delle popolazioni umane del Pleistocene.
La scoperta della Grotta Guattari nel 1939
La Grotta Guattari fu scoperta casualmente il 24 febbraio 1939, durante lavori per l’estrazione della pietra calcarea alla base della collina del Morrone. Il Ministero della Cultura ricorda che l’accesso alla cavità era stato impedito per lungo tempo da una frana, favorendo la conservazione di importanti depositi. (MIBACT?)
All’interno furono osservati resti fossili appartenenti a diverse specie animali. Tra questi figuravano cervo, bue primigenio, capriolo, daino, cavallo e iena.
Nel cosiddetto Antro dell’Uomo venne rinvenuto un cranio fossile attribuito a Homo neanderthalensis. Il reperto, in buone condizioni di conservazione, fu studiato inizialmente dal professor Alberto Carlo Blanc e venne datato a circa 50.000 anni fa. (MIBACT?)
La scoperta trasformò rapidamente la Grotta Guattari in un riferimento per gli studi sulla presenza dei Neanderthal nell’Italia centrale.
I Neanderthal della Grotta Guattari e le nuove ricerche
Il valore scientifico del sito è cresciuto con le campagne di ricerca più recenti. Gli scavi condotti tra il 2019 e il 2023 hanno prodotto nuovi risultati sul deposito archeologico, paleontologico e paleoantropologico della cavità. (Paleoantropologia?)
Un lavoro scientifico pubblicato nel maggio 2026 sulla rivista PaleoAnthropology ha sistematizzato il complesso dei resti umani provenienti dalla Grotta Guattari. Secondo lo studio, la collezione comprende oggi 22 resti umani, tra reperti cranici, ossa postcraniali e denti. Gli studiosi li hanno organizzati in esemplari identificati da Guattari 1 a Guattari 18. (Paleoantropologia?)
La sequenza stratigrafica e cronologica del sito è stata collocata in un intervallo compreso tra circa 121.500 e 65.000 anni fa, con i margini indicati dagli stessi ricercatori. Il lavoro definisce l’insieme dei ritrovamenti della Grotta Guattari come il più consistente campione fossile umano neandertaliano presente in Italia. (Paleoantropologia?)
Questi dati aggiungono nuovi elementi allo studio della morfologia dei Neanderthal, dell’evoluzione umana in Europa e dei processi che hanno interessato la formazione e la conservazione del deposito.
Archeologia e speleologia nello studio delle grotte
La Grotta Guattari mostra bene quanto l’ambiente sotterraneo possa essere importante per la ricerca scientifica. Le grotte possono conservare per lunghi periodi sedimenti, resti fossili, reperti e tracce delle frequentazioni umane e animali.
La documentazione della Società Speleologica Italiana sottolinea proprio il ruolo delle cavità naturali per l’archeologia e la paleontologia. L’ambiente ipogeo, caratterizzato in molti casi da condizioni relativamente stabili e da una bassa energia fisica, chimica e biologica, può contribuire alla conservazione di materiali che all’esterno sarebbero più esposti ai processi di alterazione.
Nel caso della Grotta Guattari, l’interesse non riguarda quindi soltanto il singolo reperto. La cavità costituisce un contesto nel quale leggere insieme stratigrafia, paleontologia, antropologia, archeologia e processi di formazione del deposito.
La visita del 13 agosto 2026 a San Felice Circeo
L’iniziativa del 13 agosto propone al pubblico un percorso di conoscenza dedicato a questo patrimonio. L’obiettivo della visita è permettere ai partecipanti di comprendere il significato archeologico della Grotta Guattari e il ruolo che il sito ha avuto nello studio dei Neanderthal.
Il primo turno è fissato alle 10:30. Il secondo turno delle 18:00 risulta sold out. Il punto di ritrovo è Piazza Italo Gemini.
La visita si inserisce in un quadro più ampio di valorizzazione del patrimonio archeologico di San Felice Circeo. La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone e Latina ha infatti inserito la Grotta Guattari nel programma delle aperture straordinarie del 2026, definendola uno dei siti preistorici di maggiore rilevanza internazionale per lo studio dell’Uomo di Neanderthal. (SABAP Furlan-Venezia Giulia?)
Un sito da conoscere e conservare
La possibilità di visitare la Grotta Guattari porta l’attenzione anche sul rapporto tra fruizione pubblica e conservazione. Una cavità che conserva testimonianze paleoantropologiche e paleontologiche richiede infatti modalità di accesso compatibili con la tutela del deposito e delle sue caratteristiche ambientali.
La storia della speleologia scientifica mostra quanto le grotte siano ambienti importanti per la ricerca, ma anche quanto siano fragili. L’attività di visita deve quindi accompagnarsi alla conoscenza del sito e al rispetto delle condizioni necessarie alla sua conservazione.
Per il pubblico interessato alla preistoria, la Grotta Guattari permette di avvicinarsi a una fase remota della storia umana attraverso un luogo direttamente collegato alle ricerche sui Neanderthal. Per la ricerca scientifica, il sito continua invece a fornire materiali e informazioni utili allo studio dell’evoluzione umana e dell’ambiente del Pleistocene.
Informazioni per partecipare
Data: giovedì 13 agosto 2026 Primo turno: ore 10:30 Secondo turno: ore 18:00, sold out secondo gli organizzatori Ritrovo: Piazza Italo Gemini, San Felice Circeo Guida: dott.ssa Cinzia Vastarella
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L’incidente del 5 agosto nella Hranická propast, in Repubblica Ceca, è oggetto di indagine. La Società speleologica ceca ricostruisce tempi, obiettivi e soccorsi della missione in grotta.
Hranická propast: la dinamica comunicata
Jan Encev, noto come Encí, è morto mercoledì 5 agosto 2026 durante un’immersione nella Hranická propast, nel Carso di Hranice, in Repubblica Ceca. Era membro del gruppo locale ZO 1-05 Geospeleos della Società speleologica ceca.
La comunicazione diffusa
L’incidente del 5 agosto nella Hranická propast, in Repubblica Ceca, è oggetto di indagine. La Società speleologica ceca ricostruisce tempi, obiettivi e soccorsi della missione in grotta.
Hranická propast: la dinamica comunicata
Jan Encev, noto come Encí, è morto mercoledì 5 agosto 2026 durante un’immersione nella Hranická propast, nel Carso di Hranice, in Repubblica Ceca. Era membro del gruppo locale ZO 1-05 Geospeleos della Società speleologica ceca.
La comunicazione diffusa il 10 agosto dall’associazione ricostruisce l’operazione e invita a non trarre conclusioni sulle cause. Encev era uno speleosub esperto.
Lavorava anche come vigile del fuoco e soccorritore aereo presso la stazione centrale di Kladno, secondo quanto riportato dalla stampa ceca.[1]
L’immersione si svolgeva nell’ambito di una campagna di più giorni. Tra gli obiettivi figurava anche la prova di un nuovo robot ungherese destinato all’esplorazione delle porzioni profonde della cavità.
Immersione solitaria e documentazione
Secondo la nota della Società speleologica ceca, Encev è entrato in acqua alle 10:30. Il piano prevedeva un’immersione solitaria fino a una profondità massima di 40 metri.
L’obiettivo era realizzare foto e filmati di parti di alberi caduti sul fondo del Canale nord-occidentale. Doveva inoltre riprendere il robot subacqueo durante le prove operative.
L’ultimo contatto visivo è avvenuto con tre subacquei impegnati in un’altra immersione esplorativa.
Il gruppo ha incontrato Encev durante la risalita, presso la scala di decompressione.
Il subacqueo stava posando una bombola contenente miscela decompressiva, ha segnalato che la situazione era regolare e ha iniziato la discesa.
La stessa ricostruzione chiarisce un punto emerso nelle prime notizie. Encev non apparteneva a quel gruppo e lo ha soltanto incrociato durante la propria discesa.
Questa precisazione differisce dalla descrizione iniziale di un suo allontanamento dalla squadra.[2][3]
Ricerche nella Hranická propast
Il limite temporale stabilito per l’immersione era di 100 minuti dal momento dell’ingresso in acqua. Quando Encev non è riemerso, un subacqueo di sicurezza ha controllato gli spazi nei quali avrebbe dovuto trovarsi e le possibili superfici libere per un’eventuale risalita di emergenza.
Le verifiche non hanno dato esito. È stata quindi avviata una ricerca di soccorso con il coinvolgimento del sistema integrato di emergenza ceco e di membri del Soccorso speleologico.
I subacquei del gruppo ZO 7-02 Hranický kras hanno cercato nelle ulteriori superfici libere, nella zona detta Zubatice e nella parte principale della Hranická propast fino a circa 70 metri. La ricerca subacquea è stata sospesa intorno alle 15:00.
In seguito è intervenuta una squadra speciale della polizia, dotata di robot subacqueo.
Il robot ha localizzato il corpo alle 19:30, a 186 metri di profondità. Con il suo braccio idraulico lo ha assicurato e portato fino a 70 metri, da dove i sommozzatori della polizia hanno completato il recupero in superficie.
Nel controllo iniziale di corpo e attrezzatura, entrambe le bombole risultavano contenere una quantità sufficiente di miscela respiratoria. Il dato non permette di stabilire la causa dell’incidente.
Le autorità hanno avviato accertamenti e la polizia ha indicato che il caso è sottoposto a indagine.[1]
Una cavità ancora da esplorare
La Hranická propast è una delle aree più importanti per la speleologia subacquea europea. Si trova nel Carso di Hranice, vicino alla città di Hranice, nella regione di Olomouc.
La parte asciutta misura 69,5 metri. Il 1° agosto 2022 il robot UX-1Neo ha mappato la parte sommersa fino a 450 metri, arrestando il rilevamento per limiti tecnici senza raggiungere il fondo.
La profondità complessiva confermata è quindi almeno 519,5 metri. L’amministrazione delle grotte ceche la indica come la più profonda voragine allagata del mondo.[4][5]
Il contesto mostra la complessità delle attività nella Hranická propast. Le immersioni umane, le operazioni di mappatura e i veicoli subacquei operano in un ambiente profondo, allagato e con visibilità e comunicazioni condizionate dalle caratteristiche della cavità.
Le cause della morte di Jan En?ev non sono state rese note. La Società speleologica ceca ha espresso cordoglio alla famiglia e ha ringraziato gli speleologi, i soccorritori, la polizia e gli operatori del robot intervenuti nella ricerca. Il commiato è stato annunciato per venerdì 14 agosto alle 12 nella grande sala cerimoniale dei cimiteri di Kladno.
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Uno studio preliminare su nove siti, tra Isinuka Springs e il sistema di acque dolci legato alla faglia di Bongwana, rileva microplastiche in ogni campione. La ricerca indica una media di 20,4 particelle per litro e richiama l’attenzione sul monitoraggio di sorgenti molto frequentate dalle comunità locali.
Microplastiche nelle sorgenti Isinuka: i risultati dello studio
Le microplastiche sono state rilevate in tutti i nove siti esaminati nel sistema delle sorgenti di Isinuka e nel
Uno studio preliminare su nove siti, tra Isinuka Springs e il sistema di acque dolci legato alla faglia di Bongwana, rileva microplastiche in ogni campione. La ricerca indica una media di 20,4 particelle per litro e richiama l’attenzione sul monitoraggio di sorgenti molto frequentate dalle comunità locali.
Microplastiche nelle sorgenti Isinuka: i risultati dello studio
Le microplastiche sono state rilevate in tutti i nove siti esaminati nel sistema delle sorgenti di Isinuka e nelle acque dolci associate alla faglia di Bongwana, in Sudafrica.
Il dato emerge dallo studio preliminare intitolato Microplastics contamination in Isinuka springs and CO2-seeping freshwater systems in South Africa: a baseline study, pubblicato sull’African Journal of Aquatic Science.
La concentrazione media indicata è di circa 20,4 microplastiche per litro.
Il polipropilene, o PP, è risultato il polimero identificato più frequentemente.
Il valore più elevato è stato osservato nel sito sacro di Isinuka maggiormente utilizzato dalla popolazione.
Il lavoro definisce una base conoscitiva iniziale. Non descrive solo la presenza di particelle nei punti campionati, ma offre un riferimento per misurazioni future.
Le microplastiche sono frammenti o particelle polimeriche di dimensioni inferiori a 5 millimetri.
Possono derivare dalla degradazione di oggetti plastici più grandi, da fibre sintetiche, imballaggi, prodotti e attività quotidiane.
Sorgenti Isinuka e faglia di Bongwana nel contesto locale
Le sorgenti di Isinuka si trovano nell’Eastern Cape, nell’area di Port St Johns. Da tempo hanno un forte valore sociale e spirituale.
Le fonti storiche sulla qualità dell’acqua descrivono cinque emergenze sorgive su un rilievo, un corso d’acqua collegato e usi locali dell’acqua e dei sedimenti.
Una delle sorgenti è associata a un ambiente di tipo cavernoso, nel quale l’acqua gocciola dalla volta su sedimenti utilizzati dai visitatori.
Questa relazione tra acqua, geologia, pratiche culturali e frequentazione umana rende il nuovo rilevamento delle microplastiche particolarmente rilevante.
Il maggiore carico rilevato nel punto più frequentato non dimostra da solo l’origine delle particelle.
Segnala però una priorità per indagini mirate sulle possibili vie di ingresso e sulle variazioni legate all’uso del sito.
Le acque interessate includono anche sistemi con emissioni di CO2 lungo la faglia di Bongwana. Si tratta di condizioni ambientali che meritano osservazioni specifiche.
La circolazione dell’acqua, i sedimenti, l’afflusso di visitatori e le attività nell’area possono infatti influire sulla distribuzione delle microplastiche.
Lo studio disponibile è presentato come “baseline study”: un’indagine di riferimento, non una valutazione conclusiva di causa-effetto.
Qualità delle acque e microplastiche: un monitoraggio da integrare
Le analisi sulle microplastiche si aggiungono a una storia di ricerche sulle caratteristiche fisico-chimiche di Isinuka.
Un’indagine pubblicata nel 2001 aveva rilevato nelle cinque sorgenti variazioni stagionali e valori elevati di alcuni parametri, tra cui solidi disciolti, torbidità, cloruri e ammonio.
Gli autori indicavano che l’acqua delle sorgenti non era adatta al consumo diretto senza trattamento.
I due filoni di ricerca non vanno sovrapposti. Le misure fisico-chimiche e le microplastiche descrivono aspetti diversi della qualità delle acque.
Considerati insieme, mostrano perché il controllo debba essere multidisciplinare.
Servono campionamenti ripetuti nelle diverse stagioni, protocolli che riducano le contaminazioni durante il prelievo e l’analisi, identificazione dei polimeri e confronto tra sorgenti, tratti fluviali e punti a diversa intensità di frequentazione.
È utile affiancare alle concentrazioni anche informazioni sulla forma e sulle dimensioni delle particelle. Fibre, frammenti, film e granuli possono suggerire percorsi ambientali differenti.
La caratterizzazione delle microplastiche può inoltre aiutare a distinguere fonti locali da apporti trasportati dall’acqua o dall’atmosfera.
Protezione delle acque sacre sudafricane e prossimi passi
La presenza di microplastiche in tutti i siti non permette, da sola, di stimare il rischio sanitario per le persone che utilizzano queste acque.
Non consente neppure di attribuire con certezza la contaminazione a una singola attività.
Indica però che il problema è misurabile e che deve essere seguito nel tempo.
Per le sorgenti di Isinuka, le misure più utili riguardano la riduzione dei rifiuti nelle aree di accesso, la disponibilità di servizi adeguati, la comunicazione con residenti e visitatori e il monitoraggio ambientale continuativo.
Ogni intervento dovrebbe rispettare il significato culturale del luogo e coinvolgere le comunità che dipendono da queste acque.
Per la speleologia e le discipline che studiano le acque sotterranee, il caso sudafricano ricorda la vulnerabilità delle emergenze sorgive.
Una sorgente può restituire in superficie segnali dei processi che interessano il bacino di alimentazione.
Le microplastiche, una volta presenti nel sistema, diventano quindi un indicatore da integrare nelle strategie di tutela delle acque e degli habitat connessi.
Fonti
Articolo segnalato: Microplastics contamination in Isinuka springs and CO2-seeping freshwater systems in South Africa: a baseline study, African Journal of Aquatic Science, DOI: https://doi.org/10.2989/16085914.2026.2701109
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L’intervento del 9 agosto a Bor HaChaziririm, nell’area di Ofra, richiama l’attenzione sulle atmosfere ipogee e sulla necessità di misurazioni preventive
Un esploratore di grotte di 35 anni ha perso improvvisamente conoscenza sul fondo di una cavità molto stretta, identificata nel comunicato come Bor HaChaziririm, nell’area di Ofra.
L’episodio è avvenuto il 9 agosto 2026. Secondo le informazioni diffuse dalla European Cave Rescue Association, la causa è una bassa concentrazione
L’intervento del 9 agosto a Bor HaChaziririm, nell’area di Ofra, richiama l’attenzione sulle atmosfere ipogee e sulla necessità di misurazioni preventive
Un esploratore di grotte di 35 anni ha perso improvvisamente conoscenza sul fondo di una cavità molto stretta, identificata nel comunicato come Bor HaChaziririm, nell’area di Ofra.
L’episodio è avvenuto il 9 agosto 2026. Secondo le informazioni diffuse dalla European Cave Rescue Association, la causa è una bassa concentrazione di ossigeno nell’ambiente sotterraneo.
L’uomo non era solo. Un altro speleologo presente con lui è riuscito a trasferirlo dal punto più basso della cavità a un livello superiore, dove le condizioni dell’aria erano come migliori.
Il trentacinquenne è rimasto però esausto e incapace di proseguire autonomamente.
La sequenza mostra quanto rapidamente una criticità atmosferica possa trasformare una progressione ordinaria in un’emergenza di soccorso speleologico.
Soccorso speleologico a Bor HaChaziririm: la dinamica
Il compagno di esplorazione ha lasciato la grotta per attivare la squadra di soccorso speleologico dell’Israeli Caving Organization.
In seguito è rientrato portando una bombola di ossigeno fino allo speleologo bloccato.
Con l’arrivo di altri soccorritori, i presenti hanno poi affrontato la risalita verso l’esterno.
Il recupero è avvenuto senza l’impiego di barella o di tecniche di trasporto complesse.
Il ferito e i soccorritori sono riusciti a risalire fino alla superficie. Da lì il trentacinquenne è stato trasferito in ospedale per accertamenti medici.
Non sono stati diffusi dati sulla percentuale di ossigeno misurata, sulla presenza di anidride carbonica o su altri gas.
Non sono disponibili, nelle informazioni esaminate, indicazioni sulle condizioni cliniche successive al trasporto sanitario.
Questi elementi impediscono di ricostruire con precisione l’origine della carenza di ossigeno e la durata dell’esposizione.
Carenza di ossigeno in grotta: perché il rischio richiede attenzione
L’aria di superficie contiene normalmente circa il 21% di ossigeno.
In standard di sicurezza per atmosfere pericolose, un contenuto inferiore al 19,5% è considerato carente di ossigeno.
L’OSHA classifica queste atmosfere come immediatamente pericolose per la vita o la salute, nel quadro delle proprie norme di protezione respiratoria.
In grotta, i passaggi poco ventilati e le porzioni basse possono presentare condizioni diverse rispetto ai rami collegati all’esterno.
La British Cave Research Association descrive come “foul air” le atmosfere carsiche con più dello 0,5% di anidride carbonica e/o meno del 18% di ossigeno.
Nella maggior parte delle atmosfere di grotta, un incremento di CO2 corrisponde anche a una riduzione dell’O2.
Le possibili cause non sono identiche in ogni cavità.
Lo scarso ricambio d’aria, la respirazione dei frequentatori, processi biologici e geochimici, oppure l’accumulo di gas più pesanti in depressioni e tratti inferiori possono modificare la composizione dell’atmosfera.
Per questo un episodio di soccorso speleologico non consente da solo di attribuire il problema a un singolo meccanismo.
Soccorso speleologico e monitoraggio dei gas negli ambienti confinati
La perdita di coscienza riportata nel caso israeliano è compatibile con un rischio che deve essere valutato prima dell’ingresso e lungo la progressione.
Il materiale tecnico della European Cave Rescue Association ricorda che la carenza di ossigeno può risultare difficile da percepire.
Il riflesso respiratorio è soprattutto legato all’aumento di anidride carbonica nel sangue, non alla sola diminuzione dell’ossigeno.
Un rilevatore multigas calibrato è quindi uno strumento utile nelle cavità note per aria stagnante o per differenze marcate tra pozzi, sacche e livelli superiori.
La lettura deve comprendere almeno ossigeno e CO2, quando le condizioni e il piano di esplorazione lo richiedono.
Un valore anomalo non va affrontato con la sola resistenza fisica: occorre interrompere l’esposizione, comunicare la situazione e ritirarsi verso aria verificata come respirabile.
Il soccorso speleologico in questi scenari richiede inoltre di non moltiplicare le persone esposte senza una valutazione del rischio.
L’accesso di un soccorritore a un ambiente ipossico può creare una seconda vittima.
La disponibilità di ossigeno, come nel caso di Bor HaChaziririm, può sostenere il recupero sanitario, ma non sostituisce il controllo della qualità dell’aria, la scelta di adeguati dispositivi respiratori e procedure specifiche per atmosfere non respirabili.
Un caso utile per la prevenzione speleologica
L’episodio del 9 agosto evidenzia il valore della presenza di un compagno, della capacità di riconoscere un peggioramento e della tempestiva attivazione del soccorso speleologico.
Il primo spostamento verso una quota con aria migliore ha ridotto l’esposizione dell’infortunato.
L’uscita del compagno per chiamare aiuto e il successivo rientro con ossigeno hanno reso possibile proseguire verso la superficie insieme alle squadre intervenute.
Per i gruppi speleologici, il caso rafforza l’importanza di pianificare le esplorazioni in cavità strette e scarsamente ventilate.
Informazioni pregresse sulla grotta, strumentazione per il controllo dei gas, comunicazioni affidabili all’esterno e una soglia prudenziale per la rinuncia sono parti dello stesso sistema di sicurezza.
Il soccorso speleologico resta l’ultima barriera. La prevenzione inizia prima della discesa.
Nota sulle informazioni dell’intervento: data, luogo, età dell’infortunato, dinamica del recupero e ricovero sono riportati nella segnalazione dell’European Cave Rescue Association fornita come base del presente articolo. Non è stato individuato un comunicato pubblico autonomo con ulteriori dati tecnici sull’operazione.
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La rivista speleologica invita autori da tutto il mondo a raccontare il sottosuolo
Underground Vision raccoglie contributi per il terzo numero, previsto per settembre 2026.
La rivista internazionale promossa da Tetide APS invita speleologi, ricercatori, esploratori, fotografi, scienziati e appassionati del mondo sotterraneo a proporre articoli originali e documentati.
Il termine per l’invio dei materiali è fissato al 31 agosto 2026.
La call riguarda quindi contributi dest
La rivista speleologica invita autori da tutto il mondo a raccontare il sottosuolo
Underground Vision raccoglie contributi per il terzo numero, previsto per settembre 2026.
La rivista internazionale promossa da Tetide APS invita speleologi, ricercatori, esploratori, fotografi, scienziati e appassionati del mondo sotterraneo a proporre articoli originali e documentati.
Il termine per l’invio dei materiali è fissato al 31 agosto 2026.
La call riguarda quindi contributi destinati al numero 03 della pubblicazione, dedicato alla divulgazione, alla documentazione e alla valorizzazione delle attività speleologiche.
Underground Vision tra esplorazione e ricerca speleologica
Il progetto editoriale di Underground Vision nasce per mettere in relazione esperienze speleologiche provenienti da Paesi e contesti diversi.
La rivista presenta il mondo ipogeo attraverso articoli di esplorazione, studi scientifici, documentazione fotografica, rilievi e riflessioni sulla tutela del patrimonio carsico.
La missione dichiarata è promuovere la conoscenza degli ambienti carsici e sotterranei attraverso contributi scientifici, relazioni di spedizione, studi interdisciplinari, approfondimenti storici e temi ambientali.
Un’attenzione specifica è riservata alla cooperazione tra le comunità speleologiche internazionali.
La pubblicazione è rivolta sia agli specialisti sia ai lettori interessati alla speleologia, alla geomorfologia, alla biospeleologia e alla conservazione delle grotte.
Il formato editoriale favorisce il confronto tra attività sul campo, ricerca e divulgazione.
I numeri precedenti hanno affrontato temi legati all’esplorazione, alla ricerca idrogeologica, alla conservazione degli ambienti sotterranei, alla fotografia e al patrimonio ipogeo.
La rivista è pubblicata in lingua inglese e può essere consultata attraverso il progetto SpeleoMedit.[3][4]
I temi della call for articles di speleologia
La redazione di Underground Vision indica diversi ambiti per l’invio dei contributi.
Tra questi rientrano i rapporti di esplorazione e le relazioni di spedizione, con spazio per descrivere risultati, difficoltà operative, metodologie e contesto ambientale.
Sono previsti anche articoli dedicati alla scienza del carsismo e alla geomorfologia, alla biologia delle grotte e agli ecosistemi sotterranei.
La call comprende inoltre la conservazione degli ambienti ipogei e la protezione delle aree carsiche.
Un’altra area riguarda le tecniche e le attrezzature speleologiche. Sono ammessi contributi sulla speleosubacquea, sulla fotografia di grotta e sul rilievo degli ambienti sotterranei.
L’elenco comprende anche archeologia, paleontologia, patrimonio ipogeo e storia della speleologia.
La rivista invita infine a presentare progetti internazionali, nuove scoperte e collaborazioni tra gruppi, associazioni, istituti di ricerca e singoli studiosi.
Sono considerati sia i lavori di carattere scientifico sia i testi dedicati all’innovazione tecnica, all’esplorazione e all’esperienza umana della speleologia, a condizione che siano sostenuti da una documentazione adeguata.[1]
Come inviare articoli, immagini e didascalie
Gli autori devono inviare il manoscritto, le immagini, le didascalie e una breve biografia all’indirizzo magazine@tetide.org.
Nell’oggetto del messaggio va indicata la formula: “Underground Vision – Issue No. 03-September 2026- Your Name”.
Le linee guida tecniche pubblicate dalla redazione chiedono di trasmettere il testo principale in formato aperto e non formattato, come un file TXT o un documento DOCX privo di stili complessi.
Immagini, mappe e tabelle non devono essere incorporate nel manoscritto. Devono essere inviate come file separati, con marcatori nel testo per indicarne la posizione.
Le fotografie, i disegni e le mappe destinati alla stampa devono avere una risoluzione minima di 300 dpi alle dimensioni previste per la pubblicazione.
Sono accettati file raster di qualità, come JPEG a compressione minima, TIFF e PNG, oltre a formati vettoriali appropriati per mappe e diagrammi.
Didascalie e crediti devono essere raccolti in un file di testo separato. Ogni elemento visivo deve riportare il relativo marcatore, una descrizione completa e i dati dell’autore, dell’ente di appartenenza e della licenza o del copyright.
I materiali che non rispettano queste specifiche possono non accedere alla fase di revisione editoriale.
Revisione editoriale e scadenza del 31 agosto
Tutti i contributi ricevuti saranno sottoposti a revisione editoriale. La redazione potrà contattare gli autori dei testi selezionati per richiedere modifiche o integrazioni prima della pubblicazione.[1]
Underground Vision si presenta quindi come uno spazio per documentare il lavoro della comunità speleologica e per rendere accessibili contenuti dedicati alla conoscenza del sottosuolo. La call consente di proporre risultati di ricerca, relazioni di esplorazione, fotografie, rilievi e progetti dedicati alla tutela del patrimonio carsico.
Per partecipare al numero di settembre 2026, gli autori devono completare l’invio entro il 31 agosto 2026, seguendo le indicazioni tecniche disponibili sul sito ufficiale della rivista.
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Domani il Sole scomparirà.
Non del tutto, almeno per chi osserverà l’eclissi dall’Italia. Ma abbastanza perché, per qualche minuto, accada qualcosa che l’uomo conosce da millenni e che per millenni lo ha inquietato: la luce del giorno verrà meno.
Il 12 agosto 2026 la Luna passerà davanti al Sole. Là dove l’eclissi sarà totale, il giorno conoscerà per pochi istanti un’oscurità inattesa; dall’Italia assisteremo invece a un’eclissi parziale, spettacolare soprattutto nelle regioni n
Non del tutto, almeno per chi osserverà l’eclissi dall’Italia. Ma abbastanza perché, per qualche minuto, accada qualcosa che l’uomo conosce da millenni e che per millenni lo ha inquietato: la luce del giorno verrà meno.
Il 12 agosto 2026 la Luna passerà davanti al Sole. Là dove l’eclissi sarà totale, il giorno conoscerà per pochi istanti un’oscurità inattesa; dall’Italia assisteremo invece a un’eclissi parziale, spettacolare soprattutto nelle regioni nord-occidentali, mentre il Sole scenderà verso l’orizzonte.
Oggi sappiamo esattamente perché accade. Possiamo calcolare l’istante dell’eclissi, disegnarne il percorso sulla superficie terrestre e prevedere quando finirà. Proviamo per un momento a dimenticarlo. Immaginiamo di non conoscere le orbite della Terra e della Luna, di non sapere che cosa stia accadendo lassù. Il Sole è presente, come ogni giorno, e improvvisamente qualcosa comincia a mangiarlo.
È proprio questa immagine — qualcosa che divora, afferra o aggredisce il Sole — a ritornare in racconti nati in culture molto lontane tra loro.
Serpenti, draghi e altre creature celesti cercano di impadronirsi dell’astro. Nella tradizione indiana compare Rahu, “colui che afferra”, associato all’occultamento del Sole e della Luna. Cambiano i protagonisti, ma resta un’immagine potentissima: la luce non scompare semplicemente. Qualcosa se la sta prendendo.
Chi sta prendendo il Sole e la sua luce?
Per molte culture antiche l’eclissi non era semplice oscurità: era un’aggressione. Cambiavano le creature e cambiavano i racconti, ma ritornava un’immagine sorprendentemente simile: qualcosa emergeva dall’ignoto e inghiottiva la luce.
Allora gli uomini reagivano. Si faceva rumore, si gridava, si battevano oggetti, tamburi e recipien
Poi il Sole tornava: questo, naturalmente, dimostrava che il rito aveva funzionato. O almeno così doveva sembrare.
Dal cielo alla terra
Per uno speleologo, però, l’idea di una luce che scompare ha un significato particolare. Perché esiste un altro luogo nel quale il giorno viene inghiottito: basta entrare in una grotta.
All’inizio la luce ci segue. Illumina l’ingresso, le pareti, le pietre sotto i piedi. Poi diventa più debole. Rimane alle nostre spalle come una macchia chiara. Ancora qualche metro, una curva, una strettoia. E scompare.
La differenza è evidente: durante un’eclissi è un corpo celeste a nascondere temporaneamente il Sole; in una grotta siamo noi a lasciare progressivamente la sua luce.
L’esperienza primordiale ha qualcosa in comune.
Sopra di noi esiste il buio che inghiotte il Sole. Sotto di noi esiste la Terra che inghiotte la luce.
Forse per questo anche le grotte, le voragini e i pozzi naturali hanno attirato per secoli racconti non troppo diversi da quelli nati guardando un’eclissi.
Dove non arrivava la luce, poteva esserci qualunque cosa.
Animali fantastici. Diavoli. Streghe. Anime dei morti. Passaggi verso altri mondi. Acque che scomparivano senza sapere dove andassero. Rumori provenienti dalle profondità ai quali era necessario dare un nome e una spiegazione.
Prima delle candele, delle corde, delle lampade, degli attrezzi, della topografia, c’era il racconto.
In Liguria c’è una parola che sembra fatta apposta per condurci dalla luce del cielo alle profondità della terra: buranco.
Dal Buranco delle leggende al Buranco degli speleologi
Baccio Emanuele Maineri, nel suo La leggenda del Buranco. Streghe, folletti e apparizioni in Liguria, pubblicato nel 1900, la lega alla grande voragine sulle alture tra Toirano e Bardineto. E racconta che attorno a quel luogo il popolo aveva conservato «credenze strane», inventando storie alimentate dalla superstizione e dalla paura.
Maineri aggiunge qualcosa di ancora più interessante. Buranco, Buranchino o Buranchetto, scrive, indicavano per il volgo una voragine più o meno difficile da esplorare e «sempre adombrata di mistero».
È difficile trovare una definizione migliore, perché il mistero comincia esattamente là dove finisce la possibilità di vedere.
Maineri descrive una delle cavità vicine: dall’imboccatura l’occhio riesce ancora a intuire una parte della profondità. Poi, più sotto, semplicemente: «buio pesto». Si gettano allora pietre nel vuoto e si ascoltano gli urti e i rimbalzi contro le pareti.
Prima ancora della corda, dunque, c’è l’orecchio. Si lascia cadere una pietra e si aspetta. Quanto è profondo? Che cosa c’è laggiù?
Dove non arriva lo sguardo, arriva facilmente l’immaginazione.
Un abisso senza fondo
Nelle storie raccolte da Maineri il Buranco diventa così molto più di una cavità naturale.
Un vecchio racconta addirittura di aver incontrato il diavolo mentre saliva da Toirano verso la montagna per gettare nella voragine i cadaveri di coloro che erano morti «in disgrazia di Dio». Poco dopo, parlando con una pastorella, Maineri le domanda se il Buranco sia davvero un «abisso senza fondo».
La risposta non è una misura, ma un’emozione:
«Ih, che paura!»
Eccolo, il nostro punto di contatto con l’eclissi.
Quando non possiamo spiegare ciò che vediamo — o ciò che non riusciamo più a vedere — riempiamo quel vuoto con una storia.
Nel cielo qualcosa divora il Sole. Nella montagna una voragine conduce all’inferno.
Sopra e sotto la superficie terrestre, il buio diventa un luogo abitato dall’immaginazione.
Poi qualcuno decide di scendere
E’ qui che la storia cambia, perché a un certo punto qualcuno non si accontenta più di raccontare il Buranco: vuole entrarci.
Maineri racconta esplorazioni che oggi fanno sorridere e insieme impressionano per i mezzi utilizzati. Si prepara una scala di corda, la si assicura a un tronco e la si fa scendere nella voragine, appesantendone l’estremità con un grosso sasso. Poi comincia la discesa.
Da sotto arrivano le domande di chi è rimasto all’esterno. Che cosa vedete?
La risposta è meravigliosa nella sua semplicità: «Nulla in questa semioscurità.» Il mostro non compare. Non compare il diavolo.
Compare la grotta. E, soprattutto, compare una misura.
In un’altra discesa raccontata da Maineri, l’abisso ritenuto senza fondo viene ricondotto a una profondità stimata di circa 26 o 27 metri. Lo scrittore non resiste all’ironia: non sembrerebbe una profondità tale, osserva, da giustificare gli «strani deliri nell’immaginazione popolare».
Prima il buio viene raccontato. Poi qualcuno decide di entrarci.
Il Buranco de Strie
Passano gli anni. Cambiano gli uomini, cambiano le attrezzature e soprattutto cambia il modo di guardare il sottosuolo.
Nel 1959 Pietro Maifredi e Gianni Ribaldone pubblicano uno studio su un’altra cavità dal nome che conserva ancora l’eco di quel mondo antico: il Buranco de Strie, il buranco delle streghe.
Il Buranco de Strie – M. Abisso
Le esplorazioni sono un lavoro collettivo. Maifredi ricorda e ringrazia i numerosi compagni che vi hanno preso parte; nelle sue pagine, intanto, le streghe non ci sono più.
Ci sono quote e misure. Ci sono pozzi e ripiani, fratture, concrezioni, stillicidio e circolazione dell’acqua. C’è un rilievo della cavità. A circa dieci metri di profondità Maifredi segnala una nicchia con una vaschetta di stillicidio; più sotto descrive ripiani, pozzi successivi e colate concrezionali.
Alla fine arrivano persino i numeri del buio.
Gli speleologi misurano le temperature interne, osservano come cambiano con la profondità, studiano lo stillicidio, cercano di capire il percorso dell’acqua e raccolgono gli organismi presenti nella cavità. Nella relazione compaiono sezioni dedicate alle «Osservazioni meteorologiche», alle «Note idrologiche» e alla «Fauna».
È una trasformazione straordinaria. Il luogo che nel nome conserva le strie, le streghe, viene interrogato con termometro, rilievo e osservazione scientifica.
Eppure il mistero non è scomparso. Ha semplicemente cambiato domanda. Non ci si chiede più chi vive laggiù.
Ora ci chiediamo quanto è profondo, dove va quest’acqua, perché qui la temperatura cambia, come si è formata questa cavità, che cosa vive nel buio.
Ed è forse questo che accomuna più profondamente l’astronomo che domani guarderà il Sole eclissarsi e lo speleologo che accende la lampada davanti a un pozzo. Entrambi guardano verso un luogo nel quale la luce non basta: invece di voltarsi indietro, vogliono sapere che cosa c’è oltre il buio.
Dal rilievo della grotta alla mappa dell’ombra
Oggi di quelle cavità abbiamo i rilievi. Linee, quote, profondità, sezioni. Il vuoto che per secoli era stato immaginato può essere percorso, misurato e disegnato.
In fondo, qualcosa di molto simile è accaduto al cielo.
Anche l’eclissi ha avuto le sue leggende, i suoi mostri, le sue creature incaricate di spiegare l’inspiegabile. Poi sono arrivati l’osservazione e il calcolo. E oggi sappiamo che cosa accadrà domani, e dove, quando e persino quale parte della Terra sarà attraversata dall’ombra della Luna.
Il 12 agosto 2026 quell’ombra percorrerà una sottile fascia del pianeta. L’eclissi sarà totale in Groenlandia, Islanda, parte della Spagna e in una piccola porzione del Portogallo; gran parte dell’Europa assisterà invece a un’eclissi parziale. (NASA Science)
È curioso pensarci dopo aver osservato il rilievo di una grotta: anche l’eclissi, oggi, possiede una sua cartografia.
Possiamo tracciare il percorso dell’ombra, distinguere l’umbra, dove il disco solare viene completamente occultato, dalla penombra, dove l’occultazione è soltanto parziale. Possiamo sapere in anticipo quali luoghi saranno attraversati dall’una e quali dall’altra.
Il mistero che un tempo abitava il cielo è diventato geometria. Ma domani, quando la Luna comincerà lentamente a intaccare il disco del Sole, probabilmente nessuno penserà alla geometria.
Prima dei calcoli, l’orizzonte
Molto prima di poter calcolare un’eclissi, però, l’uomo aveva già imparato a osservare il cielo.
Ed è qui che entra in gioco l’archeoastronomia: lo studio del rapporto che le società del passato costruirono con i fenomeni celesti attraverso monumenti, orientamenti, calendari e osservazioni del paesaggio.
Nelle sue pagine dedicate all’archeoastronomia, Mario Codebò, di Archeoastronomia Ligustica, ricorda come le osservazioni più immediate riguardassero soprattutto i movimenti apparenti del Sole e della Luna. Per seguirli non serviva necessariamente uno strumento: poteva bastare un punto fermo nel paesaggio.
Una cima. Una sella tra due montagne. Il profilo di un rilievo.
Il Sole al culmine sul Monte Mezzogiorno, Stellanello (SV). Foto: Henry De Santis.
L’orizzonte diventava così una sorta di gigantesco strumento di osservazione: il luogo nel quale riconoscere, giorno dopo giorno e stagione dopo stagione, il punto in cui il Sole appariva o scompariva.
In Liguria questo rapporto assume un significato particolare. Qui l’orizzonte raramente è una linea astratta: è fatto di montagne, crinali, vallate, mare. Codebò ha studiato proprio il rapporto tra osservazione astronomica e orizzonte locale, indicando anche gli estremi entro i quali, alla latitudine ligure, si spostano nel corso dell’anno i punti di levata e tramonto del Sole.
Ed è curioso che, migliaia di anni dopo, per osservare l’eclissi del 12 agosto torneremo a fare qualcosa di molto simile.
Cercheremo l’orizzonte.
Poiché il Sole sarà ormai basso, non basterà sapere a che ora avverrà l’eclissi. Bisognerà sapere che cosa abbiamo davanti: una montagna, un crinale, un edificio possono anticipare di parecchio la scomparsa del Sole.
Ancora una volta, cielo e terra dovranno essere letti insieme.
E c’è una coincidenza particolarmente bella per la storia che stiamo raccontando. Henry De Santis, coautore con Codebò di numerosi studi di Archeoastronomia Ligustica, appartiene anche al mondo della speleologia.
Così le due direzioni del nostro viaggio — guardare verso l’alto e scendere verso il basso — finiscono davvero per incontrarsi.
Il Sole divorato, ancora una volta
Dall’Italia vedremo il Sole perdere progressivamente una parte della sua superficie luminosa, ma non nello stesso modo dappertutto.
Nel Friuli Venezia Giulia, l’eclissi raggiungerà anche il Colciavath, sopra Claut, dove si sta attivamente esplorando il buio. Qui l’eclissi del 12 agosto inizierà intorno alle 19:26 e raggiungerà il massimo astronomico intorno alle 20:18; il Sole tramonterà però praticamente nello stesso periodo, e sul Colciavath conterà moltissimo l’orizzonte montuoso reale.
In Liguria, a Genova, l’eclissi sarà particolarmente profonda (ne parliamo più sotto).
A Milano inizierà intorno alle 19.27 e raggiungerà il massimo intorno alle 20.20. Tempi molto simili sono previsti nel Lecchese e nell’area di Esino Lario, ai piedi della Grigna Settentrionale, luogo caro agli speleologi, dove però il profilo reale delle montagne potrà essere decisivo per stabilire fino a quando il Sole resterà visibile.
Scendendo verso sud, il fenomeno sarà meno marcato. Possiamo scegliere un altro luogo caro agli speleologi: Campocatino, sui Monti Ernici, nel territorio di Guarcino (Frosinone), vicino alla Grotta degli Urli. Poi Roma, caput mundi, dove l’eclissi comincerà intorno alle 19.32 e proseguirà con il Sole sempre più vicino all’orizzonte, e infine Catania, dove il Sole sarà ormai vicinissimo al tramonto.
Grotta degli Urli, Campocatino (Guarcino, Frosinone). Dal buio della cavità, la luce dell’esterno: lo stesso confine tra luce e oscurità che accompagna l’eclissi. Foto: Fabrizio Toso, Coordinatore della Commissione Catasto Cavità Naturali SSI ETS https://aggrottiamoci.com/
Da un capo all’altro d’Italia cambia quindi parecchio ciò che vedremo, ma una caratteristica sarà comune: osserveremo l’eclissi con il Sole molto basso sull’orizzonte, che verrà progressivamente nascosto dalla Luna e poi inghiottito dal tramonto. Quasi una discesa nel nostro amato buio, questa volta osservata guardando verso l’alto.
Per qualche minuto potremo allora concederci un piccolo esperimento: dimenticare quello che sappiamo. Dimenticare le effemeridi, le orbite, le mappe dell’ombra. E guardare quel disco a cui manca un pezzo, provando a immaginare che cosa avrebbe pensato un uomo che non possedeva nessuna delle nostre spiegazioni.
Il buio sopra, il buio sotto
Domani l’eclissi finirà. La Luna continuerà la propria orbita e il Sole tornerà intero, non perché qualcuno avrà scacciato un drago o spezzato un incantesimo, ma per l’ormai noto movimento dei corpi celesti.
Nello stesso modo, entrando oggi in un buranco, lo speleologo non cerca più il diavolo: accende la luce, scende, osserva, misura, disegna.
Mi piace pensare che, pur facendo tutto questo, non abbiamo sconfitto il mistero: lo abbiamo spostato.
Il rilievo ci dice quanto è profonda una grotta, ne ricostruisce lo sviluppo, ma non elimina l’emozione di affacciarsi sul pozzo.
L’astronomia ci dice perché il Sole scomparirà, ma non elimina quello che proveremo vedendolo accadere.
Forse è proprio questa la parentela più profonda tra l’eclissi e la speleologia: una ci porta a guardare verso l’alto, l’altra ci porta verso il basso. Entrambe cominciano davanti a qualcosa che non possiamo vedere interamente. Nei due casi, da secoli, facciamo la stessa cosa.
Entriamo nel buio per cercare di capire.
L’eclissi del 12 agosto vista dalla Liguria
Quando: mercoledì 12 agosto 2026, in serata.
A Genova l’eclissi parziale inizierà intorno alle 19.29 e raggiungerà il massimo alle 20.22, quando circa il 93,6% del disco solare risulterà oscurato. La fase di totalità non sarà visibile dall’Italia.
Dove guardare: verso ovest, scegliendo un luogo con l’orizzonte il più possibile libero. È un dettaglio fondamentale perché il fenomeno avverrà con il Sole ormai molto basso: montagne, edifici o altri ostacoli possono nasconderlo proprio nelle fasi più spettacolari.
Attenzione agli occhi: anche quando il Sole appare quasi completamente coperto, non bisogna osservarlo direttamente. Per seguire un’eclissi parziale occorrono filtri specifici per l’osservazione solare; i normali occhiali da sole non sono sufficienti. Le raccomandazioni di sicurezza valgono per tutta la fase parziale.
E poi, ancora buio: la notte tra il 12 e il 13 agosto 2026 coincide anche con il picco delle Perseidi, quest’anno favorito dalla Luna nuova.
Una nota personale: non sono un’astronoma, ma una speleologa che, ogni tanto, invece di guardare sotto i piedi alza gli occhi al cielo. Per questo, nonostante l’attenzione alle fonti, qualche termine o dato astronomico potrebbe meritare una precisazione da parte di chi il cielo lo studia per mestiere.
La NASA offre la mappa/visualizzazione ufficiale dell’eclissi: mostra la fascia di totalità e le zone di eclissi parziale (NASA Scientific Visualization StudioFollowing the shadow: An animated visualization of the path of the August 12, 2026, total solar eclipse. The virtual camera follows the shadow).
Fonti e riferimenti
Speleologia, Buranco e tradizioni liguri
Baccio Emanuele Maineri, La leggenda del Buranco. Streghe, folletti e apparizioni in Liguria, Firenze, Libreria Editrice Ugo Foscolo, 1900.
Pietro Maifredi, Giovanni Ribaldone, “Esplorazione di una nuova cavità a pozzo nei dintorni di Genova: il Buranco de Strie”, Rassegna Speleologica Italiana, Società Speleologica Italiana, Como, 1959, n. 4, pp. 226–229.
Eclissi del 12 agosto 2026
NASA Science, Total Solar Eclipse on August 12, 2026. Fonte per il percorso dell’eclissi, la fascia di totalità, la distinzione fra ombra e penombra e le indicazioni per l’osservazione in sicurezza. L’eclissi sarà totale lungo una fascia che attraverserà, fra l’altro, Groenlandia, Islanda e Spagna; dall’Italia sarà osservabile come eclissi parziale.
Istituto Nazionale di Astrofisica – Media INAF, Al tramonto del 12 agosto ci sarà un’eclissi solare, 28 luglio 2026. Approfondimento sulla visibilità dall’Italia. L’INAF ha realizzato mappe che tengono conto anche dei rilievi montuosi, elemento particolarmente importante perché l’eclissi avverrà con il Sole molto basso sull’orizzonte.
Unione Astrofili Italiani, Il cielo del mese – agosto 2026. Dati e indicazioni sull’eclissi parziale osservabile dall’Italia: la copertura supererà il 90 per cento nelle zone nord-occidentali del Paese, diminuendo progressivamente verso sud.
Miti e folklore delle eclissi
James Deutsch, Swallowing the Sun: Folk Stories about the Solar Eclipse, Smithsonian Center for Folklife and Cultural Heritage, 2017. Rassegna basata anche sul Motif-Index of Folk Literature delle interpretazioni tradizionali dell’eclissi in culture diverse. Ricorre il motivo di un essere – drago, serpente, giaguaro, pipistrello o altra creatura – che attacca o divora il Sole.
Ernst Waldschmidt, “Buddha frees the disc of the moon (Candras?tra)”, Bulletin of the School of Oriental and African Studies, vol. 33, n. 1, 1970, pp. 179–183. Studio della tradizione indiana relativa a R?hu, “colui che afferra”, essere demoniaco al quale viene attribuito l’occultamento del Sole e della Luna durante le eclissi.
Abisso M., “Liguria: le leggende nascono dal mare. Viaggio nelle antiche grotte, tra le voci del passato”, Sopra e sotto il Carso, numero speciale, p. 80 e seguenti Sopra e Sotto il Carso 2023 – 8
Archeoastronomia
Mario Codebò, “Che cosa è l’archeoastronomia”, Archeoastronomia Ligustica, pubblicato originariamente su Arunda, n. 59. Introduzione all’archeoastronomia e alle osservazioni del moto apparente di Sole e Luna, con particolare riferimento anche all’orizzonte e alla latitudine ligure – https://www.archaeoastronomy.it/che_cosa_archeoastronomia.htm
Mario Codebò, Henry De Santis, “Archeoastronomia Ligustica: bilancio di venti anni di ricerche”, in Il cielo e l’uomo: problemi e metodi di astronomia culturale, Atti del VII Congresso Nazionale della Società Italiana di Archeoastronomia, Roma, 2010, pp. 97–107 – https://www.archaeoastronomy.it/bilancio_archeoastronomia.htm
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La Festa dell’Arcangelo San Raffaele ha riunito sulla vetta comunità, escursionisti e associazioni. Il ricordo di Antonino Ballotta e Roberto Rebessi, il lavoro comune di CAI e GAEP e, sull’erba del crinale, le dimensioni reali di ciò che il progetto eolico potrebbe portare sulla montagna
Il 19 luglio avevamo raccontato l’attesa per la settantesima Festa del Monte Crociglia. Avevamo scritto che questa montagna non è soltanto “vento”: è storia, paesaggio, biodiversità, memoria, volon
La Festa dell’Arcangelo San Raffaele ha riunito sulla vetta comunità, escursionisti e associazioni. Il ricordo di Antonino Ballotta e Roberto Rebessi, il lavoro comune di CAI e GAEP e, sull’erba del crinale, le dimensioni reali di ciò che il progetto eolico potrebbe portare sulla montagna
Il 19 luglio avevamo raccontato l’attesa per la settantesima Festa del Monte Crociglia. Avevamo scritto che questa montagna non è soltanto “vento”: è storia, paesaggio, biodiversità, memoria, volontariato, amicizia tra le comunità delle valli. Non necessariamente parco eolico.
Domenica 9 agosto 2026 la storia è salita ancora una volta in vetta, e mai come quest’anno la Festa dell’Arcangelo San Raffaele ha mostrato quanto profondo sia il legame tra il Crociglia e le persone che da generazioni lo frequentano, lo percorrono e se ne prendono cura.
Sono state numerose le persone che hanno raggiunto la cima per la 70ª edizione della festa promossa dal Consorzio Rurale di Torrio: abitanti delle vallate, escursionisti, Alpini, amministratori, soci del CAI e del GAEP, associazioni ambientaliste e persone arrivate semplicemente perché questa montagna fa parte della loro vita. Una festa, dunque, e qualcosa di più.
Settant’anni di memoria sulla vetta
La Messa ha ricordato i caduti delle guerre e della montagna e tutte le persone che negli anni hanno condiviso la storia di questi luoghi. È questo il cuore antico della Festa del Crociglia. La statua dell’Arcangelo, che domina la vetta, è nata dal ricordo della tragedia alpinistica del Piz Palü del 1957 e nel tempo è diventata luogo della memoria per chi dalla montagna non è tornato e per quanti hanno lasciato qui una parte della propria vita.
Settant’anni dopo, uomini e donne continuano a salire fin quassù per ricordare: ricordare, in montagna, non significa soltanto guardare indietro. Significa riconoscere da dove veniamo e quindi assumersi una responsabilità verso ciò che verrà dopo di noi. Lo ha detto anche il presidente del Consorzio Rurale di Torrio, parlando del rapporto costruito nei secoli tra le comunità e il Crociglia e della necessità di preservarne ambiente e storia, rapportandosi alla natura non come padroni ma con attenzione e rispetto. Sono parole che, sulla vetta del Crociglia e nel momento storico che il territorio sta attraversando, hanno un significato particolare.
Una targa per Antonino Ballotta e Roberto Rebessi
Uno dei momenti più intensi della giornata è stato l’inaugurazione della nuova targa posta alla base della statua dell’Arcangelo.
Il GAEP – Gruppo Alpinisti Escursionisti Piacentini APS ha voluto ricordare insieme due presidenti che hanno segnato profondamente la storia dell’associazione: Antonino Ballotta, presidente dal 1982 al 2001, e Roberto Rebessi, che ha guidato il GAEP dal 2005 al 2023. Per Rebessi, in particolare, il Crociglia era tante cose: il Rifugio Vincenzo Stoto, Torrio e Selva, i sentieri, le persone incontrate e il lavoro silenzioso necessario perché un luogo di montagna continui a vivere. La presidente del GAEP, sua figlia Monica, ne ha ricordato il legame profondo con questo territorio e ha ringraziato i soci dai quali è nata la volontà di lasciare qui un segno permanente della sua presenza.
La storia del GAEP sul Crociglia viene da lontano: già nel 1955 l’associazione acquistò dal Demanio i ruderi dell’antica Caserma Ducale al Passo Crociglia per trasformarli in un rifugio alpestre.Da quelle pietre e dal lavoro volontario di generazioni di soci è nato il Rifugio Vincenzo Stoto, vero presidio della montagna.
Sono state benedette la nuova targa e le corone commemorative, quella del CAI dedicata ai caduti della montagna; quella del GAEP con poche parole capaci di raccontare una storia intera: “A chi ha tracciato il nostro cammino”.
Poi i soci del GAEP hanno cantato Signore delle Cime. In montagna, del resto, non occorrono discorsi. Bastano una vetta, dei nomi, le persone raccolte intorno e una canzone conosciuta da generazioni di alpinisti.
CAI e GAEP: la tutela comincia anche da un cancello
La preparazione della Festa era iniziata, in realtà, già nelle settimane precedenti: prendersi cura della montagna significa fare lavori molto concreti.
Nei fine settimana prima del 9 agosto, volontari del GAEP e della Sezione CAI di Piacenza hanno lavorato insieme per rifare la recinzione e il cancelletto che proteggono dagli animali al pascolo l’area della statua di San Raffaele e dell’altare.
Un piccolo intervento, se misurato sulla scala di una montagna, grande per ciò che rappresenta.
La tutela dell’ambiente montano non vive soltanto nei documenti, nelle osservazioni tecniche, nelle prese di posizione o nelle procedure amministrative. Vive anche nelle mani di chi porta il materiale, sistema una recinzione, mantiene un rifugio, segna un sentiero e dedica gratuitamente una giornata del proprio tempo a un luogo che appartiene a tutti.
CAI e GAEP lo fanno qui da molti anni, insieme alle comunità locali.
È forse questa una delle immagini più autentiche del Crociglia: una montagna non semplicemente frequentata, ma custodita.
Cinquantadue metri per ventisette
Quest’anno, però, sulla vetta c’era inevitabilmente anche il futuro del Crociglia, o almeno uno dei futuri possibili.
La storia del Crociglia è ancora più antica della festa. Per secoli questo monte è stato il punto d’incontro delle comunità delle alte valli e delle genti che percorrevano le mulattiere tra Liguria ed Emilia. In particolare Torrio, oggi piccolo borgo della Val d’Aveto, ha rappresentato uno dei principali riferimenti per la vita del monte e continua a custodirne la memoria e le tradizioni.
Il Crociglia, gigantesco cupolone dai fianchi dolci e rassicuranti, quasi materni, coperti da praterie, è un territorio da proteggere: dalla vetta il panorama spazia dall’Appennino ligure alla Pianura Padana e alle Alpi, fino al Mar Ligure, oltre la Val d’Aveto. Per la facilità d’accesso, la bellezza delle fioriture primaverili, la presenza del Rifugio Stoto e i vasti panorami, il Crociglia è oggi una delle vette più frequentate e amate del circondario.
QuI, sul crinale tra Ferriere e Santo Stefano d’Aveto, si è progettato un parco eolico.
ll progetto ha mobilitato amministrazioni, associazioni e migliaia di cittadini e ha aperto una discussione che va ben oltre un semplice “sì” o “no” alle energie rinnovabili.
Dove, come e a quale prezzo per il territorio può essere realizzata la transizione energetica? E mettiamoci anche un perché.
Durante la giornata alcuni volontari del GAEP hanno provato a rendere comprensibile qualcosa che sulle carte tecniche rischia di rimanere astratto. Sul prato, nei pressi dell’area prevista per l’aerogeneratore FE-02, hanno tracciato un rettangolo di circa 52 metri per 27. Sono numeri finché rimangono scritti su un documento.
Se quei numeri diventano passi si concretizzano in metri di prato: una superficie che gli occhi possono finalmente misurare.
Alla vista, quel rettangolo rappresentava l’ingombro preso come riferimento per il basamento dell’aerogeneratore. E tuttavia è soltanto una parte delle trasformazioni che comporta la realizzazione di un impianto di queste dimensioni: vi sono poi le aree di cantiere, le piazzole operative, la movimentazione dei mezzi, la viabilità necessaria e le altre opere connesse.
Vederlo disegnato direttamente sulla montagna ha avuto una forza che nessuna planimetria possiede: cambia la scala, e ciò che era un progetto diventa consumo di territorio.
Dodicimila nomi sulla montagna
Sulla vetta è stata srotolata un’altra striscia, questa volta lunghissima: una bobina con le oltre 12.000 firme raccolte contro il progetto eolico, già portata al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica durante la trasferta a Roma.
Le persone si sono avvicinate, hanno cercato il proprio nome, lo hanno indicato, fotografato.
Dodicimila firme possono essere una cifra: se sono dodicimila nomi sull’erba tornano a essere dodicimila persone.
Il Consorzio Rurale di Torrio ha ringraziato il Sindaco per l’impegno nella difesa del territorio, così come le numerose associazioni che in questi mesi hanno lavorato sulla questione del progetto eolico. Tra queste GAEP, CAI, Comitato Tutela Ambiente e Paesaggio di Bettola, LIPU Piacenza, Gruppo Ornitologico Lombardo, Amici del Piacenza Wildlife Rescue Center, Legambiente Piacenza, Gruppo Archeologico Val Nure, ANSPI di Gambaro, Italia Nostra Piacenza, Rifugio Monte Ragola–Prato Grande, Unione delle Guide Ambientali Escursionistiche, Trekking Taro e Ceno e Nomad Geography.
Realtà diverse, con storie e competenze diverse, unite dalla preoccupazione per il futuro di questo crinale.
La montagna non è lo spazio vuoto tra due progetti
Nei precedenti articoli avevamo scritto che la montagna non è un sito qualsiasi. Dopo il 9 agosto quelle parole assumono forse un significato ancora più concreto.
Il Monte Crociglia non è uno spazio vuoto in attesa di una destinazione.
È il Rifugio Stoto ricostruito dalle macerie e mantenuto dal volontariato. È la statua dell’Arcangelo. È il ricordo dei caduti. Sono Ballotta e Rebessi e tutti coloro che hanno “tracciato il nostro cammino”. Sono gli abitanti di Torrio, Selva e delle vallate. Sono CAI e GAEP che insieme aggiustano una recinzione. Sono gli escursionisti che raggiungono la cima. Sono i prati, le fioriture, i colori di settembre, gli animali, il paesaggio aperto dell’Appennino.
Ora, è anche una striscia con dodicimila nomi stesa sull’erba.
Viene in mente Francesco Guccini e il suo Il vecchio e il bambino: un vecchio conduce per mano un bambino attraverso un paesaggio ormai trasformato e prova a raccontargli ciò che un tempo esisteva lì, dove ormai restano soltanto «torri di fumo».
Gli chiede di immaginare il grano, i frutti, i fiori, le voci e i colori. E poi il ricordo si condensa in un’immagine semplicissima: «crescevano gli alberi e tutto era verde».
Il bambino ascolta quel mondo che non ha mai potuto vedere e lo scambia per una fiaba.
Forse la tutela comincia anche da qui: dal fare in modo che ciò che oggi possiamo ancora vedere, attraversare e conoscere non debba essere, un giorno, soltanto raccontato.
Che montagna vogliamo consegnare a chi salirà sul Crociglia dopo di noi?
Difendere tutto questo non significa essere contrari alla transizione energetica. Significa csolo hiedere che la transizione sia davvero sostenibile, e che nella valutazione dei luoghi entrino anche ciò che non si misura soltanto in megawatt: paesaggio, biodiversità, storia, frequentazione, cultura, identità delle comunità e valore del patrimonio montano.
Il Club Alpino Italiano, associazione di protezione ambientale, porta da tempo nella propria cultura il principio che frequentare la montagna significhi anche conoscerla e assumersi la responsabilità della sua tutela. Il GAEP anche.
Sul Crociglia questa responsabilità oggi è particolarmente evidente.
Dopo la festa
Poi, il Crociglia è tornato al suo silenzio. Sono rimasti la statua dell’Arcangelo, il rifugio, la targa nuova, la recinzione rifatta, il crinale.
E, negli uffici, resta aperto il procedimento relativo al progetto eolico, che continuerà il proprio percorso amministrativo e tecnico.
Quanto accaduto il 9 agosto racconta però qualcosa che nessuna procedura potrà ignorare: questa montagna è vissuta, conosciuta, amata e custodita.
Settant’anni di persone che continuano a salire.Alcune oggi non ci sono più. Altre hanno raccolto il loro testimone. Altre ancora arriveranno per la prima volta: è così che una montagna entra nella storia di una comunità. Questo è il significato più profondo della frase deposta sulla vetta: “A chi ha tracciato il nostro cammino”.
Custodire il Crociglia significa anche fare in modo che quel cammino possa continuare.
La sostenibilità energetica non si costruisce contro i territori, ma insieme ad essi. La transizione ecologica sarà sentita come giusta solo se includerà le persone e i luoghi, non se verrà imposta dall’alto come una nuova forma di sfruttamento.
Contiamo nell’impegno verso una sostenibilità effettiva e trasversale delle istituzioni, del CAI, del GAEP e delle associazioni coinvolte, per rispettare i desiderata della popolazione.
Netopýři v jeskyních nekoušou! V poslední době se v rámci okurkové sezóny objevují v médiích informace o "pokousání netopýry". To se Vám v jeskyních nestane. Novináři popsané případy byly výhradně z domácností, kdy se lidé snažili netopýra chytit do rukou a oni se bránili. V jeskyních ale netopýry chráníme a dotýkat se jich je zakázané. A netopýr sám na vás nikdy nezaútočí. To dělá jen upír a jen v Transylvánii ;) Takže se nebojte a vyražte se zchladit do některé z 13 aktuálně zpřístupněných jes
Netopýři v jeskyních nekoušou! V poslední době se v rámci okurkové sezóny objevují v médiích informace o "pokousání netopýry". To se Vám v jeskyních nestane. Novináři popsané případy byly výhradně z domácností, kdy se lidé snažili netopýra chytit do rukou a oni se bránili. V jeskyních ale netopýry chráníme a dotýkat se jich je zakázané. A netopýr sám na vás nikdy nezaútočí. To dělá jen upír a jen v Transylvánii ;) Takže se nebojte a vyražte se zchladit do některé z 13 aktuálně zpřístupněných jeskyní!
...Výzkumu se zúčastnili hydrobiolog Petr Jan Juračka z katedry ekologie Přírodovědecké fakulty Univerzity Karlovy společně se studentem Matějem Ešpandrem...
https://hranicky.denik.cz/zpravy-region/vedci-v-hranicke-propasti-blesivce-nenasli-podminky-v-hloubce-jsou-nehostinne/?fbclid=IwY2xjawTnm1lwZG9mAWV4dG4DYWVtAjEwAGJyaWQRMW5NaXVab05HdnFUbzdhSlJzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeRy868S8RQLbk05VkM_CCIfxslfczGhU0jQrcZtj9JC_8_csZo1p7S5ro2Bs_aem_i19z_dtJPBPBWVZDwbbZSw
Hned tři pracovní ak
...Výzkumu se zúčastnili hydrobiolog Petr Jan Juračka z katedry ekologie Přírodovědecké fakulty Univerzity Karlovy společně se studentem Matějem Ešpandrem...
Hned tři pracovní akce absolvoval v červenci tým potápěčů, který se věnuje Hranické propasti. Zaměřil se na údržbu technického vybavení, monitoring i vědecký výzkum. Práce probíhaly nejen pod hladinou
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Tre chiese ipogee tra Charente e Gironda, con Saint-Georges di Gurat al centro di nuove attenzioni
Nel sud-ovest della Francia, tra la Charente e la Gironda, tre chiese ipogee consentono di osservare un capitolo particolare dell’architettura medievale: edifici religiosi ottenuti scavando il calcare invece di costruire muri con blocchi sovrapposti.
L’église Saint-Georges di Gurat, meno nota rispetto ai grandi complessi di Aubeterre-sur-Dronne e Saint-Émilion, è il sito più raccol
Tre chiese ipogee tra Charente e Gironda, con Saint-Georges di Gurat al centro di nuove attenzioni
Nel sud-ovest della Francia, tra la Charente e la Gironda, tre chiese ipogee consentono di osservare un capitolo particolare dell’architettura medievale: edifici religiosi ottenuti scavando il calcare invece di costruire muri con blocchi sovrapposti.
L’église Saint-Georges di Gurat, meno nota rispetto ai grandi complessi di Aubeterre-sur-Dronne e Saint-Émilion, è il sito più raccolto di questo itinerario sotterraneo.
La cappella di Gurat si trova ai piedi della falesia, a sud della chiesa parrocchiale del paese. La banca dati patrimoniale francese la identifica come “église souterraine monolithe dite chapelle Saint-Georges”, la colloca nel XII secolo e ricorda che è iscritta tra i Monumenti storici dal 30 ottobre 1963. [web:2]
Chiesa ipogea di Gurat, un’architettura ottenuta per sottrazione
La definizione di chiesa monolitica descrive un edificio ricavato, in larga misura, entro una sola massa rocciosa. A Gurat il cantiere non aggiunse pietre. Tolse il calcare, lasciando in posto le parti necessarie a sostenere la volta e a organizzare gli spazi.
La cappella Saint-Georges deriva da un’antica cavità. Presenta una navata a fondo piatto e un secondo spazio più stretto sul lato nord. I due ambienti sono separati da due colonne risparmiate nella roccia, collegate da arcate. Nella seconda navata una parte della volta è stata svuotata per suggerire l’effetto di una cupola. [web:2]
Questo principio costruttivo rende leggibile il rapporto tra forma architettonica e caratteristiche geologiche. Le colonne non sono elementi portati in cantiere, ma porzioni di banco calcareo che gli scavatori decisero di conservare. Nicchie, sedute e sepolture indicano inoltre che il luogo ebbe usi religiosi e funerari.
Il testo che ha riportato l’attenzione sul monumento riferisce di indagini archeologiche che orienterebbero la cronologia alla fine dell’XI e all’inizio del XII secolo. Le fonti patrimoniali facilmente consultabili mantengono invece una datazione generale al XII secolo. Per ora è corretto distinguere tra questa classificazione consolidata e le possibili precisazioni che potranno emergere da pubblicazioni scientifiche delle campagne di scavo. [web:2]
Le chiese ipogee e le ipotesi su pellegrini ed eremitaggio
Attorno a Saint-Georges circolano racconti che la collegano a pellegrini diretti a Santiago de Compostela, a un eremitaggio e a ripari in tempi di conflitto. La scheda monumentale riporta tali tradizioni e segnala due vicine escavazioni che potrebbero corrispondere ad antiche celle eremitiche. Non costituiscono però, da sole, la prova documentaria di un monastero medievale stabile sul posto. [web:2]
Questa cautela è importante per la lettura speleologica e archeologica del sito. Un vuoto scavato può cambiare funzione nel tempo. Dopo la dismissione cultuale, cavità e fronti di cava potevano diventare depositi, ambienti rurali o spazi di servizio. Le trasformazioni successive possono alterare le tracce del primo impianto e rendere più complessa l’interpretazione.
Le chiese ipogee non sono semplicemente “grotte adattate”. Richiedono una valutazione preventiva della resistenza della roccia, della geometria dei pilastri, delle fratture e del deflusso delle acque. In una falesia calcarea, gestire l’umidità e le infiltrazioni è parte della conservazione del monumento quanto la lettura delle sue forme liturgiche.
Da Gurat ad Aubeterre, le chiese monolitiche della Charente
Aubeterre-sur-Dronne offre il confronto più diretto. La chiesa sotterranea di Saint-Jean è registrata nella piattaforma nazionale del patrimonio francese come “Eglise souterraine monolithe Saint-Jean”. [web:20] Le fonti locali descrivono un grande ambiente rupestre realizzato nel XII secolo sotto l’antico castello e collegato in passato alla fortificazione da un corridoio oggi chiuso. [web:25]
La scala di Aubeterre è molto diversa da quella di Gurat. Una fonte turistica locale stima in 9.000 metri cubi la roccia estratta in circa vent’anni, un dato che restituisce l’entità del lavoro necessario per il complesso. [web:26] All’interno sono segnalati un reliquiario di pietra alto circa sei metri e strutture funerarie, elementi che rendono evidente il ruolo del santuario nella memoria religiosa e signorile della località. [web:23]
Le tradizioni storiche attribuiscono l’ampliamento del XII secolo a Pierre de Castillon, visconte di Aubeterre, dopo il ritorno dalle crociate. La sua figura è spesso associata anche a Saint-Émilion. È un nesso da trattare con precisione: le fonti divulgative presentano questa attribuzione, mentre l’identificazione di singole maestranze comuni tra i cantieri resta priva di una documentazione diretta nota. [web:18][web:23]
Gurat non può quindi essere assegnata automaticamente allo stesso committente o alla stessa squadra. La vicinanza territoriale e cronologica mostra comunque che le chiese monolitiche erano una scelta praticata in un’area dove il calcare offriva condizioni favorevoli all’escavazione e alla modellazione di spazi sacri.
Saint-Émilion e la dimensione regionale delle chiese monolitiche
A Saint-Émilion, in Gironda, il tema raggiunge una scala urbana. L’ufficio del turismo della città definisce la chiesa monolitica un edificio religioso sotterraneo scavato all’inizio del XII secolo, lungo 38 metri e alto 12. Il termine “monolitico” richiama proprio l’edificio ricavato nell’altopiano calcareo, la cui struttura rimane un unico blocco. [web:10]
Il complesso di Saint-Émilion è ancora consacrato e ospita celebrazioni e concerti. L’accesso alla chiesa avviene esclusivamente con visita guidata, secondo le indicazioni dell’ente turistico locale. [web:16] Il campanile, realizzato tra XII e XV secolo e rinforzato alla base nel secolo successivo, appartiene a una fase architettonica distinta dall’escavazione dell’aula sotterranea. [web:10]
Le tre chiese monolitiche non sono copie l’una dell’altra. Gurat conserva una dimensione più discreta, Aubeterre mostra un vasto santuario rupestre con un programma monumentale complesso, Saint-Émilion integra il vuoto scavato nel paesaggio storico di una città costruita sul calcare. Letti insieme, i tre siti mostrano come nel Medioevo la roccia potesse essere insieme substrato geologico, materiale da estrarre, parete architettonica e spazio di culto.
Tutela e visita delle chiese monolitiche
Per chi osserva questi luoghi con interesse speleologico, la priorità è distinguere il patrimonio rupestre visitabile dalle cavità naturali. L’analisi riguarda qui ambienti artificiali o profondamente rielaborati, inseriti in pareti e banchi calcarei. La loro fragilità dipende dalle condizioni della roccia, dai cicli di umidità, dalle infiltrazioni, dall’uso pubblico e dalle modifiche accumulate nel tempo.
A Gurat, la tutela come Monumento storico offre un riferimento formale per la conservazione. [web:2] Ad Aubeterre e Saint-Émilion le informazioni per la visita devono essere controllate presso i gestori locali prima della partenza, poiché modalità e calendari possono cambiare. Un percorso tra questi tre siti permette di seguire una stessa tecnica, il grande scavo nel calcare, senza cancellare le differenze tra funzioni, dimensioni e storie documentate.
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Lo speleosub delle Bahamas racconta come cambia l’esplorazione
Dopo quasi quarant’anni di attività, Brian Kakuk descrive un passaggio che interessa da vicino la speleologia subacquea: l’esplorazione delle cavità sommerse non può essere separata dalla tutela dei dati, dei reperti e degli ecosistemi che esse custodiscono.
Il tema è al centro del suo recente intervento per InDEPTH Magazine e riguarda in particolare i blue holes delle Bahamas, ambienti nei quali ricerca, documentazi
Lo speleosub delle Bahamas racconta come cambia l’esplorazione
Dopo quasi quarant’anni di attività, Brian Kakuk descrive un passaggio che interessa da vicino la speleologia subacquea: l’esplorazione delle cavità sommerse non può essere separata dalla tutela dei dati, dei reperti e degli ecosistemi che esse custodiscono.
Il tema è al centro del suo recente intervento per InDEPTH Magazine e riguarda in particolare i blue holes delle Bahamas, ambienti nei quali ricerca, documentazione e conservazione delle grotte devono procedere insieme.
Brian Kakuk e la speleologia subacquea delle Bahamas
All’inizio della sua esperienza, racconta Kakuk, l’attrazione principale era l’ignoto.
Il vuoto nero oltre il limite della linea e lo spazio ancora assente dalle carte rappresentavano il motore dell’esplorazione.
Con il tempo, la domanda è cambiata: non soltanto dove prosegue una grotta, ma perché esiste, quali processi l’hanno formata e quali testimonianze conserva.
Brian Kakuk è un esploratore e istruttore di immersione in grotta attivo alle Bahamas da decenni.
È fondatore e direttore della Bahamas Caves Research Foundation e opera anche attraverso Bahamas Underground, struttura dedicata alla formazione e alle immersioni tecniche.
Il suo percorso comprende esplorazione, fotografia, supporto alla ricerca e attività di tutela delle cavità sommerse di Abaco e Andros.
Questo cambiamento di prospettiva è significativo per la speleologia subacquea.
La misura di un’attività non coincide più soltanto con i metri di condotta rilevati o con una nuova diramazione individuata.
Conta anche la qualità delle osservazioni, il metodo di documentazione e la capacità di lasciare l’ambiente nelle condizioni più vicine possibili a quelle originarie.
Blue holes delle Bahamas, archivi naturali delicati
I blue holes sono doline o cavità allagate. Nelle Bahamas formano sistemi molto diversi tra loro per morfologia, collegamento con il mare, stratificazione delle acque e comunità biologiche.
In diversi casi uno strato di acqua dolce sovrasta acqua salata di origine marina. Sotto l’aloclino possono svilupparsi condizioni povere di ossigeno o anossiche, con processi chimici che rendono questi ambienti difficili da attraversare e al tempo stesso importanti per la ricerca.
La rilevanza non è solo biologica. A Sawmill Sink, sull’isola di Great Abaco, studi pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences hanno documentato resti vegetali e di vertebrati del Quaternario tardo. La buona conservazione è collegata alla deposizione in acqua salata anossica. I reperti datati nel deposito torboso coprono un intervallo compreso approssimativamente fra 4.200 e 1.000 anni calibrati prima del presente.
Le grotte sommerse possono quindi conservare tracce di fauna scomparsa, cambiamenti ambientali, sedimenti e indizi archeologici. Per Kakuk, il confronto con ricercatori di discipline diverse ha reso evidente questa densità di informazioni. La grotta non è un semplice spazio da percorrere. È un archivio naturale, culturale e biologico, nel quale ogni passaggio umano può produrre conseguenze.
Conservazione delle grotte e limiti all’impatto
Il messaggio proposto dall’esploratore è concreto. In alcuni contesti significa raccogliere meno campioni. In altri, vuol dire ridurre il contatto con fondali, pareti, sedimenti e concrezioni. Vuol dire anche scegliere con attenzione l’assetto, il percorso e le procedure di posa della sagola.
La conservazione delle grotte può richiedere una decisione ancora più netta: riavvolgere la linea e non cartografare una sala appena raggiunta. Non è la rinuncia alla conoscenza. È la scelta di valutare il rapporto tra il valore dell’informazione ottenibile e il rischio di alterare un ambiente fragile. Nelle cavità con depositi non consolidati, acque stratificate o testimonianze paleontologiche, il danno può essere immediato e spesso non reversibile.
Il principio vale anche per le attività scientifiche. La ricerca produce conoscenza necessaria alla tutela, ma richiede progettazione, autorizzazioni, tecniche adeguate e un prelievo proporzionato alle domande di studio. La conservazione delle grotte non esclude l’esplorazione: ne ridefinisce le priorità e impone una responsabilità condivisa fra subacquei, speleologi, ricercatori, gestori e comunità locali.
Abaco, tutela territoriale e ricerca condivisa
L’attività di Kakuk si collega anche alla protezione territoriale dei blue holes di South Abaco. La South Abaco Blue Holes Conservation Area, istituita nel 2015, protegge una rete di grotte e blue holes sotterranei insieme agli habitat terrestri circostanti, tra pinete e coppice forest. La presenza di un’area protetta non sostituisce le buone pratiche sul campo. Offre però un quadro nel quale ricerca, fruizione e conservazione delle grotte possono essere pianificate con maggiore continuità.
L’esperienza bahamense mostra che le mappe restano strumenti essenziali. Servono alla sicurezza, alla conoscenza idrogeologica e alla gestione. Non devono però diventare l’unico fine dell’attività. Lasciare una porzione di grotta non esplorata o non divulgata può essere una scelta di protezione, soprattutto quando l’accesso futuro non garantirebbe condizioni compatibili con la sua integrità.
Per la comunità della speleologia subacquea, la riflessione di Brian Kakuk riporta al centro una domanda operativa: quale informazione è davvero necessaria e con quale impronta può essere ottenuta? Nelle grotte delle Bahamas, la risposta passa dal riconoscimento del loro valore scientifico e dalla pratica quotidiana della conservazione delle grotte.
Proceedings of the National Academy of Sciences, “Exceptionally well preserved late Quaternary plant and vertebrate fossils from a blue hole on Abaco, The Bahamas”: https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.0709572104
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La ricerca su Speleomantes strinatii misura uso dello spazio, attività stagionale e differenze tra i sessi in una popolazione sotterranea ligure
Un nuovo studio dedicato alle salamandre delle caverne europee analizza come gli individui utilizzino lo spazio in ambiente ipogeo.
La ricerca riguarda il geotritone di Strinati, Speleomantes strinatii, e porta la firma di Giacomo Rosa, Andrea Costa e Sebastiano Salvidio.
Il lavoro è apparso il 6 agosto 2025 sulla rivista Population
La ricerca su Speleomantes strinatii misura uso dello spazio, attività stagionale e differenze tra i sessi in una popolazione sotterranea ligure
Un nuovo studio dedicato alle salamandre delle caverne europee analizza come gli individui utilizzino lo spazio in ambiente ipogeo.
La ricerca riguarda il geotritone di Strinati, Speleomantes strinatii, e porta la firma di Giacomo Rosa, Andrea Costa e Sebastiano Salvidio.
Il lavoro è apparso il 6 agosto 2025 sulla rivista Population Ecology con il titolo Moving in the Dark: Enlightening the Spatial Population Ecology of European Cave Salamanders.
La ricerca applica modelli di cattura-ricattura spaziale a una popolazione sotterranea.
L’obiettivo è descrivere movimenti, aree frequentate, sovrapposizione tra individui e condizioni che rendono più probabile osservare gli animali.
Il risultato offre elementi utili per comprendere l’ecologia delle salamandre delle caverne europee, un gruppo per il quale il sottosuolo è rifugio e ambiente di attività, ma non l’unico spazio vitale.
Salamandre delle caverne europee e il contesto di studio
Speleomantes strinatii è un urodelo pletodontide distribuito nel sud-est della Francia e nel nord-ovest dell’Italia.
È una specie terrestre e priva di polmoni: gli scambi respiratori avvengono attraverso pelle e mucosa orale.
Per questo la disponibilità di aria umida è un vincolo biologico rilevante.
La specie frequenta grotte, fessure, accumuli di blocchi, affioramenti rocciosi e ambienti forestali umidi.
Le cavità e gli ambienti sotterranei superficiali possono offrire riparo nelle fasi climaticamente sfavorevoli.
La presenza all’esterno resta importante, soprattutto per l’alimentazione e per l’uso stagionale del mosaico di microhabitat.
Questa premessa aiuta a leggere il nuovo lavoro senza ridurre il geotritone a un animale esclusivamente cavernicolo.
Le salamandre delle caverne europee studiate dagli autori appartengono infatti a una specie capace di collegare habitat epigei e ipogei.
La qualità del reticolo di rifugi, delle foreste e delle cavità può quindi incidere sulla continuità ecologica locale.
Cattura-ricattura spaziale per seguire i geotritoni
Il campione comprendeva 104 individui riconosciuti fotograficamente: 43 maschi, 35 femmine e 26 subadulti. Il riconoscimento individuale è stato ottenuto dalle caratteristiche del disegno ventrale, evitando la marcatura fisica diretta. Le osservazioni sono state collocate nello spazio e analizzate con il metodo della cattura-ricattura spaziale, noto con la sigla SCR dall’inglese spatial capture-recapture.
Questo approccio non considera soltanto quante volte un individuo viene ritrovato. Tiene conto anche del punto in cui avviene l’osservazione. In questo modo è possibile stimare densità, centro dell’area frequentata, estensione dell’home range e probabilità di rilevamento in rapporto alle caratteristiche dell’ambiente.
Una comunicazione scientifica precedente degli autori, riferita alla Stazione Biospeleologica A. Issel di Besolagno, nel Genovese, indicava già l’impiego di una griglia permanente e della foto-identificazione del ventre con il software WILD-ID. Gli autori avevano rilevato una probabilità di osservazione più elevata in estate e sulle pareti più scabre. Il nuovo articolo integra questi elementi in un’analisi della dinamica individuale e dell’organizzazione spaziale.
Ecologia spaziale delle salamandre delle caverne europee
I dati mostrano differenze tra maschi e femmine. Le femmine hanno percorso distanze maggiori in tempi più brevi: 0,60 metri al giorno contro 0,22 metri al giorno per i maschi durante il monitoraggio. Anche la sovrapposizione delle aree frequentate non è risultata simmetrica. Una quota più ampia dell’home range dei maschi era coperta dall’home range delle femmine, rispetto alla situazione opposta.
Il dato non definisce da solo le cause di questa configurazione. Può però orientare nuove verifiche su disponibilità delle risorse, incontri riproduttivi, comportamento alimentare e struttura dei microhabitat. In una cavità, differenze anche piccole nella rugosità delle pareti, nell’umidità o nella distanza dall’ingresso possono influenzare la distribuzione degli animali.
Le salamandre delle caverne europee sono risultate più attive nel periodo estivo. Gli animali hanno inoltre mostrato una preferenza per i settori interni della cavità e per pareti più rugose. Le superfici irregolari possono mettere a disposizione appigli, fessure e discontinuità utili come rifugio, oltre a generare microcondizioni diverse su scala molto ridotta.
Monitoraggio di Speleomantes strinatii e tutela degli habitat
Il valore dello studio riguarda anche il metodo. Le cavità sono spesso ambienti con struttura apparentemente semplice, ma ospitano gradienti climatici e microhabitat molto selettivi. Dati di presenza privi di localizzazione precisa rischiano di perdere una parte essenziale di questa variabilità.
L’integrazione tra foto-identificazione, griglia di rilievo e modelli SCR permette invece di collegare le osservazioni individuali alla struttura dello spazio. Lo stesso impianto può sostenere programmi di monitoraggio ripetuti, purché le procedure di visita siano standardizzate e a basso impatto.
La letteratura recente segnala per S. strinatii associazioni con microhabitat freschi, umidi e poco illuminati. Studi demografici di lungo periodo hanno anche indicato la sopravvivenza degli adulti come parametro centrale per la crescita della popolazione. Ne deriva l’importanza di evitare alterazioni dei regimi di umidità, della copertura forestale e dei rifugi sotterranei, naturali o artificiali.
Per speleologi e gestori, il messaggio operativo è misurabile: documentare con precisione il luogo delle osservazioni può generare informazioni utili senza trasformare la cavità in un laboratorio invasivo. La ricerca sulle salamandre delle caverne europee mostra che il sottosuolo non è uno spazio uniforme. È un insieme di settori, superfici e condizioni microclimatiche che gli animali selezionano nel tempo.
Salvidio, S. et al. (2010). Bayesian salamanders: analysing the demography of an underground population of the European plethodontid Speleomantes strinatii with state-space modelling. BMC Ecology. URL: https://bmcecol.biomedcentral.com/articles/10.1186/1472-6785-10-4
Každý metr jeskyně se počítá a ten zmapovaný ještě víc! Přesto je stále dokola slyšet: „Mapování je složité,“ „Nikdo mi nepůjčí DISTO,“ „Správná kalibrace je věda,“ „Neumím to nakreslit…“ Výmluvy a skuhrání! Pojďme to změnit a naučit se mapovat společnými silami. Věřím, že se vzájemně posuneme a přiučíme něčemu novému, sdílet postřehy a zkušenosti je totiž k nezaplacení.
Mapování jeskynního systému AI Gemini
Celý článek Speleo-mapovací iniciativa→
Každý metr jeskyně se počítá a ten zmapovaný ještě víc! Přesto je stále dokola slyšet: „Mapování je složité,“ „Nikdo mi nepůjčí DISTO,“ „Správná kalibrace je věda,“ „Neumím to nakreslit…“ Výmluvy a skuhrání! Pojďme to změnit a naučit se mapovat společnými silami. Věřím, že se vzájemně posuneme a přiučíme něčemu novému, sdílet postřehy a zkušenosti je totiž k nezaplacení.
Dnes se krátce podíváme na klasické pomůcky pro mapování jeskyní, tedy na přístroje typu Disto. Ty všichni dobře známe a v průzkumu jeskyní mají stále své nezastupitelné místo. Během posledních měsíců ožilo několik projektů, které se na tuto problematiku zaměřují. Objevili se nástupci přístroje DistoX/SAP, kteří jsou opět k dostání. Pokud si tedy nechcete stavět „vlastní“ kus, otevírá se nyní možnost si přístroj pořídit plně sestavený a otestovaný.
DistoX2 „ukončená Legenda“
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Dnes se krátce podíváme na klasické pomůcky pro mapování jeskyní, tedy na přístroje typu Disto. Ty všichni dobře známe a v průzkumu jeskyní mají stále své nezastupitelné místo. Během posledních měsíců ožilo několik projektů, které se na tuto problematiku zaměřují. Objevili se nástupci přístroje DistoX/SAP, kteří jsou opět k dostání. Pokud si tedy nechcete stavět „vlastní“ kus, otevírá se nyní možnost si přístroj pořídit plně sestavený a otestovaný.
Klasika, o které slyšel každý a od které se všichni další výrobci odrazili. Švýcarský jeskyňář Beat Heeb přišel s úpravou laserového dálkoměru Leica X310, kterou přizpůsobil potřebám jeskyňářů (integroval kompas a sklonoměr). Přístroj umožňuje okamžitý bezdrátový přenos dat do kapesního počítače či tabletu přímo během mapování podzemí.